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sabato 22 aprile 2023

La leggenda Oscar Schmidt: «La mia vita è un racconto di favole»

 

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta
Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021


di Giovanni Bocciero*


Oscar Daniel Bezerra Schmidt, meglio conosciuto semplicemente come Oscar, e soprannominato ‘Mao Santa’ e ‘O’Rey do triple’, è colui che detiene il record di maggior punti segnati in carriera a livello globale. Basterebbe questo incipit per descrivere il cecchino brasiliano che tanto ha fatto in Italia negli otto anni trascorsi a Caserta a partire dal 1982, e nelle successive tre stagioni di militanza con Pavia. Oltre un decennio nel quale ha stregato ogni appassionato di pallacanestro. Arrivato da sconosciuto, voluto fortemente da coach Boscia Tanjevic, c’ha messo poco a guadagnarsi titoli a nove colonne sull’allora carta stampata con aggettivi quali ‘mitraglia’ o ‘bombardiere’.

Oggi non è un mistero che la Liga Acb sia di gran lunga il campionato europeo più competitivo ed apprezzato. Ma negli anni ’80, questo primato apparteneva senza alcun dubbio alla Serie A, non a caso «il mio sogno era di giocare in Italia - ha esordito Oscar -, perché se fossi andato in Nba non avrei potuto giocare con la nazionale. Tanjevic, che avevo affrontato in Coppa Intercontinentale, è rimasto impressionato da me e quando è arrivato a Caserta ha chiesto di prendermi alla proprietà. Mi sono ambientato subito perché la pallacanestro è uguale dappertutto, e ovunque giocassi volevo soltanto fare bene. Conosco il gioco e per questo volevo il pallone in mano perché sapevo cosa dovevo farci. Essere stato allenato da Tanjevic è stata una grande esperienza per me. Credo che chiunque lo avrebbe voluto come allenatore, e per questo mi sento fortunato. Mi ha insegnato una cosa che ho usato fino alla fine della mia carriera: il giro dorsale. Era un movimento che aveva visto fare a Jack Sikma. Boscia me lo ha insegnato, e la prima volta che l’ho messo in pratica l’ho visto esultare in panchina. A lui devo tantissimo». Nonostante i meriti riconosciuti al tecnico slavo, quando fu introdotto il tiro da tre punti tra i due ci sono stati degli screzi perché Oscar, da buon tiratore, ne abusava un po’ troppo. «Ne abusavo perché facevo canestro. Se la metti devi tirare, ma per farlo ti devi allenare tanto. E l’esercitarmi tanto mi ha permesso di avere sempre una grande facilità nel fare canestro». Dopotutto ‘Mao Santa’ è famigerato per non credere nel talento per grazia ricevuta ma solo nel duro lavoro in palestra.

Ritornato a Caserta qualche settimana fa, in occasione del lancio della docuserie ‘Scugnizzi per sempre’ che racconterà di quegli splendidi anni, Oscar è ritornato al vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro - oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, considerati i padri putativi della pallacanestro casertana -, dove ha mosso i primi passi casertani. Eppure, «non ricordavo il palasport perché ha subito delle migliorie. Quasi non ci credevo perché è di sicuro più bello adesso. Ho avuto modo di vedere la partita contro Roseto, ho visto un bel pubblico caloroso, che mi ha accolto benissimo, e dopo sono andato a cena con la squadra. Sono sempre rimasto legato alla città, al cavaliere Giovanni Maggiò che ha costruito il palasport di Castel Morrone in cento giorni - ha ricordato il cecchino brasiliano -, una persona incredibile che ha permesso l’inizio della nostra scalata. Non ci sono parole per descrivere cosa ha fatto. Ho giocato a Caserta otto fantastici anni, e sono stato felice che abbiano vinto lo scudetto». Una cosa incredibile è che, seppur Oscar non sia riuscito a vincere il tricolore con i bianconeri, è impossibile scindere il suo nome da quel successo. Segno dell’affetto che il popolo casertano nutre nei suoi confronti, e allo stesso tempo di quanto il giocatore abbia segnato quelle memorabili stagioni. «Ricordo tutto della città, ho tanti amici, ho addirittura battezzato un ragazzo casertano. Posso dire che mi manca la vita di Caserta. Spesso parlo con mia moglie Cristina del fatto che la città seppur piccola fosse il posto ideale dove vivere. E quando ci ritorniamo andiamo a vedere tutti i luoghi che frequentavamo. Se non me ne fossi andato ci sarei rimasto per tutta la vita».

