giovedì 12 gennaio 2017

La fabbrica dei coach casertani

Tutto cominciò con Franco Marcelletti
Tre allenatori oggi in Serie A, tanti altri che hanno lasciato il segno: ecco come all'ombra di Tanjevic, è nata e si è affermata la dynasty tecnica della JuveCaserta.


di Giovanni Bocciero*

LA JUVECASERTA ha fatto la storia della pallacanestro tricolore con lo scudetto del 1991 che risulta essere ancora oggi l’unico successo al di sotto della Capitale, e centrato con un gruppo del tutto autoctono dai tecnici ai giocatori. Proprio da quella formazione è nata un’autentica scuola casertana di allenatori, con Franco Marcelletti che ha vestito i panni del capostipite infondendo dettami tattici, tecnici ed organizzativi oltre all’indubbia passione, ad assistenti ed atleti. Adesso sono alla ribalta delle cronache i vari Sandro Dell’Agnello, Gennaro Di Carlo e Vincenzo Esposito, che stanno facendo davvero bene rispettivamente a Caserta, Capo d’Orlando e Pistoia, ma è doveroso ricordare tanti altri protagonisti che sono stati seduti su delle panchine della massima serie come Maurizio Bartocci e Nando Gentile, oltre a Giacomo Leonetti che è stato formatore a livello nazionale, Cristiano Fazzi e Luigi Corvo che hanno allenato nelle minors, e tanti altri che invece hanno ripiegato su piccole società pur di tenere vivo il personale rapporto con la pallacanestro, come Giacomantonio Tufano e Sergio Donadoni.
MARCELLETTI: "QUANDO IL BASKET DIVENTA MATERIA
DI VITA E SPORT CITTADINO PRODUCE
ALLENATORI E ATLETI DI GRANDE LIVELLO"
«Si è creata questa vera e propria scuola - ha esordito Marcelletti - e la testimonianza è che in una realtà come Caserta, quando il basket diventa una materia di vita e lo sport cittadino, questa produce giocatori, allenatori che a loro volta hanno svezzato altri giovani che sono poi diventati atleti di alto livello, ma anche dirigenti come Gino Guastaferro che ormai svolge questo ruolo in maniera professionistica. Questo è il grande merito di una città come Caserta». Adesso sotto la lente d’ingrandimento ci sono Esposito e Dell’Agnello, nei quali lo storico coach del tricolore vede «dal punto di vista caratteriale certamente il loro modo di allenare assomiglia moltissimo a quel gruppo meraviglioso che ha vinto lo scudetto. Da giocatori erano accomunati dal fatto di non mollare mai, di non trovare alibi nei momenti di difficoltà bensì il modo per superarli. Ad esempio Esposito in quel di Pistoia, con un roster totalmente rinnovato ed anche più debole di quello della passata stagione, sta dimostrando con il lavoro di superare la partenza difficile che ha avuto. Dell’Agnello invece sta facendo un campionato davvero di altissimo livello dopo tutte le difficoltà affrontate l’anno scorso. Questa caratteristica di sapersi adattare alla realtà nella quale vivono, e di provare a costruire con il lavoro in palestra senza attaccarsi a nessun tipo di scusa, è sicuramente ciò che maggiormente li identifica».
Ma qual è il segreto che ha permesso di dare vita a questa vera e propria scuola casertana? «Quello era un gruppo, una generazione, un periodo in cui tutti quei ragazzi vivevano la pallacanestro a 360° - ha rivelato ancora Marcelletti -. Oltre al ruolo che ricoprivano in quegli anni, che era evidentemente quello dell’atleta, vuoi della prima squadra o del settore giovanile, c’era alla base di tutto un amore sconfinato per questo sport, una passione che non morirà mai, che non ci abbandonerà e che avremo sempre dentro. E questo ci porta, tutti insieme, ad informarci, a vedere le partite, ad allenare. La spinta principale è dunque data da questi due fattori: l’amore e la passione». Aggettivi questi che, ai giorni nostri, sono sempre meno conosciuti perché «l’avvento del cosiddetto professionismo ha indubbiamente rovinato il romanticismo di questo sport - ha continuato l’esperto tecnico -. Giusto per fare un esempio, io oggi faccio fatica a trovare a Verona degli assistenti per il settore giovanile, e mi capita di imbattermi in persone che non hanno l’umiltà, il tempo e la voglia di imparare. Ai miei tempi uscivo di casa alle tre del pomeriggio e vi ritornavo alle dieci di sera dopo aver allenato tanti gruppi giovanili dal minibasket agli allievi, e non mi lamentavo».
MARCELLETTI: "ALLA BASE C'È L'AMORE E LA PASSIONE
PER QUESTO SPORT CHE IN QUELLA GRANDE SQUADRA
ERANO SENTIMENTI COMUNI A TUTTI NOI".
Tanti sono stati i giovani allenatori cresciuti all’ombra di Marcelletti, e diversi sono quelli arrivati ad allenare sino in massima serie. Ma qualcuno poteva mai credere anni addietro che ci sarebbero stati tre coach casertani, seppur uno d’adozione, contemporaneamente in Serie A? «Visto il livello che hanno raggiunto direi proprio che non me lo sarei aspettato - ha commentato l’allora direttore sportivo della JuveCaserta Giancarlo Sarti -, e va dato merito di questo soprattutto a Marcelletti che, lavorando sia in prima squadra che con il settore giovanile, ha fatto un grande lavoro con questi ragazzi. Si è trattata comunque di una crescita che ha coinvolto tutti, sono state fatte delle cose magnifiche che ci possono soltanto riempire d’orgoglio. Dell’Agnello, Esposito e Di Carlo sono delle grandissime sorprese, e stanno facendo senza dubbio un ottimo lavoro. Loro, ma in generale tutti quelli transitati per Caserta in quegli anni, hanno assimilato certamente qualcosa dalle varie esperienze avute con Franco, perché già solo stare a bordo campo ed ascoltare, guardare, rappresentava una lezione di basket. Pian piano sono maturati come allenatori, mettendo in atto ciò che hanno imparato per fare cose superbe».
Ma quanto ha influenzato nelle carriere di Gennaro Di Carlo, Vincenzo Esposito e Sandro Dell’Agnello il tecnico casertano per eccellenza? «Coach Marcelletti è stato per me un modello di allenatore - ha dichiarato Di Carlo -, non fosse altro perché lui era il tecnico della squadra dei miei sogni. Era il coach ideale, dal quale ho imparato che il capo allenatore non si deve interessare solo della prima squadra ma anche di tutta la struttura tecnica e societaria del club. Spesso lo si trovava a vedere gli allenamenti delle giovanili, allenare i vari gruppi a fine campionato, parlare e correggere gli istruttori. Un vero e proprio modello al quale io ho sempre fatto riferimento». «Franco mi ha influenzato tantissimo nel corso della mia carriera da allenatore - ha commentato Esposito -, perché l’ho avuto sin da quando giocavo nelle giovanili e dunque mi ha lasciato un segno davvero molto forte in tutto ciò che riguarda la pallacanestro». «I metodi di allenamento di Marcelletti hanno inciso molto in me - ha dichiarato Dell’Agnello -, perché è stato il tecnico che ho avuto per più anni quando ero giocatore, prima a Caserta e poi a Reggio Emilia. Da lui credo di aver appreso molto, essendo sicuramente uno dei migliori allenatori italiani».
SARTI: "NON MI ASPETTAVO CHE ARRIVASSERO COSÌ IN ALTO.
MERITO DI MARCELLETTI CHE FECE UN LAVORO ECCEZZIONALE
ANCHE CON LE GIOVANILI".

