domenica 18 ottobre 2026

Ben Simmons: la parabola di un fenomeno generazionale

Nell’estate in cui Russell Westbrook si è ufficialmente ritirato mentre Chris Paul ha appeso qualche mese prima le scarpette al chiodo a 40 anni compiuti e dopo venti di onorata carriera, la Nba ha ritrovato un posto per Ben Simmons. All'inizio della sua carriera, l’australiano è stato paragonato a LeBron James e Magic Johnson, e c’era la forte convinzione che potesse diventare il nuovo fenomeno generazionale della lega più famosa del mondo.

E invece, in meno di un decennio da quando Simmons è stato scelto con la prima chiamata al draft del 2016, è passato dall'essere il potenziale miglior giocatore del mondo, così come lo descrisse Shaquille O'Neal dopo che l’australiano aveva deciso di giocare all’università per Louisiana State nel 2015 (ex college di Shaq), a «una vergogna», come lo ha più volte definito nei talk show sportivi americani il giornalista ed opinionista Stephen A. Smith.

Un fenomeno generazionale

Ma fermiamoci un attimo e riavvolgiamo il nastro della vita/carriera di Simmons. Prodigio sin da giovanissimo, passato per l’accademia australiana che cova i migliori talenti del paese, nel 2013 si è trasferito insieme a tutta la famiglia negli Stati Uniti perché si intravedeva un grande potenziale. Si è stabilito in Florida e frequenta la Montverde Academy, uno dei licei più rinomati d’America. Ci mette poco ad ambientarsi fuori e soprattutto dentro il campo, dove letteralmente domina: 28 punti tirando con il 70% dal campo, 11.9 rimbalzi, 4 assist e 2.6 recuperi di media nell’ultimo campionato con ben 24 doppie doppie.

Dopo qualche trofeo e premio personale già messo in bacheca, è tempo di scegliere dove andare a giocare al college. La scelta ricade su Lsu di Baton Rouge (vi dice nulla Saliou Niang?), una decisione quasi scontata visto che nello staff tecnico c’è il suo padrino. Nonostante avesse la fila fuori la porta di casa dei più prestigiosi college di tutto lo stato, diventa un Tiger. Ma è una semplice formalità. Per lui, in realtà, la stagione in Ncaa è soltanto una perdita di tempo. Avesse potuto, si sarebbe subito dichiarato per il draft. Non a caso, nel secondo semestre smette di seguire i corsi scolastici e con la squadra ormai con un piede fuori dalla March Madness decide di prepararsi soltanto per il salto in Nba.

Lo scelgono i Philadelphia 76ers, convinti di formare una coppia da capogiro con Joel Embiid. Dopo l’apparizione alla Summer League di Las Vegas, però, riporta il primo di una lunga serie di infortuni che ne hanno evidentemente minato la carriera. Durante il training camp autunnale si frattura il quinto metatarso del piede destro ed è obbligato a saltare l’intera stagione d’esordio. Si rifà con gli interessi dodici mesi dopo, abbinando la visione di gioco e la capacità di passaggio di un playmaker all’abilità nel prendere i rimbalzi di un’ala forte. Per questo, di fronte ai suoi 2.08 metri d’altezza, s’inizia a parlare di capostipite della point-forward. Praticamente una nuova specie di giocatore.

Conclude le prime tre partite della carriera in Nba con la doppia doppia, ed alla quarta confeziona anche la prima tripla doppia da 21 punti, 12 rimbalzi e 10 assist nella vittoria contro Detroit. Unici rookie ad esserci riusciti così precocemente: Oscar Robertson nel 1960 e Art Williams nel 1967. Viene naturalmente convocato per il Rising Star e si aggiudica il premio di rookie dell’anno grazie alle medie da 15.8 punti, 8.2 assist e 8.1 rimbalzi, che gli permettono di collezionare 12 triple doppie e chiudere sul podio alle spalle di Westbrook primatista con 25, e LeBron James con 18. Però c’è una statistica che balza agli occhi, ovvero le triple tentate: 11. Non in una gara, ma nell’intera stagione regolare.

L’etica del lavoro latita

Nelle stagioni trascorse a Philadelphia, ovvero quattro, il tiro dalla distanza è stato il suo tallone d’Achille. Per quanto con la sua destrezza e forza fisica riuscisse ad essere altamente efficace vicino al ferro, dall’arco non guardava neppure il canestro. Addirittura coach Brett Brown ha provato a stimolarlo dicendo pubblicamente che Simmons doveva prendersi almeno una tripla a partita. Visto che nella seconda e terza stagione i tiri tentati dall’australiano sono stati 6 e 7 in 138 partite totali, possiamo affermare che il messaggio non sia stato affatto recepito.

Ed è in questi anni che precedono il 2020, che inizia ad aleggiare la convinzione di una scarsa attitudine ed etica del lavoro da parte dell’atleta. Herb Magee ha allenato alla Thomas Jefferson University di Division II dal 1967 al 2022, raccogliendo 1.123 vittorie in carriera. Negli Stati Uniti allenatori come Magee sono considerati dei veri e propri guru, e si è guadagnato il soprannome di ‘shot doctor’. Proprio per questo più volte in città si è discusso sulla possibilità che potesse lavorare con Simmons. «Non succederà - aveva risposto l’allenatore a precisa domanda dei cronisti di Philadelphia -. Brett Brown, di cui sono diventato amico, mi ha chiesto di farlo e gli ho detto: “Lo farò, ma devi chiederlo a lui”. Non mi ha mai risposto. Quindi, Ben è il tipo di persona che non vuole davvero migliorare».

In quelle stagioni sono diversi i giocatori di grande caratura che indossano la casacca dei Sixers. JJ Redick sembra che abbia provato a consigliarlo da giocatore veterano qual era, così come Jimmy Butler che ha cercato in tutti i modi di motivarlo, finendo però per gettare la spugna. Secondo il giornalista Zach Harper di The Athletic, Butler era arrivato al punto da «non considerava Simmons un giocatore al suo pari», esattamente come Embiid, con il quale l’australiano alla fine sembra essersi scontrato poco prima di chiedere la trade per cambiare aria.

Sul tiro di Simmons aveva parlato addirittura Kobe Bryant, che in un’intervista aveva detto: «Deve migliorare il tiro in sospensione, perché altrimenti se ne pentirà quando la sua carriera sarà finita. Guardate cosa sta facendo ora, e immaginate se diventa pericoloso anche al tiro. È sorprendente. Non vorrei ritirarmi, guardarmi indietro e dire: "Cavolo, se avessi avuto un tiro in sospensione, cosa avrei fatto?". Quindi non mi interessa se deve chiudersi in palestra per dieci ore al giorno. Se questo ragazzo riesce a costruirsi un tiro in sospensione, diventa un problema serio».

Il momento esatto della fine

Non capita spesso di poter individuare il momento esatto in cui una promettente carriera va letteralmente a rotoli, ma nel caso di Simmons c’è una data da poter cerchiare in rosso sul calendario: 20 giugno 2021. Negli ultimi tre minuti della decisiva gara 7 della semifinale della Eastern Conference, l’australiano si è trovato di fronte alla possibilità di una facile schiacciata, o comunque un appoggio al vetro, per un canestro che sarebbe valso il pareggio di Philadelphia contro Atlanta. E invece, dopo essersi liberato dalla marcatura in post basso di Danilo Gallinari, Simmons ha passato il pallone al compagno Matisse Thybulle che in posizione più difficile ha subito fallo.

In 12 partite giocate in quei playoff, vittoria per 4-1 contro Washington e poi sconfitta per 4-3 con gli Hawks nonostante la testa di serie numero uno per i Sixers, Simmons ha realizzato solo 25 dei 73 tiri liberi tentati, il che equivale al 34%. Si tratta del peggior risultato in una singola post season nella storia della Nba. L’australiano ha fatto peggio persino di Wilt Chamberlain e Shaquille O’Neal. Al già scarso tiro dall’arco, si sono aggiunte le difficoltà dalla lunetta che hanno chiaramente minato la sua fiducia, e questo si è riversato in altri aspetti del suo gioco.

Con l’amara eliminazione, e viste le prestazioni molto al di sotto del proprio livello, in conferenza stampa è stato chiesto a coach Doc Rivers se Ben Simmons fosse un playmaker da squadra per il titolo. L’allenatore, un po’ tergiversando, ha risposto forse in maniera schietta: «Non conosco la risposta in questo momento». Quella frase ha fatto sì che il rapporto tra il giocatore e tutto l’ambiente dei Sixers si deteriorasse definitivamente.

Il contratto quinquennale da 177 milioni di dollari firmato appena un anno prima con la franchigia di Philadelphia, lo ha reso incredibilmente ricco ed altrettanto odiato dai tifosi. Una somma di denaro che l’ha portato ad acquistare una serie di auto di lusso, dalla Ferrari 812 Gts alla Bentley Continental Gt W12 personalizzata, passando per la Rolls-Royce Cullinan e la Porsche 918 Spyder. Per questo per molti appassionati di basket ha rappresentato l’archetipo di un certo tipo di stella moderna dell’Nba, ovvero il giocatore che è più interessato a far salire il livello del proprio conto in banca piuttosto che le sue statistiche.

