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sabato 6 settembre 2025

Eurobasket - Pagellone Italia: dal 6 del ‘Gallo’ al 9 di Niang

Lo avevamo scritto già in sede di presentazione dell'Eurobasket 2025, che l'Italia partiva per provare ad inserirsi tra Grecia e Spagna in un girone C al quanto ostico con Bosnia & Erzegovina e Georgia a dare fastidio, e con la sola esclusione della Cenerentola Cipro che di fatto si è dimostrata squadra cuscinetto. E a conto fatti, la nazionale è riuscita nella sua missione lasciando strada soltanto agli ellenici nel match d'esordio.

Gli azzurri del ct Pozzecco si sono dimostrati solidi, uniti, facendo della difesa la propria arma principale più che dell'attacco (79.2 punti di media, 15esima nazionale), visto che le percentuali non hanno esattamente brillato: 41.6% dal campo (19esima), 32.2% da 3 (13esima), con Francia (31.2%) e Lituania (26%) che tra le big hanno fatto addirittura peggio. Eppure, la costruzione e la scelta dei tiri è stata più che discreta, segno di un gioco proattivo. Quindi, dopo questa prima fase l'Italia si merita un bel 8 in pagella.

Nell'immagine l'Italbasket, foto Fiba

Gallinari 6: Il veterano al suo ultimo ballo in azzurro, sta ricevendo meno spazio di quanto si sarebbe immaginato chiunque. La mano è sempre quella, morbida, ma il fisico evidentemente dimostra gli anni che ha. Forse anche per questo il suo impiego potrebbe rivelarsi più decisivo nel prossimo match contro la Slovenia, sperando che non sia l'ultimo.

Melli 7: Il capitano sta lasciando la sua impronta a sprazzi, molto più in difesa che in attacco. In tutta la sua carriera non ha mai particolarmente brillato per degli exploit balistici, eppure nel primo quarto contro la Grecia ha sorretto da solo la fase offensiva italiana. Messo anche in naftalina, il suo apporto sarà imprescindibile.

Fontecchio 7,5: Il bomber ha mostrato tutto il suo repertorio nella partita contro la Bosnia, riscrivendo il record azzurro da 39 punti ad un Eurobasket. Soltanto per questo si è meritato almeno mezzo voto in più in pagella. Le sue percentuali, come quelle di tutta la squadra però, continuano ad essere ondivaghe. Ma per fortuna sa dare il suo apporto anche nelle piccole cose.

Thompson 7: Il naturalizzato d'emergenza, aggregato in corsa in un gruppo totalmente nuovo per lui, non aveva convivo granché all'inizio. Poi c'è da dire che pian piano è riuscito a calarsi nel ruolo. Si sapeva di non avere tra le mani un realizzatore di razza, e seppur in difesa lascia un po' a desiderare è stato capace di riscattarsi con delle autentiche invenzioni in attacco.

Ricci 7,5: Il gregario silenzioso che ognuno vorrebbe sempre avere nella propria squadra. Non a caso sia per il suo apporto concreto, tanto in difesa quanto in attacco, che per l'utilità tattica, a lui non si rinuncia mai.

Spagnolo 6: Il suo Europeo non ha fin qui rispecchiato a pieno tutte le ottime sensazioni nella fase di preparazione. Il quintetto è più che meritato, ma non sta riuscendo ad essere così efficace quanto ci si aspettava.

Procida 6: Il panchinaro d'eccezione, ma avercene dei dodicesimi come lui. E questo definisce la profondità del roster italiano. Non a caso, buttato nella mischia per l'esordio assoluto nella competizione contro la Spagna, ha cacciato dal cilindro una tripla di un peso specifico incalcolabile.

Niang 9: Il nuovo che avanza a grandi falcate. L'azzurro emergente che sta disputando un torneo da stella assoluta. Su di lui si sono spesi decine e decine di aggettivi, ma la voglia e l'energia che porta quando subentra sono imparagonabili. Impatto devastante il suo, da solo è riuscito ad invertire l'inerzia delle partite.

Spissu 6,5: Il play ha saputo reinventarsi, accettando il ruolo di riserva e provando a spaccare le gare come sa fare meglio: a suon di tiri pesanti. Ecco, esattamente come l'andazzo di squadra, anche il suo tiro è entrato soltanto a folate.

Diouf 8: Il centro che mancava da tempo all'Italia? Certamente è la cosa che maggiormente ci si avvicina oggi. Lo ha dimostrato battagliando con i lunghi avversari, sbagliando ma mai subendo. Pulito, concentrato, determinato, la squadra ha fiducia in lui e quando è stato necessario lo ha cercato e cavalcato in post senza esitare.

Akele 6: Il suo è stato un apporto minimo, anche perché nella posizione in cui gioca c'è un discreto traffico e il minutaggio è quello. Eppure quando ha messo piede in campo non si può dire che lo abbia fatto tanto per. Qualche rimbalzo, un paio di canestri, se ci sarà bisogno, lui c'è.

Pajola 7: Il regista a cui è stata affidata la nazionale. Compito che sta svolgendo al meglio e con dedizione. I suoi errori sono spesso dettati dalla troppa foga, ma è la stessa che gli permette di incidere come nessun altro in difesa.

All. Pozzecco 7,5: Il ct è sempre sotto la lente d'ingrandimento per ogni suo comportamento. Ma se l'Italia ha questo gruppo il merito è in gran parte, se non tutto, suo. Non ha esitato a lanciare Niang, e sta gestendo piuttosto bene le rotazioni mettendo l'aspetto tattico ed il merito al primo posto.

