sabato 13 luglio 2019

Per Golden State si apre un nuovo ciclo

Articolo chiuso il 17 giugno 2019


La più 'odiata' tra le franchigie Nba ha concluso i playoff con Durant all'ospedale

Per Golden State si apre un nuovo ciclo

Ai box fino a febbraio Thompson, questa sarà l'estate della ricostruzione intorno a Curry





di Giovanni Bocciero*



TUTTO CIÒ CHE ha un inizio, ha una fine. Non è forse questa la miglior definizione, in senso lato, che si può dare anche ad una dinastia sportiva? Il lungo viaggio di una squadra, che miete record e successi la consegna di diritto alla storia, all’immaginario collettivo di coloro che hanno avuto la fortuna di vivere quei momenti. Da questa definizione non sono esclusi neppure i Golden State Warriors di Steve Kerr, di Steph Curry e Klay Thompson, di Kevin Durant e Draymond Green.
Quest’ultima stagione è stata certamente la più complicata da gestire per coach Kerr, e forse la stessa sconfitta alle Finals non è stata tra le principali preoccupazioni. Le crepe nello spogliatoio intraviste con il famigerato battibecco tra Durant e Green, solo in parte risanate; i numerosi infortuni durante l’anno che li hanno addirittura costretti a giocare senza neppure uno dei loro quattro all-star, con uno staff medico che per una volta non si è dimostrato all’altezza; la pressione dovuta dall’essere bicampioni e dagli haters, tanto che un sondaggio all’inizio delle Finals vedeva 48 Stati d’America su 50 tifare per gli avversari canadesi. Insomma, sarà stato quasi un sollievo mettere una pietra su questa annata.
La decisiva gara 6 delle Finals passerà alla storia non solo per il primo titolo vinto dai Toronto Raptors. Con quella partita si è chiusa la Oracle Arena (i Warriors si trasferiranno ufficialmente dalla prossima stagione al Chase Center di San Francisco, ndr) e si è conclusa, di fatto, anche la dinastia dei Golden State come li abbiamo conosciuti sino a qui. Sì, perché quest’estate qualcosa dovrà per forza cambiare. Soprattutto riguardo all’equilibrio della squadra, che è giunto ad un punto in cui è assolutamente fuori asse.

LA FINE DI UN CICLO… L’antico filosofo greco Eraclito pensava che “su di un cerchio ogni punto d'inizio può anche essere un punto di fine”. E come dargli torto. Se noi prendessimo carta e penna, e disegnassimo un cerchio, sapremmo quando o dove ha inizio, e allo stesso tempo ci accorgeremmo quando questo sta per concludersi arrivando in quel punto dove è inizio e fine contemporaneamente. Ecco. Chi meglio allora dell’ambiente Warriors sa perfettamente quando quella linea curva sta per unirsi, irrimediabilmente, decretando la fine della loro dinastia? Dal di fuori sembra proprio che quel punto di unione tra inizio e fine del cerchio sia ormai prossimo. Prossimo per tutta una serie di fattori dovuti sia al sistema salariale della Nba che alle motivazioni che animano gli stessi atleti. Questo però non significa che la fine debba coincidere con il “non vincere più”. Molto probabilmente ci sarà bisogno di un restyling del parco giocatori. Di sicuro l’estate sarà molto movimentata e tante saranno le scelte che bisognerà prendere. Con un unico grande obiettivo: tenere ben presente il futuro.
Chiunque potrebbe comunque alzare la mano ed obiettare: “ma cosa diavolo dite! Se non fosse stato per gli infortuni…”. Ma questi fanno parte del gioco, e forse nessuno più dei Warriors sanno quanto si possano rivelare un alleato decisivo. Per questo analizziamo perché siamo di fronte alla fine di un ciclo.
Panchina da ringiovanire e rinforzare allungando
una 'coperta' mai così corta
Se c’è una cosa che le ultime Finals hanno fatto emergere prepotentemente, è che nel roster di Golden State si è venuto a creare uno squilibrio tra starters e panchina dovuto soprattutto all’anagrafe. Giocatori come Andre Iguodala (tradato ai Memphis Grizzlies, ndr) o Shaun Livingston, sempre determinanti nei momenti cruciali che hanno visto vincere i tre titoli passati, hanno faticato e non poco a reggere i forsennati ritmi della competizione. Questo è un segnale chiaro che la coperta andrà per forza di cose, e in qualche maniera, allungata. Come si vocifera per Livingston potrebbe anche trattarsi della sua ultima stagione. E dunque per forza di cose andrà rimpiazzato con qualcuno che possa ereditarne l’importanza nelle rotazioni.
Altra questione tattica mai come quest’anno emersa in casa Warriors, è stata quella dell’assenza di un pivot che facesse la differenza in area. La franchigia della Baia ha sofferto nel pitturato non avendo un lungo che sapesse occuparla facendo densità. Non che nelle passate Finals coach Kerr avesse potuto contare su di un portento in questo aspetto, ma comunque giocatori come Andrew Bogut, JaVale McGee o Zaza Pachulia, sia per forza fisica che per atletismo difendevano piuttosto bene il ferro. Tutto un altro discorso se a dover svolgere questo ruolo è DeMarcus Cousins, votato soprattutto all’attacco e poco incline al sacrificio difensivo. Oltretutto la scelta di Cousins di firmare per i Warriors (a soli 5 milioni annui, ndr) è stata dettata sia dall’infortunio che ne ha precluso gran parte della stagione, che dalla grande possibilità di potersi mettere un anello al dito. Purtroppo per lui non si è realizzato. Ma la sua firma è paragonabile ad un one-and-done collegiale - come lo stesso Kerr ha ammesso -, ovvero in free-agency le strade del giocatore e della squadra si separeranno (ha firmato con i Los Angeles Lakers, ndr). E questo aprirà un bel buco in quella posizione, che in qualche modo andrà riempito e non certamente con i rinnovi di Kevon Looney (ha rinnovato, ndr) e Jordan Bell (ha firmato con Minnesota, ndr), o con Damian Jones. Detto ciò, è facile comprendere che tra gli esterni ed il reparto lunghi qualcosa andrà fatto in sede di mercato. Cosa? Questo sarà scandito soprattutto dal salary cap.

