Visualizzazione post con etichetta Juvecaserta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Juvecaserta. Mostra tutti i post

giovedì 29 febbraio 2024

L'anno da sogno in "Napoli nel Cuor3"

L'anno da sogno in "Napoli nel Cuor3"

Storia di identità e di passione

QUANDO SI VINCE AL SUD si prova una sensazione differente rispetto al successo di una squadra del Nord. Lo ha dimostrato anche l’ultimo scudetto conquistato dal Napoli. E tra calcio e basket cambia poco la sostanza, perché nelle vittorie di questi due sport ci sono più di una similitudine. Lo scudetto del Napoli, il terzo della propria storia, è stato raccontato nel libro “Napoli nel Cuor3 Identità e passione”, edito da Graus Edizioni, opera prima del nostro collaboratore Giovanni Bocciero, nativo di Maddaloni e cestista fino al midollo. Prestato al romanzo ed al calcio, Bocciero ha ripercorso la trionfale cavalcata degli azzurri di Spalletti in un volume dove oltre ai risultati traspirano altri due valori importanti: l’identità e la passione. L’identità di un popolo, quello napoletano, che viene raccontato con gli occhi di un emigrato che attraverso aneddoti ed esperienze uniche ha cercato di unire quel sentimento che tiene legate le persone dalle stesse origini. La passione è invece quel fuoco che arde in continuazione, e che rappresenta senza alcun dubbio l’anima di una città, che attraverso il successo sportivo è salita alla ribalta delle cronache nazionali per la sua eterna bellezza.



NELLE PAGINE DEL ROMANZO, infatti, si cerca di raccontare con minuzia del dettaglio come Napoli si sia vestita a festa per questo traguardo che in quelle terre coincide con il riscatto sociale. Volendo trovare un parallelo con la pallacanestro, non possiamo non ritornare a quel 1991, quando era la Juvecaserta degli Esposito e Gentile a conquistare il tricolore contro Milano. E se per i primi due scudetti del Napoli c’era una figura che ‘oscurava’ tutti gli altri, ovvero quel fenomeno che rispondeva al nome di Diego Armando Maradona, il successo della passata stagione ha visto una squadra molto più simile a quella Juvecaserta. Una compagine dove ognuno ha portato il suo prezioso e fondamentale contributo: le reti di Osimhen, i dribbling di Kvaratskhelia, la regia di Lobotka, le parate di Meret, la leadership di Di Lorenzo. Quel successo di soli pochi mesi fa sembra già appartenere alla storia per l’andamento del campionato attuale da parte degli azzurri. Ed è proprio quello che invece non ci auguriamo noi. Perché sull’onda emotiva delle vittorie è tutta la città che ne deve beneficiare a livello di impiantistica sportiva, un tema sempre più al centro dell’attività di base. Basti guardare a Caserta, dove il PalaMaggiò ed il PalaPiccolo sono alle prese con interventi strutturali e l’odierna squadra di serie B è costretta ad emigrare in quel di Maddaloni ed Aversa con non poche difficoltà logistiche per allenarsi e disputare le partite.

QUANDO SI LAVORA BENE si può vincere anche al Sud. E non parliamo di dover avere a disposizione risorse economiche infinite, ma di saper spendere quel tanto che si ha in maniera oculata affinché si creino le condizioni per poter aspirare alla vittoria. Proprio come sta succedendo al Napoli Basket, per trovare un altro parallelo con il libro “Napoli nel Cuor3” di Bocciero, che questa estate ha affidato la gestione ad un dirigente competente quale Alessandro Dalla Salda. Si è così costruita una squadra che, in controtendenza con la stagione calcistica, sta infiammando il popolo azzurro che di domenica in domenica riempie fino allo stremo il PalaBarbuto, oggi Fruit Village Arena. E la passione che i tifosi dimostrano, non solo da quest’anno, meriterebbe un impianto decisamente più grande e a passo con i tempi. Considerato che a poche decine di metri c’è lo scheletro del maestoso e storico PalArgento, più volte tirato in ballo per progetti di ricostruzione, sarebbe proprio il momento giusto per dare alla squadra ed ai suoi appassionati una casa degna del suo nome.

Recensione su Basket Magazine

giovedì 18 maggio 2023

Biagio Sergio: «Mai dimenticare le proprie origini»

Con il capitano della JuveCaserta 2021 parliamo della nuova avventura in bianconero, dell'andamento del campionato di serie B e delle esperienze avute nell'arco della sua carriera, ricordando la grande tradizione della pallacanestro campana


Cuore Napoli - Virtus Cassino, semifinale serie B 2016/17





sabato 22 aprile 2023

La leggenda Oscar Schmidt: «La mia vita è un racconto di favole»

 

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta
Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021


di Giovanni Bocciero*


Oscar Daniel Bezerra Schmidt, meglio conosciuto semplicemente come Oscar, e soprannominato ‘Mao Santa’ e ‘O’Rey do triple’, è colui che detiene il record di maggior punti segnati in carriera a livello globale. Basterebbe questo incipit per descrivere il cecchino brasiliano che tanto ha fatto in Italia negli otto anni trascorsi a Caserta a partire dal 1982, e nelle successive tre stagioni di militanza con Pavia. Oltre un decennio nel quale ha stregato ogni appassionato di pallacanestro. Arrivato da sconosciuto, voluto fortemente da coach Boscia Tanjevic, c’ha messo poco a guadagnarsi titoli a nove colonne sull’allora carta stampata con aggettivi quali ‘mitraglia’ o ‘bombardiere’.

Oggi non è un mistero che la Liga Acb sia di gran lunga il campionato europeo più competitivo ed apprezzato. Ma negli anni ’80, questo primato apparteneva senza alcun dubbio alla Serie A, non a caso «il mio sogno era di giocare in Italia - ha esordito Oscar -, perché se fossi andato in Nba non avrei potuto giocare con la nazionale. Tanjevic, che avevo affrontato in Coppa Intercontinentale, è rimasto impressionato da me e quando è arrivato a Caserta ha chiesto di prendermi alla proprietà. Mi sono ambientato subito perché la pallacanestro è uguale dappertutto, e ovunque giocassi volevo soltanto fare bene. Conosco il gioco e per questo volevo il pallone in mano perché sapevo cosa dovevo farci. Essere stato allenato da Tanjevic è stata una grande esperienza per me. Credo che chiunque lo avrebbe voluto come allenatore, e per questo mi sento fortunato. Mi ha insegnato una cosa che ho usato fino alla fine della mia carriera: il giro dorsale. Era un movimento che aveva visto fare a Jack Sikma. Boscia me lo ha insegnato, e la prima volta che l’ho messo in pratica l’ho visto esultare in panchina. A lui devo tantissimo». Nonostante i meriti riconosciuti al tecnico slavo, quando fu introdotto il tiro da tre punti tra i due ci sono stati degli screzi perché Oscar, da buon tiratore, ne abusava un po’ troppo. «Ne abusavo perché facevo canestro. Se la metti devi tirare, ma per farlo ti devi allenare tanto. E l’esercitarmi tanto mi ha permesso di avere sempre una grande facilità nel fare canestro». Dopotutto ‘Mao Santa’ è famigerato per non credere nel talento per grazia ricevuta ma solo nel duro lavoro in palestra.

Ritornato a Caserta qualche settimana fa, in occasione del lancio della docuserie ‘Scugnizzi per sempre’ che racconterà di quegli splendidi anni, Oscar è ritornato al vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro - oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, considerati i padri putativi della pallacanestro casertana -, dove ha mosso i primi passi casertani. Eppure, «non ricordavo il palasport perché ha subito delle migliorie. Quasi non ci credevo perché è di sicuro più bello adesso. Ho avuto modo di vedere la partita contro Roseto, ho visto un bel pubblico caloroso, che mi ha accolto benissimo, e dopo sono andato a cena con la squadra. Sono sempre rimasto legato alla città, al cavaliere Giovanni Maggiò che ha costruito il palasport di Castel Morrone in cento giorni - ha ricordato il cecchino brasiliano -, una persona incredibile che ha permesso l’inizio della nostra scalata. Non ci sono parole per descrivere cosa ha fatto. Ho giocato a Caserta otto fantastici anni, e sono stato felice che abbiano vinto lo scudetto». Una cosa incredibile è che, seppur Oscar non sia riuscito a vincere il tricolore con i bianconeri, è impossibile scindere il suo nome da quel successo. Segno dell’affetto che il popolo casertano nutre nei suoi confronti, e allo stesso tempo di quanto il giocatore abbia segnato quelle memorabili stagioni. «Ricordo tutto della città, ho tanti amici, ho addirittura battezzato un ragazzo casertano. Posso dire che mi manca la vita di Caserta. Spesso parlo con mia moglie Cristina del fatto che la città seppur piccola fosse il posto ideale dove vivere. E quando ci ritorniamo andiamo a vedere tutti i luoghi che frequentavamo. Se non me ne fossi andato ci sarei rimasto per tutta la vita».

