venerdì 12 maggio 2017

L'autentico Mr. Triple-Double rimane Oscar Robertson, "The Big O"

L'autentico Mr. Triple-Double rimane Oscar Robertson, "The Big O"
Russell Westbrook con 42 triple doppie ha raggiunto dopo 55 anni Oscar Robertson


OSCAR ROBERTSON NEL SUO GESTO CLASSICO A GAMBE DIVARICATE


di Giovanni Bocciero*

Oggi tutti osannano Russell Westbrook per l’incredibile stagione che lo ha visto concludere con la tripla-doppia di media (31.6 punti, 10.7 rimbalzi e 10.4 assist). Numeri pazzeschi che gli hanno permesso di incidere il suo nome nella storia. Una storia che fu scritta esattamente 55 anni fa dall’autentico Mr. Triple-Double, ossia Oscar Robertson. Bisogna avvolgere il nastro sino alla stagione NBA 1961-62 quando l’attuale hall of famer, oro olimpico a Roma 1960, chiuse il suo secondo anno da pro in casacca Cincinnati Royals alle medie di 30.8 punti (non c'era ovviamente il tiro da tre punti), 12.5 rimbalzi e 11.4 assist stabilendo il record di 41 triple-doppie stagionali adesso battuto da Westbrook. Il classico sogno americano ci insegna che dietro ai campioni c’è sempre una vita straordinaria. Ebbene Robertson, soprannominato “The Big O”, coltivava i campi con la famiglia e si avvicinò al basket perché era lo sport dei poveri. Si cimentava a tirare in un cesto di pesche con palline ricavate da stracci legati con nastro adesivo. Il mitico Red Auerbach lo definì versatile, e Robertson fu l’atleta nero che cambiò la storia di questo gioco.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

NCAA Femminile: Il tramonto di UConn


Il tramonto di UConn. Dawn Staley si prende titolo e nazionale

AURIEMMA CON ORIGINI AVELLINESI RENDE ONORE ALLE AVVERSARIE



di Giovanni Bocciero*

La Final Four femminile NCAA ha registrato l’incredibile sconfitta di UConn, vincitrice degli ultimi quattro campionati. Una vera e propria dinastia quella delle Huskies, alla quale in questa stagione si sono legate le parole leggenda e caduta. Bisogna però tornare alla gara Stanford-UConn del 17 novembre 2014. A quella data risale l’ultima sconfitta delle ragazze allenate dal paisà Geno Auriemma, capaci di rimanere imbattute per oltre due anni e mezzo divenendo leggenda con una striscia record di 111 vittorie. Le Huskies volevano diventare campionesse per il quinto anno consecutivo, ma si sono arrese in semifinale a Mississippi State che l’anno prima avevano battuto con uno scarto di 60 punti. Questa sconfitta è sembrata tanto una caduta dall’Olimpo. Il titolo alla fine è andato a South Carolina dell’allenatrice Dawn Staley, che dopo esser stata assistente alle Olimpiadi di Rio proprio del guru Auriemma, lo scorso 10 marzo ne ha preso il posto alla guida della Nazionale USA femminile.





* per la rivista BASKET MAGAZINE

sabato 6 maggio 2017

NCAA: Joel Berry e i suoi sei traguardi

Joel Berry e i suoi sei traguardi

North Carolina campione Ncaa per la sesta volta con il play che ha esaudito anche l'ultimo voto


di Giovanni Bocciero*

All’University of Phoenix Stadium di Glendale si è conclusa la stagione del college basketball 2016/17 con la vittoria di North Carolina su Gonzaga. La finalissima non è stata scenografica come si sarebbero aspettati gli oltre 77 mila spettatori, ma sicuramente non sono mancate le emozioni dei protagonisti. Sia quelle dei vincitori che soprattutto dei vinti. Diciamo che entrambe le squadre hanno preparato talmente bene la sfida tatticamente da neutralizzarsi sul parquet e far vivere al pubblico - presente all’impianto o davanti al televisore - soltanto degli sprazzi di bel gioco. In verità la gara è stata molto spezzettata anche per via del discusso arbitraggio, che negli Stati Uniti è stato duramente contestato ed è un qualcosa di inimmaginabile rispetto a quanto siamo abituati qui in Italia.

