giovedì 24 maggio 2018

Jaren Jackson Jr., la grande scommessa

Jaren Jackson Jr., la grande scommessa

Se c’è un giocatore che dallo scorso autunno ad oggi ha scalato in maniera vertiginosa i mock draft, questo è Jaren Jackson Jr. La sua stagione è stata un crescendo, nella quale ha mostrato partita dopo partita le sue incredibili qualità. Nominato Difensore e Freshman dell’anno della Big Ten, gli scout sbavano per il suo potenziale. Un diciottenne (compirà 19 anni solo a settembre) con la capacità di proteggere il ferro che ricorda l’Anthony Davis di Kentucky, non può passare inosservato. È la grande scommessa di questo draft, l’unico che può insidiare Deandre AytonLuka Doncic e Marvin Bagley per una delle prime tre scelte.

venerdì 11 maggio 2018

Michael Porter Jr., il talento benedetto da Brandon Roy

Michael Porter Jr., il talento benedetto da Brandon Roy

Cinquantatré minuti giocati dovranno bastare agli scout Nba per valutare l’operato di Michael Porter Jr., che è stato costretto a saltare tutta la stagione a causa di un’operazione alla schiena. Se la carriera collegiale potrà dire poco o nulla sulle sue qualità, quella liceale in cui è stato allenato da Brandon Roy lo fa splendere a tal punto che circa un anno fa era considerato il prospetto #1 davanti a Deandre Ayton e Marvin Bagley. Per la combinazione di altezza, lunghezza e abilità è facile scomodare il paragone con Kevin Durant. L’infortunio sta facendo scendere le sue quotazioni, ma la Nba è sempre in cerca di ali con le sue capacità.


venerdì 4 maggio 2018

Capobianco su Palumbo, Miaschi, Totè, Mussini, Oxilia...

Capobianco su Palumbo, Miaschi, Totè, Mussini, Oxilia...

Interessante intervista al commissario tecnico italiano Andrea Capobianco in merito all'utilizzo dei giovani azzurrini in serie A dopo l'ultima esperienza del torneo di Mannheim 2018 che ha visto l'Italia giungere terza.


domenica 22 aprile 2018

Marvin Bagley, la faccia sbagliata del tweener

Marvin Bagley, la faccia sbagliata del tweener

Marvin Bagley è tra i migliori prospetti del prossimo draft, ma capirne il reale valore può essere complesso. Le sue qualità sono evidenti, così come le sue lacune. Quest’anno è stato leader di Duke per punti (21) e rimbalzi (11.1), ha chiuso con almeno 30 punti in 7 delle 33 gare stagionali e realizzato 22 doppie-doppie, incluso un incredibile 32+21. Numeri da capogiro che, oltre a essergli valsi qualche record, gli hanno regalato la doppia nomina di giocatore e freshman dell’anno nella ACC e l’inserimento nel quintetto All-America della Associated Press. La taglia, l’atletismo e lo skill-set offensivo ne fanno un oggetto del desiderio per tante franchigie in ricostruzione.


venerdì 20 aprile 2018

L'incredibile storia del pivot della Scandone che in Libia rischiò di venire giustiziato

Il tormento e l'estasi. L'incredibile storia del pivot della Scandone
che in Libia rischiò di venire giustiziato

Il lungo viaggio di Shane Lawal

Le esperienze della vita lo hanno forgiato: via dalla Nigeria, solo con la sorellina, ad appena otto anni. Poi in giro per il mondo fino all'approdo a Sassari nell'anno del "triplete"


di Giovanni Bocciero*



AVELLINO. «Non sottovalutare te stesso nel confronto con gli altri. Sono le differenze che ci rendono belli». Questo aforisma in parte rispecchia quello che è Olaseni Abdul Jelili Lawal, meglio conosciuto come Shane Lawal, un atleta non sempre considerato di alto livello e che ha dovuto faticare per ogni cosa che è riuscito a vincere nella sua carriera. Con il duro lavoro, certo, ma anche con i trascorsi di vita quotidiana che lo hanno fortificato a tal punto da non temere nessun confronto sul parquet. Appunto.
LASCIO' IL FOOTBALL PER LO SPORT DI OLAJUWON,
IL SUO MITO: "MI HA ISPIRATO AL PUNTO CHE CERCO
ANCORA DI IMITARLO" (FOTO SPORTAVELLINO.IT)
Pivot nigeriano di 208 centimetri, nato ad Abeokuta nel 1986 ma statunitense d’adozione, nella sua vita ha affrontato diversi viaggi molto particolari. Il primo quando aveva appena otto anni, con la madre che era emigrata negli Stati Uniti per trovare lavoro. Un anno dopo, una volta che si era sistemata, Shane l’ha raggiunta. «Era il 1995 - ha ricordato Lawal - ed ho affrontato quel viaggio insieme a mia sorella. Partimmo dalla Nigeria ed arrivammo ad Amsterdam, poi da Amsterdam dritto ad Atlanta. Arrivati lì ci siamo stabiliti prima a Mobile, in Alabama, poi ci siamo trasferiti a Southfield, nel Michigan». Di certo non il miglior posto dove crescere. Stando negli Stati Uniti studia e inizia a praticare sport, dà prima il football poi si converte alla pallacanestro. «Ho iniziato a giocare a basket nel 1996 perché mi innamorai di Hakeem Olajuwon, che ho guardato vincere i titoli Nba negli anni precedenti. Prima ho giocato a football, che è uno sport completamente diverso, ma il pivot degli Houston Rockets mi ha ispirato così tanto che ancora oggi, quando gioco, cerco di imitarlo». Del centro Hall of Famer ha sicuramente la statura fisica e la capacità di dominare sotto canestro. Una volta terminato il liceo, ha frequentato prima l’Oakland University per tre anni, poi ha completato gli studi alla Wayne State. Negli anni del college ha messo in mostra le sue abilità di saltatore verticale, che lo hanno reso un giocatore davvero intimidatore sopra al ferro per le numerose schiacciate e le altrettante stoppate. «Certamente la schiacciata è un aspetto del gioco che amo perché quando ti alzi per infilare il pallone nel canestro ti senti invincibile. E poi è una bella sensazione anche quando stoppi il tiro di un avversario». Ha così frantumato un po’ di record alla Wayne State realizzando la prima tripla-doppia nella storia dell’università grazie alla prestazione da 19 punti, 11 rimbalzi e 10 stoppate che realizzò contro Michigan Tech. C’è da sapere che nel passaggio da Oakland a Wayne si trasferì da un college di Division I ad uno di Division II, cosa insolita visto che si tende a fare l’opposto. «È vero che spesso accade il contrario - ha confermato il giocatore - ma questa mia scelta è stata dettata dal fatto che nella prima categoria non ho avuto le giuste opportunità per mettermi in mostra». Qui si capisce che la carriera di Lawal è tutta in salita visto che una volta terminata l’università (conseguendo la laurea in scienze motorie, ndr) ha giocato solo in campionati di basso livello.
DOPO IL COLLEGE HA GIOCATO IN QATAR, IN SPAGNA
E POI IN LIBIA NELL'ANNO DELLA RIVOLTA
CONTRO GHEDDAFI: "LI' DECISI DI SMETTERE"