DI CARLO: "MARCELLETTI IL MIO MODELLO DI COACH".
ESPOSITO: "MI HA LASCIATO UN SEGNO MOLTO FORTE".
DELL'AGNELLO: "DA LUI HO APPRESO MOLTO".
E cosa invece hanno davvero emulato nel modo di allenare? «Marcelletti trasferiva tutta la sua grande passione, e soprattutto una sfida continua che alimentava nei confronti di quelle che erano considerate le squadre più forti dell’epoca - ha chiosato Di Carlo -, che si traduceva nell’abilità di dimostrare che eravamo sempre capaci di competere. Questa mentalità che si aveva a Caserta ho cercato di farla mia». «Sicuramente il lavoro quotidiano e la cura per i dettagli è una delle caratteristiche principali che lo distinguevano. Forse - ha continuato Esposito - anche in maniera piuttosto esagerata, ma è l’unico modo per tirare fuori, da giocatori normali, quel qualcosa in più che permette ad un atleta piccolo di sentirsi più alto». «Tutti e due, lui quando mi allenava e io quando giocavo, e adesso che io alleno - ha dichiarato Dell’Agnello -, abbiamo sempre avuto una smisurata ambizione di vincere sempre e comunque, chiunque fosse il nostro avversario».
Un pensiero particolare Marcelletti lo ha dedicato a Gentile, suo braccio armato sul parquet: «Nando sicuramente poteva ancora ricoprire un ruolo da head coach - ha chiosato il tecnico -, e sono convinto che possiede tutti gli strumenti per poter continuare a fare l’allenatore ad altissimo livello. Però, pur senza mettere alcun limite e considerando che oggi svolge un ruolo molto importante come responsabile del settore giovanile di Milano, il tornare ad allenare è una volontà che spetta unicamente a lui». L’ex playmaker della JuveCaserta si sente comunque assolutamente un figlio «di quella scuola casertana della quale Marcelletti è stato il primo, così come Virginio Bernardi. La caratteristica principale era che fossero tutti casertani, cresciuti in una società che puntava molto sui giovani e sugli istruttori del vivaio, e oggi fa indubbiamente piacere vedere tanti allenatori cresciuti in quell’ambiente allenare in massima serie». Cosa intravede nel lavoro dei suoi ex compagni? «Premesso che ognuno interpreta la pallacanestro in modo soggettivo, quello che maggiormente si nota è che tutti cercano di trasmettere il proprio carattere alla squadra. Questa impronta caratteriale, molto forte, fa sì che i giocatori assomiglino ai loro allenatori in tanti piccoli gesti». Cosa invece ha appreso, e messo in pratica quando allenava, Gentile da Marcelletti? «Più che la tecnica ho sempre cercato di ripetere il modo di gestire le cose che aveva Franco. Si tratta di quelle piccole sfumature del mestiere dell’allenatore, come gestire particolari situazioni e fasi di gioco, gestire il gruppo e il singolo, come rapportarsi con gli altri, tutte cose in cui lui è stato un maestro». Ma tornerà ad allenare? «Non credo».