BRUTTA FINALE CARATTERIZZATA DALLA SEVERITA'
DEGLI ARBITRI CHE HA PENALIZZATO LO SPETTACOLO
I TRE FISCHIETTI CONTESTATI. Ebbene sì, gli arbitri sono finiti sul banco degli imputati per aver fischiato 44 falli sui 73 possessi giocati avendo di conseguenza tarpato le ali alla partita, mai salita di colpi sul serio. E le accuse non sono state mosse perché favorita l’una o l’altra squadra, semplicemente perché il tutto è andato a discapito dello spettacolo. Che negli States è la cosa principale. Data la mediaticità dell’evento - seguito in tutto il mondo da oltre 26 mila utenti - sui social si sono consumati i commenti negativi di giornalisti e giocatori, tra i quali persino quelli di LeBron James e Dwyane Wade. Insomma la scelta arbitrale di non far passare quasi nessun contatto per non far degenerare la partita in un incontro di pugilato non è piaciuta proprio a nessuno. Specialmente agli allenatori ed ai giocatori impegnati sul rettangolo di gioco che non sono riusciti minimamente ad entrare in ritmo.

LE EMOZIONI HANNO GIOCATO UN BRUTTO SCHERZO. Naturalmente anche l’emozione della posta in palio ha giocato un brutto scherzo ai protagonisti della sfida. Nonostante North Carolina fosse alla sua ventesima Final Four (record assoluto) ed all’undicesima finale della propria storia, aveva un conto aperto con il destino a causa dello scotto della passata stagione quando perse contro Villanova con il buzzer beater di Kris Jenkins. Anche per questo l’alma mater di Michael Jordan ha preferito affrontare il match con i piedi di piombo. Per Gonzaga, protagonista di una stagione da record, si trattava invece non solo della prima title game della sua storia, ma addirittura della prima Final Four in assoluto. E dunque era scontato che almeno all’inizio coach Mark Few e tutta la sua squadra un pizzico di paura potessero accusarla. Per queste diverse motivazioni entrambe le squadre hanno dato il via alle ostilità piuttosto contratte. E di ciò non ne ha beneficiato logicamente lo spettacolo.
DUE TEAM AGLI ANTIPODI. È inutile dire che entrambe le formazioni hanno meritato di raggiungere il traguardo della finalissima. Nel corso della regular season sia i Tar Heels ma soprattutto i Bulldogs hanno fatto vedere delle ottime trame di gioco. Se ne volessimo fare una questione prettamente tecnica bisogna dire che si sfidavano il migliore attacco - quello di UNC - e la miglior difesa - quella degli Zags -. Inoltre mentre Carolina applicava un gioco molto veloce con un numero altissimo di possessi e conclusioni soprattutto dall’arco, Gonzaga pur segnando anch’essa tanto era più equilibrata e votata ad un gioco molto interno. Entrambe hanno cercato di far peso sui rispettivi punti di forza per conquistare il titolo. Alla fine sono stati i Tar Heel a trionfare per la sesta volta nella propria storia grazie con il punteggio di 71-65, a distanza di otto anni dall’ultimo successo targato 2009. E per coach Roy Williams ha significato tre titoli in carriera, tutti da quando siede sulla panchina di Carolina.
IN UN FOGLIETTO CUSTODITO NEL PORTAFOGLI GLI OBIETTIVI
DA RAGGIUNGERE, CORONATI CON UN ANNO D'ANTICIPO
UN PROTAGONISTA INASPETTATO. Erano diversi i giocatori attesi per questo match, da Justin Jackson e Jodie Meeks per UNC a Nigel Williams-Goss e Przemek Karnowski per i Bulldogs. E invece alla fine i riflettori del palcoscenico se li è praticamente presi tutti Joel Berry II. Williams-Goss ha cercato grazie alle sue indubbie qualità da leader di prendersi in spalla i compagni nel rush finale prima di alzare bandiera bianca anche a causa di un colpo alla caviglia rimediato proprio nelle battute finali. Jackson si è dato da fare soprattutto in difesa, dove è più efficace di quel che possa sembrare, dato che in attacco ha praticamente litigato per tutta la sera con il ferro chiudendo con uno scandaloso 0/9 dall’arco. Karnowski e Meeks se le sono date di santa ragione sotto le plance annullandosi a vicenda, ed è stato un peccato perché se fossero stati più produttivi la gara avrebbe potuto prendere una piega diversa. Il pivot polacco, beniamino dell’ateneo di Spokane e determinate come non mai per la stagione di Gonzaga, in attacco è stato imbrigliato dalla batteria di lunghi dei Tar Heels mentre in difesa non è riuscito a mettere la museruola a Isaiah Hicks avendo sin da subito problemi di falli. Il padre che ha percorso sei mila miglia per vederlo giocare non è stata una motivazione abbastanza forte per fargli superare l’ennesimo ed ultimo scoglio di questa lunga quanto soddisfacente stagione personale. Meeks invece non è riuscito a ripetere la prestazione da record della semifinale contro Oregon che lo aveva visto segnare 25 punti e raccogliere 14 rimbalzi. Eppure è stato decisivo con la stoppata a pochi secondi dalla fine che ha di fatto annullato qualsivoglia velleità di vittoria degli avversari. Come detto sul trionfo di North Carolina c’ha messo lo zampino il playmaker Berry, l’unico della sua squadra ad aver trovato il bersaglio dalla grande distanza seppur soltanto 4 volte rispetto ai 13 tentativi personali. E dire che il suo Torneo NCAA è stato caratterizzato più per le notizie di infortunio che per le prestazioni in campo. Nella sfida in Elite Eight contro Kentucky era stato costretto ad abbandonare il match in corso d’opera perché aveva subito un colpo alla caviglia ancora sana. E dunque ha dovuto giocare la finale con entrambe le caviglie malconce, ma non tanto da metterlo completamente out.

