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domenica 28 aprile 2024

Luciano Acciari, il presidente delle scommesse vinte

Ha firmato il periodo d'oro della pallacanestro italiana. «Deplorevole che da allora non si sono ancora fatti passi avanti per portare lo sport nelle scuole e migliorare l'impiantistica»

Acciari, il presidente delle scommesse vinte

Insieme all’avvocato Coccia ha rivoluzionato il movimento come lo conosciamo. «Grazie anche ai presidenti di allora, sempre presenti e con i quali si parlava, ci si confrontava e pure scontrava arricchendo il dibattito così da crescere insieme»


di Giovanni Bocciero*


Un dirigente che si è speso tanto per la pallacanestro, vivendo gli anni del boom e scommettendo su alcune scelte che hanno rivoluzionato il movimento come oggi lo conosciamo. Questo è Luciano Acciari, avvocato romano e giocatore amatoriale che spinto dalla passione per il gioco è stato prima presidente della Stella Azzurra (1971-79) e poi della Lega Basket (1979-84), oltre a un dirigente di primo livello di Finmeccanica. «Mi sono avvicinato alla pallacanestro a scuola, perché frequentavo il Collegio San Giuseppe - Istituto De Merode dove era stata costituita la Stella Azzurra - ha esordito Acciari -, che agli inizi degli anni ’60 aveva già una squadra in serie A oltre alle giovanili. Questo è stato il mio primissimo contatto».

CLASSICA GAVETTA. «Al termine delle giovanili chi non arrivava in prima squadra restava coinvolto in società, militando magari nei campionati amatoriali o con qualche incarico societario. Io fui aggregato al gruppo di frate Mario Grottanelli, che aveva promosso l’istituzione della Stella Azzurra nel 1938, e mi occupavo della parte amministrativa e accompagnavo le squadre giovanili sui vari campi di gioco. Quando introdussero la figura dell’accompagnatore - ha continuato Acciari - affiancai il tecnico Altero Felici nella parte logistica. Pian piano mi mandarono al Comitato regionale e poi entrai nel Consiglio direttivo della società».

«Alla prima crisi della Stella nel ’71, insieme ad altri consiglieri e amici rilanciammo il club. Fu un rischio, perché già all’epoca c’era bisogno di sponsorizzazioni per fare attività, e coinvolgemmo il gruppo Buitoni che fece una serie di analisi in termini promozionali e pubblicitari nel settore basket. Tra le importanti scelte dell’epoca c’è quella di prendere un giovanissimo Valerio Bianchini come allenatore. Era assistente di Taurisano a Cantù, lo convincemmo a trasferirsi a Roma forti della bontà del nostro progetto, e fu un matrimonio positivo visto che poi la sua carriera decollò».

IL BUCO SCOLASTICO... «Sino agli anni ’70 lo sport era impostato sulla scuola o gli oratori. Grazie al successo ed alla crescita che ha avuto la pallacanestro iniziarono ad arrivare risorse e fu richiesto ai ragazzi un impegno maggiore e più costante pur mantenendo un’attività primaria perché lo sport era un pezzetto della loro vita e non ci si poteva mantenere. Si stava comunque prendendo un’impronta più manageriale, tant’è che all’epoca si diceva che stavamo passando dalla pallacanestro al basket». Eppure a distanza di 50 anni ancora non è stata recepita la grande importanza della scuola nell’avvicinarsi allo sport.

«All’epoca con un gruppo di lavoro del Coni ci relazionammo con il Ministero dell’Istruzione per aprire la scuola allo sport, ma c’erano una serie di problematiche amministrative e giuslavoristiche che presentavano difficoltà enormi. Alcune scuole si aprirono, ma è rimasto un buco della nostra qualificazione sportiva che ancora oggi lo constato portando in giro i miei nipotini. Anche se è molto migliorata la realtà scolastica per approccio e impianti, visto che ormai c’è una palestra scolastica ovunque - ha analizzato l’avvocato romano -, oggi ci sarebbe il substrato per rendere questa attività più organizzata e istituzionale, ma viene fatta solo come promozionale e collaterale».

…E QUELLO DEGLI IMPIANTI. «L’impiantistica sportiva è un problema della società civile. Pensiamo agli stadi di calcio, quante società vorrebbero costruirselo ma incontrano impedimenti urbanistici e finanziari, quindi aspetti amministrativi e non solo organizzativi. Quando dalla metà degli anni ’70 fu deciso di mettere i 3500 spettatori minimi in serie A, un salto di qualità dalla palestra al palazzetto, fu una scommessa che diede lo stimolo di costruire decine e decine di impianti per permettere alle società di accedere ai vertici nazionali. Il problema vero è che non bisogna solo trovare le risorse per costruire gli impianti, ma anche per mantenerli. È necessario trovare una modalità architettonica che ne permetta lo sfruttamento non limitato solo alla partita, ma multifunzionale, pensando ad una produttività dell’impianto tra più sport - pallacanestro e pallavolo - o più eventi - sport e concerti -».