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta, riceve una maglia celebrativa
dall'ex compagno Nando Gentile - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Dalle parole del brasiliano traspira una passione che arde ancora oggi. Una passione che spesso, invece, manca ai giovani professionisti, schiacciati troppe volte dalla pressione per un gioco che è di sicuro mutato insieme al mondo odierno. E questo fa sì che diversi siano i giocatori che gettino la spugna, mettendo fine a carriere che sembravano luminose. «Se si decide di giocare ad uno sport come la pallacanestro bisogna dedicarsi completamente ad esso. Se invece i ragazzi gettano la spugna così facilmente non sono amanti dello sport. Lo sport è fatto per gente vera, che sopporta la pressione. Io stesso l’ho dovuta sopportare con tifosi, dirigenti e giornalisti tremendi, ma sono sopravvissuto ed ho vinto tutto quello che potevo vincere».

Una delle finali perse dalla Juvecaserta è quella di 34 anni fa, contro il Real Madrid in Coppa delle Coppe. Forse la partita più bella che si sia mai vista su di un campo da basket. «Quella gara mi ha lasciato un rammarico incredibile. Nando Gentile doveva tirare un 1+1 ai tiri liberi con zero secondi sul cronometro, ma non li ha tirati perché gli arbitri non si sono voluti mettere contro il Real Madrid. Ho visto e rivisto decine di volte quell’ultima azione, e l’arbitro ha fischiato fallo, però poi ha cambiato idea. Per me rimarrà la più grande delusione che ho avuto in Italia. Giocavamo contro uno squadrone, e noi eravamo al top della nostra forma consapevoli che potevamo vincere. Eravamo senza alcun dubbio le due migliori squadre che si potessero affrontare». Una sfida nella sfida, perché ad Oscar che segnò 44 punti replicò Drazen Petrovic con ben 62. «Era un tremendo giocatore - ha ricordato il brasiliano -, un qualcosa di anormale. Aveva già giocato il Mondiale del 1986 nel quale fu eletto miglior giocatore della competizione. Anche per questo volevo sfidarlo e volevo batterlo. Sapeva giocare a pallacanestro come nessun’altro, ed era destinato ad essere il miglior giocatore anche della Nba. Non lo è stato solo perché non lo hanno lasciato giocare. Con lui seduto in panchina gli preferivano Terry Porter. Ma per favore».

Era un’altra Nba, nella quale Oscar non ha giocato per via delle restrizioni che prima non permettevano ai giocatori di poter giocare con le proprie nazionali. E se il brasiliano non avesse più giocato con la nazionale ci saremmo persi la finale dei Giochi panamericani del 1987, nella quale la sua squadra batté ad Indianapolis gli Stati Uniti dando il là all’utilizzo dei giocatori professionisti. Ma nonostante quel successo, il sogno nel cassetto mai raggiunto da ‘O Rey do triple’ è proprio legato alla formazione verdeoro, perché «avrei voluto vincere un’Olimpiade. Con la vittoria del Panamericano eravamo saliti di livello. L’anno successo siamo andati alla manifestazione olimpica a Seul. Ai quarti incontrammo l’Unione Sovietica che poi sarebbe diventata campione. Io purtroppo ho sbagliato l’ultimo tiro, e quel momento non lo dimenticherò mai. I miei compagni avevano così tanta fiducia in me che non credevano potessi fallire». Oltre a quelle restrizioni per le nazionali, anche il campionato americano ha sdoganato certe consuetudini dando più fiducia agli europei che sono sempre più protagonisti, da Jokic ad Antetokounmpo a Doncic. «La pallacanestro si è evoluta, e questi ragazzi sono dei grandissimi giocatori. In particolare mi piace molto guardare Doncic, che è una cosa incredibile. Sa fare delle cose che non riesco a spiegarmi e credo che possa diventare il miglior giocatore della Nba, perché ne ha le capacità ed è rispettato». La pallacanestro ormai è universale, per questo è molto apprezzata anche l’Eurolega che ha raggiunto un livello quasi pari a quello della ‘lega più famosa del mondo’. «La guardo molto volentieri. Quando faccio zapping in tv e mi capita di passare su una partita europea chiamo subito mia moglie e la guardiamo insieme. Vedo ogni cosa che riguardi il basket, e questo è fondamentale per un vero appassionato. Se ci sono differenze tra Nba ed Eurolega? Negli Stati Uniti si tira tanto da tre punti. Quando io ho fatto il camp nel 1984 non era così, ma oggi Golden State insegna che senza saper segnare dall’arco non si può vincere».

Oscar è una leggenda della pallacanestro anche e soprattutto per quel suo record di 49.737 punti segnati. Ma se LeBron ha recentemente superato il primato di 38.387 punti realizzati in Nba da Abdul-Jabbar, è lecito domandarsi se ci sarà mai qualcuno capace di scalzare il brasiliano da questo suo trono. «Credo proprio di sì - la risposta del diretto interessato -, perché i record esistono proprio per essere battuti. Anzi, spero che qualcuno lo batta. Sono ovviamente contento di aver realizzato questo record, perché nella pallacanestro si ricordano poche cose. Però quando riesci in qualcosa di così importante a livello mondiale, non è semplice. Sono sicuro che un giorno, anche per via del tanto utilizzo del tiro da tre punti, qualcuno come Doncic, Klay Thompson o Steph Curry riuscirà a superarmi».

Oscar Schmidt al PalaPiccolo di Caserta durante il match
contro Roseto - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Da leggenda dello sport globale, ha giocato e conosciuto altre leggende come lui. Il già citato Petrovic è solo un esempio. Negli anni in cui ha militato a Caserta ha incontrato ad esempio Diego Armando Maradona. «Lui era un giocatore tremendo come Petrovic. Un giorno uno dei giocatori del Napoli mi disse che anche quando stava male, loro potevano sempre contare su di lui. Sapevano che lo avrebbero trovato lì in campo a lottare fianco a fianco, qualsiasi cosa succedesse». Rivale dell’argentino un suo connazionale come Pelè, venuto a mancare recentemente. «Lui era di un altro pianeta. Ha fermato una guerra perché entrambi i paesi volevano vederlo giocare (il riferimento è alla guerra del Biafra, in Nigeria, dove ci fu un conflitto tra governo centrale e l’autoproclamatasi regione separatista. Sulla questione però, alcuni studiosi sconfessano questa versione del ‘cessate il fuoco’ per assistere ad una partita di Pelè e del suo Santos in tournée in Africa). È stato una cosa incredibile dentro e fuori dal campo. Di lui mi ricordo tante cose, come il dribbling fulmineo. È stato un idolo per tutto il Brasile, ed ovviamente anche il mio».

Tornando al basket, Oscar non nasconde che «ho sempre voluto giocare con i migliori, perché è così che potevo migliorare. Quindi avrei voluto giocare con Jordan, con Bryant, con Magic. Ma se devo sceglierne uno solo dico Bird, un bianco che non sapeva saltare, non sapeva correre, ma che giocava meglio di tutti». Contro Michael Jordan fu avversario in una storica amichevole tra Caserta e Trieste nell’agosto del 1985, con ‘Air’ che frantumò il tabellone in vetro per la troppa foga di schiacciare. «Lo vedevo muoversi in campo ed ho pensato che fosse un ottimo giocatore. Si capiva che avrebbe dominato in Nba - ricorda Oscar - perché era un predestinato. È stato fantastico poter giocare contro di lui». Bryant invece non l’ha affrontato in campo ma l’ha conosciuto. «Ho parlato per la prima volta con lui in Cina, perché ero andato a vedere un allenamento della nazionale americana, e mi ha confessato che ero un suo idolo. Per me Jordan non è stato migliore di Bryant, perché anche lui era fortissimo. Giocava in una maniera feroce e tirava molto perché segnava anche molto. La differenza tra i due sta soltanto in un titolo vinto in meno da Kobe».

La carriera di Oscar è stata costellata di successi ed anche di qualche delusione. Ma soprattutto dalla malattia. Per ben due volte è stato sottoposto ad intervento chirurgico per un tumore al cervello. Eppure non perde il sorriso, e spesso usa la sua esperienza in conferenze motivazionali. «A volte penso che la mia vita sia un racconto di favole, perché la mia carriera è stata incredibile. Ancora oggi se cammino per strada ci sono persone che si fermano e che vogliono fare una fotografia con me. Per tutto questo devo molto all’Italia e a coach Tanjevic, perché mi hanno fatto migliorare come giocatore e mi hanno permesso di rimanere conosciuto. Con Caserta ho giocato diverse finali, ma abbiamo vinto solo la promozione in A e la Coppa Italia. Questo è il mio più grande rammarico - ha concluso Oscar - perché ancora oggi non capisco come in Brasile vincevo tutto mentre in Italia no».