IL DESTINO SCRITTO SUL FOGLIETTO. Joel Berry c’era l’anno scorso quando North Carolina fu sconfitta da Villanova, per questo quest’anno era deciso a non fallire per la seconda volta consecutiva uno dei suoi obiettivi che definiremmo sacri. E già, perché il playmaker dei Tar Heels su di un fogliettino che porta sempre nel portafoglio ha scritto ben sei diversi traguardi da raggiungere nella sua carriera universitaria: essere un giocatore importante per la squadra; essere il miglior tiratore possibile; vincere un titolo di regular season; vincere il torneo dell’ACC; andare alle Final Four; vincere il Torneo NCAA. Berry è un atleta junior, e questo vuol dire che è presente al campus di Chapel Hill da tre anni. Che sia un giocatore importante per la squadra è fuori da ogni dubbio, ancor di più da questa stagione che è diventato a tutti gli effetti il regista principe ed un leader carismatico nello spogliatoio. Essere il miglior tiratore possibile è un altro obiettivo che si può depennare se si pensa che proprio contro Gonzaga è stato l’unico ad aver segnato dall’arco dei tre punti. Già l’anno scorso è riuscito a vincere sia il titolo di regular season - conquistato anche quest’anno - che il torneo della ACC, così come l’essere andato alla Final Four. L’ultimo obiettivo che dunque gli mancava era vincere il Torneo NCAA, e lo ha centrato quest’anno venendo nominato per altro Most Outstanding Player essendosi d’istinto maggiormente nella championship game. Adesso non gli resta che diventare un atleta professionista anche se il suo presente sono ancora i Tar Heels dato che lo attende l’ultima stagione di università. E tra gli obiettivi da trascrivere sul fogliettino potrebbe aggiungersi il back-to-back.

Justin Jackson, top-scorer di North Carolina, giocatore dell'anno in ACC e protagonista anche al Torneo NCAA (nonostante lo 0/9 da tre punti nella partita per il titolo). Sempre presente come miglior marcatore ma anche specialista difensivo. È l’atleta con più hype in ottica NBA, ed è stato capace di elevarsi su tutte le altre bocche da fuoco di cui poteva disporre North Carolina. Ha beneficiato del sistema di gioco adottato da coach Roy Williams nel quale è stato abile a mettere in mostra le sue capacità di tiratore ed attaccante in campo aperto.




* per la rivista BASKET MAGAZINE

Josh Jackson a caccia della prima scelta

Josh Jackson a caccia della prima scelta




Josh Jackson nella sua prima e unica stagione in NCAA con il passare delle settimane è diventato sempre più protagonista e straordinario con la casacca dei Kansas Jayhawks. Coach Bill Self è stato abile a cambiare in corso d'opera la fisionomia della propria squadra passando allo small ball, così da spostare Jackson da four strength. Naturalmente tutti sono attratti da questo prospetto NBA, che da fine gennaio ha avuto una media di 18.9 punti, 7.6 rimbalzi ed il 52.8% in dieci partite. Atleta completo che ha dimostrato nel corso della stagione di migliorare nel tiro dalla lunga distanza. Il prossimo NBA Draft sarà quello delle point guard, ma occhio a Jackson che è maturato e migliorato nel tiro da tre anche al Torneo NCAA dove ha anche segnato un canestro alla Dr. J. Ed ha ancora margini di crescita.


lunedì 1 maggio 2017

2017 NBA Mock Draft 3.0


Aggiornamento: 01/05/2017. Versione 1.0 & Versione 2.0. Pareri, sensazioni e idee sparse. La deadline per dichiararsi all'NBA Draft è ormai passata, e cliccando qui potrete prendere visione di tutti i giocatori che sono ancora in corsa per giocarsi le proprie carte. Per chi al momento fosse dichiarato senza aver scelto un agente, può ancora cancellare il proprio nome e dunque ritornare al college ma lo deve fare entro il 23 maggio. Dal 9 al 14 maggio vi sarà invece la NBA Combine, dove i giocatori potranno "test the waters" per decidere se rimanere oppure cancellarsi. Il 22 giugno poi sarà la notte del Draft vero e proprio.

