domenica 8 febbraio 2026

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

Presidente da pochi mesi della Lega di serie A, il dirigente di Forlì cresciuto nella Nba fa il punto sullo stato del basket italiano

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

«Dobbiamo crescere per ritornare tra i campionati più importanti d’Europa e migliorare per diventare una lega sostenibile. Solo così si possono prendere più rischi per lanciare i giovani, senza la pressione del risultato a tutti i costi. LbaTv è nata in mancanza di offerte adeguate, il prodotto è buono, dobbiamo aumentare il bacino. Bargnani un giovane businessman che sta portando idee nuove. Avrei preferito un tavolo tra Nba, Fiba ed Eurolega»


di Giovanni Bocciero*


Un nuovo capitolo ed una sfida affascinante quella della Lega basket di serie A per Maurizio Gherardini, dirigente di successo ritornato a lavorare in Italia a distanza di quasi vent’anni. Nominato presidente, con questo incarico «è cambiata la prospettiva, qualunque ragionamento va fatto in funzione di 16 associati che hanno determinate esigenze. Ho avuto la fortuna e il privilegio di gestire grandi club, di lavorare nell'Nba, ma ho anche vissuto la vita dentro le istituzioni. So cosa vuol dire pensare nell'interesse di tutte le realtà di un movimento. Sono prospettive differenti, ma mi rendo perfettamente conto del compito».

Dopo l’insediamento, per Gherardini ci sono oneri e onori, soprattutto traguardi ed obiettivi da raggiungere. «In una parola, molto semplice: crescere. Quando venni le prime volte negli uffici della lega, la serie A era un riferimento in Europa. Adesso, per gli addetti ai lavori, nelle valutazioni siamo tra il sesto e il settimo posto a livello europeo. Credo non sia un posto che fotografi adeguatamente il potenziale e la qualità di questa lega. Per cui dobbiamo crescere. Ne abbiamo le possibilità e mi fa piacere percepire il desiderio dei club di voler migliorare».

Maurizio Gherardini
Foto Claudio Degaspari
Ciamillo-Castoria
Di stretta attualità è la situazione di un club, ovvero Trapani, in aperta guerra non solo con la Lba guidata da Gherardini ma anche con la federazione. Argomento parecchio delicato e che le istituzioni cestistiche, come fatto anche tramite comunicati stampa, stanno seguendo con grande attenzione ma sul quale ci si trincera dietro un “no comment” per non impelagarsi in giudizi e affermazioni che magari possano fomentare gli attriti.

«La lega è una società di servizi che deve aiutare e supportare nel miglior modo possibile i propri associati e possibilmente portare anche nuove risorse che possano contribuire a migliorare la sostenibilità di queste realtà. Non è semplice, soprattutto in questi tempi, però lavoriamo giornalmente in tante direzioni, dalla decisione rivoluzionaria di creare una piattaforma OTT di nostra proprietà come LbaTv, ai numeri digitali in grandissimo aumento che però dobbiamo essere bravi a monetizzare adeguatamente».

«Per tutti i club abbiamo messo a disposizione un CRM che studia la realtà delle aziende in modo che una società possa avere dei riferimenti adeguati nella ricerca di risorse sul proprio territorio. E stiamo studiando altri database per sfruttare al massimo la raccolta dati tra abbonati fisici e quelli tv, per avvicinare nuovi sponsor al nostro sport e avere qualcosa di più stimolante da offrire. Vogliamo migliorato il prodotto, e stiamo ragionando sul concetto di sostenibilità per avere un basket che stia in piedi sulle proprie gambe. C’è tanto lavoro, e mi piace pensare che quella classifica che ci vedeva in quella posizione all’inizio dell’anno possa essere pian piano cambiata».

Il riferimento del presidente Lba è alle valutazioni dei siti specializzati che hanno stabilito la serie A fuori dalla top 5 dei campionati europei. «Mi piacerebbe tornare a vedere l’Italia come un riferimento importante del quadro europeo. Ci siamo già mossi per andare a trovare la lega tedesca piuttosto che dialogare con quella francese, proprio perché ci interessa sapere cosa funziona negli altri paesi, cosa non funziona e cosa possiamo eventualmente tramutare in qualcosa di utile per la nostra realtà. È d’aiuto il fatto che le squadre italiane stiano facendo migliori risultati sul campo in Europa, perché anche questo aumenta il peso specifico di una lega».

I risultati europei, i budget investiti, ma anche l’impiantistica e i diritti tv, oggigiorno sono tutti fattori cardini per valutare una lega. E la serie A in mancanza di offerte convincenti ha deciso di lanciare la sua LbaTv, anche se in maniera forse frettolosa. «Sono d’accordo, i tempi sono stati molto brevi. Ho vissuto la fase negoziale dei diritti tv, insieme al presidente uscente Umberto Gandini, che è stato molto bravo a gestire il passaggio. Rendendoci conto che un certo tipo di disponibilità sul mercato per un modo tradizionale di trasmettere il basket non c’era, è prevalso il desiderio di prendere una direzione mai provata prima come la produzione in proprio del prodotto».

Grazie anche all’accordo con Sky, la serie A resta un tabù in chiaro, il canale più veloce per ampliare il pubblico e renderlo più trasversale? «Vediamo quanto bravi siamo a far crescere questo prodotto. Certamente dobbiamo arrivare a un bacino più vasto perché, se vogliamo che la piattaforma diventi anche un modo per i club di avere un ritorno economico, è chiaro ed evidente che non possiamo raggiungere cinque persone ma cinquanta o cinquecento. Al 7-8 agosto dovevamo ancora decidere, quindi è stato un miracolo partire per la Supercoppa. Al di là dei tempi corti, e di alcune cose che vanno ancora sistemate come le app che devono essere autorizzate, è un bel prodotto, dalla qualità delle partite a quella degli speaker. Siamo all’inizio di un percorso, e l’intenzione è quella di farlo diventare un vero canale di basket, dove possano partecipare altri soggetti interessati a sfruttarlo».

Restando in tema comunicazione, per gli addetti ai lavori spesso è difficile ed estenuante intervistare i protagonisti. Sembra quasi che i club vogliano scimmiottare il calcio? «Posso dirti quello che ho visto fino a questo momento. Esiste un regolamento media interno che stiamo riprendendo in mano per valutarne tutti gli aspetti. E siamo esattamente nel cambio del responsabile media, perché il 31 dicembre ha finito Maurizio Bezzecchi ed è arrivato Stefano Valenti. Questo potrebbe essere il momento per guardare insieme questo regolamento, vedere cosa o come può essere cambiato. Ai club sottolineiamo l’importanza che i media hanno nel successo di una lega».

Prossimo evento la Coppa Italia di Torino, con un’aggiunta interessante al programma come le finali della Next Gen Cup. «L’Inalpi Arena è un impianto incredibile con una dimensione che è difficile trovare in Italia. Le tre edizioni precedenti sono state un successo grazie alla grande disponibilità del territorio e delle istituzioni, quindi, è l’ambiente ideale per poter progettare una competizione su più giornate come la Final Eight. Quest’anno non è stato possibile organizzarle insieme alla Lega femminile perché le esigenze di calendario sono troppo differenti. Ma è diventata un’ottima opportunità per migliorare la vetrina della Next Gen. Avremo sicuramente uno showcase importante, daremo ai giovani un palcoscenico molto particolare. Sono convinto che verranno tanti osservatori considerando che il movimento giovanile italiano, e lo hanno dimostrato i risultati questa estate, ha ragazzi interessanti».

Ma come può la serie A permettere ai giovani di esprimersi? «Forse è uno degli interrogativi più importanti in questo momento. Se chiudo gli occhi e penso alla formula magica, ti dico che avere un campionato sostenibile permette di prendere dei rischi. Chi investe nel basket per raggiungere a tutti i costi un risultato, cerca 9,5 volte su 10 di affidarsi a un nome il più possibile di garanzia, cercando di non prendere rischi su un giocatore relativamente troppo giovane o sconosciuto. Vediamo la Germania, campione del mondo, campione d'Europa, giocatori in Nba, giocatori al college, ma soprattutto una lega sostenibile. Le società sono tutte sane, stanno in piedi con le loro gambe. Questo abbassa il panico da risultato e aumenta le possibilità di poter rischiare su un giovane. Anche per spendere la cifra giusta del proprio budget, non solamente per privilegiare l’aspetto tecnico o il talento. Se si potesse alleggerire la pressione del risultato questo aiuterebbe a rischiare sui giovani».

Che tipo di consiglio può dare ad un ragazzo che vuole giocare in Ncaa? «Si fa fatica a dire di non fare questo tipo di esperienza. Hai la possibilità di curare l’aspetto accademico e sportivo, e adesso di guadagnare, impensabile fino a qualche anno fa. Questi tre fattori, messi insieme, rendono un’opportunità del genere troppo attraente. Ma quanti giocatori restano borderline tra Nba e G-League? Credo che ogni club europeo debba studiare questa enorme massa di giocatori che si sta spostando dall’altra parte dell’oceano per cercare di intercettare quelli che possono essere interessanti nella fase di ritorno. Non tutti ce la fanno, a volte con un potenziale inespresso. Pensiamo alla cinquantina di ragazzi italiani che sono al college quest’anno, immagino che fra 2-3 anni comincino a rientrare in Italia e un club deve essere pronto a valutarli per il proprio roster. Diventa molto importante non fare lo scouting tradizionale».