*L'esclusiva video intervista integrale


Qui l'articolo per Basket Magazine

venerdì 20 maggio 2022

Serie A2. Giuri, bilancio di una vita da giocatore tranquillo

Curiosa e sincera confessione di un playmaker che,
giunto a 33 anni, insegue ancora traguardi importanti

Giuri, bilancio di una vita da giocatore tranquillo

A Udine ha vinto un nuovo trofeo dopo una carriera in giro per l'Italia
con due tappe particolari: nella sua Brindisi e a Caserta


di Giovanni Bocciero*


Con i suoi 33 anni ed un palmares che ha appena rimpinguato, Marco Giuri è ancora un giocatore che fa la differenza in A2 grazie alla sua leadership ed esperienza. Alla seconda stagione tra le fila di Udine, dopo aver perso la finale per la promozione contro Napoli l’estate scorsa, il veterano play si è calato in un nuovo ruolo. «Certamente l’età avanza, ma quando si fa parte di una squadra competitiva, lunga, forte, ognuno riesce ad esaltare le proprie caratteristiche. Quest’anno ho diminuito il minutaggio, cosa di cui sto beneficiando visto che l’anno scorso arrivavo a volte alla fine delle partite stanco e poco lucido. Grazie alle rotazioni ancora più lunghe - ha continuato Giuri - mi sto gestendo bene e a pieno, e stando in una squadra forte è un ruolo che ho accettato veramente di buon gusto». Emigrato sin da giovanissimo alla Virtus Siena, il girovagare in club che gli hanno permesso di fare la gavetta lo ha reso il giocatore che è oggi. «Ho giocato in B d’Eccellenza a 17-18 anni, poi ho iniziato a giocare in una LegaDue che presentava giocatori e squadre davvero molto forti che non avrebbero nulla da invidiare all’attuale serie A. Sono stati anni molto formativi soprattutto per il carattere. Quando giochi in squadre con tanti giocatori bravi e in alcuni casi affermati bisogna tirarlo fuori e farsi rispettare anche se si è giovani. Senza mancare di rispetto a nessuno ma con decisione, facendo capire che di te ci si può fidare. Questa è la cosa principale che mi sono portato dietro nella mia carriera, questa consapevolezza che con l’educazione ci si può far rispettare». Si parla ovviamente di campionati che «avevano un format diverso. Con il girone unico da 16 squadre, riconosciuto come campionato professionistico a tutti gli effetti, il livello era altissimo perché i giocatori che non trovavano collocazione in A1 scendevano di categoria e trovavano realtà forti dove mettersi in luce. Oggi ci sono più squadre, con società meno solide e meno conosciute cestisticamente - ha dichiarato il play -, e ciò fa scendere il livello medio».


Giuri ha indossato la maglia azzurra dell’under 20 insieme a Datome, Hackett, Aradori, giocatori che nonostante tutto per emergere hanno dovuto aspettare il loro momento, senza bruciare le tappe. «È un discorso molto complesso che prevede sostanzialmente due correnti di pensiero. C’è chi dice che i giovani non hanno opportunità, e c’è chi dice che non meritano un palcoscenico in età precoce. Io sono dell’idea che chi merita di giocare, e gioca bene, continua a giocare; chi non lo merita matura dopo. Se a 17 anni meriti di giocare è giusto che giochi anche a discapito di qualche compagno più grande d’età. Se però un allenatore reputa che un 16enne non sia maturo, è giusto che prenda le sue scelte. Io stesso a 18 anni non sono stato reputato adatto a terminare l’anno di A2 a Casale Monferrato e sono andato per metà stagione in B1 a Vigevano. A volte bisogna anche saper scendere di categoria per trovare la maturità giusta - ha osservato il play - affinché possa giocare ad un più alto livello. Adesso magari i giovani vedono la serie A come un punto fisso, un traguardo dal quale non si ritorna più indietro, e per me è sbagliato. Scendere di categoria non è una bocciatura, soprattutto a 18 anni, ma è un rimettersi in discussione cercando di far capire che maturando ancora un po’ si può aspirare ad alti livelli». Proprio tra le fila di Udine c’è un atleta che nelle ultime stagioni ha visto la sua parabola scendere rispetto a quello che era il suo futuro, come Federico Mussini, oggi in Friuli anche per rimettersi in gioco. «Federico è un ragazzo d’oro, che si fa ben volere da tutti. È disponibile e lavora tantissimo, soprattutto quest’anno che viene da un brutto infortunio al crociato e pian piano lavorando ogni giorno sin dall’estate ha recuperato alla grande. In prospettiva futura penso che possa tranquillamente ambire di ritornare a giocare in serie A, perché è un giocatore che uscendo dalla panchina può dare il suo contributo da playmaker di rottura, che cambia ritmo alla squadra. Sta facendo molto bene quest’anno con noi, entrando a gara in corso e portando una grossa mano sia in difesa che in attacco. Per il resto è la sua carriera che parla per sé, e credo che non bisogna aggiungere altro».

Da uomo del sud, brindisino doc, Giuri ha vinto tanto soprattutto al nord, con lo scudetto alla Reyer Venezia nel 2019 e le coppe Italia di A2 di Verona e dello scorso marzo con Udine. «È semplicemente una questione di opportunità e di realtà che mi si sono presentate lungo la mia carriera. Quando ci sono state squadre ben allestire e solide come Brindisi, ho avuto l’occasione di vincere al sud. Negli ultimi anni, ma fondamentalmente per quasi tutto il mio trascorso, ho giocato sempre al nord. Però è una questione di opportunità e non di provenienza geografica». Il riferimento del veterano play è ai successi del 2012, la doppietta campionato-coppa centrata proprio con la squadra della sua città. «Quello fu un anno particolare. Ad inizio stagione ero senza squadra e mi aggregai a Montegranaro per tenermi in forma. Finita la preparazione stavo per firmare con il club in A1, ma l’infortunio di Edgar Sosa che era il primo play della squadra fece saltare la cosa. Così ritornai a casa e mi stavo allenando da solo quando arrivò la chiamata di Brindisi di cui fui davvero felice. Da brindisino mi inserii subito nel gruppo nonostante arrivai a stagione in corso, ma pensare di vincere la coppa Italia a marzo e il campionato a giugno, pur consapevoli della forza del roster, è stata un’emozione unica. Vincere non è mai semplice in generale, farlo con la squadra della tua città è qualcosa di unico». Giuri ha giocato tanto al nord, eppure nel suo percorso ha militato in due club storici del sud dalle tifoserie calde come Brindisi e Caserta, dove ha esordito in serie A a 27 anni. «Il ricordo di Caserta è indelebile. Sono arrivato in una importante realtà già abbastanza grande e consapevole di dove mi trovassi. Magari se ci fossi arrivato da più giovane non avrei capito tante cose. Ho avuto da subito un ruolo importante nella squadra, e causa una serie di infortuni ho avuto modo di giocare davvero tanto negli anni di A1. Alla città sono particolarmente legato, e infatti ci sono ritornato anche in A2 perché non era più una questione di categoria. Quando si va più in là con gli anni vuoi stare anche bene in un posto - ha ricordato l’atleta -, e a Caserta sono stato benissimo per questo sono ritornato volentieri». Da uomo del sud anche il modo di giocare un po’ stona, perché Giuri non è focoso. Ma la domanda è presto risposta. «In campo sono tranquillo anche perché è il ruolo che mi dice di essere così. Essendo un play, essere focoso in campo per una squadra può essere sintomo di nervosismo. E se colui che deve gestire il pallone è nervoso penso sia un brutto segnale da dare alla squadra. Per quanto mi riguardo cerco di essere tranquillo e di giocare solo a pallacanestro».

Venendo alla stretta attualità, Udine e Cantù stanno dando vita ad un dualismo in questo campionato di A2. Due storiche piazze della nostra pallacanestro, i brianzoli hanno avuto ragione nei due match in regular season, ma i friulani si sono presi il primato del girone e soprattutto la coppa Italia disputata a Roseto. «Tra Udine e Cantù più che di dualismo parlerei di obiettivi in comune, ovviamente la promozione in serie A. Siamo due squadre che voglio salire di categoria e che ne hanno la possibilità. Vedremo se saremo brave entrambe o se ne sarà brava solo una a raggiungere lo scopo, ma tutte le partite in cui ci siamo affrontati sono state gare sentite perché sappiamo l’importanza degli impegni. Noi siamo stati bravi a vincere la partita fin qui più importante che è stata la finale di Coppa Italia, quindi siamo contenti di aver vinto solo quel confronto e di aver perso gli altri due in campionato». Importante l’apporto che stanno dando alla squadra friulana due giovani come Ethan Esposito e Michele Ebeling, entrambi classe ’99, che a suon di gomitate e sbracciate hanno l’ambizione di arrivare in serie A. «Sono convinto che loro possano far bene, e che possano avere una carriera anche a più alto livello. Sono ragazzi che ascoltano, e in questo preciso momento della pallacanestro avere giovani che ascoltano i compagni di squadra che sono più grandi e che hanno più esperienza, indipendentemente dal coach che è seguito da tutti i giocatori, non è una cosa affatto scontata. Ad inizio anno sono stati un po’ una scommessa del club. Hanno però avuto una maturazione graduale e sono cresciuti di pari passo con i progressi della squadra. Questo li ha portati ad essere due giocatori importanti perché ci danno atletismo, fisicità, e ci permettono di alternare i quintetti. Loro due mi hanno impressionato particolarmente - ha concluso Giuri - perché hanno avuto la capacità di giocare in una squadra forte e di ritagliarsi il proprio ruolo all’interno di un gruppo che è pronto a vincere il campionato».