First round

1. Boston Celtics - Markelle Fultz (PG - Freshamn - Washington)
Dai Brooklyn Nets (diritto di scambio pro Celtics)

2. Phoenix Suns - Josh Jackson (SF - Freshman - Kansas)

3. Los Angeles Lakers - Lonzo Ball (PG - Freshamn - UCLA)
Top 3 protected altrimenti va ai Philadelphia Sixers

4. Philadelphia Sixers - Malik Monk (SG - Freshamn - Kentucky)
Diritto di scambio con i Kings (pro Sixers)

5. Orlando Magic - Jayson Tatum (SF - Freshman - Duke)

6. Minnesota Timberwolves - Jonathan Isaac (SF - Freshman - Florida State)

7. New York Knicks - De'Aaron Fox (PG - Freshman - Kentucky)

8. Sacramento Kings - Dennis Smith (PG - Freshman - NC State)
Diritto di scambio con i Sixers (pro Sixers)

9. Dallas Mavericks - Lauri Markkanen (PF - Freshman - Arizona)
Top 18 protected altrimenti va ai Philadelphia Sixers

10. Sacramento Kings - Zach Collins (PF - Freshman - Gonzaga)
Dai New Orleans Pelicans (top 3 protected)

11. Charlotte Hornets - Justin Jackson (SF - Junior - North Carolina)

12. Detroit Pistons - Frank Ntilikina (SG - International - Francia)

13. Denver Nuggets - John Collins (PF - Sophomore - Wake Forest)

14. Miami Heat - T.J. Leaf - (PF - Freshman - UCLA)

15. Portland Trail Blazers - Jarrett Allen (PF - Freshman - Texas)

16. Chicago Bulls - Justin Patton (C - Freshman - Creighton)

17. Milwaukee Bucks - Donovan Mitchell (SG - Sopohomore - Louisville)

18. Indiana Pacers - Luke Kennard (SG - Sophomore - Duke)

19. Atlanta Hawks - Ivan Rabb (PF - Sophomore - California)

20. Portland Trail Blazers - Tyler Dorsey (SG - Sophomore - Oregon)
Dai Memphis Grizzlies via Denver Nuggets

21. Oklahoma City Thunder - Terrance Ferguson (SG - International - USA)

22. Brooklyn Nets - Harry Giles (PF - Freshman - Duke)
Dai Washington Wizards

23. Toronto Raptors - O.G. Anunoby (SF - Sophomore - Indiana)

24. Utah Jazz - P.J. Dozier (PG - Sophomore - South Carolina)

25. Orlando Magic - Edrice Adebayo (C - Freshman - Kentucky)
Dai Los Angeles Clippers via Toronto Raptors

26. Portland Trail Blazers - Rodions Kurucs (SF - International - Lettonia)
Dai Cleveland Cavaliers

27. Brooklyn Nets - Dwayne Bacon (SG - Sophomore - Florida State)
Dai Boston Celtics (diritto di scambio pro Celtics)

28. Los Angeles Lakers - Caleb Swanigan (C - Sophomore - Purdue)
Dagli Houston Rockets

29. San Antonio Spurs - Isaiah Hartenstein (PF - International - Germania)

30. Utah Jazz - Jordan Bell (C - Junior - Oregon)
Dai Golden State Warriors

giovedì 27 aprile 2017

UWashington: da Roy a Fultz

UWashington: da Roy a Fultz

Seattle, soprannominata Emerald City per le bellezze naturali e gli edifici luccicanti, è di diritto una delle capitali del basket mondiale. Non basterebbe un libro per citare tutti i cestisti nativi della città, che pur sparsi per il globo si identificano per il caratteristico tatuaggio "206" che rappresenta il prefisso telefonico dell'area metropolitana. A Seattle è situato il campus dell'University of Washington, che insieme agli atenei di Gonzaga ed Oregon costituisce i programmi cestistici più blasonati del Northwest. E poco importa se le altre due hanno partecipato all'ultima Final Four di Phoenix mentre gli Huskies sono arrivati penultimi nella Pac-12 e mancano al Torneo NCAA addirittura dal 2011. Dopotutto in favore del college di Seattle possono parlare tutti i giocatori che hanno spiccato il volo verso il professionismo. Dal 2002 sono stati scelti al Draft NBA Nate Robinson, Brandon Roy, Bobby Jones, Spencer Hawes, Isaiah Thomas, Terrence Ross, Tony Wroten, C.J. Wilcox, Marquese Chriss e Dejounte Murray. Gran parte del merito è da attribuire alle abilità di reclutatore dimostrate da Lorenzo Romar, che dopo quindici stagioni è stato recentemente esonerato dal ruolo di head coach in virtù degli scarsi risultati centrati nonostante il talento a disposizione.