In questa avventura in Lba ha coinvolto anche Andrea Bargnani. Ex giocatori come lui, come Gigi Datome, quanto possono servire al movimento? «Possono essere estremamente importanti. Bargnani è una persona con una testa molto interessante. Si rimane sorpresi nello scoprire i master che ha fatto, o le aziende con cui lavora, o le startup di sua proprietà. È un giovane businessman di successo, e più che la sua esperienza da giocatore ha messo a disposizione quella da imprenditore. Gli piace studiare numeri, bilanci, migliorare gli aspetti del business. In America sarebbe definito ‘not the ordinary player’. Sta portando un mondo di idee, come quello del CRM che è stata una sua iniziativa e che farà bene ai nostri 16 club. Datome è un’altra testa pensante di qualità, può sicuramente aiutare la federazione a crescere, a svilupparsi».

L’Eurolega scricchiola con l’imminente arrivo della Nba in Europa? «Di giorno in giorno c’è sempre una notizia nuova, per questo sarebbe speculare una risposta adesso. L’Eurolega tutto sommato sta andando avanti, e devo dire che quest’anno i numeri saranno anche migliori di quelli che erano stati proiettati. Non ha, però, una dimensione paragonabile alla Nba, che è affascinante programmi uno sbarco in Europa con un format adattato alla realtà europea e nell’interesse di leghe domestiche come la nostra. A gennaio cominciano i colloqui con i club, finché non si entra nella fase più concreta di quella che loro hanno definito di esplorazione, si fa fatica a capire esattamente come potrà evolvere il tutto. Mi sarebbe piaciuto che questo cambiamento storico avesse potuto portare Nba, Fiba ed Eurolega allo stesso tavolo per trovare una win-win situation per tutti, che avrebbe permesso anche di regolamentare il quadro europeo».

A fine stagione è contento se? «C’è stato un proprietario di una società che mi ha detto: “Se in un anno riesci a cambiare una cosa, hai fatto un buon lavoro”. Per cui spero riusciremo a fare una cosa diversa, o a proporre qualcosa di utile. Non è semplice ma abbiamo la voglia. Come diceva il mio ex allenatore Zeljko Obradovic sul segreto per il successo: “Trabaco, trabaco, trabaco”. Non c’è altra soluzione. Quando la Liga Acb cominciò, ricordo che arrivavano dalla Spagna per studiare cosa si faceva negli uffici della Lba, che sembrava inarrivabile. Negli anni non ci siamo evoluti, ma credo che abbiamo il potenziale per migliorare quella classifica». Per concludere altro riferimento alla valutazione dei siti specializzati.

Il profilo di Maurizio Gherardini

Dirigente classe 1955, Gherardini ha iniziato la carriera nella sua Forlì: da giocatore a scout passando per aspirante giornalista e allenatore. Anni formativi in un piccolo club dovendosi interessare un po' di tutto, dal settore giovanile alla segreteria, che l’hanno portato alla epopea vincente con Treviso. Diventato un general manager di successo, è stato membro della commissione Fiba dal 1998 al 2001, e tra i fondatori dell’Eurolega così come la conosciamo. Nel 2006 è vicepresidente dei Toronto Raptors, e quasi contestualmente la federazione canadese l’ha nominato direttore del settore maschile per sette anni. Transitato velocemente per gli Oklahoma City Thunder, nel 2014 il ritorno in Europa per assumere il ruolo di general manager della sezione maschile del Fenerbahce.


* per la rivista Basket Magazine

venerdì 9 gennaio 2026

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

Peterson taglia un traguardo emblematico: ci racconta il suo viaggio tra tante esperienze, di vita, di sport e professionali. Il ricordo commosso di Marco Bonamico e di Mabel Bocchi, la rivalità e il rispetto reciproco con Bianchini e Tanjevic.

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

L’Italia e l’Olimpia Milano erano nel suo destino: nati nello stesso giorno. A stretto contatto con gli emigrati italiani in Cile, è arrivato quasi per caso nel nostro paese per prendere il posto di coach Rollie Massimino alla Virtus Bologna. Da americano d’Italia afferma «il confine cestistico tra Stati Uniti e il resto del mondo si sta assottigliando».


di Giovanni Bocciero*

 

«A 70 anni sono stato omaggiato da La Gazzetta dello Sport; gli 80 li ho festeggiati alla sala Buzzati del gruppo Rcs; per i 90 i miei manager hanno pensato bene di fare un docufilm che raccontasse la mia vita». Un personaggio, in tutti i sensi. Dan Peterson non potrà mai essere semplicemente un allenatore, oppure un telecronista. Poliedrico e sempre sorridente, ironico, il suo arrivo in Italia è stato una finestra aperta sugli Stati Uniti. E ora, tagliato un traguardo così importante, si racconta, spiegando anche come è nata un'iniziativa brillante e doverosa sulla vita del coach, o meglio dell'uomo, che è entrato nella fantasia di tutti gli appassionati del basket italiano anche con frasi ("Amici sportivi", "Mamma butta la pasta") rimaste iconiche.

«Ogni volta mi hanno organizzato qualcosa in più - ha dichiarato il coach -, stavolta si è pensato di fare un docufilm come ce ne sono stati altri su Sandro Gamba e Dino Meneghin. Questa è stata l’idea. Il docufilm ha diversi scopi, e sarà proiettato in 1200 cinema in tutta Italia. Poi per tre anni sarà visibile su Amazon Prime, e allo stesso tempo è disponibile per tutte le società di basket e in generale per le società sportive, perché vogliamo arrivare ai giovani e raggiungere il più ampio pubblico attraverso un’esposizione enorme».

«Ad ogni mio ex giocatore, da Mario Martini a Renato Villalta, Dino Meneghin, Roberto Premier, Vittorio Gallinari, Franco Boselli, hanno chiesto di fare una mia imitazione con una frase cult come ‘amici sportivi’. Il docufilm non è stato un lavoro di grande serietà, ma soprattutto una cosa allegra, fatto con il sorriso, con lo spirito di divertimento. Io sono soltanto l’oggetto del film, che è rilassante, e sono d’accordo sull’idea con la quale è stato realizzato».

Il documentario racconta la vita di Dan Peterson, iniziando ben prima del suo arrivo in Italia avvenuto nel 1973. «Si parla della mia infanzia in America, anche se è un breve flash perché il film è fatto per il pubblico italiano e abbiamo dato importanza agli anni che ho trascorso sia alla Virtus che all’Olimpia. Parliamo anche del Cile, che è stata una tappa importante per me, ma non di tutto perché è stato raccolto troppo materiale. Il regista mi ha spiegato che generalmente per un docufilm si fanno al massimo dieci interviste, lui ne ha fatte 20, e quindi non c’era spazio per tutto».

Quando ha allenato la nazionale cilena, l’Italia era già nel destino del coach. In Sud America infatti, fece amicizia con Renato Raggio, figlio di emigrati liguri e fondatore della Società sportiva italiana di Valparaiso. «Da Valparaiso faceva parte della mia squadra Jorge Ferrari, dal cognome italianissimo. Avevo Lorenzo Pardo, che però era di razza Inca, scuro di carnagione. Ho avuto Oscar Furnoni, ma in generale c’è stata un’importante emigrazione italiana in Cile, molto più che in Argentina. Quella nazionale aveva comunque una grande mescolanza, tra italiani, spagnoli, tedeschi, slavi, e il numero uno di sempre, Juan Guillermo Thompson, cognome inglese ovviamente».

Poi finalmente l’Italia. «Nel ’73 ho capito che poteva esserci la rivoluzione in Cile. Circa un anno prima avevo fatto una tournée negli Stati Uniti: 40 partite in 40 giorni contro squadre di college. Qualche mese dopo ritorno in America per trovare un accordo con un’università per allenare nella stagione successiva. Incontro Chuck Daly, coach del Dream Team del ’92 e all’epoca dell’università della Pennsylvania. Ci conoscevamo per i nostri trascorsi da vice a Michigan State e Duke. È lui che mi propose di allenare in Europa, senza menzionare l’Italia, perché il suo vice allenatore Rollie Massimino aveva firmato un precontratto con la Virtus con clausola d’uscita in caso di ingaggio come capo allenatore in Ncaa. Lo prese Villanova, con cui ha vinto il titolo nell’85, e quindi non andava più a Bologna».

Dopo un susseguirsi di chiamate, tra cui ad un avvocato di New York al quale il coach aveva inviato il curriculum, spunta l’opportunità alla Virtus Bologna, la cui proprietà «aveva promesso di avere un allenatore americano. Ai tempi c’era un solo giocatore straniero, e quello della Virtus era John Fultz, che aveva come avvocato proprio Richard Keenan, a cui avevo mandato il mio curriculum. Il patron Gianluigi Porelli, disperato per aver perso Massimino, si rivolge proprio all’avvocato newyorkese per trovare un altro coach. Keenan mi propone, e il patron risponde “me lo mandi”».

