Visualizzazione post con etichetta Bargnani Andrea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bargnani Andrea. Mostra tutti i post

domenica 8 febbraio 2026

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

Presidente da pochi mesi della Lega di serie A, il dirigente di Forlì cresciuto nella Nba fa il punto sullo stato del basket italiano

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

«Dobbiamo crescere per ritornare tra i campionati più importanti d’Europa e migliorare per diventare una lega sostenibile. Solo così si possono prendere più rischi per lanciare i giovani, senza la pressione del risultato a tutti i costi. LbaTv è nata in mancanza di offerte adeguate, il prodotto è buono, dobbiamo aumentare il bacino. Bargnani un giovane businessman che sta portando idee nuove. Avrei preferito un tavolo tra Nba, Fiba ed Eurolega»


di Giovanni Bocciero*


Un nuovo capitolo ed una sfida affascinante quella della Lega basket di serie A per Maurizio Gherardini, dirigente di successo ritornato a lavorare in Italia a distanza di quasi vent’anni. Nominato presidente, con questo incarico «è cambiata la prospettiva, qualunque ragionamento va fatto in funzione di 16 associati che hanno determinate esigenze. Ho avuto la fortuna e il privilegio di gestire grandi club, di lavorare nell'Nba, ma ho anche vissuto la vita dentro le istituzioni. So cosa vuol dire pensare nell'interesse di tutte le realtà di un movimento. Sono prospettive differenti, ma mi rendo perfettamente conto del compito».

Dopo l’insediamento, per Gherardini ci sono oneri e onori, soprattutto traguardi ed obiettivi da raggiungere. «In una parola, molto semplice: crescere. Quando venni le prime volte negli uffici della lega, la serie A era un riferimento in Europa. Adesso, per gli addetti ai lavori, nelle valutazioni siamo tra il sesto e il settimo posto a livello europeo. Credo non sia un posto che fotografi adeguatamente il potenziale e la qualità di questa lega. Per cui dobbiamo crescere. Ne abbiamo le possibilità e mi fa piacere percepire il desiderio dei club di voler migliorare».

Maurizio Gherardini
Foto Claudio Degaspari
Ciamillo-Castoria
Di stretta attualità è la situazione di un club, ovvero Trapani, in aperta guerra non solo con la Lba guidata da Gherardini ma anche con la federazione. Argomento parecchio delicato e che le istituzioni cestistiche, come fatto anche tramite comunicati stampa, stanno seguendo con grande attenzione ma sul quale ci si trincera dietro un “no comment” per non impelagarsi in giudizi e affermazioni che magari possano fomentare gli attriti.

«La lega è una società di servizi che deve aiutare e supportare nel miglior modo possibile i propri associati e possibilmente portare anche nuove risorse che possano contribuire a migliorare la sostenibilità di queste realtà. Non è semplice, soprattutto in questi tempi, però lavoriamo giornalmente in tante direzioni, dalla decisione rivoluzionaria di creare una piattaforma OTT di nostra proprietà come LbaTv, ai numeri digitali in grandissimo aumento che però dobbiamo essere bravi a monetizzare adeguatamente».

«Per tutti i club abbiamo messo a disposizione un CRM che studia la realtà delle aziende in modo che una società possa avere dei riferimenti adeguati nella ricerca di risorse sul proprio territorio. E stiamo studiando altri database per sfruttare al massimo la raccolta dati tra abbonati fisici e quelli tv, per avvicinare nuovi sponsor al nostro sport e avere qualcosa di più stimolante da offrire. Vogliamo migliorato il prodotto, e stiamo ragionando sul concetto di sostenibilità per avere un basket che stia in piedi sulle proprie gambe. C’è tanto lavoro, e mi piace pensare che quella classifica che ci vedeva in quella posizione all’inizio dell’anno possa essere pian piano cambiata».

Il riferimento del presidente Lba è alle valutazioni dei siti specializzati che hanno stabilito la serie A fuori dalla top 5 dei campionati europei. «Mi piacerebbe tornare a vedere l’Italia come un riferimento importante del quadro europeo. Ci siamo già mossi per andare a trovare la lega tedesca piuttosto che dialogare con quella francese, proprio perché ci interessa sapere cosa funziona negli altri paesi, cosa non funziona e cosa possiamo eventualmente tramutare in qualcosa di utile per la nostra realtà. È d’aiuto il fatto che le squadre italiane stiano facendo migliori risultati sul campo in Europa, perché anche questo aumenta il peso specifico di una lega».

I risultati europei, i budget investiti, ma anche l’impiantistica e i diritti tv, oggigiorno sono tutti fattori cardini per valutare una lega. E la serie A in mancanza di offerte convincenti ha deciso di lanciare la sua LbaTv, anche se in maniera forse frettolosa. «Sono d’accordo, i tempi sono stati molto brevi. Ho vissuto la fase negoziale dei diritti tv, insieme al presidente uscente Umberto Gandini, che è stato molto bravo a gestire il passaggio. Rendendoci conto che un certo tipo di disponibilità sul mercato per un modo tradizionale di trasmettere il basket non c’era, è prevalso il desiderio di prendere una direzione mai provata prima come la produzione in proprio del prodotto».

Grazie anche all’accordo con Sky, la serie A resta un tabù in chiaro, il canale più veloce per ampliare il pubblico e renderlo più trasversale? «Vediamo quanto bravi siamo a far crescere questo prodotto. Certamente dobbiamo arrivare a un bacino più vasto perché, se vogliamo che la piattaforma diventi anche un modo per i club di avere un ritorno economico, è chiaro ed evidente che non possiamo raggiungere cinque persone ma cinquanta o cinquecento. Al 7-8 agosto dovevamo ancora decidere, quindi è stato un miracolo partire per la Supercoppa. Al di là dei tempi corti, e di alcune cose che vanno ancora sistemate come le app che devono essere autorizzate, è un bel prodotto, dalla qualità delle partite a quella degli speaker. Siamo all’inizio di un percorso, e l’intenzione è quella di farlo diventare un vero canale di basket, dove possano partecipare altri soggetti interessati a sfruttarlo».

Restando in tema comunicazione, per gli addetti ai lavori spesso è difficile ed estenuante intervistare i protagonisti. Sembra quasi che i club vogliano scimmiottare il calcio? «Posso dirti quello che ho visto fino a questo momento. Esiste un regolamento media interno che stiamo riprendendo in mano per valutarne tutti gli aspetti. E siamo esattamente nel cambio del responsabile media, perché il 31 dicembre ha finito Maurizio Bezzecchi ed è arrivato Stefano Valenti. Questo potrebbe essere il momento per guardare insieme questo regolamento, vedere cosa o come può essere cambiato. Ai club sottolineiamo l’importanza che i media hanno nel successo di una lega».

Prossimo evento la Coppa Italia di Torino, con un’aggiunta interessante al programma come le finali della Next Gen Cup. «L’Inalpi Arena è un impianto incredibile con una dimensione che è difficile trovare in Italia. Le tre edizioni precedenti sono state un successo grazie alla grande disponibilità del territorio e delle istituzioni, quindi, è l’ambiente ideale per poter progettare una competizione su più giornate come la Final Eight. Quest’anno non è stato possibile organizzarle insieme alla Lega femminile perché le esigenze di calendario sono troppo differenti. Ma è diventata un’ottima opportunità per migliorare la vetrina della Next Gen. Avremo sicuramente uno showcase importante, daremo ai giovani un palcoscenico molto particolare. Sono convinto che verranno tanti osservatori considerando che il movimento giovanile italiano, e lo hanno dimostrato i risultati questa estate, ha ragazzi interessanti».

Ma come può la serie A permettere ai giovani di esprimersi? «Forse è uno degli interrogativi più importanti in questo momento. Se chiudo gli occhi e penso alla formula magica, ti dico che avere un campionato sostenibile permette di prendere dei rischi. Chi investe nel basket per raggiungere a tutti i costi un risultato, cerca 9,5 volte su 10 di affidarsi a un nome il più possibile di garanzia, cercando di non prendere rischi su un giocatore relativamente troppo giovane o sconosciuto. Vediamo la Germania, campione del mondo, campione d'Europa, giocatori in Nba, giocatori al college, ma soprattutto una lega sostenibile. Le società sono tutte sane, stanno in piedi con le loro gambe. Questo abbassa il panico da risultato e aumenta le possibilità di poter rischiare su un giovane. Anche per spendere la cifra giusta del proprio budget, non solamente per privilegiare l’aspetto tecnico o il talento. Se si potesse alleggerire la pressione del risultato questo aiuterebbe a rischiare sui giovani».