Brandon Roy quando giocava per gli Huskies (Foto Olympian)

Appunto il talento, forse il migliore della nazione, come quello di Markelle Fultz che il prossimo giugno si unirà alla lista degli ex Huskies scelti al Draft NBA. E addirittura il playmaker punta alla prima chiamata assoluta. Ma neanche una stagione da 23.2 punti con il 41.3% da tre, conditi da 5.9 assist e 5.7 rimbalzi della baby star è risultata utile a Washington per tornare alla Big Dance. Oltretutto una curiosità, l'università di Seattle ha avuto sia al maschile che al femminile il miglior marcatore della Pacific Coast, Kelsey Plum con 31.7 punti e per l'appunto Fultz. Ok la lista, ma Brandon Roy per tutto ciò che ha fatto vedere quando militava nei Portland Trail Blazers, e Markelle Fultz per quello che s'intravede e che ben presto sarà chiamato a dimostrare sul parquet sembrano essere una spanna sopra tutti gli altri. Escluso ovviamente il funambolico Isaiah Thomas che dall'alto dei suoi 175 cm sta facendo delle cose a dir poco sconvolgenti pur venendo scelto soltanto con la sessantesima ed ultima chiamata. Ma restiamo in tema e tracciamo questa linea diretta che porta da Roy a Fultz.



Brandon Roy era un talento chiacchierato già nell'estate del 2002, quando era appena uscito dall'high school e sembrava orientato ad approdare direttamente in NBA. All'epoca non c'era ancora nessuna regola che vietasse il salto professionistico di coloro che venivano chiamati per questo prep-to-pro. Quell'estate furono cinque i liceali a giocarsi le proprie carte oltre a Roy, ovvero Amar'e Stoudemire, Lenny Cooke, DeAngelo Collins e Giedrus Rinkevicius. Di questi soltanto Stoudemire le giocò davvero bene visto che fu scelto dai Phoenix Suns con la nona chiamata e si è costruito una carriera di tutto rispetto. Cooke e Collins non furono scelti e sono finiti a girovagare tra NBDL, Filippine e Cina. Rinkevicius proprio come Roy non assunse alcun agente e dopo aver testato il terreno decise di ritornare sui suoi passi e andare all'università. Roy scelse dunque di giocare per Washinton, la squadra accademica della sua città. La sua fu una scelta saggia? Ancora oggi non sapremmo dirlo, sta di fatto che nonostante il tanto clamore intorno a se, pensava anche di non poter sfondare nella pallacanestro. Per questo da giovane ha lavorato al porto di Seattle pulendo i container per 11 dollari l'ora.
Di fondo c'era anche un problema. Il talento ex Portland soffriva di una forma di dislessia che ha influenzato parecchio la sua vita scolastica. Non a caso nell'anno da freshman ha avuto l'ok a giocare dalla commissione NCAA soltanto per il secondo semestre. Tutta questione di parametri scolastici da raggiungere dato che i voti che aveva non erano sufficienti a causa, appunto, del suo disturbo nell'apprendimento. Nella stagione 2002/03 ha disputato solo 13 partite, forse non abbastanza per la sua voglia di dimostrare dato che al college, alla fine, c'è rimasto per tutti e quattro gli anni. Nei due ultimi campionati ha anche trascinato gli Huskies alle Sweet Sixteen, il punto più alto della loro storia moderna. Le cifre statistiche di anno in anno sono andate aumentando, fino ai 20.2 punti, 40.2% da 3, 5.6 rimbalzi e 4.1 assist nella stagione da senior in cui disputò tutte le 33 gare in calendario.
Una volta laureatosi, fu scelto dai Minnesota Timberwolves con la sesta scelta, e subito scambiato coi Trail Blazers che lo fecero esordire neanche a dirlo, per uno scherzo del destino, contro gli allora Seattle SuperSonics. È inutile ripercorrere passo per passo la carriera da pro di Roy, nominato Rookie of the Year nel 2007 e che ha chiuso con all'attivo 321 partite giocate e 6107 punti realizzati. Potevano e dovevano essere certamente di più le gare e i punti, ma il destino quando ci si mette può essere davvero crudele. Quel talento aveva delle ginocchia di cristallo, che puntualmente facevano crack. E così nel dicembre del 2011 decise di appendere le scarpe al chiodo. Ma la voglia di giocare, di vincere, di lottare contro ogni ostacolo della vita era più forte. Il ritiro dura giusto sei mesi, perché lo ingaggiano i Timberwolves e ci riprova. Non andrà bene. Dopo cinque partite è costretto a fermarsi di nuovo e a saltare poi l'intera stagione. Il contratto biennale su cui aveva posto la sua firma viene strappato e allora sì, finisce qui la sua carriera. Senza un vero addio, un saluto al pubblico, lo scrosciante applauso dei tifosi. Che meriterebbe. Nulla di tutto questo. Anzi, finisce mestamente nel dimenticatoio.