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta, riceve una maglia celebrativa
dall'ex compagno Nando Gentile - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Dalle parole del brasiliano traspira una passione che arde ancora oggi. Una passione che spesso, invece, manca ai giovani professionisti, schiacciati troppe volte dalla pressione per un gioco che è di sicuro mutato insieme al mondo odierno. E questo fa sì che diversi siano i giocatori che gettino la spugna, mettendo fine a carriere che sembravano luminose. «Se si decide di giocare ad uno sport come la pallacanestro bisogna dedicarsi completamente ad esso. Se invece i ragazzi gettano la spugna così facilmente non sono amanti dello sport. Lo sport è fatto per gente vera, che sopporta la pressione. Io stesso l’ho dovuta sopportare con tifosi, dirigenti e giornalisti tremendi, ma sono sopravvissuto ed ho vinto tutto quello che potevo vincere».

Una delle finali perse dalla Juvecaserta è quella di 34 anni fa, contro il Real Madrid in Coppa delle Coppe. Forse la partita più bella che si sia mai vista su di un campo da basket. «Quella gara mi ha lasciato un rammarico incredibile. Nando Gentile doveva tirare un 1+1 ai tiri liberi con zero secondi sul cronometro, ma non li ha tirati perché gli arbitri non si sono voluti mettere contro il Real Madrid. Ho visto e rivisto decine di volte quell’ultima azione, e l’arbitro ha fischiato fallo, però poi ha cambiato idea. Per me rimarrà la più grande delusione che ho avuto in Italia. Giocavamo contro uno squadrone, e noi eravamo al top della nostra forma consapevoli che potevamo vincere. Eravamo senza alcun dubbio le due migliori squadre che si potessero affrontare». Una sfida nella sfida, perché ad Oscar che segnò 44 punti replicò Drazen Petrovic con ben 62. «Era un tremendo giocatore - ha ricordato il brasiliano -, un qualcosa di anormale. Aveva già giocato il Mondiale del 1986 nel quale fu eletto miglior giocatore della competizione. Anche per questo volevo sfidarlo e volevo batterlo. Sapeva giocare a pallacanestro come nessun’altro, ed era destinato ad essere il miglior giocatore anche della Nba. Non lo è stato solo perché non lo hanno lasciato giocare. Con lui seduto in panchina gli preferivano Terry Porter. Ma per favore».

Era un’altra Nba, nella quale Oscar non ha giocato per via delle restrizioni che prima non permettevano ai giocatori di poter giocare con le proprie nazionali. E se il brasiliano non avesse più giocato con la nazionale ci saremmo persi la finale dei Giochi panamericani del 1987, nella quale la sua squadra batté ad Indianapolis gli Stati Uniti dando il là all’utilizzo dei giocatori professionisti. Ma nonostante quel successo, il sogno nel cassetto mai raggiunto da ‘O Rey do triple’ è proprio legato alla formazione verdeoro, perché «avrei voluto vincere un’Olimpiade. Con la vittoria del Panamericano eravamo saliti di livello. L’anno successo siamo andati alla manifestazione olimpica a Seul. Ai quarti incontrammo l’Unione Sovietica che poi sarebbe diventata campione. Io purtroppo ho sbagliato l’ultimo tiro, e quel momento non lo dimenticherò mai. I miei compagni avevano così tanta fiducia in me che non credevano potessi fallire». Oltre a quelle restrizioni per le nazionali, anche il campionato americano ha sdoganato certe consuetudini dando più fiducia agli europei che sono sempre più protagonisti, da Jokic ad Antetokounmpo a Doncic. «La pallacanestro si è evoluta, e questi ragazzi sono dei grandissimi giocatori. In particolare mi piace molto guardare Doncic, che è una cosa incredibile. Sa fare delle cose che non riesco a spiegarmi e credo che possa diventare il miglior giocatore della Nba, perché ne ha le capacità ed è rispettato». La pallacanestro ormai è universale, per questo è molto apprezzata anche l’Eurolega che ha raggiunto un livello quasi pari a quello della ‘lega più famosa del mondo’. «La guardo molto volentieri. Quando faccio zapping in tv e mi capita di passare su una partita europea chiamo subito mia moglie e la guardiamo insieme. Vedo ogni cosa che riguardi il basket, e questo è fondamentale per un vero appassionato. Se ci sono differenze tra Nba ed Eurolega? Negli Stati Uniti si tira tanto da tre punti. Quando io ho fatto il camp nel 1984 non era così, ma oggi Golden State insegna che senza saper segnare dall’arco non si può vincere».

