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martedì 3 giugno 2025

El Diablo, sulla cresta dell'onda del mare: l'intervista a cuore aperto

Intervista a cuore aperto con uno dei giocatori più emblematici della pallacanestro italiana, in cui ha lasciato una traccia indelebile

El Diablo, sulla cresta dell'onda del mare 

«Ho chiuso col basket. Dopo Brescia non mi ha chiamato più nessuno». Ma la pubblicazione della sua autobiografia ha permesso ad Enzo Esposito di ritornare solo per un po' in quel mondo che ha frequentato per oltre trent’anni, prima da giocatore e poi da allenatore. Non gli piace vivere nel passato, per questo si è lasciato alle spalle tutto ed è volato a Gran Canaria, dove, viaggiando in caravan, insegue le onde e si prende cura di sé stesso.

 

di Giovanni Bocciero*

 

Ha fatto impazzire di gioia le tifoserie delle squadre per cui ha giocato, ma allo stesso tempo si è attirato la malevolenza di quelle avversarie proprio per il suo modo di giocare verace e sanguigno. In un modo o in un altro, Enzo Esposito ha di sicuro infiammato i parquet di tutta Italia. Ed è raccontato per intero nella sua autobiografia “El Diablo, vita e miracoli dell’ultimo poeta del basket italiano”, libro pubblicato dall’associazione di tifosi Il Fortitudino.

«A me non piace ricordare le cose del passato - esordisce esplicito, come nel suo carattere, Esposito -. Certo, fa piacere che siano successe, ma per come la vedo io nel guardare troppo indietro si fa poi fatica ad andare avanti. È normale che fare comunque un tuffo nel passato fa riemergere tanti episodi legati a successi, delusioni, eventi particolari che fanno piacere. Tutto ciò è servito per scrivere questo libro che è stato fatto davvero molto bene, con tante foto e diversi ritagli di articoli di giornale che ne hanno fatto un volume veramente completo. E poi ha uno scopo benefico, e fa ancora più piacere quando c’è un fine più grande».

È papà Biagio che conserva gelosamente qualsiasi cosa riguardi lo scugnizzo casertano. Nella loro casa di Caserta ha una stanza completamente piena di memorabilia oltre che di foto. Tante delle quali sono servite, appunto, per rendere ancora più di valore il libro. Come quella dell’esordio in serie A ad appena quindici anni, gettato nella mischia da Bogdan Tanjevic in una sfida a Livorno. Volume impreziosito dalle tante testimonianze, dagli aneddoti e dai racconti. Il più emblematico, forse, quello dei quindici tifosi fortitudini partiti da Bologna per andarlo a vedere giocare, o forse sarebbe meglio dire per andarlo a trovare, visto il legame, a Toronto.

L’ULTIMA VOLTA CHE ABBIAMO VISTO Esposito su di un campo, però, era sul finire del 2020, allenatore di Brescia prima che arrivasse la rescissione. «Il mio post Covid è stato abbastanza traumatico - ha dichiarato con un po' di magone -. Prima c’era stata la comunque buona stagione di Caserta nonostante la retrocessione, poi i successi di Pistoia e la prima ottima annata a Brescia. Con la pandemia è stata una lotteria un po’ per tutti, e purtroppo per me le cose sono diventate negative. Si sono verificati così tanti episodi che mi hanno lasciato il segno, anche extra cestistici, che mi hanno fatto allontanare effettivamente dal basket».

Riposte nel cassetto casacche, pantaloncini e scarpette, abituato ad utilizzare anche quando allenava, ha ripercorso la sua carriera a ritroso. E questa l’ha portato in un luogo dove ha giocato per pochi mesi dal gennaio del 2002. «Mi sono trasferito a Gran Canaria, dove ho tante amicizie, ed ho iniziato una vita completamente diversa. I primi anni ho pure collaborato con una accademia che reclutava ragazzi a livello internazionale per poi facilitare il loro trasferimento negli Stati Uniti, ma adesso sono due anni che mi dedico solo a me stesso. Mi piace fare bodyboard, che è una versione differente del surf, e mi godo la vita».

Anche se «la pallacanestro è un capitolo chiuso», come ripete più volte, ogni tanto torna ad allacciarsi quelle scarpette perché «capita che per qualche amico che ha i figli che giocano, faccia degli allenamenti privati per dargli un’occhiata e qualche consiglio. Però per quanto riguarda il basket inteso come giocatori e club, non ne ho più idea perché non lo seguo da almeno tre anni. Ormai viaggio in caravan e sono sempre in giro alla ricerca del posto migliore dove trovare le onde. Vivo in un mondo a parte ed ho staccato completamente col basket».

Enzo Esposito a Caserta (Foto Filauro)

SONO DI DOMINIO PUBBLICO le parole dell’ex general manager di Caserta, Marco Atripaldi, rimasto sbalordito dalla quantità di conoscenze che aveva Esposito negli States. Durante un viaggio dei due nell’estate del 2014, per andare a vedere le partite della Summer League di Las Vegas e monitorare qualche giocatore da portare all’ombra della Reggia, chiunque conosceva El Diablo. E proprio per questi suoi molti contatti, oltre all’esperienza da giocatore in Nba, covava il desiderio un giorno di allenare al college.