 

Giovanni Bocciero

martedì 26 agosto 2025

Eurobasket 2025 - Gruppo C: l’Italia vuole inserirsi tra Grecia e Spagna

Il girone C dell’Eurobasket che si disputerà a Limassol, vede oltre i padroni di casa di Cipro e l’Italia, anche Spagna, Grecia, Georgia e Bosnia & Erzegovina. Insomma, tranne la selezione cipriota che con ogni probabilità fungerà da squadra cuscinetto, le altre cinque nazionali sono pronte a giocarsi le proprie carte per qualificarsi alla seconda fase della competizione continentale che si giocherà a Riga, in Lettonia. E allora passiamo ad analizzare questo raggruppamento, che si spera possa vedere gli azzurri grandi protagonisti, e capaci di inserirsi nella lotta per il dominio del raggruppamento con Grecia e Spagna. Più staccate, almeno sulla carta e visto il rispettivo avvicinamento all’Europeo, Georgia e Bosnia & Erzegovina, che molto probabilmente si giocheranno l’ultimo posto valido per il passaggio alla fase finale. Come detto, i padroni di casa di Cipro sono senz’altro la squadra cuscinetto, con un’eliminazione nemmeno quotata.

ITALIA (N.14 del ranking Fiba)

Ed iniziamo proprio dalla nostra nazionale, con il ct Pozzecco che sembra aver fatto le sue dovute valutazioni in questo lasso di preparazione. Innanzitutto cambio in cabina di regia, con Pajola promosso titolare e Spissu da usare a partita in corso, anche perché il sardo è capace di spaccare le partite. Con Tonut out per infortunio, il suo ruolo sembra averlo conquistato Spagnolo. Il giovane brindisino ha disputato le amichevoli con grande aggressività. Non si può dire lo stesso di Thompson, che di certo deve ancora trovare il suo posto nel gruppo, ma il linguaggio del corpo dice tanto. E purtroppo poco in positivo. Se Fontecchio è l’unico azzurro capace di segnare con continuità e a gioco rotto, non a caso è l’unico che gioca in Nba, Melli ha fatto sentire poca leadership anche se sembra abbia giocato col freno a mano tirato per non sprecare energie adesso. Le notizie più positive riguardano Diouf e Niang. Il primo sembra l’identikit del centro che manca da diversi anni all’Italia, con ancora ampi margini di miglioramento soprattutto in attacco, dove comunque sa farsi valere e trovare la via del canestro in varie maniere. Niang si è calato nella parte del subentrante che porta energia, grande energia dalla panchina, facendo vedere delle giocate dal tasso atletico di altissimo livello. In quanto a leadership, ci si attende tanto dall’ultimo aggregato, ovvero Gallinari. Fresco del suo primo titolo in carriera in Portorico con tanto di Mvp, ci si augura che l’ebrezza di questo successo all’ultimo ballo in nazionale lo spinga a trascinare i compagni oltre ogni limite per chiudere l’avventura azzurra con una medaglia al collo. Completano il roster le ali Procida, Ricci e Akele, pronti con le loro diverse qualità a rendersi utili quando chiamati in causa. Il bottino delle amichevoli parla di 4 vittorie contro Islanda, Senegal, Lettonia e Argentina, con il picco delle prestazioni raggiunte contro i lettoni a Trieste, e 2 sconfitte nelle ultime due uscite al torneo di Atene contro la stessa Lettonia e la Grecia.

SPAGNA (N.5 del ranking Fiba)

I campioni in carica della Spagna devono definitivamente mettersi alle spalle la generazione dorata delle stelle Nba, o comunque tali, e soprattutto si ritrovano all’ultimo ballo del ct Scariolo. Dopo questo Europeo si volterà definitivamente pagina per la Familia, anche se qualche certezza dovrebbe esserci. Come Aldama, molto più dei fratelli Juancho e Willy Hernangomez che non possono assolutamente paragonarsi ai fratelli Gasol. La rinuncia di Brown, quella di Gonzalez dopo la scelta al draft Nba e l’ultimo forfait di Diaz hanno ridotto le alternative dell’allenatore italiano, che quantomeno è riuscito a non rinunciare al giovane astro nascente Saint-Supery dopo lo spavento in amichevole con la Francia, che con de Larrea compone la cabina di regia. Tra gli esterni, se Brizuela, Parra e Lopez-Arostegui sono punti fermi, c’è grande attesa su Yusta che potrebbe recitare un ruolo da protagonista. Il madrileno compagno di squadra di Spissu a Saragozza è acclamato come il miglior giocatore della selezione in patria. Pradilla e Sima daranno manforte al reparto lunghi, così come Puerto a quello delle ali. La Spagna non parte certamente con i favori dei pronostici, ma sottovalutarla potrebbe essere un errore fatale. Cammino decisamente difficile ed in salita per gli spagnoli in questa preparazione, che hanno raccolto una sola vittoria contro la Cechia e ben 5 sconfitte con Portogallo, Francia e Germania. Con queste ultime due doppio ko, per un calendario amichevole di livello comunque alto.