(FOTO SPORTAVELLINO.IT)
La sua prima esperienza da professionista lo vede impegnato in Qatar con l’Al-Arabi Doha, poi va a giocare al Guadalajara nella terza serie spagnola e successivamente all’Al-Hilal Bengasi in Libia. Quando è a giocare lì diventa suo malgrado protagonista della Primavera Araba. A causa dello scoppio della guerra civile per destituire Muhammar Gheddafi infatti, lui ed il compagno di squadra Kingsley Oguchi si ritrovano reclusi in hotel per dieci giorni senza alcun modo per comunicare e con la paura di essere giustiziati perché scambiati per dei mercenari africani. «Quello fu un momento molto particolare della mia vita. Non potendo telefonare ero preoccupato per la mia famiglia e per mia madre che era in apprensione per me. Ebbi tempo per riflettere anche sulla mia carriera sportiva, perché sentivo che non stava andando nel verso giusto, dove io speravo andasse». Lawal ha infatti pensato di appendere le scarpette al chiodo dopo quella brutta esperienza che lo vide scappare dalla Libia grazie all’intercessione dell’Ambasciata statunitense e all’esercito britannico che lo mise su di una barca che lo portò a Malta. Da lì si spostò velocemente in Egitto ed in Turchia dove prese il primo volo per New York. Senza voler fare alcuna dietrologia, quella sua esperienza è molto simile a ciò che vivono i profughi che ogni giorno scappano dall’Africa per trovare una vita migliore in Europa. Per questo gli abbiamo chiesto cosa pensa dei continui sbarchi? «Penso che se gli europei non avessero voluto avere gli africani nel proprio continente non sarebbero mai dovuti andare in Africa a rubare le preziose risorse del nostro territorio. Questo ha reso povera l’Africa portando alla situazione che i propri abitanti sono costretti ad emigrare per vivere. L’Africa era uno dei continenti più ricchi al mondo, ma dopo lo sfruttamento europeo i suoi abitanti sono stati lasciati a morire di fame e adesso vogliono soltanto sopravvivere».
UN GIUDIZIO SEVERO SUL FENOMENO DEI MIGRANTI:
"PER EVITARE GLI AFRICANI IN EUROPA, GLI EUROPEI
NON AVREBBERO DOVUTO SACCHEGGIARE L'AFRICA"
Pure se pensò di ritirarsi, passato un breve periodo tornò a giocare. Questa decisione fu dettata dalla fede. «Sono molto cristiano, e credo che tutto è possibile grazie a Dio. La fede è una parte importante della nostra vita, ma bisogna avere fiducia e perseverare in ciò che si fa. Quella esperienza mi ha reso più forte - ha rivelato il cestista -, e sono grato di essermi fermato per un po’. Conosco ragazzi che per delle avversità minori hanno smesso di giocare. So quanto si deve lavorare per ottenere qualcosa, ed io non volevo fermarmi». Dopotutto non ci si poteva aspettare una cosa diversa da chi considera gli allenamenti quasi un hobby. «Non sono una persona che gioca ai videogames, mi piace navigare in internet e uso parecchio i social, sia Instagram che Facebook. Cerco però di tenerli separati tra di loro, ad esempio Instagram lo utilizzo più per il mondo del basket, mentre su Facebook ho principalmente i membri della mia famiglia con i quali comunico costantemente. E poi mi piace allenarmi duramente in estate con tutta una serie di workout. Lo so, sono una persona folle». Se c’è una cosa folle in questo periodo, è la March Madness (lo scorso 2 aprile si è giocata la finale, ndr), tifa per qualcuno? «Ovviamente Michigan, ho studiato un anno lì e sono un loro grande fan».
Nel 2011 torna a giocare prima in seconda serie spagnola con il Clavijo, poi in A2 con la Scaligera Verona. Disputò una stagione da 15 punti e 13 rimbalzi di media, che comunque non lo fece attestare come uno dei migliori giocatori del campionato dagli addetti ai lavori. Questo giusto per precisare, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto venisse sottovalutato Lawal. Quella stagione gli valse comunque la chiamata di Matteo Boniciolli che allenava il club kazako dell’Astana. Tempo dodici mesi nei quali vinse il campionato e la coppa del Kazakistan, oltre a disputare la VTB League, e fa ritorno in Italia: lo ingaggia la Dinamo Sassari. La stagione 2014/15 è quella della consacrazione. Lawal in Sardegna si erge come uno dei centri più forti in circolazione, non solo in Italia ma in tutta Europa. È grande protagonista dello storico triplete che contro ogni pronostico vede Sassari vincere la Supercoppa sul parquet di casa contro l’Olimpia Milano; ripetersi a febbraio conquistando la Coppa Italia nella finale del PalaDesio superando ancora una volta le “scarpette rosse”; e poi farsi strada ai playoff scudetto vincendo le decisive gara-7 al Forum di Assago in semifinale contro Milano, e al PalaBigi contro Reggio Emilia che valse il tricolore. Cosa ricorda di quella meravigliosa stagione? «Innanzitutto coach Meo Sacchetti è un pazzo, nel senso buono del termine. Ciò che ho apprezzato di più in lui è stato il fatto che non cercava di cambiare il modo di giocare degli atleti, ma ci accettava per quello che eravamo e ci incoraggiava a rimanere noi stessi. In quella stagione ci motivava il fatto di non essere mai i favoriti. Ci dicevano che non avremmo potuto vincere contro Milano, e invece lo abbiamo fatto. Quando abbiamo vinto la Supercoppa ci dicevano che era soltanto la Supercoppa, poi però abbiamo vinto anche il campionato. Tutti sono rimasti increduli per quello che siamo stati capaci di realizzare».
BONICIOLLI LO VOLLE CON SE' IN KAZAKISTAN E POI CI FU
LA CHIAMATA DI SACCHETTI: "A SASSARI HO DIMOSTRATO
QUELLO CHE VALEVO. ED ORA LO SCUDETTO CON AVELLINO"
Grazie a quella incredibile annata i top club si sono accorti di Shane Lawal, e così è arrivata l’offerta da parte del Barcellona, che rappresentava una grande occasione. Purtroppo il ragazzo è stato sfortunato con la casacca blaugrana per via di una serie di infortuni tra cui quello che lo ha visto operarsi per la rottura completa del tendine rotuleo. Tra l’altro infortunio subito con la Nigeria alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016 dopo essere diventato campione d’Africa con la sua nazionale. Dopo quasi un anno dall’intervento, e visti i lunghi tempi di recupero, il Barcellona ha deciso di rescindere il contratto con il giocatore rendendolo free-agent nella scorsa estate. Per tornare a brillare aveva scelto ancora una volta l’Italia, e sembrava tutto fatto con la Virtus Bologna che poi, invece, ha fatto saltare l’affare per le sue dubbie condizioni fisiche. Ne ha allora approfittato la Scandone Avellino che ha ufficializzato il suo ingaggio pur consapevole di dover aspettare il 2018 per vederlo in campo. Adesso Lawal è tornato a calcare il parquet, e spera proprio di non fermarsi più. «Spero che possa tornare a giocare al mio livello così da portare il mio contributo alla causa di Avellino. Credo che abbiamo grandi chance di vincere il campionato, ed è importante che tutti possano contare sulla miglior condizione fisica possibile. Sarà altresì importante riuscire ad allenarsi bene tutti insieme quando arriveranno i playoff e si giocherà ogni due giorni».
In passato Lawal ha anche annusato la Nba: «Ci ho pensato, ed ho anche avuto un’opportunità quando ero al college, ma purtroppo non ha funzionato. Pazienza». Mentre per il futuro invece? «Dopo aver smesso di giocare il mio obiettivo è quello di allenare, specialmente i più giovani».