«Continuo a collaborare con una società in Italia, la Hoopers Bridge, che si occupa principalmente di reclutamento di ragazzi che vogliono provare a fare un’esperienza negli Stati Uniti. Do una mano, ma ho abbandonato anche l’idea di poter allenare al college in America. Ricominciare ogni volta da zero, per dimostrare cosa puoi fare o cosa sai fare non è semplice. Si arriva ad una età, come la mia, in cui non puoi più fare un passo avanti ed uno indietro. Ormai sono per guardare solo in avanti, sempre, altrimenti per usare una metafora legata all’acqua, le onde ti travolgono e rischi che ti fai male».

Per dare l’idea di cosa significa davvero aver chiuso con il basket, Esposito non legge neppure i giornali spagnoli, e della vicenda dell’azzurrino Dame Sarr sa poco o nulla. «So che ha lasciato il Barcellona e che andrà negli Stati Uniti, magari in Nba (ma non compare nella lista dei 106 atleti iscritti per il draft di questa estate perché non si è dichiarato, ndr). Credo comunque che in Ncaa sia un tipo di giocatore che possa davvero fare sfracelli. Ma mi limito a dire questo perché davvero non seguo più la pallacanestro giocata, neppure per quel che concerne il campionato spagnolo. In tre anni sono andato a vedere soltanto due volte le partite del Gran Canaria. Una volta mi hanno invitato a vedere il derby; e un’altra volta perché giocava contro Trento, e l’assistente allenatore Fabio Bongi è un mio amico perché abbiamo lavorato insieme a Pistoia. Per questo sono passato a salutarlo».

TRENTO È UNA CITTÀ CHE RICORRE spesso nella sua vita. Difatti, la sua carriera da allenatore è iniziata proprio nella valle del fiume Adige: stagione 2009/10. «Quello fu il mio primo anno in assoluto da coach, con Trento che era stata ripescata dopo la retrocessione per fare di nuovo la serie A Dilettanti. C’era la nuova società, che iniziò il suo cammino con Salvatore Trainotti in qualità di dirigente, e sfiorammo i playoff. Non lo sapevo ma mi fa piacere che abbia vinto la Coppa Italia perché è una piazza dove sono stato bene e trattato ancor meglio. Proprio quest’anno, in occasione dell’unica partita che sono andato a vedere, ho conosciuto coach Paolo Galbiati. Siamo stati avversari, e sono rimasto felice di averlo potuto conoscere perché tutto l’ambiente è composto da persone serie che lavorano molto bene».

Casertano di nascita, bolognese d’adozione, l’Italia per El Diablo è ormai solo una tappa fugace. «Manco da Caserta da un anno, ed ovviamente non mi sono interessato ai risultati della squadra. Le uniche volte che mi capita di passare in città sono per festività particolari, come ad esempio il compleanno di mia madre. Ma ormai ci vado una o due volte l’anno. E l’ultima volta non sono rimasto per neppure 48 ore prima di ritornare a Gran Canaria. Neanche gli amici più stretti mi informano sulla Juvecaserta, perché sanno che ormai sono fuori dal giro. Quando mi sono incontrato con loro abbiamo parlato di tutto, tranne che di pallacanestro».

«A Bologna, invece, sono stato tre giorni per la presentazione del libro, era appena arrivato Attilio Caja come allenatore». E proprio quel fortuito caso ha fatto sì che gli telefonasse Rick D’Alatri dall’America per chiedergli se fosse vero che andava ad allenare la Fortitudo. «Ma quando mai. Non so più nulla perché ho chiuso col basket. Al momento sto solo pensando a me stesso e a come organizzarmi nel miglior modo possibile per vivere sull’isola, dove ho una vita meravigliosa, per essere pronto ad ogni evenienza. Ma nulla a che vedere con la pallacanestro. Ripeto, faccio surf, skateboard, palestra, ma di sport di squadra non ne ho più idea. Non ne ho proprio il desiderio, anche perché dall’Italia non ho più sentito nessuno».

LE PAROLE DEL PRIMO GIOCATORE italiano ad aver segnato punti in Nba vengono avvolte anche da amarezza e dispiacere, perché «dai procuratori ai coach, non ho più ricevuto una telefonata. È una cosa abbastanza triste, non per me ma per far capire come funziona questo mondo. Fin quando ero nel giro sentivo quasi settimanalmente gli agenti e i colleghi allenatori, ma dopo un anno che avevo staccato sono spariti tutti. Quando pensi a queste cose, capisci che non ne vale neppure più la pena, perché dopo aver passato trent’anni sui campi ci si riduce a non ricevere neanche più un messaggio d’auguri».

Il soprannome El Diablo glielo hanno appiccicato proprio alla Fortitudo, dopo una partita giocata ‘a metà’ in quel di Pistoia. Altra città a lui cara. Nel primo tempo gioca male, non segna neppure un punto e allora Sergio Scariolo lo fa sedere in panchina. Ne nasce uno scontro, fumantino come è, e nel secondo tempo riversa tutta la rabbia accumulata in campo: segna 29 punti. È un’iradiddio, o meglio dire un diavolo. Tiratore sì, ma amava anche fare a brandelli le difese con le sue azioni spesso e volentieri immaginifiche. Ancora oggi non ci si capacita di certe sue giocate.

