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martedì 3 giugno 2025

El Diablo, sulla cresta dell'onda del mare: l'intervista a cuore aperto

Intervista a cuore aperto con uno dei giocatori più emblematici della pallacanestro italiana, in cui ha lasciato una traccia indelebile

El Diablo, sulla cresta dell'onda del mare 

«Ho chiuso col basket. Dopo Brescia non mi ha chiamato più nessuno». Ma la pubblicazione della sua autobiografia ha permesso ad Enzo Esposito di ritornare solo per un po' in quel mondo che ha frequentato per oltre trent’anni, prima da giocatore e poi da allenatore. Non gli piace vivere nel passato, per questo si è lasciato alle spalle tutto ed è volato a Gran Canaria, dove, viaggiando in caravan, insegue le onde e si prende cura di sé stesso.

 

di Giovanni Bocciero*

 

Ha fatto impazzire di gioia le tifoserie delle squadre per cui ha giocato, ma allo stesso tempo si è attirato la malevolenza di quelle avversarie proprio per il suo modo di giocare verace e sanguigno. In un modo o in un altro, Enzo Esposito ha di sicuro infiammato i parquet di tutta Italia. Ed è raccontato per intero nella sua autobiografia “El Diablo, vita e miracoli dell’ultimo poeta del basket italiano”, libro pubblicato dall’associazione di tifosi Il Fortitudino.

«A me non piace ricordare le cose del passato - esordisce esplicito, come nel suo carattere, Esposito -. Certo, fa piacere che siano successe, ma per come la vedo io nel guardare troppo indietro si fa poi fatica ad andare avanti. È normale che fare comunque un tuffo nel passato fa riemergere tanti episodi legati a successi, delusioni, eventi particolari che fanno piacere. Tutto ciò è servito per scrivere questo libro che è stato fatto davvero molto bene, con tante foto e diversi ritagli di articoli di giornale che ne hanno fatto un volume veramente completo. E poi ha uno scopo benefico, e fa ancora più piacere quando c’è un fine più grande».

È papà Biagio che conserva gelosamente qualsiasi cosa riguardi lo scugnizzo casertano. Nella loro casa di Caserta ha una stanza completamente piena di memorabilia oltre che di foto. Tante delle quali sono servite, appunto, per rendere ancora più di valore il libro. Come quella dell’esordio in serie A ad appena quindici anni, gettato nella mischia da Bogdan Tanjevic in una sfida a Livorno. Volume impreziosito dalle tante testimonianze, dagli aneddoti e dai racconti. Il più emblematico, forse, quello dei quindici tifosi fortitudini partiti da Bologna per andarlo a vedere giocare, o forse sarebbe meglio dire per andarlo a trovare, visto il legame, a Toronto.

L’ULTIMA VOLTA CHE ABBIAMO VISTO Esposito su di un campo, però, era sul finire del 2020, allenatore di Brescia prima che arrivasse la rescissione. «Il mio post Covid è stato abbastanza traumatico - ha dichiarato con un po' di magone -. Prima c’era stata la comunque buona stagione di Caserta nonostante la retrocessione, poi i successi di Pistoia e la prima ottima annata a Brescia. Con la pandemia è stata una lotteria un po’ per tutti, e purtroppo per me le cose sono diventate negative. Si sono verificati così tanti episodi che mi hanno lasciato il segno, anche extra cestistici, che mi hanno fatto allontanare effettivamente dal basket».

Riposte nel cassetto casacche, pantaloncini e scarpette, abituato ad utilizzare anche quando allenava, ha ripercorso la sua carriera a ritroso. E questa l’ha portato in un luogo dove ha giocato per pochi mesi dal gennaio del 2002. «Mi sono trasferito a Gran Canaria, dove ho tante amicizie, ed ho iniziato una vita completamente diversa. I primi anni ho pure collaborato con una accademia che reclutava ragazzi a livello internazionale per poi facilitare il loro trasferimento negli Stati Uniti, ma adesso sono due anni che mi dedico solo a me stesso. Mi piace fare bodyboard, che è una versione differente del surf, e mi godo la vita».

Anche se «la pallacanestro è un capitolo chiuso», come ripete più volte, ogni tanto torna ad allacciarsi quelle scarpette perché «capita che per qualche amico che ha i figli che giocano, faccia degli allenamenti privati per dargli un’occhiata e qualche consiglio. Però per quanto riguarda il basket inteso come giocatori e club, non ne ho più idea perché non lo seguo da almeno tre anni. Ormai viaggio in caravan e sono sempre in giro alla ricerca del posto migliore dove trovare le onde. Vivo in un mondo a parte ed ho staccato completamente col basket».

Enzo Esposito a Caserta (Foto Filauro)

SONO DI DOMINIO PUBBLICO le parole dell’ex general manager di Caserta, Marco Atripaldi, rimasto sbalordito dalla quantità di conoscenze che aveva Esposito negli States. Durante un viaggio dei due nell’estate del 2014, per andare a vedere le partite della Summer League di Las Vegas e monitorare qualche giocatore da portare all’ombra della Reggia, chiunque conosceva El Diablo. E proprio per questi suoi molti contatti, oltre all’esperienza da giocatore in Nba, covava il desiderio un giorno di allenare al college.

«Continuo a collaborare con una società in Italia, la Hoopers Bridge, che si occupa principalmente di reclutamento di ragazzi che vogliono provare a fare un’esperienza negli Stati Uniti. Do una mano, ma ho abbandonato anche l’idea di poter allenare al college in America. Ricominciare ogni volta da zero, per dimostrare cosa puoi fare o cosa sai fare non è semplice. Si arriva ad una età, come la mia, in cui non puoi più fare un passo avanti ed uno indietro. Ormai sono per guardare solo in avanti, sempre, altrimenti per usare una metafora legata all’acqua, le onde ti travolgono e rischi che ti fai male».

Per dare l’idea di cosa significa davvero aver chiuso con il basket, Esposito non legge neppure i giornali spagnoli, e della vicenda dell’azzurrino Dame Sarr sa poco o nulla. «So che ha lasciato il Barcellona e che andrà negli Stati Uniti, magari in Nba (ma non compare nella lista dei 106 atleti iscritti per il draft di questa estate perché non si è dichiarato, ndr). Credo comunque che in Ncaa sia un tipo di giocatore che possa davvero fare sfracelli. Ma mi limito a dire questo perché davvero non seguo più la pallacanestro giocata, neppure per quel che concerne il campionato spagnolo. In tre anni sono andato a vedere soltanto due volte le partite del Gran Canaria. Una volta mi hanno invitato a vedere il derby; e un’altra volta perché giocava contro Trento, e l’assistente allenatore Fabio Bongi è un mio amico perché abbiamo lavorato insieme a Pistoia. Per questo sono passato a salutarlo».

TRENTO È UNA CITTÀ CHE RICORRE spesso nella sua vita. Difatti, la sua carriera da allenatore è iniziata proprio nella valle del fiume Adige: stagione 2009/10. «Quello fu il mio primo anno in assoluto da coach, con Trento che era stata ripescata dopo la retrocessione per fare di nuovo la serie A Dilettanti. C’era la nuova società, che iniziò il suo cammino con Salvatore Trainotti in qualità di dirigente, e sfiorammo i playoff. Non lo sapevo ma mi fa piacere che abbia vinto la Coppa Italia perché è una piazza dove sono stato bene e trattato ancor meglio. Proprio quest’anno, in occasione dell’unica partita che sono andato a vedere, ho conosciuto coach Paolo Galbiati. Siamo stati avversari, e sono rimasto felice di averlo potuto conoscere perché tutto l’ambiente è composto da persone serie che lavorano molto bene».

Casertano di nascita, bolognese d’adozione, l’Italia per El Diablo è ormai solo una tappa fugace. «Manco da Caserta da un anno, ed ovviamente non mi sono interessato ai risultati della squadra. Le uniche volte che mi capita di passare in città sono per festività particolari, come ad esempio il compleanno di mia madre. Ma ormai ci vado una o due volte l’anno. E l’ultima volta non sono rimasto per neppure 48 ore prima di ritornare a Gran Canaria. Neanche gli amici più stretti mi informano sulla Juvecaserta, perché sanno che ormai sono fuori dal giro. Quando mi sono incontrato con loro abbiamo parlato di tutto, tranne che di pallacanestro».