Leggi anche gli approfondimenti di seguito...

- RADICI


- MENTALITÀ


- OSCAR






*per la rivista BASKET MAGAZINE

E Caserta ha riabbracciato Oscar "cittadino onorario"

E Caserta ha riabbracciato Oscar "cittadino onorario"


di Giovanni Bocciero*


CASERTA - Oscar Schmidt è ritornato nella città, nel palazzetto in cui ha scritto pagine leggendarie della sua carriera, della sua storia, della Caserta cestistica e non solo. Adesso è anche a tutti gli effetti casertano doc dopo aver ricevuto la cittadinanza onoraria dal consiglio comunale, ma non abbiamo dubbi che in cuor suo già si sentiva tale.
OSCAR MENTRE HA RICEVUTO LA CITTADINANZA ONORARIA
(FOTO ELVIO IODICE)
Non a caso nel discorso che ha tenuto dinanzi al PalaMaggiò non gremito ma piuttosto commosso ha sottolineato di essere tornato a casa, tredici anni dopo quell’8 dicembre 2003, quando tenne la partita di addio alla pallacanestro giocata. Lui che è il bomber assoluto di questo sport, con oltre 49.700 punti segnati - nessuno come lui -, e che ha saputo vincere la partita più importante contro il cancro, è un vero e proprio simbolo di vita. Si è commosso tanto per l’affetto ricevuto al suo ritorno, è andato sotto la curva per ringraziare i tifosi come quando lo faceva dopo una vittoria negli anni ’80, ed ha versato quelle lacrime facendo trasparire tutta quella umanità che ne hanno distinto la sua vita. La partita della JuveCaserta contro Pesaro è quasi - e forse giustamente - passata in secondo piano, perché dopotutto la Mao Santa è tornata in città, e meritava tutta l’attenzione del caso. Oscar ha ricordato e ringraziato il Cavaliere Giovanni Maggiò e coach Boscia Tanjevic - presente per l’occasione - che lo hanno scelto e portato a Caserta quando la squadra era in A2. Scelta che non si è pentito di aver preso, perché “nella città vicino Napoli” è diventato un idolo indiscusso.




* per la rivista BASKET MAGAZINE

La mentalità di Franco Marcelletti

Bartocci: "Pensando al futuro cambiò il modo di lavorare puntando sui fondamentali"



di Giovanni Bocciero*


CASERTA - L’ambiente è stato folgorato da quella mentalità. Tra i testimoni vi è coach Maurizio Bartocci: «Con Marcelletti, e prima ancora con Tanjevic, iniziò una fase storica in cui si ebbe un cambio completo di mentalità nel lavorare sui giovani casertani - ha dichiarato l’assistente ai tempi dello scudetto -. Si pensava a lavorare in proiezione futura e non in base al risultato fine a sé stesso. Marcelletti, lavorando anche come assistente in prima squadra, fu colui che con grande energia trasferì questo concetto a tutti noi. Comprendemmo che insegnare ad eseguire uno schema serviva a ben poco se prima non si insegnavano i fondamentali del basket, e quindi palleggiare, passare, tirare. E grazie a questo impatto si creò quella che era la scuola casertana come ce ne furono tante altre negli anni ‘80, al pari di quella virtussina o canturina». Si vedeva già che i protagonisti della JuveCaserta tricolore avevano la stoffa per diventare allenatori? «Sì, perché quel gruppo era fantastico. Gentile aveva sempre un grande approccio mentale alle partite - ha risposto Bartocci -; Esposito invece era un giocatore spettacolare e di talento; mentre Dell’Agnello aveva il carattere che lo faceva apparire come un giocatore energico e d’impatto. E queste sono le piccole caratteristiche che ritroviamo anche nel modo di giocare delle rispettive squadre».
IL PALAMAGGIO'
Esponenti di spicco del tifo casertano riscontrano «nella nascita della pallacanestro a Caserta un vero orgoglio per la città - ha dichiarato l’artista Fausto Mesolella -. Le emozioni che provavo all’epoca erano di natura campanilistica perché Marcelletti era un amico, ma adesso rivivo emozioni molto simili con Dell’Agnello. Questo parallelismo emotivo che accompagna i due allenatori, artefici dello scudetto, è incredibile». Una casertanità esportata in tutta Italia. «Non mi sarei mai aspettato tanti allenatori provenienti da Caserta allenare in Serie A, e men che meno dall’ossatura di quella squadra. Non lo immaginavo soprattutto perché spesso chi è stato un grande atleta è un po’ restio ad intraprendere una tale carriera. Ma dati i risultati che stanno avendo, questo conferma che quella era una cellula molto produttiva che Tanjevic prima e Marcelletti poi impressero alla città. Città e basket che sono legati tra di loro - ha concluso l’artista promotore quest’anno dell’associazione dei tifosi - in virtù anche della storia imprenditoriale scritta dalla famiglia Maggiò con la costruzione del palazzetto che fu per tutti un miracolo».




