Nell’estate in cui Russell Westbrook si è ufficialmente ritirato mentre Chris Paul ha appeso qualche mese prima le scarpette al chiodo a 40 anni compiuti e dopo venti di onorata carriera, la Nba ha ritrovato un posto per Ben Simmons. All'inizio della sua carriera, l’australiano è stato paragonato a LeBron James e Magic Johnson, e c’era la forte convinzione che potesse diventare il nuovo fenomeno generazionale della lega più famosa del mondo.
E invece, in meno di un
decennio da quando Simmons è stato scelto con la prima chiamata al draft del
2016, è passato dall'essere il potenziale miglior giocatore del mondo, così come
lo descrisse Shaquille O'Neal dopo che l’australiano aveva deciso di giocare
all’università per Louisiana State nel 2015 (ex college di Shaq), a «una
vergogna», come lo ha più volte definito nei talk show sportivi americani il
giornalista ed opinionista Stephen A. Smith.
Un fenomeno generazionale
Ma fermiamoci un attimo e
riavvolgiamo il nastro della vita/carriera di Simmons. Prodigio sin da
giovanissimo, passato per l’accademia australiana che cova i migliori talenti
del paese, nel 2013 si è trasferito insieme a tutta la famiglia negli Stati
Uniti perché si intravedeva un grande potenziale. Si è stabilito in Florida e
frequenta la Montverde Academy, uno dei licei più rinomati d’America. Ci mette
poco ad ambientarsi fuori e soprattutto dentro il campo, dove letteralmente
domina: 28 punti tirando con il 70% dal campo, 11.9 rimbalzi, 4 assist e 2.6 recuperi
di media nell’ultimo campionato con ben 24 doppie doppie.
Dopo qualche trofeo e premio
personale già messo in bacheca, è tempo di scegliere dove andare a giocare al
college. La scelta ricade su Lsu di Baton Rouge (vi dice nulla Saliou Niang?), una decisione quasi scontata
visto che nello staff tecnico c’è il suo padrino. Nonostante avesse la fila
fuori la porta di casa dei più prestigiosi college di tutto lo stato, diventa
un Tiger. Ma è una semplice formalità. Per lui, in realtà, la stagione in Ncaa
è soltanto una perdita di tempo. Avesse potuto, si sarebbe subito dichiarato
per il draft. Non a caso, nel secondo semestre smette di seguire i corsi
scolastici e con la squadra ormai con un piede fuori dalla March Madness decide
di prepararsi soltanto per il salto in Nba.
Lo scelgono i Philadelphia 76ers, convinti
di formare una coppia da capogiro con Joel Embiid. Dopo l’apparizione alla
Summer League di Las Vegas, però, riporta il primo di una lunga serie di
infortuni che ne hanno evidentemente minato la carriera. Durante il training
camp autunnale si frattura il quinto metatarso del piede destro ed è obbligato
a saltare l’intera stagione d’esordio. Si rifà con gli interessi dodici mesi
dopo, abbinando la visione di gioco e la capacità di passaggio di un playmaker
all’abilità nel prendere i rimbalzi di un’ala forte. Per questo, di fronte ai
suoi 2.08 metri d’altezza, s’inizia a parlare di capostipite della
point-forward. Praticamente una nuova specie di giocatore.
Conclude le prime tre partite della
carriera in Nba con la doppia doppia, ed alla quarta confeziona anche la prima
tripla doppia da 21 punti, 12 rimbalzi e 10 assist nella vittoria contro
Detroit. Unici rookie ad esserci riusciti così precocemente: Oscar Robertson
nel 1960 e Art Williams nel 1967. Viene naturalmente convocato per il Rising
Star e si aggiudica il premio di rookie dell’anno grazie alle medie da 15.8
punti, 8.2 assist e 8.1 rimbalzi, che gli permettono di collezionare 12 triple
doppie e chiudere sul podio alle spalle di Westbrook primatista con 25, e
LeBron James con 18. Però c’è una statistica che balza agli occhi, ovvero le
triple tentate: 11. Non in una gara, ma nell’intera stagione regolare.
L’etica del lavoro latita
Nelle stagioni trascorse a
Philadelphia, ovvero quattro, il tiro dalla distanza è stato il suo tallone
d’Achille. Per quanto con la sua destrezza e forza fisica riuscisse ad essere
altamente efficace vicino al ferro, dall’arco non guardava neppure il canestro.
Addirittura coach Brett Brown ha provato a stimolarlo dicendo pubblicamente che
Simmons doveva prendersi almeno una tripla a partita. Visto che nella seconda e
terza stagione i tiri tentati dall’australiano sono stati 6 e 7 in 138 partite
totali, possiamo affermare che il messaggio non sia stato affatto recepito.