Brian Sacchetti: «Tanta voglia di essere il migliore»

«Con Shane ogni allenamento era una storia, partite comprese ovviamente - ha esordito l’ex compagno di squadra Brian Sacchetti -. Ogni giorno che passavamo insieme diventava una storia da raccontare. Sicuramente nella squadra della Dinamo Sassari di quell’anno era il giocatore che più di chiunque altro dimostrò di avere tanta fame e più voglia di vincere. Aveva un forte spirito di competizione che non faceva mai mancare neppure in allenamento, e per tutto l’arco della stagione ha dato il massimo. Metteva sempre grande aggressività in tutto ciò che faceva, ed aveva l’obiettivo di dimostrare di essere il migliore e di valere tutto ciò che vincemmo quell’anno. Nello spogliatoio non parlava molto della sua infanzia, e se anche lo fece non ricordo nulla di particolare. Riguardo allo Shane persona, fuori dal campo, mi colpiva soprattutto il fatto che aveva sempre una parola per tutti, per motivarli ed incoraggiarli nella vita di tutti i giorni. E poi ai compagni li spronava a dare sempre il meglio. Ricordo che quando iniziammo i playoff aveva gli occhi infuocati, e voleva dimostrare a chiunque di essere il miglior centro in circolazione. Per me è stato il giocatore che, grazie al suo essere, ci ha portato a vincere più di tutti quello storico triplete. Dopo quella stagione trascorsa insieme a Sassari ci siamo sentiti più volte, anche quando era a Barcellona. Addirittura nella trasferta di quest’anno ad Avellino - ha rivelato l’ala oggi in forza alla Leonessa Brescia - è venuto in hotel ed abbiamo scambiato due parole ricordando diverse cose del passato. È sempre un piacere rivedere un ragazzo che ha fatto del lavoro duro in palestra il suo principale obiettivo per dimostrare di essere un giocatore importante ovunque va. L’infortunio lo ha condizionato negli ultimi anni, ma da ex compagno e soprattutto amico spero che ritorni al cento per cento della forma fisica perché è un ragazzo che innanzitutto lo merita, e poi sportivamente parlando - ha concluso Sacchetti - può essere un’arma incredibile per qualsiasi squadra che ha la fortuna di poterlo schierare».




