domenica 8 febbraio 2026

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

Presidente da pochi mesi della Lega di serie A, il dirigente di Forlì cresciuto nella Nba fa il punto sullo stato del basket italiano

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

«Dobbiamo crescere per ritornare tra i campionati più importanti d’Europa e migliorare per diventare una lega sostenibile. Solo così si possono prendere più rischi per lanciare i giovani, senza la pressione del risultato a tutti i costi. LbaTv è nata in mancanza di offerte adeguate, il prodotto è buono, dobbiamo aumentare il bacino. Bargnani un giovane businessman che sta portando idee nuove. Avrei preferito un tavolo tra Nba, Fiba ed Eurolega»


di Giovanni Bocciero*


Un nuovo capitolo ed una sfida affascinante quella della Lega basket di serie A per Maurizio Gherardini, dirigente di successo ritornato a lavorare in Italia a distanza di quasi vent’anni. Nominato presidente, con questo incarico «è cambiata la prospettiva, qualunque ragionamento va fatto in funzione di 16 associati che hanno determinate esigenze. Ho avuto la fortuna e il privilegio di gestire grandi club, di lavorare nell'Nba, ma ho anche vissuto la vita dentro le istituzioni. So cosa vuol dire pensare nell'interesse di tutte le realtà di un movimento. Sono prospettive differenti, ma mi rendo perfettamente conto del compito».

Dopo l’insediamento, per Gherardini ci sono oneri e onori, soprattutto traguardi ed obiettivi da raggiungere. «In una parola, molto semplice: crescere. Quando venni le prime volte negli uffici della lega, la serie A era un riferimento in Europa. Adesso, per gli addetti ai lavori, nelle valutazioni siamo tra il sesto e il settimo posto a livello europeo. Credo non sia un posto che fotografi adeguatamente il potenziale e la qualità di questa lega. Per cui dobbiamo crescere. Ne abbiamo le possibilità e mi fa piacere percepire il desiderio dei club di voler migliorare».

Maurizio Gherardini
Foto Claudio Degaspari
Ciamillo-Castoria
Di stretta attualità è la situazione di un club, ovvero Trapani, in aperta guerra non solo con la Lba guidata da Gherardini ma anche con la federazione. Argomento parecchio delicato e che le istituzioni cestistiche, come fatto anche tramite comunicati stampa, stanno seguendo con grande attenzione ma sul quale ci si trincera dietro un “no comment” per non impelagarsi in giudizi e affermazioni che magari possano fomentare gli attriti.

«La lega è una società di servizi che deve aiutare e supportare nel miglior modo possibile i propri associati e possibilmente portare anche nuove risorse che possano contribuire a migliorare la sostenibilità di queste realtà. Non è semplice, soprattutto in questi tempi, però lavoriamo giornalmente in tante direzioni, dalla decisione rivoluzionaria di creare una piattaforma OTT di nostra proprietà come LbaTv, ai numeri digitali in grandissimo aumento che però dobbiamo essere bravi a monetizzare adeguatamente».

«Per tutti i club abbiamo messo a disposizione un CRM che studia la realtà delle aziende in modo che una società possa avere dei riferimenti adeguati nella ricerca di risorse sul proprio territorio. E stiamo studiando altri database per sfruttare al massimo la raccolta dati tra abbonati fisici e quelli tv, per avvicinare nuovi sponsor al nostro sport e avere qualcosa di più stimolante da offrire. Vogliamo migliorato il prodotto, e stiamo ragionando sul concetto di sostenibilità per avere un basket che stia in piedi sulle proprie gambe. C’è tanto lavoro, e mi piace pensare che quella classifica che ci vedeva in quella posizione all’inizio dell’anno possa essere pian piano cambiata».