Con Bologna è subito amore. «La Virtus mi manda il biglietto e arrivo dopo quattro giorni. Parlo con Porelli che era un fenomeno, mi offrono tanti di quei soldi che non avevo mai visto. Vedo il palazzo dello sport, bellissimo. Vedo la squadra fare allenamento con il vice allenatore Ettore Zuccheri, un roster di talento, e firmo il contratto». In cinque anni, tra i suoi giocatori alle V nere, c’è anche Marco Bonamico. «Ci ha fatto vincere lo scudetto del ’76, a Varese, con la sua difesa su Bob Morse. Un lottatore, un ‘marine’, uno dei più grandi rimbalzisti che abbia mai allenato. Era in quintetto base per me già a 17 anni, una gioia fare il suo coach. Dava sempre il cento per cento ed era autoironico: “Se porto la testa, sono un giocatore da nazionale; se no, sono forse da serie C”. La sua scomparsa mi ha addolorato».

Una catena di probabilità, una serie di combinazioni che sembrano proprio un film, hanno portato Dan Peterson in Italia. Ma il suo destino era all’Olimpia Milano. Lui che è nato il 9 gennaio del 1936, lo stesso giorno in cui è stato fondato il club meneghino. «Io nasco, loro fondano. Una coincidenza incredibile, le probabilità sono infinite». Arriva a Milano nell’estate del ’78, ma «Cesare Rubini già l’anno prima mi aveva contattato. Poi è Toni Cappellari a chiamarmi, ma fino al termine dei playoff non parlo con nessuno. Finita la stagione, chiedo a Porelli il permesso di parlare con l’Olimpia, e il presidente che era molto sensibile mi ha detto: “Mi dispiace perderti, ma se ti vuole Milano devi andare”».

Siede sulla panchina dell’Olimpia dal ’78 all’87, vince ben otto trofei nazionali ed internazionali, ma al primo anno perde la finale scudetto proprio contro la Virtus. «Ero contento per loro, ma non per me che avevo perso». In quegli anni si è scontrato più volte con Valerio Bianchini e Boscia Tanjevic, due tecnici leggendari. Chi è stato il più difficile da affrontare? «È impossibile dirlo. Ho giocato di più contro Bianchini, ma entrambi sapevano indirizzare la propria squadra, dargli una missione, caricarla emotivamente. Ricordo che Tanjevic venne a sbancare il palasport di San Siro facendo partire in quintetto il suo decimo uomo delle rotazioni».

«Era il coraggio che li accomunava e li distingueva. Tanjevic ha fatto esordire in serie A Nando Gentile ed Enzo Esposito a 15 anni. Bianchini nell’88, a campionato in corso, cambia i due americani ingaggiando Darren Daye e Darwin Cook, e vince lo scudetto con Pesaro. Parliamo di uomini che non avevano paura di niente. Non contemplavano la possibilità di perdere, non faceva parte della loro mentalità. Non ho mai allenato contro due tecnici più bravi di loro ad intuire le scelte giuste da fare durante la partita. Come dicono negli Stati Uniti, a prendere la temperatura della gara. Erano lì per vincere, avevano il coraggio di rischiare, e sapevano leggere alla grande l’andamento della partita. Contro di loro non potevi guadagnare un millimetro di terreno. E con loro due inserisco anche Arnaldo Taurisano e Sandro Gamba, allenatori che facevano una categoria a parte. Delle leggende».

Una pallacanestro d’altri tempi, giocata in maniera diversa ma anche vissuta con un altro tipo di approccio. Anche dal punto di vista della comunicazione. Si diceva sempre quello che si pensava, senza peli sulla lingua, ma con grande rispetto. «Il maestro era Bianchini, ma anche Tanjevic aveva un grande rapporto con la stampa. Bianchini scriveva per Giganti del basket, ragionava come un giornalista, e lo chiamavo l’assassino del sabato sera perché rilasciava le interviste contro di me o Milano il sabato sera. La domenica usciva il giornale e non avevo il tempo per risponderlo perché il giorno stesso dovevamo giocare. Invece Tanjevic andava a ristorante con i giornalisti, beveva qualcosa con loro e magari fumava un sigaro mentre parlavano fino alle sei del mattino. Si faceva amare».

Restando in tema allenatori, ma più di attualità, a Milano ci sono state le dimissioni di Ettore Messina. Una notizia dal grande clamore che ha lasciato sgomenti davvero tanti appassionati non solo dell’Olimpia. «La notizia mi ha preso di sorpresa, anzi, diciamo pure molto di sorpresa. La società ha gestito molto bene questa decisione di Messina, con Peppe Poeta che è pronto per il ruolo. Sfruttando anche la pausa delle nazionali, hanno fatto questo cambio quasi in dolore. Ovvio che la perdita di un allenatore con quel curriculum è uno shock, però tutto è avvenuto in maniera molto professionale, facendo il meglio possibile. Vediamo cosa succede. Ovviamente sono legato a Milano, ma voglio vedere entrambe le squadre italiane andare bene in Eurolega. Anzi, vorrei vedere più squadre italiane giocare nella massima competizione europea. Così come vorrei rivedere anche Roma con una squadra in serie A, chiunque essa sia, basta che si tratti di una formazione romana. Nel basket italiano ci vuole un polo nord e un polo sud, ci vogliono assolutamente Milano e Roma».

Per quanto si è visto all’ultima Olimpiade, il confine tra Stati Uniti ed Europa si sta assottigliando sempre di più. Crede che ormai si sia arrivato ad una sorta di livellamento, o comunque gli Stati Uniti sono sempre un gradino più su? «Vediamo come andrà l’Olimpiade di Los Angeles nel 2028, perché è comodo dimenticare che gli Stati Uniti hanno vinto l’oro a Parigi dopo essere stati anche sotto di 18 punti contro la Serbia nell’ultimo quarto. Poi hanno vinto, ma la vera differenza è che la Serbia ha 7 milioni di abitanti, mentre gli Stati Uniti ne ha 337. Quindi, se la Serbia con 7 milioni di abitanti può sfidare gli Stati Uniti e ridurre il divario, è un segnale. Adesso in Nba vogliono fare un All Star Game fra giocatori americani e non americani, vediamo cosa succede, ma credo che il resto del mondo stia ormai pareggiando il valore, il talento».

Nella carriera di Dan Peterson l’ironia è stata la chiave per superare anche le difficoltà, i momenti negativi. «Non solo l’ironia ma anche l’equilibrio, perché non mi sono mai esaltato troppo per una vittoria e neppure depresso per una sconfitta. E poi non ho mai dimenticato che non sono un genio, sono i giocatori che vanno in campo, sono loro che giocano. Dovevo allenare loro, dovevo allenare la partita, non pensare agli avversari. C’è molto pragmatismo americano in questo concetto».

Un ultimo pensiero va a Mabel Bocchi, un’icona del basket femminile che ci ha lasciato proprio recentemente. «È stata una giocatrice avanti di 50 anni rispetto al basket femminile. Coordinata come una saltatrice di salto in alto, o una farfalla della ginnastica ritmica. Ovviamente una grande atleta, con elevazione, corsa, rapidità, reattività, riflessi. Aggiungiamo un quoziente di intelligenza cestistica straordinaria e una determinazione da leonessa. Il risultato di tutto ciò? La migliore giocatrice italiana di ogni tempo, con tutto il rispetto per Catarina Pollini e Mara Fullin. Bocchi è stata una campionessa nata, lottatrice feroce. E poi era un’atleta completa, poteva giocare in qualsiasi ruolo, forse anche al livello più basso del basket maschile. Faccio fatica a rendermi conto che non ci sia più».


Il parere sulla dibattuta Nba Europe

La futura e ormai prossima Nba Europe non convince del tutto coach Dan Peterson. «Se vogliono venire in Europa per portare via l’Olimpia Milano ed il Real Madrid dall’Eurolega e dai campionati nazionali, non penso che sarà ben accettato dai tifosi. Avevano proposto la Super League nel calcio, e proprio i tifosi hanno fatto un grande baccano per non averla. E poi, vengono per sviluppare i giovani? C’è l’esempio dell’Nba in Cina, dove sono andati a giocare tanti ex giocatore della lega, tutti americani, che prendono tanti se non tutti i tiri, e la nazionale cinese è in caduta».


* per la rivista Basket Magazine

sabato 15 novembre 2025

80 anni. Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Ha compiuto 80 anni. Pozzo di scienza cestistica e miniera di aneddoti, racconta la sua carriera, di successi in ogni ruolo

Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Introdotto alla pallacanestro da una leva di Arnaldo Taurisano, con Cantù ha vinto quasi tutto. Diventato quasi per caso coach nell'esperienza a Parma, è tra i più vincenti della serie A e della nazionale.

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. che ha spinto a fare il corso da allenatore. Sul suo recente addio all'Italia del Poz: «Lascia a Banchi quello che ho lasciato io nel 2009»

di Giovanni Bocciero*

 

Patrimonio della pallacanestro italiana, rappresenta una stella polare da ammirare. Questo è Carlo Recalcati, che poco più di un mese fa ha compiuto 80 anni, e da quando era adolescente li ha trascorsi da prima con un pallone a spicchi tra le mani, e poi a dare indicazioni dalla panchina. Un mito per l’Italia del basket, prima da giocatore poi da allenatore, portando in campo eleganza innata e competenza acquisita.