IL SUO RAPPORTO CON GLI ALLENATORI non è sempre stato dei migliori, proprio per il suo temperamento. Eppure addirittura Ettore Messina, suo ct in occasione degli Europei del 1995, ha raccontato nel libro di aver imparato tanto da Esposito. E lui ha fatto tesoro degli insegnamenti dei tanti grandi tecnici che ha avuto quando è passato dall’altra parte della barricata. «Quando cambi ruolo è importante mettere da parte quello che è stato quando eri giocatore, ed è fondamentale mettersi a disposizione della squadra. Il carattere fumantino, magari, ti permette di gestire con maggiore personalità le situazioni, dall’arbitro al giornalista, dal dirigente al tifoso».

Forse, pensare che sarebbe diventato a sua volta un coach era una cosa inimmaginabile. Ma da allenatore, El Diablo, ha cercato di portare la sua idea di pallacanestro. Molto diversa dall’abuso del tiro da tre che è in voga adesso. «Il gioco è cambiato. Ma questo già quindici anni fa, con i primi lunghi che hanno iniziato a stazionare in maniera fissa sul perimetro. A me assolutamente non piace tutto questo tiro da tre, e quando allenavo mi davo l’obiettivo di costruire squadre sempre equilibrate».

«Pensa ai giocatori che ho avuto, Nathan Boothe, Alex Kirk, Jack Cooley, Dejan Ivanov, ho sempre cercato di prendere un lungo che potesse anche creare il gioco interno. Per me nella pallacanestro va utilizzato tutto il campo, invece oggi si gioca solo in contropiede e col tiro da tre. Il basket va in questa direzione, e bisogna dunque adeguarsi. Ma il problema è che i ragazzini non lavorano più sui fondamentali ma solo sull’atletica e il tiro. Questo va a vantaggio dello spettacolo, ma quando ciò non avviene si assistono a partite dall’indubbia bellezza».

Esposito ha rappresentato il ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ne ha conosciuto le abitudini, il modo di pensare e come lavorano. Per questo, chi meglio di lui può dare un giudizio sulla nascente lega della Nba Europe. «Gli americani sono i numeri uno per il business. C’è poco da dire. Non so di cosa si tratti nello specifico questa nuova lega, ma ci vedo tanto di business. Loro non fanno niente per niente, quindi oltre alla pallacanestro c’è una grossa fetta percentuale che riguarda il merchandising ed il reclutamento».

«È la direzione globale che sta prendendo il mondo. A me personalmente non piace, e non la considero una cosa vantaggiosa ed interessante per la pallacanestro europea. La potrei quasi definire come una G League fatta oltreoceano, con franchigie che saranno loro affiliate. E questo permetterà di abbattere le barriere e spianare molto più facilmente la strada per i giovani - ha concluso Enzo Esposito - che saranno attratti ad andare a giocare negli Stati Uniti».

Esposito da giocatore in Nba (foto Google)

Esposito è stato il primo colpo dell’era Seragnoli

L’associazione Il Fortitudino ha iniziato da alcuni anni ad intraprendere una sua linea editoriale con la pubblicazione di libri che raccontano giocatori passati per la Effe. Si è iniziato con Gary Schull e Charles Jordan, per arrivare a Enzo Esposito e a “El Diablo, vita e miracoli dell’ultimo poeta del basket italiano”. Già c’è stata una prima donazione col ricavato del volume al partner storico del gruppo di tifosi dell’Aquila, ovvero il Willy The King Group, associazione che si occupa della promozione della cultura dell’inclusione dei soggetti diversamente abili. Il libro ha avuto due ristampe, ed ha raggiunto già le 700 copie vendute in tutta Italia, dalla Sicilia al Friuli. Per chi lo volesse acquistare e farselo spedire può scrivere a info@ilfortitudino.it.

Dopo la presentazione a Bologna, è prevista un’altra serata promozionale a Caserta, e forse una ad Imola. Tutto dipende dalla disponibilità di Esposito. «Nonostante sia rimasto solo due anni alla Fortitudo, senza vincere nulla - ha detto Gabriele Pozzi, curatore del volume -, gode di un affetto anche maggiore di tanti altri campioni. Nel giorno del firmacopie c’era una fila immensa al PalaDozza. È stato il primo grande acquisto dell’era Seragnoli, in una squadra che giocava un basket strepitoso che seppur con una penalizzazione arrivò ai playoff qualificandosi per la Coppa Korac. Quando la tifoseria ricorda quei due anni che ha giocato per la Effe, sorride per la gioia».


* per la rivista Basket Magazine

venerdì 23 giugno 2023

Finale scudetto gara 7: Datome regala la terza stella all'Olimpia

Finale scudetto gara 7: Datome regala la terza stella all'Olimpia

Virtus a contatto con Shengelia


di Giovanni Bocciero


C'è voluta gara 7 per decretare la squadra vincitrice dello scudetto 2023. Una partita che rispetto alle precedenti sei, ha visto un monumentale Datome, ma soprattutto un accorgimento tattico che ha tolto certezze alla Virtus Bologna. Infatti, con la scelta di coach Ettore Messina di non concedere il mismatch di Hackett su Napier, i virtussini hanno dovuto cambiare il proprio piano gara. Hanno così cercato di coinvolgere maggiormente i lunghi, ma la difesa meneghina si è chiusa ogni volta bene a riccio portando gli avversari a perdere tante palle perse: 8 all'intervallo, quasi il doppio (15) ad inizio ultimo quarto. E le poche volte che Bologna è riuscita a far tornare il pallone fuori, la percentuale dall'arco è stata impietosa: solo 5 triple all'intervallo, e 5 errori per Belinelli.