Il riferimento del presidente Lba è alle valutazioni dei siti specializzati che hanno stabilito la serie A fuori dalla top 5 dei campionati europei. «Mi piacerebbe tornare a vedere l’Italia come un riferimento importante del quadro europeo. Ci siamo già mossi per andare a trovare la lega tedesca piuttosto che dialogare con quella francese, proprio perché ci interessa sapere cosa funziona negli altri paesi, cosa non funziona e cosa possiamo eventualmente tramutare in qualcosa di utile per la nostra realtà. È d’aiuto il fatto che le squadre italiane stiano facendo migliori risultati sul campo in Europa, perché anche questo aumenta il peso specifico di una lega».

I risultati europei, i budget investiti, ma anche l’impiantistica e i diritti tv, oggigiorno sono tutti fattori cardini per valutare una lega. E la serie A in mancanza di offerte convincenti ha deciso di lanciare la sua LbaTv, anche se in maniera forse frettolosa. «Sono d’accordo, i tempi sono stati molto brevi. Ho vissuto la fase negoziale dei diritti tv, insieme al presidente uscente Umberto Gandini, che è stato molto bravo a gestire il passaggio. Rendendoci conto che un certo tipo di disponibilità sul mercato per un modo tradizionale di trasmettere il basket non c’era, è prevalso il desiderio di prendere una direzione mai provata prima come la produzione in proprio del prodotto».

Grazie anche all’accordo con Sky, la serie A resta un tabù in chiaro, il canale più veloce per ampliare il pubblico e renderlo più trasversale? «Vediamo quanto bravi siamo a far crescere questo prodotto. Certamente dobbiamo arrivare a un bacino più vasto perché, se vogliamo che la piattaforma diventi anche un modo per i club di avere un ritorno economico, è chiaro ed evidente che non possiamo raggiungere cinque persone ma cinquanta o cinquecento. Al 7-8 agosto dovevamo ancora decidere, quindi è stato un miracolo partire per la Supercoppa. Al di là dei tempi corti, e di alcune cose che vanno ancora sistemate come le app che devono essere autorizzate, è un bel prodotto, dalla qualità delle partite a quella degli speaker. Siamo all’inizio di un percorso, e l’intenzione è quella di farlo diventare un vero canale di basket, dove possano partecipare altri soggetti interessati a sfruttarlo».

Restando in tema comunicazione, per gli addetti ai lavori spesso è difficile ed estenuante intervistare i protagonisti. Sembra quasi che i club vogliano scimmiottare il calcio? «Posso dirti quello che ho visto fino a questo momento. Esiste un regolamento media interno che stiamo riprendendo in mano per valutarne tutti gli aspetti. E siamo esattamente nel cambio del responsabile media, perché il 31 dicembre ha finito Maurizio Bezzecchi ed è arrivato Stefano Valenti. Questo potrebbe essere il momento per guardare insieme questo regolamento, vedere cosa o come può essere cambiato. Ai club sottolineiamo l’importanza che i media hanno nel successo di una lega».

Prossimo evento la Coppa Italia di Torino, con un’aggiunta interessante al programma come le finali della Next Gen Cup. «L’Inalpi Arena è un impianto incredibile con una dimensione che è difficile trovare in Italia. Le tre edizioni precedenti sono state un successo grazie alla grande disponibilità del territorio e delle istituzioni, quindi, è l’ambiente ideale per poter progettare una competizione su più giornate come la Final Eight. Quest’anno non è stato possibile organizzarle insieme alla Lega femminile perché le esigenze di calendario sono troppo differenti. Ma è diventata un’ottima opportunità per migliorare la vetrina della Next Gen. Avremo sicuramente uno showcase importante, daremo ai giovani un palcoscenico molto particolare. Sono convinto che verranno tanti osservatori considerando che il movimento giovanile italiano, e lo hanno dimostrato i risultati questa estate, ha ragazzi interessanti».