GRECIA (N.13 del ranking Fiba)

Con Giannis o senza Giannis, fa tutta la differenza di questo mondo. Parliamo di due Grecia completamente diverse. Un problema legato all’assicurazione l’ha fatto giocare poco in questa preparazione, ma è bastato vederlo per pochi minuti per rendersi conto che è capace di spostare l’inerzia completamente da solo. Essendo la prima avversaria dell’Italia, nel match del torneo dell’Acropolis coach Spanoulis ha pensato di fare molta pretattica, “nascondendo” Giannis, Sloukas e Mitoglou, forse il trio fondamentale di questa nazionale a parte Papanikolaou, che dall’alto della sua esperienza sa fare sempre la cosa giusta al momento giusto. Certo, non c’è da dimenticarsi Dorsey, che però troppo spesso si accende e si spegne, forse una costante nella sua carriera anche in Eurolega. L’assenza di Papagiannis sotto canestro può essere limitata dallo stesso Giannis e Mitoglou, che potrebbe rivelarsi il giocatore più efficiente della selezione ellenica facendo rimpiangere l’Olimpia per come sono andate le cose. E parlando di Antetokounmpo, se Giannis è la stella e Thanasis il mestierante, il fratellino Kostas potrebbe avere minuti importanti e forse essere più decisivo di quanto si pensi. Il ventenne Samodurov è il talento del futuro, mentre i registi Tololiopoulos e Katsivelis, e gli esterni Kalaitzakis e Larentzakis sono i gregari pronti all’uso. In tanti scommettono su una Grecia a podio, con Giannis sicuro Mvp se dovesse arrivare addirittura una medaglia d’oro. Prestazioni alterne in questa fase di preparazione, dove il roster è spesso e volentieri ruotato, con 4 successi contro Belgio, Montenegro, Lettonia e Italia, e 3 le sconfitte contro Serbia, Israele e Francia.

GEORGIA (N.24 del ranking Fiba)

Se c’è una squadra con tanta esperienza da vendere, questa è proprio la Georgia, avversaria che l’Italia ha già affrontato diverse volte sul proprio cammino in diversi ambiti. Sono tanti i giocatori vecchie conoscenze del campionato italiano, da Mamukelashvili che con forza si sta affermando come nuova stella della nazionale, a Shengelia che ha fatto vedere tutto il proprio talento nell’ultima finale scudetto con Bologna, e che sta tenendo col fiato sospeso tutto il paese visto che non ha messo piede in campo nelle ultime amichevoli disputate. Sempre incisivo il centrone Shermadini, seppur l’età avanza inesorabile, il ct Dzikic potrà contare anche sul lungo Bitadze, fisico e talento da Nba. I centimetri di certo non mancano alla Georgia, che invece avrebbe bisogno di punti nel reparto esterni, dove potrebbe tornare utile il naturalizzato Baldwin, ormai una certezza a livello Eurolega. Reparto che conta comunque un veterano come Sanadze. In attesa ancora della lista ufficiale dei dodici convocati per Eurobasket, per quanto riguarda le amichevoli i georgiani hanno disputato soltanto quattro partite. Sono usciti dal campo sempre sconfitti contro Estonia, Lituania, Polonia e Cechia, ma comunque si sono giocati le partite sino alla volata finale. Insomma, i risultati di avvicinamento alla competizione, considerando anche l’inutilizzo di Shengelia, devono essere presi con le pinze.

BOSNIA & ERZEGOVINA (N.41 del ranking Fiba)

Preparazione ed avvicinamento ad Eurobasket piuttosto travagliato per la Bosnia & Erzegovina del ct Beciragic, a cui non sono piaciute le primissime prestazioni tant’è che ha criticato l’operato degli stessi giocatori. Ma siccome piove sempre sul bagnato, ai risultati si sono poi sommate le assenze per infortunio. Quella pesantissima è di Musa, così come Garza, e alle quali si è aggiunta quella del naturalizzato Castaneda che è stato prontamente sostituito da Roberson. Oltre all’ex Sassari Halilovic, il roster bosniaco si dovrà affidare completamente alla propria stella Nurkic, che però sembra non essere nella forma fisica migliore. E allora occhio ad Alibegovic, con il giocatore di Trapani che potrebbe ergersi a qualcosa in più di semplice protagonista. La selezione bosniaca di sicuro lotterà, perché è un po’ nella propria indole. Eppure le prime due amichevoli, come già detto, sono state un disastro, con due nette sconfitte contro Serbia e Montenegro. La seconda più per la prestazione che per il semplice punteggio. Nelle altre due invece, sono arrivate due vittorie che almeno fanno ben sperare, contro comunque avversarie non di primo livello come Gran Bretagna e Belgio, chiudendo con un bottino equo di 2-2.

CIPRO (N.84 del ranking Fiba)

Squadra cuscinetto se ce ne sarà una. Numero 84 del ranking Fiba mondiale e ultima, ovvero 24esima, in quello tra tutte le formazioni che prenderanno parte all’Eurobasket. Insomma, già il solo fatto di poter ospitare un girone della competizione a Limassol è un evento ed un successo per Cipro. Si è tanto discusso in inverno della possibilità per la selezione di poter schierare un giocatore come Vezenkov, all’indomani dell’eliminazione da parte della Bulgaria. Infatti, l’atleta ex Nba e dell’Olympiakos è nato a Nicosia ed ha cittadinanza cipriota. La cosa si è però ben presto arenata, e allora per Cipro resta la bellezza di un esordio assoluto e storico in una manifestazione come l’Europeo, ma si ritroverà a dover scalare una montagna insormontabile. Due partite e due pesanti sconfitte con scarti enormi in amichevole, contro Serbia (-67) e Israele (-40). Il ct Livadiotis si dovrà appoggiare sul solo Willis, centro naturalizzato visto a Brescia nel 2021, unico giocatore a roster con esperienza internazionale di un certo livello.