«A Bologna, invece, sono stato tre giorni per la presentazione del libro, era appena arrivato Attilio Caja come allenatore». E proprio quel fortuito caso ha fatto sì che gli telefonasse Rick D’Alatri dall’America per chiedergli se fosse vero che andava ad allenare la Fortitudo. «Ma quando mai. Non so più nulla perché ho chiuso col basket. Al momento sto solo pensando a me stesso e a come organizzarmi nel miglior modo possibile per vivere sull’isola, dove ho una vita meravigliosa, per essere pronto ad ogni evenienza. Ma nulla a che vedere con la pallacanestro. Ripeto, faccio surf, skateboard, palestra, ma di sport di squadra non ne ho più idea. Non ne ho proprio il desiderio, anche perché dall’Italia non ho più sentito nessuno».

LE PAROLE DEL PRIMO GIOCATORE italiano ad aver segnato punti in Nba vengono avvolte anche da amarezza e dispiacere, perché «dai procuratori ai coach, non ho più ricevuto una telefonata. È una cosa abbastanza triste, non per me ma per far capire come funziona questo mondo. Fin quando ero nel giro sentivo quasi settimanalmente gli agenti e i colleghi allenatori, ma dopo un anno che avevo staccato sono spariti tutti. Quando pensi a queste cose, capisci che non ne vale neppure più la pena, perché dopo aver passato trent’anni sui campi ci si riduce a non ricevere neanche più un messaggio d’auguri».

Il soprannome El Diablo glielo hanno appiccicato proprio alla Fortitudo, dopo una partita giocata ‘a metà’ in quel di Pistoia. Altra città a lui cara. Nel primo tempo gioca male, non segna neppure un punto e allora Sergio Scariolo lo fa sedere in panchina. Ne nasce uno scontro, fumantino come è, e nel secondo tempo riversa tutta la rabbia accumulata in campo: segna 29 punti. È un’iradiddio, o meglio dire un diavolo. Tiratore sì, ma amava anche fare a brandelli le difese con le sue azioni spesso e volentieri immaginifiche. Ancora oggi non ci si capacita di certe sue giocate.

IL SUO RAPPORTO CON GLI ALLENATORI non è sempre stato dei migliori, proprio per il suo temperamento. Eppure addirittura Ettore Messina, suo ct in occasione degli Europei del 1995, ha raccontato nel libro di aver imparato tanto da Esposito. E lui ha fatto tesoro degli insegnamenti dei tanti grandi tecnici che ha avuto quando è passato dall’altra parte della barricata. «Quando cambi ruolo è importante mettere da parte quello che è stato quando eri giocatore, ed è fondamentale mettersi a disposizione della squadra. Il carattere fumantino, magari, ti permette di gestire con maggiore personalità le situazioni, dall’arbitro al giornalista, dal dirigente al tifoso».

Forse, pensare che sarebbe diventato a sua volta un coach era una cosa inimmaginabile. Ma da allenatore, El Diablo, ha cercato di portare la sua idea di pallacanestro. Molto diversa dall’abuso del tiro da tre che è in voga adesso. «Il gioco è cambiato. Ma questo già quindici anni fa, con i primi lunghi che hanno iniziato a stazionare in maniera fissa sul perimetro. A me assolutamente non piace tutto questo tiro da tre, e quando allenavo mi davo l’obiettivo di costruire squadre sempre equilibrate».

«Pensa ai giocatori che ho avuto, Nathan Boothe, Alex Kirk, Jack Cooley, Dejan Ivanov, ho sempre cercato di prendere un lungo che potesse anche creare il gioco interno. Per me nella pallacanestro va utilizzato tutto il campo, invece oggi si gioca solo in contropiede e col tiro da tre. Il basket va in questa direzione, e bisogna dunque adeguarsi. Ma il problema è che i ragazzini non lavorano più sui fondamentali ma solo sull’atletica e il tiro. Questo va a vantaggio dello spettacolo, ma quando ciò non avviene si assistono a partite dall’indubbia bellezza».

Esposito ha rappresentato il ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ne ha conosciuto le abitudini, il modo di pensare e come lavorano. Per questo, chi meglio di lui può dare un giudizio sulla nascente lega della Nba Europe. «Gli americani sono i numeri uno per il business. C’è poco da dire. Non so di cosa si tratti nello specifico questa nuova lega, ma ci vedo tanto di business. Loro non fanno niente per niente, quindi oltre alla pallacanestro c’è una grossa fetta percentuale che riguarda il merchandising ed il reclutamento».

«È la direzione globale che sta prendendo il mondo. A me personalmente non piace, e non la considero una cosa vantaggiosa ed interessante per la pallacanestro europea. La potrei quasi definire come una G League fatta oltreoceano, con franchigie che saranno loro affiliate. E questo permetterà di abbattere le barriere e spianare molto più facilmente la strada per i giovani - ha concluso Enzo Esposito - che saranno attratti ad andare a giocare negli Stati Uniti».

Esposito da giocatore in Nba (foto Google)

Esposito è stato il primo colpo dell’era Seragnoli

L’associazione Il Fortitudino ha iniziato da alcuni anni ad intraprendere una sua linea editoriale con la pubblicazione di libri che raccontano giocatori passati per la Effe. Si è iniziato con Gary Schull e Charles Jordan, per arrivare a Enzo Esposito e a “El Diablo, vita e miracoli dell’ultimo poeta del basket italiano”. Già c’è stata una prima donazione col ricavato del volume al partner storico del gruppo di tifosi dell’Aquila, ovvero il Willy The King Group, associazione che si occupa della promozione della cultura dell’inclusione dei soggetti diversamente abili. Il libro ha avuto due ristampe, ed ha raggiunto già le 700 copie vendute in tutta Italia, dalla Sicilia al Friuli. Per chi lo volesse acquistare e farselo spedire può scrivere a info@ilfortitudino.it.

Dopo la presentazione a Bologna, è prevista un’altra serata promozionale a Caserta, e forse una ad Imola. Tutto dipende dalla disponibilità di Esposito. «Nonostante sia rimasto solo due anni alla Fortitudo, senza vincere nulla - ha detto Gabriele Pozzi, curatore del volume -, gode di un affetto anche maggiore di tanti altri campioni. Nel giorno del firmacopie c’era una fila immensa al PalaDozza. È stato il primo grande acquisto dell’era Seragnoli, in una squadra che giocava un basket strepitoso che seppur con una penalizzazione arrivò ai playoff qualificandosi per la Coppa Korac. Quando la tifoseria ricorda quei due anni che ha giocato per la Effe, sorride per la gioia».


* per la rivista Basket Magazine

giovedì 12 gennaio 2017

La fabbrica dei coach casertani

Tutto cominciò con Franco Marcelletti
Tre allenatori oggi in Serie A, tanti altri che hanno lasciato il segno: ecco come all'ombra di Tanjevic, è nata e si è affermata la dynasty tecnica della JuveCaserta.