Dopo un tira e molla durato mesi, che l’ha visto rifiutarsi di giocare per i Sixers nonostante Rivers abbia provato a ricucire il rapporto convincendolo a restare, è arrivata la trade con Brooklyn. Ai Nets l’esperienza è stata pessima. Ha saltato il resto della stagione 2021/22 per un’ernia alla schiena che lo ha portato a diversi interventi chirurgici, e a giocare soltanto 90 partite in due anni e mezzo. Un’avventura poco fortunata con la squadra che gioca al Barclays Center, conclusa col triste epilogo del taglio avvenuto l'8 febbraio 2025. E pensare che l’estate precedente, a Tommy Alter del podcast "The Young Man and the Three", aveva detto di aver quasi deciso di ritirarsi a causa della frustrazione provata dopo le operazioni alla schiena.

Non è finita finché non è finita

Neppure le 18 gare disputate nel finale del 2025 con la casacca dei Los Angeles Clippers hanno riportato l’atleta ad un livello di gioco accettabile. Prima di lasciare Brooklyn, Simmons si è raccontato in una lunga intervista al sito Haute Living, toccando temi personali e molto importanti, dagli infortuni alla depressione e a quanto i social abbiano influito, o influenzato, questo suo stato d’animo. «Dopo due anni di infortunio e diversi interventi chirurgici alla schiena, poter scendere in campo ed essere in salute mi dà gioia. Il mio obiettivo era presentarmi ogni giorno in palestra e allenarmi, e ne sono grato».

Ritenuto troppo debole per l'Nba, un atleta rinunciatario, Simmons ha parlato con eloquenza delle sue difficoltà con la salute mentale, di come la depressione e il peso delle aspettative abbiano ostacolato il suo sviluppo. Cadono a pennello, in questo senso, le dichiarazioni di un altro cestista dal passato spesso contestato come JaVale McGee, che ha affermato come i media e ad esempio le clip di Shaqtin' a Fool hanno diffuso l'idea sbagliata del giocatore che in realtà è, facendolo considerare stupido dai tifosi che lo vedevano calcare i parquet.

Le incessanti chiacchiere sulla carriera dell’australiano, per lo più negative, sono state dannose per il processo di guarigione. E tutto ciò che lo ha coinvolto e turbato lo hanno spinto a diventare una persona casalinga. E non solo, perché «non riesco quasi più ad andare online. Quando sono entrato in Nba, i social media erano importanti ma di certo non come oggi - ha continuato Simmons -. Ho la sensazione che le persone siano molto più permissive, e di conseguenza peggiori. È spaventoso perché è il mondo in cui viviamo. Penso che i commenti che accompagnano il tutto siano la parte peggiore della lega. A volte non si tratta di basket in sé, ma del lato commerciale, o delle buffonate che ne conseguono. Ecco perché non commento molto online: mi si ritorce sempre contro».

Eppure proprio un suo commento aveva fugato dalla possibilità delle insistenti voci di un suo ritiro, quando ha risposto proprio ad un utente con un secco no. Nonostante un abboccamento con i New York Knicks che lo avrebbero voluto ingaggiare l'anno scorso, c’è chi a Philadelphia lo avrebbe rivoluto subito. Il sito web The Liberty Line ha fatto una vera e propria campagna di convincimento per il suo ritorno, affinché si completasse quello che aveva iniziato e per chiudere così un cerchio.

Ma la carriera di Simmons ha vissuto così tante delusioni, che rispetto ad altri giocatori più o meno sfortunati non è riuscito neppure a trovare sollievo con la nazionale. Non a caso ha ripetutamente promesso di rappresentare l'Australia ai grandi tornei per poi ritirarsi all'ultimo minuto. Sembra, infatti, che a distanza di anni nutra ancora rancore per il 2014, quando si aggregò alla preparazione dei Boomers prima della Coppa del Mondo per poi essere escluso dalla rosa finale. Anche in questo contesto è stato scavalcato da Josh Giddey, il play dei Chicago Bulls che rappresenta il futuro del basket australiano. Simmons un tempo era il futuro della pallacanestro mondiale, ma oggi sempre più sembra essere soltanto il passato. Un passato che prometteva tanto e che ha mantenuto solo a singhiozzo.

Ben Simmons è comunque ritornato in pista quest'anno, e a distanza di un anno e mezzo ha calcato nuovamente il parquet con in dosso la casacca dei Sacramento Kings. Forse non la scelta più promettente ed ambiziosa, ma di sicuro quello ritenuta migliore per sé stesso dall'australiano.

Giovanni Bocciero

sabato 26 settembre 2026

BentornatA2

BentornatA2, il campionato che anima l’Italia intera

Sassari e Rimini davanti a tutte, ma Fortitudo, Livorno e Brindisi sono pronte a inserirsi. Avellino, Cividale, Pesaro, Rieti, Torino e Pistoia inseguono. E intanto la seconda serie italiana è al centro della riforma dei campionati di cui stanno parlando Fip, Lba e Lnp.


di Giovanni Bocciero*


Ci sono campionati che iniziano con una favorita quasi obbligata e altri nei quali la domanda più interessante è capire quante squadre possano realmente sognare. La serie A2 2026/27 appartiene alla seconda categoria. Venti squadre per una stagione lunghissima e un equilibrio che promette di accompagnare il campionato fino alla primavera. Ma soprattutto una categoria che continua a rappresentare qualcosa di molto più importante di un semplice gradino intermedio tra serie A e serie B. L’A2 è quel luogo nel quale il basket italiano può valorizzare maggiormente i propri giocatori.

È il campionato nel quale un giovane può trovare minuti veri, responsabilità e palloni pesanti, confrontandosi contemporaneamente con veterani della categoria, giocatori stranieri di qualità e atleti che hanno già conosciuto la massima serie. È anche una categoria nella quale il giocatore italiano mantiene un peso importante nella costruzione dei roster, e spesso e volentieri è più decisivo ai fini del risultato sportivo che di qualunque altro giocatore straniero. Un campionato, quello di A2, che si può paragonare ad una sorta di laboratorio del movimento.

Ma allo stesso tempo un torneo che nel giro di un paio di stagioni, potrebbe essere modificato radicalmente in virtù della riforma dei campionati della quale stanno discutendo i tre attori principali: la Federazione italiana e le due leghe di serie A e Lnp per l’appunto. La serie A2 è oggetto di discussioni e riflessioni che svariano dalla sostenibilità economica alla necessità di renderlo più funzionale al percorso dei giovani. La domanda di fondo, dunque, riguarda la funzione della seconda serie: un campionato sempre più vicino alla serie A per livello e struttura, oppure una categoria nella quale il risultato sportivo debba convivere ancora di più con la valorizzazione dei giovani italiani?

LA STAGIONE 2026/27 parte con venti società: Avellino, Fortitudo Bologna, Brindisi, Juvecaserta, Cento, Cividale, Juvi Cremona, Forlì, Libertas Livorno, Mestre, Urania Milano, Montecatini, Pesaro, Pistoia, Rieti, Rimini, Ruvo di Puglia, Sassari, Torino e Vigevano. Si tratta di un gruppo che mette insieme piazze storiche e realtà emergenti, squadre pronte a rilanciarsi dopo anni di massima serie e società che pur piccole vogliono conquistarsi il diritto di restare lì dove sono.

Ovviamente tutti gli occhi sono puntati sulla retrocessa Dinamo Sassari, che si ritrova in cima alla griglia delle favorite con l’obiettivo di tornare immediatamente in serie A. Per riuscirci, la panchina è stata affidata a Luca Vitali, alla sua prima grande esperienza da capo allenatore. E per questa avventura ha voluto al suo fianco il fratello Michele, che ha però subito in fastidioso infortunio alla mano. Per la Dinamo non è stata l’unica tegola, avendo dovuto sostituire a gettone Kajami-Keane con Brandon Young. Ma Sassari resta comunque in vetta, consapevole che a volte bisogna essere più forte degli infortuni.

Subito accanto a Sassari c'è Rimini, che arriva da due finali promozione perse e non ha più bisogno di dimostrare di essere diventata una delle grandi realtà dell’A2. Sia sul campo che sugli spalti, con la tifoseria riminese che spesso e volentieri è l’autentico sesto uomo nel catino del PalaFlaminio. La squadra di coach Sandro Dell’Agnello dovrà cercare di trasformare le due sconfitte nell'ultimo atto in esperienza utile per il terzo assalto. Rimini ha mantenuto il nucleo portante del roster, aggiungendo Saverio Bartoli sugli esterni e la coppia americana composta da Cody Demps e DeShawn Stephens. Quest’ultimo veterano dei campionati italiani.

Se parliamo di campi infuocati e giocatori esperti quanto trascinatori, troviamo diverse squadre che posseggono entrambe le caratteristiche. La Fortitudo Bologna, ad esempio, che al termine della prima fase degli abbonamenti ha fatto ancora una volta cifra tonda: 4500. E il gruppo rinnovato affidato alle mani di coach Demis Cavina è comunque ripartito da due pilastri come Matteo Fantinelli e Paulius Sorokas. Peccato per l’infortunio che ha messo fuori gioco Umberto Stazzonelli, atteso forse dalla stagione verità per la sua carriera. Ma come già detto, questi incidenti di percorso fanno parte del gioco e bisogna essere pronti ad affrontarli.