Luciano Acciari, 78 anni, con l'allora presidente federale,
Enrico Vinci, e il suo vice, Eugenio Korwin

Acciari è stato membro del Consiglio d’amministrazione di Finmeccanica, e nel lavoro il vissuto del basket «è stato fondamentale. È comunemente riconosciuto come gli allenatori vengano invitati a fare dei corsi sul management per la gestione del gruppo, il coordinamento delle risorse, e tutta una serie di tecniche che i manager d’azienda hanno a disposizione. Gestire una squadra, ad un certo livello, ti metteva difronte a tante sfide: reperire risorse finanziarie, scegliere la base tecnica di allenatori e giocatori, convincerli a sceglierti e a renderli partecipi del tuo progetto, e poi sistemali e pagali, così come gestire l’impianto e la comunicazione. Era un contesto fortemente educativo».

«La creazione della serie A2, che fu una genialità dell’avvocato Coccia, fu una scommessa. Perché un conto è portare Genova, Trieste, Torino o Firenze ai vertici, un altro è ritrovarle dopo 4 o 5 anni ancora lì. Il rischio era nel sostenerle, tant’è che per alcune squadre è mancata la continuità. Questo - ha continuato Acciari - ha permesso al basket di andare da Reggio Calabria ad Udine, però mentre al nord la disciplina era consolidata e quindi a Trieste magari era solo questione di tempo, per Caserta o Reggio Calabria poteva essere un insuccesso. Siamo stati fortunati, e così il basket ha vissuto l’estensione della sua presenza nazionale, allargando il bacino di utenza».

RAPPORTI. «Quella era un’epoca nella quale c’erano presidenti appassionati e con una sufficiente capacità economica che hanno consentito la crescita delle squadre. Uno a caso il cavaliere Giovanni Maggiò, che ha portato a Caserta giocatori del calibro di Oscar e sostenuto la squadra fino alle finali scudetto, portandola ad un livello di eccellenza per anni e non solo episodicamente. Ha fatto il bene di un’intera città, stravolgendo la percezione e la stessa immagine di essa. Questo vale per Maggiò ma anche per tanti altri - ha ricordato l’avvocato romano -. Quando ero presidente della Lega i presidenti partecipavano attivamente e avevano la capacità di decidere da soli, responsabili di ciò che facevano nel bene e nel male».

«L’aumento della professionalità nella pallacanestro ha portato alla sostituzione dei presidenti da parte dei general manager, che hanno un approccio professionalmente qualificato ma non sono portatori dell’originalità del pensiero. Sono strumenti, per questo parlare, confrontarsi, anche scontrarsi con il presidente Porelli non era la stessa cosa che farlo con Brunamonti, perché arricchiva il dibattito dell’assemblea. Questo è stato un arricchimento per il movimento intero, nazionale compresa, che ha raggiunto successi prestigiosi riconoscendo ai club e alla Lega una loro importanza».

«Negli ultimi anni ho frequentato Petrucci come amico, ed ho seguito la pallacanestro come tifoso, per questo senza contatti particolari con questo mondo non sono in grado di dire cosa preservi il futuro. So però che Gianni è stata la migliore opportunità che il basket abbia avuto in un momento così difficile e complicato di un movimento che fa fatica a trovare un equilibrio tra risorse, italianità, e quelle esigenze tanto commerciali quanto sportive».

«Mi riconosce sempre il fatto che è arrivato in Fip per merito mio, perché quando mancava un segretario lo indicai al presidente Vinci visto che all’epoca era segretario della presidenza del Coni. Purtroppo il tempo passa per tutti. Poi con la morte recente di La Guardia ha perso il suo braccio destro, e se non dovesse essere riconfermato perché magari non c’ha più voglia neppure lui, sostituirlo non sarà di certo semplice. Non conosco i suoi competitor, ma se non dovesse essere confermato faccio solo gli auguri al basket che possa trovare una persona capace di tenere la barra dritta in un momento così importante».

VISIBILITÀ E POPOLARITÀ. «Tanto dipende dai risultati. All’epoca della mia presidenza in Lega, uno sport come il tennis giocava solo in un determinato periodo, mentre oggi è spalmato su tutto l’anno. Poi ci sono i mondiali di qualsiasi disciplina, le competizioni automobilistiche e motociclistiche che quasi non si fermano, e il calcio che la fa sempre da padrone. Insomma, la concorrenza con gli altri sport è diventata impressionante, e spesso questi riescono ad esprimere più facilmente il campione. La crisi non riguarda solo la pallacanestro ma anche il ciclismo, perché se si chiede a qualcuno del Giro d’Italia non è scontato che conosca cos’è, quando si fa e come».