di Giovanni Bocciero*

LA JUVECASERTA ha fatto la storia della pallacanestro tricolore con lo scudetto del 1991 che risulta essere ancora oggi l’unico successo al di sotto della Capitale, e centrato con un gruppo del tutto autoctono dai tecnici ai giocatori. Proprio da quella formazione è nata un’autentica scuola casertana di allenatori, con Franco Marcelletti che ha vestito i panni del capostipite infondendo dettami tattici, tecnici ed organizzativi oltre all’indubbia passione, ad assistenti ed atleti. Adesso sono alla ribalta delle cronache i vari Sandro Dell’Agnello, Gennaro Di Carlo e Vincenzo Esposito, che stanno facendo davvero bene rispettivamente a Caserta, Capo d’Orlando e Pistoia, ma è doveroso ricordare tanti altri protagonisti che sono stati seduti su delle panchine della massima serie come Maurizio Bartocci e Nando Gentile, oltre a Giacomo Leonetti che è stato formatore a livello nazionale, Cristiano Fazzi e Luigi Corvo che hanno allenato nelle minors, e tanti altri che invece hanno ripiegato su piccole società pur di tenere vivo il personale rapporto con la pallacanestro, come Giacomantonio Tufano e Sergio Donadoni.
MARCELLETTI: "QUANDO IL BASKET DIVENTA MATERIA
DI VITA E SPORT CITTADINO PRODUCE
ALLENATORI E ATLETI DI GRANDE LIVELLO"
«Si è creata questa vera e propria scuola - ha esordito Marcelletti - e la testimonianza è che in una realtà come Caserta, quando il basket diventa una materia di vita e lo sport cittadino, questa produce giocatori, allenatori che a loro volta hanno svezzato altri giovani che sono poi diventati atleti di alto livello, ma anche dirigenti come Gino Guastaferro che ormai svolge questo ruolo in maniera professionistica. Questo è il grande merito di una città come Caserta». Adesso sotto la lente d’ingrandimento ci sono Esposito e Dell’Agnello, nei quali lo storico coach del tricolore vede «dal punto di vista caratteriale certamente il loro modo di allenare assomiglia moltissimo a quel gruppo meraviglioso che ha vinto lo scudetto. Da giocatori erano accomunati dal fatto di non mollare mai, di non trovare alibi nei momenti di difficoltà bensì il modo per superarli. Ad esempio Esposito in quel di Pistoia, con un roster totalmente rinnovato ed anche più debole di quello della passata stagione, sta dimostrando con il lavoro di superare la partenza difficile che ha avuto. Dell’Agnello invece sta facendo un campionato davvero di altissimo livello dopo tutte le difficoltà affrontate l’anno scorso. Questa caratteristica di sapersi adattare alla realtà nella quale vivono, e di provare a costruire con il lavoro in palestra senza attaccarsi a nessun tipo di scusa, è sicuramente ciò che maggiormente li identifica».
Ma qual è il segreto che ha permesso di dare vita a questa vera e propria scuola casertana? «Quello era un gruppo, una generazione, un periodo in cui tutti quei ragazzi vivevano la pallacanestro a 360° - ha rivelato ancora Marcelletti -. Oltre al ruolo che ricoprivano in quegli anni, che era evidentemente quello dell’atleta, vuoi della prima squadra o del settore giovanile, c’era alla base di tutto un amore sconfinato per questo sport, una passione che non morirà mai, che non ci abbandonerà e che avremo sempre dentro. E questo ci porta, tutti insieme, ad informarci, a vedere le partite, ad allenare. La spinta principale è dunque data da questi due fattori: l’amore e la passione». Aggettivi questi che, ai giorni nostri, sono sempre meno conosciuti perché «l’avvento del cosiddetto professionismo ha indubbiamente rovinato il romanticismo di questo sport - ha continuato l’esperto tecnico -. Giusto per fare un esempio, io oggi faccio fatica a trovare a Verona degli assistenti per il settore giovanile, e mi capita di imbattermi in persone che non hanno l’umiltà, il tempo e la voglia di imparare. Ai miei tempi uscivo di casa alle tre del pomeriggio e vi ritornavo alle dieci di sera dopo aver allenato tanti gruppi giovanili dal minibasket agli allievi, e non mi lamentavo».
MARCELLETTI: "ALLA BASE C'È L'AMORE E LA PASSIONE
PER QUESTO SPORT CHE IN QUELLA GRANDE SQUADRA
ERANO SENTIMENTI COMUNI A TUTTI NOI".
Tanti sono stati i giovani allenatori cresciuti all’ombra di Marcelletti, e diversi sono quelli arrivati ad allenare sino in massima serie. Ma qualcuno poteva mai credere anni addietro che ci sarebbero stati tre coach casertani, seppur uno d’adozione, contemporaneamente in Serie A? «Visto il livello che hanno raggiunto direi proprio che non me lo sarei aspettato - ha commentato l’allora direttore sportivo della JuveCaserta Giancarlo Sarti -, e va dato merito di questo soprattutto a Marcelletti che, lavorando sia in prima squadra che con il settore giovanile, ha fatto un grande lavoro con questi ragazzi. Si è trattata comunque di una crescita che ha coinvolto tutti, sono state fatte delle cose magnifiche che ci possono soltanto riempire d’orgoglio. Dell’Agnello, Esposito e Di Carlo sono delle grandissime sorprese, e stanno facendo senza dubbio un ottimo lavoro. Loro, ma in generale tutti quelli transitati per Caserta in quegli anni, hanno assimilato certamente qualcosa dalle varie esperienze avute con Franco, perché già solo stare a bordo campo ed ascoltare, guardare, rappresentava una lezione di basket. Pian piano sono maturati come allenatori, mettendo in atto ciò che hanno imparato per fare cose superbe».
Ma quanto ha influenzato nelle carriere di Gennaro Di Carlo, Vincenzo Esposito e Sandro Dell’Agnello il tecnico casertano per eccellenza? «Coach Marcelletti è stato per me un modello di allenatore - ha dichiarato Di Carlo -, non fosse altro perché lui era il tecnico della squadra dei miei sogni. Era il coach ideale, dal quale ho imparato che il capo allenatore non si deve interessare solo della prima squadra ma anche di tutta la struttura tecnica e societaria del club. Spesso lo si trovava a vedere gli allenamenti delle giovanili, allenare i vari gruppi a fine campionato, parlare e correggere gli istruttori. Un vero e proprio modello al quale io ho sempre fatto riferimento». «Franco mi ha influenzato tantissimo nel corso della mia carriera da allenatore - ha commentato Esposito -, perché l’ho avuto sin da quando giocavo nelle giovanili e dunque mi ha lasciato un segno davvero molto forte in tutto ciò che riguarda la pallacanestro». «I metodi di allenamento di Marcelletti hanno inciso molto in me - ha dichiarato Dell’Agnello -, perché è stato il tecnico che ho avuto per più anni quando ero giocatore, prima a Caserta e poi a Reggio Emilia. Da lui credo di aver appreso molto, essendo sicuramente uno dei migliori allenatori italiani».
SARTI: "NON MI ASPETTAVO CHE ARRIVASSERO COSÌ IN ALTO.
MERITO DI MARCELLETTI CHE FECE UN LAVORO ECCEZZIONALE
ANCHE CON LE GIOVANILI".

DI CARLO: "MARCELLETTI IL MIO MODELLO DI COACH".
ESPOSITO: "MI HA LASCIATO UN SEGNO MOLTO FORTE".
DELL'AGNELLO: "DA LUI HO APPRESO MOLTO".
E cosa invece hanno davvero emulato nel modo di allenare? «Marcelletti trasferiva tutta la sua grande passione, e soprattutto una sfida continua che alimentava nei confronti di quelle che erano considerate le squadre più forti dell’epoca - ha chiosato Di Carlo -, che si traduceva nell’abilità di dimostrare che eravamo sempre capaci di competere. Questa mentalità che si aveva a Caserta ho cercato di farla mia». «Sicuramente il lavoro quotidiano e la cura per i dettagli è una delle caratteristiche principali che lo distinguevano. Forse - ha continuato Esposito - anche in maniera piuttosto esagerata, ma è l’unico modo per tirare fuori, da giocatori normali, quel qualcosa in più che permette ad un atleta piccolo di sentirsi più alto». «Tutti e due, lui quando mi allenava e io quando giocavo, e adesso che io alleno - ha dichiarato Dell’Agnello -, abbiamo sempre avuto una smisurata ambizione di vincere sempre e comunque, chiunque fosse il nostro avversario».
Un pensiero particolare Marcelletti lo ha dedicato a Gentile, suo braccio armato sul parquet: «Nando sicuramente poteva ancora ricoprire un ruolo da head coach - ha chiosato il tecnico -, e sono convinto che possiede tutti gli strumenti per poter continuare a fare l’allenatore ad altissimo livello. Però, pur senza mettere alcun limite e considerando che oggi svolge un ruolo molto importante come responsabile del settore giovanile di Milano, il tornare ad allenare è una volontà che spetta unicamente a lui». L’ex playmaker della JuveCaserta si sente comunque assolutamente un figlio «di quella scuola casertana della quale Marcelletti è stato il primo, così come Virginio Bernardi. La caratteristica principale era che fossero tutti casertani, cresciuti in una società che puntava molto sui giovani e sugli istruttori del vivaio, e oggi fa indubbiamente piacere vedere tanti allenatori cresciuti in quell’ambiente allenare in massima serie». Cosa intravede nel lavoro dei suoi ex compagni? «Premesso che ognuno interpreta la pallacanestro in modo soggettivo, quello che maggiormente si nota è che tutti cercano di trasmettere il proprio carattere alla squadra. Questa impronta caratteriale, molto forte, fa sì che i giocatori assomiglino ai loro allenatori in tanti piccoli gesti». Cosa invece ha appreso, e messo in pratica quando allenava, Gentile da Marcelletti? «Più che la tecnica ho sempre cercato di ripetere il modo di gestire le cose che aveva Franco. Si tratta di quelle piccole sfumature del mestiere dell’allenatore, come gestire particolari situazioni e fasi di gioco, gestire il gruppo e il singolo, come rapportarsi con gli altri, tutte cose in cui lui è stato un maestro». Ma tornerà ad allenare? «Non credo».


