Presidente da pochi mesi della Lega di serie A, il dirigente di Forlì cresciuto nella Nba fa il punto sullo stato del basket italiano
Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»
«Dobbiamo crescere per ritornare tra i campionati più importanti d’Europa e migliorare per diventare una lega sostenibile. Solo così si possono prendere più rischi per lanciare i giovani, senza la pressione del risultato a tutti i costi. LbaTv è nata in mancanza di offerte adeguate, il prodotto è buono, dobbiamo aumentare il bacino. Bargnani un giovane businessman che sta portando idee nuove. Avrei preferito un tavolo tra Nba, Fiba ed Eurolega»
di Giovanni Bocciero*
Un nuovo capitolo ed una sfida affascinante quella della Lega basket di serie A per Maurizio Gherardini, dirigente di successo ritornato a lavorare in Italia a distanza di quasi vent’anni. Nominato presidente, con questo incarico «è cambiata la prospettiva, qualunque ragionamento va fatto in funzione di 16 associati che hanno determinate esigenze. Ho avuto la fortuna e il privilegio di gestire grandi club, di lavorare nell'Nba, ma ho anche vissuto la vita dentro le istituzioni. So cosa vuol dire pensare nell'interesse di tutte le realtà di un movimento. Sono prospettive differenti, ma mi rendo perfettamente conto del compito».
Dopo l’insediamento, per Gherardini ci sono oneri e onori, soprattutto traguardi ed obiettivi da raggiungere. «In una parola, molto semplice: crescere. Quando venni le prime volte negli uffici della lega, la serie A era un riferimento in Europa. Adesso, per gli addetti ai lavori, nelle valutazioni siamo tra il sesto e il settimo posto a livello europeo. Credo non sia un posto che fotografi adeguatamente il potenziale e la qualità di questa lega. Per cui dobbiamo crescere. Ne abbiamo le possibilità e mi fa piacere percepire il desiderio dei club di voler migliorare».
| Maurizio Gherardini Foto Claudio Degaspari Ciamillo-Castoria |
«La lega è una società di servizi che deve aiutare e supportare nel miglior modo possibile i propri associati e possibilmente portare anche nuove risorse che possano contribuire a migliorare la sostenibilità di queste realtà. Non è semplice, soprattutto in questi tempi, però lavoriamo giornalmente in tante direzioni, dalla decisione rivoluzionaria di creare una piattaforma OTT di nostra proprietà come LbaTv, ai numeri digitali in grandissimo aumento che però dobbiamo essere bravi a monetizzare adeguatamente».
«Per tutti i club abbiamo messo a disposizione un CRM che studia la realtà delle aziende in modo che una società possa avere dei riferimenti adeguati nella ricerca di risorse sul proprio territorio. E stiamo studiando altri database per sfruttare al massimo la raccolta dati tra abbonati fisici e quelli tv, per avvicinare nuovi sponsor al nostro sport e avere qualcosa di più stimolante da offrire. Vogliamo migliorato il prodotto, e stiamo ragionando sul concetto di sostenibilità per avere un basket che stia in piedi sulle proprie gambe. C’è tanto lavoro, e mi piace pensare che quella classifica che ci vedeva in quella posizione all’inizio dell’anno possa essere pian piano cambiata».
Il riferimento del presidente Lba è alle valutazioni dei siti specializzati che hanno stabilito la serie A fuori dalla top 5 dei campionati europei. «Mi piacerebbe tornare a vedere l’Italia come un riferimento importante del quadro europeo. Ci siamo già mossi per andare a trovare la lega tedesca piuttosto che dialogare con quella francese, proprio perché ci interessa sapere cosa funziona negli altri paesi, cosa non funziona e cosa possiamo eventualmente tramutare in qualcosa di utile per la nostra realtà. È d’aiuto il fatto che le squadre italiane stiano facendo migliori risultati sul campo in Europa, perché anche questo aumenta il peso specifico di una lega».