* per il mensile BASKET MAGAZINE

sabato 10 marzo 2018

Il piccolo gigante Marques Green

Da dieci anni in Italia con sei squadre diverse, ora ha scelto la A2
Marques Green, il folletto ha stregato Jesi
Legato ad Avellino, dove è tornato quattro volte, ha voluto provare una nuova esperienza:
«Mi è piaciuta l'atmosfera che c'è intorno alla squadra»


di Giovanni Bocciero*


L’altezza è mezza bellezza, recita il proverbio. Questo non vale per Marques Green che pur dal basso dei suoi 165 cm ha tutti gli occhi su di sé quando calca il parquet, ed ha deciso di intraprendere una stuzzicante avventura in quel di Jesi. Ormai prossimo alle 36 primavere (il 18 marzo, ndr) e dopo aver incantato l’Italia a suon di giocate pazzesche, il folletto di Philadelphia ha fatto breccia nei cuori di migliaia di tifosi per quei pantaloncini che gli stanno larghi e gli arrivano quasi alle caviglie. Lui è la dimostrazione che anche se il basket può sembrare uno sport discriminatorio per l’altezza, essa non è la solo cosa che conta. «Sono tanti i giocatori di bassa statura - ha esordito Green - che mostrano che l’altezza non ha tutta questa importanza. Io non mi concentro onestamente su questo aspetto». Al play tascabile interessa un’altra parte del gioco che ritiene necessaria per vincere. «La chimica è tutto. Il modo in cui i giocatori lavorano insieme sia in attacco che in difesa è essenziale, e se tutto va per il verso giusto è come comporre una poesia. È arte per me».
"L'ALTEZZA NON E' COSI' IMPORTANTE, CONTA LA CHIMICA
DEL GRUPPO. SE TUTTO VA BENE E' COME
COMPORRE UNA POESIA"
«Ho iniziato a giocare nella mia città quando ero molto piccolo. Mio padre aveva giocato per un po’ quando era giovane e mi ha spronato anche perché tutti i bambini del mio quartiere giocavano». Molto legato alla sua città natale, ha seguito con attenzione il Superbowl in cui hanno vinto gli Eagles. «Ovviamente ho tifato per loro. È stato tutto fantastico. Volevo essere a casa solo per festeggiare». Non solo il football, Green è molto attento a tutto ciò che gli succede intorno ad iniziare dalla politica del suo paese. «La seguo molto. Siamo in una brutta situazione in questo momento con Donald Trump come presidente. Rappresenta il peggio del nostro paese e del mondo, onestamente. Apprezzo la protesta degli atleti di colore, e condivido la scelta dei tre giocatori dei Philadelphia Eagles che non sono andati alla Casa Bianca per celebrare il titolo».
Innamorato di Michael Jordan, nella sua carriera si è ispirato ad un altro folletto al quale si è inchinata mezza Nba, Allen Iverson. Come all’idolo dei Philadelphia 76ers gli va riconosciuta la qualità di capire l’importanza di dover coinvolgere i compagni di squadra nel gioco. «Ovviamente - risponde secco Green -. È molto importante ed indispensabile per raggiungere i risultati che ci si è dati». Il regista si è fatto conoscere al grande pubblico il 10 febbraio del 2008, quando guidò la Scandone Avellino alla vittoria della Coppa Italia. Ancora oggi la pagina più bella della storia del club irpino. «Quello è stato il maggior successo della mia carriera, insieme alla coppa vinta a Sassari». Quell’anno Green fu la fortuna non solo della squadra allenata da Matteo Boniciolli, ma soprattutto del compagno Eric Williams che grazie al suo supporto disputò una stagione fantastica, la migliore della sua carriera. «Non faccio nulla di particolare, solo cerco di rendere più facile il compito dei miei compagni di squadra. Dopotutto è questo il mio lavoro».
AMA JORDAN, SI ISPIRA AD IVERSON, FA IL TIFO PER GLI
EAGLES, SEGUE LA POLITICA: "CAPISCO LE PROTESTE
CONTRO TRUMP"
Nel Bel Paese ha vestito le casacche di Avellino, Pesaro, Milano, Sassari e Venezia. «Tutte squadre forti, ecco la ragione per cui sono stato lì. Ogni esperienza è stata diversa ma allo stesso tempo necessaria per il percorso di vita che ho avuto». Green ha senz’altro un record, al di là dei numeri statistici, ovvero quello di essere tornato per ben quattro volte ad indossare la maglia di Avellino. È ritornato a giocare nell’arco della sua carriera anche a Nancy e ad Ankara, segno che dove passa lascia sempre un gran ricordo. «Sono molto legato naturalmente alla città di Avellino perché mio figlio è nato lì (gioca a basket e vuole diventare professionista, ndr). Quando gioco cerco solo di fare un buon lavoro. Non sono un giocatore perfetto. L’ambiente è necessario per lavorare bene, e in quei diversi club credevano in me».
Ha giocato in Francia e Turchia, ma l’Italia ha un posto speciale nel suo cuore. «La Turchia è bella ma amo l’Italia. Mi piacciono il cibo, la cultura, l’atmosfera. E le persone naturalmente». Ma fuori dal campo che persona sei? «Sono una persona molto tranquilla. Mi piace stare in famiglia e passare il tempo con i miei figli e gli amici. Seguo altri sport al di fuori del basket, ed amo visitare i musei ed ascoltare musica. Non uso molto i social network, ai quali non accedo spesso, infatti non pubblico molte cose. Sono molto religioso, ed ho un rapporto speciale con Dio». Ma perché la decisione di scendere in A2? «Jesi si è presentata come una buona opportunità per me, e mi ha colpito l’atmosfera che c’è intorno alla squadra. Quindi ho pensato perché non provare questa esperienza». Con uno sguardo al termine della carriera «mi piacerebbe restare nel mondo della pallacanestro. Non so esattamente con che ruolo, ma vorrei continuare a fare qualcosa nel basket».