Ma come può la serie A permettere ai giovani di esprimersi? «Forse è uno degli interrogativi più importanti in questo momento. Se chiudo gli occhi e penso alla formula magica, ti dico che avere un campionato sostenibile permette di prendere dei rischi. Chi investe nel basket per raggiungere a tutti i costi un risultato, cerca 9,5 volte su 10 di affidarsi a un nome il più possibile di garanzia, cercando di non prendere rischi su un giocatore relativamente troppo giovane o sconosciuto. Vediamo la Germania, campione del mondo, campione d'Europa, giocatori in Nba, giocatori al college, ma soprattutto una lega sostenibile. Le società sono tutte sane, stanno in piedi con le loro gambe. Questo abbassa il panico da risultato e aumenta le possibilità di poter rischiare su un giovane. Anche per spendere la cifra giusta del proprio budget, non solamente per privilegiare l’aspetto tecnico o il talento. Se si potesse alleggerire la pressione del risultato questo aiuterebbe a rischiare sui giovani».

Che tipo di consiglio può dare ad un ragazzo che vuole giocare in Ncaa? «Si fa fatica a dire di non fare questo tipo di esperienza. Hai la possibilità di curare l’aspetto accademico e sportivo, e adesso di guadagnare, impensabile fino a qualche anno fa. Questi tre fattori, messi insieme, rendono un’opportunità del genere troppo attraente. Ma quanti giocatori restano borderline tra Nba e G-League? Credo che ogni club europeo debba studiare questa enorme massa di giocatori che si sta spostando dall’altra parte dell’oceano per cercare di intercettare quelli che possono essere interessanti nella fase di ritorno. Non tutti ce la fanno, a volte con un potenziale inespresso. Pensiamo alla cinquantina di ragazzi italiani che sono al college quest’anno, immagino che fra 2-3 anni comincino a rientrare in Italia e un club deve essere pronto a valutarli per il proprio roster. Diventa molto importante non fare lo scouting tradizionale».

In questa avventura in Lba ha coinvolto anche Andrea Bargnani. Ex giocatori come lui, come Gigi Datome, quanto possono servire al movimento? «Possono essere estremamente importanti. Bargnani è una persona con una testa molto interessante. Si rimane sorpresi nello scoprire i master che ha fatto, o le aziende con cui lavora, o le startup di sua proprietà. È un giovane businessman di successo, e più che la sua esperienza da giocatore ha messo a disposizione quella da imprenditore. Gli piace studiare numeri, bilanci, migliorare gli aspetti del business. In America sarebbe definito ‘not the ordinary player’. Sta portando un mondo di idee, come quello del CRM che è stata una sua iniziativa e che farà bene ai nostri 16 club. Datome è un’altra testa pensante di qualità, può sicuramente aiutare la federazione a crescere, a svilupparsi».

L’Eurolega scricchiola con l’imminente arrivo della Nba in Europa? «Di giorno in giorno c’è sempre una notizia nuova, per questo sarebbe speculare una risposta adesso. L’Eurolega tutto sommato sta andando avanti, e devo dire che quest’anno i numeri saranno anche migliori di quelli che erano stati proiettati. Non ha, però, una dimensione paragonabile alla Nba, che è affascinante programmi uno sbarco in Europa con un format adattato alla realtà europea e nell’interesse di leghe domestiche come la nostra. A gennaio cominciano i colloqui con i club, finché non si entra nella fase più concreta di quella che loro hanno definito di esplorazione, si fa fatica a capire esattamente come potrà evolvere il tutto. Mi sarebbe piaciuto che questo cambiamento storico avesse potuto portare Nba, Fiba ed Eurolega allo stesso tavolo per trovare una win-win situation per tutti, che avrebbe permesso anche di regolamentare il quadro europeo».