I risultati europei, i budget investiti, ma anche l’impiantistica e i diritti tv, oggigiorno sono tutti fattori cardini per valutare una lega. E la serie A in mancanza di offerte convincenti ha deciso di lanciare la sua LbaTv, anche se in maniera forse frettolosa. «Sono d’accordo, i tempi sono stati molto brevi. Ho vissuto la fase negoziale dei diritti tv, insieme al presidente uscente Umberto Gandini, che è stato molto bravo a gestire il passaggio. Rendendoci conto che un certo tipo di disponibilità sul mercato per un modo tradizionale di trasmettere il basket non c’era, è prevalso il desiderio di prendere una direzione mai provata prima come la produzione in proprio del prodotto».
Grazie anche all’accordo con Sky, la serie A resta un tabù in chiaro, il canale più veloce per ampliare il pubblico e renderlo più trasversale? «Vediamo quanto bravi siamo a far crescere questo prodotto. Certamente dobbiamo arrivare a un bacino più vasto perché, se vogliamo che la piattaforma diventi anche un modo per i club di avere un ritorno economico, è chiaro ed evidente che non possiamo raggiungere cinque persone ma cinquanta o cinquecento. Al 7-8 agosto dovevamo ancora decidere, quindi è stato un miracolo partire per la Supercoppa. Al di là dei tempi corti, e di alcune cose che vanno ancora sistemate come le app che devono essere autorizzate, è un bel prodotto, dalla qualità delle partite a quella degli speaker. Siamo all’inizio di un percorso, e l’intenzione è quella di farlo diventare un vero canale di basket, dove possano partecipare altri soggetti interessati a sfruttarlo».
Restando in tema comunicazione, per gli addetti ai lavori spesso è difficile ed estenuante intervistare i protagonisti. Sembra quasi che i club vogliano scimmiottare il calcio? «Posso dirti quello che ho visto fino a questo momento. Esiste un regolamento media interno che stiamo riprendendo in mano per valutarne tutti gli aspetti. E siamo esattamente nel cambio del responsabile media, perché il 31 dicembre ha finito Maurizio Bezzecchi ed è arrivato Stefano Valenti. Questo potrebbe essere il momento per guardare insieme questo regolamento, vedere cosa o come può essere cambiato. Ai club sottolineiamo l’importanza che i media hanno nel successo di una lega».
Prossimo evento la Coppa Italia di Torino, con un’aggiunta interessante al programma come le finali della Next Gen Cup. «L’Inalpi Arena è un impianto incredibile con una dimensione che è difficile trovare in Italia. Le tre edizioni precedenti sono state un successo grazie alla grande disponibilità del territorio e delle istituzioni, quindi, è l’ambiente ideale per poter progettare una competizione su più giornate come la Final Eight. Quest’anno non è stato possibile organizzarle insieme alla Lega femminile perché le esigenze di calendario sono troppo differenti. Ma è diventata un’ottima opportunità per migliorare la vetrina della Next Gen. Avremo sicuramente uno showcase importante, daremo ai giovani un palcoscenico molto particolare. Sono convinto che verranno tanti osservatori considerando che il movimento giovanile italiano, e lo hanno dimostrato i risultati questa estate, ha ragazzi interessanti».
Ma come può la serie A permettere ai giovani di esprimersi? «Forse è uno degli interrogativi più importanti in questo momento. Se chiudo gli occhi e penso alla formula magica, ti dico che avere un campionato sostenibile permette di prendere dei rischi. Chi investe nel basket per raggiungere a tutti i costi un risultato, cerca 9,5 volte su 10 di affidarsi a un nome il più possibile di garanzia, cercando di non prendere rischi su un giocatore relativamente troppo giovane o sconosciuto. Vediamo la Germania, campione del mondo, campione d'Europa, giocatori in Nba, giocatori al college, ma soprattutto una lega sostenibile. Le società sono tutte sane, stanno in piedi con le loro gambe. Questo abbassa il panico da risultato e aumenta le possibilità di poter rischiare su un giovane. Anche per spendere la cifra giusta del proprio budget, non solamente per privilegiare l’aspetto tecnico o il talento. Se si potesse alleggerire la pressione del risultato questo aiuterebbe a rischiare sui giovani».