 

Giovanni Bocciero

venerdì 25 aprile 2025

Nazionale in sofferenza: alla ricerca del centro perduto

 

Da vent'anni, e dal tramonto degli ultimi grandi pivot di ruolo, l'Italia è a digiuno di medaglie: solo con un punto di riferimento importante sotto canestro la nazionale è riuscita a conquistare i risultati migliori

Alla ricerca del centro perduto

Nino Calebotta il primo gigante della nostra pallacanestro, Dino Meneghin la leggenda, la coppia Marconato e Chiacig gli ultimi esemplari. Servono coraggio e creatività per non soffrire la mancanza di lunghi


di Giovanni Bocciero e Matteo Cappelli*


 

“Cerco centro di gravità permanente”, cantava il maestro Franco Battiato. Il centro, o pivot, termine un po’ desueto oramai, per lunghi tratti della storia della pallacanestro ha inciso e deciso il gioco. Anche per quel che riguarda la nazionale italiana, che ha centrato i risultati più importanti potendo schierare un lungo di alto livello. Da Dino Meneghin perno dell’Italbasket prima medaglia d’argento alle Olimpiadi di Mosca 1980 e poi d’oro agli Europei del 1983, alla coppia Denis Marconato e Roberto Chiacig fondamentali per la medaglia più preziosa agli Europei del 1999 e poi per quella d’argento alle Olimpiadi di Atene 2004.

Certo, oggi il gioco è evoluto, si è trasformato, e magari le competenze dei centri sono da dividersi con il resto della squadra. Basti pensare ai rimbalzi, un fondamentale che prima magari era prerogativa dei giocatori lunghi, mentre adesso è spesso una questione di squadra. Già soltanto pensare al grande abuso del tiro da tre - sul quale abbiamo fatto un’inchiesta proprio nel numero precedente di BM -, produce un numero elevato di rimbalzi lunghi che sono fuori portata dei centri e sui quali devono avventarsi gli esterni. Ma proviamo ad andare alle origini del ruolo, e a capirne l’importanza nel contesto odierno, soffermandoci ovviamente in ottica azzurra.

Valerio Bianchini, tre scudetti ed una Coppa Italia con Cantù, Roma, Pesaro e Fortitudo Bologna, oltre a quattro trofei internazionali, è stato ct dell’Italia per il biennio 1985-1987. Diamo la definizione di centro?

«Nell’immaginario, il centro è un uomo grande e grosso, rimbalzista e stoppatore. Nel vecchio stile del basket era molto importante, oggi è però sparito come ruolo. Era prezioso perché il gioco si basava molto sull’asse composto dal play e dal pivot, ed entrambi erano dei creatori pur con competenze e posizioni differenti. Un lungo, infatti, giocando sotto e spalle a canestro spesso facilitava il gioco dietro la difesa, suggerendo ad esempio i tagli. Un elemento che ha portato alla sua estinzione come ruolo è stato il pick and roll. Questo porta il centro a dover salire ben oltre la linea dei tre punti per poi tagliare forte sfruttando il mismatch oppure per prendere il rimbalzo».

«Tutto ciò, in maniera epidemica - ha sottolineato il vate -, ha strappato il centro dall’occupare la posizione in post basso. Non lavorando più su questo fondamentale aspetto del gioco, quando un lungo riceve palla in quella posizione non ha la tecnica per usare i perni ma cerca un ingresso in area di forza. Ed è diventata una grande perdita per la qualità del gioco. Mettiamoci poi la psicosi del tiro da tre, ormai utilizzatissimo anche dai centri, che per caratteristiche anche morfologiche vi si addice di più rispetto al dover battagliare sotto canestro».

Denis Marconato con Dino Meneghin

Quando nella pallacanestro si parla della mancanza di centri, spesso si indica la pallavolo come colpevole di rubarci i ragazzi più alti. È verità?

«La pallavolo ha una maggiore presenza nelle scuole, e così vengono segnalati i ragazzi che hanno più qualità fisiche adatte alla disciplina. Nella pallacanestro il reclutamento avviene attraverso il minibasket, un movimento meritorio che è basato però sul pagamento delle quote da parte delle famiglie, e che quindi diventa una limitazione spaventosa. Il basket non mette in campo nessuna azione di penetrazione nelle scuole. E va anche detto che alzare una rete e giocare a pallavolo è più semplice, senza possibilità di contatti e conseguenti infortuni».

«Potrebbe essere un cavallo di Troia per l’intero movimento il basket 3v3 – ha osservato lo storico coach -, perché spesso i ragazzi si autoregolano senza avere necessità dei professori. La maggior parte dei quali non sa neppure da dove iniziare con la pallacanestro perché si tratta di un gioco complesso. C’è bisogno del controllo del corpo, di quello della palla e in generale del gioco collettivo, per nulla naturale rispetto al calcio o al volley. Mettere un canestro in un angolo della palestra, o nel campetto all’aperto potrebbe essere la soluzione per far nascere la passione da coltivare e far sviluppare successivamente in un club».

Però qualche giocatore c’è. Ad esempio, Caruso è stato medaglia d’argento al Mondiale Under 17 in Egitto nel 2017, mentre Totè è stato nominato Mvp del Fiba European Under 18 in occasione dell’Europeo 2015. Eppure, da giovani promesse né l’uno né l’altro sono riusciti a trovare spazio o ad esplodere definitivamente?

«Il sistema professionistico non è fatto per sviluppare il talento dei giovani. È fatto per utilizzare al massimo le possibilità che ha un giocatore di trovare spazio in squadra. In Italia succede che un club come Milano o Bologna prenda i migliori giovani per occupare i posti da giocatori formati senza però farli giocare. Questo è un male endemico anche in A2, dove gli allenatori sono sempre più precari e marginali, ma anche timorosi per cui non lanciano più i giovani».