A fine stagione è contento se? «C’è stato un proprietario di una società che mi ha detto: “Se in un anno riesci a cambiare una cosa, hai fatto un buon lavoro”. Per cui spero riusciremo a fare una cosa diversa, o a proporre qualcosa di utile. Non è semplice ma abbiamo la voglia. Come diceva il mio ex allenatore Zeljko Obradovic sul segreto per il successo: “Trabaco, trabaco, trabaco”. Non c’è altra soluzione. Quando la Liga Acb cominciò, ricordo che arrivavano dalla Spagna per studiare cosa si faceva negli uffici della Lba, che sembrava inarrivabile. Negli anni non ci siamo evoluti, ma credo che abbiamo il potenziale per migliorare quella classifica». Per concludere altro riferimento alla valutazione dei siti specializzati.

Il profilo di Maurizio Gherardini

Dirigente classe 1955, Gherardini ha iniziato la carriera nella sua Forlì: da giocatore a scout passando per aspirante giornalista e allenatore. Anni formativi in un piccolo club dovendosi interessare un po' di tutto, dal settore giovanile alla segreteria, che l’hanno portato alla epopea vincente con Treviso. Diventato un general manager di successo, è stato membro della commissione Fiba dal 1998 al 2001, e tra i fondatori dell’Eurolega così come la conosciamo. Nel 2006 è vicepresidente dei Toronto Raptors, e quasi contestualmente la federazione canadese l’ha nominato direttore del settore maschile per sette anni. Transitato velocemente per gli Oklahoma City Thunder, nel 2014 il ritorno in Europa per assumere il ruolo di general manager della sezione maschile del Fenerbahce.


* per la rivista Basket Magazine

venerdì 9 gennaio 2026

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

Peterson taglia un traguardo emblematico: ci racconta il suo viaggio tra tante esperienze, di vita, di sport e professionali. Il ricordo commosso di Marco Bonamico e di Mabel Bocchi, la rivalità e il rispetto reciproco con Bianchini e Tanjevic.

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

L’Italia e l’Olimpia Milano erano nel suo destino: nati nello stesso giorno. A stretto contatto con gli emigrati italiani in Cile, è arrivato quasi per caso nel nostro paese per prendere il posto di coach Rollie Massimino alla Virtus Bologna. Da americano d’Italia afferma «il confine cestistico tra Stati Uniti e il resto del mondo si sta assottigliando».


di Giovanni Bocciero*

 

«A 70 anni sono stato omaggiato da La Gazzetta dello Sport; gli 80 li ho festeggiati alla sala Buzzati del gruppo Rcs; per i 90 i miei manager hanno pensato bene di fare un docufilm che raccontasse la mia vita». Un personaggio, in tutti i sensi. Dan Peterson non potrà mai essere semplicemente un allenatore, oppure un telecronista. Poliedrico e sempre sorridente, ironico, il suo arrivo in Italia è stato una finestra aperta sugli Stati Uniti. E ora, tagliato un traguardo così importante, si racconta, spiegando anche come è nata un'iniziativa brillante e doverosa sulla vita del coach, o meglio dell'uomo, che è entrato nella fantasia di tutti gli appassionati del basket italiano anche con frasi ("Amici sportivi", "Mamma butta la pasta") rimaste iconiche.

«Ogni volta mi hanno organizzato qualcosa in più - ha dichiarato il coach -, stavolta si è pensato di fare un docufilm come ce ne sono stati altri su Sandro Gamba e Dino Meneghin. Questa è stata l’idea. Il docufilm ha diversi scopi, e sarà proiettato in 1200 cinema in tutta Italia. Poi per tre anni sarà visibile su Amazon Prime, e allo stesso tempo è disponibile per tutte le società di basket e in generale per le società sportive, perché vogliamo arrivare ai giovani e raggiungere il più ampio pubblico attraverso un’esposizione enorme».