Oscar è una leggenda della pallacanestro anche e soprattutto per quel suo record di 49.737 punti segnati. Ma se LeBron ha recentemente superato il primato di 38.387 punti realizzati in Nba da Abdul-Jabbar, è lecito domandarsi se ci sarà mai qualcuno capace di scalzare il brasiliano da questo suo trono. «Credo proprio di sì - la risposta del diretto interessato -, perché i record esistono proprio per essere battuti. Anzi, spero che qualcuno lo batta. Sono ovviamente contento di aver realizzato questo record, perché nella pallacanestro si ricordano poche cose. Però quando riesci in qualcosa di così importante a livello mondiale, non è semplice. Sono sicuro che un giorno, anche per via del tanto utilizzo del tiro da tre punti, qualcuno come Doncic, Klay Thompson o Steph Curry riuscirà a superarmi».

Oscar Schmidt al PalaPiccolo di Caserta durante il match
contro Roseto - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Da leggenda dello sport globale, ha giocato e conosciuto altre leggende come lui. Il già citato Petrovic è solo un esempio. Negli anni in cui ha militato a Caserta ha incontrato ad esempio Diego Armando Maradona. «Lui era un giocatore tremendo come Petrovic. Un giorno uno dei giocatori del Napoli mi disse che anche quando stava male, loro potevano sempre contare su di lui. Sapevano che lo avrebbero trovato lì in campo a lottare fianco a fianco, qualsiasi cosa succedesse». Rivale dell’argentino un suo connazionale come Pelè, venuto a mancare recentemente. «Lui era di un altro pianeta. Ha fermato una guerra perché entrambi i paesi volevano vederlo giocare (il riferimento è alla guerra del Biafra, in Nigeria, dove ci fu un conflitto tra governo centrale e l’autoproclamatasi regione separatista. Sulla questione però, alcuni studiosi sconfessano questa versione del ‘cessate il fuoco’ per assistere ad una partita di Pelè e del suo Santos in tournée in Africa). È stato una cosa incredibile dentro e fuori dal campo. Di lui mi ricordo tante cose, come il dribbling fulmineo. È stato un idolo per tutto il Brasile, ed ovviamente anche il mio».

Tornando al basket, Oscar non nasconde che «ho sempre voluto giocare con i migliori, perché è così che potevo migliorare. Quindi avrei voluto giocare con Jordan, con Bryant, con Magic. Ma se devo sceglierne uno solo dico Bird, un bianco che non sapeva saltare, non sapeva correre, ma che giocava meglio di tutti». Contro Michael Jordan fu avversario in una storica amichevole tra Caserta e Trieste nell’agosto del 1985, con ‘Air’ che frantumò il tabellone in vetro per la troppa foga di schiacciare. «Lo vedevo muoversi in campo ed ho pensato che fosse un ottimo giocatore. Si capiva che avrebbe dominato in Nba - ricorda Oscar - perché era un predestinato. È stato fantastico poter giocare contro di lui». Bryant invece non l’ha affrontato in campo ma l’ha conosciuto. «Ho parlato per la prima volta con lui in Cina, perché ero andato a vedere un allenamento della nazionale americana, e mi ha confessato che ero un suo idolo. Per me Jordan non è stato migliore di Bryant, perché anche lui era fortissimo. Giocava in una maniera feroce e tirava molto perché segnava anche molto. La differenza tra i due sta soltanto in un titolo vinto in meno da Kobe».

La carriera di Oscar è stata costellata di successi ed anche di qualche delusione. Ma soprattutto dalla malattia. Per ben due volte è stato sottoposto ad intervento chirurgico per un tumore al cervello. Eppure non perde il sorriso, e spesso usa la sua esperienza in conferenze motivazionali. «A volte penso che la mia vita sia un racconto di favole, perché la mia carriera è stata incredibile. Ancora oggi se cammino per strada ci sono persone che si fermano e che vogliono fare una fotografia con me. Per tutto questo devo molto all’Italia e a coach Tanjevic, perché mi hanno fatto migliorare come giocatore e mi hanno permesso di rimanere conosciuto. Con Caserta ho giocato diverse finali, ma abbiamo vinto solo la promozione in A e la Coppa Italia. Questo è il mio più grande rammarico - ha concluso Oscar - perché ancora oggi non capisco come in Brasile vincevo tutto mentre in Italia no».