* per la rivista BASKET MAGAZINE

Le radici della scuola casertana

Tanjevic: 'Gettammo le basi di un progetto che durasse'


di Giovanni Bocciero*


CASERTA - La scuola casertana di allenatori affonda radici ben prima all’ascesa di Marcelletti. «Credo che Franco sia figlio di Boscia Tanjevic - ha commentato Di Carlo -, che fece compiere il salto di qualità alla squadra. Il primo discepolo di quella mentalità fu realmente lui, e tutti noi che portiamo queste stimate, di cui io credo di essere l’ultimo erede, possiamo considerarci a nostra volta suoi figli».
Dunque si può considerare Marcelletti discepolo e maestro allo stesso tempo. E di conseguenza l’impronta che ha distinto la scuola casertana nel corso del tempo la si può far risalire all’hall of famer Tanjevic. «Con molta modestia credo che le basi di questa scuola casertana siano state gettate proprio negli anni in cui ho militato a Caserta - ha esordito il tecnico slavo -, nei quali si è deciso di puntare con decisione su di un progetto duraturo nel tempo. I vari Dell’Agnello, Esposito, Gentile, hanno iniziato da giocatori formandosi prima con me e poi con Marcelletti che ha proseguito in quel progetto. Gli abbiamo trasmesso indubbiamente qualcosa che gli ha permesso di emergere anche in questo ruolo».
BOSCIA TANJEVIC (FOTO BASKETNET.IT)
Ma cosa intravede Tanjevic nei suoi ex giocatori che li accomuna tutti a questa scuola? «Nel guardare le loro squadre giocare si vede una pallacanestro sensata. Si vede tantissimo in tutti loro questa somiglianza al modo di pensare, di scegliere i giocatori, di condurre la squadra, di comandarli, insomma la “mano del coach” che ha caratterizzato quei fantastici anni a Caserta. L’arte del comando - ha sottolineato il coach - è la cosa principale, ovvero essere capaci di guidare un gruppo di gente diversa, che deve pensare e sognare insieme. Questa è la caratteristica che accomuna me, Marcelletti, e tutti gli altri che facevano parte del nostro entourage».
Marcelletti ha comunque iniziato molto prima a svolgere il ruolo di allenatore, insieme all’amico e collega Virginio Bernardi, apprendendo ed ispirandosi anche ad altri modelli di coach. «Fin quando nessuno dei due era un allenatore affermato abbiamo spesso lavorano insieme alla JuveCaserta, dove allenavamo le giovanili. Ci confrontavamo, parlavamo, addirittura litigavamo quotidianamente della pallacanestro - ha raccontato il procuratore -. Prima dell’arrivo di Tanjevic e ancor prima di quello di Giovanni Gavagnin, che è stato il primo maestro di basket giunto a Caserta, ci siamo ispirati a due tecnici che non hanno avuto fama nazionale, ovvero i maddalonesi Ninotto Iodice e Guido Napolitano, oltre all’allenatore casertano per eccellenza che era Romano Piccolo. Successivamente a Napoli era passato un giocatore che era poi diventato allenatore, tale Miles Aiken, che aveva tante cose originali nei suoi allenamenti che io e Franco incuriositi andavamo a vedere rubando tempo all’università. Poi le nostre strade si sono divise, dato che lui è rimasto a Caserta sino alla vittoria dello scudetto mentre io già avevo guidato Desio e Brescia in Serie A. Le storie sono state parallele ma mai si sono intersecate, anche se l’amicizia e la stima non sono mai scomparse».
Questo viaggio raccontato da Bernardi fa capire ancor meglio l’inizio di questa scuola, mutata di certo nel tempo perché «onestamente dal punto di vista tecnico rivedo ben poco. Oggi si gioca un basket diverso, con spaziature e collaborazioni tra due o tre giocatori; prima invece si guardava alla precisione degli schemi in cui tutti fossero partecipi. Nel modo di gestire squadra e partita c’è sicuramente una matrice meridionalistica in Esposito e Di Carlo - ha riflettuto Bernardi -, nel senso che anche dopo un litigio forte basta una parola per tornare amici. Dell’Agnello è invece un po’ più freddo, però essendo stato un grande atleta riesce a stare nella testa dei suoi giocatori e capire un attimo prima cosa stanno pensando. Un allenatore che è nato allenatore, come Di Carlo, pensa subito ad una soluzione di natura tecnica e arriva a capire i giocatori un secondo dopo. Dell’Agnello ed Esposito oggi pensano con una doppia visione».