Cagnazzo: «Puntiamo alla stabilità tecnica»
Lardinelli: «Lavoriamo bene sul territorio»

L’Aurora Jesi quest’anno è in piena lotta per i playoff, ed è per raggiungere questo obiettivo che ha ingaggiato Green. «Jesi è una società che si è sempre distinta per correttezza - ha esordito coach Damiano Cagnazzo - che ha sempre fatto il passo secondo la gamba in base a quelle che sono le disponibilità economiche e la progettualità. È il 21esimo campionato di A2 che disputiamo, con una parentesi in A, e negli ultimi anni abbiamo vissuto dei momenti di crisi coincisi con la stagione in cui ci siamo salvati ai playout. La società ha lavorato per trovare una maggiore stabilità sia economica che di risultati visto che il campionato è diventato sempre più difficile con la presenza di piazze importanti. La direzione presa è quella giusta, pur mantenendo i piedi ben saldi a terra con la consapevolezza di chi siamo e di quello che si vuol fare. Di retroscena particolari sulla trattativa per Green non ce ne sono. Quando c’è stata l'occasione di prenderlo sembrava fosse più un sogno che una reale possibilità. Ci sono stati dei colloqui che mi hanno permesso di parlare con lui. Gli abbiamo fatto una corte serrata. Lo sforzo fatto dalla società ha poi permesso di garantire che si convincesse a venirci a dare una mano e siamo ovviamente contenti di questo». Da quasi dieci anni all’Aurora, tra giovanili e prima squadra, Cagnazzo è head coach di Jesi dal 2016. Sa che un giocatore con il suo pedigree può solo fare bene alla formazione jesina. «Si è approcciato alla nostra realtà come me lo aspettavo. Di solito i grandi giocatori appena arrivano si mettono a disposizione di tutti senza far valere il loro pedigree. È il loro modo di dimostrare grande leadership ed è quello che ha fatto Marques sin dal primo giorno. È stato il primo nel cercare di capire dove era arrivato e come poteva mettersi a disposizione affinché tutti riuscissero a fare un ulteriore passo in avanti. È un grande giocatore ed una persona molto intelligente, dà serenità per il modo in cui parla e nel modo con cui si relaziona, qualità necessarie per arrivare al livello al quale è arrivato lui».
L’Aurora ha una gestione che la fa essere una sorta di miracolo nel panorama italiano. «Viviamo solo di sponsorizzazioni sotto i cento mila euro - ha esordito l’amministratore unico Altero Lardinelli -. Il difficile è sicuramente mantenerle, anche se rimpiazzarne una di questa portata è semplice mentre perderne una principale è difficile da ritrovare». Fare lo sponsor a Jesi significa andare oltre il risultato del campo. «Cerchiamo di lavorare al massimo affinché le aziende siano soddisfatte perché sono l’unica cosa che ci dà un sostentamento economico, quindi dobbiamo lavorare affinché ricevano la massima visibilità. Non è un caso che le sponsorizzazioni non siano legate solo al risultato perché noi offriamo eventi ed attività con cui stiamo attenti al territorio. Abbiamo oltre 200 iscritti al settore giovanile, una foresteria con 10 ragazzi, facciamo più di 2.500 ore nelle scuole primarie, abbiamo realizzato due playground all’aperto regalati al comune, offriamo borse di studio per andare all’estero. Lavorare con il territorio è fondamentale. Lo sponsor da noi è coccolato, e spesso si tratta di amici di imprenditori già nostri sostenitori che ne coinvolgono altri. È un passaparola con il quale abbiamo costruito un pool che oggi conta 150 aziende. Sono realtà piccole ma rappresentano la nostra fortuna. La società ha vissuto due grandi crisi, l’ultima quando è andato via il main sponsor Fileni, e per questo abbiamo deciso di costruire un tessuto molto ampio alla base fatto di piccoli sponsor». L’Aurora sta sperimentando il “Club sei con noi”. «Questa iniziativa è nata per portare all’interno della società degli sponsor sottoscritti dai liberi professionisti quali medici, avvocati, notai, architetti. Persone che possono contribuire con l’acquisto di abbonamenti a prezzi maggiorati. Partecipano alla vita sociale della società, ad esempio le cene, e inoltre ricevono come pubblicità la presenza su di un totem all’ingresso del palazzetto, dei manifesti sempre all’interno dell’impianto, dei banner sul sito e le interviste sui social». Lardinelli è arrivato a Jesi nel 1997 quale responsabile marketing, e quindi conosce tutti i segreti della società. Questo modo di lavorare è un modello sostenibile anche in massima serie? «Per la fiscalità della serie A non è un progetto perseguibile. Ci sono dei costi talmente alti che con il nostro budget, e pur legando tutte le aziende del territorio, non riusciremmo a coprirli. La serie A costa più del doppio di quello che spendiamo quest’anno, e non ci sono possibilità di disputarlo se non si ha un primo sponsor».