La storia di Fultz ha anch'essa un che di magico. Per i primi due anni di high school viene relegato nel varsity team, praticamente la squadra dei ragazzini scartati e non meritevoli di giocare in quella vera. Due anni e lo staff tecnico della DeMatha Catholic deve ricredersi. Anche perché nel giro di pochi mesi cresce in altezza di circa 20 centimetri. Una cosa frequente a quell'eta. Ma anche i miglioramenti prettamente tecnici che compie il ragazzo sono impressionanti. Così qualche università inizia a seguirlo con attenzione grazie alla soffiata di uno scout di Baltimora, tale Jide Sodipo. Fultz viene attratto dalla prospettiva che gli pone dinanzi coach Romar, e così attraversando tutti gli States, lascia Washington D.C. - sua città natale - per lo Stato di Washington. Nel frattempo Fultz rimedia la convocazione per i Campionati americani Under 18 del 2016 che gli USA vincono agevolmente e viene eletto anche Mvp. Non è tutto oro quel che luccica però.
Inizia la stagione universitaria e lui è in cima a qualsivoglia Mock Draft continuando la strada degli one-and-done. Tutti erano pronti a scommettere che sarebbe stato per primo il suo nome ad essere pronunciato dal commissioner Adam Silver nella sera del prossimo 22 giugno. E adesso invece pare che gli addetti ai lavori possano preferirgli il diretto concorrente Lonzo Ball o Josh Jackson. Questo perché pur mettendo insieme le cifre prima menzionate, alcuni aspetti del suo gioco sembrano non abbiamo convinto del tutto. Una scarsa voglia difensiva e il troppo egoismo a gonfiare i suoi numeri sarebbero alla base di questi giudizi. Le potenzialità non si discutono affatto, ma avrebbe bisogno dell'impegno e della forza di volontà che Roy ha messo a livello accademico per spazzare via ogni nuvola. Il futuro per lui appare comunque molto roseo.

Nonostante tutti i nomi degli ex Huskies che precedentemente abbiamo nominato, è da sottolineare come Washington abbia avuto i riflettori puntati addosso soltanto quando poteva schierare sul parquet prima Roy e poi Fultz. Da questo punto di vista si può senz'altro dire che l'università per appeal sia tornata indietro di undici anni. E questo interesse mediatico sarebbe potuto continuare anche nella prossima stagione, dato che a Seattle era già atterrato Michael Porter Jr., prospetto numero 1 del paese e alunno del liceo Nathan Hale. Purtroppo il susseguirsi delle cose, con l'esonero di coach Romar e il conseguente trasferimento del padre assunto come assistente a Missouri, ha fatto sì che il ragazzo strappasse la lettera di intenti con il college del Northwest e seguisse il padre ritornando così nel suo Stato natale dato che è di Columbia. Per gli Huskies è un duro colpo da digerire, anche perché se Fultz fosse rimasto un altro anno e Porter non avesse cambiato la sua decisione, si sarebbe potuto assistere a giocate adrenaliniche tra i due. Come successo ai Campionati americani dove entrambi facevano parte della selezione statunitense.




C'è una curiosità da evidenziare comunque. La Nathan Hale ha chiuso al primo posto e da imbattuta il ranking nazionale Super 25. Trascinata dalle prestazioni diverse volte sublimi di Michael Porter. Ma merita grande considerazione anche il lavoro dello staff tecnico capace di mettere su un gruppo di grande qualità a sostegno del miglior talento del paese. E allora vanno fatti i complimenti anche a coach Brandon Roy. E già, proprio lui. Da fenomeno quale era sul parquet ha intrapreso questa nuova carriera da allenatore pronto ad insegnare e condividere con i futuri campioni i segreti di questo mestiere. E al suo primo incarico ha da subito fatto ritornare a parlare di sè. Perché è pur vero che le luci del palcoscenico erano tutte per Porter, ma anche Roy è stato più volte al centro dell'attenzione. E dato che negli States ci tengono al valore dell'alma mater, perché nei prossimi anni - se tutto dovesse andare bene - Washington non può pensare di assumere come head coach Roy, che proprio come Romar da giocatore è stato un Huskies? Così facendo il cerchio si chiuderebbe.