Che tipo di consiglio può dare ad un ragazzo che vuole giocare in Ncaa? «Si fa fatica a dire di non fare questo tipo di esperienza. Hai la possibilità di curare l’aspetto accademico e sportivo, e adesso di guadagnare, impensabile fino a qualche anno fa. Questi tre fattori, messi insieme, rendono un’opportunità del genere troppo attraente. Ma quanti giocatori restano borderline tra Nba e G-League? Credo che ogni club europeo debba studiare questa enorme massa di giocatori che si sta spostando dall’altra parte dell’oceano per cercare di intercettare quelli che possono essere interessanti nella fase di ritorno. Non tutti ce la fanno, a volte con un potenziale inespresso. Pensiamo alla cinquantina di ragazzi italiani che sono al college quest’anno, immagino che fra 2-3 anni comincino a rientrare in Italia e un club deve essere pronto a valutarli per il proprio roster. Diventa molto importante non fare lo scouting tradizionale».

In questa avventura in Lba ha coinvolto anche Andrea Bargnani. Ex giocatori come lui, come Gigi Datome, quanto possono servire al movimento? «Possono essere estremamente importanti. Bargnani è una persona con una testa molto interessante. Si rimane sorpresi nello scoprire i master che ha fatto, o le aziende con cui lavora, o le startup di sua proprietà. È un giovane businessman di successo, e più che la sua esperienza da giocatore ha messo a disposizione quella da imprenditore. Gli piace studiare numeri, bilanci, migliorare gli aspetti del business. In America sarebbe definito ‘not the ordinary player’. Sta portando un mondo di idee, come quello del CRM che è stata una sua iniziativa e che farà bene ai nostri 16 club. Datome è un’altra testa pensante di qualità, può sicuramente aiutare la federazione a crescere, a svilupparsi».

L’Eurolega scricchiola con l’imminente arrivo della Nba in Europa? «Di giorno in giorno c’è sempre una notizia nuova, per questo sarebbe speculare una risposta adesso. L’Eurolega tutto sommato sta andando avanti, e devo dire che quest’anno i numeri saranno anche migliori di quelli che erano stati proiettati. Non ha, però, una dimensione paragonabile alla Nba, che è affascinante programmi uno sbarco in Europa con un format adattato alla realtà europea e nell’interesse di leghe domestiche come la nostra. A gennaio cominciano i colloqui con i club, finché non si entra nella fase più concreta di quella che loro hanno definito di esplorazione, si fa fatica a capire esattamente come potrà evolvere il tutto. Mi sarebbe piaciuto che questo cambiamento storico avesse potuto portare Nba, Fiba ed Eurolega allo stesso tavolo per trovare una win-win situation per tutti, che avrebbe permesso anche di regolamentare il quadro europeo».

A fine stagione è contento se? «C’è stato un proprietario di una società che mi ha detto: “Se in un anno riesci a cambiare una cosa, hai fatto un buon lavoro”. Per cui spero riusciremo a fare una cosa diversa, o a proporre qualcosa di utile. Non è semplice ma abbiamo la voglia. Come diceva il mio ex allenatore Zeljko Obradovic sul segreto per il successo: “Trabaco, trabaco, trabaco”. Non c’è altra soluzione. Quando la Liga Acb cominciò, ricordo che arrivavano dalla Spagna per studiare cosa si faceva negli uffici della Lba, che sembrava inarrivabile. Negli anni non ci siamo evoluti, ma credo che abbiamo il potenziale per migliorare quella classifica». Per concludere altro riferimento alla valutazione dei siti specializzati.

Il profilo di Maurizio Gherardini

Dirigente classe 1955, Gherardini ha iniziato la carriera nella sua Forlì: da giocatore a scout passando per aspirante giornalista e allenatore. Anni formativi in un piccolo club dovendosi interessare un po' di tutto, dal settore giovanile alla segreteria, che l’hanno portato alla epopea vincente con Treviso. Diventato un general manager di successo, è stato membro della commissione Fiba dal 1998 al 2001, e tra i fondatori dell’Eurolega così come la conosciamo. Nel 2006 è vicepresidente dei Toronto Raptors, e quasi contestualmente la federazione canadese l’ha nominato direttore del settore maschile per sette anni. Transitato velocemente per gli Oklahoma City Thunder, nel 2014 il ritorno in Europa per assumere il ruolo di general manager della sezione maschile del Fenerbahce.


* per la rivista Basket Magazine

sabato 15 novembre 2025

80 anni. Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Ha compiuto 80 anni. Pozzo di scienza cestistica e miniera di aneddoti, racconta la sua carriera, di successi in ogni ruolo

Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Introdotto alla pallacanestro da una leva di Arnaldo Taurisano, con Cantù ha vinto quasi tutto. Diventato quasi per caso coach nell'esperienza a Parma, è tra i più vincenti della serie A e della nazionale.

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. che ha spinto a fare il corso da allenatore. Sul suo recente addio all'Italia del Poz: «Lascia a Banchi quello che ho lasciato io nel 2009»

di Giovanni Bocciero*

 

Patrimonio della pallacanestro italiana, rappresenta una stella polare da ammirare. Questo è Carlo Recalcati, che poco più di un mese fa ha compiuto 80 anni, e da quando era adolescente li ha trascorsi da prima con un pallone a spicchi tra le mani, e poi a dare indicazioni dalla panchina. Un mito per l’Italia del basket, prima da giocatore poi da allenatore, portando in campo eleganza innata e competenza acquisita.

Riavvolgendo il nastro della vita di Charlie Recalcati, iniziamo dalla fine e dalla sua ultima fatica, quella letteraria, che insieme all’amico ed ex compagno Cesare Angeletti l’ha visto ricordare Arnaldo Taurisano con un libro. «Tau era un pignolo e ricercatore, per questo non si limitava come fanno tutti a dire che il basket è nato da Naismith, ma è andato in fondo e trovato le idee dalle quali lo stesso Naismith ha preso spunto. Lo raccontiamo nella prima parte del libro, insieme all’evolversi delle regole del gioco. La seconda parte invece, è un vero e proprio trattato di tecnica per spiegare la costruzione della sua difesa, con raddoppi a tutto campo e rotazione dei giocatori. Una difesa molto dispendiosa che aveva la sua efficacia e che ho provato in prima persona quando allenato da lui».

Taurisano come esempio di vita. «Ho imparato tutto da lui. A 12 anni non conoscevo il basket, poi al Centro giovanile Pavoniano di Milano è arrivato per fare una leva con i ragazzi del quartiere, mi ha insegnato i fondamentali e a 15 anni già mi faceva giocare con la prima squadra in Promozione. Ci siamo ritrovati a Cantù, e quando è stato nominato capo allenatore io sono stato per dieci anni capitano. Insomma, mi ha preso adolescente e mi ha accompagnato sino alla maturità, per questo è inevitabile che abbia influito nella mia formazione. Abbiamo avuto un percorso di crescita parallelo. Da lui ho sicuramente appreso l’essere autorevole e non necessariamente autoritario».

Nel 1980, a Parma, si è però realizzato l’episodio spartiacque della vita di Recalcati. «Arrivai l’anno prima in una squadra costruita per essere promossa, con giocatori esperti e io quello di punta, ma mi fratturai il malleolo e per due mesi sono stato fuori. Quando sono rientrato il campionato era compromesso. L’anno successivo la proprietà decise di confermare solo me come veterano, e costruì un roster prendendo ragazzi da vari settori giovanili. Dovevamo salvarci e avrei dovuto solo giocare, ma a dieci giorni dall’inizio della preparazione l’allenatore si dimise e mi chiesero se volessi fare anche da tecnico. Avevo delle perplessità, perché già mi stavo preparando al dopo basket con un’attività assicurativa. Una chiacchierata molto producente con l’assistente, il professor Antonio Ievolella, mi spinse a ricoprire il doppio ruolo».