mercoledì 12 maggio 2021

Speciale. Trent'anni fa lo Scudetto di Caserta

La Stella del Sud - Il 21 maggio 1991 Marcelletti, Gentile ed Esposito portavano per la prima volta al Sud il titolo italiano battendo la Philips di Mike D'Antoni

JUVE CASERTA, LO SCUDETTO DEL RISCATTO

Il presidente dell'epoca Gianfranco Maggiò, il coach Franco Marcelletti e il capitano Nando Gentile, rievocano l'impresa della squadra che superò le tradizionali potenze del Nord a coronamento di cinque anni esaltanti. Una storia che inizia per la passione e il coraggio di Giovanni Maggiò e con un Palasport costruito in soli cento giorni

Tanjevic, Sarti, Giannoni gli altri artefici di un miracolo costruito valorizzando i talenti locali. La svolta si ebbe rinunciando ad Oscar e Glouchkov e dando fiducia a Marcelletti, un altro casertano. Orgoglio per il glorioso passato, amarezza per un presente modesto, ma Gentile è al lavoro per restituire alla città le emozioni di un tempo.



di Giovanni Bocciero*



Il roster dei Campioni d'Italia (Foto archivio Carlo Giannoni)
Sergio Donadoni (guardia, 1969, 200 cm), Tellis Frank (ala, 1965, 207 cm), Cristiano Fazzi (play, 1972, 181 cm), Francesco Longobardi (guardia, 1969, 200 cm), Massimiliano Rizzo (centro, 1969, 204 cm), Giacomantonio Tufano (centro, 1969, 208 cm), Vincenzo Esposito (guardia, 1969, 194 cm), Sandro Dell'Agnello (ala, 1961, 203 cm), Ferdinando Gentile (play, 1967, 190 cm), Charles Shackleford (centro, 1966, 207 cm), Allenatore Franco Marcelletti, Assistente Maurizio Bartocci, impiegati anche Damiano Faggiano, Giuseppe Falco, Claudio Acunzo, Luigi Vertaldi e Virgilio Vitiello


21 MAGGIO 1991. Non c’è casertano che non sappia cosa è successo quel giorno. Una data che si ricorda come il proprio compleanno. Quel giorno rappresenta un pezzo di storia per la città di Caserta che festeggiava la vittoria dello scudetto grazie all’impresa della Juve. Un obiettivo rincorso a lungo e raggiunto come il finale di un libro giallo. Tutti conosciamo tutto a riguardo. A distanza di trent’anni però, questo è un anniversario davvero importante, intriso di orgoglio ma anche di malinconia, con la speranza di poter tornare a rivivere emozioni di quel genere. Un avvenimento rappresentativo, oggi più che mai, come l’emblema della piccola provincia italiana che riesce a competere e addirittura a vincere contro le corazzate soprattutto del Nord Italia. Quel trionfo è stato reso possibile grazie alla visione di un uomo, il Cavaliere Giovanni Maggiò, che ha trascinato i propri collaboratori e investito nella costruzione del PalaMaggiò. Impianto imprescindibile per i risultati raggiunti dalla Juve Caserta e per questo un tutt’uno con il tricolore.
«Più passano gli anni e più ci si rende conto che - ha esordito Gianfranco Maggiò - è stato fatto qualcosa di straordinario. Naturalmente c’è orgoglio e soddisfazione per aver realizzato un vero e proprio sogno. E man mano che passano gli anni, appunto, si capisce meglio la portata di ciò che è stato realizzato. Non posso nascondere che oltre all’orgoglio per quanto è stato fatto c’è anche una certa amarezza nel vedere che il teatro dove è stato realizzato tutto ciò, ovvero il PalaMaggiò, è stato in qualche modo abbandonato. Dico questo perché le due cose sono collegate. Lo scudetto, ovvero il sogno raggiunto, non si sarebbe realizzato senza quell’impianto».

IL PALAZZO, COSTRUITO IN CENTO GIORNI pur di garantire la serie A alla squadra e alimentare quel sogno nel quale ha creduto da pioniere Giovanni Maggiò. Il presidente visionario che purtroppo, come altri protagonisti della scalata della Juve Caserta, non ha potuto festeggiare il successo perché strappato alla vita. «Lo scudetto è soprattutto di mio padre - ha smorzato Gianfranco Maggiò -, perché se non ci fosse stato lui, con il suo coraggio, con la sua capacità di trascinare i collaboratori, con l’intuizione di realizzare il PalaMaggiò non saremmo mai arrivati a quel punto. Detto ciò, una delle più grandi soddisfazioni che ricordo quando abbiamo vinto è quella della premiazione, che avvenne a Caserta nel mese di settembre perché prima non si premiava a fine gara. Ebbene, a questa premiazione parteciparono molti degli atleti che avevano giocato per la Juve Caserta addirittura in serie C. Segno che quando si raggiunge un risultato del genere il merito è di tutti quelli che hanno lavorato per tale obiettivo. C’è stato un pianeta, ovvero Giovanni Maggiò, intorno al quale hanno girato molti satelliti che hanno contribuito ad illuminare la scena. Alcuni si sono elevati al di sopra degli altri, come Tanjevic che è stato un pilastro fondamentale, così come Oscar che ha tracciato la strada ai giovani, così come i dirigenti Sarti e Giannoni che sono stati importanti nella costruzione dell’intera società».
L’unica amarezza può essere derivante dal fatto che quel trionfo ha rappresentato l’apice di un percorso lungo e faticoso, piuttosto che l’inizio di una serie di altri importanti successi. «Lo scudetto è stato raggiunto dopo vent’anni di lavoro, di sacrifici, ed era inevitabile che quel successo rappresentasse l’apice di tutto. In seguito qualche errore può essere stato commesso - ha continuato Gianfranco Maggiò -, ma resto dell’idea che l’entrata della pallacanestro nel professionismo con la legge del ‘91, coincisa proprio con la vittoria del nostro scudetto; e poi la sentenza Bosman del ‘94 abbiano tarpato le ali ad una società come la nostra che aveva fondato tutta la sua attività sul settore giovanile, e dunque sulla crescita dei ragazzi in casa. Queste nuove normative e regolamentazioni hanno vanificato la nostra programmazione facendo lievitare i costi. Noi avevamo anche l’onere del fabbricato sulla gestione della società e quindi praticamente quello che poteva essere un punto di arrivo, ma contemporaneamente un punto di partenza per il futuro, è andato in contro a delle difficoltà di natura imprevedibile che hanno fatalmente modificato in maniera quasi irreversibile tutto il programma che era stato fatto».

Il gm Giancarlo Sarti, il presidente Gianfranco Maggiò,
il coach Franco Marcelletti (Foto archivio Carlo Giannoni)

ALLA PARI DEGLI ATLETI IN CAMPO, il PalaMaggiò è stato un pezzo del puzzle che ha permesso alla società bianconera di raggiungere le vette del basket italiano ed europeo. E non si può scindere dalla vittoria dello scudetto. «Ricordo perfettamente che quando incontrai i dirigenti del Real Madrid ad Atene per la finale di Coppa delle Coppe - ha rivelato ancora Gianfranco Maggiò - loro ci dissero che ammiravano la nostra società non solo per la squadra di livello ma soprattutto per il fatto che ci eravamo dotati di un nostro palazzo molto avveniristico e funzionale per l’epoca».
Ed è proprio per garantire un futuro all’impianto che Gianfranco Maggiò ha ricoperto nelle ultime stagioni il ruolo di presidente onorario della Juve Caserta. Mentre oggi, da osservatore esterno, guarda con fiducia al nuovo club cittadino della JC Academy impegnato in C Silver. «Ho ricoperto quel ruolo nella vecchia società con la speranza di riuscire in qualche modo a dare una mano alla risoluzione del problema legato al PalaMaggiò. Purtroppo non ci sono riuscito e ne sono dispiaciuto. In questo momento non ho nessuna paura che la pallacanestro possa perdersi a Caserta perché sono molto fiducioso della nuova società del presidente Farinaro, persona serie e dalla grande passione ed etica. Finalmente vedo la Juve Caserta in buone mani. Anche se si deve ripartire dalla serie C, ricostruendo l’attività giovanile, il presidente e i suoi collaboratori hanno le capacità, l’umiltà e l’ambizione per riuscirci. Bisogna avere pazienza perché non si può fare tutto dalla sera alla mattina».