«Ad ogni mio ex giocatore, da Mario Martini a Renato Villalta, Dino Meneghin, Roberto Premier, Vittorio Gallinari, Franco Boselli, hanno chiesto di fare una mia imitazione con una frase cult come ‘amici sportivi’. Il docufilm non è stato un lavoro di grande serietà, ma soprattutto una cosa allegra, fatto con il sorriso, con lo spirito di divertimento. Io sono soltanto l’oggetto del film, che è rilassante, e sono d’accordo sull’idea con la quale è stato realizzato».

Il documentario racconta la vita di Dan Peterson, iniziando ben prima del suo arrivo in Italia avvenuto nel 1973. «Si parla della mia infanzia in America, anche se è un breve flash perché il film è fatto per il pubblico italiano e abbiamo dato importanza agli anni che ho trascorso sia alla Virtus che all’Olimpia. Parliamo anche del Cile, che è stata una tappa importante per me, ma non di tutto perché è stato raccolto troppo materiale. Il regista mi ha spiegato che generalmente per un docufilm si fanno al massimo dieci interviste, lui ne ha fatte 20, e quindi non c’era spazio per tutto».

Quando ha allenato la nazionale cilena, l’Italia era già nel destino del coach. In Sud America infatti, fece amicizia con Renato Raggio, figlio di emigrati liguri e fondatore della Società sportiva italiana di Valparaiso. «Da Valparaiso faceva parte della mia squadra Jorge Ferrari, dal cognome italianissimo. Avevo Lorenzo Pardo, che però era di razza Inca, scuro di carnagione. Ho avuto Oscar Furnoni, ma in generale c’è stata un’importante emigrazione italiana in Cile, molto più che in Argentina. Quella nazionale aveva comunque una grande mescolanza, tra italiani, spagnoli, tedeschi, slavi, e il numero uno di sempre, Juan Guillermo Thompson, cognome inglese ovviamente».

Poi finalmente l’Italia. «Nel ’73 ho capito che poteva esserci la rivoluzione in Cile. Circa un anno prima avevo fatto una tournée negli Stati Uniti: 40 partite in 40 giorni contro squadre di college. Qualche mese dopo ritorno in America per trovare un accordo con un’università per allenare nella stagione successiva. Incontro Chuck Daly, coach del Dream Team del ’92 e all’epoca dell’università della Pennsylvania. Ci conoscevamo per i nostri trascorsi da vice a Michigan State e Duke. È lui che mi propose di allenare in Europa, senza menzionare l’Italia, perché il suo vice allenatore Rollie Massimino aveva firmato un precontratto con la Virtus con clausola d’uscita in caso di ingaggio come capo allenatore in Ncaa. Lo prese Villanova, con cui ha vinto il titolo nell’85, e quindi non andava più a Bologna».

Dopo un susseguirsi di chiamate, tra cui ad un avvocato di New York al quale il coach aveva inviato il curriculum, spunta l’opportunità alla Virtus Bologna, la cui proprietà «aveva promesso di avere un allenatore americano. Ai tempi c’era un solo giocatore straniero, e quello della Virtus era John Fultz, che aveva come avvocato proprio Richard Keenan, a cui avevo mandato il mio curriculum. Il patron Gianluigi Porelli, disperato per aver perso Massimino, si rivolge proprio all’avvocato newyorkese per trovare un altro coach. Keenan mi propone, e il patron risponde “me lo mandi”».

Con Bologna è subito amore. «La Virtus mi manda il biglietto e arrivo dopo quattro giorni. Parlo con Porelli che era un fenomeno, mi offrono tanti di quei soldi che non avevo mai visto. Vedo il palazzo dello sport, bellissimo. Vedo la squadra fare allenamento con il vice allenatore Ettore Zuccheri, un roster di talento, e firmo il contratto». In cinque anni, tra i suoi giocatori alle V nere, c’è anche Marco Bonamico. «Ci ha fatto vincere lo scudetto del ’76, a Varese, con la sua difesa su Bob Morse. Un lottatore, un ‘marine’, uno dei più grandi rimbalzisti che abbia mai allenato. Era in quintetto base per me già a 17 anni, una gioia fare il suo coach. Dava sempre il cento per cento ed era autoironico: “Se porto la testa, sono un giocatore da nazionale; se no, sono forse da serie C”. La sua scomparsa mi ha addolorato».