Leggi anche gli approfondimenti di seguito...

- RADICI


- MENTALITÀ


- OSCAR






*per la rivista BASKET MAGAZINE

martedì 19 aprile 2016

Juvecaserta, dagli altri campi segnali confortevoli

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 20/04/2016

LEGA A. Il “monday night” ha sancito che Brindisi non potrà più raggiungere i playoff
Juvecaserta, dagli altri campi segnali confortevoli

di Giovanni Bocciero

CASERTA. La notizia più importante per la Juvecaserta arriva da Venezia, dove la Reyer nel “monday night” dell’ultimo turno di campionato ha battuto la Pistoia del casertano doc Enzo Esposito. Un risultato che, di fatto, estromette dalla corsa per i playoff quella Brindisi che sarà la prossima avversaria della franchigia di Pezza delle Noci.
LA DIFESA DI BOBBY JONES (FOTO ELVIO IODICE)
Con questo certamente non vogliamo dire che la trasferta pugliese sarà una passeggiata per gli uomini di coach Sandro Dell’Agnello, e che di conseguenza si uscirà dal PalaPentassuglia con i due punti in tasca. Di certo però, si avrà contro una squadra naturalmente delusa per aver mancato l’accesso al “gran ballo”, che sta vivendo un momento anche particolare con le ultime dimissioni del proprio “numero uno” da presidente della Lega Basket. Sicuramente però, Brindisi cercherà quantomeno di chiudere la stagione interna con una vittoria che possa far sorridere la propria tifoseria, dopo un’annata sicuramente molto ballerina, altalenante nei risultati, e di certo non come ci si aspettava all’inizio del campionato.

GLI SCONTRI DIRETTI. Brindisi ha pagato a caro prezzo gli scontri diretti con Venezia (1-1 ma differenza canestri negativa) e Pistoia (0-2), cosa che invece vede Caserta essere avvantaggiata nella lotta salvezza con Bologna (2-0) e Torino (1-1 ma differenza canestri positiva). Per questo ai bianconeri manca una sola vittoria per poter mettere in cassaforte la permanenza nella massima serie - questa volta sul campo -. E proprio come un aiuto per raggiungere questo obiettivo è arrivato da un altro campo, Venezia appunto, chissà che un’altra spinta in caso di sconfitta a Brindisi non possa arrivare da Bologna. Perché nel caso in cui nello scontro diretto dell’Unipol Arena i piemontesi battessero i felsinei, allora quest’ultimi per salvarsi - con la sconfitta casalinga contro Trento della Juvecaserta - dovrebbero andare ad espugnare il PalaBigi di Reggio Emilia in un infuocato derby emiliano.

domenica 6 marzo 2016

LE PAGELLE. La Juvecaserta è proprio brutta

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 07/03/2016

LE PAGELLE. Ghiacci è un esempio, Hunt un lottatore
La Juvecaserta è proprio brutta

DOWNS 5,5: E’ senz’altro l’uomo che maggiormente prova a prendersi delle responsabilità extra. Sue alcune scorribande che fanno bene a Caserta, per il resto però poco o nulla da poter salvare. 
SIVA 5,5: Partita brutta la sua, eppure è il migliore per valutazione; crea poco per gli altri sembrando egoista, e chiude con 8 assist; la matematica non è un’opinione, ma qui qualcosa non torna. 
HUNT 6: Il solito lottatore in vernice che sgomita e raccoglie rimbalzi, con una certa efficacia anche in attacco. Kirk lo porta spesso lontano dal canestro, e con il raggio d’azione che si estende sembra diventare più vulnerabile.
L'ABBRACCIO TRA ESPOSITO E DELL'AGNELLO (FOTO IODICE)
CINCIARINI 4,5: Piuttosto nervoso, appena entra si becca subito il fallo tecnico per proteste. Poco incisivo e utile alla squadra nei momenti di difficoltà.
JONES 4,5: Le statistiche varrebbero la sufficienza, l’atteggiamento in campo assolutamente no. Quali impalpabile, eppure la sua esperienza dovrebbe poter fare la differenza per il team bianconero.
GHIACCI 6,5: Lo si vede solo nel primo tempo, e non si può di certo esser scontenti del suo apporto. Commette qualche sbavatura difensiva, cosa rara per lui, ma ci mette sempre tanta voglia.
GIURI 5: Alla fine la sua prestazione non è ne buona ne pessima, continua a vivere in una sorta di limbo. Gli manca il salto di qualità che ci si aspetta da inizio anno.
SLOKAR 5: Buttato nella mischia prova a calarsi subito nel nuovo ambiente. Fa delle cose di una astuzia unica, ma sbaglia dei piazzati aperti che sarebbero serviti come il pane.
DELL’AGNELLO 4,5: La squadra, che appare disunita, gioca una partita brutta, fatta di una difesa che si accoppiata male e di un attacco che vive soltanto di guizzi personali. Sono poche le contromisure che prende contro una Pistoia che cresce notevolmente nella ripresa. Soltanto i tanti tiri liberi consentono di tenere botta e restrare anche in vantaggio nel primo tempo.
Giovanni Bocciero

sabato 5 marzo 2016

Juvecaserta, la cabina di regia la chiave con Pistoia

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 05/03/2016

LEGA A. Contro la squadra di coach Enzo Esposito dovrà ritrovarsi in regia Peyton Siva
Juvecaserta, la cabina di regia la chiave con Pistoia

di Giovanni Bocciero

CASERTA. L'impegno di domani contro Pistoia sarà, per la Juvecaserta, un appuntamento da non fallire. La compagine di coach Sandro Dell'Agnello ho il dovere di provare a conquistare i due punti in ottica salvezza, anche per cancellare la brutta prestazione di domenica scorsa in quel di Capo d'Orlando. Dovrà cambiare registro soprattutto il faro bianconero, quel Peyton Siva che in terra siciliana è venuto a mancare per tante, forse troppe cose. Il nativo di Seattle dovrà essere più incisivo sul parquet, e di certo è richiesto che indossi il vestito di quel maestro d'orchestra che dalla fine di dicembre ha diretto una squadra che è riuscita a sciorinare una pallacanestro a tratti anche divertente.
PEYTON SIVA IN AZIONE (FOTO IODICE)
La cabina di regia sarà un punto chiave della sfida tra i pistoiesi ed i casertani. Il pubblico del PalaMaggiò potrà assistere ad un bel duello tra il succitato Siva e l’ex beniamino bianconero Ronald Moore, che nello scacchiere di coach Enzo Esposito è un metronomo perfetto. Pistoia, infatti, ha costruito un roster in cui il folletto di Philadelphia può esprimere tutto il proprio playmaking, innescando con grande puntualità i compagni di squadra addetti a mettere a referto i punti per vincere le partite. Fin qui la formazione toscana ha disputato un campionato al di sopra delle più rosee aspettative, anche se nell’ultimo periodo ha avuto una leggera flessione. Chissà che gli acciacchi fisici proprio di Moore non siano stati un fattore. La Juvecaserta potrebbe comunque sorridere visto che quel Ariel Filloy che quando incontra il team di Terra di Lavoro caccia sempre il coniglio dal cilindro, non dovrebbe recuperare dall’infortunio alla coscia che lo sta tenendo fermo ai box. Proprio per questo Pistoia ha tesserato poco prima della chiusura del mercato interno il play Andrea Amato dall’Olimpia Milano.
Gli infortuni sono una determinante anche a Pezza delle Noci, dove è atteso l’esordio di Uros Slokar nel pacchetto lunghi, che si spera possa calarsi da subito nel suo nuovo ambiente. Certamente lo sloveno potrà portare al team bianconero le sue indubbie qualità tecniche ed il bagaglio d’esperienza che si è costruito in giro.

martedì 1 marzo 2016

Juvecaserta, contro Pistoia ha inizio un mese “folle”