Ed è in questi anni che precedono il
2020, che inizia ad aleggiare la convinzione di una scarsa attitudine ed etica
del lavoro da parte dell’atleta. Herb Magee ha allenato alla Thomas
Jefferson University di Division II dal 1967 al 2022, raccogliendo 1.123
vittorie in carriera. Negli Stati Uniti allenatori come Magee sono considerati
dei veri e propri guru, e si è guadagnato il soprannome di ‘shot doctor’.
Proprio per questo più volte in città si è discusso sulla possibilità che
potesse lavorare con Simmons. «Non succederà - aveva risposto
l’allenatore a precisa domanda dei cronisti di Philadelphia -. Brett Brown, di
cui sono diventato amico, mi ha chiesto di farlo e gli ho detto: “Lo farò, ma
devi chiederlo a lui”. Non mi ha mai risposto. Quindi, Ben è il tipo di persona
che non vuole davvero migliorare».
In quelle stagioni sono diversi i
giocatori di grande caratura che indossano la casacca dei Sixers. JJ Redick
sembra che abbia provato a consigliarlo da giocatore veterano qual era, così
come Jimmy Butler che ha cercato in tutti i modi di motivarlo, finendo però per
gettare la spugna. Secondo il giornalista Zach Harper di The Athletic, Butler
era arrivato al punto da «non considerava Simmons un giocatore al suo pari»,
esattamente come Embiid, con il quale l’australiano alla fine sembra
essersi scontrato poco prima di chiedere la trade per cambiare aria.
Sul tiro di Simmons aveva parlato
addirittura Kobe Bryant, che in un’intervista aveva detto: «Deve
migliorare il tiro in sospensione, perché altrimenti se ne pentirà quando la
sua carriera sarà finita. Guardate cosa sta facendo ora, e immaginate se
diventa pericoloso anche al tiro. È sorprendente. Non vorrei ritirarmi,
guardarmi indietro e dire: "Cavolo, se avessi avuto un tiro in
sospensione, cosa avrei fatto?". Quindi non mi interessa se deve chiudersi
in palestra per dieci ore al giorno. Se questo ragazzo riesce a costruirsi un
tiro in sospensione, diventa un problema serio».
Il momento esatto della fine
Non capita spesso di poter
individuare il momento esatto in cui una promettente carriera va letteralmente
a rotoli, ma nel caso di Simmons c’è una data da poter cerchiare in rosso sul
calendario: 20 giugno 2021. Negli ultimi tre minuti della decisiva gara 7 della
semifinale della Eastern Conference, l’australiano si è trovato di fronte alla
possibilità di una facile schiacciata, o comunque un appoggio al vetro, per un
canestro che sarebbe valso il pareggio di Philadelphia contro Atlanta. E
invece, dopo essersi liberato dalla marcatura in post basso di Danilo
Gallinari, Simmons ha passato il pallone al compagno Matisse Thybulle che in
posizione più difficile ha subito fallo.
In 12 partite giocate in quei
playoff, vittoria per 4-1 contro Washington e poi sconfitta per 4-3 con gli
Hawks nonostante la testa di serie numero uno per i Sixers, Simmons ha
realizzato solo 25 dei 73 tiri liberi tentati, il che equivale al 34%. Si
tratta del peggior risultato in una singola post season nella storia della Nba.
L’australiano ha fatto peggio persino di Wilt Chamberlain e Shaquille O’Neal.
Al già scarso tiro dall’arco, si sono aggiunte le difficoltà dalla lunetta che
hanno chiaramente minato la sua fiducia, e questo si è riversato in altri
aspetti del suo gioco.
Con l’amara eliminazione, e viste le
prestazioni molto al di sotto del proprio livello, in conferenza stampa è stato
chiesto a coach Doc Rivers se Ben Simmons fosse un playmaker da squadra per il
titolo. L’allenatore, un po’ tergiversando, ha risposto forse in maniera
schietta: «Non conosco la risposta in questo momento». Quella frase ha fatto sì
che il rapporto tra il giocatore e tutto l’ambiente dei Sixers si deteriorasse
definitivamente.
Il contratto quinquennale da 177
milioni di dollari firmato appena un anno prima con la franchigia di
Philadelphia, lo ha reso incredibilmente ricco ed altrettanto odiato dai
tifosi. Una somma di denaro che l’ha portato ad acquistare una serie di auto di
lusso, dalla
Ferrari 812 Gts alla Bentley Continental Gt W12 personalizzata, passando per la
Rolls-Royce Cullinan e la Porsche 918 Spyder. Per questo per molti
appassionati di basket ha rappresentato l’archetipo di un certo tipo di stella
moderna dell’Nba, ovvero il giocatore che è più interessato a far salire il
livello del proprio conto in banca piuttosto che le sue statistiche.