Foto: Lega Basket A/Marco Brondi

Il fattore campo ha resistito in ogni singolo incontro. Napier e soprattutto Baron hanno chiuso i conti con i loro preziosi canestri nel finale. Ma proprio come gara 6 dello scorso anno, utile per scucire il tricolore dalle casacche della Virtus, in questa gara 7 è stato decisivo per indirizzare il match così da regalare la terza stella all'Olimpia Milano. Stiamo ovviamente parlando di Gigi Datome, che è partito a razzo. E' arrivato sino al ferro, si è fatto spazio quando ha attaccato a difesa schierata, ed ha segnato la tripla che al 15' lo ha visto avere da solo quasi gli stessi punti dell'intera Bologna. Sempre attento in difesa, dove con gli aiuti e recuperi è riuscito ad infastidire gli avversari tanto da confezionare 4 rimbalzi, 1 stoppata e 1 recupero. E non si è tirato indietro nemmeno quando gli si è insaccato un dito o quando ha subito un taglio al volto. Prestazione monumentale per l'azzurro, che ha dimostrato una volta di più che quando la posta in palio è di quelle importantissime, lui c'è e risponde presente.

Diversi invece gli assenti tra le fila bolognesi, da Belinelli che ha chiuso con 6 errori su altrettanti tentativi dall'arco, a Teodosic che ha vissuto delle sterili fiammate chiudendo 3/9 da 3. Hackett c'ha provato, ma è stato meno efficace del solito seppur per valutazione (14) è il migliore dei suoi. Chi ha tenuto a contatto la Virtus all'intervallo, quando l'Olimpia poteva chiudere con un passivo più ampio dei soli 9 punti, è stato Tornike Shengelia. Non ha di certo disputato la partita perfetta, e le 6 palle perse sono forse la cartina tornasole. Questo perché è spesso caduto nella morsa della difesa avversaria pronta ad azzannarlo in post alto. Ha perso servito 3 assist, preso 4 rimbalzi, attaccato con una certa determinazione quando ha avuto la possibilità di giocare 1vs1. Ma soprattutto ha realizzato le due triple del secondo periodo, non certo la sua specialità, che hanno permesso agli uomini di coach Sergio Scariolo di rimanere in scia.

Nella ripresa neppure il georgiano è riuscito a cacciare qualche coniglio dal cilindro, e così Milano ha mantenuto saldamente il vantaggio, provando a più ripresa la fuga decisiva maturata nei minuti finali di una gara che l'ha vista sempre al comando (67-55 il punteggio finale). E dopo sette estenuanti battaglie agonistiche, con l'inerzia della serie che ora sembrava ad appannaggio di una e ora dell'altra, l'Olimpia ha potuto alzare al cielo il trofeo che le è valsa il trentesimo scudetto. In un Mediolanum Forum strapieno in ogni ordine di posto.

sabato 10 giugno 2023

Finale scudetto gara 1: Napier immarcabile

Finale scudetto gara 1: Napier immarcabile

Teodosic incanta, Messina vince a scacchi con Scariolo

di Giovanni Bocciero

Gara 1 della finale scudetto va all'Olimpia Milano, che vince 92-82 imponendosi nel secondo tempo. Dopo un inizio lanciato, con una difesa più aggressiva, la Virtus Bologna non è riuscita a ribaltare l'inerzia sopperendo alle contromosse prese dopo l'intervallo dalle 'scarpette rosse'. E' stata comunque una bellissima partita, giocata al massimo da entrambe le compagini. Sono più i meriti dei vincitori che i demeriti dei vinti, e la differenza l'hanno fatta i piccoli dettagli e gli accorgimenti tattici in corso d'opera.

OLIMPIA MILANO

Napier 9: Bologna cerca subito di attaccarlo e di portarlo sotto canestro, e gioca immediatamente con troppi falli sul groppone. Ma il talento offensivo è cristallino, segna una tripla più pazzesca dell'altra e fa nulla se in difesa paga lo scotto. Ne vale assolutamente la pena.

Hall 8,5: Dottor Devon e mister Hall. Primo tempo nel quale sembra quasi intimorito, perché nonostante le assist colpisce il fatto che rinuncia a tiri aperti. Ma nel secondo tempo è il trascinatore dell'EA7, giocando a livello Mvp, facendo ammattire la difesa ospite.

Shields 7,5: Inizio di gara complicato, perché s'intestardisce nel penetrare e perde una serie di palloni. Poi finalmente prende le misure ai difensori, attacca più sotto controllo e fa male dalla sua mattonella.

Datome 7: Nell'inizio difficile di Milano si carica la squadra sulle spalle segnando tre canestri dal coefficiente di difficoltà alto. Ma fa anche una giocata difensiva da veterano, prendendosi uno sfondamento d'astuzia.