LA VITTORIA DELLO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha avuto il merito di avere come protagonisti tanti casertani, dal coach Franco Marcelletti al play Nando Gentile, alla guardia Enzo Esposito, a Sergio Donadoni. Persone che non solo competevano per vincere, ma anche per portare in alto il nome della propria città.
«È stata una grande soddisfazione, ancor più grande per me che sono casertano - ha esordito Marcelletti -, perché abbiamo fatto qualcosa paragonato ad un miracolo, ma che di miracolo ha ben poco. Per arrivare a quello scudetto ci sono stati anni e anni di duro lavoro, nei quali abbiamo affrontato e battuto avversarie come Milano, Roma, Cantù, Pesaro. Tutte squadre che giocavano una pallacanestro di altissimo livello. E se ci siamo riusciti è grazie al progetto iniziato dal presidente Giovanni Maggiò che ha garantito la costruzione del palazzo senza il quale non si sarebbe potuto giocare in serie A».
Il percorso della Juve Caserta è stata una gran bella avventura, destinata però come tutti i cicli a finire. «Negli anni di Tanjevic, con la promozione in A, e poi successivamente con me siamo sempre stati tra le prime in classifica arrivando a giocarci tante finali. Non so se dopo la vittoria dello scudetto si sarebbe potuto fare di meglio - ha spiegato Marcelletti -, perché comunque essere costanti comporta tanti costi e la famiglia Maggiò ha fatto davvero tanto. Quasi ogni grande piazza del nostro basket ha affrontato momenti difficili ed è dovuta ripartire dal basso. Ricordo che Gianfranco Maggiò rifiutò offerte stellari da Roma per Gentile, tutto per realizzare il sogno scudetto. La scomparsa del cartellino nel ‘96, ha rappresentato di sicuro uno svantaggio per una società come Caserta che puntava molto sulla valorizzazione dei giovani ritenuti un patrimonio».
In città l’amore per la pallacanestro non potrà mai scomparire, neppure a distanza di anni. Ne è convinto Marcelletti che «parlo con tanti amici casertani e la passione per la pallacanestro non scompare. Oggi in città oltre alla nuova società ci sono tanti piccoli centri minibasket che mantengono vivo questo sentimento. Quindi la cultura cestistica non abbandonerà mai la città, anche perché se stiamo a parlare dello scudetto dopo trent’anni significa che il seme che abbiamo piantato è ancora vivo. Ma per ritornare ai fasti del passato c’è bisogna di giovani dirigenti e giovani allenatori che facciano crescere giovani giocatori».

Nando Gentile, scugnizzo trascinatore della Juve Caserta tricolore
(Foto archivio Carlo Giannoni)

LO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha forse davvero poco di miracoloso, ma resta purtroppo un successo unico nel suo genere. «Dopo trent’anni si parla ancora di quello scudetto perché è stato un evento unico - ha commentato Gentile -, rimasto indelebile per tutti noi che l’abbiamo vissuto in prima persona e che è rimasto dentro a tante persone che ci hanno sostenuto».
Gentile era l’astro nascente, frutto di un lavoro encomiabile con il settore giovanile. «La vittoria del campionato del ‘91 è stato il risultato dei sacrifici e del lavoro di anni. Punti cardine di tutto ciò la costruzione del palazzetto e il lavoro di crescita su ragazzi casertani e campani - ha continuato l’ex playmaker - come eravamo tanti di noi. Nell’arco degli anni siamo passati anche attraverso delle sconfitte, e l’apice è stato sicuramente quel trionfo. Poi è successo quello che è successo».
Oggi Gentile è impegnato in prima persona nella JC Academy, con l’obiettivo di preservare il patrimonio cestistico cittadino. «Sono passati trent’anni ed è normale che siano cambiate tante cose, dalle singole situazioni alle persone stesse. Le società sono cambiate ma credo che la voglia della gente di fare ancora pallacanestro a Caserta non è diminuita. Vedo che c’è ancora tanta passione, ed è quello che stiamo cercando di fare noi con l’Academy, ricostruendo la vecchia impronta dello storico club. È difficile rifare tutto ciò che è stato fatto perché si trattava di un momento particolare. L’importante ora è che ci sia la voglia di fare, di costruire, di lavorare. Lo sport è dedizione - ha concluso Gentile -, e Caserta se lo merita perché è una città che ha sempre vissuto di basket».



PROTAGONISTI - Dell’Agnello: Per Caserta e per il Sud ha rappresentato il colpo del secolo 

Cresciuto in casa ma venuto da lontano, per questo casertano d’adozione, Sandro Dell’Agnello è stato tra i principali protagonisti del tricolore.
«Di quello scudetto se n’è parlato così tante volte che credo non si possa dire nulla che non si sappia già. L’emozione per quel successo - ha dichiarato Dell’Agnello - è stata grande anche e soprattutto perché eravamo una squadra identificata completamente nella città che, fino a quel momento, non aveva vinto niente di importante. Per Caserta, ma per il Sud intero, ha rappresentato il colpo del secolo».
Un successo reso possibile grazie a tutta una serie di fattori. «Lo scudetto è stato l’apice perché grazie a Giovanni Maggiò, alla società e a chi ha lavorato in quegli anni tra allenatori e giocatori, hanno costruito una squadra che partendo dall’A2 ha primeggiato in Italia. Il pizzico di fortuna è stato avere in roster due giocatori importanti nati a Caserta (chiaro riferimento a Gentile ed Esposito). La cosa fantastica sarebbe stato se quella vittoria avesse rappresentato il punto di partenza per altri successi. Purtroppo le vicende societarie e i risultati degli anni successivi hanno impedito tutto ciò».
La passione del tifo è ovviamente influenzata dai risultati. Lo sa bene Dell’Agnello che a Caserta è ritornato nelle vesti di allenatore. «Come qualunque città che perde uno sport di primo livello è possibile che possa esserci una dispersione della passione. Negli anni in cui sono ritornato a Caserta per allenare ho avvertito che la passione e l’attaccamento al basket erano comunque vivi. Paragonarli a quegli anni - ha concluso Dell’Agnello - è però impossibile».

Sandro Dell'Agnello nella finale con Milano
(Foto archivio Carlo Giannoni)

PROTAGONISTI - Donadoni: Eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro

Se c’è un giocatore che ha davvero vissuto, e contribuito, alla crescita della Juve Caserta questo è Sergio Donadoni. All’inizio degli anni ‘70 era già nel giro della prima squadra dopo essersi messo in mostra tra le fila delle compagini giovanili.
«La vittoria dello scudetto è stata una grande soddisfazione. Ho sempre preso le cose come una sfida personale perché voglioso di dimostrare quanto valevo. Sapevo - ha detto Donadoni - di non poter essere un giocatore di punta, ma facevo molto bene il mio lavoro da sesto uomo. Di ricordi ce ne sono tanti ed indelebili, ma eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro e che sapeva quello che voleva fare».
Donadoni ha vissuto diverse fasi della propria carriera con la casacca bianconera, ed è piuttosto convinto nel dire che «la vera svolta arrivò, come cambio di mentalità, con Tanjevic e Sarti. Si alzò la qualità del lavoro, e bisognava sottostare a certe regole di sportività ed educazione. Il continuo miglioramento è stato eclatante».
Il suo legame con Giovanni Maggiò era forte, perché «per me è stato un secondo padre, e nelle scaramucce che abbiamo avuto mi ha impartito lezioni di vita». Ed è proprio il modo di lavorare del Cavaliere che ha permesso l’incredibile escalation della società. «Maggiò voleva che i giovani crescessero ma non a danno dei risultati della squadra. E far crescere bene i ragazzi rappresentava un patrimonio per la società. Non nascondo che all’epoca giocatori come Premier, Villalta, Brunamonti - ha rivelato Donadoni -, avrebbero fatto carte false per giocare a Caserta».



* Per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 11 novembre 2020

Nel ricordo di Romano Piccolo, riviviamo un pezzo di storia di Caserta

di Giovanni Bocciero*

Questo anno a Caserta sarà ricordato non solo per la pandemia da Covid, ma anche e soprattutto per la scomparsa prima della Juvecaserta (fallita per la terza volta in 22 anni) e poi di Romano Piccolo. Una vera e propria istituzione, un’eccellenza casertana, nonché tra i fondatori del club bianconero nel 1951. Ma sarebbe riduttivo considerarlo solo il padre putativo dell’unica formazione del Sud Italia ad essere riuscita a vincere uno scudetto nel basket. Messaggi di cordoglio per la sua dipartita sono giunti, tra gli altri, dal presidente federale Gianni Petrucci e dal giornalista Flavio Tranquillo.

«Romano è stato un uomo di basket - ha esordito Nando Gentile -. Ha creato la pallacanestro a Caserta, che prima di lui non si conosceva. Ed è stato il primo a mettere su una struttura societaria come la Juvecaserta. E poi si è interessato tanto dell'attività femminile. Insomma ha vissuto la sua vita per questo sport. Ricordo quando ero un ragazzo delle giovanili bianconere e lui allenava la Zinzi, e abbiamo fatto tante volte delle amichevoli. È stata una persona che ha fatto tanto per la città, che si è interessato sempre e solo al bene della pallacanestro. Ha vissuto totalmente la sua vita cercando di fare il possibile per la crescita dei giovani e del basket casertano».