Riavvolgendo il nastro della vita di Charlie Recalcati, iniziamo dalla fine e dalla sua ultima fatica, quella letteraria, che insieme all’amico ed ex compagno Cesare Angeletti l’ha visto ricordare Arnaldo Taurisano con un libro. «Tau era un pignolo e ricercatore, per questo non si limitava come fanno tutti a dire che il basket è nato da Naismith, ma è andato in fondo e trovato le idee dalle quali lo stesso Naismith ha preso spunto. Lo raccontiamo nella prima parte del libro, insieme all’evolversi delle regole del gioco. La seconda parte invece, è un vero e proprio trattato di tecnica per spiegare la costruzione della sua difesa, con raddoppi a tutto campo e rotazione dei giocatori. Una difesa molto dispendiosa che aveva la sua efficacia e che ho provato in prima persona quando allenato da lui».

Taurisano come esempio di vita. «Ho imparato tutto da lui. A 12 anni non conoscevo il basket, poi al Centro giovanile Pavoniano di Milano è arrivato per fare una leva con i ragazzi del quartiere, mi ha insegnato i fondamentali e a 15 anni già mi faceva giocare con la prima squadra in Promozione. Ci siamo ritrovati a Cantù, e quando è stato nominato capo allenatore io sono stato per dieci anni capitano. Insomma, mi ha preso adolescente e mi ha accompagnato sino alla maturità, per questo è inevitabile che abbia influito nella mia formazione. Abbiamo avuto un percorso di crescita parallelo. Da lui ho sicuramente appreso l’essere autorevole e non necessariamente autoritario».

Nel 1980, a Parma, si è però realizzato l’episodio spartiacque della vita di Recalcati. «Arrivai l’anno prima in una squadra costruita per essere promossa, con giocatori esperti e io quello di punta, ma mi fratturai il malleolo e per due mesi sono stato fuori. Quando sono rientrato il campionato era compromesso. L’anno successivo la proprietà decise di confermare solo me come veterano, e costruì un roster prendendo ragazzi da vari settori giovanili. Dovevamo salvarci e avrei dovuto solo giocare, ma a dieci giorni dall’inizio della preparazione l’allenatore si dimise e mi chiesero se volessi fare anche da tecnico. Avevo delle perplessità, perché già mi stavo preparando al dopo basket con un’attività assicurativa. Una chiacchierata molto producente con l’assistente, il professor Antonio Ievolella, mi spinse a ricoprire il doppio ruolo».

«L’anno dopo avevo già pronto un contratto a Bergamo come giocatore. La squadra però non fu promossa, e così cambiarono le strategie della società, che mi chiese se volessi allenare piuttosto che giocare. Con tanti miei ex compagni in squadra, vincemmo due campionati consecutivi venendo promossi dalla serie B alla serie A. Ma devo ringraziare Parma - ha ricordato Recalcati - per quell’esperienza che mi ha introdotto a fare l’allenatore». Nel 1984 è ritornato a Cantù nelle vesti di tecnico, dopo i lunghi 17 anni trascorsi da giocatore nei quali ha vinto due scudetti e ben sette trofei internazionali. Era un’altra epoca però, la società costretta a cedere giocatori importanti per rientrare nei costi, come Antonello Riva, rimase comunque competitiva tanto in ambito nazionale quanto continentale.

La successiva esperienza di Reggio Calabria è stata positiva tanto dal punto di vista tecnico quanto da quello umano. «In quei cinque anni la mia famiglia è stata circondata dal calore dei reggini. Per noi milanesi è difficile esternare certe manifestazioni d’affetto, anche se le abbiamo dentro». Archiviata in pochi mesi la sfortunata avventura con l’Arese, Recalcati è ripartito da Bergamo in serie B perché «non mi piacquero una serie di proposte di club della A che non avevano programmi ben precisi». Nel 1997 non può rifiutare la chiamata di Varese, dove al secondo anno vince lo storico scudetto della stella. Nel 1999 invece, quando «ero già a Malaga, dove stavo scegliendo casa prima di firmare il contratto, mi arrivò la proposta della Fortitudo». Con l’Aquila è tricolore al primo tentativo.

Quel successo gli spalanca le porte della nazionale italiana, della quale è ct fino al 2009. Per le prime stagioni in maniera esclusiva, perché «credo che bisogni rendersi conto della situazione interna del movimento. Bisogna imparare a conoscere le dinamiche di gestione della federazione, gli uffici, la politica delle elezioni. È bene che il ct sia informato e capisca ciò che avviene. Quegli anni sono stati di formazione, e tecnicamente bisognava anche pensare al futuro, ad un ricambio generazionale della squadra. Considerato quanto giocavano poco gli italiani, già all’allora, era necessario seguire anche i campionati di LegaDue e serie B per capire cosa potessero offrire. Dopo due anni di ricerca abbiamo trovato Soragna, e successivamente in un raduno di giocatori che militavano solo in cadetteria abbiamo scoperto Poeta».

Nell’estate del 2003 si divide tra nazionale e club, perché va ad allenare Siena. «Sono stati tre anni molto intensi, non ho mai avuto un giorno di pausa. Per esempio, non ho mai visto né il palio di luglio né quello di agosto, perché appena finivo i playoff con Siena partivo con l’Italia. E quando a settembre inoltrato terminavo con la nazionale, ricominciavo con Siena. È chiaro che dovevo avere persone di fiducia da ambo le parti, sia a livello dirigenziale che nello staff tecnico, come Frates in azzurro e Pianigiani al club. Nonostante non mi fossi mai riposato per tre anni, avevo la giusta serenità».

Nonostante le fatiche del doppio incarico, a Siena vince lo scudetto al primo colpo, e con la nazionale prima il bronzo all’Europeo e poi quella storica medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene, tirando fuori il meglio di quella selezione. «Nei due anni precedenti avevamo fatto tanti raduni e disputato tante partite. Ho aggiustato la squadra strada facendo, perché all’Europeo l’escluso di lusso fu Pozzecco, che in quella nazionale centrava poco. Invece per l’Olimpiade avevo maturato l’idea che Basile dovesse giocare solo da guardia, e dunque dovendo rimodulare un po’ tutti i ruoli fu escluso De Pol. Sono state scelte dure, ma essere ct significa anche dover mettere da parte l’affetto. Sono decisioni che ti costano dal punto di vista umano ma che rendono da quello tecnico».

Per il Mondiale in Giappone del 2006, e il successivo Europeo 2007, Recalcati già immagina la nazionale del futuro. «Bisogna avere una visione a lungo termine, e quando cambi non puoi pensare di ottenere risultati nell’immediato. Così, per quelle competizioni, iniziai a rinunciare a qualche giocatore maturo per inserire qualche giovane. Con me hanno esordito Gallinari, Belinelli che giocò una gara stratosferica contro gli Stati Uniti, e poi Bargnani, Datome. Non erano atleti pronti, ma volevamo creare qualcosa di buono per il futuro. Mi subentrò Pianigiani, che guidò quella nazionale piena di talento ma non capace di raccogliere risultati. Capita purtroppo».

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. «Caratterialmente siamo all’opposto, ma ci siamo capiti subito e ci siamo accettati, che è la cosa più preziosa. Da giocatore il mio compito non era gestirlo, perché non lo gestisci uno come lui. Dovevo far capire ai compagni che se avesse espresso tutto il suo talento, l’intera squadra ne avrebbe avuto un vantaggio. Diedi libero sfogo al suo modo di fare basket, che si completava con Meneghin dedito al lavoro, sempre sul pezzo e dalle grandi doti atletiche e difensive, visto che difendeva anche per lui. Quando ha smesso di giocare, aveva iniziato a fare il dirigente ma io volevo che facesse l’allenatore. C’ho messo due anni per fargli fare il corso a Bormio rinunciando a venti giorni di vacanza a Formentera. Il novembre successivo, Capo d’Orlando lo ha chiamato».

E proprio al Poz, Recalcati ha lasciato la sua eredità. «Desideravo a fine carriera fare un passaggio del testimone tra me e uno dei miei assistenti. Quando si è paventata la possibilità di Pozzecco ct dell’Italia, si è ricordato di una chiacchierata che avevamo fatto e mi ha voluto come senior assistant. Potevo fare l’assistente solo di un capo allenatore che si fidasse ciecamente di me, che mi rispettasse come persona sapendo che non gli avrei mai potuto fare le scarpe. Altrimenti sarei diventato scomodo per un allenatore che non mi conoscesse profondamente. Col Poz non si è mai realizzato nei club, ma addirittura in nazionale».

Ma qual è l’eredità che il Poz lascia dopo la nazionale? «Ha iniziato a ringiovanire la squadra, e quindi ha lasciato quello che ho lasciato io nel 2009. Oggi tutti ammirano Diouf, sul quale ha iniziato a lavorare tre anni fa. Ma pochi sanno che lo ha proposto lui a Mrsic al Breogan, perché andasse a giocare per un coach che conosceva e che sapeva lo avesse fatto lavorare in un certo modo. Trento ha imposto Niang come grande talento, ma la visione del Poz è stata quella del coraggio di buttarlo nella mischia, e ne ha subito raccolto i frutti. Come Procida e Spagnolo, che ha voluto sin dall’inizio della sua esperienza azzurra, dando un’iniezione di freschezza tecnica ed atletica».