«L’anno dopo avevo già pronto un contratto a Bergamo come giocatore. La squadra però non fu promossa, e così cambiarono le strategie della società, che mi chiese se volessi allenare piuttosto che giocare. Con tanti miei ex compagni in squadra, vincemmo due campionati consecutivi venendo promossi dalla serie B alla serie A. Ma devo ringraziare Parma - ha ricordato Recalcati - per quell’esperienza che mi ha introdotto a fare l’allenatore». Nel 1984 è ritornato a Cantù nelle vesti di tecnico, dopo i lunghi 17 anni trascorsi da giocatore nei quali ha vinto due scudetti e ben sette trofei internazionali. Era un’altra epoca però, la società costretta a cedere giocatori importanti per rientrare nei costi, come Antonello Riva, rimase comunque competitiva tanto in ambito nazionale quanto continentale.

La successiva esperienza di Reggio Calabria è stata positiva tanto dal punto di vista tecnico quanto da quello umano. «In quei cinque anni la mia famiglia è stata circondata dal calore dei reggini. Per noi milanesi è difficile esternare certe manifestazioni d’affetto, anche se le abbiamo dentro». Archiviata in pochi mesi la sfortunata avventura con l’Arese, Recalcati è ripartito da Bergamo in serie B perché «non mi piacquero una serie di proposte di club della A che non avevano programmi ben precisi». Nel 1997 non può rifiutare la chiamata di Varese, dove al secondo anno vince lo storico scudetto della stella. Nel 1999 invece, quando «ero già a Malaga, dove stavo scegliendo casa prima di firmare il contratto, mi arrivò la proposta della Fortitudo». Con l’Aquila è tricolore al primo tentativo.

Quel successo gli spalanca le porte della nazionale italiana, della quale è ct fino al 2009. Per le prime stagioni in maniera esclusiva, perché «credo che bisogni rendersi conto della situazione interna del movimento. Bisogna imparare a conoscere le dinamiche di gestione della federazione, gli uffici, la politica delle elezioni. È bene che il ct sia informato e capisca ciò che avviene. Quegli anni sono stati di formazione, e tecnicamente bisognava anche pensare al futuro, ad un ricambio generazionale della squadra. Considerato quanto giocavano poco gli italiani, già all’allora, era necessario seguire anche i campionati di LegaDue e serie B per capire cosa potessero offrire. Dopo due anni di ricerca abbiamo trovato Soragna, e successivamente in un raduno di giocatori che militavano solo in cadetteria abbiamo scoperto Poeta».

Nell’estate del 2003 si divide tra nazionale e club, perché va ad allenare Siena. «Sono stati tre anni molto intensi, non ho mai avuto un giorno di pausa. Per esempio, non ho mai visto né il palio di luglio né quello di agosto, perché appena finivo i playoff con Siena partivo con l’Italia. E quando a settembre inoltrato terminavo con la nazionale, ricominciavo con Siena. È chiaro che dovevo avere persone di fiducia da ambo le parti, sia a livello dirigenziale che nello staff tecnico, come Frates in azzurro e Pianigiani al club. Nonostante non mi fossi mai riposato per tre anni, avevo la giusta serenità».

Nonostante le fatiche del doppio incarico, a Siena vince lo scudetto al primo colpo, e con la nazionale prima il bronzo all’Europeo e poi quella storica medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene, tirando fuori il meglio di quella selezione. «Nei due anni precedenti avevamo fatto tanti raduni e disputato tante partite. Ho aggiustato la squadra strada facendo, perché all’Europeo l’escluso di lusso fu Pozzecco, che in quella nazionale centrava poco. Invece per l’Olimpiade avevo maturato l’idea che Basile dovesse giocare solo da guardia, e dunque dovendo rimodulare un po’ tutti i ruoli fu escluso De Pol. Sono state scelte dure, ma essere ct significa anche dover mettere da parte l’affetto. Sono decisioni che ti costano dal punto di vista umano ma che rendono da quello tecnico».

Per il Mondiale in Giappone del 2006, e il successivo Europeo 2007, Recalcati già immagina la nazionale del futuro. «Bisogna avere una visione a lungo termine, e quando cambi non puoi pensare di ottenere risultati nell’immediato. Così, per quelle competizioni, iniziai a rinunciare a qualche giocatore maturo per inserire qualche giovane. Con me hanno esordito Gallinari, Belinelli che giocò una gara stratosferica contro gli Stati Uniti, e poi Bargnani, Datome. Non erano atleti pronti, ma volevamo creare qualcosa di buono per il futuro. Mi subentrò Pianigiani, che guidò quella nazionale piena di talento ma non capace di raccogliere risultati. Capita purtroppo».

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. «Caratterialmente siamo all’opposto, ma ci siamo capiti subito e ci siamo accettati, che è la cosa più preziosa. Da giocatore il mio compito non era gestirlo, perché non lo gestisci uno come lui. Dovevo far capire ai compagni che se avesse espresso tutto il suo talento, l’intera squadra ne avrebbe avuto un vantaggio. Diedi libero sfogo al suo modo di fare basket, che si completava con Meneghin dedito al lavoro, sempre sul pezzo e dalle grandi doti atletiche e difensive, visto che difendeva anche per lui. Quando ha smesso di giocare, aveva iniziato a fare il dirigente ma io volevo che facesse l’allenatore. C’ho messo due anni per fargli fare il corso a Bormio rinunciando a venti giorni di vacanza a Formentera. Il novembre successivo, Capo d’Orlando lo ha chiamato».

E proprio al Poz, Recalcati ha lasciato la sua eredità. «Desideravo a fine carriera fare un passaggio del testimone tra me e uno dei miei assistenti. Quando si è paventata la possibilità di Pozzecco ct dell’Italia, si è ricordato di una chiacchierata che avevamo fatto e mi ha voluto come senior assistant. Potevo fare l’assistente solo di un capo allenatore che si fidasse ciecamente di me, che mi rispettasse come persona sapendo che non gli avrei mai potuto fare le scarpe. Altrimenti sarei diventato scomodo per un allenatore che non mi conoscesse profondamente. Col Poz non si è mai realizzato nei club, ma addirittura in nazionale».

Ma qual è l’eredità che il Poz lascia dopo la nazionale? «Ha iniziato a ringiovanire la squadra, e quindi ha lasciato quello che ho lasciato io nel 2009. Oggi tutti ammirano Diouf, sul quale ha iniziato a lavorare tre anni fa. Ma pochi sanno che lo ha proposto lui a Mrsic al Breogan, perché andasse a giocare per un coach che conosceva e che sapeva lo avesse fatto lavorare in un certo modo. Trento ha imposto Niang come grande talento, ma la visione del Poz è stata quella del coraggio di buttarlo nella mischia, e ne ha subito raccolto i frutti. Come Procida e Spagnolo, che ha voluto sin dall’inizio della sua esperienza azzurra, dando un’iniezione di freschezza tecnica ed atletica».

Adesso, però, tocca a Banchi continuare il lavoro. «Ha fatto molto bene sia da coach nei club che come ct della Lettonia. Ha esperienza ed ha il taglio giusto per ricoprire questo incarico. Torno però al mio concetto precedente, ovvero che sarebbe bene che per un paio d’anni facesse solo il tecnico della nazionale per capire l’organizzazione della federazione, andare a fondo nel movimento e comprendere cosa possono offrire i settori giovanili».

Giunti alla fine di questa storia, dobbiamo lasciarvi con un ultimo appuntamento. Perché quello che avete potuto immaginare leggendo queste righe, lo potrete presto vedere tramite la realizzazione di un docufilm. Infatti, Recalcati è stato anche attore protagonista «nell’interpretare me stesso, tra vecchi video e filmati che testimoniano le tappe di Cantù, Parma, Bergamo, Reggio Calabria, Varese, Bologna, Siena e Venezia. Sarà la storia della mia vita, e spero proprio che sia un bel film».