*L'esclusiva video intervista integrale


Qui l'articolo per Basket Magazine

sabato 13 luglio 2019

Per Golden State si apre un nuovo ciclo

Articolo chiuso il 17 giugno 2019


La più 'odiata' tra le franchigie Nba ha concluso i playoff con Durant all'ospedale

Per Golden State si apre un nuovo ciclo

Ai box fino a febbraio Thompson, questa sarà l'estate della ricostruzione intorno a Curry





di Giovanni Bocciero*



TUTTO CIÒ CHE ha un inizio, ha una fine. Non è forse questa la miglior definizione, in senso lato, che si può dare anche ad una dinastia sportiva? Il lungo viaggio di una squadra, che miete record e successi la consegna di diritto alla storia, all’immaginario collettivo di coloro che hanno avuto la fortuna di vivere quei momenti. Da questa definizione non sono esclusi neppure i Golden State Warriors di Steve Kerr, di Steph Curry e Klay Thompson, di Kevin Durant e Draymond Green.
Quest’ultima stagione è stata certamente la più complicata da gestire per coach Kerr, e forse la stessa sconfitta alle Finals non è stata tra le principali preoccupazioni. Le crepe nello spogliatoio intraviste con il famigerato battibecco tra Durant e Green, solo in parte risanate; i numerosi infortuni durante l’anno che li hanno addirittura costretti a giocare senza neppure uno dei loro quattro all-star, con uno staff medico che per una volta non si è dimostrato all’altezza; la pressione dovuta dall’essere bicampioni e dagli haters, tanto che un sondaggio all’inizio delle Finals vedeva 48 Stati d’America su 50 tifare per gli avversari canadesi. Insomma, sarà stato quasi un sollievo mettere una pietra su questa annata.
La decisiva gara 6 delle Finals passerà alla storia non solo per il primo titolo vinto dai Toronto Raptors. Con quella partita si è chiusa la Oracle Arena (i Warriors si trasferiranno ufficialmente dalla prossima stagione al Chase Center di San Francisco, ndr) e si è conclusa, di fatto, anche la dinastia dei Golden State come li abbiamo conosciuti sino a qui. Sì, perché quest’estate qualcosa dovrà per forza cambiare. Soprattutto riguardo all’equilibrio della squadra, che è giunto ad un punto in cui è assolutamente fuori asse.