83 anni, nato a Piacenza perché il padre militare era di stanza lì ma casertano doc, è stato giocatore, allenatore, dirigente, presidente, addirittura procuratore, e poi giornalista e scrittore, facendo dello sport e della pallacanestro in particolare uno stile di vita. Sin da ragazzo si è contraddistinto quale portiere della Casertana, impegnato a mantenere inviolata la porta della squadra rossoblù. Poi insieme ai fratelli Corrado e Santino ha preferito buttare il pallone in una retina, dando vita allo Sporting Club Juventus Caserta. Il basket è arrivato in città intorno al 1945, insieme ai soldati americani, e quel gioco in qualche modo ha ammaliato la famiglia Piccolo.

Romano ha giocare, poi allenato, infine organizzato l’attività della società che nel 1971 ha visto l’ingresso dell’imprenditore Giovanni Maggiò. Negli anni ‘70 si è rivelato un autentico pioniere quando ha creato a Caserta anche la prima squadra femminile. Era la Zinzi Basket, così denominata per via dello sponsor, e partendo da zero, e dalla serie C, ha raggiunto la massima categoria in appena cinque stagioni. Nel 1984, nel ruolo di general manager, ha ripetuto l’impresa di raggiungere la serie A disputando il campionato con una squadra composta interamente da juniores.

«Il mio rapporto con Romano era intenso - ha dichiarato Teresa Antonucci, ex giocatrice della Zinzi -, quasi familiare per diversi intrecci anche extra cestistici. Non abbiamo mai smesso di sentirci, ci telefonavamo regolarmente. Questo rapporto dal 1968, quando insieme a tante bambine abbiamo iniziato il minibasket, non è mai finito. Teneva molto al gruppo. Parecchie di noi sono state davvero cresciute da lui da quando eravamo piccole fino all’adolescenza. Poi man mano il gruppo si è andato sfoltendo e si sono aggiunge altre ragazze che anche grazie al suo saper fare si sono subito inserite. Era molto abile nel coinvolgere. E poi era un affabulatore, sapeva intrattenere con i suoi tanti racconti e aneddoti».

«Nel periodo in cui allenava il basket femminile - ha ricordato Nando Gentile - ha iniziato a giocare mia sorella Imma. Lei è cresciuta grazie agli insegnamenti di Romano, e tante volte ci siamo confrontati per capire cosa fosse meglio per la sua carriera. Per mia sorella è stato anche un manager».

Tanti progetti hanno portato il marchio di Romano Piccolo, che da grande appassionato della pallacanestro seguiva qualsiasi cosa, dalla Nba alle minors, senza fare alcuna distinzione ma sempre con l’occhio di chi vuol imparare qualcosa di nuovo. E poi trasmetteva una passione che inesorabilmente ti contagiava.

«Aveva una passione smodata per l’America. Ricordo che andò a fare un viaggio - ha rivelato Teresa Antonucci -, e al ritorno ci portò delle sopra maglia dei Lakers che all’epoca erano gialle e bordeaux, che noi indossavamo nonostante avessimo il completo da gara rosso. Queste sopra maglia portavano il nostro cognome, ma siccome erano state fatte in America non tutti erano scritti correttamente e questa cosa ci faceva sorridere. Eravamo però orgogliose di averle e ne facevamo bella mostra quando andavamo in giro per i campi».

Dopo aver fondato la Juvecaserta, sempre insieme ai fratelli, ha dato vita alla Little Basket, nome azzeccato visto che era la traduzione di Piccolo in inglese. Praticamente la squadra di famiglia che ha disputato qualche campionato di serie D e che è diventata punto di riferimento cittadino dell’attività cestistica dopo il primo fallimento della Juvecaserta del 1998. I figli Valerio e Gianluca hanno giocato e poi allenato, così come il nipote Francesco che ha condiviso con lo zio Romano non solo la passione per il basket ma anche quella per la scrittura, tanto da essere diventato un importante scrittore e sceneggiatore vincitore del premio Strega e del David di Donatello.

Romano è stata una persona poliedrica, ed ha vissuto l’ascesa della Juvecaserta, poi diventata campione d’Italia nel 1991, in qualità di giornalista per la rivista Superbasket diretta da Aldo Giordani che lo considerava “il decano dei miei collaboratori”. È stato anche dipendente e poi proprietario di una concessionaria d’automobili, ma quello del giornalista è stato un mestiere che ha ricoperto in maniera a dir poco perfetta. Conciliava la conoscenza avanzata del gioco con la capacità di scrittura sopraffina. Per questo ha scritto anche per diverse riviste e quotidiani sia locali che nazionali. Ha inoltre pubblicato alcuni libri sulla storia della Juvecaserta (ripubblicato in più edizioni) e soprattutto sulla città di Caserta che amava alla follia. E per farlo ha studiato la storia, perché in qualsiasi aspetto della vita credeva che solo conoscendo la storia si potevano affrontare i problemi del presente.

«Romano era un conoscitore del basket - ha commentato Nando Gentile -, e questo ha fatto sì che da giornalista abbia scritto con dati soprattutto tecnici. Per tutta la sua vita è stato sul campo, e la passione che aveva lo ha fatto essere innanzitutto un tifoso. E questo gli ha permesso di svolgere il suo lavoro con grande amore».

Proprio come una persona illuminata, Romano in qualità di dirigente ha preceduto i tempi capendo che spesso è meglio unire le forze piuttosto che dividersi. E così quando ha vissuto un momento di impasse con la Zinzi, allenando e procacciando anche le risorse, ha deciso di fondersi con il Basket Vomero. E fu in quel momento che si gettarono le basi della Phard che ha vinto prima l’EuroCup nel 2004/05 e poi lo scudetto nel 2006/07. Era il 1997 ed insieme all’allora presidente Gianfranco Gallo ha costituito una formazione egualmente composta da giovanissime casertane e napoletane.

«Dopo aver fatto delle splendide squadre, Romano stava vivendo una fase di stallo a Caserta - ha dichiarato Gallo -. Io presi in gestione il PalaVesuvio di Ponticelli e l’idea di fondere le due realtà gli è piaciuta immediatamente. Disputava l’A2 a Caserta e trasferì tutta l’attività a Napoli dove invece facevamo settore giovanile. Furono tre anni bellissimi, ma il regalo che più di ogni altra cosa ci ha fatto è stato quello della cultura cestistica che possedeva. Lui veniva dall’epopea della Juvecaserta con allenatori quali Tanjevic e Marcelletti, con l’importanza data al settore giovanile e quella mentalità del duro lavoro. Quella cultura l’ha portata a Napoli, perché dopo i tre anni che Romano è stato con noi, la squadra fu promossa in A1, vinse per la prima volta nella storia della città lo scudetto, e abbiamo vinto altri tre scudetti giovanili. Quindi al femminile abbiamo ripetuto quell’ascesa che ha vissuto Caserta al maschile, con le dovute differenze, grazie soprattutto al seme che ha piantato lui. Questo è stato il più grande regalo che Romano ha fatto alla città di Napoli - ha concluso Gallo -, e che purtroppo per tante difficoltà sia economiche che d’impiantistica non è riuscito a realizzare a Caserta».

Nella lunga vita di Romano Piccolo sono davvero tanti i ricordi, le storie e gli aneddoti da poter raccontare. «Uno dei ricordi che più mi legano a lui è una trasferta a Patti - ha ricordato Gallo -, dove vincemmo dopo ben tre supplementari. Siccome quel campo era molto caldo per uscire siamo stati scortati dalla polizia. Oltretutto quella trasferta l’abbiamo dovuta fare in macchina perché all’ultimo momento venne meno il pullman. Lui non aveva paura di nulla e nessuno, con un atteggiamento da guascone, al quale interessava solo vincere e faceva di tutto per riuscirci».

«Una volta organizzammo a Caserta un torneo juniores al quale fu invitata la squadra campione d’Italia di Milano. In finale - ha raccontato Teresa Antonucci - incontrammo proprio loro e vincemmo la partita di un punto grazie ad un ultimo tiro nato da una nostra azione classica. Il suo commento a fine gara fu che quel match era stata una partita a scacchi tra lui e l’allenatore milanese Zigo Vasojevic. Questa cosa ci fece ridere tutte».