 

Il profilo

Recalcati è nato l’11 settembre 1945 a Milano, dove ha iniziato a giocare a basket. Da giocatore ha scritto la storia di Cantù, con cui ha giocato per 17 anni vincendo 2 scudetti, 3 Coppe Korac, 1 Coppa Intercontinentale e 3 Coppe delle Coppe. Ha inoltre collezionato 166 presenze con l’Italia (18esimo di sempre) dal 1967 al 1976, mettendo a segno 1245 punti che lo rendono il 20esimo nella classifica all-time, e vincendo due medaglie di bronzo agli Europei del 1971 e del 1975. Ha disputato le Olimpiadi del 1968 e del 1976, ed il Mondiale del 1970. Appese le scarpette al chiodo è diventato allenatore, con una carriera ultra quarantennale che l’ha portato a sedere su dieci panchine di differenti club, oltre a quella della nazionale. Recalcati è il coach più vincente della serie A, con 546 partite vinte in carriera, ed è diventato il secondo tecnico a vincere tre scudetti con tre squadre diverse dopo Bianchini: con Varese quello della stella (1998/99), e con Fortitudo Bologna (1999/00) e Siena (2003-04) al primo tentativo. I ricordi più belli però, sono legati alla sua esperienza sulla panchina dell’Italia, guidata per 242 volte (secondo di sempre dietro Gamba) dal 2001 al 2009, vincendo il bronzo europeo nel 2003 e soprattutto lo storico argento olimpico di Atene 2004.


venerdì 25 aprile 2025

Nazionale in sofferenza: alla ricerca del centro perduto

 

Da vent'anni, e dal tramonto degli ultimi grandi pivot di ruolo, l'Italia è a digiuno di medaglie: solo con un punto di riferimento importante sotto canestro la nazionale è riuscita a conquistare i risultati migliori

Alla ricerca del centro perduto

Nino Calebotta il primo gigante della nostra pallacanestro, Dino Meneghin la leggenda, la coppia Marconato e Chiacig gli ultimi esemplari. Servono coraggio e creatività per non soffrire la mancanza di lunghi


di Giovanni Bocciero e Matteo Cappelli*


 

“Cerco centro di gravità permanente”, cantava il maestro Franco Battiato. Il centro, o pivot, termine un po’ desueto oramai, per lunghi tratti della storia della pallacanestro ha inciso e deciso il gioco. Anche per quel che riguarda la nazionale italiana, che ha centrato i risultati più importanti potendo schierare un lungo di alto livello. Da Dino Meneghin perno dell’Italbasket prima medaglia d’argento alle Olimpiadi di Mosca 1980 e poi d’oro agli Europei del 1983, alla coppia Denis Marconato e Roberto Chiacig fondamentali per la medaglia più preziosa agli Europei del 1999 e poi per quella d’argento alle Olimpiadi di Atene 2004.

Certo, oggi il gioco è evoluto, si è trasformato, e magari le competenze dei centri sono da dividersi con il resto della squadra. Basti pensare ai rimbalzi, un fondamentale che prima magari era prerogativa dei giocatori lunghi, mentre adesso è spesso una questione di squadra. Già soltanto pensare al grande abuso del tiro da tre - sul quale abbiamo fatto un’inchiesta proprio nel numero precedente di BM -, produce un numero elevato di rimbalzi lunghi che sono fuori portata dei centri e sui quali devono avventarsi gli esterni. Ma proviamo ad andare alle origini del ruolo, e a capirne l’importanza nel contesto odierno, soffermandoci ovviamente in ottica azzurra.

Valerio Bianchini, tre scudetti ed una Coppa Italia con Cantù, Roma, Pesaro e Fortitudo Bologna, oltre a quattro trofei internazionali, è stato ct dell’Italia per il biennio 1985-1987. Diamo la definizione di centro?

«Nell’immaginario, il centro è un uomo grande e grosso, rimbalzista e stoppatore. Nel vecchio stile del basket era molto importante, oggi è però sparito come ruolo. Era prezioso perché il gioco si basava molto sull’asse composto dal play e dal pivot, ed entrambi erano dei creatori pur con competenze e posizioni differenti. Un lungo, infatti, giocando sotto e spalle a canestro spesso facilitava il gioco dietro la difesa, suggerendo ad esempio i tagli. Un elemento che ha portato alla sua estinzione come ruolo è stato il pick and roll. Questo porta il centro a dover salire ben oltre la linea dei tre punti per poi tagliare forte sfruttando il mismatch oppure per prendere il rimbalzo».

«Tutto ciò, in maniera epidemica - ha sottolineato il vate -, ha strappato il centro dall’occupare la posizione in post basso. Non lavorando più su questo fondamentale aspetto del gioco, quando un lungo riceve palla in quella posizione non ha la tecnica per usare i perni ma cerca un ingresso in area di forza. Ed è diventata una grande perdita per la qualità del gioco. Mettiamoci poi la psicosi del tiro da tre, ormai utilizzatissimo anche dai centri, che per caratteristiche anche morfologiche vi si addice di più rispetto al dover battagliare sotto canestro».

Denis Marconato con Dino Meneghin

Quando nella pallacanestro si parla della mancanza di centri, spesso si indica la pallavolo come colpevole di rubarci i ragazzi più alti. È verità?

«La pallavolo ha una maggiore presenza nelle scuole, e così vengono segnalati i ragazzi che hanno più qualità fisiche adatte alla disciplina. Nella pallacanestro il reclutamento avviene attraverso il minibasket, un movimento meritorio che è basato però sul pagamento delle quote da parte delle famiglie, e che quindi diventa una limitazione spaventosa. Il basket non mette in campo nessuna azione di penetrazione nelle scuole. E va anche detto che alzare una rete e giocare a pallavolo è più semplice, senza possibilità di contatti e conseguenti infortuni».

«Potrebbe essere un cavallo di Troia per l’intero movimento il basket 3v3 – ha osservato lo storico coach -, perché spesso i ragazzi si autoregolano senza avere necessità dei professori. La maggior parte dei quali non sa neppure da dove iniziare con la pallacanestro perché si tratta di un gioco complesso. C’è bisogno del controllo del corpo, di quello della palla e in generale del gioco collettivo, per nulla naturale rispetto al calcio o al volley. Mettere un canestro in un angolo della palestra, o nel campetto all’aperto potrebbe essere la soluzione per far nascere la passione da coltivare e far sviluppare successivamente in un club».

Però qualche giocatore c’è. Ad esempio, Caruso è stato medaglia d’argento al Mondiale Under 17 in Egitto nel 2017, mentre Totè è stato nominato Mvp del Fiba European Under 18 in occasione dell’Europeo 2015. Eppure, da giovani promesse né l’uno né l’altro sono riusciti a trovare spazio o ad esplodere definitivamente?

«Il sistema professionistico non è fatto per sviluppare il talento dei giovani. È fatto per utilizzare al massimo le possibilità che ha un giocatore di trovare spazio in squadra. In Italia succede che un club come Milano o Bologna prenda i migliori giovani per occupare i posti da giocatori formati senza però farli giocare. Questo è un male endemico anche in A2, dove gli allenatori sono sempre più precari e marginali, ma anche timorosi per cui non lanciano più i giovani».

«Tutto questo è anche causa del fatto che al termine del percorso giovanile - ha analizzato il tecnico due volte campione d’Europa con Cantù e Roma -, i ragazzi anche promettenti vengono gettati nel calderone dei campionati dilettantistici, che in realtà sono semiprofessionistici ma vengono così mascherati. S’interrompe la loro maturazione, proprio perché non c'è un campionato deputato. Ci vorrebbe una visione, ma al momento il mondo del basket non ce l’ha».

Ma c’è bisogno del centro per vincere, anche e soprattutto in ottica nazionale, visto che i migliori risultati azzurri sono arrivati con giocatori come Meneghin, Marconato e Chiacig in squadra?

«Per quanto riguarda la nazionale, c’è da dire che oltre ad una mancanza fisica, e quindi in assenza di giocatori di stazza, i pivot non hanno neppure la tecnica, cosa sempre più rara. Però non ci si può arrendere a questa mancanza, perché si può giocare anche con dei giocatori non altissimi, quasi esterni, che sanno creare spazio per le penetrazioni ed essere pericolosi al tiro. Con l’evoluzione del gioco ci possono essere alternative al pivot puro, ma bisogna avere le capacità per permettere alla squadra di giocare in maniera differente rispetto alla pallacanestro tradizionale».