«Tutto questo è anche causa del fatto che al termine del percorso giovanile - ha analizzato il tecnico due volte campione d’Europa con Cantù e Roma -, i ragazzi anche promettenti vengono gettati nel calderone dei campionati dilettantistici, che in realtà sono semiprofessionistici ma vengono così mascherati. S’interrompe la loro maturazione, proprio perché non c'è un campionato deputato. Ci vorrebbe una visione, ma al momento il mondo del basket non ce l’ha».

Ma c’è bisogno del centro per vincere, anche e soprattutto in ottica nazionale, visto che i migliori risultati azzurri sono arrivati con giocatori come Meneghin, Marconato e Chiacig in squadra?

«Per quanto riguarda la nazionale, c’è da dire che oltre ad una mancanza fisica, e quindi in assenza di giocatori di stazza, i pivot non hanno neppure la tecnica, cosa sempre più rara. Però non ci si può arrendere a questa mancanza, perché si può giocare anche con dei giocatori non altissimi, quasi esterni, che sanno creare spazio per le penetrazioni ed essere pericolosi al tiro. Con l’evoluzione del gioco ci possono essere alternative al pivot puro, ma bisogna avere le capacità per permettere alla squadra di giocare in maniera differente rispetto alla pallacanestro tradizionale».

«Un sistema da poter adottare è quello di affrontare gli avversari con più movimento, sia della palla che senza, sfruttando questi lunghi più dinamici in modo da creare spazi per le penetrazioni degli esterni. Ma non è facile - ha osservato Bianchini - perché la nazionale ha sempre poco tempo per sviluppare un gioco collettivo. E purtroppo ritengo che ancora per molti anni non avremo un pivot decente, per cui lo cercheremo in America. Ammesso che venga a giocare per noi».

Nino Calebotta è stato il primo gigante della pallacanestro azzurra. Alto 2.04 metri, di origini balcaniche ma cresciuto a Milano, è a Bologna sponda Virtus che si è fatto apprezzare per le sue qualità negli anni 50’ e 60’ partecipando anche alle Olimpiadi di Roma. È poi seguito Ottorino Flaborea, pivot bonsai di 1.97 metri, che con Varese ha vissuto gli anni migliori e vinto tutto, e più di una volta, tra cui scudetto, Coppa Italia, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale e Coppa delle Coppe. Alberto Merlati, 2.04 metri, ha invece vestito le maglie di Cantù, Gorizia, Venezia e Torino oltre a quella azzurra della nazionale.

Roberto Chiacig

Dino Meneghin, 2.05 metri di statuaria concretezza, il pivot per antonomasia quando si parla di centri italiani e della nazionale. Leggenda di Varese e Milano, con le quali ha messo insieme 12 scudetti, 6 Coppe Italia e 7 Coppe dei Campioni che ancora oggi rappresentano il record personale per un singolo giocatore. E poi, ovviamente, i grandi successi in azzurro. Come non ricordare i 2.12 metri di Luciano Vendemini, purtroppo stroncato in campo a causa di una malformazione cardiaca che aveva vestito le maglie di Cantù, Rieti e Torino.

«La maggior parte dei centri erano comunque americani anche prima - ha ricordato il vate Bianchini -. Quando ho allenato Roma, ad esempio, avevo Kim Hughes insieme a Fulvio Polesello. Tutti cercavano il lungo straniero, proprio perché la mancanza di ragazzi alti è sempre stato un problema endemico del basket italiano». Ario Costa, con i suoi 2.11 metri, ha segnato l’epopea di Pesaro con due scudetti e due Coppe Italia, ed ha rappresentato il primo centro moderno.

Denis Marconato (2.11) e Roberto Chiacig (2.10), entrambi vivaio Treviso prima di girovagare in lungo e in largo per lo stivale, sono stati gli ultimi centri con fisico e stazza, capaci di prendere posizione spalle a canestro. Contribuendo fattivamente alle ultime medaglie di prestigio dell’Italbasket. Andrea Bargnani (2.13), prima scelta assoluto del draft Nba 2006, ha rappresentato la vera rivoluzione del ruolo con le sue capacità balistiche che lo hanno portato a giocare oltre l’arco. Senza però incidere a livello di vittorie con la nazionale.

«La pallacanestro non va più di moda in Italia», questo il commento di Bogdan Tanjevic, ex coach della nazionale azzurra sulla crisi dei lunghi nel basket italiano. «Non è un caso che nella pallavolo ci sia stata un'esplosione di talenti sopra i 195 cm. Hanno sicuramente fatto qualcosa meglio di noi e soprattutto è più facile emergere». Uno sviluppo quello dei lunghi italiani che di anno in anno tarda ad arrivare, con esempi come Caruso rilegati in panchina o Totè che il ct Pozzecco non sembra vedere.

«Caruso per me ha fatto una scelta sbagliata, ma lo capisco, sicuramente Milano ha offerto delle cifre che le piccole-medie squadre non possono pareggiare. Il sistema è sbagliato, perché dovrebbe proteggere le squadre che non possono competere economicamente con le super potenze. I club sono costretti a vendere prima che effettivamente i prodotti dei vivai, o i giovani in generale, possano aver dato loro frutti. Su Totè invece, Pozzecco non ha un compito facile, ci sono passato. Difficile sfaldare un gruppo per inserire un nuovo giocatore. È più giusto forse puntare sulla continuità».