Chi scrive è riuscito a vivere dei momenti particolari con “zio Romano”, come affettuosamente lo chiamavamo tutti noi dell’ambiente cestistico e non per quella capacità di metterti sempre a tuo agio nel parlare con lui, come se fosse uno di famiglia. Una fortuna poter sedere proprio di fianco a lui in tribuna stampa, al posto numero 28, per tutta la stagione 2016/17. E sue sono state più volte le dichiarazioni d’amore verso la Juvecaserta rilasciate alla rivista Basket Magazine e raccolte dal sottoscritto. Dichiarazioni come quella del novembre 2017, quando la società di Pezza delle Noci era fallita per la seconda volta nella propria storia. «Provo un dolore terrificante perché non è possibile ciò che è successo - aveva commentato Romano Piccolo -. Talmente che mi manca la squadra ho sognato di fare un sei al Superenalotto, così da comprare un titolo sportivo. Io mi ero offerto - aveva rivelato - per fare da collaboratore in maniera totalmente gratuita. Ma questa mia richiesta non ha mai ricevuto risposta». Il sottoscritto ha scambiato due parole con lui in occasione dell’11° Trofeo Irtet d’inizio ottobre svolto a Caserta, perché ancora oggi in città dove c’era la pallacanestro c’era anche Romano. E ci eravamo dati appuntamento per una chiacchierata con argomento piuttosto intuibile: «Chiamami il pomeriggio perché la mattina ho da fare». Arrivederci “zio Romano”.


*per Basket Magazine

martedì 27 ottobre 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Marco Atripaldi

Intervista esclusiva a Marco Atripaldi, club manager della Pallacanestro Biella, con il quale abbiamo parlato dell'attività cestistica riguardo all'ultimo Dpcm del 25 ottobre 2020, dell'emergenza Covid che sta portando conseguenza economiche a livello di botteghino e non solo, di serie A e A2, settore giovanile, governance sportiva e tanto altro.



martedì 13 ottobre 2020

Campania felice. Napoli e Scafati, derby da serie A. In B Salerno preme per salire

La corsa verso la serie A vede in prima fila le due squadre campane: ogni loro confronto quest'anno varrà doppio

Napoli e Scafati, derby da serie A

Importanti investimenti, addizioni tecniche di peso, panchine prestigiose: GeVi e Givova non hanno trascurato alcun dettaglio. Pesa nella regione la nuova delusione della Juve Caserta, mentre in serie B c'è Salerno che preme per salire, Partenope e Pozzuoli che completano il quadro ampiamente positivo della Campania ed Avellino che stringe i denti per riuscire ad esserci 


di Giovanni Bocciero*

Quest'anno il campionato di serie A2 parlerà molto campano. O almeno sono queste le premesse visto quanto hanno imbastito in sede di mercato la GeVi Napoli e la Givova Scafati. Le due formazioni si sono addirittura infastidite in alcune trattative, proprio perché aspiravano ad ingaggiare i migliori giocatori su piazza. Alla fine hanno costruito due roster molto competitivi, costosi e profondi. Con i giusti paragoni, fanno pensare al duello in massima categoria tra Olimpia Milano e Virtus Bologna. L’obiettivo per entrambe è quello di agguantare la promozione, a maggior ragione quest’anno che saranno due le squadre a festeggiare il salto in serie A.

Napoli ha investito davvero tanto, per questo ci si chiede perché non abbia accettato il ripescaggio in massima serie. «Con il budget che abbiamo speso non si poteva fare l’A1, anche perché si sarebbe passati al professionismo - ha esordito il presidente Federico Grassi - e quindi si raddoppiavano le tasse e tutti gli altri corollari che vi sono intorno. Stando ai fatti non potevamo farla solo per lottare per la salvezza perché Napoli non è piazza da bassa classifica. Abbiamo così preferito fare un’A2 di vertice e provare a conquistarla sul campo, provando anche a creare entusiasmo tra gli imprenditori napoletani che potrebbero darci una mano in futuro. Adesso avremmo rischiato di fare tre mesi di A1 e finire come tante altre società del passato - ha ammonito il massimo dirigente - perché ci mancano almeno 2 milioni di budget. Al contrario, abbiamo valutato tutto e budgettizzato l’intera stagione avendo messo già a bilancio spettanze e tasse. So che Napoli vuole l’A1, ma ci vuole tempo. Speriamo di riuscirci l’anno prossimo, così da crescere e capire anche come strutturarci per la categoria, perché oltre agli imprenditori dobbiamo crescere come società. Dobbiamo arrivare in A1 per restarci - ha concluso Grassi - e non per essere delle meteore».

Nell’ottica della crescita si è lanciato anche il progetto ‘Napoli Academy’, che vede «sei ragazzi aggregati alla prima squadra - ha detto coach Pino Sacripanti -. Stiamo facendo un buon lavoro sul settore giovanile, mi auguro che Napoli possa diventare una vera scuola di basket facendo crescere giocatori importanti». Tornando al presente, sulla carta la formazione napoletana sembra essere la grande favorita, il che inevitabilmente accresce la pressione. «Non credo tanto a ciò che si racconta - ha smorzato il tecnico -. Dobbiamo vedere in campo che squadra siamo, che squadra saremo e che squadre saranno le altre. È facile dire Napoli è la più forte, ma anche Torino, Scafati, Udine, Ravenna, Forlì lo sono. Almeno otto o nove squadre possono ambire alle due promozioni. Poi c’è sempre qualche sorpresa, così come chi può fallire, e sarà il campo a dirlo. Non credo sulla pressione da testa di serie, ma se lo saremo me la prendo volentieri perché vorrà dire che siamo forti davvero e ne sarei molto contento. Abbiamo costruito una squadra con giocatori navigati tra A1 e A2, con requisiti precisi: pronti per la categoria, atletici e fisici, e che sposassero a lungo termine il progetto. Ai giocatori chiedo di essere bravi nel saper diminuire il minutaggio ma non perdersi in efficacia, ciò che avviene quando si va in squadre con ambizione e un roster lungo. Bisogna essere capaci di dare tutto per il collettivo - ha concluso il tecnico - e meno per se stessi».

Jordan Parks (ex Treviso) e Josh Mayo (da Varese) per
Napoli una coppia da serie A. Andrea Zerini altro colpo
del ricco mercato azzurro (ufficio stampa Napoli)
Tra i volti nuovi Andrea Zerini rappresenta il diamante incastonato nella corona azzurra insieme agli americani Josh Mayo e Jordan Parks. «È stato facile scegliere Napoli perché ho parlato col coach del progetto, e mi ha illustrato le intenzioni della società e la sua volontà - ha rivelato Zerini - di come costruire la squadra. Questa è una sfida e voglio dimostrare di essere un giocatore importante aiutando la squadra a salire di categoria. C’è un po’ di pressione per essere favoriti, perché la squadra è stata costruita per un obiettivo chiaro. Sta a noi dimostrare di meritare queste pressioni, che fanno parte del gioco e stuzzicano. Con Scafati saranno delle partite toste perché anche loro sono un’ottima squadra. I derby poi - ha concluso il lungo - sono partite a sé e spero di giocarle con il pubblico perché saranno sicuramente emozionanti».

Reduce dalla passata stagione, il play Diego Monaldi non vede l’ora di incominciare. «Quest’anno la squadra si è rinforzata e l’augurio è che vista l’ottima qualità del mercato fatto ci siano tante persone a seguirci e sostenerci. Le pressioni ci sono sempre, indifferentemente se si lotta per un obiettivo o l’altro. Sappiamo cosa dobbiamo fare, quindi pensiamo partita dopo partita e a vincerne il più possibili, e a fine anno tireremo la linea per vedere che risultato abbiamo centrato. Il sogno è quello della promozione, ci sono le possibilità - ha concluso Monaldi -, ma dobbiamo lavorare duro e seguire il nostro percorso».

L’alter ego di Napoli nel girone meridionale dell’A2 sarà Scafati, che ha rilanciato il proprio progetto e vuol tornare a recitare il ruolo di protagonista. «Con il supporto dei soci Acanfora e Rossano siamo riusciti a rilanciare un progetto abbastanza ambizioso - ha esordito il patron Nello Longobardi - e che richiami alla nostra storia dopo qualche campionato di delusione. Siamo riusciti ad avere un buon budget grazie a tanti sponsor e partner. Sicuramente Napoli ha speso molto ed ha un allenatore dal prestigioso curriculum come Sacripanti. Sia noi che loro siamo due ottime squadre, ma nel nostro girone non dimenticherei Forlì, Ravenna, Ferrara, o rivali toste come Rieti e San Severo. Insomma ci sono diverse squadre molto competitive».

Scafati avrebbe potuto addirittura giocare un derby nel derby se fosse stata ripescata Salerno, che avrebbe sicuramente acceso il calore del pubblico, misure anti Covid permettendo. «È dispiaciuto per Salerno perché un derby con loro ci avrebbe portato molto interesse. Sta facendo degli ottimi campionati in B e speriamo che quanto prima possa raggiungere l’A2. Probabilmente le tempistiche hanno permesso a Lega e Federazione - ha commentato il patron scafatese - di fare una scelta diversa da quella del buonsenso, che ci ha costretto ad un girone da 13 visto che abbiamo perso strada facendo Caserta che è un’altra nobile decaduta del basket nazionale e campano. Per quanto riguarda la chiusura dei palazzetti, questo influirà molto sul nostro ambiente perché noi contiamo su uno zoccolo duro di circa 1700 tifosi. Quando siamo stati ai vertici abbiamo contato oltre 2500 spettatori. Giocare senza pubblico, purtroppo, è come andare a mare senza prendere il sole. Però da questo punto di vista dobbiamo anche seguire delle linee guida tecniche, scientifiche e mediche. C’è l’intenzione di riaprire parzialmente le strutture sportive al chiuso, però per capire davvero il da farsi sarà importante l’evolversi della situazione Coronavirus delle prossime settimane - ha concluso Longobardi - così da garantire una capienza minima in percentuale a quella che è la capienza totale delle strutture».