*per la rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 5 gennaio 2017

Markelle Fultz, da riserva a futura star NBA

Markelle Fultz, da riserva a futura star NBA



di Giovanni Bocciero*



È uno dei prospetti più chiacchierati del college basketball, un freshman che ha attirato le attenzioni di tifosi, tecnici e scout, in perenne confronto con Lonzo Ball di UCLA su quale sia la migliore point guard in vista del prossimo draft. Sì, stiamo parlando di Markelle Fultz, il playmaker dei Washington Huskies che sta stuzzicando le fantasie di molti addetti ai lavori a suon di prestazioni tali che per qualcuno potrebbero portarlo fino alla prima scelta assoluta del prossimo draft.
Tutto è partito dall’altra parte dell’America, a Washington D.C. città natale di Fultz che però poi ha frequentato la DeMatha Catholic di Upper Marlboro, stato del Maryland, ovvero uno dei licei con il programma cestistico più prestigioso di tutto il paese. Nei primi due anni da liceale, Fultz era confinato nella squadra della junior varsity, praticamente quella delle riserve.
Markelle Fultz – Washington
Il primo a parlare di lui fu Jide Sodipo, uno scout di Baltimora, che notò l’incredibile sviluppo di Fultz e avvisò diversi addetti ai lavori, compreso l’assistant coach di Washington, Raphael Chillious. Casi della vita, Chillious era un vecchio amico di Mike Jones, il tecnico di DeMatha, e approfittò dell’occasione per osservare da vicino una partita della junior varsity. Fu amore a prima vista. Il vice di Washington chiamò al volo l’head coach degli Huskies, Lorenzo Romar, e gli disse: “If this 5’9” kid grows, he might be an NBA All-Star». E da lì cominciò un asfissiante corteggiamento coronato dal reclutamento di una lottery pick Nba.

Una partenza dal basso

Giocare tra le riserve è stata chiaramente un’esperienza che ha formato Fultz, che gli ha permesso di plasmarsi e diventare il giocatore che è adesso. I miglioramenti sono stati quotidiani e l’8 dicembre 2015 contribuì con 23 punti e 6 assist alla vittoria per 65-56 di DeMatha contro St. Vincent-St. Mary’s al Chicago Elite Classic. Quella fu la sua definitiva consacrazione a livello nazionale. La sua reazione?: “There’s definitely a fire in my body telling me to work hard. It’s always good to see what people think but you got to work hard to get what you want”, con la faccia seria e lo sguardo che puntava ben oltre l’orizzonte. Mancava solo la musica di sottofondo.
Di fatto, però, in soli due anni il ragazzo è passato dal giocare nel junior varsity team all’essere un prospetto five-star, oltre a crescere in altezza di quasi 20 centimetri (ora è 1.94), elemento che per chi vuole giocare tra i pro non è da sottovalutare. “Qualcuno potrebbe dire che quella dei coach non è stata la scelta giusta – disse scherzando coach Mike Jones in quella occasione – ma abbiamo tutti pensato che farlo giocare con le riserve fosse la cosa migliore per la sua crescita. E lui l’ha accettata e siamo tutti molto orgogliosi di come abbia lavorato”.

The decision

Una delle cose che colpisce del ragazzo è che, nonostante l’indubbio talento, fa trasparire un’ ingenua quanto spontanea umiltà. Non a caso in occasione della prestigiosa convocazione al McDonald’s All-American Game dell’aprile scorso ci tenne a sottolineare che quel traguardo era riuscito a raggiungerlo grazie “ai miei compagni che mi hanno aiutato ogni giorno in allenamento”. Potrebbero sembrare parole stereotipate, ma non è così. Ad esempio prima di scegliere di giocare per Washington – a discapito delle varie Kentucky, North Carolina, Louisville, Kansas, Maryland e ben altre 18 università tutte in fila per lui e pronte ad offrirgli la borsa di studio – dichiarava in merito a tutte le attenzioni che stava ricevendo “it really shows that hard work pays off”. Alla fine, però, ha optato per gli Huskies,  una scelta dettata dal desiderio di farsi strada in un ateneo dove non sarebbe stato soltanto l’ennesimo gioiello della collezione, ma dove avrebbe potuto dimostrare le sue capacità e mettersi in mostra.

Quella parabola perfetta

Fultz al campus di Seattle è diventato immediatamente una celebrità, e quando lo si guarda giocare sono due le cose che balzano subito agli occhi: la fluidità di gioco e la grande intelligenza, qualità che abbinate a un fisico ben strutturato e a braccia lunghe lo rendono un potenziale fenomeno. Il giovane degli Huskies è il prototipo del playmaker odierno, di quelli cioè con grandi capacità realizzative, le cosiddette combo-guard. Il suo tiro dalla media-lunga distanza è micidiale con il pallone che parte dalle sue mani e va a tracciare una parabola che a volte sembra telecomandata.
Rilascio e parabola sono il frutto di tanto duro lavoro in sedute individuali, così come testimoniato dal documentario ad episodi realizzato da Capitol Hoops ed intitolato “My Life“, facilmente reperibile su YouTube. Quello che piace agli scout è che il tiro non è l’unica peculiarità di Markelle, che invece è capace di creare sia per sé che per i compagni oltre ad avere una certa attitudine anche nella metà campo difensiva. Atletismo, dinamismo, taglia fisica, pick and roll, primo passo fulmineo, visione, ball-handling, catch and shot, sono soltanto alcune skills che rientrano nel suo bagaglio.