Un esempio, quello dell'Italbasket del passato che fa sì che da noi abbiano imparato Francia, Germania e Spagna, per poi addirittura superarci in tutto. Di pensiero leggermente diverso è Sandro Gamba, anche lui ex giocatore ed ex coach della nazionale azzurra, che sostiene che al problema che si presenta bisogna trovare una soluzione, e non necessariamente sulle convocazioni: «Anche quando giocavo io eravamo senza il centro super fisico di oltre due metri. Negli anni 50’, infatti, abbiamo giocato spesso pressing a tutto campo ed abbiamo alzato il ritmo sfruttando i lati positivi dei nostri fisici».

«Dipende dai tecnici, è una variabile, ogni allenatore deve fare il meglio possibile con la squadra che ha ed adattare le tattiche a seconda del roster a disposizione. Bisogna anche cambiare un po' con i giovani, magari metterli in campo e farli arrangiare, poi togliergli e spiegare l'errore». Una nazionale, dunque, che continua la disperata ricerca di un lungo che possa dare un futuro al ruolo in maglia azzurra, vista anche l'età che inizia ad avere ad esempio Nicolò Melli, fino ad ora inamovibile lungo dell’Italbasket.

 

Da Calebotta a Melli, gli anni ruggenti dell’Italia con centri veri

Nino Calebotta, 2.04, 1952 - 1968; 65 presenze e 410 punti;

Ottorino Flaborea, 1.95, 1957 - 1978; 129 presenza e 747 punti;

Alberto Merlati, 2.04, 1965 - 1975; 30 presenze e 123 punti;

Dino Meneghin, 2.04, 1965 - 1994; 271 presenze e 2947 punti;

Luciano Vendemini, 2.11, 1971 - 1977; 44 presenze e 157 punti;

Luigi Serafini, 2.10, 1971 - 1979; 112 presenze e 524 punti;

Vittorio Ferracini, 2.04, 1973 - 1982; 128 presenza e 504 punti;

Renzo Vecchiato, 2.07, 1977 - 1985; 201 presenze e 1439 punti;

Ario Costa, 2.11, 1977 - 1997; 193 presenze e 1048 punti;

Pietro Generali, 2.07, 1978 - 1983; 71 presenze e 458 punti;

Augusto Binelli, 2.15, 1984 - 1989; 95 presenze e 590 punti;

Flavio Carera, 2.06, 1985 - 1997; 129 presenze e 602 punti;

Stefano Rusconi, 2.08, 1987 - 1995; 94 presenze e 767 punti; 

Denis Marconato, 2.11, 1990 - 2006; 195 presenze e 1140 punti;

Alessandro Frosini, 2.09, 1992 - 1998; 98 presenze e 584 punti;

Roberto Chiacig, 2.10, 1994 - 2022; 188 presenze e 1475 punti;

Andrea Bargnani, 2.13, 2002 - 2017; 73 presenze e 1129 punti;

Nicolò Melli, 2.05, 2007 - presente; 124 presenze e 834 punti.



* per la rivista Basket Magazine

giovedì 20 febbraio 2025

Italbasket, il coro azzurro del Poz promosso in toto ad Istanbul

 L’Italia vince ad Istanbul contro la Turchia per 80-67, brillando per coralità e gioco di squadra.

 

ITALIA

Dame Sarr 6: entra e perde un pallone in compartecipazione con Severini, ma si rifà subito con una schiacciata devastante.

Matteo Spagnolo 7,5: indica la strada nel primo e decisivo allungo, con grande sfrontatezza arriva al ferro.

Gabriele Procida 7,5: parte piano, lotta, conquista qualche rimbalzo, poi fa vedere di che classe è dotato e segna canestri bellissimi.

Saliou Niang sv

Grant Basile sv

Giordano Bortolani 7,5: con un attacco sterile, è la prima scelta del Poz, e lui dopo qualche forzatura mette punti a raffica.

Guglielmo Caruso 7: ottimo impatto, si muove bene e attacca gli spazi senza palla facendosi trovare pronto.

Mouhamet Diouf 7,5: prestazione solida sfiorando la doppia doppia (8 punti e 10 rimbalzi), spizzicando palloni e dando un punto di riferimento.

Riccardo Rossato 6: nel tempo in campo fa quello che gli riesce meglio, mettere tanta energia e difendere.

Luca Severini 5,5: l’unica nota stonata del coro azzurro, non incide ed è impalpabile.

Nicola Akele 7: tanta presenza, tanta energia, lucido in attacco ed in difesa, conquistandosi con merito ogni singolo secondo.

Alessandro Pajola 8: partita esemplare, da leader, da capitano, e con tre triple pesantissime che non sono proprio la specialità della casa.

All. Gianmarco Pozzecco 8: idee chiare, gioco semplice, tanto movimento senza palla che muove la difesa, e il diktat di attaccare gli spazi senza forzare il tiro da tre.


TURCHIA

Shane Larkin 5,5: spazzi di fenomeno nel primo quarto, poi si eclissa.

Sehmus Hazer 7: il migliore, quello più incisivo e forse che ci crede di più.

Cedi Osman 6,5: subito una bomba, macina punti ma non sembra efficace.

Onuralp Bitim 6: l’ultimo ad arrendersi o semplicemente nel posto giusto al momento giusto.

Sadik Emir Kabaca 5: tanti gli errori, pochissime le cose positive.

Furkan Haltali 5,5: subisce i lunghi italiani.