Brandon Roy con Michael Porter Jr. (Foto Slam)

sabato 22 aprile 2017

NBA Awards 2016/17 (Individuali)

NBA Awards 2016/17
Premi Individuali

I premi individuali della NBA sono attesi dagli atleti ma soprattutto dai fans. Sono dei riconoscimenti che fotografano l'andamento della stagione e danno l'idea di quello che è successo. E poi logicamente servono per arricchire la fama di quelle superstar già affermate così come permettere a dei giovani giocatori di essere lanciati nell'Olimpo del professionismo. Senza perderci in altre chiacchiere, vediamo le scelte.

NBA Most Improved Player
1- Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2- James Johnson (Miami Heat)
3- Otto Porter (Washington Wizards)


Se James Johnson è stato l'arma in più di Miami mentre Otto Porter ha contribuito all'ottima stagione di Washington, il premio va comunque a Nikola Jokic che ha vissuto in casacca Denver Nuggets una seconda parte di stagione da autentico protagonista. Autore di diverse triple-doppie, ha fatto stropicciare gli occhi perché vedere un pivot della sua stazza con mani fatate e ancor di più visione pazzesca non capita davvero tutti i giorni. Sta decisamente mettendo a frutto l'essere figlio della scuola slava. Giannis Antetokounmpo è fuori classifica.

NBA Defensive Player of the Year
1- Draymond Green (Golden State Warriors)
2- Rudy Gobert (Utah Jazz)
3- Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)


Le statistiche in rimbalzi, stoppate e recuperi sono sopravvalutate o sottovalutate per questo premio. Dipende dai punti di vista. Ed in questo Draymond Green mette tutti d'accordo perché non solo mette insieme numeri importanti di gara in gara, ma è visivamente un difensore ostico. È versatile potendo difendere praticamente su qualsiasi avversario in qualsiasi posizione, e poi con il suo trash-talk inevitabilmente ti estromette dal match. Sul podio salgono meritatamente la grande sorpresa di questa stagione Rudy Gobert e lo scontato Kawhi Leonard.

NBA Rookie of the Year
1- Joel Embiid (Philadelphia Sixers)
2- Malcolm Brogdon (Milwaukee Bucks)
3- Dario Saric (Philadelphia Sixers)


Sulla vittoria di Joel Embiid pende purtroppo la spada di Damocle delle sole 31 presenze in una stagione che conta 82 partite. Ma se questo premio deve riconoscere il miglior rookie dell'anno, Embiid ha decisamente influenzato ed inciso in positivo per tutto quello che ha fatto. Questo ovviamente a dispetto degli altri neo professionisti. Il compagno di squadra a Philadelphia Dario Saric ha fatto altrettanto bene, così come Malcolm Brogdon in casacca Bucks, ma nessuno ha fatto ottimamente quanto il centro per di più simpaticissimo sui social.

NBA Sixth Man Award
1- Eric Gordon (Houston Rockets)
2- Andre Iguodala (Golden State Warriors)
3- Louis Williams (Houston Rockets)


La lotta per questo premio è stata davvero serrata. Louis Williams ha fatto benissimo sia quando usciva dalla panchina dei Lakers che da quella dei Rockets. Andrea Iguodala mai come quest'anno ha dovuto rispolverare il suo talento offensivo senza dedicarsi solo alla difesa. Ma Eric Gordon ha contribuito e non poco alla stagione degli Houston Rockets riuscendo a giocare senza troppi infortuni - che ne hanno falcidiato la carriera - e risultando tra i migliori tiratori per percentuale dall'arco dei tre punti.

NBA Coach of the Year
1- Brad Stevens (Boston Celtics)
2- Mike D'Antoni (Houston Rockets)
3- Scott Brooks (Washington Wizards)


Mike D'Antoni avrebbe meritato ugualmente questo riconoscimento per il semplice fatto di aver reso Houston una contendente a tutti effetti. Ma spodestare i Cleveland Cavaliers e vincere la Eastern Conference frutto di un duro lavoro iniziato negli ultimi anni e che ha portato sino a questo traguardo, fa di Brad Stevens il coach dell'anno. Non va dimenticato neppure l'ottimo lavoro di Scott Brooks che ha finalmente reso i Washington Wizards una squadra competitiva.

NBA Most Valuable Player
1- Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2- James Harden (Houston Rockets)
3- Isaiah Thomas (Boston Celtics)


Lo stesso discorso per il coach vale anche per l'Mvp, e purtroppo per i Rockets sono sempre loro a rimetterci. Anche in questa circostanza va premiato Russell Westbrook che ha realizzato un'annata storica, da record. Ma oltre ai numeri il leader dei Thunder è stato capace di trainare ed allo stesso tempo coinvolgere i compagni che non sono di altissimo valore. Lo stesso dicasi per James Harden, che però ha avuto compagni più competitivi. Staccato Isaiah Thomas che è stato il trascinatore dei Boston Celtics.

giovedì 20 aprile 2017

NBA Awards 2016/17 (All-NBA Starting-Five)

NBA Awards 2016/17
All-NBA Starting-Five

I playoff della NBA sono iniziati, e questo significa che la regular season è di fatto terminata. A questo punto non ci resta che tirare le somme e dare i premi a quei giocatori che si sono maggiormente distinti nell'arco della stagione. Per iniziare però, stiliamo i migliori quintetti assoluto, difensivo e dei rookie, e nella seconda parte di questo articolo assegneremo i premi singoli di maggiormente migliorato, difensore, rookie, sesto uomo, coach ed Mvp del campionato NBA 2016/17.