Hines 7: Come spesso gli capita i numeri non dicono tutto della sua partita. Sempre attento e concentrato, si vede scippare qualche rimbalzo, ma in difesa è una presenza continua.

Melli 7: L'avvio complesso è dovuto anche ad alcuni suoi possessi gestiti con un po' troppa superficialità. Poi però sale di colpi, torna a riempire l'area non concedendo facili appoggi agli avversari mentre in attacco si fa trovare pronto.

Baron 6,5: Poco appariscente, si mette a disposizione della squadra e indica la strada da seguire, alternando ad inizio ripresa i tiri dalla distanza alle penetrazioni.

Voigtmann 6,5: Non viene messo nelle condizioni di colpire, ma anche lui nel secondo tempo riesce a dare il suo fondamentale apporto offensivo.

Ricci 5,5: Una palla quasi persa nel primo tempo, un fallo evitabile su Belinelli nel secondo. Non il modo giusto per incidere a questo livello.

Tonut n.g.

Baldasso n.g.

Biligha n.g.

Messina 7,5: Rivolta la partita nella ripresa, quando evidentemente chiede ai suoi giocatori di attaccare con maggiore convinzione il ferro. La difesa sale di livello ma non riesce a lanciare il contropiede. Poi decide di cavalcare la coppia Napier-Hall che gli regala gara 1.

VIRTUS BOLOGNA

Teodosic 8: Primo tempo mozzafiato, spinge le 'vu nere' all'allungo incidendo più da realizzatore che da assistman. Anche se un paio di regali ai compagni li serve eccome. Cala nel finale.

Belinelli 7,5: Esperienza al servizio della squadra, con canestri pesanti e lucrando viaggi in lunetta. Peccato la difesa, perché nel secondo tempo specialmente viene puntato con assiduità dagli avversari.

Hackett 7: Una partita di grande sacrificio. S'incolla ad inizio partita su Napier lasciandogli poco spazio di manovra e attaccandolo appena può. Non segna ma crea tanto per i compagni.

Shengelia 7: Servito spesso lontano da canestro, il tiro non lo premia ma appena può mette palla a terra e attacca il ferro. Lotta tanto sotto canestro uscendo quasi sempre vincitore, e cerca di farsi trovare pronto a correre in contropiede.

Cordinier 6,5: Inizio molto positivo, molto aggressivo, e si vede quando forza il blocco di Baron. Recupera palla a s'invola a schiacciare in campo aperto. Poi però scompare, incidendo sempre meno sulla partita.

Ojeleye 6,5: Quasi non lo si nota. Poi da gran campione caccia dal cilindro due triple preziose che permettono alla Virtus di rimanere in scia.

Mickey 6: Primo attacco, sfrutta il mismatch. Potrebbe essere l'ago della bilancia, ma praticamente si limita al lavoro sporco. Peccato perché poteva lasciare il segno.

Pajola 5,5: Tanta volontà, poca efficacia. Il peggiore dell'intera gara per plus/minus con -20.

Abass 5,5: Un giocatore che arrivava in gran spolvero. Ma il livello qui è alto, e lui forse deve ancora trovare il ritmo giusto.

Jaiteh 5: Tanti errori di lettura, spesso è apparso superficiale, e in queste gare non te lo puoi permettere.

Mannion n.g.

Camara n.g.

Scariolo 6,5: Prepara bene la gara puntando tutto sull'attaccare Napier vicino al canestro. La difesa è aggressiva, ma poi concede troppo in penetrazione e non riesce a trovare un modo per arginare l'attacco avversario. Cambia la difesa a zona dopo due azioni con due canestri presi in faccia.

martedì 6 giugno 2023

Olimpia-Virtus, Bianchini: «Mi aspetto una lotta tra mastini»

Olimpia-Virtus, Bianchini: «Mi aspetto una lotta tra mastini»


di Giovanni Bocciero


Venerdì sera al Mediolanum Forum ci sarà la prima palla a due della finale scudetto della serie A. Di fronte, per il terzo anno consecutivo, l’Olimpia Armani Milano - che ha il fattore campo - e la Virtus Segafredo Bologna. Un epilogo scontato per quanto riguarda il campionato italiano, con le ‘scarpette rosse’ che sono all’inseguimento della terza stella avendo in bacheca 29 titoli. Sono invece 16 quelli delle ‘vu nere’, che dall’istituzione dei playoff hanno giocato cinque finali contro i meneghini: la prima nella stagione 1978/79. Per presentare la grande classica della nostra pallacanestro, abbiamo intervistato Valerio Bianchini, uno che di scudetti se ne intende visto che è stato il primo allenatore a vincerne tre con tre club diversi (Cantù 1980/81, Roma 1982/83 e Pesaro 1987/88). Tra le altre, in carriera, ha anche allenato sia l’Olimpia che la Virtus.

Prima di addentrarci nella serie scudetto, le chiedo un parere sulla dichiarazione di Ario Costa riguardante il duopolio Olimpia-Virtus, e quanto questo influenzi il movimento cestistico italiano?