Di peggio deve affrontare la Libertas Livorno, l’altra grande storica piazza che guarda verso l’alto, e che ha iniziato questa stagione dando purtroppo l’addio al proprio presidente Marco Benvenuti. Il progetto tecnico di coach Andrea Diana punta sull’identità, sull’esperienza e sulla capacità di costruire un gruppo competitivo senza rinunciare alla valorizzazione degli italiani, tra cui Luca Possamai addirittura nel giro della nazionale. Ovvio che il punto cardine resta Matt Tiby, il miglior giocatore straniero dello scorso campionato di A2 che la società livornese è stata comunque capace di trattenere nonostante qualche offerta ben più allettante per l’atleta.

Continuando a scendere per lo stivale, troviamo quella che è denominata la stella del sud, ovvero Brindisi. Dopo un’ultima stagione quasi deludente, la formazione ha deciso di azzerare tutto e ripartire, con un ingresso importante in società proprio delle ultime settimane, che risponde al nome dell’imprenditore brindisino Carlo Rubini. Quanto questo potrà rafforzare il progetto, lo dirà soltanto il tempo. Di sicuro la conferma di Andrea Cinciarini, l’ingaggio di un altro veterano come JaCorey Williams, ma anche quelli dello specialista in promozioni Lorenzo Caroti e Riccardo Bolpin sono un segno intangibile della volontà di Brindisi. Che per di più, ha provveduto immediatamente a sostituire l’altro straniero di coach Nicola Brienza dopo l’infortunio.

Restiamo al sud, e subito dietro le primissime favorite troviamo Avellino. La squadra campana è un’altra piazza che riflette alla perfezione le caratteristiche di parquet catino e giocatori trascinatori in roster. Per la prima chiedere alla Fortitudo, che nella scorsa serie playoff è stata costretta ad arrivare a gara 5. Per la seconda invece, la società insieme a coach Gennaro Di Carlo hanno fatto un mercato mirato provando ad allungare le rotazioni di una squadra cresciuta durante l’anno. Gli arrivi di Gianluca Della Rosa, Mattia Palumbo, Marco Mollura, Michele Serpilli oltre al veterano Tariq Owens, che nonostante l’età e un momentaneo riposo ai box promette battaglia con chiunque.

Pronta a recitare il ruolo di guastafeste la solita Cividale di Stefano Pillastrini, che è alle prese di una sorta di ricambio generazionale. Da qui le novità Ivan Mobio e Willis Tiagande Tio, che si sono messi in mostra alla grande in serie B Nazionale, oltre a Tommaso Vecchiola che deve riprendere ritmo dopo l’ultima stagione saltata per infortunio e la coppia azzurra, medaglia d’argento all’Europeo Under 18 di Trento, Federico Bottelli e Werther Bellinaso che sembrano essere in rampa di lancio. Tanto, ovviamente, passerà per le mani di Lucio Redivo.

Se Cividale è chiamata a confermarsi senza perdere quella identità che l'ha resa una delle realtà più interessanti dell'A2, Pesaro è chiamata a provare a ripetersi dopo la passata stagione, soprattutto per la sua storia. Ma purtroppo per la Vuelle, non è la storia a scendere in campo, ed ecco perché la squadra di coach Giorgio Valli è probabilmente una delle grandi incognite. L’estate complicata, con interrogativi e difficoltà, ha inevitabilmente condizionato la costruzione del roster. È uscito fuori un mix tra giocatori collaudati e già protagonisti della cavalcata dello scorso campionato, e giocatori tutti da scoprire tra cui anche l’azzurro Matteo Accorsi, in prestito dalla Virtus Bologna, alla sua prima vera stagione senior.

 

 Via via troviamo tutte le altre squadre sparse per il territorio italiano. Rieti riparte con un progetto rinnovato, e forse ridimensionato, più dal punto di vista economico che non della passione. Quella al patron Roberto Pietropaoli non potrà mai venir meno. Diversa l’estate di Torino, alle prese con una lieve burrasca riguardante il tram tram inerente la possibile vendita del titolo sportivo. Rientrato quel chiacchiericcio, si è ripartiti da coach Paolo Moretti. Prova a rinascere Pistoia, una delle piazze che ha maggiormente bisogno di ritrovare entusiasmo. Ha costruito un roster fatto di giocatori navigati per la categoria, proprio come navigato è l’allenatore Franco Ciani.

Ha ridimensionato Forlì, che però ha preferito intraprendere la strada dei giovani italiani da svezzare, come Giacomo Zanetti, Mattia Ceccato, Tommaso Pinza. Cento rappresenta ormai una presenza consolidata dell'A2, mentre Mestre e Urania Milano sono due realtà che possono diventare scomode per chiunque, soprattutto la milanese con coach Sacripanti e i fratelli Alessandro e Stefano Gentile in campo, entrambe senza eccessive pressioni. La Juvi Cremona continua il proprio percorso in una categoria sempre più competitiva, mentre Ruvo di Puglia vuole capitalizzare la crescita degli ultimi anni. Poi ci sono le tre neopromosse. Montecatini che torna in serie A2 dopo diciotto anni. Caserta riemerge dopo anni difficili, fatti dell’ennesima ripartenza dal basso e per questo porta con sé il maggior carico emotivo. Mentre Vigevano è una realtà che negli ultimi anni ha costruito progressivamente il proprio percorso, ritrovando la categoria persa solo l’anno prima.


* per la rivista Basket Magazine

domenica 8 febbraio 2026

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

Presidente da pochi mesi della Lega di serie A, il dirigente di Forlì cresciuto nella Nba fa il punto sullo stato del basket italiano

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

«Dobbiamo crescere per ritornare tra i campionati più importanti d’Europa e migliorare per diventare una lega sostenibile. Solo così si possono prendere più rischi per lanciare i giovani, senza la pressione del risultato a tutti i costi. LbaTv è nata in mancanza di offerte adeguate, il prodotto è buono, dobbiamo aumentare il bacino. Bargnani un giovane businessman che sta portando idee nuove. Avrei preferito un tavolo tra Nba, Fiba ed Eurolega»


di Giovanni Bocciero*


Un nuovo capitolo ed una sfida affascinante quella della Lega basket di serie A per Maurizio Gherardini, dirigente di successo ritornato a lavorare in Italia a distanza di quasi vent’anni. Nominato presidente, con questo incarico «è cambiata la prospettiva, qualunque ragionamento va fatto in funzione di 16 associati che hanno determinate esigenze. Ho avuto la fortuna e il privilegio di gestire grandi club, di lavorare nell'Nba, ma ho anche vissuto la vita dentro le istituzioni. So cosa vuol dire pensare nell'interesse di tutte le realtà di un movimento. Sono prospettive differenti, ma mi rendo perfettamente conto del compito».

Dopo l’insediamento, per Gherardini ci sono oneri e onori, soprattutto traguardi ed obiettivi da raggiungere. «In una parola, molto semplice: crescere. Quando venni le prime volte negli uffici della lega, la serie A era un riferimento in Europa. Adesso, per gli addetti ai lavori, nelle valutazioni siamo tra il sesto e il settimo posto a livello europeo. Credo non sia un posto che fotografi adeguatamente il potenziale e la qualità di questa lega. Per cui dobbiamo crescere. Ne abbiamo le possibilità e mi fa piacere percepire il desiderio dei club di voler migliorare».

Maurizio Gherardini
Foto Claudio Degaspari
Ciamillo-Castoria
Di stretta attualità è la situazione di un club, ovvero Trapani, in aperta guerra non solo con la Lba guidata da Gherardini ma anche con la federazione. Argomento parecchio delicato e che le istituzioni cestistiche, come fatto anche tramite comunicati stampa, stanno seguendo con grande attenzione ma sul quale ci si trincera dietro un “no comment” per non impelagarsi in giudizi e affermazioni che magari possano fomentare gli attriti.

«La lega è una società di servizi che deve aiutare e supportare nel miglior modo possibile i propri associati e possibilmente portare anche nuove risorse che possano contribuire a migliorare la sostenibilità di queste realtà. Non è semplice, soprattutto in questi tempi, però lavoriamo giornalmente in tante direzioni, dalla decisione rivoluzionaria di creare una piattaforma OTT di nostra proprietà come LbaTv, ai numeri digitali in grandissimo aumento che però dobbiamo essere bravi a monetizzare adeguatamente».

«Per tutti i club abbiamo messo a disposizione un CRM che studia la realtà delle aziende in modo che una società possa avere dei riferimenti adeguati nella ricerca di risorse sul proprio territorio. E stiamo studiando altri database per sfruttare al massimo la raccolta dati tra abbonati fisici e quelli tv, per avvicinare nuovi sponsor al nostro sport e avere qualcosa di più stimolante da offrire. Vogliamo migliorato il prodotto, e stiamo ragionando sul concetto di sostenibilità per avere un basket che stia in piedi sulle proprie gambe. C’è tanto lavoro, e mi piace pensare che quella classifica che ci vedeva in quella posizione all’inizio dell’anno possa essere pian piano cambiata».

Il riferimento del presidente Lba è alle valutazioni dei siti specializzati che hanno stabilito la serie A fuori dalla top 5 dei campionati europei. «Mi piacerebbe tornare a vedere l’Italia come un riferimento importante del quadro europeo. Ci siamo già mossi per andare a trovare la lega tedesca piuttosto che dialogare con quella francese, proprio perché ci interessa sapere cosa funziona negli altri paesi, cosa non funziona e cosa possiamo eventualmente tramutare in qualcosa di utile per la nostra realtà. È d’aiuto il fatto che le squadre italiane stiano facendo migliori risultati sul campo in Europa, perché anche questo aumenta il peso specifico di una lega».