* per il mensile BASKET MAGAZINE

martedì 6 marzo 2018

La bidimensionalità di Lonnie Walker

La bidimensionalità di Lonnie Walker


Pregi e difetti del freshman Lonnie Walker, serio candidato per una chiamata in lottery al prossimo draft Nba. Dopo un avvio di stagione a singhiozzo per via di un'operazione al ginocchio, il prospetto dei Miami Hurricanes si sta facendo apprezzare come un prototipo dei 3&D che tanto fanno gola agli scout. In stagione è stato nominato tre volte rookie of the year dell'ACC, al pari di un certo Marvin Bagley, e si è distinto per essere clutch nei momenti delicati dei match. (CONTINUA A LEGGERE)

mercoledì 28 febbraio 2018

March Madness 2018

March Madness 2018

Come ogni anno, marzo significa March Madness. Il college basketball vive il mese più folle, più colorato e più divertente della propria stagione. Partite, trasferimenti, partite, trasferimenti e ancora partite e altri trasferimenti, il tutto per arrivare all'atto finale della Championship game di scena a San Antonio il 2 aprile prossimo. Come ogni anno però, ci sono degli step da seguire, iniziando dai tornei di conference che alle vincitrici consento di qualificarsi automaticamente al tabellone del Torneo Ncaa. Risultati e tabellone in continuo aggiornamento.


American   Cincinnati Bearcats



Atlantic 10   Davidson Wildcats

Atlantic Sun   Lipscomb Bisons

Big East   Villanova Wildcats

Big Sky   Montana Grizzlies

Big South   Radford Highlanders

Big Ten   Michigan Wolverines

Big 12   Kansas Jayhawks

Big West   CS Fullerton Titans

Colonial   Charleston Cougars



Ivy League   Pennsylvania Quakers

Metro Atlantic   Iona Gaels

Mid-American   Buffalo Bulls


Missouri Valley   Loyola Chicago Ramblers

Mountain West   San Diego State Aztecs

Northeast   Long Island Blackbirds

Ohio Valley   Murray State Racers

Pac-12   Arizona Wildcats

Patriot   Bucknell Bison








West Coast   Gonzaga Bulldogs

Le vincenti dei 32 tornei qui riportate hanno il biglietto per andare al Torneo Ncaa. Altre 36 sono state invitate dal comitato universitario in quella che tutti gli appassionati conoscono come la Selection Sunday avutasi domenica 11 marzo. Il comitato ha reso ufficiale l'intero tabellone della March Madness, genericamente chiamato bracket, che avrà inizio martedì 13 marzo con i primi match del First Four. Da lì in poi 12 giorni per disputare 63 partite.





mercoledì 21 febbraio 2018

Wendell Carter, l'arma segreta di Duke

Wendell Carter, l'arma segreta di Duke

In pochi sanno che al lungo di Duke Wendell Carter Jr, oltre alla pallacanestro, piace anche il teatro. Alla Pace Academy di Atlanta si è addirittura dilettato a fare l’attore, strappando una parte per un ruolo secondario in uno spettacolo. A lui i riflettori piacciono proprio. Ed essendo sin dal liceo un prospetto nazionale, è abituato a vivere con le luci puntate addosso. A Duke però, come nello spettacolo di Atlanta, il protagonista non è lui... (CONTINUA A LEGGERE)


sabato 10 febbraio 2018

La doppia vita di Mr. Bamforth

Sassari fuori dalla Final Eight priva la Coppa di un sicuro protagonista

La doppia vita di Mr. Bamforth

Sfrontato in campo e taciturno fuori, si divide tra basket e famiglia.
Con "Real Hoops" l'impegno per i bambini meno fortunati