Dopo un tira e molla durato mesi,
che l’ha visto rifiutarsi di giocare per i Sixers nonostante Rivers abbia
provato a ricucire il rapporto convincendolo a restare, è arrivata la trade con
Brooklyn. Ai Nets l’esperienza è stata pessima. Ha saltato il resto della
stagione 2021/22 per un’ernia alla schiena che lo ha portato a diversi
interventi chirurgici, e a giocare soltanto 90 partite in due anni e mezzo. Un’avventura
poco fortunata con la squadra che gioca al Barclays Center, conclusa col triste
epilogo del taglio avvenuto l'8 febbraio 2025. E pensare che l’estate
precedente, a Tommy Alter del podcast "The Young Man and the Three",
aveva detto di aver quasi deciso di ritirarsi a causa della frustrazione
provata dopo le operazioni alla schiena.
Non è finita finché non è finita
Neppure le 18 gare disputate nel
finale del 2025 con la casacca dei Los Angeles Clippers hanno
riportato l’atleta ad un livello di gioco accettabile. Prima di lasciare
Brooklyn, Simmons si è raccontato in una lunga intervista al sito Haute
Living, toccando temi personali e molto importanti, dagli infortuni alla
depressione e a quanto i social abbiano influito, o influenzato, questo suo
stato d’animo. «Dopo due anni di infortunio e diversi interventi chirurgici
alla schiena, poter scendere in campo ed essere in salute mi dà gioia. Il mio
obiettivo era presentarmi ogni giorno in palestra e allenarmi, e ne sono
grato».
Ritenuto troppo debole per l'Nba,
un atleta rinunciatario, Simmons ha parlato con eloquenza delle sue difficoltà
con la salute mentale, di come la depressione e il peso delle aspettative
abbiano ostacolato il suo sviluppo. Cadono a pennello, in questo senso, le
dichiarazioni di un altro cestista dal passato spesso contestato come JaVale
McGee, che ha affermato come i media e ad esempio le clip di Shaqtin' a Fool
hanno diffuso l'idea sbagliata del giocatore che in realtà è, facendolo
considerare stupido dai tifosi che lo vedevano calcare i parquet.
Le incessanti chiacchiere sulla
carriera dell’australiano, per lo più negative, sono state dannose per il
processo di guarigione. E tutto ciò che lo ha coinvolto e turbato lo hanno
spinto a diventare una persona casalinga. E non solo, perché «non riesco quasi
più ad andare online. Quando sono entrato in Nba, i social media erano
importanti ma di certo non come oggi - ha continuato Simmons -. Ho la
sensazione che le persone siano molto più permissive, e di conseguenza peggiori.
È spaventoso perché è il mondo in cui viviamo. Penso che i commenti che
accompagnano il tutto siano la parte peggiore della lega. A volte non si tratta
di basket in sé, ma del lato commerciale, o delle buffonate che ne conseguono.
Ecco perché non commento molto online: mi si ritorce sempre contro».
Eppure proprio un suo commento aveva fugato dalla possibilità delle insistenti voci di un suo
ritiro, quando ha risposto proprio ad un utente con un secco no. Nonostante un
abboccamento con i New York Knicks che lo avrebbero voluto ingaggiare l'anno scorso, c’è chi a
Philadelphia lo avrebbe rivoluto subito. Il sito web The Liberty Line ha fatto una
vera e propria campagna di convincimento per il suo ritorno, affinché si
completasse quello che aveva iniziato e per chiudere così un cerchio.
Ma la carriera di Simmons ha
vissuto così tante delusioni, che rispetto ad altri giocatori più o meno
sfortunati non è riuscito neppure a trovare sollievo con la nazionale. Non a
caso ha ripetutamente promesso di rappresentare l'Australia ai grandi tornei
per poi ritirarsi all'ultimo minuto. Sembra, infatti, che a distanza di anni nutra
ancora rancore per il 2014, quando si aggregò alla preparazione dei Boomers
prima della Coppa del Mondo per poi essere escluso dalla rosa finale. Anche in
questo contesto è stato scavalcato da Josh Giddey, il play dei Chicago Bulls
che rappresenta il futuro del basket australiano. Simmons un tempo era il
futuro della pallacanestro mondiale, ma oggi sempre più sembra essere soltanto il
passato. Un passato che prometteva tanto e che ha mantenuto solo a singhiozzo.
Ben Simmons è comunque ritornato in pista quest'anno, e a distanza di un anno e mezzo ha calcato nuovamente il parquet con in dosso la casacca dei Sacramento Kings. Forse non la scelta più promettente ed ambiziosa, ma di sicuro quello ritenuta migliore per sé stesso dall'australiano.
Giovanni Bocciero