I risultati europei, i budget investiti, ma anche l’impiantistica e i diritti tv, oggigiorno sono tutti fattori cardini per valutare una lega. E la serie A in mancanza di offerte convincenti ha deciso di lanciare la sua LbaTv, anche se in maniera forse frettolosa. «Sono d’accordo, i tempi sono stati molto brevi. Ho vissuto la fase negoziale dei diritti tv, insieme al presidente uscente Umberto Gandini, che è stato molto bravo a gestire il passaggio. Rendendoci conto che un certo tipo di disponibilità sul mercato per un modo tradizionale di trasmettere il basket non c’era, è prevalso il desiderio di prendere una direzione mai provata prima come la produzione in proprio del prodotto».

Grazie anche all’accordo con Sky, la serie A resta un tabù in chiaro, il canale più veloce per ampliare il pubblico e renderlo più trasversale? «Vediamo quanto bravi siamo a far crescere questo prodotto. Certamente dobbiamo arrivare a un bacino più vasto perché, se vogliamo che la piattaforma diventi anche un modo per i club di avere un ritorno economico, è chiaro ed evidente che non possiamo raggiungere cinque persone ma cinquanta o cinquecento. Al 7-8 agosto dovevamo ancora decidere, quindi è stato un miracolo partire per la Supercoppa. Al di là dei tempi corti, e di alcune cose che vanno ancora sistemate come le app che devono essere autorizzate, è un bel prodotto, dalla qualità delle partite a quella degli speaker. Siamo all’inizio di un percorso, e l’intenzione è quella di farlo diventare un vero canale di basket, dove possano partecipare altri soggetti interessati a sfruttarlo».

Restando in tema comunicazione, per gli addetti ai lavori spesso è difficile ed estenuante intervistare i protagonisti. Sembra quasi che i club vogliano scimmiottare il calcio? «Posso dirti quello che ho visto fino a questo momento. Esiste un regolamento media interno che stiamo riprendendo in mano per valutarne tutti gli aspetti. E siamo esattamente nel cambio del responsabile media, perché il 31 dicembre ha finito Maurizio Bezzecchi ed è arrivato Stefano Valenti. Questo potrebbe essere il momento per guardare insieme questo regolamento, vedere cosa o come può essere cambiato. Ai club sottolineiamo l’importanza che i media hanno nel successo di una lega».

Prossimo evento la Coppa Italia di Torino, con un’aggiunta interessante al programma come le finali della Next Gen Cup. «L’Inalpi Arena è un impianto incredibile con una dimensione che è difficile trovare in Italia. Le tre edizioni precedenti sono state un successo grazie alla grande disponibilità del territorio e delle istituzioni, quindi, è l’ambiente ideale per poter progettare una competizione su più giornate come la Final Eight. Quest’anno non è stato possibile organizzarle insieme alla Lega femminile perché le esigenze di calendario sono troppo differenti. Ma è diventata un’ottima opportunità per migliorare la vetrina della Next Gen. Avremo sicuramente uno showcase importante, daremo ai giovani un palcoscenico molto particolare. Sono convinto che verranno tanti osservatori considerando che il movimento giovanile italiano, e lo hanno dimostrato i risultati questa estate, ha ragazzi interessanti».

Ma come può la serie A permettere ai giovani di esprimersi? «Forse è uno degli interrogativi più importanti in questo momento. Se chiudo gli occhi e penso alla formula magica, ti dico che avere un campionato sostenibile permette di prendere dei rischi. Chi investe nel basket per raggiungere a tutti i costi un risultato, cerca 9,5 volte su 10 di affidarsi a un nome il più possibile di garanzia, cercando di non prendere rischi su un giocatore relativamente troppo giovane o sconosciuto. Vediamo la Germania, campione del mondo, campione d'Europa, giocatori in Nba, giocatori al college, ma soprattutto una lega sostenibile. Le società sono tutte sane, stanno in piedi con le loro gambe. Questo abbassa il panico da risultato e aumenta le possibilità di poter rischiare su un giovane. Anche per spendere la cifra giusta del proprio budget, non solamente per privilegiare l’aspetto tecnico o il talento. Se si potesse alleggerire la pressione del risultato questo aiuterebbe a rischiare sui giovani».

Che tipo di consiglio può dare ad un ragazzo che vuole giocare in Ncaa? «Si fa fatica a dire di non fare questo tipo di esperienza. Hai la possibilità di curare l’aspetto accademico e sportivo, e adesso di guadagnare, impensabile fino a qualche anno fa. Questi tre fattori, messi insieme, rendono un’opportunità del genere troppo attraente. Ma quanti giocatori restano borderline tra Nba e G-League? Credo che ogni club europeo debba studiare questa enorme massa di giocatori che si sta spostando dall’altra parte dell’oceano per cercare di intercettare quelli che possono essere interessanti nella fase di ritorno. Non tutti ce la fanno, a volte con un potenziale inespresso. Pensiamo alla cinquantina di ragazzi italiani che sono al college quest’anno, immagino che fra 2-3 anni comincino a rientrare in Italia e un club deve essere pronto a valutarli per il proprio roster. Diventa molto importante non fare lo scouting tradizionale».

In questa avventura in Lba ha coinvolto anche Andrea Bargnani. Ex giocatori come lui, come Gigi Datome, quanto possono servire al movimento? «Possono essere estremamente importanti. Bargnani è una persona con una testa molto interessante. Si rimane sorpresi nello scoprire i master che ha fatto, o le aziende con cui lavora, o le startup di sua proprietà. È un giovane businessman di successo, e più che la sua esperienza da giocatore ha messo a disposizione quella da imprenditore. Gli piace studiare numeri, bilanci, migliorare gli aspetti del business. In America sarebbe definito ‘not the ordinary player’. Sta portando un mondo di idee, come quello del CRM che è stata una sua iniziativa e che farà bene ai nostri 16 club. Datome è un’altra testa pensante di qualità, può sicuramente aiutare la federazione a crescere, a svilupparsi».

L’Eurolega scricchiola con l’imminente arrivo della Nba in Europa? «Di giorno in giorno c’è sempre una notizia nuova, per questo sarebbe speculare una risposta adesso. L’Eurolega tutto sommato sta andando avanti, e devo dire che quest’anno i numeri saranno anche migliori di quelli che erano stati proiettati. Non ha, però, una dimensione paragonabile alla Nba, che è affascinante programmi uno sbarco in Europa con un format adattato alla realtà europea e nell’interesse di leghe domestiche come la nostra. A gennaio cominciano i colloqui con i club, finché non si entra nella fase più concreta di quella che loro hanno definito di esplorazione, si fa fatica a capire esattamente come potrà evolvere il tutto. Mi sarebbe piaciuto che questo cambiamento storico avesse potuto portare Nba, Fiba ed Eurolega allo stesso tavolo per trovare una win-win situation per tutti, che avrebbe permesso anche di regolamentare il quadro europeo».

A fine stagione è contento se? «C’è stato un proprietario di una società che mi ha detto: “Se in un anno riesci a cambiare una cosa, hai fatto un buon lavoro”. Per cui spero riusciremo a fare una cosa diversa, o a proporre qualcosa di utile. Non è semplice ma abbiamo la voglia. Come diceva il mio ex allenatore Zeljko Obradovic sul segreto per il successo: “Trabaco, trabaco, trabaco”. Non c’è altra soluzione. Quando la Liga Acb cominciò, ricordo che arrivavano dalla Spagna per studiare cosa si faceva negli uffici della Lba, che sembrava inarrivabile. Negli anni non ci siamo evoluti, ma credo che abbiamo il potenziale per migliorare quella classifica». Per concludere altro riferimento alla valutazione dei siti specializzati.

Il profilo di Maurizio Gherardini

Dirigente classe 1955, Gherardini ha iniziato la carriera nella sua Forlì: da giocatore a scout passando per aspirante giornalista e allenatore. Anni formativi in un piccolo club dovendosi interessare un po' di tutto, dal settore giovanile alla segreteria, che l’hanno portato alla epopea vincente con Treviso. Diventato un general manager di successo, è stato membro della commissione Fiba dal 1998 al 2001, e tra i fondatori dell’Eurolega così come la conosciamo. Nel 2006 è vicepresidente dei Toronto Raptors, e quasi contestualmente la federazione canadese l’ha nominato direttore del settore maschile per sette anni. Transitato velocemente per gli Oklahoma City Thunder, nel 2014 il ritorno in Europa per assumere il ruolo di general manager della sezione maschile del Fenerbahce.


* per la rivista Basket Magazine

venerdì 9 gennaio 2026

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

Peterson taglia un traguardo emblematico: ci racconta il suo viaggio tra tante esperienze, di vita, di sport e professionali. Il ricordo commosso di Marco Bonamico e di Mabel Bocchi, la rivalità e il rispetto reciproco con Bianchini e Tanjevic.