Adesso, però, tocca a Banchi continuare il lavoro. «Ha fatto molto bene sia da coach nei club che come ct della Lettonia. Ha esperienza ed ha il taglio giusto per ricoprire questo incarico. Torno però al mio concetto precedente, ovvero che sarebbe bene che per un paio d’anni facesse solo il tecnico della nazionale per capire l’organizzazione della federazione, andare a fondo nel movimento e comprendere cosa possono offrire i settori giovanili».

Giunti alla fine di questa storia, dobbiamo lasciarvi con un ultimo appuntamento. Perché quello che avete potuto immaginare leggendo queste righe, lo potrete presto vedere tramite la realizzazione di un docufilm. Infatti, Recalcati è stato anche attore protagonista «nell’interpretare me stesso, tra vecchi video e filmati che testimoniano le tappe di Cantù, Parma, Bergamo, Reggio Calabria, Varese, Bologna, Siena e Venezia. Sarà la storia della mia vita, e spero proprio che sia un bel film».

 

Il profilo

Recalcati è nato l’11 settembre 1945 a Milano, dove ha iniziato a giocare a basket. Da giocatore ha scritto la storia di Cantù, con cui ha giocato per 17 anni vincendo 2 scudetti, 3 Coppe Korac, 1 Coppa Intercontinentale e 3 Coppe delle Coppe. Ha inoltre collezionato 166 presenze con l’Italia (18esimo di sempre) dal 1967 al 1976, mettendo a segno 1245 punti che lo rendono il 20esimo nella classifica all-time, e vincendo due medaglie di bronzo agli Europei del 1971 e del 1975. Ha disputato le Olimpiadi del 1968 e del 1976, ed il Mondiale del 1970. Appese le scarpette al chiodo è diventato allenatore, con una carriera ultra quarantennale che l’ha portato a sedere su dieci panchine di differenti club, oltre a quella della nazionale. Recalcati è il coach più vincente della serie A, con 546 partite vinte in carriera, ed è diventato il secondo tecnico a vincere tre scudetti con tre squadre diverse dopo Bianchini: con Varese quello della stella (1998/99), e con Fortitudo Bologna (1999/00) e Siena (2003-04) al primo tentativo. I ricordi più belli però, sono legati alla sua esperienza sulla panchina dell’Italia, guidata per 242 volte (secondo di sempre dietro Gamba) dal 2001 al 2009, vincendo il bronzo europeo nel 2003 e soprattutto lo storico argento olimpico di Atene 2004.


mercoledì 15 ottobre 2025

Il canestro più importante di Stefano, Filippo e Mattia: con massaggio cardiaco e defibrillatore salvano la vita a un uomo

Il canestro più importante di Stefano, Filippo e Mattia: con massaggio cardiaco e defibrillatore salvano la vita a un uomo

I tre giocatori del Calendasco mentre andavano all'allenamento sono intervenuti per aiutare una persona colta da malore al volante

di Giovanni Bocciero*


E' stata una serata da eroi per Filippo e Mattia Alessandrini e Stefano Carone. Forse non come la sognavano da bambini, ovvero su un parquet segnando il canestro decisivo per vincere un titolo. Di sicuro, però, hanno dimostrato di avere sangue freddo e grande prontezza. Lunedì sera i tre ragazzi, con le rispettive auto, stavano percorrendo la strada di Cotrebbia di Calendasco, diretti all’allenamento della loro squadra, quando su un'altra macchina un uomo ha avuto un infarto mentre era alla guida.

È stata la moglie dell’uomo ad avere l’ottimo riflesso di afferrare il volante e ad evitare che l’auto finisse completamente fuori strada, rimettendola così in carreggiata. Fermato il veicolo, la donna ha inserito le quattro frecce. La prima auto che seguiva era quella di Stefano Carone, costretto a fermarsi a sua volta. «Ho notato la guida piuttosto strana, ma non ci ho dato peso pensando che magari l’autista fosse distratto dal guardare il telefono. Una volta che l’auto si è fermata, è scesa la signora che è venuta a bussarmi al finestrino dicendomi che il marito si era sentito male».

Stefano allora interviene e prova a capire cosa stesse succedendo. «Apro la portiera e vedo il signore con la testa all’indietro. Non respirava, sento subito il polso e mi accorgo che non aveva battito. Ho avvertito la signora di chiamare i soccorsi, e nel frattempo ho slacciato la cintura di sicurezza ed ho provato a tirare fuori l’uomo, ma era a peso morto e continuava a scivolarmi. Dopo diversi tentativi sono venuti ad aiutarmi prima l’autista dell’autobus che si è fermato sulla carreggiata opposta, e poi i miei compagni di squadra».

Da sinistra, Stefano Carone e Filippo
e Mattia Alessandrini

Carone, 21 anni, di Rivergaro, ex giovanili della Bakery, lavora a studia all’università San Raffaele seguendo il corso in Scienze dell’alimentazione e della gastronomia. Si stava recando all’allenamento della Libertas Calendasco, formazione militante nel campionato di Divisione regionale 2, con la sua auto. I fratelli Alessandrini, Filippo di 23 e Mattia di 21 anni invece, stavano viaggiando insieme da Piacenza e si trovavano qualche vettura più indietro. Una volta venutosi a creare l’incolonnamento, hanno avuto la prontezza d’intervenire.

«Quando siamo riusciti a tirarlo giù, Mattia ha iniziato la manovra cardiaca. Nel frattempo - ha continuato Stefano - sono ritornato indietro per cercare un defibrillatore che si trovava poco distante. L’ho preso e sono tornato di corsa». Il primo dei compagni ad intervenire è stato appunto Mattia. «Quando ho capito la situazione ho subito iniziato a fare i primi cicli di massaggio. Quando è arrivato anche mio fratello Filippo mi ha dato il cambio. La moglie intanto aveva chiamato il 118, e mi teneva il telefono mentre facevo la manovra cardiaca».

«Eravamo circa quattro auto più indietro - ha raccontato invece Filippo -, abbiamo visto fermarsi il pullman e delle persone che scendevano dalle macchine, ma non ci siamo accorti subito di cosa fosse successo. Pensavo si trattasse soltanto di un lieve incidente dato che la strada non è larghissima». «Quando è ritornato Stefano col defibrillatore - ha ricordato Mattia -, era Filippo che gli stava facendo il massaggio. Ha proseguito a mettergli le placche nella posizione giusta, e a dargli la prima scarica». Il papà dei fratelli Alessandrini gestisce impianti sportivi, e ha sempre insistito perché i figli facessero il corso di primo soccorso.

«Arrivati i soccorsi ci siamo spostati ed abbiamo fatto fare a loro - ha detto Filippo -. Io e mio fratello siamo stati sempre sensibilizzati dai nostri genitori sull’importanza di essere in grado di effettuare le manovre di primo soccorso, ed entrambi abbiamo fatto sia il corso da bagnino sia quello per l’uso del defibrillatore. Per fortuna in questa evenienza ci è tornato utile».

«Dopo tutto quello che è successo eravamo un po’ scombussolati», ha concluso Mattia. Eppure una volta che l’ambulanza ha caricato la persona colpita da malore ed è partita, i tre ragazzi si sono comunque ricomposti e non sono voluti mancare all’allenamento. Dopotutto il basket è una grande passione che va coltivata. Carone dopo aver lasciato la Bakery ha giocato per due stagioni nelle Marche, a Matelica e Tolentino, e quest’anno «ho deciso che non volevo più andare in giro a fare il semi professionista, così sono rimasto a casa».

Un po’ diverso il percorso dei fratelli Alessandrini, entrambi cresciuti alla Bakery e studenti all’università Cattolica di Piacenza. Filippo frequenta il corso di Global business management, mentre Mattia quello di Scienze e tecnologia alimentare. «Abbiamo già giocato insieme qualche anno fa proprio alla Bakery, quando eravamo tutti under - ha ricordato Mattia -, nella seconda squadra che disputava il campionato di Promozione. Quest’anno ci siamo ritrovati a Calendasco perché volevo che venissero a giocare con me, e ci sono riuscito».


* per SportPiacenza.it

sabato 6 settembre 2025

Eurobasket - Pagellone Italia: dal 6 del ‘Gallo’ al 9 di Niang

Lo avevamo scritto già in sede di presentazione dell'Eurobasket 2025, che l'Italia partiva per provare ad inserirsi tra Grecia e Spagna in un girone C al quanto ostico con Bosnia & Erzegovina e Georgia a dare fastidio, e con la sola esclusione della Cenerentola Cipro che di fatto si è dimostrata squadra cuscinetto. E a conto fatti, la nazionale è riuscita nella sua missione lasciando strada soltanto agli ellenici nel match d'esordio.

Gli azzurri del ct Pozzecco si sono dimostrati solidi, uniti, facendo della difesa la propria arma principale più che dell'attacco (79.2 punti di media, 15esima nazionale), visto che le percentuali non hanno esattamente brillato: 41.6% dal campo (19esima), 32.2% da 3 (13esima), con Francia (31.2%) e Lituania (26%) che tra le big hanno fatto addirittura peggio. Eppure, la costruzione e la scelta dei tiri è stata più che discreta, segno di un gioco proattivo. Quindi, dopo questa prima fase l'Italia si merita un bel 8 in pagella.