«Inoltre la stampa tradizionale non ha aumentato i propri spazi e le tirature, mentre la televisione fa quel che può. Massimo De Luca, ottimo giornalista e tifoso del basket, spinse per far approvare Tuttobasket in radio, la versione cestistica del calcio minuto per minuto che diede una grande mano alla crescita in termini di popolarità. Dispiace vedere sui quotidiani nazionali solo una manchette limitata al risultato di Eurolega, ma la realtà è ben diversa oggi. Non lo so cosa si possa fare, ma credo che debba esserci maggiore condivisione della sua diffusione - ha concluso Acciari -, perché il basket è più popolare rispetto a quanto se ne scriva e se ne parli».

* per la rivista Basket Magazine

sabato 2 dicembre 2023

L'intervista ai golden boys Procida e Spagnolo

I due golden boya del basket azzurro hanno scelto la Germania per fare esperienza nel gran circo dell'Eurolega

Procida e Spagnolo a scuola dai campioni

Poco più che ventenni, compagni di stanza e spogliatoio in nazionale, scelti insieme dalla Nba, l'Alba Berlino li ha uniti sotto gli stessi colori


di Giovanni Bocciero*


Sono i golden boys dell’Italia dei canestri, quella che crede in loro ed è pronta a celebrarne i successi. Il futuro è tutto dalla loro parte, e Gabriele Procida e Matteo Spagnolo sono determinati a prenderselo. Con i sacrifici che comporta vivere lontano da casa e dalla famiglia, ed il lavoro quotidiano che contraddistingue i veri campioni. Gabriele, ala classe 2002 da Como, esploso nelle giovanili di Cantù; e Matteo, play brindisino del 2003, cresciuto cestisticamente a Mesagne; hanno condiviso spesso e volentieri il proprio cammino. Dal torneo giovanile del 2018 targato Eurolega a Belgrado con la Stella Azzurra Roma, all’Europeo Under 16 dello stesso anno disputato a Novi Sad, fino all’ultimo Mondiale giocato con l’Italia a Manila. Una sottile linea rossa che li ha portati a ritrovarsi insieme all’inizio di questa stagione in forza all’Alba Berlino. Un’amicizia nata sul parquet e consolidata tra camere d’albergo condivise e spogliatoio.

Nella capitale tedesca «viviamo in due appartamenti diversi - ha esordito Procida -. La nostra giornata tipo è allenamento al mattino dalle 11 alle 13. Verso le 14 torniamo a casa, al pomeriggio trascorriamo tempo assieme giocando ai videogame. Alla sera invece, spesso l’uno va a mangiare a casa dell’altro oppure usciamo a cena». All’allenamento vanno insieme, con l’unico patentato dei due Matteo che passa a prendere Gabriele. In virtù delle tante partite e trasferte che richiede il doppio impegno tra Bundesliga ed Eurolega, «non siamo riusciti a fare più di tanto in città - ha continuato l’ala azzurra -. Una volta, però, siamo andati allo zoo». «A volte facciamo anche qualche passeggiata al pomeriggio - ha aggiunto Spagnolo -, anche perché Berlino è davvero bella oltre ad essere una metropoli molto internazionale. Per le strade s’incontrano tanti italiani e persone davvero da tutto il mondo. È una cosa bella perché si respirano etnie e culture diverse. Anche solo per una questione culinaria, c’è qualsiasi tipo di ristorante, e si può scegliere tra diversi locali di carne o pesce».

Dopo aver condiviso diverse esperienze insieme, l’Alba è il primo club che li ha riuniti facendoli giocare insieme per un’intera annata. Ma chi è venuto a sapere per primo della notizia che avreste giocato insieme a Berlino? «Più o meno siamo tutti della stessa agenzia, le voci girano e stando in ritiro con l’Italia - ha detto il play brindisino - qualcosa ho chiesto a Gabriele. Una domandina sulla situazione della squadra o com’è l’ambiente gliel’ho fatta. Ovviamente i nostri compagni di nazionale sono stati i primi a sapere della notizia». Qual è stato il primo consiglio che ti è stato dato? «Gabriele mi ha detto di avere pazienza, di non innervosirmi soprattutto se all’inizio le cose non sarebbero andate come mi sarei aspettato. Si tratta comunque di un modo di giocare diverso, e quindi è normale che ci voglia un periodo di assestamento. Questo è stato il consiglio principale che mi ha dato».