LA FINE DI UN CICLO… L’antico filosofo greco Eraclito pensava che “su di un cerchio ogni punto d'inizio può anche essere un punto di fine”. E come dargli torto. Se noi prendessimo carta e penna, e disegnassimo un cerchio, sapremmo quando o dove ha inizio, e allo stesso tempo ci accorgeremmo quando questo sta per concludersi arrivando in quel punto dove è inizio e fine contemporaneamente. Ecco. Chi meglio allora dell’ambiente Warriors sa perfettamente quando quella linea curva sta per unirsi, irrimediabilmente, decretando la fine della loro dinastia? Dal di fuori sembra proprio che quel punto di unione tra inizio e fine del cerchio sia ormai prossimo. Prossimo per tutta una serie di fattori dovuti sia al sistema salariale della Nba che alle motivazioni che animano gli stessi atleti. Questo però non significa che la fine debba coincidere con il “non vincere più”. Molto probabilmente ci sarà bisogno di un restyling del parco giocatori. Di sicuro l’estate sarà molto movimentata e tante saranno le scelte che bisognerà prendere. Con un unico grande obiettivo: tenere ben presente il futuro.
Chiunque potrebbe comunque alzare la mano ed obiettare: “ma cosa diavolo dite! Se non fosse stato per gli infortuni…”. Ma questi fanno parte del gioco, e forse nessuno più dei Warriors sanno quanto si possano rivelare un alleato decisivo. Per questo analizziamo perché siamo di fronte alla fine di un ciclo.
Panchina da ringiovanire e rinforzare allungando
una 'coperta' mai così corta
Se c’è una cosa che le ultime Finals hanno fatto emergere prepotentemente, è che nel roster di Golden State si è venuto a creare uno squilibrio tra starters e panchina dovuto soprattutto all’anagrafe. Giocatori come Andre Iguodala (tradato ai Memphis Grizzlies, ndr) o Shaun Livingston, sempre determinanti nei momenti cruciali che hanno visto vincere i tre titoli passati, hanno faticato e non poco a reggere i forsennati ritmi della competizione. Questo è un segnale chiaro che la coperta andrà per forza di cose, e in qualche maniera, allungata. Come si vocifera per Livingston potrebbe anche trattarsi della sua ultima stagione. E dunque per forza di cose andrà rimpiazzato con qualcuno che possa ereditarne l’importanza nelle rotazioni.
Altra questione tattica mai come quest’anno emersa in casa Warriors, è stata quella dell’assenza di un pivot che facesse la differenza in area. La franchigia della Baia ha sofferto nel pitturato non avendo un lungo che sapesse occuparla facendo densità. Non che nelle passate Finals coach Kerr avesse potuto contare su di un portento in questo aspetto, ma comunque giocatori come Andrew Bogut, JaVale McGee o Zaza Pachulia, sia per forza fisica che per atletismo difendevano piuttosto bene il ferro. Tutto un altro discorso se a dover svolgere questo ruolo è DeMarcus Cousins, votato soprattutto all’attacco e poco incline al sacrificio difensivo. Oltretutto la scelta di Cousins di firmare per i Warriors (a soli 5 milioni annui, ndr) è stata dettata sia dall’infortunio che ne ha precluso gran parte della stagione, che dalla grande possibilità di potersi mettere un anello al dito. Purtroppo per lui non si è realizzato. Ma la sua firma è paragonabile ad un one-and-done collegiale - come lo stesso Kerr ha ammesso -, ovvero in free-agency le strade del giocatore e della squadra si separeranno (ha firmato con i Los Angeles Lakers, ndr). E questo aprirà un bel buco in quella posizione, che in qualche modo andrà riempito e non certamente con i rinnovi di Kevon Looney (ha rinnovato, ndr) e Jordan Bell (ha firmato con Minnesota, ndr), o con Damian Jones. Detto ciò, è facile comprendere che tra gli esterni ed il reparto lunghi qualcosa andrà fatto in sede di mercato. Cosa? Questo sarà scandito soprattutto dal salary cap.

…E L’INIZIO DI UN NUOVO VIAGGIO. “Tutte le storie che amiamo hanno una fine, ma è proprio perché finiscono che ne può cominciare un’altra”. Questa citazione di fatto apre una nuova parentesi per Golden State, e al centro non può che esserci Curry. Quest’anno, e non solo per i tanti infortuni dei compagni, se i californiani fossero riusciti a ribaltare la situazione e a vincere il titolo avrebbe meritato il premio di Mvp. E finalmente avrebbe messo in bacheca quest’ultimo trofeo che gli manca. Un adagio recita che “nelle fini le cose si devono sempre, nel bene o nel male, mettere a posto”. Ed è forse stato così, nel senso che pur nella sconfitta Curry ha ricordato che questi sono i suoi Warriors. Con l’ascesa di Thompson e l’arrivo di Durant le luci della ribalta si sono divise sui tre principali protagonisti, e qualcosa avrebbe da recriminare anche Green. Ma se Golden State è arrivata lì dov’è, gran parte del merito è dovuta alla parabola crescente che ha avuto il due volte Mvp del campionato (2015 e 2016, ndr).
Problemi economici per Joe Lacob, proprietario dei Warriors:
Steph Curry guadagna quaranta milioni
E per il futuro sarà ancora lui una delle pietre miliari della franchigia. Lo dice il contratto da oltre 40 milioni di dollari che scadrà nell’estate del 2022. Ed è proprio la sostanza di questo contratto che creerà non pochi problemi di manovra alla dirigenza californiana, nonostante il proprietario Joe Lacob abbia dichiarato di voler pagare anche un’esosa luxury tax purché il roster mantenga tutte le proprie stelle. Nonostante i proclami la questione non è affatto semplice.
Durant, infatti, ha una player option da 31,5 milioni, comunque non abbastanza per quello che è il talento del nativo di Washington, ed ha scelto di diventare free agent (prima di accordarsi con una sign and trade con i Brooklyn Nets per D'Angelo Russell che ha fatto il percorso inverso, ndr). Sicuramente è alla ricerca di una sistemazione che gli offra un contratto almeno pari a quello di Curry, ma dopo l’infortunio non si è più così certi.
Altro nodo delicato è quello del rinnovo di Thompson (ha rinnovato con un contratto da 190 milioni per 5 anni, ndr), che richiede una soluzione già nel prossimo mese. La degna metà degli Splash Brothers, che si è rotto il legamento crociato del ginocchio e non rientrerà prima di febbraio, ha fatto intendere che si sente un Warrior e tale vuole rimanere. Ma vuole anche essere trattato da all-star e dunque punta al massimo salariale (con l’ultimo contratto percepiva 19 milioni annui, ndr).
Due bei grattacapi, soprattutto il secondo, che richiedono delle risposte da parte di Golden State. Cosa succederà? Solo il tempo ce lo dirà. Di sicuro questo è l’inizio di una nuova avventura per Curry e chi gli farà compagnia. Lo sceneggiatore inizierà a scrivere il secondo capitolo del romanzo, e non è detto che questo non possa essere ulteriormente vincente come quello precedente. Cambieranno i protagonisti? Forse. Molto probabile. Aumenteranno gli avversari? Senz’altro. Tra cui i Los Angeles Lakers che neppure a sorpresa hanno messo le mani su Anthony Davis.