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 02/03/2016

LEGA A. I bianconeri sfideranno il passato recente, per Peyton Siva scontri fraterni
Juvecaserta, contro Pistoia ha inizio un mese “folle”

di Giovanni Bocciero

CASERTA. Per la Juvecaserta è tempo di mettersi alle spalle la brutta prestazione di Capo d’Orlando ed avviare già da adesso il countdown per la sfida di domenica contro Pistoia. All’andata la truppa di coach Sandro Dell’Agnello impensierì a dovere l’allora capolista del nostro campionato, che la spuntò soltanto dopo un overtime e soprattutto perché ai casertani mancò quel pizzico di cinismo per chiuderla addirittura nei tempi regolamentari. Quella Juvecaserta era comunque un’altra squadra, con l’ultima vera apparizione di Amoroso - nonostante la sua avventura bis - e con Downs e Siva che ancora non avevano raggiunto il loro picco ma che comunque insieme combinarono 32 punti.
Pistoia rappresenta il primo impegno di un mese di marzo folle per Caserta, che proseguirà con il recupero di giovedì 10 a Milano, la partita di domenica 13 a Cantù, il “monday night” del 21 con Venezia e la trasferta del Sabato Santo in quel di Pesaro. Praticamente, visto che siamo in tema, si tratterà di un’autentica March Madness a tinte bianconere. Il college basketball è in fermento per l’inizio del torneo, che scatterà con la “selection sunday” di domenica 13. Ebbene, la Juvecaserta anticipa di una settimana questa data, ma in campo ci saranno degli scontri che varrebbe la pena raccontare in rubriche apposite.

PEYTON SIVA IN AZIONE (FOTO IODICE)
MENTORE E FRATELLO. Questa stagione all’ombra della Reggia è arrivato un campione NCAA come Peyton Siva, che nella sua esperienza ai Louisville Cardinals ha avuto come mentore dal 2009 al 2011 la combo-guard Preston Knowles, che gli ha insegnato i trucchi del mestiere; e poi ha condiviso lo spogliatoio sino al 2013 con l’ala Wayne Blackshear, considerato un fratello minore e con il quale ha vinto il titolo universitario. Entrambi adesso vestono la casacca biancorossa di Pistoia, giocando per la prima volta insieme visto che ai Cardinals quando il secondo arrivò il primo partì. Insieme però stanno facendo le fortune della formazione pistoiese, e sicuramente la Juvecaserta dovrà ben vedersi da loro due anche in virtù dello spirito battagliero che ogni giocatore uscito dal college di coach Pitino dimostra sempre di avere sul parquet. E di certo faranno di tutto per regalare una delusione al loro amico fraterno Siva, ed ovviamente viceversa.

EX BIANCONERI. Altri duelli che però avranno come protagonista il pubblico del PalaMaggiò saranno quelli con gli ex beniamini bianconeri, ovvero Moore, Antonutti e soprattutto Esposito. Ronald Moore ha attraversato un periodo poco fortunato per via di acciacchi fisici, ma sotto la guida di Esposito che gli ha praticamente affidato le chiavi della cabina di regia pistoiese si sta affermando come uno dei migliori playmaker della Serie A. In verità già nella seconda parte dello scorso campionato il folletto di Philadelphia fece vedere delle cose interessanti. Restando in tema NCAA, Moore con Siena University si rese protagonista proprio nella March Madness di una prestazione “monstre” con cui eliminò la blasonata Ohio State. Enzo Esposito non ha mai saggiato quel clima, ma qui a Caserta ha certamente fatto vedere cose folli in campo, di classe pura. A Pistoia questo connubio coach-play sta facendo davvero faville.

venerdì 19 febbraio 2016

Final Eight, Enzo Esposito già eliminato

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 20/02/2016

Final Eight, Enzo Esposito già eliminato

ENZO ESPOSITO (FOTO CAROZZA)
CASERTA. Tanta casertanità ed ex bianconeri sono scesi sul parquet del Mediolanum Forum di Assago ieri, nella prima giornata delle Final Eight di Coppa Italia. Il primo impegno delle ore 12:00 ha visto la Pistoia di Enzo Esposito sfidare l’Aquila Trento senza Ronald Moore fermo ai box e con Michele Antonutti autore di 10 punti. Dopo un primo tempo equilibrato i trentini scappano nel terzo quarto e s’impongono 81-74. Continua il momento meraviglioso della Scandone di coach Pino Sacripanti, che contro Reggio Emilia infila l’ottava vittoria consecutiva grazie al risultato finale di 94-87. 11 punti per Stefano Gentile che ha provato a suonare la carica per i suoi nel momento del massimo sforzo per la rimonta. Cremona elimina Sassari dopo un overtime (97-89), mentre è andato a referto solo per onor di firma Ale Gentile che ha visto la sua Milano disintegrare Venezia per 88-59.

GIBO

domenica 7 febbraio 2016

Tanjevic nell’Italia Hall of Fame; la sua intervista e il commento di Dell'Agnello

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 08/02/2016

L’INTERVISTA Il Ct del Montenegro ha parlato del riconoscimento, giovani e Nazionale
Boscia Tanjevic entra nell’Italia Hall of Fame
Il tecnico: «La Juvecaserta è sempre nel mio cuore, con il Cavaliere Giovanni Maggiò avevo un rapporto fantastico»

di Giovanni Bocciero

CASERTA. L’ultimo Consiglio federale ha insignito dell’Italia Basket Hall of Fame 2015 all’indimenticato coach della Juvecaserta Bogdan Tanjevic. Un riconoscimento di certo meritato per il tecnico montenegrino che tra Caserta, la sua prima casa italiana, Trieste, Milano, la Nazionale italiana ed una brevissima esperienza alla Virtus Bologna ha scritto pagine indelebili del basket nostrano. E proprio all’attuale Ct del Montenegro abbiamo rivolto domande e considerazioni sullo stato di salute della pallacanestro italiana.
TANJEVIC AI TEMPI DELLA JUVECASERTA
È stato insignito della massima onorificenza del basket italiano, questo significa che per la nostra pallacanestro lei ha dato tanto?
«Si tratta sicuramente di una bella cosa - ha esordito l’allenatore Tanjevic -, e quando capitano queste cose per primo ricordo le persone che non ci sono più, e che sarebbero state felici per quello che ho raggiunto. Inutile negare che tra le mie tante esperienze italiane sarò per sempre legato a Caserta ed in particolare al Cavaliere Giovanni Maggiò, con il quale avevo un rapporto stupendo. Anche quando sono andato via, ho continuato a portare la Juvecaserta nel mio cuore. Con il direttore Giancarlo Sarti, che possedeva il talento del comandare, facemmo un lavoro fantastico, costruimmo un progetto partendo dalle fondamenta ed arrivando a competere per lo scudetto. E proprio in virtù di questo un tale riconoscimento non lo si può non condividere con tutti i collaboratori e gli amici che mi hanno accompagnato nella mia lunga carriera».
Da collega più anziano e spettatore, come valuta il lavoro che stanno svolgendo da allenatori Vincenzo Esposito e Sandro Dell'Agnello?
«Devo confessare che non ho avuto modo di vedere delle loro partite, ma certamente sono contento che si stiano affermando anche in questo ruolo. Con Sandro Dell'Agnello ho un rapporto particolare perché lo chiesi espressamente a Sarti. E a Caserta lavorammo tanto e lui migliorò molto come giocatore. Però devo essere sincero - ha proseguito il tecnico slavo -, per il suo temperamento non mi sarei mai immaginato che intraprendesse la carriera da allenatore. Sono rimasto impressionato del suo percorso, e addirittura mi sono meravigliato quando lo scorso anno Pesaro decise di esonerarlo dopo il buon lavoro, in condizioni piuttosto precarie, che ha fatto. Adesso che è a Caserta ci siamo sentiti e oltre a qualche consiglio, l'ho invitato al prossimo raduno estivo della Nazionale del Montenegro per poter discutere di vari aspetti tattici».
Ormai sono diversi anni che si è dedicato unicamente a guidare le nazionali. Ma se venisse un club a proporle un ruolo da capo allenatore o responsabile del settore giovanile?
«Gli rispondere senza mezze misure che ho già dato abbastanza in questo ambiente. Adesso in primis sono un nonno a tempo pieno, e poi ho accettato con voglia la proposta arrivata dalla mia nazionale. Spesso vado in Montenegro per visionare qualche giocatore proprio in questa ottica. Quando ero un giovane coach ho guidato la nazionale giovanile dell'allora Jugoslavia con cui vinsi anche un argento europeo, ma davvero - ha continuato l’ex coach della Juvecaserta -, bisogna lasciare spazio ai giovani allenatori emergenti. Non nego però che mi piace frequentare ogni tanto gli allenamenti di Trieste, una società solida che sta facendo un’ottimo lavoro con i giovani, ha un progetto serio, ha un pubblico caloroso, e io nutro rispetto e adorazione nei confronti dell’allenatore Eugenio Dalmasson».
Datome ha dichiarato ultimamente che se non ci fossero state le norme per gli under, forse, lui non avrebbe avuto l’occasione per emergere. Qual è la sua idea su tale argomento?
«Nella mia filosofia ho sempre promosso chi aveva talento, indistintamente dall’età. Certamente adesso la situazione è alquanto complessa, con giocatori che vanno e vengono da una settimana all’altra. Più che l’obbligo di far giocare gli under, io obbligherei le società a non prendere tanti stranieri. Tanti anni fa le squadre venivano costruite tenendo presente uno zoccolo duro di giocatori, che davano un’identità, un colore. Adesso non è più così, anche se ci sono club che cercano di perseguire questa strada. Ad esempio è da ammirare ciò che sta facendo Reggio Emilia - ha commentato Tanjevic -, che ha una matrice italiana importante, riconoscibile, che si prende grandi responsabilità in campo. È ovvio che sulla falsariga degli ottimi risultati che sta ottenendo la squadra emiliana ci siano altre società che hanno in mente di creare un tale progetto, e speriamo che ne siano sempre di più».
Da ex Ct dell’Italia, qual è il suo pronostico in vista del Preolimpico, e possiamo considerare questa nazionale la più forte di sempre?
«Italia, Croazia e Grecia sono tre squadre forti, ma penso che gli Azzurri siano favoriti perché si gioca a Torino, anche se questo significherà maggiore pressione. A questa nazionale non manca di sicuro il talento, all’Europeo si è visto, e sono convinto che si tratti della nazionale italiana più forte di sempre. Però - ha concluso l’hall of famer - tale talento deve essere confermato con i risultati».