Nonostante Gabriele e Matteo abbiano uno stretto legame che va oltre la pallacanestro, non hanno un particolare rito prima delle partite. Nemmeno un handshake, ovvero quel saluto tipico che tra compagni si fa prima di mettere piede in campo. «Nulla di speciale - ha detto l’ala brianzola -. A volte qualcosa di semplice, ma non abbiamo mai fatto nulla di strano». Forse prima delle partite sono concentrati solo su ciò che c’è da fare sul parquet, ma è interessante sapere che «non ho nessun idolo - ha continuato Procida -, ma guardo un po’ tutti i migliori nella mia posizione. Più li vedo e più cerco di rubargli qualcosa». «Guardo un po’ tutti i giocatori nel mio ruolo - ha aggiunto Spagnolo -, soprattutto quelli che giocano in Eurolega, per cercare di capire quello che fanno meglio e provare a copiarli. È utile per sviluppare il mio gioco».

Per quanto riguarda la stagione in Eurolega, Procida è chiamato a confermare l’ottima passata annata. «All’Alba c’è molta cura per il dettaglio e tanta voglia di lavorare. Non che nelle altre squadre dove ho giocato non ci fosse, però qui hai la palestra aperta 24 ore su 24, due allenatori a disposizione per sessioni individuali oltre allo staff tecnico. Tutto questo ti permette di poterti allenare anche prima o dopo l’allenamento di squadra». Per Spagnolo è stato invece l’esordio assoluto nella massima competizione continentale per club, nonostante qualche convocazione con il Real Madrid già nel 2020. «Berlino è la mia prima esperienza in Eurolega, e subito si vede quanto siano ben organizzati per il livello al quale siamo chiamati a giocare. Avendo più partite alla settimana, con diversi viaggi, è fondamentale che riusciamo a trovare il tempo non solo di allenarci, ma nel farlo bene».


Gabriele poi analizza le italiane Virtus Bologna e Olimpia Milano, già affrontate:
«Sono due squadre lunghe, con una panchina profonda, e credo che possano arrivare ai playoff. Se la possono giocare contro chiunque perché hanno giocatori di grande qualità. Sono allenate bene, da due ottimi allenatori, e credo che non gli manchi nulla per entrare tra le prime otto». Matteo invece fa le carte ai berlinesi: «Rispetto al roster dello scorso anno sono cambiati diversi giocatori, io per primo. Durante il raduno c’è chi è arrivato prima e chi è arrivato dopo, per questo stiamo ancora imparando a giocare insieme. I progressi però ci sono e si vedono. Spesso entriamo nel dettaglio per capire dove possiamo ancora migliorare, per arrivare a vincere quante più partite sarà possibile in Eurolega, che è il nostro obiettivo».

L’Alba Berlino è di sicuro una tappa importante per le loro rispettive carriere. Un posto dove poter continuare a crescere, una rampa di lancio verso cieli sempre più stellati. Ma cosa vedono i due ‘golden boys’ azzurri per il loro futuro? «Spesso ne discutiamo tra di noi - ha precisato Spagnolo -, e siamo convinti che è necessario vivere il presente e pensare a quello che facciamo oggi. Credo che non faccia bene né pensare troppo al futuro, e neppure al passato. Dobbiamo concentrarci sul presente, dobbiamo lavorare in maniera dura adesso, perché è quello che ci ripagherà in futuro». «È importante non crearci troppe aspettative - ha puntualizzato Procida -, perché le cose magari possono cambiare lungo il nostro percorso. Quindi restiamo nel presente e lavoriamo duramente tutti i giorni per raccogliere i frutti nell’avvenire». Giocare all’estero pone i cestisti italiani sullo stesso livello di uno straniero. L’ha evidenziato tempo fa anche Nicolò Melli, sottolineando come i club che ti ingaggiano cercano da te prestazioni oltre la media. Questo potrebbe aumentare il livello di pressione, anche se «non la vivo così - ha commentato il play brindisino, che faceva ore e ore di autobus per giocare a Roma prima di volare ancora adolescente a Madrid -. Giocare all’estero è un ulteriore modo per uscire dalla propria comfort zone. Ti devi confrontare con un altro tipo di ambiente, con un’altra lingua, con dei nuovi compagni dei quali pochi italiani se non addirittura nessuno. Tutto questo diventa uno stimolo in più per migliorare e per restare sempre sul pezzo».

Per qualcuno si tratterà di destino, per altri soltanto di un traguardo conquistato con merito. Ma Matteo e Gabriele hanno condiviso anche il Mondiale di questa estate. «Non mi aspettavo la convocazione ma ci speravo tanto. Sembra banale dirlo - ha riflettuto il brianzolo che ha vissuto un’esperienza sfortunata alla Fortitudo Bologna prima di emigrare in Germania -, ma è veramente un sogno partecipare ad un Mondiale indossando la maglia della nazionale. Sono stato contento dell’opportunità ricevuta dal ct Gianmarco Pozzecco, e non posso sicuramente lamentarmi dello spazio ritagliatomi». «Si tratta del sogno che si ha sin da quando si è piccoli - ha aggiunto Spagnolo -, che negli ultimi anni, un passettino alla volta, è diventato sempre più realtà. Sapevamo di essere nel giro dei convocabili, ma non eravamo certi di poter far parte della spedizione. È stata l’esperienza cestistica più forte della mia carriera sin qui. Sono rimasto soddisfatto per il clima e la squadra con cui l’ho vissuta, perché siamo diventati davvero una grande famiglia». La prossima estate azzurra è ovviamente lontana, pensandoci adesso. Ma c’è un Preolimpico da dover vincere e «ovviamente speriamo di far parte della squadra - ha continuato Procida -, e ce la metteremo tutta per essere convocati e andarci a prendere un posto alle Olimpiadi».