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

L’Italia e l’Olimpia Milano erano nel suo destino: nati nello stesso giorno. A stretto contatto con gli emigrati italiani in Cile, è arrivato quasi per caso nel nostro paese per prendere il posto di coach Rollie Massimino alla Virtus Bologna. Da americano d’Italia afferma «il confine cestistico tra Stati Uniti e il resto del mondo si sta assottigliando».


di Giovanni Bocciero*

 

«A 70 anni sono stato omaggiato da La Gazzetta dello Sport; gli 80 li ho festeggiati alla sala Buzzati del gruppo Rcs; per i 90 i miei manager hanno pensato bene di fare un docufilm che raccontasse la mia vita». Un personaggio, in tutti i sensi. Dan Peterson non potrà mai essere semplicemente un allenatore, oppure un telecronista. Poliedrico e sempre sorridente, ironico, il suo arrivo in Italia è stato una finestra aperta sugli Stati Uniti. E ora, tagliato un traguardo così importante, si racconta, spiegando anche come è nata un'iniziativa brillante e doverosa sulla vita del coach, o meglio dell'uomo, che è entrato nella fantasia di tutti gli appassionati del basket italiano anche con frasi ("Amici sportivi", "Mamma butta la pasta") rimaste iconiche.

«Ogni volta mi hanno organizzato qualcosa in più - ha dichiarato il coach -, stavolta si è pensato di fare un docufilm come ce ne sono stati altri su Sandro Gamba e Dino Meneghin. Questa è stata l’idea. Il docufilm ha diversi scopi, e sarà proiettato in 1200 cinema in tutta Italia. Poi per tre anni sarà visibile su Amazon Prime, e allo stesso tempo è disponibile per tutte le società di basket e in generale per le società sportive, perché vogliamo arrivare ai giovani e raggiungere il più ampio pubblico attraverso un’esposizione enorme».

«Ad ogni mio ex giocatore, da Mario Martini a Renato Villalta, Dino Meneghin, Roberto Premier, Vittorio Gallinari, Franco Boselli, hanno chiesto di fare una mia imitazione con una frase cult come ‘amici sportivi’. Il docufilm non è stato un lavoro di grande serietà, ma soprattutto una cosa allegra, fatto con il sorriso, con lo spirito di divertimento. Io sono soltanto l’oggetto del film, che è rilassante, e sono d’accordo sull’idea con la quale è stato realizzato».

Il documentario racconta la vita di Dan Peterson, iniziando ben prima del suo arrivo in Italia avvenuto nel 1973. «Si parla della mia infanzia in America, anche se è un breve flash perché il film è fatto per il pubblico italiano e abbiamo dato importanza agli anni che ho trascorso sia alla Virtus che all’Olimpia. Parliamo anche del Cile, che è stata una tappa importante per me, ma non di tutto perché è stato raccolto troppo materiale. Il regista mi ha spiegato che generalmente per un docufilm si fanno al massimo dieci interviste, lui ne ha fatte 20, e quindi non c’era spazio per tutto».

Quando ha allenato la nazionale cilena, l’Italia era già nel destino del coach. In Sud America infatti, fece amicizia con Renato Raggio, figlio di emigrati liguri e fondatore della Società sportiva italiana di Valparaiso. «Da Valparaiso faceva parte della mia squadra Jorge Ferrari, dal cognome italianissimo. Avevo Lorenzo Pardo, che però era di razza Inca, scuro di carnagione. Ho avuto Oscar Furnoni, ma in generale c’è stata un’importante emigrazione italiana in Cile, molto più che in Argentina. Quella nazionale aveva comunque una grande mescolanza, tra italiani, spagnoli, tedeschi, slavi, e il numero uno di sempre, Juan Guillermo Thompson, cognome inglese ovviamente».

Poi finalmente l’Italia. «Nel ’73 ho capito che poteva esserci la rivoluzione in Cile. Circa un anno prima avevo fatto una tournée negli Stati Uniti: 40 partite in 40 giorni contro squadre di college. Qualche mese dopo ritorno in America per trovare un accordo con un’università per allenare nella stagione successiva. Incontro Chuck Daly, coach del Dream Team del ’92 e all’epoca dell’università della Pennsylvania. Ci conoscevamo per i nostri trascorsi da vice a Michigan State e Duke. È lui che mi propose di allenare in Europa, senza menzionare l’Italia, perché il suo vice allenatore Rollie Massimino aveva firmato un precontratto con la Virtus con clausola d’uscita in caso di ingaggio come capo allenatore in Ncaa. Lo prese Villanova, con cui ha vinto il titolo nell’85, e quindi non andava più a Bologna».

Dopo un susseguirsi di chiamate, tra cui ad un avvocato di New York al quale il coach aveva inviato il curriculum, spunta l’opportunità alla Virtus Bologna, la cui proprietà «aveva promesso di avere un allenatore americano. Ai tempi c’era un solo giocatore straniero, e quello della Virtus era John Fultz, che aveva come avvocato proprio Richard Keenan, a cui avevo mandato il mio curriculum. Il patron Gianluigi Porelli, disperato per aver perso Massimino, si rivolge proprio all’avvocato newyorkese per trovare un altro coach. Keenan mi propone, e il patron risponde “me lo mandi”».

Con Bologna è subito amore. «La Virtus mi manda il biglietto e arrivo dopo quattro giorni. Parlo con Porelli che era un fenomeno, mi offrono tanti di quei soldi che non avevo mai visto. Vedo il palazzo dello sport, bellissimo. Vedo la squadra fare allenamento con il vice allenatore Ettore Zuccheri, un roster di talento, e firmo il contratto». In cinque anni, tra i suoi giocatori alle V nere, c’è anche Marco Bonamico. «Ci ha fatto vincere lo scudetto del ’76, a Varese, con la sua difesa su Bob Morse. Un lottatore, un ‘marine’, uno dei più grandi rimbalzisti che abbia mai allenato. Era in quintetto base per me già a 17 anni, una gioia fare il suo coach. Dava sempre il cento per cento ed era autoironico: “Se porto la testa, sono un giocatore da nazionale; se no, sono forse da serie C”. La sua scomparsa mi ha addolorato».

Una catena di probabilità, una serie di combinazioni che sembrano proprio un film, hanno portato Dan Peterson in Italia. Ma il suo destino era all’Olimpia Milano. Lui che è nato il 9 gennaio del 1936, lo stesso giorno in cui è stato fondato il club meneghino. «Io nasco, loro fondano. Una coincidenza incredibile, le probabilità sono infinite». Arriva a Milano nell’estate del ’78, ma «Cesare Rubini già l’anno prima mi aveva contattato. Poi è Toni Cappellari a chiamarmi, ma fino al termine dei playoff non parlo con nessuno. Finita la stagione, chiedo a Porelli il permesso di parlare con l’Olimpia, e il presidente che era molto sensibile mi ha detto: “Mi dispiace perderti, ma se ti vuole Milano devi andare”».

Siede sulla panchina dell’Olimpia dal ’78 all’87, vince ben otto trofei nazionali ed internazionali, ma al primo anno perde la finale scudetto proprio contro la Virtus. «Ero contento per loro, ma non per me che avevo perso». In quegli anni si è scontrato più volte con Valerio Bianchini e Boscia Tanjevic, due tecnici leggendari. Chi è stato il più difficile da affrontare? «È impossibile dirlo. Ho giocato di più contro Bianchini, ma entrambi sapevano indirizzare la propria squadra, dargli una missione, caricarla emotivamente. Ricordo che Tanjevic venne a sbancare il palasport di San Siro facendo partire in quintetto il suo decimo uomo delle rotazioni».

«Era il coraggio che li accomunava e li distingueva. Tanjevic ha fatto esordire in serie A Nando Gentile ed Enzo Esposito a 15 anni. Bianchini nell’88, a campionato in corso, cambia i due americani ingaggiando Darren Daye e Darwin Cook, e vince lo scudetto con Pesaro. Parliamo di uomini che non avevano paura di niente. Non contemplavano la possibilità di perdere, non faceva parte della loro mentalità. Non ho mai allenato contro due tecnici più bravi di loro ad intuire le scelte giuste da fare durante la partita. Come dicono negli Stati Uniti, a prendere la temperatura della gara. Erano lì per vincere, avevano il coraggio di rischiare, e sapevano leggere alla grande l’andamento della partita. Contro di loro non potevi guadagnare un millimetro di terreno. E con loro due inserisco anche Arnaldo Taurisano e Sandro Gamba, allenatori che facevano una categoria a parte. Delle leggende».

Una pallacanestro d’altri tempi, giocata in maniera diversa ma anche vissuta con un altro tipo di approccio. Anche dal punto di vista della comunicazione. Si diceva sempre quello che si pensava, senza peli sulla lingua, ma con grande rispetto. «Il maestro era Bianchini, ma anche Tanjevic aveva un grande rapporto con la stampa. Bianchini scriveva per Giganti del basket, ragionava come un giornalista, e lo chiamavo l’assassino del sabato sera perché rilasciava le interviste contro di me o Milano il sabato sera. La domenica usciva il giornale e non avevo il tempo per risponderlo perché il giorno stesso dovevamo giocare. Invece Tanjevic andava a ristorante con i giornalisti, beveva qualcosa con loro e magari fumava un sigaro mentre parlavano fino alle sei del mattino. Si faceva amare».