IL COMMENTO Il coach bianconero è stato elogiato dal suo mentore
Dell’Agnello: «Ti faceva sentire imbattibile»

CASERTA. Dell’onorificenza di Bogdan Tanjevic ne abbiamo parlato con Sandro Dell’Agnello, elogiato proprio dal tecnico montenegrino per la sua carriera da allenatore.
Il riconoscimento a Tanjevic è meritato, senza dubbio, ma secondo lei perché è giustificato?
«Ho letto la notizia ed innanzitutto sono contento per lui. Il premio è meritato soprattutto per i suoi successi - ha esordito Dell’Agnello - perché ovunque ha allenato è riuscito sempre a competere ad altissimi livelli. Con Caserta ha disputato finali per i titoli nazionali ed internazionali, con Trieste una semifinale scudetto ed una finale di Korac, con Milano ha vinto campionato e Coppa Italia. E poi riportò l’Italia sul tetto d’Europa dopo anni in cui si vinceva poco, e dopo di lui purtroppo c’è stato un altro periodo in cui non si vinse tanto. Al di là dei risultati, comunque, è stato un grande maestro della pallacanestro mondiale, allevando tanti campioni da lui scoperti».
Nella sua nuova carriera da allenatore, a cosa maggiormente si ispira a lui?
«Io e lui abbiamo un tratto in comune, ovvero quella di cercare di motivare sempre i propri giocatori. Quando ero allenato da lui - ha ricordato Sandrokan - non importava contro chi si giocasse, poteva anche essere la miglior squadra del mondo, ma lui era capace di farti sentire imbattibile. Io stesso non potevo fare a meno di sentirmi più forte di quello che poi ero realmente. E questa cosa l’ho appresa da lui e cerco in qualsiasi momento di trasmetterla ai miei giocatori».
Tanjevic ha dichiarato di essere in contatto con lei da quando è venuto a Caserta, e che è pronto ad ospitarla ad un raduno della sua nazionale?
«I consigli da una persona del suo spessore sono sempre ben accetti e - ha concluso l’attuale coach della Juvecaserta - sarei felice di ricevere il suo invito».
GIBO

lunedì 1 febbraio 2016

Juvecaserta, è stata la vittoria dei “magnifici 7”

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 02/02/2016

LEGA A. Contro Cremona si sono visti cuore e cazzimma, si vede che è una questione di dna
Juvecaserta, è stata la vittoria dei “magnifici 7”

di Giovanni Bocciero

CASERTA. Una vittoria frutto di cuore, abnegazione, difesa, e soprattutto cazzimma, con la “c” maiuscola se ci permettete. Quella cazzimma che ha da sempre contraddistinto la Juvecaserta, sin dai tempi del miracoloso scudetto del 1991 con due sani interpreti di questa particolare personalità nostrana, ovvero Nando Gentile ed Enzo Esposito. La cazzimma è spesso stata pronunciata anche nella passata stagione, proprio da uno di quei primi interpreti che ha trasmesso quella carica agonistica dal campo alla panchina. E adesso c'è un altro trascinatore che si è fatto carico di tramandare questa voglia di arrivare all'obiettivo. Stiamo parlando, ovviamente, di coach Sandro Dell'Agnello che di certo possiamo considerare un casertano adottato, e che proprio sul legno del PalaMaggiò ha fatto un tirocinio accelerato. Si vede, dunque, che è una questione di dna.
La vittoria contro Cremona, vera e propria sorpresa di questo campionato al pari della Pistoia di Esposito, ha sottolineato ancora una volta che i risultati di questa Juvecaserta sono il frutto di un collettivo, che sa lottare e sgomitare insieme. Tutti portano il loro mattoncino, si rendono utili alla causa bianconera e si mettono a disposizione del gruppo. Un gruppo che riesce ad esprimere il meglio di se, forse, soprattutto nelle difficoltà. E a Pezza delle Noci decisamente ne abbondano. Un gruppo forgiato sin dall'estate con quella matrice difensiva capace di sovvertire le partite, ma che a lungo andare sta dimostrando anche di avere un'organizzazione offensiva che a corrente alterna riesce ad essere molto efficace.
Ovviamente le linee guida sono quelle del tecnico toscano, che sta dimostrando tra alti e bassi, e soprattutto dopo tanta gavetta anche in serie minori, che è un buon allenatore in massima categoria. Sta riscuotendo dei grandissimi risultati nonostante non abbiamo quasi mai avuto la squadra al completo, e questo non può che accrescere di maggior prestigio tutto il lavoro che sta facendo all'ombra della Reggia. Contro Cremona, infatti, mancavano due elementi quantomai importanti come Daniele Cinciarini e Viktor Gaddefors, il primo autentico pilastro dell'attacco casertano, il secondo l'ago della bilancia per la difesa bianconera. Ma nonostante queste due fondamentali e assenze, i compagni si sono compattati ed hanno lavorato anche per sopperire alle mancanze degli indisponibili. E chissà, forse proprio questa situazione al limite del disperato non ha fatto sentire quella solita pressione casalinga che fin qui ha giocato brutti scherzi alla truppa di Dell'Agnello.
Bobby Jones e Peyton Siva sono stati sicuramente i due migliori giocatori tra le fila della Juvecaserta, ma in generale sono stati davvero tutti a brillare in piccole ma decisive cose. L’ex regista di Louisville, inevitabilmente, ha dato una marcia in più alla squadra da quando è rientrato a pieno regime. Un’autentica stella che sta facendo vedere di gara in gara tutto il proprio talento, sia in fase di costruzione che in quella di realizzazione. Jones, invece, dopo essere finito nell’occhio del ciclone qualche settimana fa, è cresciuto e sicuramente sta meglio dal punto di vista fisica. Questo gli ha garantito di esprimersi finalmente sui suoi livelli, risultando decisivo.
Mancavano i tiri piazzati di Cinciarini e la difesa di Gaddefors, no problem, il loro lavoro è stato svolto da Micah Downs, che è stato quantomai chirurgico, con grande continuità, e da capitan Andrea Ghiacci, che spedito in quintetto si è sacrificato nella propria metà campo facendo il suo ottimo lavoro sporco. Un idolo della tifoseria al quale bisognerebbe istantaneamente costruirgli una statua fuori dal PalaMaggiò. Infine, la solidità nel pitturato di Dario Hunt che ha letteralmente giganteggiato, la presenza di Nika Metreveli che ha dato il giusto apporto quando chiamato in causa, proprio come Marco Giuri che è la vera e propria sorpresa di questo campionato. Questi sono stati i protagonisti della vittoria su Cremona, la vittoria che sarà ricordata in città come quella compiuta dai “magnifici 7”.