Dal sogno azzurro a quello Oltreoceano, perché tra le tante cose condivise, Gabriele e Matteo sono stati anche scelti al draft Nba nella stessa notte, quella del 23 giugno 2022. «Essere stati draftati è sicuramente un qualcosa che ti avvicina all’America. Questo però non significa che accadrà sicuramente - ha precisato il play -. La Nba resta comunque la lega più famosa e prestigiosa del mondo, ed è il sogno di tutti. Da quella notte abbiamo fatto qualche passo in più verso di lei, ma ce n’è ancora di percorso da fare. Però non bisogna mai smettere di crederci e sperare». «La strada è ancora lunghissima. Ci vogliono ancora tanti allenamenti - ha replicato Gabriele -, e non è detto che seppur sei stato scelto al draft andrai certamente a giocarci. È tutto una conseguenza del lavoro che fai durante la settimana, nel corso degli anni. Se poi dovesse arrivare l’opportunità, sarebbe un sogno bellissimo». Ma qual è il rapporto che avete con le rispettive franchigie? «Ci sentiamo spesso, anche perché mi seguono e guardano le partite», ha detto Gabriele. «Lo stesso vale per me», ha concluso Matteo. Senza fare voli pindarici, i due ‘golden boys’ restano saldamente con i piedi per terra e guardano dritto avanti a loro. Un allenamento dopo l’altro, una convocazione dopo l’altra, con la fame di chi vuole arrivare. Ma con calma, senza fretta. Dopotutto sono poco più che ventenni, con una carriera già ampiamente vissuta, ma dalle pagine importanti ancora da scrivere.

Il comasco e l'Alba Berlino insieme dalla scorsa stagione

Dal minibasket a Lipomo, piccolo comune brianzolo, all’esordio in Serie A con la canotta della Pall. Cantù a soli 17 anni. Senza dimenticare le origini della famiglia, di Agropoli, dove spesso è tornato in cerca di una palestra per allenarsi senza sosta anche d’estate. Il cammino di Gabriele Procida è stato precoce, per qualcuno è potuto sembrare una strada lastricata d’oro, ma di certo non semplice. Con l’arrivo a Basket City, sponda Effe, sarebbe dovuto decollare. Non è stato così. Ed ha fatto bene ad emigrare per trovare l’ambiente adatto dove poter continuare a crescere e migliorare, accettando forse una sfida prima con sé stesso in quel di Berlino.

Per il giovane brindisino è la prima esperienza in Eurolega

Dai 78 punti segnati in una partita ad appena 13 anni, con i quali ha permesso alla Mens Sana Mesagne di battere Ceglie e vincere il titolo regionale; all’esordio in Liga Acb con la canotta del Real Madrid a 17 anni compiuti. La carriera di Matteo Spagnolo è stata già costellata di record che in tanti non riusciranno nemmeno lontanamente ad immaginare. Forse un predestinato, andato via di casa ancora bambino, ma sicuramente con la testa sulle spalle. L’Alba Berlino è la quinta tappa di un percorso che lo può proiettare davvero molto in alto. L’asticella delle aspettative non è fissata a misura d’uomo, dunque necessita di grande impegno e lavoro sodo per scavalcarla.

Lanciati in azzurro da Sacchetti, punti fermi nella nazionale del futuro

Dalla Stella Azzurra all’azzurro sino a Berlino, storica città che rievoca momenti sportivi indelebili per tutti gli italiani. Matteo Spagnolo e Gabriele Procida hanno visto spesso e volentieri incrociarsi i rispettivi percorsi cestistici. La partecipazione al Mondiale di Manila è soltanto un nuovo, importante, punto di partenza per entrambi, che possono diventare le colonne portanti dell’Italbasket che verrà. Lanciati entrambi da Meo Sacchetti, Matteo è stato il primo ad esordire nella nazionale dei grandi. Era il 20 febbraio del 2020, e da ragazzo del sud gli sono bastati pochi minuti per far esplodere il PalaBarbuto di Napoli con i suoi primi due punti contro la Russia. Il terzo più giovane esordiente di sempre, ha già totalizzato 26 presenze per un totale di 121 punti. Un anno dopo è toccato a Gabriele la ‘prima volta’. Era il 19 febbraio 2021, l’Italia affrontava l’Estonia nella bolla di Perm’, la prima delle sue 18 partite in azzurro per 69 punti complessivi. Tra i candidati dello scorso anno per il premio Rising Star di Eurolega, Procida quest’anno sta viaggiando a oltre 5 punti, 2 rimbalzi e 2 recuperi di media. All’esordio assoluto Spagnolo, invece, è andato già due volte in doppia cifra per punti e registra più di 8 punti e 2 assist a partita.