«L’opinione di Costa è una considerazione che ha espresso con coraggio - ha esordito Bianchini -, essendo una delle parti coinvolte. Ma si tratta comunque di una considerazione ovvia. Già ho detto più volte che in questa situazione sembra che il campionato italiano sia ritornato agli anni ’60, quando l’epilogo si risolveva in due sole partite: Simmenthal-Ignis dell’andata e Ignis-Simmenthal del ritorno. Nonostante la vivacità di diverse squadre, queste sono costrette a rincorrere le due grandi realtà sfruttando magari i loro infortuni e le loro fatiche derivanti dall’Eurolega, che richiede un impegno molto importante sia fisico che tecnico».

Quale può essere la soluzione per azzerare questo divario, non solo dal punto di vista economico, tra Bologna, Milano e le altre formazioni?

«Bologna e Milano hanno dei roster da 15-16 giocatori, le altre ne hanno 7, 8, forse 9. I budget sono assolutamente sproporzionati, e la soluzione è una e una soltanto, piuttosto evidente: Olimpia e Virtus dovrebbero giocare un campionato professionistico vero. A questo punto che l’Eurolega diventi un torneo europeo stile Nba - ha sentenziato il Vate -, aperta alle società più forti dal punto di vista economico e strutturale. Per le altre rimane il campionato nazionale, magari da strutturare con regole che consentano a tutte le partecipanti di avere un equilibrio, così da non avere più un divario pazzesco».

Terzo anno consecutivo dello scontro Milano-Bologna, con gli epiloghi degli anni scorsi che sono stati molto differenti: 4-0 Virtus nel 2021, 4-2 ma serie sempre nelle mani dell’Olimpia nel 2022. Cosa si aspetta quest’anno?

«C’è un piccolo particolare, che non si possono fare paragoni tra le squadre da un anno all’altro. Questo perché i roster ormai cambiano 10 giocatori su 12 ogni stagione. C’è una instabilità pazzesca dovuta al potere delle agenzie degli atleti da un lato, e dal pressapochismo delle dirigenze dall’altro. Il basket è uno sport che ha bisogno che le squadre cementifichino i propri meccanismi. Succede così che ogni anno l’inizio del campionato è di una bruttezza spaventosa. Ogni stagione quello su cui si è lavorato l’anno precedente non conta più - ha continuato il doppio ex - e gli allenatori sono costretti a ricominciare da capo, se nel frattempo non sono stati sostituiti anche loro. Cambiano così le relazioni tra i giocatori, e si può iniziare a vedere un po’ di buon basket solo verso febbraio con la Coppa Italia. Questo per dire che fare paragoni non ha alcun senso, per cui conviene concentrarsi su quello che vediamo oggi».

E dunque cosa ha potuto vedere fino ad oggi?

«Milano da quando c'è Ettore Messina si è molto dedicata alla difesa, che rappresenta una parte fondamentale del suo gioco. In attacco però, l’allenatore ha lasciato il campo in mano ai giocatori. Un po’ per la struttura della squadra, un po’ per l’evoluzione della pallacanestro che è diventata molto più individualista, con atleti sempre più egoisti. Terminato il gravoso impegno dell’Eurolega, l’Olimpia ha iniziato a raccogliere dei frutti. Resta una squadra molto perimetrale, ma il tiro non può essere sempre costante - ha analizzato Bianchini -, e quindi la spada di Damocle sulla loro testa sarà la percentuale dall’arco. Sergio Scariolo con la Virtus ha invece cercato di mantenere un basket organizzato, con giochi per liberare i tiratori e l’uso sia del post alto che del post basso. Uno stile di gioco che in molte situazioni è stato di successo, inserendo la velocità e la fisicità odierna in un contesto di controllo. Questo gli permette di giocare l’alto-basso, i ribaltamenti, il contropiede organizzato. Non sempre gli riesce, ma quantomeno ci provano».

E se le chiedessi un pronostico?

«Per quanto ho già detto ritengo che la finale sia imprevedibile. E dirò di più, penso che ci vorranno tutte e sette le gare per vedere chi vincerà. L’anno scorso, ad esempio, l’obiettivo della Virtus era quello di vincere l’Eurocup per qualificarsi all’Eurolega, e così arrivò alla finale un po’ appagata. Quest’anno sono entrambe affamate, anche per riscattare la stagione non felice a livello europeo. Per questo penso che sarà una lotta tra mastini assetati di sangue».

Per quanto riguarda i singoli invece, chi crede sarà protagonista?

«Milano molto tardivamente ha trovato un playmaker in Shabazz Napier che ha risolto tanti problemi. Problemi dovuti a giocatori come Hall, Pangos, che si adattavano a fare il regista senza averne le capacità. Napier - ha continuato il Vate - rispecchia invece un play classico, di grande livello, che può anche segnare tanto. Però se la dovrà vedere con un campione come Milos Teodosic, che non avrà la tenuta fisica degli americani ma ha una inventiva straordinaria, una tecnica strepitosa, e un carattere da leader vincente».

Un duello nel duello sarà quello tra gli allenatori. Messina e Scariolo sono i migliori coach italiani degli ultimi 30 anni, hanno vinto tanto tra club e nazionali. Ma se potesse, chi sceglierebbe?