mercoledì 30 dicembre 2015

Un anno di Juvecaserta: retrocessione, ripescaggio, diatribe interne, imprese sportive

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 31/12/2015

2015. In dodici mesi retrocessione, ripescaggio, diatribe interne, imprese sportive e tanto calore
Salutiamo un anno di Juvecaserta molto intenso

di Giovanni Bocciero

CASERTA. Dall’1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2015, un anno a tinte bianconere, un anno tra vittorie e sconfitte, esultanze e contestazioni, diatribe interne, imprese sportive, l’amara retrocessione, il dolce ripescaggio, volendo riassumere tutto ad una singola parola: Juvecaserta. E allora partiamo per questo viaggio che idealmente inizia dal PalaBigi di Reggio Emilia, dove il 4 gennaio scorso la squadra allenata allora da Enzo Esposito fu sconfitta per 95-74, e che si è concluso sportivamente parlando il 27 dicembre al PalaMaggiò con la vittoria per 80-75 ai danni di Brindisi. In dodici mesi la franchigia casertana ha chiuso con un record generale a cavallo ovviamente di due campionati differenti da 14 vittorie e 17 sconfitte. Un bottino tutto sommato buono, forse addirittura positivo contro ogni logica matematica, ma che proprio per via del fatto che sia stato compiuto in due stagioni agonistiche diverse ha dato pochi frutti.

PRIMA PARTE. La già citata sconfitta di Reggio Emilia, valevole come 14esimo turno del campionato 2014/15, aprì un anno in cui la Juvecaserta incappò nella sua 14esima sconfitta consecutiva con lo zero ancora ben fisso nella casella dei punti. La situazione a Pezza delle Noci naturalmente non era serena. Oltre alle sconfitte, molte davvero indegne per le prestazioni, Esposito era il terzo tecnico dall’inizio della stagione e da pochi giorni era stato tagliato il miglior giocatore del roster ma allo stesso tempo il meno empatico, tale Sam Young.
Il 7 gennaio proprio sulle nostre colonne patron Iavazzi fu protagonista di un’intervista in cui bacchettò l’operato dell’ex presidente Carlo Barbagallo, che di lì a poco si sarebbe dimesso, e del giemme Atripaldi. Inutile ricordare le repliche a distanza di poche ore. Il clima si appesantì ulteriormente in vista dell’ultimo match del girone d’andata contro la diretta avversaria per la lotta salvezza, ovvero Pesaro, che fu sconfitta per 80-73. Finalmente la prima vittoria dell’anno che diede il via ad un incredibile poker in cui i bianconeri batterono in successione Roma, Brindisi e Bologna. In poco meno di un mese la Juvecaserta si ritrovò da zero ad otto punti, e così la missione salvezza prese quota. La sconfitta in quel di Pistoia interruppe il buon momento bianconero che il 21 febbraio si complicò a causa del punto di penalizzazione inflitto dalla Com.Te.C per via del ritardo nei pagamenti Irpef. Inutile dire che questa assunse i connotati di una mazzata, con la squadra che uscì sconfitta anche da Cremona e ancor peggio in casa contro Capo d’Orlando dopo un brutto match. Il mese di marzo continuò negativamente con il k.o. di Cantù, in cui Esposito fu perfino espulso. Il 20 la società bianconera presentò ricorso per la penalizzazione, e la domenica i giocatori fecero il loro dovere battendo al PalaMaggiò la capolista Venezia. La cavalcata per la “remuntada” salvezza sembrava poter riprendere, e invece contro Trento, Milano e Varese arrivarono tre battute d’arresto sconfortanti.
Alla quartultima giornata Caserta era impegnata “on the road” per il derby con Avellino, e mai vittoria in terra irpina fu più importante. I casertani si preparavano così al rush finale, centrando due successi casalinghi prima con Sassari e poi con Reggio Emilia. Proprio quest’ultima, ad una giornata dal termine, permise di effettuare il sorpasso ai danni di Pesaro. E per uno scherzo del destino la salvezza sarebbe passata proprio per lo scontro diretto dell’Adriatic Arena. Cinque giorni prima del decisivo match, però, il 5 maggio il Collegio di garanzia dello sport del Coni rigettò il ricorso della Juvecaserta confermando la penalizzazione. E così alla palla a due Caserta si presentava con 15 punti in classifica e Pesaro con 14, con lo scontro diretto che a poco serviva. I bianconeri partirono a spron battuto, sembrava potessero prendere il largo a metà gara ma invece subirono la rimonta veemente dei pesaresi che alla fine s’imposero per 80-70 facendo sfumare l’incredibile rimonta dei casertani che, purtroppo, retrocedettero.


SECONDA PARTE. Ad una settimana dall’amaro verdetto del campo, ovvero il 18 maggio, patron Raffaele Iavazzi tenne una conferenza stampa in cui tirò le somme alla stagione, dichiarando di essere pronto anche a passare la mano qualora ci fosse un acquirente credibile, aprì al ritorno in società di Caputo e snobbò ancora Barbagallo con cui per tanto tempo si parlò della cessione del club bianconero alla nascente fondazione del socio di minoranza. Il 28 maggio il front office casertano si iscrisse alla A2 e contemporaneamente presentò domanda di ripescaggio alla Serie A. Il 17 luglio Caserta rinacque, perché il Consiglio federale accettò dopo un lungo tira e molla l’auto-retrocessione di Roma. Per l’ufficialità il club di Pezza delle Noci doveva adempiere ad alcune operazioni burocratiche che richiedevano ulteriore tempo rispetto al termine stabilito dalla Fip, e così ancora Iavazzi minacciò la scomparsa della squadra qualora la federazione non gli concedesse qualche giorno in più.
Fortunatamente, con buonsenso, il 4 agosto la Juvecaserta tornò a far parte del bouquet di A. Il resto possiamo considerarlo quasi presente. La caldissima estate con retrocessione, ripescaggio ufficioso e poi diventato realtà vide il passaggio del testimone da Esposito a Sandro Dell’Agnello. La squadra venne costruita tenendo ben presente il budget, e mentre i tasselli andavano man mano costituendo il mosaico bianconero, crebbe naturalmente l’attesa in città. Circa un migliaio di tifosi accolsero al raduno del 21 agosto la nuova squadra sul parquet, straordinario, del PalaVignola, dopo che il PalaMaggiò subì ben due furti di fili di rame. L’infermeria purtroppo inizia ad affollarsi sin da subito, da prima con Downs, poi Siva, Jones, Giuri, Gaddefors, Amoroso, e questo condizionerà non poco il campionato. Eppure all’esordio del 4 ottobre in quel di Varese, Caserta compie la prima grande impresa vincendo 51-58. Le successive tre sconfitte rispettivamente con Torino, Cremona e Milano aprono una crepa. Iavazzi torna a parlare rilasciando un’intervista in cui si lamenta di essere stato lasciato nuovamente da solo, ma la squadra reagisce espugnando Bologna nel “monday night” del 2 novembre, e bissando la vittoria in casa contro Capo d’Orlando. Due giorni dopo quel successo, ovvero il 10 novembre, per non influenzare la prestazione della squadra nella delicata partita, Rosario Caputo replica al patron bianconero sottolineando alcuni aspetti caratteriali dello stesso. La Juvecaserta intanto va vicina a battere in trasferta la capolista Pistoia che la spunta dopo un overtime, ma in settimana inizia la telenovela Valerio Amoroso, che la società gestirà malissimo. L’atleta, che sembrava aver rescisso, ritornerà in gruppo, il tifo non la prenderà bene ed il patron difenderà in modo autoritario questa scelta.
Intanto prima Cantù e poi Venezia batteranno Caserta, che torna alla vittoria il 6 dicembre contro Pesaro. Il doppio match con Sassari e Reggio Emilia, questa volta, non frutterà punti per la truppa casertana, che vivrà un momento di massima euforia a cavallo del Natale con l’impresa di Avellino, in cui si è imposta per 62-70 dopo un primo tempo terribile per come si stava giocando, e conquistando i “due punti” anche in casa contro Brindisi dopo una gara piuttosto autorevole da parte dei bianconeri, chiudendo così in modo soddisfacente il 2015.