Restando in tema allenatori, ma più di attualità, a Milano ci sono state le dimissioni di Ettore Messina. Una notizia dal grande clamore che ha lasciato sgomenti davvero tanti appassionati non solo dell’Olimpia. «La notizia mi ha preso di sorpresa, anzi, diciamo pure molto di sorpresa. La società ha gestito molto bene questa decisione di Messina, con Peppe Poeta che è pronto per il ruolo. Sfruttando anche la pausa delle nazionali, hanno fatto questo cambio quasi in dolore. Ovvio che la perdita di un allenatore con quel curriculum è uno shock, però tutto è avvenuto in maniera molto professionale, facendo il meglio possibile. Vediamo cosa succede. Ovviamente sono legato a Milano, ma voglio vedere entrambe le squadre italiane andare bene in Eurolega. Anzi, vorrei vedere più squadre italiane giocare nella massima competizione europea. Così come vorrei rivedere anche Roma con una squadra in serie A, chiunque essa sia, basta che si tratti di una formazione romana. Nel basket italiano ci vuole un polo nord e un polo sud, ci vogliono assolutamente Milano e Roma».

Per quanto si è visto all’ultima Olimpiade, il confine tra Stati Uniti ed Europa si sta assottigliando sempre di più. Crede che ormai si sia arrivato ad una sorta di livellamento, o comunque gli Stati Uniti sono sempre un gradino più su? «Vediamo come andrà l’Olimpiade di Los Angeles nel 2028, perché è comodo dimenticare che gli Stati Uniti hanno vinto l’oro a Parigi dopo essere stati anche sotto di 18 punti contro la Serbia nell’ultimo quarto. Poi hanno vinto, ma la vera differenza è che la Serbia ha 7 milioni di abitanti, mentre gli Stati Uniti ne ha 337. Quindi, se la Serbia con 7 milioni di abitanti può sfidare gli Stati Uniti e ridurre il divario, è un segnale. Adesso in Nba vogliono fare un All Star Game fra giocatori americani e non americani, vediamo cosa succede, ma credo che il resto del mondo stia ormai pareggiando il valore, il talento».

Nella carriera di Dan Peterson l’ironia è stata la chiave per superare anche le difficoltà, i momenti negativi. «Non solo l’ironia ma anche l’equilibrio, perché non mi sono mai esaltato troppo per una vittoria e neppure depresso per una sconfitta. E poi non ho mai dimenticato che non sono un genio, sono i giocatori che vanno in campo, sono loro che giocano. Dovevo allenare loro, dovevo allenare la partita, non pensare agli avversari. C’è molto pragmatismo americano in questo concetto».

Un ultimo pensiero va a Mabel Bocchi, un’icona del basket femminile che ci ha lasciato proprio recentemente. «È stata una giocatrice avanti di 50 anni rispetto al basket femminile. Coordinata come una saltatrice di salto in alto, o una farfalla della ginnastica ritmica. Ovviamente una grande atleta, con elevazione, corsa, rapidità, reattività, riflessi. Aggiungiamo un quoziente di intelligenza cestistica straordinaria e una determinazione da leonessa. Il risultato di tutto ciò? La migliore giocatrice italiana di ogni tempo, con tutto il rispetto per Catarina Pollini e Mara Fullin. Bocchi è stata una campionessa nata, lottatrice feroce. E poi era un’atleta completa, poteva giocare in qualsiasi ruolo, forse anche al livello più basso del basket maschile. Faccio fatica a rendermi conto che non ci sia più».


Il parere sulla dibattuta Nba Europe

La futura e ormai prossima Nba Europe non convince del tutto coach Dan Peterson. «Se vogliono venire in Europa per portare via l’Olimpia Milano ed il Real Madrid dall’Eurolega e dai campionati nazionali, non penso che sarà ben accettato dai tifosi. Avevano proposto la Super League nel calcio, e proprio i tifosi hanno fatto un grande baccano per non averla. E poi, vengono per sviluppare i giovani? C’è l’esempio dell’Nba in Cina, dove sono andati a giocare tanti ex giocatore della lega, tutti americani, che prendono tanti se non tutti i tiri, e la nazionale cinese è in caduta».


* per la rivista Basket Magazine

sabato 15 novembre 2025

80 anni. Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Ha compiuto 80 anni. Pozzo di scienza cestistica e miniera di aneddoti, racconta la sua carriera, di successi in ogni ruolo

Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Introdotto alla pallacanestro da una leva di Arnaldo Taurisano, con Cantù ha vinto quasi tutto. Diventato quasi per caso coach nell'esperienza a Parma, è tra i più vincenti della serie A e della nazionale.

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. che ha spinto a fare il corso da allenatore. Sul suo recente addio all'Italia del Poz: «Lascia a Banchi quello che ho lasciato io nel 2009»

di Giovanni Bocciero*

 

Patrimonio della pallacanestro italiana, rappresenta una stella polare da ammirare. Questo è Carlo Recalcati, che poco più di un mese fa ha compiuto 80 anni, e da quando era adolescente li ha trascorsi da prima con un pallone a spicchi tra le mani, e poi a dare indicazioni dalla panchina. Un mito per l’Italia del basket, prima da giocatore poi da allenatore, portando in campo eleganza innata e competenza acquisita.

Riavvolgendo il nastro della vita di Charlie Recalcati, iniziamo dalla fine e dalla sua ultima fatica, quella letteraria, che insieme all’amico ed ex compagno Cesare Angeletti l’ha visto ricordare Arnaldo Taurisano con un libro. «Tau era un pignolo e ricercatore, per questo non si limitava come fanno tutti a dire che il basket è nato da Naismith, ma è andato in fondo e trovato le idee dalle quali lo stesso Naismith ha preso spunto. Lo raccontiamo nella prima parte del libro, insieme all’evolversi delle regole del gioco. La seconda parte invece, è un vero e proprio trattato di tecnica per spiegare la costruzione della sua difesa, con raddoppi a tutto campo e rotazione dei giocatori. Una difesa molto dispendiosa che aveva la sua efficacia e che ho provato in prima persona quando allenato da lui».

Taurisano come esempio di vita. «Ho imparato tutto da lui. A 12 anni non conoscevo il basket, poi al Centro giovanile Pavoniano di Milano è arrivato per fare una leva con i ragazzi del quartiere, mi ha insegnato i fondamentali e a 15 anni già mi faceva giocare con la prima squadra in Promozione. Ci siamo ritrovati a Cantù, e quando è stato nominato capo allenatore io sono stato per dieci anni capitano. Insomma, mi ha preso adolescente e mi ha accompagnato sino alla maturità, per questo è inevitabile che abbia influito nella mia formazione. Abbiamo avuto un percorso di crescita parallelo. Da lui ho sicuramente appreso l’essere autorevole e non necessariamente autoritario».

Nel 1980, a Parma, si è però realizzato l’episodio spartiacque della vita di Recalcati. «Arrivai l’anno prima in una squadra costruita per essere promossa, con giocatori esperti e io quello di punta, ma mi fratturai il malleolo e per due mesi sono stato fuori. Quando sono rientrato il campionato era compromesso. L’anno successivo la proprietà decise di confermare solo me come veterano, e costruì un roster prendendo ragazzi da vari settori giovanili. Dovevamo salvarci e avrei dovuto solo giocare, ma a dieci giorni dall’inizio della preparazione l’allenatore si dimise e mi chiesero se volessi fare anche da tecnico. Avevo delle perplessità, perché già mi stavo preparando al dopo basket con un’attività assicurativa. Una chiacchierata molto producente con l’assistente, il professor Antonio Ievolella, mi spinse a ricoprire il doppio ruolo».

«L’anno dopo avevo già pronto un contratto a Bergamo come giocatore. La squadra però non fu promossa, e così cambiarono le strategie della società, che mi chiese se volessi allenare piuttosto che giocare. Con tanti miei ex compagni in squadra, vincemmo due campionati consecutivi venendo promossi dalla serie B alla serie A. Ma devo ringraziare Parma - ha ricordato Recalcati - per quell’esperienza che mi ha introdotto a fare l’allenatore». Nel 1984 è ritornato a Cantù nelle vesti di tecnico, dopo i lunghi 17 anni trascorsi da giocatore nei quali ha vinto due scudetti e ben sette trofei internazionali. Era un’altra epoca però, la società costretta a cedere giocatori importanti per rientrare nei costi, come Antonello Riva, rimase comunque competitiva tanto in ambito nazionale quanto continentale.

La successiva esperienza di Reggio Calabria è stata positiva tanto dal punto di vista tecnico quanto da quello umano. «In quei cinque anni la mia famiglia è stata circondata dal calore dei reggini. Per noi milanesi è difficile esternare certe manifestazioni d’affetto, anche se le abbiamo dentro». Archiviata in pochi mesi la sfortunata avventura con l’Arese, Recalcati è ripartito da Bergamo in serie B perché «non mi piacquero una serie di proposte di club della A che non avevano programmi ben precisi». Nel 1997 non può rifiutare la chiamata di Varese, dove al secondo anno vince lo storico scudetto della stella. Nel 1999 invece, quando «ero già a Malaga, dove stavo scegliendo casa prima di firmare il contratto, mi arrivò la proposta della Fortitudo». Con l’Aquila è tricolore al primo tentativo.