TOP NUMBERS - Tutti i record di Curry e Durant avvicina Parker
Quest’anno non è stata una stagione da record per i Golden State Warriors. Nonostante ciò il mostro a tre teste della Baia si è comunque ritagliato il proprio spazio nelle migliori performance individuali. Klay Thompson ha realizzato 52 punti sul parquet dei Chicago Bulls, mentre Steph Curry e Kevin Durant si sono fermati a 51 rispettivamente contro i Washington Wizards e i Toronto Raptors (partita persa all’overtime in regular season). Curry ha inoltre contribuito al nuovo record stagionale della Nba di 27.955 triple segnate con 354 canestri (43.7%). In testa James Harden con 378 ma solo il 36.8%. Inoltre, Curry è diventato il primo nella storia a superare le 400 triple ai playoff e le 100 triple alle Finals. Durant invece è entrato nella top-ten degli scorer all-time ai playoff con 4.022 punti realizzati, ad appena 23 da Tony Parker che occupa la nona posizione.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

martedì 30 ottobre 2018

L'incredibile ascesa di Alfonzo McKinnie


L’ala è passata dalla seconda categoria lussemburghese ai Warriors



L’ascesa di Alfonzo McKinnie ha davvero dell’incredibile, e per certi versi fa commuovere. Oggi sta vivendo quel sogno di essere un giocatore Nba sin da bambino, dopo averlo inseguito facendo molti sacrifici. Diciamoci la verità, però, non stiamo difronte ad un talento cristallino. Nato nel 1992 a Chicago, non ha vissuto appieno quella che è stata l’escalation dei Bulls guidati da Michael Jordan. Ma da nativo della città del vento è cresciuto aspirando di arrivare a quel livello. Dopo il liceo va al college per frequentare prima l’Eastern Illinois e poi la Green Bay, dove subisce due infortuni al menisco. Al draft Nba del 2015 non viene minimamente calcolato dalle franchigie professionistiche, anche perché i numeri recitano 7.1 punti e 5.1 rimbalzi. Ma oltre alle mere cifre, come già detto, non sembra avere i tratti di un talento fuori dal normale. Così come spesso succede per i giovani giocatori americani, trova sistemazione in Europa, e precisamente nel roster dei Pirates dell’East Side, formazione che disputa il secondo campionato del Lussemburgo. Non immaginiamo quale possa essere il livello medio del torneo, e così Alfonzo chiude la stagione con 26 punti ad allacciata di scarpe. Trova il tempo di farsi una piccola vacanza-gioco ai Rayos de Hermosillo con i quali perde la finale per il titolo messicano, e subito riprova la carta Nba. Si autofinanzia con 175 dollari un provino con i Windy City Bulls, la franchigia satellite in G League dei Chicago Bulls, ed ottiene un posto in squadra. Sono comunque poche le soddisfazioni, eppure l’estate successiva viene firmato dai Toronto Raptors che gli fanno giocare 14 match in Nba, esordendo proprio contro Chicago. Viene per lo più assegnato ai Raptors 905, la squadra di G League affiliata alla franchigia canadese, e dopo un anno viene tagliato. Insomma due esperienze non proprio esaltanti e gratificanti. Ma lui non ha smesso di sognare, c’ha creduto sempre e adesso sta vivendo questo sogno con i Golden State Warriors. Certo, l’ambiente nella Baia assomiglia tanto ad un mondo fantastico, magari chiunque di noi potrebbe tentare di andare lì a giocare, e giocare per davvero tra i professionisti. Tanto come compagni di squadra hai Steph Curry che domenica notte a Brooklyn ha stabilito il record di sette partite consecutive con 5 o più triple realizzate, o Klay Thompson che stanotte ha stabilito contro i Bulls - neanche a farla apposta - il record di 14 triple mandate a segno in una singola gara. E poi c’è sempre Kevin Durant. Insomma, sarebbe facile per chiunque giocare insieme a loro. Ma non va sottovalutata l’abnegazione di McKinnie. Non a caso coach Steve Kerr ha dichiarato che dopo i provini estivi lo ha voluto fortemente in squadra perché è un ragazzo che lavora duro, e che deve essere preso d’esempio per i ragazzi più giovani perché non ha smesso mai di inseguire il suo sogno. Giusto per inciso, nella vittoria contro Chicago che passerà alla storia per le 14 triple di Thompson, Alfonzo ha confezionato una doppia-doppia da 19 punti e 10 rimbalzi. Complimenti!