Una catena di probabilità, una serie di combinazioni che sembrano proprio un film, hanno portato Dan Peterson in Italia. Ma il suo destino era all’Olimpia Milano. Lui che è nato il 9 gennaio del 1936, lo stesso giorno in cui è stato fondato il club meneghino. «Io nasco, loro fondano. Una coincidenza incredibile, le probabilità sono infinite». Arriva a Milano nell’estate del ’78, ma «Cesare Rubini già l’anno prima mi aveva contattato. Poi è Toni Cappellari a chiamarmi, ma fino al termine dei playoff non parlo con nessuno. Finita la stagione, chiedo a Porelli il permesso di parlare con l’Olimpia, e il presidente che era molto sensibile mi ha detto: “Mi dispiace perderti, ma se ti vuole Milano devi andare”».

Siede sulla panchina dell’Olimpia dal ’78 all’87, vince ben otto trofei nazionali ed internazionali, ma al primo anno perde la finale scudetto proprio contro la Virtus. «Ero contento per loro, ma non per me che avevo perso». In quegli anni si è scontrato più volte con Valerio Bianchini e Boscia Tanjevic, due tecnici leggendari. Chi è stato il più difficile da affrontare? «È impossibile dirlo. Ho giocato di più contro Bianchini, ma entrambi sapevano indirizzare la propria squadra, dargli una missione, caricarla emotivamente. Ricordo che Tanjevic venne a sbancare il palasport di San Siro facendo partire in quintetto il suo decimo uomo delle rotazioni».

«Era il coraggio che li accomunava e li distingueva. Tanjevic ha fatto esordire in serie A Nando Gentile ed Enzo Esposito a 15 anni. Bianchini nell’88, a campionato in corso, cambia i due americani ingaggiando Darren Daye e Darwin Cook, e vince lo scudetto con Pesaro. Parliamo di uomini che non avevano paura di niente. Non contemplavano la possibilità di perdere, non faceva parte della loro mentalità. Non ho mai allenato contro due tecnici più bravi di loro ad intuire le scelte giuste da fare durante la partita. Come dicono negli Stati Uniti, a prendere la temperatura della gara. Erano lì per vincere, avevano il coraggio di rischiare, e sapevano leggere alla grande l’andamento della partita. Contro di loro non potevi guadagnare un millimetro di terreno. E con loro due inserisco anche Arnaldo Taurisano e Sandro Gamba, allenatori che facevano una categoria a parte. Delle leggende».

Una pallacanestro d’altri tempi, giocata in maniera diversa ma anche vissuta con un altro tipo di approccio. Anche dal punto di vista della comunicazione. Si diceva sempre quello che si pensava, senza peli sulla lingua, ma con grande rispetto. «Il maestro era Bianchini, ma anche Tanjevic aveva un grande rapporto con la stampa. Bianchini scriveva per Giganti del basket, ragionava come un giornalista, e lo chiamavo l’assassino del sabato sera perché rilasciava le interviste contro di me o Milano il sabato sera. La domenica usciva il giornale e non avevo il tempo per risponderlo perché il giorno stesso dovevamo giocare. Invece Tanjevic andava a ristorante con i giornalisti, beveva qualcosa con loro e magari fumava un sigaro mentre parlavano fino alle sei del mattino. Si faceva amare».