Quel successo gli spalanca le porte della nazionale italiana, della quale è ct fino al 2009. Per le prime stagioni in maniera esclusiva, perché «credo che bisogni rendersi conto della situazione interna del movimento. Bisogna imparare a conoscere le dinamiche di gestione della federazione, gli uffici, la politica delle elezioni. È bene che il ct sia informato e capisca ciò che avviene. Quegli anni sono stati di formazione, e tecnicamente bisognava anche pensare al futuro, ad un ricambio generazionale della squadra. Considerato quanto giocavano poco gli italiani, già all’allora, era necessario seguire anche i campionati di LegaDue e serie B per capire cosa potessero offrire. Dopo due anni di ricerca abbiamo trovato Soragna, e successivamente in un raduno di giocatori che militavano solo in cadetteria abbiamo scoperto Poeta».

Nell’estate del 2003 si divide tra nazionale e club, perché va ad allenare Siena. «Sono stati tre anni molto intensi, non ho mai avuto un giorno di pausa. Per esempio, non ho mai visto né il palio di luglio né quello di agosto, perché appena finivo i playoff con Siena partivo con l’Italia. E quando a settembre inoltrato terminavo con la nazionale, ricominciavo con Siena. È chiaro che dovevo avere persone di fiducia da ambo le parti, sia a livello dirigenziale che nello staff tecnico, come Frates in azzurro e Pianigiani al club. Nonostante non mi fossi mai riposato per tre anni, avevo la giusta serenità».

Nonostante le fatiche del doppio incarico, a Siena vince lo scudetto al primo colpo, e con la nazionale prima il bronzo all’Europeo e poi quella storica medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene, tirando fuori il meglio di quella selezione. «Nei due anni precedenti avevamo fatto tanti raduni e disputato tante partite. Ho aggiustato la squadra strada facendo, perché all’Europeo l’escluso di lusso fu Pozzecco, che in quella nazionale centrava poco. Invece per l’Olimpiade avevo maturato l’idea che Basile dovesse giocare solo da guardia, e dunque dovendo rimodulare un po’ tutti i ruoli fu escluso De Pol. Sono state scelte dure, ma essere ct significa anche dover mettere da parte l’affetto. Sono decisioni che ti costano dal punto di vista umano ma che rendono da quello tecnico».

Per il Mondiale in Giappone del 2006, e il successivo Europeo 2007, Recalcati già immagina la nazionale del futuro. «Bisogna avere una visione a lungo termine, e quando cambi non puoi pensare di ottenere risultati nell’immediato. Così, per quelle competizioni, iniziai a rinunciare a qualche giocatore maturo per inserire qualche giovane. Con me hanno esordito Gallinari, Belinelli che giocò una gara stratosferica contro gli Stati Uniti, e poi Bargnani, Datome. Non erano atleti pronti, ma volevamo creare qualcosa di buono per il futuro. Mi subentrò Pianigiani, che guidò quella nazionale piena di talento ma non capace di raccogliere risultati. Capita purtroppo».

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. «Caratterialmente siamo all’opposto, ma ci siamo capiti subito e ci siamo accettati, che è la cosa più preziosa. Da giocatore il mio compito non era gestirlo, perché non lo gestisci uno come lui. Dovevo far capire ai compagni che se avesse espresso tutto il suo talento, l’intera squadra ne avrebbe avuto un vantaggio. Diedi libero sfogo al suo modo di fare basket, che si completava con Meneghin dedito al lavoro, sempre sul pezzo e dalle grandi doti atletiche e difensive, visto che difendeva anche per lui. Quando ha smesso di giocare, aveva iniziato a fare il dirigente ma io volevo che facesse l’allenatore. C’ho messo due anni per fargli fare il corso a Bormio rinunciando a venti giorni di vacanza a Formentera. Il novembre successivo, Capo d’Orlando lo ha chiamato».

E proprio al Poz, Recalcati ha lasciato la sua eredità. «Desideravo a fine carriera fare un passaggio del testimone tra me e uno dei miei assistenti. Quando si è paventata la possibilità di Pozzecco ct dell’Italia, si è ricordato di una chiacchierata che avevamo fatto e mi ha voluto come senior assistant. Potevo fare l’assistente solo di un capo allenatore che si fidasse ciecamente di me, che mi rispettasse come persona sapendo che non gli avrei mai potuto fare le scarpe. Altrimenti sarei diventato scomodo per un allenatore che non mi conoscesse profondamente. Col Poz non si è mai realizzato nei club, ma addirittura in nazionale».

Ma qual è l’eredità che il Poz lascia dopo la nazionale? «Ha iniziato a ringiovanire la squadra, e quindi ha lasciato quello che ho lasciato io nel 2009. Oggi tutti ammirano Diouf, sul quale ha iniziato a lavorare tre anni fa. Ma pochi sanno che lo ha proposto lui a Mrsic al Breogan, perché andasse a giocare per un coach che conosceva e che sapeva lo avesse fatto lavorare in un certo modo. Trento ha imposto Niang come grande talento, ma la visione del Poz è stata quella del coraggio di buttarlo nella mischia, e ne ha subito raccolto i frutti. Come Procida e Spagnolo, che ha voluto sin dall’inizio della sua esperienza azzurra, dando un’iniezione di freschezza tecnica ed atletica».

Adesso, però, tocca a Banchi continuare il lavoro. «Ha fatto molto bene sia da coach nei club che come ct della Lettonia. Ha esperienza ed ha il taglio giusto per ricoprire questo incarico. Torno però al mio concetto precedente, ovvero che sarebbe bene che per un paio d’anni facesse solo il tecnico della nazionale per capire l’organizzazione della federazione, andare a fondo nel movimento e comprendere cosa possono offrire i settori giovanili».

Giunti alla fine di questa storia, dobbiamo lasciarvi con un ultimo appuntamento. Perché quello che avete potuto immaginare leggendo queste righe, lo potrete presto vedere tramite la realizzazione di un docufilm. Infatti, Recalcati è stato anche attore protagonista «nell’interpretare me stesso, tra vecchi video e filmati che testimoniano le tappe di Cantù, Parma, Bergamo, Reggio Calabria, Varese, Bologna, Siena e Venezia. Sarà la storia della mia vita, e spero proprio che sia un bel film».

 

Il profilo

Recalcati è nato l’11 settembre 1945 a Milano, dove ha iniziato a giocare a basket. Da giocatore ha scritto la storia di Cantù, con cui ha giocato per 17 anni vincendo 2 scudetti, 3 Coppe Korac, 1 Coppa Intercontinentale e 3 Coppe delle Coppe. Ha inoltre collezionato 166 presenze con l’Italia (18esimo di sempre) dal 1967 al 1976, mettendo a segno 1245 punti che lo rendono il 20esimo nella classifica all-time, e vincendo due medaglie di bronzo agli Europei del 1971 e del 1975. Ha disputato le Olimpiadi del 1968 e del 1976, ed il Mondiale del 1970. Appese le scarpette al chiodo è diventato allenatore, con una carriera ultra quarantennale che l’ha portato a sedere su dieci panchine di differenti club, oltre a quella della nazionale. Recalcati è il coach più vincente della serie A, con 546 partite vinte in carriera, ed è diventato il secondo tecnico a vincere tre scudetti con tre squadre diverse dopo Bianchini: con Varese quello della stella (1998/99), e con Fortitudo Bologna (1999/00) e Siena (2003-04) al primo tentativo. I ricordi più belli però, sono legati alla sua esperienza sulla panchina dell’Italia, guidata per 242 volte (secondo di sempre dietro Gamba) dal 2001 al 2009, vincendo il bronzo europeo nel 2003 e soprattutto lo storico argento olimpico di Atene 2004.


mercoledì 15 ottobre 2025

Il canestro più importante di Stefano, Filippo e Mattia: con massaggio cardiaco e defibrillatore salvano la vita a un uomo

Il canestro più importante di Stefano, Filippo e Mattia: con massaggio cardiaco e defibrillatore salvano la vita a un uomo

I tre giocatori del Calendasco mentre andavano all'allenamento sono intervenuti per aiutare una persona colta da malore al volante

di Giovanni Bocciero*


E' stata una serata da eroi per Filippo e Mattia Alessandrini e Stefano Carone. Forse non come la sognavano da bambini, ovvero su un parquet segnando il canestro decisivo per vincere un titolo. Di sicuro, però, hanno dimostrato di avere sangue freddo e grande prontezza. Lunedì sera i tre ragazzi, con le rispettive auto, stavano percorrendo la strada di Cotrebbia di Calendasco, diretti all’allenamento della loro squadra, quando su un'altra macchina un uomo ha avuto un infarto mentre era alla guida.

È stata la moglie dell’uomo ad avere l’ottimo riflesso di afferrare il volante e ad evitare che l’auto finisse completamente fuori strada, rimettendola così in carreggiata. Fermato il veicolo, la donna ha inserito le quattro frecce. La prima auto che seguiva era quella di Stefano Carone, costretto a fermarsi a sua volta. «Ho notato la guida piuttosto strana, ma non ci ho dato peso pensando che magari l’autista fosse distratto dal guardare il telefono. Una volta che l’auto si è fermata, è scesa la signora che è venuta a bussarmi al finestrino dicendomi che il marito si era sentito male».