venerdì 6 luglio 2018

Warriors vs James, la storia infinita

Warriors vs James, la storia infinita


di Giovanni Bocciero*


Quattro anni dopo LeBron James è di nuovo ad un bivio: restare o partire? La prima volta che dovette prendere questa decisione fu il 2010. Dopo essere stato eliminato in semifinale della Eastern Conference da Boston lasciò Cleveland per trasferirsi a Miami con l'ossessione di vincere il suo primo titolo. Dopo quattro NBA Finals e solo due anelli conquistati, nel 2014 decise di compiere il percorso inverso tornando ad indossare la casacca dei Cavs con l'ossessione, stavolta, di vincere il titolo a casa sua. Esattamente quattro anni dopo, altre quattro NBA Finals e solo un campionato regalato alla sua gente, si ritrova a dover rispondere nuovamente alla domanda: restare o partire?

COME DA COPIONE. Alzi la mano chi si fosse aspettato un finale diverso delle finali tra Golden State e Cleveland. Il secco 4-0 con il quale i Warriors si sono laureati campioni NBA per il secondo anno consecutivo, e terzo negli ultimi quattro, ha palesato un incredibile dominio di Steph Curry e compagni. Non è bastato il James più in palla delle ultime stagioni, che qualche pausa soprattutto in gara 3 e 4 se l'è comunque presa. Non sono stati sufficienti neppure i momenti narcisistici dei ragazzi di coach Steve Kerr a rovinare lo spartito del team della Baia, che in alcuni frangenti hanno letteralmente giocato con gli avversari prima di chiudere la pratica con il killer che porta il nome di Kevin Durant, non a caso di nuovo Mvp delle finali.
I Cavaliers sono stati poca cosa per impensierire gli sfidanti. E proprio come le due facce di una stessa medaglia, dove finiscono i meriti cestistici di LeBron iniziano i suoi demeriti relazionali. Giocare con lui non è facile, nonostante le statistiche. Queste finali sono state giocate con il fantasma di Michael Jordan che aleggiava sia su James che sui Warriors. I paragoni su chi è il miglior giocatore e la miglior squadra di sempre li lasciamo volentieri a voi, anche perché non è questa la sede adatta per discuterne. Sono stati comunque ingenerosi i fischi dei tifosi dell’Ohio che hanno accompagnato gli ultimi minuti di gara 4 della propria squadra, che in maniera miracolosa è riuscita ad arrivare sin lì. E addirittura sono stati irrispettosi quando hanno infastidito la premiazione di Golden State, che ha meritato per gioco espresso e freddezza dimostrata di portare a casa il trofeo intitolato a Larry O’Brien.
I Warriors hanno dimostrato di essere una macchina perfetta, e che costruiti per vincere raramente falliscono. Soprattutto Curry e Durant hanno deliziato il palato dei milioni di appassionati sparsi in tutto il mondo. Il primo ha disputato, forse, le sue migliori NBA Finals rispettando il suo valore e segnando dei canestri dalla lunga distanza che ormai non fanno neanche più notizia. Del secondo rimarrà impressa la sua straordinaria performance in gara 3, con la quale ha sancito la vittoria per la sua squadra, e si è fatto apprezzare perché non ha mai voluto prendersi la scena. Ma davvero, per parlare di questi Golden State non si può fare a meno di nominare tutti i giocatori del roster, che portano sempre il loro prezioso quanto vitale contributo. Ormai ad Oakland è stata appresa una mentalità così vincente che pure il nuovo arrivato Jordan Bell sa come affrontare un appuntamento così importante. E le immagini che lo hanno visto ascoltare i consigli di un veterano come Andre Iguodala - monumentali le poche giocate di cui è stato protagonista al rientro - non possono che essere prese come monito per chiunque.