di Giovanni Bocciero*


SASSARI. Madre Teresa di Calcutta diceva che «è necessaria l’infelicità per capire la gioia, la morte per comprendere la vita». Queste parole sembrano state dette apposta per Scott Bamforth, il giocatore della Dinamo Sassari che di disavventure nella vita ne ha affrontate eccome. Nato e cresciuto ad Albuquerque, è lì che ha scoperto la pallacanestro. «Ho iniziato a giocare quando avevo più o meno 5 o 6 anni. Ho scelto il basket - rivela il ragazzo - perché quando ero giovane mi piaceva davvero tanto, e poi ero bravo. La prima cosa a cui ho pensato quando ho avuto il pallone tra le mani è stata quella di tirare, ovviamente».
ORFANO A 15 ANNI E RIMASTO SOLO HA TROVATO IL CORAGGIO
PER CREARSI UN FUTURO CON LA PALLACANESTRO
La storia di Bamforth è fatta di coraggio e tempra nel superare le difficoltà, e il basket ha rappresentato la sua salvezza, un modo per fuggire dalla realtà. È stato costretto a maturare più in fretta dei suoi coetanei perché all’età di 13 anni perde improvvisamente il padre John per un arresto cardiaco. Dopo due anni muore anche la madre Elisabetta per una insufficienza epatica, causata dalla sua dipendenza all’alcool. Inizia a lavorare per pagare le bollette, affitta le stanze di casa per far quadrare i conti e naturalmente guida senza avere la patente. Quando si ritrova solo al mondo pensa addirittura di farla finita, perché non aveva più nulla per cui vivere. «Credo che la morte è parte della vita. Tutti un giorno dovremo morire, ma questo non rende facile vedere qualcuno vicino a te andarsene. Credo che la mia relazione con Dio sia qualcosa che mi ha fatto superare i momenti difficili della vita».
Dopo il lavoro correva sempre in palestra per allenarsi, e non era raro che dormisse persino sulle tribune. Diverse volte l’hanno dovuto spedire a casa, ma alle prime luci dell’alba lui era lì, pronto ad allenarsi sodo per diventare un giocatore professionista. Ragazzo dalla grande etica del lavoro, i suoi segreti per il successo sono semplici: «lavorare duro ogni giorno, aiutare i miei compagni di squadra e divertirsi mentre si gioca». Non ha un personaggio sportivo a cui si ispira. «Guardo molta pallacanestro ed ho molti amici che giocano ad alto livello, per questo non ho una persona particolare a cui ispirarmi. Aspiro comunque a diventare il miglior giocatore che posso essere». La prima grande chance gliela dà Brian Joyce, coach della Western Nebraska Community College, il quale gli farà da mentore anche al di fuori del campo. Su quei banchi di scuola troverà l’amore di Kendra, giocatrice della squadra di pallavolo, e dopo alcuni anni avranno il loro primo figlio non senza soffrire. Infatti ancora una volta Bamforth deve guardare la morte in faccia. La moglie durante la gravidanza rischia la morte sua e del bambino per una preeclampsia, ma fortunatamente i medici riescono a salvarli. «Come ho detto prima sono molto cristiano. La relazione con Dio è sempre cresciuta e diventata più forte ogni giorno. Ho attraversato alcune situazioni difficili nella mia vita e credo che il Signore sia l’unica cosa che mi ha fatto andare avanti». Dopo un solo anno in Nebraska si trasferisce alla Weber State University, dove conosce Damian Lillard con cui stringe una grande amicizia. «Abbiamo un grande rapporto. Entrambi abbiamo l’obiettivo di diventare il miglior giocatore di basket che possiamo essere. Durante l’estate lavoriamo sempre insieme ed ho appreso tanto da lui». Alla stella NBA toglie il record dell’ateneo di triple segnate in una stagione (103). «Non abbiamo mai parlato di questa cosa, ma entrambi sappiamo che io l’ho battuto. Probabilmente credo sia l’unica cosa in cui lo abbia superato, quindi sono veramente molto felice di questo record».
LILLARD E PORZINGIS I SUOI AMICI. "LA NBA? POSSO
CONTROLLARE SOLO QUELLO CHE DIPENDE DA ME, NON
QUELLO PER CUI NON HO AVUTO CHANCE"
Nonostante la vita difficile è un ottimo giocatore ed un realizzatore pazzesco. Il tipico atleta il cui nome va cerchiato in rosso, come dicono gli scout. Per questo terminata l’università svolge un provino con gli Utah Jazz, che rimangono impressionati dalle sue capacità ma non a tal punto da offrirgli un contratto. Allora prende la decisione di venire oltreoceano, gioca per quattro anni in Spagna tra Siviglia, Murcia e Bilbao e al contempo difende i colori del Kosovo. Nella penisola iberica conosce un’altra stella NBA, il lettone Kristaps Porzingis. «Anche con lui ho un gran bel rapporto, che è cresciuto nel tempo. Abbiamo iniziato a giocare insieme in Spagna, condividiamo una solida fratellanza e ci piace guardarci avere successo». L’americano è un giocatore élite per l’Europa, a cui piace «passare la palla ai compagni e vederli segnare. Mi rende felice quanto tirare e realizzare a mia volta». Questo fa capire quanto sia un ragazzo intelligente, che fa tesoro delle esperienze vissute diventando ogni giorno un giocatore migliore, più utile e decisivo per la propria squadra. Proprio in Spagna ha appreso quanto è importante coinvolgere i compagni. «Credo che maturando come giocatore impari che coinvolgere i tuoi compagni è importante quanto tirare. Ecco perché mi piace passare la palla». In campo è un duro pronto a lottare mentre fuori è silenzioso e spesso rintanato nelle cuffie che porta alle orecchie. «In generale penso di essere una persona tranquilla, ma in campo voglio solo vincere. Ecco perché quando gioco credo di diventare un’altra persona».
Si potrebbe quasi dire che si limita a trascorrere la propria quotidianità tra campo e casa. «Cerco di passare più tempo possibile con i miei figli (ne ha due di 3 e 6 anni, ndr) perché mi fanno divertire e mi rendono felice. Quindi cerco di giocare sempre con loro e fare qualsiasi cosa vogliano. Oltre a passare il tempo libero con i miei figli, mi piace guardare film, programmi televisivi e seguo altri eventi sportivi, soprattutto quelli da combattimento come il pugilato e l’UFC. Non uso molto i social network, ma direi che quello che preferisco di più è Instagram». Bamforth ha una sua idea politica forte e chiara, anche se «in verità non seguo la politica e l’attualità. Penso che negli Stati Uniti ci siano molti problemi da risolvere, quindi non gli presto più di tanto attenzione. Credo comunque che Donald Trump sia la persona meno indicata per essere il presidente degli Stati Uniti. Ha dimostrato di non trattare tutti allo stesso modo, e non penso che una persona con il suo incarico possa fare delle discriminazioni in base al colore della pelle».
"LA MORTE E' PARTE DELLA VITA, MA NON E' FACILE VEDERE
I TUOI CARI ANDARSENE. DIO MI HA DATO LA FORZA PER
ANDARE AVANTI"
Nonostante le sue vicissitudini familiari, il ragazzo vuole restituire qualcosa alla comunità di Albuquerque. Per questo ha fondato insieme a Lamar Morinia l’associazione Real Hoops. «Io e il mio migliore amico abbiamo sempre voluto dare un’opportunità ai bambini per giocare a basket e viaggiare in diversi stati. Quindi abbiamo deciso di creare questa organizzazione in cui i bambini fossero al centro del progetto. Dal mio punto di vista, gli voglio offrire le opportunità che non ho avuto io». Questo non significa però che il suo futuro sarà quello di allenare o fare il dirigente. «Non sono sicuro di quello che farò. Cerco di non pensarci perché tutto quello che ho conosciuto nella mia vita è il basket. Sono ancora giovane quindi mi piace concentrarmi su cosa sto facendo oggi e non preoccuparmi di cosa farò domani». Si sta affermando come un top player in Europa acquistando credibilità agli occhi degli addetti ai lavori, eppure non si toglie il pallino della NBA dalla testa. «Nulla è impossibile, ma non mi preoccupo di questo. So di essere bravo a giocare con chiunque e l’ho dimostrato. Ma posso controllare solo ciò che faccio, non quello per cui non ho mai avuto una chance».
La sua esperienza a Sassari lo ha visto sin da subito protagonista. Alle sue migliori prestazioni sono legate le vittorie contro la corazzata Olimpia Milano e l’allora capolista ed imbattuta Leonessa Brescia. Per il suo carattere poi, giorno dopo giorno è diventato sempre più il leader dello spogliatoio. «Mi piacciono i miei compagni di squadra e i membri dello staff tecnico. Cerco di divertirmi e godermi ogni giorno insieme a loro. Penso che la città sia davvero carina, ma non l’ho visitata molto tranne che per alcuni ristoranti. Il campionato italiano è davvero una competizione molto dura da affrontare, e giocare la Champions League è senz’altro una grande opportunità che ci permette di confrontarci e di giocare più partite in stagione». L’Italia come la Spagna? «Penso che il campionato spagnolo sia un po’ più tattico rispetto a quello italiano, ma entrambi i tornei sono competitivi e mettono in mostra grandi giocatori». Bamforth ha rinnovato il contratto già a gennaio, senza aspettare eventuali offerte dai grandi club europei. Crede fortemente nel progetto della formazione di Sassari, nonostante il primo obiettivo della Final Eight di Coppa Italia è purtroppo sfuggito. Le sei sconfitte in sette partite al termine del girone d’andata hanno estromesso la Dinamo dalla competizione a cui partecipava da sei anni consecutivi. Nonostante ciò la combo-guard non si pone limiti: «credo che questa squadra può vincere lo scudetto».