«Non sono un presidente con grandi disponibilità economiche, perché entrambi costano caro - ha riso Bianchini -. In realtà non posso assumerli neppure per una sola partita. Comunque, non sono né Zanetti, né Armani, quindi non m’imbatto in ipotesi e non scelgo nessuno dei due».

sabato 15 ottobre 2022

I campioni di Eurobasket: la 'familia' non tradisce

Smentito una volta di più chi parlava di Spagna più debole per l'assenza di tanti veterani

La 'familia' non tradisce

Seleccion inesauribile con Scariolo che porta gradualmente in condizione la squadra al massimo del rendimento e dell'autostima


di Giovanni Bocciero*

 

BERLINO - “È finito il ciclo vincente”. “Deve pensare solo a ricostruire”. Questi i commenti che avevano anche delle verità come fondamenta. Eppure la Spagna è ritornata sul tetto d’Europa nonostante fossero davvero in pochi a credere in una vittoria degli iberici guidati da Sergio Scariolo. Il ct, che ha avuto la benedizione in persona del vate Valerio Bianchini, del quale è stato assistente ai tempi della Scavolini Pesaro, ha dimostrato ancora una volta quanto è importante conoscere la propria squadra, e a maggior ragione conoscere gli avversari. Dopotutto, se all’età di 29 anni guidi la tua squadra, quella stessa Scavolini, a vincere lo scudetto, significa che di pallacanestro qualcosa ne devi pur sempre capire. E Bianchini gli ha dato la sua benedizione proprio perché Scariolo ha fatto conciliare in questo cammino europeo la pallacanestro tradizionale con quella contemporanea, composta da un gioco collettivo che deve tenere ben presente la tecnica quanto la tattica, tanto offensiva quanto difensiva, puntando sulla transizione ed il tiro da tre punti che sono molto più congeniali ai tempi d’oggi. Ma soprattutto, senza che le emozioni dominino sulle vicende sportive, perché farsi prendere dal momento ed essere poco lucidi costringono a prendere una decisione che il più delle volte non ti porta e nemmeno ti avvicina all’obiettivo che chiunque abbia preso parte a questo Eurobasket aveva: vincere.

Il ct Sergio Scariolo, al suo quarto Eurobasket vinto

Naturalmente non possiamo paragonare il successo della Spagna ad un impresa sportiva, perché dopotutto c’è il palmares che parla. Per le ‘furie rosse’ di Scariolo (prima coach dal 2009 al 2012 e poi di nuovo dal 2015) si tratta dell’ottava medaglia conquista tra Europei, Mondiali ed Olimpiadi. Dunque, non possiamo che parlare di lui e dei suoi giocatori come di una vera e propria dinastia, per la quale nel corso degli anni pur se sono cambiati alcuni interpreti non si è modificata la cultura del successo che li ha portati a trionfare di nuovo a Berlino. Senza Ricky Rubio, senza il Chacho Rodriguez, senza l’ultimo infortunato Sergio Llull, al posto del quale ormai in partenza per l’Eurobasket è stato richiamato Alberto Diaz. Sì, proprio colui che è stato capace di mettere la museruola ad un immarcabile Dennis Schroder nella semifinale vinta contro i padroni di casa della Germania in una Mercedes Benz Arena stracolma con 16 mila spettatori, tanti dei quali per lo più tedeschi molto rumorosi.

Ma forse proprio da quella partita si possono estrapolare due lezioni molto importanti. La prima è di natura algebrica ma cade a pennello in questa circostanza. Ovvero, per la proprietà commutativa cambiando gli addendi non cambia il risultato. Ebbene, cambiando i dodici del roster spagnolo non è cambiato il risultato, perché la nazionale iberica si è ritrovata ad alzare il trofeo continentale pur con sette esordienti, tra cui quel Lorenzo Brown naturalizzato in una settimana e voluto fortemente dallo stesso Scariolo proprio per mettere una toppa nel reparto dove avvertiva una carenza. Burocrazia a parte, la scelta che pur aveva fatto storcere il naso ad un senatore come Rudy Fernandez si è poi rivelata assolutamente decisiva. E quindi siamo qui a celebrare l’ennesimo trionfo della Spagna, che dal 2009 in poi sotto la guida del tecnico bresciano ha collezionato quattro ori europei (Polonia 2009, Lituania 2011, Francia 2015 e Germania 2022), un bronzo europeo (Turchia 2017), un oro mondiale (Cina 2019), un bronzo olimpico (Rio de Janeiro 2016) ed un argento olimpico (Londra 2012). Arrivati a questo punto, con Juancho e Willy Hernangomez rispettivamente di 26 e 28 anni, che da questa competizione hanno definitivamente ricevuto le chiavi della squadra in mano; uno Xabi Lopez-Arostegui di 25 anni che ha visto crescere il suo impiego e il suo ruolo; un Usman Garuba di 20 anni capace di giocare non solo col fisico ma anche con tecnica e letture, in attacco e in difesa; e poi con i vari Dario Brizuela (27 anni) sempre utile, Jaime Pradilla (21) e Jaime Fernandez (29) quasi sempre partiti in quintetto così come Joel Parra (22) che sta studiando come i fratelli Hernangomez quando c’erano ancora i fratelli Pau e Marc Gasol, questa nazionale può soltanto aprire un nuovo ciclo con una nuova generazione di campioni. Ma è una cosa normale, perché se lo sport ci insegna una cosa in particolare, è che il tempo passa per tutti. Bisogna saperlo accettare e guardare al futuro con rinnovata fiducia.