Sarper David Mutaf sv

Furkan Korkmaz 5,5: quasi non si vede, e non ci si crede.

Ercan Osmani 6,5: ci prova, si sbatte, tra i migliori nonostante tutto.

Erkan Yilmaz sv

Kenan Sipahi 5,5: si vede soprattutto all’inizio, poi scompare.

Muhsin Yasar sv

All. Ergin Ataman 5: nonostante i proclami della vigilia, la sua squadra sembra non esserci.

 

Giovanni Bocciero

sabato 9 settembre 2023

Italbasket, le lacrime e i graffi di Melli un inno a crederci

Italbasket, le lacrime e i graffi di Melli un inno a crederci


Con Gigi Datome al canto del cigno con questo Mondiale ormai agli sgoccioli, sarà Nicolò Melli ad ereditarne i gradi di capitano dell’Italbasket. O almeno è ciò che tutti si aspettano. Dopotutto il lungo azzurro è stato già investito di tale responsabile nella spedizione olimpica di Tokyo durante l’estate del 2021. In quella occasione ha più riprese detto di aver soltanto preso in prestito quel ruolo, e si può ben capire per la forte amicizia che c’è tra i due giocatori, uscita clamorosamente allo scoperto con il podcast che li ha visti protagonisti in preparazione al torneo iridato. Da domani nessun prestito più, quel ruolo sarà suo per merito. Perché Nik ha dimostrato con le lacrime e i graffi di tenerci alla nazionale. Può sembrare superficiale, ma son convinto che un giocatore scambierebbe qualsiasi cosa per arrivare ad un risultato importante con la maglia del proprio paese. E Melli, con un palmares composto da tre scudetti italiani, due tedeschi ed uno turco, tre coppe e due supercoppe nazionali, ne avrebbe di trofei da barattare. Ovviamente se non si può fare per una medaglia d’oro, quantomeno d’argento e non di bronzo, per rimanere in tema di podcast azzurro.


Nik è un esempio in campo e fuori. Ha giocato due stagioni in Nba, per la verità facendo purtroppo molta panchina, ma ha dimostrato partita dopo partita che il suo livello è quello lì. Incide su ambedue le metà campo, ottime letture in attacco dove si fa apprezzare anche come passatore. In difesa è capace di entrare sotto pelle all’avversario, e non indietreggia di un passo. A costo anche di uscirne con qualche cicatrice. E’ l’emblema del capitano, ed ha già parlato come se ricoprisse tale ruolo quando ha elogiato pubblicamente Diouf, Procida e Spagnolo per l’apporto che hanno dato a questa spedizione di Manila. Ma soprattutto spronandoli a conquistarsi il futuro, che si spera sia roseo per loro e per noi. Commozione, tenerezza, determinazione, forza, nelle parole così come nei fatti, non si può che ammirare ed applaudire Melli. Lui darà sempre tutto per l’azzurro, proprio per questo non potrà mai esserci sconfitta nel suo impavido cuore. Poi, in campo, si vince e si perde, ma è attraverso questo modo di fare che si può diventare trascinatori di un intero movimento. Che forse deve smetterla di specchiarsi come Narciso, ma allacciarsi strette le scarpe e scendere in campo con la fame e la volontà di chi vuole arrivare.

giovedì 24 agosto 2023

Basile scommette sull'Italia e sul Poz: «Bravo a cambiare visione»

VERSO IL MONDIALE 2023

Basile scommette sull'Italia e sul Poz:

«Bravo a cambiare visione»


di Giovanni Bocciero

Un oro e un bronzo europeo, ma soprattutto l'argento olimpico del 2004. Se si parla di Gianluca Basile in merito alla nazionale di pallacanestro è sicuramento uno dei giocatori più titolati. Eppure, proprio come per l'Italia gli manca nel palmares una medaglia al Mondiale. Competizione che vedrà ormai ad ore gli azzurri esordire contro l'Angola (venerdì 25 alle ore 10:00). Una squadra che ha avuto un cammino perfetto nell'avvicinamento al campionato iridato, con sette vittorie su sette amichevoli disputate contro Turchia, Cina, Serbia, Grecia, Portorico, Brasile e Nuova Zelanda. Successi arrivati anche contro avversarie di un certo livello, che però non contano assolutamente nulla in questa fase se non per far crescere l'autostima del gruppo. «Vincere non è mai semplice, perché sulla carta ci sono tante squadre forti quanto te - ha esordito Basile - o ancora di più. La cosa fondamentale è creare il concetto di squadra, e che tutti e dodici i giocatori capiscano in che contesto si trovano e il proprio ruolo. Quando tutti i meccanismi combaciano ci si può togliere tante soddisfazioni, e credo che la nazionale già dalla partecipazione all'Olimpiade con la gestione di Meo Sacchetti abbia intrapreso la giusta strada. Col Poz allo scorso Europeo si è arrivati ad un buon risultato, e si stanno comportando bene anche in queste amichevoli dove davvero giocano una buona pallacanestro. Sono una squadra atipica perché non hanno un centro di peso sotto canestro, ma c'è Nicolò Melli che è un jolly, che può difendere sui lunghi grossi, poi è dinamico ed ha la giusta intelligenza tattica. Se riescono a creare quella particolare atmosfera nello spogliatoio non dico che sono da medaglia, ma possono andare molto avanti nella competizione. Purtroppo il Mondiale è ancora più difficili degli Europei».