* per la rivista Basket Magazine

venerdì 10 giugno 2022

Affari di famiglia. Da Luigi a Francesco Rapini, 80 anni di grande basket

La Rapini Dynasty: Il nonno, cinque scudetti con le V nere, prima figura significativa di 'Basket city', ha lanciato il minibasket e allenato a lungo a Rimini

Da Luigi a Francesco Rapini, 80 anni di grande basket

Il nipote ha già vinto tre scudetti di categoria con la Stella Azzurra. In mezzo Andrea, grande tiratore, giocatore, coach e presidente. In panchina con la Lazio, cinque promozioni in sette anni



di Giovanni Bocciero*



DAGLI SCUDETTI del dopoguerra di nonno Luigi, pivot della gloriosa Virtus Bologna, a quelli giovanili del nipote Francesco, guardia dell’altrettanto blasonata Stella Azzurra Roma. Nel mezzo c’è Andrea, figlio di Luigi e papà di Francesco, che le sue soddisfazioni se l’è comunque tolte lanciando il pallone nel cesto. Stiamo parlando della famiglia Rapini, terza ed ultima dinastia della pallacanestro italiana che può vantare la peculiarità di avere tre generazioni che hanno giocato e giocano ad alto livello, dopo quelle Pomilio/Fontecchio e Busca (leggi qui). A differenza di queste due, delle cui storie abbiamo trattato nei numeri precedenti della rivista, la famiglia Rapini ha davvero un amore sconfinato per la pallacanestro, avendola non solo giocata ma anche ‘insegnata’.

«Mio padre Luigi ha portato la pallacanestro a Bologna sia da giocatore che come istruttore - ha commentato il figlio Andrea -, perché è stato precursore nel far praticare il minibasket e a farne svolgere il primo trofeo. E poi è stato il fautore del gesto tecnico che tutti oggi conoscono come il gancio». Luigi Rapini, mancato purtroppo nel 2013 all’età di 89 anni, ha vinto cinque scudetti dal 1946 al 1949 e del 1954/55 con le ‘V nere’, collezionando anche 33 presenze (e 134 punti) in maglia azzurra quando la nazionale centellinava gli impegni. È stato il primo grande pivot italiano, ma soprattutto un autentico pioniere della pallacanestro contribuendo in maniera significativa alla leggenda di Bologna quale ‘Basket city’. «L’amore per il basket l’ha tramandato in famiglia e rimane in tutti noi. Era innamorato della pallacanestro. Quando ha smesso di giocare lavorava in banca, e nonostante ciò - ha continuato Andrea - andava cinque giorni alla settimana a Rimini per allenare. E parlo dei tempi in cui non esisteva il professionismo».

Come il papà Luigi, anche Andrea ha mosso i primi passi nella Virtus Bologna, «che poi mi ha prestato alla società satellite del Castiglione dove ho giocato prima in serie C e poi in serie B. Successivamente mi sono trasferito a Vigna di Valle per fare il militare nelle Forze Armate. Poi mi ha acquistato l’Italcable che era la terza formazione di Roma. Siccome però all’epoca c’era la regola che una stessa città non poteva avere tre squadre in massima serie, ci allenavamo nella capitale ma giocavamo a Perugia. Poi anche per questioni legate alla famiglia ed al lavoro ho deciso di scendere in serie B, categoria che aveva ancora il girone unico. Una volta smesso ho continuato comunque a giocare a livello dilettantistico con una squadra di Promozione vicino ad Anguillara, dove abitavo. Dopodiché l’allora presidente della Lazio, Federico Nizza, dopo che la squadra era retrocessa in Promozione mi coinvolse nel progetto di rilancio del club al quale sono stato molto contento di contribuire».

Infatti, come Luigi anche Andrea, una volta appese le scarpette al chiodo, ha deciso di intraprendere la carriera di allenatore prima e di dirigente poi per non lasciare il mondo del basket. «Il mio percorso nella pallacanestro ha seguito lo scandire dell’età, per quelle che possono essere le fasi di una persona che vive questo sport. Ho iniziato da giocatore, poi giocatore-allenatore, poi solo allenatore e infine presidente. Diciamo che le più grandi soddisfazioni me le sono tolte da allenatore della Lazio, raccogliendo con un po’ di fortuna e un po’ di strategia cinque promozioni in sette anni dalla Promozione alla serie B2. Una cavalcata che mi rimarrà per sempre. Da giocatore ho ottenuto altre soddisfazioni, ma sono legate a quelle che potevano essere le caratteristiche e le qualità o meno che si possedevano». Andrea era un realizzatore, capace di mettere a segno anche 51 punti in uno spareggio per la serie B. E all’epoca il tiro da tre punti non esisteva ancora.