Stefano allora interviene e prova a capire cosa stesse succedendo. «Apro la portiera e vedo il signore con la testa all’indietro. Non respirava, sento subito il polso e mi accorgo che non aveva battito. Ho avvertito la signora di chiamare i soccorsi, e nel frattempo ho slacciato la cintura di sicurezza ed ho provato a tirare fuori l’uomo, ma era a peso morto e continuava a scivolarmi. Dopo diversi tentativi sono venuti ad aiutarmi prima l’autista dell’autobus che si è fermato sulla carreggiata opposta, e poi i miei compagni di squadra».

Da sinistra, Stefano Carone e Filippo
e Mattia Alessandrini

Carone, 21 anni, di Rivergaro, ex giovanili della Bakery, lavora a studia all’università San Raffaele seguendo il corso in Scienze dell’alimentazione e della gastronomia. Si stava recando all’allenamento della Libertas Calendasco, formazione militante nel campionato di Divisione regionale 2, con la sua auto. I fratelli Alessandrini, Filippo di 23 e Mattia di 21 anni invece, stavano viaggiando insieme da Piacenza e si trovavano qualche vettura più indietro. Una volta venutosi a creare l’incolonnamento, hanno avuto la prontezza d’intervenire.

«Quando siamo riusciti a tirarlo giù, Mattia ha iniziato la manovra cardiaca. Nel frattempo - ha continuato Stefano - sono ritornato indietro per cercare un defibrillatore che si trovava poco distante. L’ho preso e sono tornato di corsa». Il primo dei compagni ad intervenire è stato appunto Mattia. «Quando ho capito la situazione ho subito iniziato a fare i primi cicli di massaggio. Quando è arrivato anche mio fratello Filippo mi ha dato il cambio. La moglie intanto aveva chiamato il 118, e mi teneva il telefono mentre facevo la manovra cardiaca».

«Eravamo circa quattro auto più indietro - ha raccontato invece Filippo -, abbiamo visto fermarsi il pullman e delle persone che scendevano dalle macchine, ma non ci siamo accorti subito di cosa fosse successo. Pensavo si trattasse soltanto di un lieve incidente dato che la strada non è larghissima». «Quando è ritornato Stefano col defibrillatore - ha ricordato Mattia -, era Filippo che gli stava facendo il massaggio. Ha proseguito a mettergli le placche nella posizione giusta, e a dargli la prima scarica». Il papà dei fratelli Alessandrini gestisce impianti sportivi, e ha sempre insistito perché i figli facessero il corso di primo soccorso.

«Arrivati i soccorsi ci siamo spostati ed abbiamo fatto fare a loro - ha detto Filippo -. Io e mio fratello siamo stati sempre sensibilizzati dai nostri genitori sull’importanza di essere in grado di effettuare le manovre di primo soccorso, ed entrambi abbiamo fatto sia il corso da bagnino sia quello per l’uso del defibrillatore. Per fortuna in questa evenienza ci è tornato utile».

«Dopo tutto quello che è successo eravamo un po’ scombussolati», ha concluso Mattia. Eppure una volta che l’ambulanza ha caricato la persona colpita da malore ed è partita, i tre ragazzi si sono comunque ricomposti e non sono voluti mancare all’allenamento. Dopotutto il basket è una grande passione che va coltivata. Carone dopo aver lasciato la Bakery ha giocato per due stagioni nelle Marche, a Matelica e Tolentino, e quest’anno «ho deciso che non volevo più andare in giro a fare il semi professionista, così sono rimasto a casa».

Un po’ diverso il percorso dei fratelli Alessandrini, entrambi cresciuti alla Bakery e studenti all’università Cattolica di Piacenza. Filippo frequenta il corso di Global business management, mentre Mattia quello di Scienze e tecnologia alimentare. «Abbiamo già giocato insieme qualche anno fa proprio alla Bakery, quando eravamo tutti under - ha ricordato Mattia -, nella seconda squadra che disputava il campionato di Promozione. Quest’anno ci siamo ritrovati a Calendasco perché volevo che venissero a giocare con me, e ci sono riuscito».


* per SportPiacenza.it

sabato 6 settembre 2025

Eurobasket - Pagellone Italia: dal 6 del ‘Gallo’ al 9 di Niang

Lo avevamo scritto già in sede di presentazione dell'Eurobasket 2025, che l'Italia partiva per provare ad inserirsi tra Grecia e Spagna in un girone C al quanto ostico con Bosnia & Erzegovina e Georgia a dare fastidio, e con la sola esclusione della Cenerentola Cipro che di fatto si è dimostrata squadra cuscinetto. E a conto fatti, la nazionale è riuscita nella sua missione lasciando strada soltanto agli ellenici nel match d'esordio.

Gli azzurri del ct Pozzecco si sono dimostrati solidi, uniti, facendo della difesa la propria arma principale più che dell'attacco (79.2 punti di media, 15esima nazionale), visto che le percentuali non hanno esattamente brillato: 41.6% dal campo (19esima), 32.2% da 3 (13esima), con Francia (31.2%) e Lituania (26%) che tra le big hanno fatto addirittura peggio. Eppure, la costruzione e la scelta dei tiri è stata più che discreta, segno di un gioco proattivo. Quindi, dopo questa prima fase l'Italia si merita un bel 8 in pagella.

Nell'immagine l'Italbasket, foto Fiba

Gallinari 6: Il veterano al suo ultimo ballo in azzurro, sta ricevendo meno spazio di quanto si sarebbe immaginato chiunque. La mano è sempre quella, morbida, ma il fisico evidentemente dimostra gli anni che ha. Forse anche per questo il suo impiego potrebbe rivelarsi più decisivo nel prossimo match contro la Slovenia, sperando che non sia l'ultimo.

Melli 7: Il capitano sta lasciando la sua impronta a sprazzi, molto più in difesa che in attacco. In tutta la sua carriera non ha mai particolarmente brillato per degli exploit balistici, eppure nel primo quarto contro la Grecia ha sorretto da solo la fase offensiva italiana. Messo anche in naftalina, il suo apporto sarà imprescindibile.

Fontecchio 7,5: Il bomber ha mostrato tutto il suo repertorio nella partita contro la Bosnia, riscrivendo il record azzurro da 39 punti ad un Eurobasket. Soltanto per questo si è meritato almeno mezzo voto in più in pagella. Le sue percentuali, come quelle di tutta la squadra però, continuano ad essere ondivaghe. Ma per fortuna sa dare il suo apporto anche nelle piccole cose.

Thompson 7: Il naturalizzato d'emergenza, aggregato in corsa in un gruppo totalmente nuovo per lui, non aveva convivo granché all'inizio. Poi c'è da dire che pian piano è riuscito a calarsi nel ruolo. Si sapeva di non avere tra le mani un realizzatore di razza, e seppur in difesa lascia un po' a desiderare è stato capace di riscattarsi con delle autentiche invenzioni in attacco.

Ricci 7,5: Il gregario silenzioso che ognuno vorrebbe sempre avere nella propria squadra. Non a caso sia per il suo apporto concreto, tanto in difesa quanto in attacco, che per l'utilità tattica, a lui non si rinuncia mai.

Spagnolo 6: Il suo Europeo non ha fin qui rispecchiato a pieno tutte le ottime sensazioni nella fase di preparazione. Il quintetto è più che meritato, ma non sta riuscendo ad essere così efficace quanto ci si aspettava.

Procida 6: Il panchinaro d'eccezione, ma avercene dei dodicesimi come lui. E questo definisce la profondità del roster italiano. Non a caso, buttato nella mischia per l'esordio assoluto nella competizione contro la Spagna, ha cacciato dal cilindro una tripla di un peso specifico incalcolabile.

Niang 9: Il nuovo che avanza a grandi falcate. L'azzurro emergente che sta disputando un torneo da stella assoluta. Su di lui si sono spesi decine e decine di aggettivi, ma la voglia e l'energia che porta quando subentra sono imparagonabili. Impatto devastante il suo, da solo è riuscito ad invertire l'inerzia delle partite.

Spissu 6,5: Il play ha saputo reinventarsi, accettando il ruolo di riserva e provando a spaccare le gare come sa fare meglio: a suon di tiri pesanti. Ecco, esattamente come l'andazzo di squadra, anche il suo tiro è entrato soltanto a folate.

Diouf 8: Il centro che mancava da tempo all'Italia? Certamente è la cosa che maggiormente ci si avvicina oggi. Lo ha dimostrato battagliando con i lunghi avversari, sbagliando ma mai subendo. Pulito, concentrato, determinato, la squadra ha fiducia in lui e quando è stato necessario lo ha cercato e cavalcato in post senza esitare.

Akele 6: Il suo è stato un apporto minimo, anche perché nella posizione in cui gioca c'è un discreto traffico e il minutaggio è quello. Eppure quando ha messo piede in campo non si può dire che lo abbia fatto tanto per. Qualche rimbalzo, un paio di canestri, se ci sarà bisogno, lui c'è.

Pajola 7: Il regista a cui è stata affidata la nazionale. Compito che sta svolgendo al meglio e con dedizione. I suoi errori sono spesso dettati dalla troppa foga, ma è la stessa che gli permette di incidere come nessun altro in difesa.

All. Pozzecco 7,5: Il ct è sempre sotto la lente d'ingrandimento per ogni suo comportamento. Ma se l'Italia ha questo gruppo il merito è in gran parte, se non tutto, suo. Non ha esitato a lanciare Niang, e sta gestendo piuttosto bene le rotazioni mettendo l'aspetto tattico ed il merito al primo posto.

 

Giovanni Bocciero