«Un sistema da poter adottare è quello di affrontare gli avversari con più movimento, sia della palla che senza, sfruttando questi lunghi più dinamici in modo da creare spazi per le penetrazioni degli esterni. Ma non è facile - ha osservato Bianchini - perché la nazionale ha sempre poco tempo per sviluppare un gioco collettivo. E purtroppo ritengo che ancora per molti anni non avremo un pivot decente, per cui lo cercheremo in America. Ammesso che venga a giocare per noi».

Nino Calebotta è stato il primo gigante della pallacanestro azzurra. Alto 2.04 metri, di origini balcaniche ma cresciuto a Milano, è a Bologna sponda Virtus che si è fatto apprezzare per le sue qualità negli anni 50’ e 60’ partecipando anche alle Olimpiadi di Roma. È poi seguito Ottorino Flaborea, pivot bonsai di 1.97 metri, che con Varese ha vissuto gli anni migliori e vinto tutto, e più di una volta, tra cui scudetto, Coppa Italia, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale e Coppa delle Coppe. Alberto Merlati, 2.04 metri, ha invece vestito le maglie di Cantù, Gorizia, Venezia e Torino oltre a quella azzurra della nazionale.

Roberto Chiacig

Dino Meneghin, 2.05 metri di statuaria concretezza, il pivot per antonomasia quando si parla di centri italiani e della nazionale. Leggenda di Varese e Milano, con le quali ha messo insieme 12 scudetti, 6 Coppe Italia e 7 Coppe dei Campioni che ancora oggi rappresentano il record personale per un singolo giocatore. E poi, ovviamente, i grandi successi in azzurro. Come non ricordare i 2.12 metri di Luciano Vendemini, purtroppo stroncato in campo a causa di una malformazione cardiaca che aveva vestito le maglie di Cantù, Rieti e Torino.

«La maggior parte dei centri erano comunque americani anche prima - ha ricordato il vate Bianchini -. Quando ho allenato Roma, ad esempio, avevo Kim Hughes insieme a Fulvio Polesello. Tutti cercavano il lungo straniero, proprio perché la mancanza di ragazzi alti è sempre stato un problema endemico del basket italiano». Ario Costa, con i suoi 2.11 metri, ha segnato l’epopea di Pesaro con due scudetti e due Coppe Italia, ed ha rappresentato il primo centro moderno.

Denis Marconato (2.11) e Roberto Chiacig (2.10), entrambi vivaio Treviso prima di girovagare in lungo e in largo per lo stivale, sono stati gli ultimi centri con fisico e stazza, capaci di prendere posizione spalle a canestro. Contribuendo fattivamente alle ultime medaglie di prestigio dell’Italbasket. Andrea Bargnani (2.13), prima scelta assoluto del draft Nba 2006, ha rappresentato la vera rivoluzione del ruolo con le sue capacità balistiche che lo hanno portato a giocare oltre l’arco. Senza però incidere a livello di vittorie con la nazionale.

«La pallacanestro non va più di moda in Italia», questo il commento di Bogdan Tanjevic, ex coach della nazionale azzurra sulla crisi dei lunghi nel basket italiano. «Non è un caso che nella pallavolo ci sia stata un'esplosione di talenti sopra i 195 cm. Hanno sicuramente fatto qualcosa meglio di noi e soprattutto è più facile emergere». Uno sviluppo quello dei lunghi italiani che di anno in anno tarda ad arrivare, con esempi come Caruso rilegati in panchina o Totè che il ct Pozzecco non sembra vedere.

«Caruso per me ha fatto una scelta sbagliata, ma lo capisco, sicuramente Milano ha offerto delle cifre che le piccole-medie squadre non possono pareggiare. Il sistema è sbagliato, perché dovrebbe proteggere le squadre che non possono competere economicamente con le super potenze. I club sono costretti a vendere prima che effettivamente i prodotti dei vivai, o i giovani in generale, possano aver dato loro frutti. Su Totè invece, Pozzecco non ha un compito facile, ci sono passato. Difficile sfaldare un gruppo per inserire un nuovo giocatore. È più giusto forse puntare sulla continuità».

Un esempio, quello dell'Italbasket del passato che fa sì che da noi abbiano imparato Francia, Germania e Spagna, per poi addirittura superarci in tutto. Di pensiero leggermente diverso è Sandro Gamba, anche lui ex giocatore ed ex coach della nazionale azzurra, che sostiene che al problema che si presenta bisogna trovare una soluzione, e non necessariamente sulle convocazioni: «Anche quando giocavo io eravamo senza il centro super fisico di oltre due metri. Negli anni 50’, infatti, abbiamo giocato spesso pressing a tutto campo ed abbiamo alzato il ritmo sfruttando i lati positivi dei nostri fisici».

«Dipende dai tecnici, è una variabile, ogni allenatore deve fare il meglio possibile con la squadra che ha ed adattare le tattiche a seconda del roster a disposizione. Bisogna anche cambiare un po' con i giovani, magari metterli in campo e farli arrangiare, poi togliergli e spiegare l'errore». Una nazionale, dunque, che continua la disperata ricerca di un lungo che possa dare un futuro al ruolo in maglia azzurra, vista anche l'età che inizia ad avere ad esempio Nicolò Melli, fino ad ora inamovibile lungo dell’Italbasket.

 

Da Calebotta a Melli, gli anni ruggenti dell’Italia con centri veri

Nino Calebotta, 2.04, 1952 - 1968; 65 presenze e 410 punti;

Ottorino Flaborea, 1.95, 1957 - 1978; 129 presenza e 747 punti;

Alberto Merlati, 2.04, 1965 - 1975; 30 presenze e 123 punti;

Dino Meneghin, 2.04, 1965 - 1994; 271 presenze e 2947 punti;

Luciano Vendemini, 2.11, 1971 - 1977; 44 presenze e 157 punti;

Luigi Serafini, 2.10, 1971 - 1979; 112 presenze e 524 punti;

Vittorio Ferracini, 2.04, 1973 - 1982; 128 presenza e 504 punti;

Renzo Vecchiato, 2.07, 1977 - 1985; 201 presenze e 1439 punti;

Ario Costa, 2.11, 1977 - 1997; 193 presenze e 1048 punti;

Pietro Generali, 2.07, 1978 - 1983; 71 presenze e 458 punti;

Augusto Binelli, 2.15, 1984 - 1989; 95 presenze e 590 punti;

Flavio Carera, 2.06, 1985 - 1997; 129 presenze e 602 punti;

Stefano Rusconi, 2.08, 1987 - 1995; 94 presenze e 767 punti; 

Denis Marconato, 2.11, 1990 - 2006; 195 presenze e 1140 punti;

Alessandro Frosini, 2.09, 1992 - 1998; 98 presenze e 584 punti;

Roberto Chiacig, 2.10, 1994 - 2022; 188 presenze e 1475 punti;

Andrea Bargnani, 2.13, 2002 - 2017; 73 presenze e 1129 punti;

Nicolò Melli, 2.05, 2007 - presente; 124 presenze e 834 punti.



* per la rivista Basket Magazine

lunedì 10 ottobre 2016

Eurolega: Power Ranking 2016/17

Siamo all'alba della nuova Eurolega, composta da soli sedici team che si affronteranno in una competizione che assomiglia tanto ad un campionato sovranazionale. Inutile dire che per l'aspetto organizzativo e soprattutto economico le lingue ufficiali del torneo sono rispettivamente lo spagnolo ed il turco, avendo questi due paesi ben sette squadre ai nastri di partenza. Due iscritte se le dividono Grecia e Russia mentre una a testa per Italia, Germania, Israele, Lituania e Serbia. Di seguito il Power Ranking alla vigilia della stagione 2016/17, che si concluderà con la Final Four di Istanbul.



di Giovanni Bocciero

1- FENERBAHCE ISTANBUL
Dodici mesi dopo il Fenerbahce è ancora il favorito numero uno per aggiudicarsi l'Eurolega, ma non sarà affatto facile perché ovviamente gli avversari non staranno a guardare senza colpo ferire. L'amara finale di Berlino ha rilanciato le ambizioni di vittoria della truppa di coach Zeljko Obradovic che ha puntellato un roster che già era qualitativamente e quantitativamente profondo. Il volto nuovo è James Nunnally arrivato ad Istanbul da Mvp del campionato italiano con la casacca di Avellino, e che con il nostro Gigi Datome condividerà minuti e forse responsabilità. I veri acquisti sono però le conferme dei pivot Jan Vesely e Ekpe Udoh tentati in estate entrambi da un ritorno in NBA. Dixon, Bojan Bogdanovic, Antic, Sloukas, Kalinic e Mahmutoglu sono gli altri grandi protagonisti.