Stipcevic: sembra nato con la palla in mano

L'ASSISTANT COACH PAOLO CITRINI: "TRA I PIU'
FORTI MAI VISTI A SASSARI"
«Bamforth è uno dei giocatori più forti che la Dinamo abbia visto negli ultimi anni - ha esordito l’assistant coach Paolo Citrini -, uno di quelli che hanno un talento particolare e la voglia di vincere nel dna. Ha giocato in squadre importanti e campionati di livello ed è un giocatore che non solo è bravo nel segnare in qualsiasi maniera ma anche a creare per gli altri e dare la possibilità ai compagni di entrare in partita. È il terminale principale della squadra e per questa ragione il bersaglio numero uno della difesa avversaria. Scott è un ragazzo sensibile, che ci tiene tantissimo, che ascolta e ha a cuore le sorti della squadra. Non è un mero professionista ma un giocatore che dà tutto. È un padre di famiglia speciale con due bambini piccoli già istruiti al gioco del basket. Ha tutte le carte per essere un giocatore che può fare la differenza e che è già entrato, nel cuore dei tifosi biancoblu. Quest’anno purtroppo ha iniziato la stagione con un infortunio e, sebbene si fosse già intravisto il suo potenziale, al rientro sul parquet si è mostrato in tutta la sua forza e la sua capacità di trascinare i compagni, fare canestro e girare le partite. Possiede dei valori umani importanti che ha ritrovato nella città e nella società. Questo l’ha portato a rinnovare a gennaio senza attendere eventuali chiamate da grandi club europei, e fa capire - ha concluso l’assistant coach - quanto tenga a questa piazza e a questa maglia».
«Seguivo Bamforth dapprima - ha commentato il compagno di squadra Rok Stipcevic - ma non lo conoscevo personalmente. Giocandoci insieme ho capito che ha un talento incredibile e sembra nato con la palla in mano. Sa usare perfettamente sia la mano sinistra che la destra, è bravissimo nel pick and roll e ha delle ottime capacità da passatore, come pochi giocatori. Inoltre ha grandi doti di lettura. Fuori dal campo è un bravissimo ragazzo, sempre pronto a dare una mano e fare gruppo. Sono contento di averlo in squadra, è uno che lavora duro per migliorarsi ogni giorno e posso dire di aver trovato - ha concluso Stipcevic - un ottimo compagno di squadra dentro e fuori dal campo».



*: per la rivista BASKET MAGAZINE