Basile ha vinto quello storico argento olimpico ad Atene con Gianmarco Pozzecco. Ma non solo l'azzurro, i due sono stati compagni di squadra per tre anni alla Fortitudo Bologna, e nella stagione 2013/14 il Poz è stato addirittura allenatore del Baso all'Orlandina. «Non me lo sarei mai aspettato in questo ruolo - ha confessato l'ex guardia tiratrice -, e questo è sicuramente qualcosa di positivo per lui. Credo che quello che sia riuscito a fare meglio è capire che il suo gioco, con quel talento, quella visione, era unico, e che lo poteva mettere in pratica solo lui. Quindi si è dovuto immedesimare in un contesto differente, nel quale non può aspettarsi quelle determinate cose dai giocatori. Ecco perché lo vedo molto focalizzato sui dettagli e le situazioni tattiche, cosa che da giocatore gli riuscivano per talento, perché sapeva inventare come nessun'altro. Nel suo nuovo ruolo ha dovuto capire che chi sta in campo non si chiama Pozzecco, e quindi ha dovuto imparare attraverso la lunga gavetta che ha già fatto alcune dinamiche che vanno al di fuori della sua visione. Visione che ha comunque portato a livello umano perché, essendo stato un atleta difficile da gestire, sa cosa passa per la testa di chi scende in campo e come saperlo prendere affinché possa essere tranquillo. Questo suo modo di fare crea grande fiducia nel rapporto che ha con le persone - ha sottolineato Basile -, le quali arrivano a credere fortemente in lui. Si merita tutto quello che ha raggiunto, e se a volte di sicuro esagera è perché spinto dalla passione. Nessuno può dire che non metta tutto sé stesso in quello che fa».

Pozzecco è stato chiaro sin dall'inizio del raduno. Ha convocato quei giocatori con i quali intende portare avanti un progetto duraturo nel tempo, perché è importante anche a livello di nazionale costruire un gruppo che si conosca quanto più possibile a maggior ragione con le poche occasioni per ritrovarsi. «Se non si crea mentalità nel gruppo si fa fatica pensare di poter non solo sognare una medaglia, ma persino di essere competitivi. La mentalità è ciò che ti rende forte, che ti dà sicurezza, e si costruisce nell'arco degli anni e anche dalle sconfitte. Come il quarto di finale perso contro la Francia dell'estate scorsa. Vedendo come giocano, e considerando che sono comunque tutti dei bravi ragazzi dal punto di vista comportamentale - ha continuato Basile -, credo che la mentalità sia quella giusta. Si percepisce che tutti vogliono fare bene e che nessuno esce fuori dal coro. Si stanno preparando al meglio, sono convinti di poter far bene, e poi dal traguardo del podio sei spesso diviso da una linea sottile che a volte dipende anche dalla fortuna negli incroci. Bisogna guardare una partita per volta e vedere cosa succede».

Il Mondiale sarà l'ultimo palcoscenico da giocatore per Gigi Datome, capitano dell'Italbasket che pur emozionatosi per aver vinto due bronzi europei a livello giovanile con l'U18 e l'U20, non ha conquistato nessuna medaglia con la nazionale maggiore. Chiudere la carriera con l'azzurro indosso e magari sul podio sarebbe un sogno. «Già indossare la maglia azzurra e sentire l'inno ti tocca nel profondo - ha riflettuto l'ex Fortitudo e Barcellona -, si prova orgoglio e soddisfazione per essere arrivato in quel contesto, che è il sogno da bambino. Una serie di cose che ti appagano sicuramente. Il ritiro è una cosa molto soggettiva, non c'è un'età che sia una data di scadenza. Per quello che ho provato io ai miei tempi, il corpo non mi reggeva più come una volta. Vedi ragazzi più veloci, subisci più infortuni, e quindi bisogna iniziare a tirare le somme valutando i pro e i contro nel continuare la carriera. Credo che Datome stia soffrendo almeno da due anni di diversi infortuni che gli hanno fatto giocare molte meno partite, anche se quando poi è in campo fa la differenza con la sua presenza. Gara 7 delle ultime finali scudetto sono un grande esempio. Ma arrivati a questo punto, solo lui poteva prendere una decisione riguardo questa cosa. Per quello che ha fatto, e per la persona che è, c'è solo da alzarsi in piedi per applaudirlo».

Per un Datome che prenderà parte al suo ultimo ballo, ci sono diversi giovani alla loro prima grande esperienza con l'Italia. Parliamo ovviamente di Momo Diouf, Gabriele Procida e Matteo Spagnolo, rigorosamente in ordine di data di nascita essendo un 2001, un 2002 ed un 2003. Segno questo che il Poz non ha paura a lanciare dei giovanissimi. «L'età non è importante, perché ricordo che ai miei tempi Ricky Rubio aveva solo 17 anni ma era già in nazionale e addirittura comandava in campo. E' solo una questione di mentalità e di voler fare bene, e la crescita che hanno avuto Spagnolo e Procida fa ben sperare per il futuro dell'Italia. Voglio però anche lanciare un messaggio a chi è stato tagliato per ultimo o sta nel giro della nazionale, ovvero che un giocatore deve lavorare per migliorarsi sempre, così da presentarsi al prossimo raduno più forte. E' solo il lavoro che ti fa guadagnare sicurezza e prendere coscienza dei propri mezzi, così che si possano raggiungere certi livelli». Ma vede in qualcuno i nuovi Baso e Poz? «Questa domanda non ha risposta. Ogni giocatore ha una sua mentalità ed un suo talento. Ma non mi soffermerei neppure sui singoli, perché anche ai nostri tempi - ha concluso Basile - la forza del gruppo era l'insieme dei giocatori ognuno con la mentalità giusta».