«Sono nato quando mio padre aveva già smesso. Però pur non vedendolo giocare ho vissuto tanto la pallacanestro con lui perché da ragazzino mi portava al vecchio campo all’aperto della Virtus. Quando poi ero adolescente, andavo spesso a fare i ritiri con la squadra di Rimini. Quindi anche se ero piccolo l’ho vissuto soprattutto come allenatore. Chiaramente mi ha dato da un punto di vista tecnico un sacco di nozioni, e in particolare con la vecchia metodologia di una volta che voleva dire ripetere uno stesso esercizio migliaia di volte finché non lo facevi diventare tuo. Dal punto di vista tattico invece, mi ha aiutato quando ho fatto l’allenatore, perché ci siamo sempre molto confrontati e gli devo dare atto che su di me ha fatto proprio un gran bel lavoro. Lo considero ancora oggi il mio allenatore privilegiato».

LA PASSIONE per il basket non ha saltato una generazione in casa Rapini. «Ho quattro figli - ha proseguito Andrea -. Il primo è Alessandro, 37 anni, che ha giocato a basket ma per questioni di studio ha smesso. La seconda è Alessia, 34 anni, alla quale la pallacanestro non è mai interessata granché. Il terzo è Lorenzo, 21 anni, che gioca in Promozione ma a calcio. Ha cambiato sport ma non mi dispiace perché non ho mai influenzato le loro scelte. L’ultimo è Francesco, classe 2004, che sta ottenendo dei discreti risultati, ma non lo devo dire io che sono il papà».

Francesco e Andrea Rapini

Impegnato con la Stella Azzurra tra under 19 Eccellenza e serie C Gold, Francesco ha già vinto tre campionati giovanili nazionali. «Con Francesco mi confronto molto, soprattutto cerco di fargli capire che deve sempre seguire il lavoro che hanno programmato i suoi allenatori. Poi è evidente che quando c’è l’opportunità un consiglio glielo d’ho volentieri. Ma la realtà della Stella Azzurra prevede che sin da giovani i ragazzi si comportino come dei professionisti, con diversi allenamenti nell’arco della stessa giornata, tornei all’estero, tutta una serie di attività psicologiche che riguardano l’attenzione e la velocità di reazione a determinati stimoli. Per cui, gli sto al fianco ma senza influire sul lavoro che fa con il suo club. Ed è giusto così perché altrimenti si ritroverebbe ad avere dei linguaggi completamente differenti. D’estate poi andiamo spesso a fare due tiri al campetto e lo aiuto magari nel migliorare al tiro o in altri particolari. Da questo punto di vista - ha raccontato Andrea Rapini - se io ho avuto mio padre che è stato il mio allenatore privilegiato, io sono per mio figlio più un allenatore di supporto».

Ma c’è qualcosa che vi accomuna tecnicamente? «Vedo una grande somiglianza tra me e mio figlio da un punto di vista di visione della pallacanestro, nel senso di riuscire a capire cosa sta accadendo in campo. E poi nel tiro, anche se sono stato un grande tiratore ma la difesa non era il mio massimo. Mio padre invece era uno che ha fatto del basket anche un modo per fare esperienza. Mi spiego, lui guardava i movimenti dei giocatori americani, per quello che si poteva vedere all’epoca, e si metteva sul campo da solo a provare. Questo lo portava ad essere un grande competente in materia. Io però l’ho sempre ammirato nel ruolo di allenatore, perché al di là del suo stare in panchina con quell’aplomb inglese al contrario degli esagitati che ci sono oggi, riusciva sempre a fare l’intervento giusto al momento giusto. Vuoi una scelta di una sostituzione o il cambio di una difesa. Era uno che sentiva la pallacanestro».

Le maggiori differenze sono soprattutto fisiche, segno di una pallacanestro che è man mano cambiata, che si è evoluta. «Se io rispetto a mio padre sembravo un superman, i giocatori di oggi sono dei superman all’ennesima potenza. Fisicamente sono delle ‘bestie’, come si usa dire nel gergo del basket. Hanno dei fisici spaventosi che gli permettono di correre e saltare, arrivando a schiacciare con due passi e con entrambe le mani. Noi invece sotto questo aspetto facevamo poco lavoro e forse anche male. Ma questo lo dico oggi perché vedo come lavorano i ragazzi, ma ai miei tempi anche quel poco che facevamo mi sembrava tanto. Per fare un esempio, mio padre i pesi non sapeva neanche cosa fossero. Per me invece il lavoro fisico era fare degli squat con 70-80 chili. Oggi invece hanno dei programmi in cui fanno training fisico tutti i giorni più l’allenamento di un’ora e mezza. Diciamo che questo però ha influito su un minor tasso tecnico».