Un giocatore completo

Il playmaker classe 1998 è stato “overlooked” per molto tempo dagli addetti ai lavori, tant’è vero che soltanto questa estate ha avuto la sua prima esperienza con le nazionali giovanili statunitensi in occasione dei Fiba Americas Under 18 che si sono disputati in Cile. Com’è andata l’esperienza di Fultz con la Nazionale Usa? Oltre alla medaglia d’oro, Markelle è stato votato MVP della manifestazione, nella quale ha viaggiato alla media di 13.8 punti, 5.2 assist, 4 rimbalzi e 3.2 recuperi, mettendo in mostra tutta la sua versatilità.
Ed ecco un’altra caratteristica di Fultz, quella di essere un all-around di razza che quest’anno al college ha registrato le medie di 22 punti, 6.2 rimbalzi, 6.3 assist, 1.8 recuperi e 1.3 stoppate nelle prime 12 partite della stagione e in ben 8 di queste 12 è riuscito a riempire tutte le caselle delle statistiche, tirando con un complessivo il 50,5% dal campo (e un impressionante 46.8% da 3). Secondo DraftExpress, i suoi punti di forza sono la scoring versatility, la playmaking ability ed il defensive potential, che vanno a definire la completezza del ragazzo.

Predicatore nel deserto

E pensare che Fultz, che talvolta sembra una macchina offensiva non arginabile, non disdegna nemmeno la parte difensiva, come invece talvolta accade ai giovani talenti. Anzi ha un concetto piuttosto chiaro della difesa: “Mi piace difendere, sento che posso difendere su molte posizioni e voglio essere in grado di fare qualsiasi cosa per aiutare la mia squadra”.

Quindi Washington squadra da titolo Ncaa? No, non ci va manco vicini. Il problema è proprio che il nativo di Washington D.C. predica un po’ nel deserto, data la povertà di talento ma soprattutto di esperienza del roster degli Huskies (è la sesta squadra più “giovane” del college). Ovvio che se questo contesto fa emergere i pregi di Fultz (come voleva lui stesso), fa anche sì che vengano a galla in maniera più evidente i suoi punti deboli, dato che per esempio nell’arco della partita soffre di cali di concentrazione. La morale è che le vittorie scarseggiano (la squadra è 7-7) e i problemi di chimica son lì da vedere, come ha in qualche modo confermato lo stesso Fultz dopo la sconfitta rimediata contro TCU: “Devo passare bene la palla e i miei compagni ogni tanto devono venirmi incontro. E’ uno sforzo che dobbiamo fare tutti ed è qualcosa su cui dobbiamo lavorare”.
Resta il rammarico pensando a dove sarebbe potuta arrivare Washington se Marquese Chriss e Dejounte Murray non avessero deciso un po’ a sorpresa di lasciare la squadra dopo un solo anno per andare in Nba. Molto probabilmente con Fultz accadrà lo stesso ma almeno per un anno potremo goderci il suo talento nel college basketball.

Con l’esplosione di Markelle Fultz sono iniziati anche le comparazioni con stelle e fenomeni dell’NBA e l’NCAA. Allora ci siamo permessi di fare una valutazione, neppure troppo analitica, con campioni professionistici affermati e soprattutto le ultime scelte al draft che gli assomigliano sotto l’aspetto puramente fisico e tecnico per cercare di avvalorare la tesi che può aspirare alla pick number one. Ricordando che proprio come lui, anche il miglior giocatore della storia di questo sport, scelto più o meno all’unanimità, fu scartato all’high school ed inserito soltanto nel junior varsity team prima di diventare leggenda.

Atleta
Altezza
Media assist
Media perse
Rapporto A/P
Markelle Fultz
6’4”
6.3
2.9
2.17
James Harden
6’5”
3.2
2.6
1.23
Russell Westbrook
6’3”
4.3
2.5
1.72
John Wall
6’4”
6.5
4.0
1.62
Steph Curry
6’3”
2.9
2.6
1.11
Kyrie Irving
6’3”
4.3
2.5
1.72
Dante Exum (5°- ‘14)
6’6”
3.7
2.3
1.61
Elfrid Payton (10°-‘14)
6’4”
3.0
3.0
1.00
D’Angelo Russell (2°-‘15)
6’5”
5.0
2.9
1.72
Emmanuel Mudiay (7°-‘15)
6’5”
5.9
2.8
2.10
Kris Dunn (5°-‘16)
6’4”
3.2
1.9
1.68