Che tipo di consiglio può dare ad un ragazzo che vuole giocare in Ncaa? «Si fa fatica a dire di non fare questo tipo di esperienza. Hai la possibilità di curare l’aspetto accademico e sportivo, e adesso di guadagnare, impensabile fino a qualche anno fa. Questi tre fattori, messi insieme, rendono un’opportunità del genere troppo attraente. Ma quanti giocatori restano borderline tra Nba e G-League? Credo che ogni club europeo debba studiare questa enorme massa di giocatori che si sta spostando dall’altra parte dell’oceano per cercare di intercettare quelli che possono essere interessanti nella fase di ritorno. Non tutti ce la fanno, a volte con un potenziale inespresso. Pensiamo alla cinquantina di ragazzi italiani che sono al college quest’anno, immagino che fra 2-3 anni comincino a rientrare in Italia e un club deve essere pronto a valutarli per il proprio roster. Diventa molto importante non fare lo scouting tradizionale».
In questa avventura in Lba ha coinvolto anche Andrea Bargnani. Ex giocatori come lui, come Gigi Datome, quanto possono servire al movimento? «Possono essere estremamente importanti. Bargnani è una persona con una testa molto interessante. Si rimane sorpresi nello scoprire i master che ha fatto, o le aziende con cui lavora, o le startup di sua proprietà. È un giovane businessman di successo, e più che la sua esperienza da giocatore ha messo a disposizione quella da imprenditore. Gli piace studiare numeri, bilanci, migliorare gli aspetti del business. In America sarebbe definito ‘not the ordinary player’. Sta portando un mondo di idee, come quello del CRM che è stata una sua iniziativa e che farà bene ai nostri 16 club. Datome è un’altra testa pensante di qualità, può sicuramente aiutare la federazione a crescere, a svilupparsi».
L’Eurolega scricchiola con l’imminente arrivo della Nba in Europa? «Di giorno in giorno c’è sempre una notizia nuova, per questo sarebbe speculare una risposta adesso. L’Eurolega tutto sommato sta andando avanti, e devo dire che quest’anno i numeri saranno anche migliori di quelli che erano stati proiettati. Non ha, però, una dimensione paragonabile alla Nba, che è affascinante programmi uno sbarco in Europa con un format adattato alla realtà europea e nell’interesse di leghe domestiche come la nostra. A gennaio cominciano i colloqui con i club, finché non si entra nella fase più concreta di quella che loro hanno definito di esplorazione, si fa fatica a capire esattamente come potrà evolvere il tutto. Mi sarebbe piaciuto che questo cambiamento storico avesse potuto portare Nba, Fiba ed Eurolega allo stesso tavolo per trovare una win-win situation per tutti, che avrebbe permesso anche di regolamentare il quadro europeo».
A fine stagione è contento se? «C’è stato un proprietario di una società che mi ha detto: “Se in un anno riesci a cambiare una cosa, hai fatto un buon lavoro”. Per cui spero riusciremo a fare una cosa diversa, o a proporre qualcosa di utile. Non è semplice ma abbiamo la voglia. Come diceva il mio ex allenatore Zeljko Obradovic sul segreto per il successo: “Trabaco, trabaco, trabaco”. Non c’è altra soluzione. Quando la Liga Acb cominciò, ricordo che arrivavano dalla Spagna per studiare cosa si faceva negli uffici della Lba, che sembrava inarrivabile. Negli anni non ci siamo evoluti, ma credo che abbiamo il potenziale per migliorare quella classifica». Per concludere altro riferimento alla valutazione dei siti specializzati.
Il profilo di Maurizio Gherardini
Dirigente classe 1955, Gherardini ha iniziato
la carriera nella sua Forlì: da giocatore a scout passando per aspirante
giornalista e allenatore. Anni formativi in un piccolo club dovendosi
interessare un po' di tutto, dal settore giovanile alla segreteria, che l’hanno
portato alla epopea vincente con Treviso. Diventato un general manager di
successo, è stato membro della commissione Fiba dal 1998 al 2001, e tra i
fondatori dell’Eurolega così come la conosciamo. Nel 2006 è vicepresidente dei
Toronto Raptors, e quasi contestualmente la federazione canadese l’ha nominato
direttore del settore maschile per sette anni. Transitato velocemente per gli
Oklahoma City Thunder, nel 2014 il ritorno in Europa per assumere il ruolo di
general manager della sezione maschile del Fenerbahce.
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