FONTE: WW.SPORTANDO.COM
2- CSKA MOSCA
Subito dietro al Fener ci sono i campioni in carica del CSKA Mosca, che proprio come i principali rivali hanno mantenuto l'ossatura della squadra mettendo soltanto qualche elemento che alzasse ulteriormente il livello. E allora partiamo proprio dagli innesti per coach Dimitri Itoudi, che ha migliorato il proprio potenziale attingendo dal campionato russo con l'esterno Semen Antonov dal Nizhny Novgorod ed il lungo James Augustine dal Khimki Mosca. La coppia in regia formata da Milos Teodosic e Nando De Colo è ovviamente una garanzia, così come il pivot bonsai ex Veroli Kyle Hines e la guardia ex NBA Cory Higgins. Il nucleo conta comunque sulla pattuglia sovietica composta dai vari Khryapa, Fridzon e Vorontsevich ed il role player Freeland.

3- REAL MADRID
Un gradino dietro, o forse soltanto mezzo, alle due principali favorite vi è il Real Madrid. I madrileni hanno dovuto modificare leggermente il proprio assetto, ma siam convinti che gli equilibri non saranno per nulla cambiati. Salutato Sergio Rodriguez che non ha voluto rinunciare all'opportunità di ritornare in NBA, il Real lo ha sostituito con il cavallo di ritorno Dontaye Draper grande fautore della splendida ultima stagione europea del Lokomotiv Kuban, dal quale è stato prelevato anche Anthony Randolph. Quest'ultimo va a rafforzare il reparto lungo in cui è stato inserito anche l'ex Siena Othello Hunter. Llull, Fernandez, Ayon, Maciulis, Carroll, Taylor, Nocioni, Reyes, Thompkins e la stellina Doncic fanno del Real Madrid una pretendente.

4- OLYMPIACOS PIREO
Al Pireo è passata la linea della continuità, e così sono stati confermati tutti i principali attori di queste annate: dal leader Vassilis Spanoulis all'estroso Georgios Printezis, dal preciso Vangelis Mantzaris al solido Kostas Papanikolau, menzionando poi Lojeski, Papapetrou, Agravanis e Athinaiou, giocatori più che utili alla causa. È stato confermato anche il nostro Daniel Hackett, che nel suo primo anno in maglia Olympiacos si è ritagliato uno spazio da protagonista. Si è cercato di alzare il livello della squadra pur con la partenza di Othello Hunter, innanzitutto con il recupero in quel ruolo di Patric Young lo scorso anno a lungo degente, al quale è stato affiancato un altro lungo atletico e dinamico come Khem Birch. Per aumentare il potenziale sugli esterni, invece, è stato ingaggiato l'ex Siena Erick Green pronto a portare tanti punti dalla panchina.

5- PANATHINAIKOS ATENE
Ritiratosi il faro Dimitris Diamantidis il Panathinaikos è pronto a ripartire con un roster che è composto da un mix di conferme e nuovi arrivi. I biancoverdi hanno fatto spesa in Spagna, dalla quale è arrivato l'asse play-pivot che ha fatto le fortune del Vitoria giunto sino alla Final Four di Berlino l'anno scorso, ovvero Mike James e Ioannis Bourousis. Dal Real è invece stato ingaggiato l'esterno K.C. Rivers. Tutti e tre sono transitati per l'Italia. Altro acquisto di spessore è Chris Singleton, anche lui visto a Berlino in occasione della Final Four con la sorpresa Kuban. Il roster del neo coach Argyris Pedoulakis potrà contare anche sulle conferme dei vari Calathes, Gist, Fotsis e Feldeine, altri conoscenti del nostro campionato.

6- BARCELLONA
Per i blaugrana questa stagione coincide con una sorta di rivoluzione a partire dalla panchina, dove il testimone è passato da Javier Pascual a Giorgios Bartzokas, coach del sorprendente Lokomotiv Kuban nella passata stagione. Con il suo arrivo a Barcellona si vuole cercare di avviare un nuovo ciclo di successi che non può comunque prescindere da Juan Carlos Navarro. In realtà il roster è stato aggiustato soprattutto in cabina di regia, con gli ingaggi dal Khimki Mosca di Tyres Rice e dell'ex Virtus Bologna Petteri Koponen, e con l'arrivo proprio dal Lokomotiv dell'ala spagnola Victor Claver. La squadra è completata dai vari confermati Tomic, Perperoglou, Doellman, Dorsey, Lawal, Ribas, Oleson ed il prospetto Vezenkov.

FONTE: WWW.FOXSPORTS.IT
7- OLIMPIA MILANO
È inutile forse ripetere sempre la stessa cosa. Quest'anno Milano si è attrezzata per fare non bene, ma benissimo in Eurolega. Da qui a dire che ci riuscirà ci passa ovviamente il mare, ma si ha tutto per riuscirci. I punti forti dell'Olimpia di coach Jasmin Repesa saranno gli innesti di giocatori di qualità come Hickman, Raduljica, Dragic e Pascolo; e la conferma del nucleo con il quale si sono gettate le basi per competere anche in Europa, da Gentile a Sanders a Cerella passando per Simon, Macvan, Kalnietis, McLean ed il neo capitano Cinciarini. La proprietà Armani ha ulteriormente investito nel parco giocatori, forse il divario con le big è ancora ampio, ma i playoff sono un obiettivo alla portata.

8- EFES ISTANBUL
La seconda squadra di Istanbul per importanza ha continuato ad investire molto per allestire un roster che le permetta di competere a testa alta in questa Eurolega. Eppure i cambiamenti in casa Efes non devono passare inosservati, tra tutti quello del cambio in panchina dove al posto di Dusan Ivkovic è stato richiamato Velimir Perasovic che ha portato Vitoria all'ultima Final Four. Perso il fenomeno Dario Saric diretto in NBA, ma confermate le stelline Furkan Korkmaz e Cedi Osman con altrettante aspirazioni Oltreoceano, sono stati ingaggiati gli americani Bryce Cotton, Tyler Honeycutt, DeShaun Thomas e lo sloveno ex Gran Canaria Alen Omic. Confermati il francese Heurtel, Granger, Balbay, Brown e l'ex Varese Dunston.

9- BROSE BAMBERG
Il Bamberg del nostro Andrea Trinchieri si appresta a vivere un'altra stagione di alto livello, con l'obiettivo piuttosto dichiarato di provare a dare fastidio alle solite grandi d'Europa. Certo che l'addio di Brad Wanamaker sicuramente non farà sorridere in Germania, anche se la squadra non si è per nulla indebolita. Al collaudato gruppo vincente che potrà contare ancora una volta sul nostro Niccolò Melli, l'ex Siena Nikos Zisis, Miller, Harris, Strelnieks e Theis, sono state aggiunte delle pedine interessanti. Nel settore play-guardia da Vitoria è arrivato il francese Fabien Causeur, mentre direttamente dall'America il tedesco ormai trapiantato Maodo Lo. Nel reparto lunghi è invece giunto a portare manforte con la propria fisicità il bielorusso l'anno scorso a Reggio Emilia Vladimir Veremeenko.