* per BASKETBALLNCAA --- Link in lingua inglese

venerdì 16 dicembre 2016

Il futsal all’Università: progetto sulla Supercoppa a Tor Vergata

Il futsal all’Università: progetto sulla Supercoppa a Tor Vergata


Il futsal finisce all’Università Tor Vergata. La diretta multimediale della Supercoppa Italiana, giocata il 9 novembre a Teramo tra Real Rieti e Pescara (e vinta dagli abruzzesi), autoprodotta dalla Divisione Calcio a cinque e distribuita da PMG s.r.l. (Pulse Media Group), ha raggiunto 388 mila persone ed è diventata oggetto di studio di un progetto universitario.
Giovanni Bocciero e Silvia Aldi, ragazzi che frequentano un master in Marketing e Management dello Sport all’Università Roma Tor Vergata, hanno presentato il progetto di comunicazione e crossmedialità nel futsal, nell’ambito della ricerca voluta da Marcel Vulpis, direttore di Sporteconomy. “Abbiamo diviso il lavoro in tre parti, confontando la diretta multimediale della gara con altri esperimenti, come la NFL su Twitter, Wimbledon o altri progetti multimediali che sta facendo la FIBA - dice Bocciero -. Abbiamo controllato gli spettatori attuali del match nei vari momenti della gara, lavorando su un campione. Quasi il 75% di loro ha visto la gara dallo smartphone e il 65% stava guardando solo la partita. Qualche altro ha coniugato la visione della Supercoppa con una Fiction, un film o un documentario”.
L’evento, secondo lo studio, ha scaturito effetti positivi sulla pagina Facebook della Divisione. “Nei 4 giorni successivi alla diretta sono aumentati i “mi piace” sulla pagina, per una media di 44 a post. Poi abbiamo continuato lo studio studiando la comunicazione sui Social di due società di Serie A, come Lollo Caffè Napoli e Axed Group Latina”. Un’idea singolare, che nasce quasi per caso. “Ho visto dal vivo una sola gara di futsal, la semifinale dell’Europeo 2003 vinto dall’Italia - continua Bocciero -. Silvia, invece, è di Latina e segue l’Axed Group”.

Cliccando qui si può andare al link ufficiale!

mercoledì 7 dicembre 2016

Dall'High School alla NBA: la discussione si fa rovente

Dall’High School alla NBA: la discussione si fa rovente
Bandito dal commissioner David Stern nel 2005, bollato di razzismo, Adam Silver vuole limitare ancora di più il “salto”


di Giovanni Bocciero*

Da Reggie Harding nel 1962, passando per Haywood, Malone
e fino a Dawkins, tanti casi scottanti. Nella foto Ben Simmons.
Il sistema NCAA è stato più volte messo in discussione negli ultimi anni. Le maggiori critiche sono state mosse proprio dai giocatori, non ultimo la prima scelta assoluta del draft 2016 Ben Simmons. Il talento australiano ha ribadito come l’obbligo di fare un anno al college non serva a nulla per quegli atleti che vorrebbero in realtà compiere il grande salto in NBA direttamente dall’high school. Ma analizziamo nel dettaglio questo spinoso argomento.

PRIMI CASI. Il primo giocatore ad essere stato chiamato al draft senza passare per il college fu Reggie Harding nel 1962. A sceglierlo furono i Detroit Pistons ma non scese in campo sino alla stagione 1963/64. Anni dopo ci fu la prima regola stabilita dalla NBA per cui un giocatore non poteva rendersi eleggibile se non erano trascorsi quattro anni dal diploma. Questa regola fu violata nel 1970, quando i Seattle SuperSonics decisero di ingaggiare Spencer Haywood. Diplomatosi alla Pershing HS nel 1967, frequentò l’University of Detroit prima di firmare per i Denver Rockets (antenati dei Nuggets) in ABA. Tempo due anni e approdò in NBA tra le fila dei SuperSonics contravvenendo alla norma dei quattro anni dal diploma. Venne così fatta una petizione all’antitrust contro la lega, e il caso finì addirittura davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti che emise una sentenza di 7-2 a favore di Haywood. Dopo questa decisione la NBA permise agli atleti di lasciare in anticipo l’università purché dimostrassero l’“hardship case”, ovvero che avessero un disagio finanziario che poteva essere attutito con il passaggio al professionismo. Altri casi di prep-to-pro si ebbero nel 1974 con Moses Malone che passò dal liceo all’ABA, ingaggiato dagli Utah Stars, finendo poi in NBA quando queste arrivarono a fondersi; mentre al draft del 1975 venne selezionato dai Philadelphia 76ers Darryl Dawkins che si dichiarò eleggibile dimostrando di vivere in difficoltà economiche.