SCURO IN VOLTO. Terminata la decisiva gara 4 LeBron James ha imboccato immediatamente la via degli spogliatoi, abbracciando prima la madre e poi baciando la moglie, per scomparire dietro le porte. Il viso diceva tutto o quasi. Rammaricato per l'ennesima sconfitta in finale; frustrato perché nella storia di questo sport dovrà condividere la sua era con i Warriors; pensieroso per il prossimo futuro che lo attende: restare o partire? Inutile dire che ha la fila fuori la porta di casa, e che si è guadagnato il potere di decidere dove andare a giocare. In molti farebbero carte false per firmarlo, ma solo pochi possono permettergli di vincere domani, che è la cosa alla quale mira.
Decidere di restare a Cleveland non è affatto semplice, sotto vari punti di vista. In primis per l'ambiente, visto che il rapporto tra James e il proprietario Dan Gilbert non è mai stato idilliaco, e lo è ancor meno oggi. In secondo luogo il roster, che è ingolfato in termini di salary cap ma non è all'altezza delle altre contender. Sono complessivamente oltre 95 i milioni che percepiranno per i prossimi due anni i vari Kevin Love, George Hill, Tristan Thompson, J.R. Smith, Kyle Korver e Jordan Clarkson. E fa ridere che il solo Love, a tratti, è stato da sostegno a LeBron.

INTRECCI DI MERCATO. Di certo James non scioglierà il nodo del suo futuro molto presto, ma si limiterà a stare alla finestra e capire come si muoveranno da una parte i free-agent, o meglio dire Paul George (ufficiale il suo rinnovo ad Oklahoma City, ndr); e dall’altra i Cavaliers. Per convincerlo a restare la dirigenza di Cleveland pare abbia messo gli occhi su Kemba Walker e soprattutto Kawhi Leonard, ormai in rottura con coach Gregg Popovich. Arrivassero loro due nell’Ohio la questione si farebbe parecchio interessante, ma in termini di contropartite sono davvero poche le opzioni. Il problema, inoltre, è che se per arrivare al primo non dovrebbero esserci grandi complicazioni visto che Charlotte sembra in fase di rebuilding, per il secondo la questione si fa molto più complessa. Due i principali motivi. Gli Spurs sarebbero disposti a perderlo da free-agent l’estate prossima; il diretto interessato ha chiesto di essere ceduto o ai Lakers o ai Clippers, essendo lui di Riverside.

E qui nascono gli intrecci di mercato che vorrebbero James in procinto di trasferirsi nella Città degli Angeli (ufficiale dallo scorso primo luglio, ndr). La famiglia, ed in particolare la moglie, ha già da tempo benedetto tale trasloco. Firmando con i gialloviola Lebron non solo andrebbe in un roster giovane con giocatori talentuosi, ma potrebbe ritrovarsi come compagni di squadra il già citato Leonard e George. Quest’ultimo è dall’estate scorsa che ha fatto capire di voler andare a giocare ai Lakers, essendo di Palmdale, e adesso ha il potere di farlo. I Lakers hanno inoltre i mezzi per strappare Leonard a San Antonio, così da calare il tris d’assi.




* per il mensile BASKET MAGAZINE. Scritto il 22/06/2018