10- DARUSSAFAKA
Il club turco è uno delle grandi e nuove novità dell'Eurolega, in cui dopo la prima esperienza della stagione passata sta dimostrando con gli investimenti di volersi affermare come un'autentica big. Per il momento sembra essere un po' indietro anche se non mancano affatto le possibilità ed il potenziale. Non a caso in panchina hanno deciso di puntare su di un coach tra i più vincenti d'Europa, tale David Blatt che è tornato nel Vecchio Continente dopo la parentesi di un anno e mezzo ai Cleveland Cavaliers terminata con l'esonero. Per quanto riguarda il roster, si è deciso di puntare soprattutto sul trio di esterni Wanamaker, il tiratore Dairis Bertans e l'ex NBA James Anderson. Al competitivo reparto lunghi che contava già Slaughter, Erden, Aldemir ed Harangody è stato aggiunto il francese Moerman prelevato dal Banvit.

11- BASKONIA VITORIA
Il Vitoria che ha raggiunto lo scorso anno la Final Four di Berlino è ormai un dolce ricordo, perché da allora sono tanti i cambiamenti che hanno coinvolto il team basco che conta soli quattro confermati: Adam Hanga, Kim Tillie, Jaka Blazic e Tornike Shengelia. Il nuovo head coach è l'emergente spagnolo Sito Alonso, che tanto bene ha fatto prima a Badalona e poi a Bilbao. Dovendo salutare tanti protagonisti partiti per altri lidi, il Vitoria ha cercato di rilanciare la propria ambizione con tanti ex NBA come Shane Larkin, il nostro Andrea Bargnani e Rodrigue Beaubois. A rimpinguare la panchina sono invece arrivati il playmaker brasiliano Rafa Luz e l'ala-pivot tedesca Johannes Voigtmann.

FONTE: WWW.EUROLEAGUE.NET
12- GALATASARAY ISTANBUL
La sorpresa della post season potrebbe essere il Galatasaray che in estate non ha badato a spese. La formazione del tecnico Ergin Ataman vuole proseguire sulla scia della vittoria in Eurocup della passata stagione, ed ha stravolto il roster puntando su talento ed esperienza. Si è addirittura permesso il lusso di sostituire in maniera più che egregia gli infortuni di Nenad Krstic (stagione già finita) e Vladimir Micov, unico confermato insieme a Guler e Schilb. La società giallorossa ha rovistato per mezza Europa ed anche dall'altra parte dell'oceano per allestire il telaio. Il mercato ha fatto registrare gli ingaggi degli ex NBA Russ Smith e Tibor Pleiss, dai concittadini dell'Efes sono arrivati Jon Diebler ed Alex Tyus, dal Bayern Monaco Deon Thompson, dalla Cina l'ex Milano Justin Dentmon, anche se gli innesti principali si sono avuti nel reparto delle ali, con il veterano Emir Preldzic dal Darussafaka e l'emergente Austin Daye da Pesaro.

13- MACCABI TEL AVIV
Una delle grandi d'Europa vuole rialzarsi dopo tanti bocconi amari costretti a mandar giù in questi ultimi due anni - appena nel 2014 vinse l'Eurolega -. Purtroppo per il Maccabi, però, il tempo della rivalsa non sembra ancora essere arrivato. Il roster è stato rivoltato come un calzino, con i soli Mekel, Ohayon, Landesberg e Pnini confermati. Il reparto esterni è stato costruito sugli ex NBA Andrew Goudelock e Sonny Weems con la rivelazione ex Gran Canaria D.J. Seeley a fungere da riserva. Il pacchetto lunghi è stato completamente rifondato sulla coppia ex Stella Rossa Quincy Miller (subito infortunato e rimpiazzato momentaneamente da Victor Rudd) e Maik Zirbes, e con il ritorno dell'ex Sassari Joe Alexander e Colton Iverson pronti a subentrare dalla panchina.

14- ZALGIRIS KAUNAS
Squadra solida e sempre tosta da affrontare, soprattutto in trasferta, lo Zalgiris Kaunas potrà dare fastidio a chiunque nella singola gara, ma non sembra avere le carte in regola per aspirare ai playoff. Il fulcro del gioco lituano sarà dettato dal settore play-guardie, con il canadese Kevin Pangos ex Gran Canaria ed il francese Leo Westermann ex Limoges - e cercato insistentemente l'anno passato proprio dall'Olimpia - che sono andati a ricostruire la cabina di regia, mentre al nazionale Renaldas Seibutis spetteranno le maggiori incombenze realizzative. Rinforzato il pacchetto lunghi con il centro brasiliano Lima e soprattutto l'usato garantito del nazionale ex Caserta Antanas Kavaliauskas.

15- UNICS KAZAN
L’Unics Kazan del nostro assistant coach Lele Molin si riaffaccia sull'Europa che conta, e lo farà con il collaudato roster che tante soddisfazioni gli ha regalato nell'ultimo periodo. Certamente, però, dovrà essere valutato il primo impatto fondamentale con la nuova competizione, e soprattutto le rotazioni dato che la panchina non sembra lunghissima. Detto ciò, la qualità del roster non si discute, con l’ex Olimpia Keith Langford pronto a bombardare i canestri avversari ed il regista spagnolo Quino Colom che vuole continuare a deliziare. Nell'area pitturata sono pronti a dare battaglia i centri Latavious Williams ed Anton Ponkrashov e l'ala grande greca Kostas Kaimakoglou, con l'unico innesto di spessore rappresentato dall'ala americana Coty Clarke di ritorno in Europa.

16- STELLA ROSSA BELGRADO
La Stella Rossa è uscita ridimensionata dal mercato estivo, avendo perso la coppia di lunghi composta dal centro Maik Zirbes e dall’ala grande Quincy Miller che hanno preso la direzione di Tel Aviv. Si è in parte cercato di sopperire a queste due partenze con l'ingaggio del pivot serbo ex Golden State Warriors e Panathinaikos Ognjen Kuzmic, ma non pare sufficiente. Proprio per questo ripetere il cammino dell'anno scorso, con il raggiungimento dei playoff, sembra pura utopia. Per il momento addirittura si trova sul fondo. Sugli esterni, invece, si potrà sempre contare sia sul cervello Stefan Jovic che sul poliedrico Luka Mitrovic, ai quali va aggiunto l’ex Olimpia Milano Charles Jenkins che è di ritorno in quel di Belgrado.

martedì 6 settembre 2016

L'Italia è un trampolino? Dieci anni di "scelte"

Dal Draft alla Serie A: storie di successi e fallimenti
L'Italia è un trampolino? Dieci anni di "scelte"
Marcus Thornton vuole sfruttare l'anno con Pesaro per convincere i Boston Celtics a restituirgli la NBA ma non sarà facile; ce l'ha fatta Christon mentre sono state ignorate stelle come Lynn Greer e Rakim Sanders