DAL CAMPO alla panchina alla scrivania, Andrea Rapini ha vissuto la pallacanestro a 360° avendo ricoperto addirittura il ruolo di presidente della Lazio. Una vita che oggi gli permette di fare un’accurata valutazione dei diversi punti di vista. «L’argomento non è di facile lettura e non è neppure semplice riassumerlo perché le tematiche sono completamente diverse. Quando sei giocatore devi pensare a quello che è il risultato immediato, dell’annata, forse più a livello personale che di squadra. Da dirigente invece, bisogna avere la grande capacità di vedere il momento e nel contempo cercare di capire cosa bisogna fare per il domani. Poi è necessario sapere con che mansioni e competenze si fa il dirigente o il presidente, perché è importante anche il discorso empatico, ovvero le capacità di influire nel formare il tanto decantato gruppo. Poi sono importanti i rapporti per poter avere i mezzi economici e finanziari per poter portare la società sempre avanti e sempre meglio nel suo percorso di crescita. La visione dell’allenatore forse è quella più complessa, perché deve ottenere dei risultati, avere uno sguardo al futuro per capire quale giocatore gli possa essere utile domani, e nel contempo deve riuscire a non scontentare nessuno. Questo fa sì che debba avere con i giocatori un rapporto logicamente tecnico-tattico, ma anche un legame come fosse un padre. Credo che questo rapporto tra giocatore e allenatore non finisce quando termina l’allenamento, ma nel momento in cui il giocatore non ha più bisogno di lui anche da un punto di vista psicologico. La grossa difficoltà dei tre ruoli è quello di non inficiare la posizione dell’altro. Che il presidente vada a dire all’allenatore cosa bisogna fare credo che sia la cosa peggiore che possa esserci».

Oggi Andrea non ricopre ruoli ufficiali nella pallacanestro, e per questo si limita a seguire il figlio nella sua ancor giovane carriera. Eppure, la sua esperienza cestistica associata alla sua attività lavorativa gli permettono comunque di trovare una scusante per poter fare scuola. «Mi è capitato di fare dei discorsi motivazionali ai ragazzi, perché c’è un parallelo con la mia attività lavorativa. Avendo fatto selezioni, reclutamento e formazione per conto di Banca Mediolanum, il discorso della motivazione per raggiungere un obiettivo è uguale per qualsiasi ambito, tanto lavorativo quanto sportivo. Quindi ho tenuto molto volentieri queste lezioni. Resta comunque un modo per rimanere nell’ambito della pallacanestro, e chissà, magari nella mia seconda vita può darsi anche che ricominci ad allenare. In questo momento però, mi diletto a capire le grosse differenze che ci sono - ha concluso Andrea Rapini - soprattutto dal punto di vista della preparazione fisica da quello che eravamo noi e quello che sono oggi gli atleti».


domenica 4 ottobre 2020

11° Trofeo Irtet e 1° Memorial "Davide Ancilotto". Video integrali di tutte le partite

1° Trofeo Irtet "Davide Ancilotto" cat. U15 Eccellenza

Finale 3°-4° posto

One Team vs Napoli Basket 62-48 (Partita)

Finale 1°-2° posto

Stella Azzurra vs Kioko Caserta 96-69 (Partita)

Semifinali 11° Trofeo Irtet

Gevi Napoli Basket vs Stella Azzurra Roma 85-54 (Partita)

Allianz San Severo vs Virtus Arechi Salerno 87-61 (Partita)

Finale 3°-4° posto

Stella Azzurra Roma vs Virtus Arechi Salerno 99-81 (1°tempo - 2°tempo)

Tabellini
Roma: Thompson Jr. 43, Giordano 11, Visintin 2, Cipolla 2, Ghirlanda, Innocenti, Laster 8, Fokou 5, Menalo 16, Nikolic 4, Thioune 4, Ndzie 4, All. D'Arcangeli.
Salerno: Tortù 8, Gallo 9, De Fabritiis 11, Cardillo 11, Mennella 8, Valentini 25, Di Donato 2, Peluso, D'Amico 2, Dabangdata 5, All. Parrillo.

Finale 1°-2° posto

Gevi Napoli Basket vs Allianz San Severo 104-72 (Partita)

Tabellini
Napoli: Zerini 15, Matera, Iannuzzi 4, Klacar 3, Tolino, Parks 19, Sandri 6, Marini 18, Mayo 9, Uglietti 9, Lombardi 8, Monaldi 13, All. Sacripanti.
San Severo: Mortellaro 9, Antelli 2, Angelucci, Buffo, Contento 3, Pavicevic 2, Di Donato 19, Jones 12, Ikangi 6, Ogide 19, All. Lardo.