Nell'immagine l'Italbasket, foto Fiba

Gallinari 6: Il veterano al suo ultimo ballo in azzurro, sta ricevendo meno spazio di quanto si sarebbe immaginato chiunque. La mano è sempre quella, morbida, ma il fisico evidentemente dimostra gli anni che ha. Forse anche per questo il suo impiego potrebbe rivelarsi più decisivo nel prossimo match contro la Slovenia, sperando che non sia l'ultimo.

Melli 7: Il capitano sta lasciando la sua impronta a sprazzi, molto più in difesa che in attacco. In tutta la sua carriera non ha mai particolarmente brillato per degli exploit balistici, eppure nel primo quarto contro la Grecia ha sorretto da solo la fase offensiva italiana. Messo anche in naftalina, il suo apporto sarà imprescindibile.

Fontecchio 7,5: Il bomber ha mostrato tutto il suo repertorio nella partita contro la Bosnia, riscrivendo il record azzurro da 39 punti ad un Eurobasket. Soltanto per questo si è meritato almeno mezzo voto in più in pagella. Le sue percentuali, come quelle di tutta la squadra però, continuano ad essere ondivaghe. Ma per fortuna sa dare il suo apporto anche nelle piccole cose.

Thompson 7: Il naturalizzato d'emergenza, aggregato in corsa in un gruppo totalmente nuovo per lui, non aveva convivo granché all'inizio. Poi c'è da dire che pian piano è riuscito a calarsi nel ruolo. Si sapeva di non avere tra le mani un realizzatore di razza, e seppur in difesa lascia un po' a desiderare è stato capace di riscattarsi con delle autentiche invenzioni in attacco.

Ricci 7,5: Il gregario silenzioso che ognuno vorrebbe sempre avere nella propria squadra. Non a caso sia per il suo apporto concreto, tanto in difesa quanto in attacco, che per l'utilità tattica, a lui non si rinuncia mai.

Spagnolo 6: Il suo Europeo non ha fin qui rispecchiato a pieno tutte le ottime sensazioni nella fase di preparazione. Il quintetto è più che meritato, ma non sta riuscendo ad essere così efficace quanto ci si aspettava.

Procida 6: Il panchinaro d'eccezione, ma avercene dei dodicesimi come lui. E questo definisce la profondità del roster italiano. Non a caso, buttato nella mischia per l'esordio assoluto nella competizione contro la Spagna, ha cacciato dal cilindro una tripla di un peso specifico incalcolabile.

Niang 9: Il nuovo che avanza a grandi falcate. L'azzurro emergente che sta disputando un torneo da stella assoluta. Su di lui si sono spesi decine e decine di aggettivi, ma la voglia e l'energia che porta quando subentra sono imparagonabili. Impatto devastante il suo, da solo è riuscito ad invertire l'inerzia delle partite.

Spissu 6,5: Il play ha saputo reinventarsi, accettando il ruolo di riserva e provando a spaccare le gare come sa fare meglio: a suon di tiri pesanti. Ecco, esattamente come l'andazzo di squadra, anche il suo tiro è entrato soltanto a folate.

Diouf 8: Il centro che mancava da tempo all'Italia? Certamente è la cosa che maggiormente ci si avvicina oggi. Lo ha dimostrato battagliando con i lunghi avversari, sbagliando ma mai subendo. Pulito, concentrato, determinato, la squadra ha fiducia in lui e quando è stato necessario lo ha cercato e cavalcato in post senza esitare.

Akele 6: Il suo è stato un apporto minimo, anche perché nella posizione in cui gioca c'è un discreto traffico e il minutaggio è quello. Eppure quando ha messo piede in campo non si può dire che lo abbia fatto tanto per. Qualche rimbalzo, un paio di canestri, se ci sarà bisogno, lui c'è.

Pajola 7: Il regista a cui è stata affidata la nazionale. Compito che sta svolgendo al meglio e con dedizione. I suoi errori sono spesso dettati dalla troppa foga, ma è la stessa che gli permette di incidere come nessun altro in difesa.

All. Pozzecco 7,5: Il ct è sempre sotto la lente d'ingrandimento per ogni suo comportamento. Ma se l'Italia ha questo gruppo il merito è in gran parte, se non tutto, suo. Non ha esitato a lanciare Niang, e sta gestendo piuttosto bene le rotazioni mettendo l'aspetto tattico ed il merito al primo posto.

 

Giovanni Bocciero

martedì 26 agosto 2025

Eurobasket 2025 - Gruppo C: l’Italia vuole inserirsi tra Grecia e Spagna

Il girone C dell’Eurobasket che si disputerà a Limassol, vede oltre i padroni di casa di Cipro e l’Italia, anche Spagna, Grecia, Georgia e Bosnia & Erzegovina. Insomma, tranne la selezione cipriota che con ogni probabilità fungerà da squadra cuscinetto, le altre cinque nazionali sono pronte a giocarsi le proprie carte per qualificarsi alla seconda fase della competizione continentale che si giocherà a Riga, in Lettonia. E allora passiamo ad analizzare questo raggruppamento, che si spera possa vedere gli azzurri grandi protagonisti, e capaci di inserirsi nella lotta per il dominio del raggruppamento con Grecia e Spagna. Più staccate, almeno sulla carta e visto il rispettivo avvicinamento all’Europeo, Georgia e Bosnia & Erzegovina, che molto probabilmente si giocheranno l’ultimo posto valido per il passaggio alla fase finale. Come detto, i padroni di casa di Cipro sono senz’altro la squadra cuscinetto, con un’eliminazione nemmeno quotata.

ITALIA (N.14 del ranking Fiba)

Ed iniziamo proprio dalla nostra nazionale, con il ct Pozzecco che sembra aver fatto le sue dovute valutazioni in questo lasso di preparazione. Innanzitutto cambio in cabina di regia, con Pajola promosso titolare e Spissu da usare a partita in corso, anche perché il sardo è capace di spaccare le partite. Con Tonut out per infortunio, il suo ruolo sembra averlo conquistato Spagnolo. Il giovane brindisino ha disputato le amichevoli con grande aggressività. Non si può dire lo stesso di Thompson, che di certo deve ancora trovare il suo posto nel gruppo, ma il linguaggio del corpo dice tanto. E purtroppo poco in positivo. Se Fontecchio è l’unico azzurro capace di segnare con continuità e a gioco rotto, non a caso è l’unico che gioca in Nba, Melli ha fatto sentire poca leadership anche se sembra abbia giocato col freno a mano tirato per non sprecare energie adesso. Le notizie più positive riguardano Diouf e Niang. Il primo sembra l’identikit del centro che manca da diversi anni all’Italia, con ancora ampi margini di miglioramento soprattutto in attacco, dove comunque sa farsi valere e trovare la via del canestro in varie maniere. Niang si è calato nella parte del subentrante che porta energia, grande energia dalla panchina, facendo vedere delle giocate dal tasso atletico di altissimo livello. In quanto a leadership, ci si attende tanto dall’ultimo aggregato, ovvero Gallinari. Fresco del suo primo titolo in carriera in Portorico con tanto di Mvp, ci si augura che l’ebrezza di questo successo all’ultimo ballo in nazionale lo spinga a trascinare i compagni oltre ogni limite per chiudere l’avventura azzurra con una medaglia al collo. Completano il roster le ali Procida, Ricci e Akele, pronti con le loro diverse qualità a rendersi utili quando chiamati in causa. Il bottino delle amichevoli parla di 4 vittorie contro Islanda, Senegal, Lettonia e Argentina, con il picco delle prestazioni raggiunte contro i lettoni a Trieste, e 2 sconfitte nelle ultime due uscite al torneo di Atene contro la stessa Lettonia e la Grecia.

SPAGNA (N.5 del ranking Fiba)

I campioni in carica della Spagna devono definitivamente mettersi alle spalle la generazione dorata delle stelle Nba, o comunque tali, e soprattutto si ritrovano all’ultimo ballo del ct Scariolo. Dopo questo Europeo si volterà definitivamente pagina per la Familia, anche se qualche certezza dovrebbe esserci. Come Aldama, molto più dei fratelli Juancho e Willy Hernangomez che non possono assolutamente paragonarsi ai fratelli Gasol. La rinuncia di Brown, quella di Gonzalez dopo la scelta al draft Nba e l’ultimo forfait di Diaz hanno ridotto le alternative dell’allenatore italiano, che quantomeno è riuscito a non rinunciare al giovane astro nascente Saint-Supery dopo lo spavento in amichevole con la Francia, che con de Larrea compone la cabina di regia. Tra gli esterni, se Brizuela, Parra e Lopez-Arostegui sono punti fermi, c’è grande attesa su Yusta che potrebbe recitare un ruolo da protagonista. Il madrileno compagno di squadra di Spissu a Saragozza è acclamato come il miglior giocatore della selezione in patria. Pradilla e Sima daranno manforte al reparto lunghi, così come Puerto a quello delle ali. La Spagna non parte certamente con i favori dei pronostici, ma sottovalutarla potrebbe essere un errore fatale. Cammino decisamente difficile ed in salita per gli spagnoli in questa preparazione, che hanno raccolto una sola vittoria contro la Cechia e ben 5 sconfitte con Portogallo, Francia e Germania. Con queste ultime due doppio ko, per un calendario amichevole di livello comunque alto.