…E L’INIZIO DI UN NUOVO VIAGGIO. “Tutte le storie che amiamo hanno una fine, ma è proprio perché finiscono che ne può cominciare un’altra”. Questa citazione di fatto apre una nuova parentesi per Golden State, e al centro non può che esserci Curry. Quest’anno, e non solo per i tanti infortuni dei compagni, se i californiani fossero riusciti a ribaltare la situazione e a vincere il titolo avrebbe meritato il premio di Mvp. E finalmente avrebbe messo in bacheca quest’ultimo trofeo che gli manca. Un adagio recita che “nelle fini le cose si devono sempre, nel bene o nel male, mettere a posto”. Ed è forse stato così, nel senso che pur nella sconfitta Curry ha ricordato che questi sono i suoi Warriors. Con l’ascesa di Thompson e l’arrivo di Durant le luci della ribalta si sono divise sui tre principali protagonisti, e qualcosa avrebbe da recriminare anche Green. Ma se Golden State è arrivata lì dov’è, gran parte del merito è dovuta alla parabola crescente che ha avuto il due volte Mvp del campionato (2015 e 2016, ndr).
Problemi economici per Joe Lacob, proprietario dei Warriors:
Steph Curry guadagna quaranta milioni
E per il futuro sarà ancora lui una delle pietre miliari della franchigia. Lo dice il contratto da oltre 40 milioni di dollari che scadrà nell’estate del 2022. Ed è proprio la sostanza di questo contratto che creerà non pochi problemi di manovra alla dirigenza californiana, nonostante il proprietario Joe Lacob abbia dichiarato di voler pagare anche un’esosa luxury tax purché il roster mantenga tutte le proprie stelle. Nonostante i proclami la questione non è affatto semplice.
Durant, infatti, ha una player option da 31,5 milioni, comunque non abbastanza per quello che è il talento del nativo di Washington, ed ha scelto di diventare free agent (prima di accordarsi con una sign and trade con i Brooklyn Nets per D'Angelo Russell che ha fatto il percorso inverso, ndr). Sicuramente è alla ricerca di una sistemazione che gli offra un contratto almeno pari a quello di Curry, ma dopo l’infortunio non si è più così certi.
Altro nodo delicato è quello del rinnovo di Thompson (ha rinnovato con un contratto da 190 milioni per 5 anni, ndr), che richiede una soluzione già nel prossimo mese. La degna metà degli Splash Brothers, che si è rotto il legamento crociato del ginocchio e non rientrerà prima di febbraio, ha fatto intendere che si sente un Warrior e tale vuole rimanere. Ma vuole anche essere trattato da all-star e dunque punta al massimo salariale (con l’ultimo contratto percepiva 19 milioni annui, ndr).
Due bei grattacapi, soprattutto il secondo, che richiedono delle risposte da parte di Golden State. Cosa succederà? Solo il tempo ce lo dirà. Di sicuro questo è l’inizio di una nuova avventura per Curry e chi gli farà compagnia. Lo sceneggiatore inizierà a scrivere il secondo capitolo del romanzo, e non è detto che questo non possa essere ulteriormente vincente come quello precedente. Cambieranno i protagonisti? Forse. Molto probabile. Aumenteranno gli avversari? Senz’altro. Tra cui i Los Angeles Lakers che neppure a sorpresa hanno messo le mani su Anthony Davis.


TOP NUMBERS - Tutti i record di Curry e Durant avvicina Parker
Quest’anno non è stata una stagione da record per i Golden State Warriors. Nonostante ciò il mostro a tre teste della Baia si è comunque ritagliato il proprio spazio nelle migliori performance individuali. Klay Thompson ha realizzato 52 punti sul parquet dei Chicago Bulls, mentre Steph Curry e Kevin Durant si sono fermati a 51 rispettivamente contro i Washington Wizards e i Toronto Raptors (partita persa all’overtime in regular season). Curry ha inoltre contribuito al nuovo record stagionale della Nba di 27.955 triple segnate con 354 canestri (43.7%). In testa James Harden con 378 ma solo il 36.8%. Inoltre, Curry è diventato il primo nella storia a superare le 400 triple ai playoff e le 100 triple alle Finals. Durant invece è entrato nella top-ten degli scorer all-time ai playoff con 4.022 punti realizzati, ad appena 23 da Tony Parker che occupa la nona posizione.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

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