Con Tommaso Marino assieme a Charles Thomas, Scafati
ha ricostruito il duo che lo scorso anno aveva trascinato
Ravenna a dominare e che in A2 farà la differenza
(ufficio stampa Scafati)

Tra gli acquisti estivi della formazione gialloblù spiccano il funambolico play Tommaso Marino, e l’esterno campano Luigi Sergio, compagni di squadra con l’altro volto nuovo Charles Thomas nella Ravenna capolista del girone Est lo scorso anno. «Scafati è ambiziosa e l’ho scelta - ha dichiarato Marino - perché sono ad un punto della mia carriera dove mi interessa provare a vincere un trofeo importante che sia una soddisfazione di squadra. Quindi il motivo per cui sono qui è per provare a fare una stagione vincente come successo lo scorso anno a Ravenna. Poi arrivare alla vittoria è difficile, e bisogna che si allineino tante cose. L’ambiente è fantastico, molti compagni li conoscevo già, mentre i membri della società mi hanno accolto benissimo. Non posso lamentarmi. Nel nostro girone Napoli ha fatto una squadra molto forte con l’obiettivo dichiarato di salire. So che il derby è una partita molto sentita, alla quale i tifosi e la società tengono molto, ma non mi piace caricarmi o caricare i compagni di ulteriore pressione. Le partite del campionato sono tante e quelle contro Napoli valgono due punti come contro chiunque altro. È ovvio che sappiamo il valore del match - ha concluso Marino -, ma se avremo la giusta mentalità le affronteremo tutte come contro di loro».

«Scafati è stata una delle società più pronte sul mercato - ha dichiarato Sergio -, dimostrandosi attiva nel programmare la stagione e questo mi ha colpito. È stata la marcia in più nello sceglierla. Accettando quest’offerta mi sono avvicinato a casa (è di Maddaloni, ndr) anche se non era una priorità. Vengo da delle stagioni positive con bei risultati e campionati coinvolgenti. L’obiettivo è quello di continuare su questa strada e mi auguro di poter fare altrettanto bene qui a Scafati, dove darò tutto. Insieme a Napoli abbiamo attrezzato delle squadre importanti, competitive, che proveranno a fare davvero bene. So che qui il derby è una partita dal sapore particolare. L’obiettivo però sarà quello di cercare di fare il migliore percorso e arrivare il più lontano possibile - ha concluso l’ala - raggiungendo traguardi ambiziosi oltre alle singole partite».


Da contraltare
, per due piazze come Napoli e Scafati che si sfregano le mani in attesa di vedere le rispettive squadre scendere in campo, c’è un’altra città campana che era al nastro di partenza dell’A2 e che purtroppo ha avuto l’ennesima delusione sportiva, ovvero Caserta. Il cambio di proprietà non ha permesso allo storico club casertano di salvare il titolo, con un bilancio che presentava troppi debiti pregressi che si aggiravano intorno ai 400 mila euro. «La gestione ultimamente ha avuto un alone di mistero - ha commentato l’ex Luigi Sergio -. Quando c’è stato il passaggio di proprietà gli addetti ai lavori non l’hanno visto di buon occhio e purtroppo non è andata a finire bene. Non so di chi possano essere le responsabilità di questa situazione, so però che Caserta è città che tiene al basket e merita palcoscenici importanti. Serve creare un progetto che abbia una certa continuità e solidità».

Adesso bisognerà ripartire dal basso, di nuovo, con la Juvecaserta Academy che fungeva da serbatoio al settore giovanile bianconero e che quest’anno si è iscritta in serie C Silver. Nuova proprietà anche in questo caso, con Nando Gentile in qualità di responsabile tecnico. La società che giocherà nel vecchio palasport di viale Medaglie d’Oro ha avuto la benedizione di Gianfranco Maggiò, ma adesso bisognerà far innamorare di nuovo i tifosi che dopo l’ennesima delusione sembra non vogliano più sentir parlare di pallacanestro. La passione però è un richiamo forte, non a caso appena tre anni fa, quando la Juvecaserta fu esclusa dal campionato di serie A, per il derby di serie C tra San Nicola e Maddaloni (città limitrofe al capoluogo) si ebbero oltre 2 mila spettatori all’andata e al ritorno. Al campo, anche in questo caso, l’ardua sentenza.

Anche la serie B vedrà la Campania grande protagonista. Quattro le formazioni al via, tra queste la Virtus Arechi Salerno candidata a recitare un ruolo da primattore. La compagine salernitana si è vista respingere la domanda di ripescaggio per l’A2 preferendo rimanere con un organico di 27 squadre. «Nessuno ha capito la scelta di un campionato dispari - ha esordito il ds Pino Corvo -. Abbiamo fatto il versamento nei termini ma presentato domanda di ripescaggio in ritardo perché abbiamo saputo solo il 28 luglio che Caserta era in difficoltà e che si sarebbe potuto liberare un posto. Una società come la nostra, che ha un importante budget per la B e da tre anni investe tanto per fare il salto di categoria doveva quantomeno provarci».

La dirigenza salernitana ha costruito un roster di prim’ordine e, nonostante un po’ di cautela, vuole l’A2. Il ritorno di Roberto Maggio e gli innesti di categoria superiore o dalla grande esperienza come Marco Cardillo, Antonio De Fabritiis e Massimo Rezzano certificano le ambizioni. «Pensare alla promozione è prematuro - ha continuato Corvo -, lo abbiamo assaggiato sulla nostra pelle un paio di volte quanto sia difficile questo campionato».


La formula della B quest’anno non prevede più la Final Four ma quattro promozioni dirette alle vincitrici dei tabelloni playoff. «Sono state allestite squadre molto forti come Rieti, Matera, Taranto, Nardò, per questo il campionato - ha esordito coach Adolfo Parrillo - sarà di una competitività molto alta per le prime sei-sette posizioni. Chiaramente dobbiamo essere tra le prime in assoluto perché abbiamo costruito una squadra con giocatori di alto livello. Il presidente Nello Renzullo ha dimostrato un’altra volta quanto tenga alla pallacanestro, speriamo di toglierci qualche bella soddisfazione».

Per Parrillo nessuna delusione per la mancata A2, ma solo tanta voglia di dimostrare sul campo la propria forza così da far affezionare sempre più i salernitani. «La società ha lanciato il messaggio che se ci fosse stato bisogno noi eravamo pronti. Vediamo se riusciamo a conquistarla sul campo. Non sarà semplice e ci aspettiamo il massimo sostegno dai tifosi. Il palazzetto di Capriglia non è centralissimo eppure l’affetto non è mancato. Speriamo che quanto prima si torni a giocare col pubblico, perché - ha concluso Parrillo - gli spettatori rappresentano un forte stimolo per tutti noi».

Magari non sarà una diretta avversaria per le prime posizioni, ma anche la Partenope Sant’Antimo si appresta a ben figurare al suo secondo campionato cadetto. A disposizione del confermato coach Enzo Patrizio vi saranno il veterano Biagio Sergio protagonista già nella passata stagione, il santantimese doc Carlo Cantone ritornato a casa dopo aver girato e vinto in tutta Italia, e diversi atleti interessanti come il nazionale bulgaro Nikolaj Vangelov.

Più indietro nella griglia di preseason la Virtus Pozzuoli del tecnico Mariano Gentile, che ha allestito un gruppo molto giovane infarcito con prospetti sia locali che provenienti dall’estero. L’obiettivo è una tranquilla salvezza, con qualche incursione come la più classica delle guastafeste.

Infine vi è la Scandone Avellino, al momento in cui scriviamo ancora in alto mare. La compagine ha formalizzato regolarmente l’iscrizione al campionato, ma è in forte ritardo per quel che riguarda la costruzione di staff e roster, con il ruolo di coach che dovrebbe essere ancora rivestito da Gianluca De Gennaro. Se le sensazioni per la disputa del campionato sono comunque positive, diversa è la situazione societaria con la volontà di archiviare quanto prima le beghe giudiziarie della casa madre Sidigas e scindersi completamente così da salvare la storia del club. Ciò sarà possibile solo con il placet di tribunale, azienda e creditori che, con tale scelta, si vanterebbero solo sulla parte aziendale, ovvero Sidigas. «Con De Cesare senza poteri decisionali per la Scandone da maggio 2019, in società si è convinti che nell’anno si risolverà la questione giuridico-sportiva - ha commentato il giornalista Carmine Quaglia -. Ciò significherebbe lasciarsi alle spalle le difficoltà degli ultimi anni così da essere ‘puri’ dal punto di vista sportivo e tornare a ragionare su una nuova proprietà e creare le condizioni per riorganizzarsi».


* per la rivista Basket Magazine