GRECIA (N.13 del ranking Fiba)

Con Giannis o senza Giannis, fa tutta la differenza di questo mondo. Parliamo di due Grecia completamente diverse. Un problema legato all’assicurazione l’ha fatto giocare poco in questa preparazione, ma è bastato vederlo per pochi minuti per rendersi conto che è capace di spostare l’inerzia completamente da solo. Essendo la prima avversaria dell’Italia, nel match del torneo dell’Acropolis coach Spanoulis ha pensato di fare molta pretattica, “nascondendo” Giannis, Sloukas e Mitoglou, forse il trio fondamentale di questa nazionale a parte Papanikolaou, che dall’alto della sua esperienza sa fare sempre la cosa giusta al momento giusto. Certo, non c’è da dimenticarsi Dorsey, che però troppo spesso si accende e si spegne, forse una costante nella sua carriera anche in Eurolega. L’assenza di Papagiannis sotto canestro può essere limitata dallo stesso Giannis e Mitoglou, che potrebbe rivelarsi il giocatore più efficiente della selezione ellenica facendo rimpiangere l’Olimpia per come sono andate le cose. E parlando di Antetokounmpo, se Giannis è la stella e Thanasis il mestierante, il fratellino Kostas potrebbe avere minuti importanti e forse essere più decisivo di quanto si pensi. Il ventenne Samodurov è il talento del futuro, mentre i registi Tololiopoulos e Katsivelis, e gli esterni Kalaitzakis e Larentzakis sono i gregari pronti all’uso. In tanti scommettono su una Grecia a podio, con Giannis sicuro Mvp se dovesse arrivare addirittura una medaglia d’oro. Prestazioni alterne in questa fase di preparazione, dove il roster è spesso e volentieri ruotato, con 4 successi contro Belgio, Montenegro, Lettonia e Italia, e 3 le sconfitte contro Serbia, Israele e Francia.

GEORGIA (N.24 del ranking Fiba)

Se c’è una squadra con tanta esperienza da vendere, questa è proprio la Georgia, avversaria che l’Italia ha già affrontato diverse volte sul proprio cammino in diversi ambiti. Sono tanti i giocatori vecchie conoscenze del campionato italiano, da Mamukelashvili che con forza si sta affermando come nuova stella della nazionale, a Shengelia che ha fatto vedere tutto il proprio talento nell’ultima finale scudetto con Bologna, e che sta tenendo col fiato sospeso tutto il paese visto che non ha messo piede in campo nelle ultime amichevoli disputate. Sempre incisivo il centrone Shermadini, seppur l’età avanza inesorabile, il ct Dzikic potrà contare anche sul lungo Bitadze, fisico e talento da Nba. I centimetri di certo non mancano alla Georgia, che invece avrebbe bisogno di punti nel reparto esterni, dove potrebbe tornare utile il naturalizzato Baldwin, ormai una certezza a livello Eurolega. Reparto che conta comunque un veterano come Sanadze. In attesa ancora della lista ufficiale dei dodici convocati per Eurobasket, per quanto riguarda le amichevoli i georgiani hanno disputato soltanto quattro partite. Sono usciti dal campo sempre sconfitti contro Estonia, Lituania, Polonia e Cechia, ma comunque si sono giocati le partite sino alla volata finale. Insomma, i risultati di avvicinamento alla competizione, considerando anche l’inutilizzo di Shengelia, devono essere presi con le pinze.

BOSNIA & ERZEGOVINA (N.41 del ranking Fiba)

Preparazione ed avvicinamento ad Eurobasket piuttosto travagliato per la Bosnia & Erzegovina del ct Beciragic, a cui non sono piaciute le primissime prestazioni tant’è che ha criticato l’operato degli stessi giocatori. Ma siccome piove sempre sul bagnato, ai risultati si sono poi sommate le assenze per infortunio. Quella pesantissima è di Musa, così come Garza, e alle quali si è aggiunta quella del naturalizzato Castaneda che è stato prontamente sostituito da Roberson. Oltre all’ex Sassari Halilovic, il roster bosniaco si dovrà affidare completamente alla propria stella Nurkic, che però sembra non essere nella forma fisica migliore. E allora occhio ad Alibegovic, con il giocatore di Trapani che potrebbe ergersi a qualcosa in più di semplice protagonista. La selezione bosniaca di sicuro lotterà, perché è un po’ nella propria indole. Eppure le prime due amichevoli, come già detto, sono state un disastro, con due nette sconfitte contro Serbia e Montenegro. La seconda più per la prestazione che per il semplice punteggio. Nelle altre due invece, sono arrivate due vittorie che almeno fanno ben sperare, contro comunque avversarie non di primo livello come Gran Bretagna e Belgio, chiudendo con un bottino equo di 2-2.

CIPRO (N.84 del ranking Fiba)

Squadra cuscinetto se ce ne sarà una. Numero 84 del ranking Fiba mondiale e ultima, ovvero 24esima, in quello tra tutte le formazioni che prenderanno parte all’Eurobasket. Insomma, già il solo fatto di poter ospitare un girone della competizione a Limassol è un evento ed un successo per Cipro. Si è tanto discusso in inverno della possibilità per la selezione di poter schierare un giocatore come Vezenkov, all’indomani dell’eliminazione da parte della Bulgaria. Infatti, l’atleta ex Nba e dell’Olympiakos è nato a Nicosia ed ha cittadinanza cipriota. La cosa si è però ben presto arenata, e allora per Cipro resta la bellezza di un esordio assoluto e storico in una manifestazione come l’Europeo, ma si ritroverà a dover scalare una montagna insormontabile. Due partite e due pesanti sconfitte con scarti enormi in amichevole, contro Serbia (-67) e Israele (-40). Il ct Livadiotis si dovrà appoggiare sul solo Willis, centro naturalizzato visto a Brescia nel 2021, unico giocatore a roster con esperienza internazionale di un certo livello.

 

Giovanni Bocciero

domenica 24 agosto 2025

Orgoglio azzurro, Ricci: «Un passo alla volta ma vogliamo una medaglia»

Una laurea in matematica, le attività solidali in Tanzania, il ruolo nel Coni, un possibile futuro politico: il capitano dell'Olimpia ci racconta il sogno azzurro

Ricci: «Un passo alla volta ma vogliamo una medaglia»

Uomo di grande personalità, ha idee chiare e tanta fiducia sugli azzurri. «Non parlo di DiVincenzo e di chi non c’è, ma a Mannion dico di tornare più affamato. I risultati delle ragazze di Capobianco e delle giovanili maschili sono di ispirazione anche per noi. Dobbiamo credere di più nei giovani italiani, permettergli di sbagliare. Con Amani Education ripago ciò che il basket mi ha dato, dopo un percorso di gavetta che rifarei tutto da capo. In Giunta Coni metterò l’atleta al centro»


di Giovanni Bocciero*

 

Lo scorso 23 luglio è iniziato il lungo percorso che porterà l’Italia a disputare l’Europeo 2025. La notizia che ha scosso i tifosi azzurri, al di là del pensiero per Achille Polonara, è l’assenza per infortunio di Donte DiVincenzo. «Nella mia esperienza ho sempre parlato di chi c'è - ha esordito Pippo Ricci -, e non di chi non c'è. Vedo la squadra che si sta allenando bene, che s'impegna e che ha fame. Stiamo facendo tutto quello che è necessario per prepararci al meglio, in attesa che arrivino Gallinari e Thompson. Sarà un percorso difficile, ma noi che siamo qui ci siamo sia con la testa che col corpo, abbiamo l'obiettivo comune di arrivare in fondo e sogniamo in grande».

Non c’è DiVincenzo, e allora come naturalizzato ecco Darius Thompson, che oltre ad aver giocato in Italia ha affrontato l’ala azzurra più volte in Eurolega. Ma cosa potrò dare alla nazionale? «Ognuno di noi deve togliere qualcosa a sé stesso per darlo alla squadra. Lo stiamo facendo, e visto che Thompson si aggregherà per la prima volta al gruppo lo aiuteremo per farlo ambientare. Correre, difendere, giocare con energia e passarci il pallone sono il nostro dna, e lui sicuramente è un giocatore di altissimo livello che può darci tanta fisicità e difesa».

Non ci sarà neppure Nico Mannion, scelta forse condivisa con lo staff tecnico italiano. Compagni di squadra all’Olimpia, Ricci spera «che sarà ancora più affamato di prima. Non entro nel merito delle scelte, però una cosa che sicuramente non deve perdere è la voglia di lavorare, di ritornare, parlando di Milano per la prossima stagione, con la voglia di vincere lo scudetto ed altri trofei. Visto che veniamo, purtroppo, da un'annata che non è andata bene».