domenica 23 agosto 2015

Il senso retrò di Iavazzi ha portato a Sandrokan

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 24/08/2015

AMARCORD. Il patron bianconero ha riportato a Caserta un’eroe dello scudetto del 1991
Il senso retrò di Iavazzi ha portato a Sandrokan

CASERTA. Venerdì è iniziata ufficialmente la nuova stagione della Juvecaserta, e per il suo neo coach si tratta di una nuova avventura all’ombra della Reggia dopo averci militato da giocatore. Sandro Dell’Agnello sul legno del PalaMaggiò c’ha vinto uno scudetto, e negli anni è ritornato più volte da avversario quando guidava dalla panchina la Vuelle Pesaro.
Il patron Lello Iavazzi non ha mai nascosto questo senso di retrò durante la sua presidenza. Due anni fa, infatti, corteggiò a lungo Nando Gentile, il playmaker e leader di quella Juvecaserta campione d’Italia nel maggio del 1991, per affidargli il ruolo di responsabile tecnico del settore giovanile bianconero. L’ex numero 5 la cui casacca è appesa in bella vista al soffitto dell’impianto dei “cento giorni” declinò però l’invito perché, come ormai fa da alcune stagioni a questa parte, preferisce vivere i figli Stefano ed Alessandro ai quali quando erano più piccini ha dedicato poco tempo.
DELL'AGNELLO CON IAVAZZI (FOTO BUCO)
Nella scorsa estate invece, la trattativa con Enzo Esposito è andata a buon fine, riportando così uno di quegli eroi in quel di Pezza delle Noci. “El Diablo” ha rivestito il ruolo di assistant coach prima di essere promosso e dare un senso al campionato della formazione casertana che con lui da trainer ha ritrovato quanto meno l’orgoglio ed il carattere di non arrendersi mai, di lottare e sudare la maglia riaprendo la corsa alla salvezza che ad un certo punto del torneo sembrava ormai compromessa del tutto. Ciò che è successo poi alcune mesi fa appartiene già alla storia, con Esposito che ha preferito trasferirsi a Pistoia, forse rinnegando quanto di buono gli ha concesso Caserta nello scorso campionato, dopo le non certe esaltanti esperienze da tecnico prima a Trento e poi ad Agrigento.
E allora arriviamo ai giorni nostri, alla retrocessione da smaltire, al torneo di A2 da preparare, al nuovo allenatore da scegliere. E qui Iavazzi si fa colpire ancora da quella nostalgia datata 1991. E allora dopo Gentile ed Esposito, dopo rispettivamente il numero 5 ed il numero 6 della Juvecaserta scudettata, perché non provare a riportare in Terra di Lavoro un altro di quei protagonisti di quello che per tutti è stato ribattezzato come un autentico miracolo sportivo, esattamente il numero 7, ovvero Sandro Dell’Agnello.
A detta dei diretti interessati, si è trattato di una trattativa-lampo. La Juvecaserta voleva Dell’Agnello e Sandro voleva solo Caserta. Alla fine matrimonio è stato, e con questo barlume di nuova speranza si è prima aperta la possibilità del ripescaggio in massima serie e poi concretizzata, con il placet della Virtus Roma, rinunciataria alla Serie A, e soprattutto della Federbasket, che ha acconsentito a questo scambio di categorie venendo anche incontro alle esigenze burocratiche del club bianconero che ha chiesto ed ottenuto una proroga per la presentazione di tutti i documenti necessari per l’iscrizione al prossimo campionato.
Per Dell’Agnello questa avventura sulla panchina della Juvecaserta sarà certamente emozionante, forse addirittura decisiva per la sua carriera nelle vesti di allenatore, anche se nelle sue precedenti esperienze tra Don Bosco Livorno, Reyer Venezia, Leonessa Brescia, Fulgor Forlì e Vuelle Pesaro, seppur quest’ultima terminata con l’esonero, ha dimostrato che la stoffa per fare il coach ad alti livelli sicuramente ce l’ha. Il più delle volte ha allenato in situazioni di budget risicati, costretto a fare di necessità virtù ma comunque portando a casa degli onesti risultati.
E adesso la chiamata di Caserta, dove siamo convinti che, conoscendo il suo carattere determinato ed ostinato, metterà tutta l’anima per far sì che all’ombra della Reggia si viva una stagione da incorniciare, forse addirittura da ricordare negli annali.
GIBO

domenica 21 giugno 2015

Esposito e la sua scelta di salutare la Juvecaserta

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 22/06/2015

IL SALUTO. Il coach casertano doc forse è stato poco riconoscente per l’opportunità datagli
Esposito e la sua scelta di salutare la Juvecaserta

di Giovanni Bocciero

CASERTA. È finita. Dopo un lungo tira e molla è giunta al capolinea l'avventura di coach Enzo Esposito sulla panchina della Juvecaserta, che è durata esattamente dodici mesi. Era il 5 giugno 2014 quando presso la sala clinic del PalaMaggiò veniva presentato l'ex giocatore NBA che entrava a far parte dello staff tecnico bianconero. Inoltre, il volto di “El Diablo” fu utilizzato come testimonial del settore giovanile così da cercare di convogliare  intorno al casertano doc tutto quell'entusiasmo che sarebbe dovuto essere come benzina sul fuoco dopo una stagione in cui la prima squadra aveva sfiorato i playoff facendo vedere un'ottima gioco in campo, divertente, vincente e spettacolare.
FOTO FILAURO
Dodici mesi dopo, appunto, esattamente il 19 giugno 2015 il comunicato in cui società e tecnico ufficializzano il loro divorzio. Una separazione che sicuramente ha lasciato qualche malumore lì a Pezza delle Noci, soprattutto per l'opportunità che è stata offerta all'ex beniamino, per la seconda volta nella sua vita sportiva, del PalaMaggiò. In questa volontà di Esposito forse c'è stata poca riconoscenza, perché prima di questa stagione i risultati da allenatore del casertano non erano certamente stati esaltanti. Prima a Trento e poi ad Agrigento nell'allora B d'Eccellenza, e dopo un anno tra alti e bassi lì nel profondo nord ed una retrocessione raggiunta lì nel profondo sud, entrambe le compagini in questione hanno dato vita ad una escalation di successi rispettivamente con gli allenatori Buscaglia e Ciani. La parentesi di Imola dell'anno prima di ritornare a Caserta forse è bene neppure prenderla in considerazione, visti i problemi economici che affliggevano, e in parte affliggono ancora oggi la franchigia romagnola.
L'occasione bianconera coach Esposito l'ha sfruttata al massimo delle sue possibilità, innanzitutto perché bisogna partire da un dato oggettivo importante. Dopo l'inizio ad handicap con quello 0-11, e gli esoneri prima di Lele Molin e poi di Zare Markovski, fare peggio era davvero molto difficile. Bisogna comunque dare i meriti a El Diablo capace di ricompattare uno spogliatoi che, sempre oggettivamente, sembrava spaccato e diviso. Lui è stato capace di ricompattarlo, svolgendo più un ruolo di psicologo che di tecnico vero e proprio. Con la grinta e l'energia che lo contraddistinguevano da giocatore, è stato un motivatore non solo per la squadra ma per l'intero ambiente casertano, che giustamente ha fatto quadrato intorno a lui.

Messe le cose in chiaro è riuscito nello spezzare quella maledizione che vedeva la Juvecaserta con ancora lo “zero” in classifica e relegata di conseguenza all’ultimo posto della graduatoria. E’ riuscito a spingere i giocatori oltre i loro stessi limiti. Per come era la situazione quando lui si è fatto carico, avendo tantissimo coraggio, di questa responsabilità, è andato davvero vicinissimo ad un miracolo sportivo. Caserta e la Juvecaserta per questo non lo dimenticherà, come non ha fatto ben prima. Continuare questa avventura però, magari diventando il simbolo della rinascita, sarebbe stato ancor meglio.