Restando in tema allenatori, ma più di attualità, a Milano ci sono state le dimissioni di Ettore Messina. Una notizia dal grande clamore che ha lasciato sgomenti davvero tanti appassionati non solo dell’Olimpia. «La notizia mi ha preso di sorpresa, anzi, diciamo pure molto di sorpresa. La società ha gestito molto bene questa decisione di Messina, con Peppe Poeta che è pronto per il ruolo. Sfruttando anche la pausa delle nazionali, hanno fatto questo cambio quasi in dolore. Ovvio che la perdita di un allenatore con quel curriculum è uno shock, però tutto è avvenuto in maniera molto professionale, facendo il meglio possibile. Vediamo cosa succede. Ovviamente sono legato a Milano, ma voglio vedere entrambe le squadre italiane andare bene in Eurolega. Anzi, vorrei vedere più squadre italiane giocare nella massima competizione europea. Così come vorrei rivedere anche Roma con una squadra in serie A, chiunque essa sia, basta che si tratti di una formazione romana. Nel basket italiano ci vuole un polo nord e un polo sud, ci vogliono assolutamente Milano e Roma».

Per quanto si è visto all’ultima Olimpiade, il confine tra Stati Uniti ed Europa si sta assottigliando sempre di più. Crede che ormai si sia arrivato ad una sorta di livellamento, o comunque gli Stati Uniti sono sempre un gradino più su? «Vediamo come andrà l’Olimpiade di Los Angeles nel 2028, perché è comodo dimenticare che gli Stati Uniti hanno vinto l’oro a Parigi dopo essere stati anche sotto di 18 punti contro la Serbia nell’ultimo quarto. Poi hanno vinto, ma la vera differenza è che la Serbia ha 7 milioni di abitanti, mentre gli Stati Uniti ne ha 337. Quindi, se la Serbia con 7 milioni di abitanti può sfidare gli Stati Uniti e ridurre il divario, è un segnale. Adesso in Nba vogliono fare un All Star Game fra giocatori americani e non americani, vediamo cosa succede, ma credo che il resto del mondo stia ormai pareggiando il valore, il talento».

Nella carriera di Dan Peterson l’ironia è stata la chiave per superare anche le difficoltà, i momenti negativi. «Non solo l’ironia ma anche l’equilibrio, perché non mi sono mai esaltato troppo per una vittoria e neppure depresso per una sconfitta. E poi non ho mai dimenticato che non sono un genio, sono i giocatori che vanno in campo, sono loro che giocano. Dovevo allenare loro, dovevo allenare la partita, non pensare agli avversari. C’è molto pragmatismo americano in questo concetto».

Un ultimo pensiero va a Mabel Bocchi, un’icona del basket femminile che ci ha lasciato proprio recentemente. «È stata una giocatrice avanti di 50 anni rispetto al basket femminile. Coordinata come una saltatrice di salto in alto, o una farfalla della ginnastica ritmica. Ovviamente una grande atleta, con elevazione, corsa, rapidità, reattività, riflessi. Aggiungiamo un quoziente di intelligenza cestistica straordinaria e una determinazione da leonessa. Il risultato di tutto ciò? La migliore giocatrice italiana di ogni tempo, con tutto il rispetto per Catarina Pollini e Mara Fullin. Bocchi è stata una campionessa nata, lottatrice feroce. E poi era un’atleta completa, poteva giocare in qualsiasi ruolo, forse anche al livello più basso del basket maschile. Faccio fatica a rendermi conto che non ci sia più».


Il parere sulla dibattuta Nba Europe

La futura e ormai prossima Nba Europe non convince del tutto coach Dan Peterson. «Se vogliono venire in Europa per portare via l’Olimpia Milano ed il Real Madrid dall’Eurolega e dai campionati nazionali, non penso che sarà ben accettato dai tifosi. Avevano proposto la Super League nel calcio, e proprio i tifosi hanno fatto un grande baccano per non averla. E poi, vengono per sviluppare i giovani? C’è l’esempio dell’Nba in Cina, dove sono andati a giocare tanti ex giocatore della lega, tutti americani, che prendono tanti se non tutti i tiri, e la nazionale cinese è in caduta».


* per la rivista Basket Magazine