Passato, presente e futuro, tra Milano e Italia, Peppe Poeta è quasi un comun denominatore. In particolare dopo la meravigliosa ultima stagione con Brescia che lo rivedrà tornare all’Olimpia. «Poeta è un amico stretto. Abbiamo legato molto nei due anni che è stato a Milano, e quest'anno l'ho seguito ed ho anche fatto il tifo per lui. Personalmente sono contento ritorni all’Olimpia, perché ho un rapporto particolare, è un ragazzo vero che si merita tanto. Ha dimostrato che il suo futuro è quello di fare l'allenatore. Abbiamo parlato molto, e ci siamo confrontati anche su quello che sarà l'anno che ci aspetterà».

Giampaolo Ricci alla Trentino Basket Cup, Foto Marco Brondi / Ciamillo-Castoria

Nella prima fase dell’Europeo a Limassol, l’Italia affronterò Grecia, Spagna, Bosnia, Georgia e Cipro. «Il girone è difficile, ed ogni partita sarà una guerra. Dobbiamo arrivare pronti anche per giocare più impegni in poco tempo, perché non escludo che tutte le gare possano decidersi nel finale. Noi saremo agguerriti, ma lo saranno anche gli altri, e quindi possiamo vincerle tutte così come perderle. Per questo pensiamo ad una partita alla volta - ha continuato Ricci -, un giorno per volta, consapevoli di dover preparare i match anche tatticamente. Poi sarà necessario mettere cuore e energia. Il livello è molto alto, e ne abbiamo parlato dal primo giorno del raduno, dobbiamo prepararci per essere pronti quando conterà».

S’inizia subito contro la Grecia di Giannis Antetokounmpo, partita già decisiva? «La prima partita è quella più difficile, più emotiva, in cui chiunque deve rompere il ghiaccio. Questo non esonera neppure la Grecia e Antetokounmpo, ma puntiamo molto sull'entusiasmo e per questo le amichevoli di preparazione ci serviranno da termometro sia tecnicamente che emotivamente. Non so se sarà una partita decisiva, perché tutte lo potranno essere».

Visto come è finito il campionato contro la Virtus Bologna, ci sarà una rivincita contro Shengelia e la sua Georgia? «In realtà no, perché Shengelia ha meritato di vincere lo scudetto ed il premio di Mvp, ed alla fine il campo è giudice supremo. Da capitano dell'Olimpia, questo dovrà servirci da lezione perché non siamo stati pronti quando è servito, ma in nazionale è tutto un altro discorso e non si possono fare paragoni».

Ma in generale, che Europeo si aspetta l’ala azzurra? «Ci saranno tante squadre underdog, e mi aspetto la sorpresa. Mi piacerebbe che questo ruolo spetti proprio a noi. Sono d'accordo con chi dice che questa competizione è la più equilibrata, perché ci sono 24 squadre tutte forti allo stesso livello. Al Mondiale così come all'Olimpiade è possibile prendere un'avversaria cuscinetto. Per questo è complicato ma anche bello competere contro alcuni dei giocatori più forti d'Europa e del mondo. Abbiamo ancora un po' di amaro in bocca per come è terminata nel 2022».

Non solo l’Europeo del 2022 contro la Francia, perché nelle ultime competizioni, dall’Olimpiade 2021 al Mondiale 2023, l’Italia è sempre uscita ai quarti. Uno scoglio che si vorrà superare in questa entusiasmante estate azzurra che ha già portato in dote il bronzo della nazionale femminile e l’oro dell’U20 maschile. «Le ragazze sono state di grandissima ispirazione. Non tanto per la medaglia conquistata, anche se vincere è sempre bello, ma per come hanno giocato e condiviso quel periodo vissuto insieme. Le abbiamo seguite e ci hanno dato tanta energia, e sicuramente proveremo a ripetere il loro percorso».

«Uguale il discorso per l'under 20 - ha proseguito Ricci -, perché vedere dei ragazzi con la maglietta Italia alzare un trofeo ti dà ulteriore motivazione. Non credo sia pressione, ma voglia di fare bene e sognare una medaglia. Penso che però dobbiamo restare con i piedi per terra, ai quarti prima di tutto dobbiamo arrivarci. Sono uno scoglio che da tanto tempo non riusciamo a superare, ma se restiamo concentrati qualcosa di bello può accadere».

E aggiungiamoci anche l’U18 maschile, mentre scriviamo arrivata in semifinale a distanza di nove anni dall’ultima medaglia, di cui fa parte l’espatriato talento Diego Garavaglia. «Crediamo troppo poco negli italiani, e gli diamo poca possibilità di sbagliare. Bisognerebbe cambiare questo modo di fare. Andare via, all'estero, è sicuramente una cosa coraggiosa. Penso a Garavaglia ma vale per tutti, ha deciso di firmare a Ulm e adesso dovrà riguadagnarsi tutto di nuovo. Ti rimetti in gioco, e in un modo o nell'altro sono esperienze che ti fanno crescere. Il messaggio per tutti noi dev’essere di farli giocare di più, perché i risultati ti fanno capire che giovani di livello ci sono».

Una tendenza, quella di gettare i giovani nella mischia, che forse stona tra nazionale e club. Non a caso il ct Gianmarco Pozzecco ha varato un’Italia giovanissima nell’ultima finestra Fiba di febbraio. Un percorso, per la verità, già iniziato ai tempi di Meo Sacchetti. «Sia Sacchetti che Pozzecco sono due allenatori speciali, che ti trasmettono tanto e coltivano la tua fiducia. Quando veniamo in nazionale c'è una magia che si accende, e penso che anche i giovani che esordiscono tornano nelle loro squadre più motivati. Vai oltre e superi i tuoi limiti, e vedi atleti come Sarr o Niang che continuano a migliorare. Forse loro stessi non vedono questo aspetto, ma noi dall'esterno ce ne accorgiamo».

Ricci ha fatto la cosiddetta gavetta, e «il consiglio è di lavorare duro e avere pazienza. Se vali l'occasione arriverà, bisogna sfruttarla. Sono arrivato in serie A così come in nazionale in ritardo, ma ripeterei tutto il percorso. Ho fatto le giuste tappe al momento giusto, magari se fossi arrivato più giovane a Milano o in azzurro non sarei stato pronto per affrontare le diverse situazioni. Oggi, nell'era dei social, si vuole tutto e subito, ma in realtà bisogna impegnarsi e magari sbattere più volte la testa».

Non è solo un uomo di campo, perché «nella mia vita sono stato sempre curioso, per questo ho fatto più di una cosa. Il corso di laurea l'ho iniziato perché a 18 anni non ero un promesso giocatore di Eurolega o serie A, quindi non mi bastava fare una sola cosa. Così come il progetto Amani Education in Africa, che è nato nel 2022 da un'idea dei miei genitori che sono stati per due anni medici volontari. Ho sentito una specie di chiamata, ed ho avviato questo progetto che si basa sull'educare e dare un'opportunità a ragazzini che altrimenti non ce l'avrebbero. Noi giocatori, per la nostra notorietà, possiamo lanciare un messaggio perché le persone ci ascoltano e ci seguono».

«Mi piace condividere quello che penso, e usare il basket per mandare un messaggio diverso è quello che volevo fare. In tre anni abbiamo tirato su una scuola con 97 studenti dove prima c'erano solo mattoni e sterpaglie. Ci sono più di cento persone che animano quel luogo in Tanzania, e per il nuovo anno scolastico avremo 69 nuovi iscritti. Sono stato lì un paio di settimane fa, e queste cose mi rendono vivo e mi fanno capire che sono le cose giuste da fare». Per questo suo progetto gli è stato assegnato il premio Reverberi - Oscar del basket nella categoria solidarietà. «Non mi aspettavo di vincerlo, ma significa che quello che sto facendo, che stiamo facendo con tutto il team di Amani, sta arrivando alle persone. Inutile dire che sono onorato».

Proprio perché Ricci è impegnato anche fuori dal campo, si è cimentato in una nuova stimolante avventura, venendo eletto quale rappresentante degli atleti nella Giunta Coni. «Si è trattato di una opportunità che ho colto al volo. Sono una persona curiosa, come già detto, e questa esperienza sarà per me di ascolto e apprendimento. Noi atleti dobbiamo essere al centro, e in questi quattro anni proverò a fare il mio meglio. Tante federazioni e tante regioni d'Italia fanno più fatica ad esprimersi, e per me che vengo dall'Abruzzo so che un ragazzo ha meno possibilità rispetto a chi nasce a Bologna, Milano o Roma. Per questo proverò a dare voce a chi si sente messo da parte. Vedremo se in futuro sarà fattibile una carriera politica».

Pippo Ricci e l'azzurro

Nato il 27 settembre 1991, a Chieti, Pippo Ricci veste la maglia azzurra dal 2011. Prima con l’U20, poi con la nazionale sperimentale e addirittura una veloce esperienza nel 3x3. Ha esordito con la nazionale maggiore il 29 novembre del 2018, a Brescia, nel match di qualificazione al Mondiale cinese del 2019 contro la Lituania. Da lì in poi ha collezionato 65 presenze e 434 punti realizzati. Ha partecipato all’Olimpiade di Tokyo del 2021, all’Europeo giocato a Milano e Berlino del 2022, al Mondiale in Filippine, Indonesia e Giappone del 2023, e al Preolimpico di Portorico del 2024.