La seconda lezione è di natura prettamente tattica, perché sempre l’allenatore bresciano è stato capace di mettere dei granelli di sabbia nell’attacco perfetto della Germania con quella incredibile difesa a zona mista, ormai una rarità vederla applicata su di un parquet. Una ‘box and one’ con Diaz, sempre quello richiamato all’ultimo proprio come il nostro Amedeo Tessitori, che si è appiccicato a Schroder togliendolo dalla partita, facendolo diventare innocuo e a tratti addirittura facendolo innervosire. Significa proprio questo conoscere la propria squadra e sfruttarne le potenzialità, così come conoscere gli avversari e bloccarne le migliori qualità. Poi è logico che se quel Diaz si tuffa a terra sbucciandosi le ginocchia per recuperare il pallone a 2’ dalla fine della finale, e poi chiude i conti della stessa partita a poco più di un giro d’orologio dalla fine con una tripla che non è proprio la sua caratteristica principale, allora sei l’uomo del destino. Che si è trovato al posto giusto al momento giusto.

C’è anche da dire che la Spagna è stata capace di crescere partita dopo partita, perché ad inizio Eurobasket ha dimostrato di avere qualche fragilità. Ma è stata in grado di saper uscire dalle difficoltà come un gruppo unito. Le ‘furie rosse’ hanno vinto il proprio girone battendo nell’ultimo incontro la Turchia di misura (72-69) dopo essere stati battuti addirittura dal Belgio (83-73). Trovando la giusta quadra strada facendo, si sono sbarazzati prima della Lituania (102-94) agli ottavi e poi della Finlandia (100-90) di un monumentale Markkanen ai quarti. In semifinale, come già detto, è arrivata la vittoria in rimonta contro la Germania, capovolgendo le sorti di una partita che sembrava quasi compromessa (96-91). E poi naturalmente c’è stata la vittoria in finale contro la Francia (88-76), dove l’insieme ha fatto nuovamente la differenza. I numeri spesso, nella pallacanestro, non dicono tutto ma fotografano abbastanza bene la situazione. E allora basta dire che gli spagnoli hanno costretto i transalpini ad un 9/23 da tre con tiri spesso e volentieri contestati bene, e a perdere 19 palloni che sono stati prontamente convertiti in 33 punti. Un’enormità che però ci permettono di ritornare alla disamina di Bianchini con la quale abbiamo esordito. La Spagna è stata capace di adeguarsi all’avversario, al contesto, alle situazioni, e poi la forza del gruppo e soprattutto quella classe operaia che ha giocato anche scampoli di garbage time assolutamente non paragonabile, ad esempio, al Theo Maledon che gioca in Nba o all’Amath M’Baye fresco di firma con i campioni d’Eurolega dell’Efes, hanno contribuito a modo loro al resto.

Resta il fatto poi che una miglior finale dell’Eurobasket con a sfidarsi Spagna e Francia, forse, non la si poteva chiedere. E poco importa se tutti si aspettavano la Serbia di Nikola Jokic, la Slovenia di Luka Doncic o la Grecia di Giannis Antetokounmpo. La pallacanestro è e resta uno sport di squadra, nonostante tutti vorremmo vedere le cosiddette ‘stelle’ competere per la vittoria di un trofeo. Di fronte per la finalissima dell’Europeo si sono ritrovati i campioni del mondo ispanici ed i vicecampioni olimpici transalpini, a sottolineare che di meglio davvero non si poteva chiedere. La sostanza delle cose sta tutta lì. È il gruppo, la squadra, il sapersi dividere responsabilità e competenze che fa la differenza, e non il singolo, l’accentratore, colui che attira su di sé tutto ciò che c’è da poter attirare sul parquet che ti porta al successo.

Ed anche in questo, ancora una volta, Sergio Scariolo c’ha visto giusto. Perché tornando al simbolo di questa vittoria, ovvero il 28enne Alberto Diaz da Malaga, 188 cm che sembravano però molti di più sul rettangolo di gioco di Berlino, quando si è dovuto decidere chi avrebbe sostituito Llull, tutto o quasi faceva credere che sarebbe stato il baby prodigio del Real Madrid Juan Nunez. E invece nessuna decisione è stata migliore. Dopotutto all’indomani dell’infortunio del veterano blancos, proprio Scariolo scriveva sul suo profilo twitter che “continuiamo a lavorare, competere e migliorare. La familia non si è mai arresa, e di certo non lo farà adesso”. ‘La familia’, appunto, non la squadra, la nazionale, la selezione, ma la famiglia. Ed è proprio così che la Spagna ha affrontato questo Europeo, come una famiglia pronta a sudare, a correre, a lottare, a sacrificarsi insieme, nessuno escluso. Tutti a remare nella stessa direzione, con un unico obiettivo: vincere. Che poi era l’obiettivo di tutti, ma solo i più forti riescono a raggiungerlo. E non è detto che questi abbiamo il miglior giocatore in squadra.


*per la rivista Basket Magazine