di Giovanni Bocciero*

L’arrivo a Pesaro di Marcus Thornton, 45esima scelta al Draft NBA del 2015, è stato definito dagli addetti ai lavori come un autentico colpo del mercato estivo della Lega A. Il classe 1993 è un playmaker realizzatore che, per il fisico possente che si ritrova, qui in Italia potrà anche giocare da guardia aggiunta. La sua carriera alla William & Mary è un crescendo: al primo anno viene selezionato per il rookie team, da sophomore per il second team, mentre negli ultimi due anni per il first team con il premio di player of the year della Colonial Conference quando era senior.
MARCUS THORNTON ALLA WILLIAM & MARY
Questo fa sì che dal venir considerato semplicemente uno dei top giocatori delle Mid-major vada affermandosi come un vero e proprio prospetto NBA. Inoltre ha guidato per due volte la propria università alla finale del Colonial Tournament, perdendo in entrambe le volte così da mancare l’accesso al Torneo NCAA. Lo può confortare, però, il fatto di essere stato nominato sempre per il miglior quintetto del torneo. Nel suo ultimo anno da “studente” riceve addirittura l’honorable mention per il premio All-American. Chiude la sua carriera collegiale con all'attivo 2,178 punti realizzati, superando il precedente recordman della William & Mary, Chet Giermak, il cui record durava dal 1950 e risultava il più longevo di tutta la NCAA Division I. Scelto dai Boston Celtics, con la franchigia del Massachusetts trova pochissimo spazio a causa dell’affollamento nel suo spot e così dopo un periodo in Australia viene dirottato alla compagine controllata in D-League, i Maine Red Claws.
IL PLAY CON LA CASACCA DEI BOSTON CELTICS
L’essere “marchiato” da una scelta NBA non da automaticamente diritto a credere e pensare che tale giocatore - nel nostro campionato - faccia sicuramente strabene, e la stessa cosa vale al contrario naturalmente. Basti pensare a Rakim Sanders, ago della bilancia nelle ultime due finali scudetto con Sassari e Milano, o andando più indietro a Lynn Greer, dominatore del campionato 2005/06 con Napoli vincitore della Coppa Italia e ad un passo dalla finalissima. E nessun giemme NBA ha speso una chiamata per loro al Draft. Questa dura legge non scritta vale comunque a qualsiasi latitudine del globo, anche e soprattutto nella stessa “lega più bella al mondo”. E allora proviamo ad analizzare gli ultimi dieci anni di mercato italico con giocatori che hanno iniziato o proseguito le loro carriere da professionisti nel Bel Paese, tra meteore e buoni giocatori. E allora iniziamo da quel 2006 in cui fu proprio l’Italia a regalare la prima scelta assoluta al Draft, ovvero Andrea Bargnani. Da allora sono stati ben 78 i giocatori che scelti sono poi transitati per la nostra penisola, e sono tanti e diversi i profili, tanto americani quanto europei. C’è chi la NBA l’ha respirata per poco come DJ Strawberry o Richard Hendrix che comunque non hanno dato una svolta alla loro carriera; i grandi bluff DaJuan Summers e Sam Young che hanno quasi affossato la loro credibilità; le star MarShon Brooks e Peyton Siva che tra alti e bassi hanno inciso piuttosto poco; i giocatori che si sono costruiti la carriera completamente italiana come Bobby Jones o Maarten Leunen; quelli che la NBA non l’hanno nemmeno mai vista come Vladimir Veeremenko, Petteri Koponen o Shan Foster; chi ha provato ad utilizzare l’Italia come trampolino di lancio nel caso di Guillermo Diaz, Gani Lawal o Malik Hairston; chi è semplicemente passato prima di far ritorno negli States come Chris Douglas-Roberts. Insomma, ce ne sono davvero di tutti i tipi come abbiamo detto ed anche testimoniato.
THORNTON ALLA PRESENTAZIONE CON LA VUELLE PESARO
Marcus Thornton cercherà di fare come il suo predecessore Semaj Christon (55ma scelta al Draft del 2014) che ha strappato un contratto con gli Oklahoma City Thunder. Il neo play di Pesaro ha proprio citato Christon durante la sua presentazione, ed ha rivelato che intende fare bene per potersi giocare le sue chances ai Boston Celtics. Il prodotto di William & Mary - come già detto - è stata una 45esima scelta, una chiamata piuttosto alta anche per i tanti volti passati proprio sui parquet della Lega A. Volendo stilare la Top Five la prima posizione va al regista Jonny Flynn intravisto tra le fila di Capo d’Orlando nel 2014. Una brevissima parentesi per la 6a scelta del Draft 2009 causata da quegli infortuni che ne hanno minato la carriera NBA. Al secondo posto l’ala Joe Alexander, 8a scelta del Draft 2008, che nell’ultima stagione è stato piuttosto discontinuo con la casacca di Sassari. Sul gradino più basso del podio un altro giocatore che ha militato nel nostro campionato nell’ultimo anno, ovvero la 13ma scelta del Draft 2007 Julian Wright, che è stato un fattore nell’area pitturata per Trento. Al quarto posto c’è un ex aequo tra due 15me scelte. Il primo giocatore è stato draftato nel 2006 e si tratta di Cedric Simmons che ha militato per Brindisi in due diverse circostanze; il secondo è stato draftato nel 2009 ed è quel Austin Daye che proprio lo scorso anno ha dato una svolta alla stagione di Pesaro.
IL GIOCATORE NELLA SUA ESPERIENZA IN AUSTRALIA
Di giocatori comunque di un certo pedigree ne sono passati, tanto chi dopo aver disputato delle vere stagioni Oltreoceano ha voluto sperimentare l’avventura nel Vecchio Continente - e in Italia in particolare - tanto chi ha utilizzato le prestazioni in Lega A per spiccare il volo in NBA o nei top club europei. Nel 2008 Biella ingaggiò il rookie James Gist (57ma scelta del 2008) che a suon di partite solide ha iniziato a girare l’Europa sino a giungere al Fenerbahce prima e al Panathinaikos poi dove è stato fermato soltanto da una squalifica per uso di sostanze stupefacenti. Nel 2010 a Sassari arrivò James White (31ma scelta del 2006) che dopo aver replicato a suon di schiacciate la stagione successiva a Pesaro ebbe l’occasione di militare nei New York Knicks. Nel 2013 la neopromossa Pistoia ebbe come spina dorsale la coppia Deron Washington (59ma scelta del 2008) e JaJuan Johnson (27ma del 2011). Entrambi sono ancora protagonisti del nostro campionato, chi come Washington, che diventato uno specialista difensivo dopo Cremona cercherà di fare lo stesso quest’anno a Torino; chi come Johnson, che cercherà con il suo atletismo di diventare un pilastro della nuova Cantù a trazione estera. Due anni or sono Varese puntò dritta su Christian Eyenga (30ma scelta del 2009) che dopo essere passato per Sassari e Torino sarà di nuovo biancorosso, ma soprattutto su Eric Maynor (20ma sempre del 2009) che dopo essersi fatto le ossa da backup di un certo Russell Westbrook ha provato a dare una svolta alla sua carriera anche se dopo l’esperienza a Novgorod è tornato anche lui a Varese. Lo scorso anno Torino ha ingaggiato DJ White (29ma scelta del 2008) nel cui curriculum ci sono cinque stagioni NBA, e dopo la sua conferma ha aggiunto quest’anno la guardia tiratrice Tyler Harvey (51ma del 2015) che potrebbe essere una grande sorpresa.


*per il mensile BASKET MAGAZINE

venerdì 6 maggio 2016

PREOLIMPICO. 24 convocati, Cerella l’emblema di una idea

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 07/05/2016

PREOLIMPICO
Messina ha convocato 24 atleti
Cerella l’emblema di una idea

CASERTA. L'ItalBasket ha fatto il primo grande passo verso il Preolimpico di Torino del prossimo 4-9 luglio con la diramazione della lista dei 24 convocati del C.t. Ettore Messina. Riconfermato in toto lo zoccolo duro che ha fatto parte dell’esaltante spedizione all'ultimo EuroBasket, da Gallinari e Belinelli, a Datome e Gentile, passando per Hackett, Bargnani, Melli, i reggiani Aradori, Polonara e Della Valle, Cusin e Cinciarini. A questi 12 si aggiungeranno Poeta, Pascolo, Luca Vitali, Cerella, le sorprese del campionato Cervi, Abass e De Nicolao, i brindisini Cournooh e Zerini ed i bolognesi Fontecchio e Michele Vitali, e a concludere Magro.
Non figura nella lista l'Mvp della finale NCAA Arcidiacono, per il quale è ancora in corso l'iter burocratico per il passaporto italiano. Per il resto le scelte sembrano in linea con il meglio che c'è sulla piazza, anche se avrebbe qualcosa da ridire Mazzola nonostante la retrocessione con la Virtus.
Il C.t. azzurro Messina ha seguito un po' la strada che era stata indicata dal suo predecessore Pianigiani, senza stravolgere il telaio ed inserendo in punta di piedi qualche giovane emergente. Indicativi per la selezione finale saranno il lavoro durante il raduno e soprattutto l'idea di gioco che l’allenatore vorrà sviluppare. Per il resto però, non vi dovrebbero essere delle sorprese rispetto ai 12 che hanno partecipato alla competizione continentale, se non qualche piccolo accorgimento.
Sicuro è che Messina guarderà con un occhio particolare all’aspetto agonistico nel vero senso della parola, perché chiunque sarà selezionato dovrà sempre scendere sul parquet con l’obiettivo di dare tutto. Qualsiasi sia il minutaggio, bisognerà portare il proprio mattoncino. E allora, così, un Cerella potrebbe diventare l’emblema della filosofia che il tecnico azzurro vorrà impartire sin dal primo allenamento. Con l’obiettivo di salire sull’aereo che porterà ai Giochi di Rio. 
Giovanni Bocciero