Con Kevin Garnett (nella foto) la "revolution". Dopo di lui
altri 38 atleti a cominciare da un certo Kobe Bryant.
RIVOLUZIONE. Ci vogliono vent’anni per rivedere un liceale compiere il grande salto: era il 1995 e si trattava di Kevin Garnett. Il campione NBA soprannominato non a caso “the revolution”, rivoluzionò l’idea del passaggio dal liceo al professionismo perché l’ex Minnesota e Boston non aveva apparentemente difficoltà economiche, ma di certo non amava la scuola. Credeva invece - e a posteriori con ragione - di valere la lega appena diciottenne. All’indomani del suo avvento, la nota rivista sportiva Sports Illustrated titolava con lui in copertina: «Ready or not...». In barba allo scetticismo tanto tecnico quanto fisico, Garnett dimostrò tutto il suo valore, e sulla sua scia toccò poi ai vari Kobe Bryant, Tracy McGrady, Amar’e Stoudemire, LeBron James e Dwight Howard, per un totale di 39 giocatori.
Si poteva facilmente notare come aumentò l’afflusso dei diplomati scelti al draft, e così il commissioner David Stern pensò bene di mettere un freno a tutto ciò durante la trattativa per il contratto collettivo tra il sindacato giocatori e la NBA nel 2005. Stern propose un limite d’età a 20 per l’eleggibilità, dichiarando che troppi giovani afroamericani stavano usando la lega in modo non corretto per farsi strada, raggiungere la fama e sistemarsi finanziariamente. La maggior parte degli atleti fu contrario ad introdurre un limite, e addirittura Jermaine O’Neal - che aveva compiuto il salto nel 1996 - accusò il commissioner di razzismo. Alla fine, però, l’unione giocatori trovò un compromesso sui 19 anni, e inoltre ottenne delle modifiche alle regole di protezione degli stipendi. Le reazioni dei cestisti liceali furono furibonde. Bill Walker dichiarò che: «È ridicolo che devi avere 19 anni per giocare a basket quando puoi averne 18 per andare in guerra e morire per il tuo paese». Gli fece eco Jerryd Bayless: «Se un giocatore di tennis può essere professionista a 13 anni, non riesco a capire perché un giocatore di basket non lo possa essere a 18». Contraddizioni di quel fantastico paese chiamato Stati Uniti che dopotutto tanto liberale non è. Il rinnovo del contratto collettivo che ha portato al lock-out nel 2011 non ha apportato modifiche in tale ambito, per questo i requisiti minimi per essere eleggibili sono: compiere 19 anni nell’anno del draft; essere trascorso almeno un anno dal giorno del diploma.

Da Jennings (nella foto) a Mudiay molti i giocatori che per saltare
l'ostacolo sono andati all'estero prima di approdare nella NBA.
ONE-AND-DONE. Nel 2005 venne dunque introdotta la nuova normativa per i liceali che vorrebbero approdare direttamente in NBA, ovvero che devono giocare per almeno un anno al college prima di potersi dichiarare al draft. La maggior parte di questi talenti one-and-done decide di spendere l’anno all’università, altri invece preferiscono aggirare lo studio - anche perché non sono portati - firmando in D-League o addirittura all’estero così da monetizzare immediatamente. Abbiamo gli esempi di Brandon Jennings che da Oak Hill Academy giunse a Roma, e di Emmanuel Mudiay che dopo aver accettato la borsa di studio di Southern Methodist ripiegò per la Cina. Thon Maker l’estate scorsa è stato un caso particolare che ha fatto molto scalpore. Dichiaratosi per il draft, ha dimostrato alla lega professionistica di aver terminato il liceo un anno prima ed essere rimasto ad Orangeville Prep da studente post-diploma.

DIO DENARO. La polemica sull’anno obbligatorio al college è stata risollevata circa un mese fa da Simmons. Le sue dichiarazioni sull’inutilità di trascorrere una stagione in NCAA, in realtà, palesavano non tanto la voglia di diventare quanto prima professionista, piuttosto quella di guadagnare dal ritorno mediatico che hanno le università, sempre più macchine da business tra diritti televisivi, merchandising e botteghino. Insomma verrebbe da citare che anche la tasca vuole la sua parte. E qui ci si contrappone alla regola fondamentale dell’associazione universitaria, ovvero quella che i giocatori devono essere qualificati quali “student-athlete” senza alcuna remunerazione. È forse questo il fulcro vero del dibattito. Dopotutto già negli anni ‘70 campioni come Malone erano spinti al grande salto per il loro talento che gli avrebbe garantito lauti guadagni. E allora la vera domande è se questi fenomeni della nuova generazione non debbano ricevere compensi dai college per cui giocano, e che contribuiscono a far arricchire con le loro decisioni e prestazioni.

CORRENTI DI PENSIERO. La parola fine di questa faccenda non sembra trovarsi dietro l’angolo. A tal proposito si fronteggiano due diversi schieramenti, proprio come i Guelfi ed i Ghibellini nella Firenze medievale. Da un lato c’è il fronte di quelli che ragionano in modo imprenditoriale, e dunque vedono gli atleti come dei dipendenti che producono ed hanno diritto allo stipendio; dall’altro c’è il fronte più sociale, che considera i giocatori degli studenti e come tali devono seguire indifferentemente l’insegnante come l’allenatore apprendendo e senza nulla pretendere se non la conoscenza, tanto culturale quanto cestistica. Il problema è che tali atleti non hanno intenzione di apprendere soprattutto se sin dal liceo vengono pompati dai procuratori che gli promettono mari e monti e dalle famiglie che in loro vedono la cosiddetta gallina dalle uova d’oro. E vista la volontà del commissioner NBA Adam Silver di portare l’obbligo per l’eleggibilità a due anni dopo aver conseguito il diploma, la situazione si potrebbe ulteriormente complicare. L’atmosfera NCAA è unica, e gli ingaggi potrebbero effettivamente inquinarla, perché come per i pro gli atleti potrebbero decidere di giocare per chi gli offrirà di più rispetto al prestigio degli atenei.



* per il mensile BASKET MAGAZINE