All-NBA First Team
G: Isaiah Thomas (Boston Celtics)
G: Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
G: James Harden (Houston Rockets)
F: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
F: Kevin Durant (Golden State Warriors)

Farà discutere l'assenza di LeBron James, che statisticamente ha fatto registrare qualche ulteriore miglioramento, ma escludere uno dei cinque nomi succitati sarebbe stato un dolo ancor maggiore. Oltretutto i Cleveland Cavaliers di quest'anno saranno ricordati per i piagnistei di James e per essere riusciti nell'impresa di arrivare secondi ad East. Per contraltare Thomas è stato l'anima dei Celtics capaci di arrivare primi nella Eastern Conference. Westbrook sarà ricordato in eterno per la stagione da record che ha messo su, così come quella altrettanto importante che ha permesso ad Harden guidare i Rockets. Leonard è ormai il leader silenzioso degli Spurs ed un autentico fattore su entrambe le metà campo. Durant è quello che forse farà storcere di più il naso, ma ha saputo calarsi nella nuova realtà con intelligenza ed umiltà, spesso sacrificandosi tatticamente ma senza perdere il suo feeling con il gioco. La sua nomination è quasi un premio ai Warriors capaci di trovare il giusto equilibrio di squadra praticamente sin da subito.


NBA All-Defensive Team
G: John Wall (Washington Wizards)
F: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
F: Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)
F: Draymond Green (Golden State Warriors)
C: Rudy Gobert (Utah Jazz)

Iniziamo dalla honorable mention per Chris Paul che un posto in questa selezione lo avrebbe meritato, anche se così come è composto è più versatile e permette diversi accoppiamenti in tutte le posizioni. È stato premiare Wall che ha dimostrato la giusta maturazione anche e soprattutto nella metà campo difensiva. Di Leonard c'è ben poco da aggiungere, così come per Giannis che è un autentico miracolo vederlo giocare su di un parquet per il talento debordante e l'energia che sprigiona nel difendere. Green è l'emblema del difensore moderno, duro, ruvido, che ti entra sotto pelle e ti disintegra mentalmente con le parole. Infine Gobert è stato forse il segreto dei Jazz di questa stagione, ed oltre ad intimidire sotto canestro ha più volte dimostrato di tenere in palleggio grazie a dei buoni scivolamenti laterali.


NBA All-Rookie Team
G: Jamal Murray (Denver Nuggets)
G: Malcolm Brogdon (Milwaukee Bucks)
F: Brandon Ingram (Los Angeles Lakers)
F: Dario Saric (Philadelphia Sixers)
C: Joel Embiid (Philadelphia Sixers)

Le nomination per il quintetto dei rookie hanno finito per premiare colore che sono stati più continui nell'arco della stagione. Proprio per questo il Buddy Hield intravisto nella parte finale ai Sacramento Kings non è riuscito a strappare un posto anche e soprattutto perché a New Orleans ha sprecato diverse opportunità. La coppia di lunghi dei Philadelphia Sixers praticamente si contende il premio di Rookie of the Year, e bisogna aggiungere con grande merito. Murray ha saputo sfruttare le occasioni che gli sono state date dai Nuggets, così come ha saputo fare Brogdon in casacca Bucks. Ingram invece sicuramente non ha brillato, ma è capitato anche in un contesto non semplice e dove hanno cercato di preservarlo. Nonostante sia stato centellinato nel minutaggio, ha dato dimostrazione di sprazzi del suo talento.

venerdì 14 aprile 2017

Spinelli ed il basket come scuola di vita

Spinelli ed il basket come scuola di vita
A Monteruscello, con il fratello Salvatore, ha dato vita a "Pick and Roll 9" per togliere dalla strada i ragazzi di Pozzuoli


di Giovanni Bocciero*

POZZUOLI - Lo sport può essere senz’altro un mezzo di inclusione sociale. E nessuno lo può sapere meglio di Valerio Spinelli, atleta di caratura nazionale che si è fatto amare sui parquet di tutta Italia per il suo genio e la sua sregolatezza. Spinelli è partito dalla sua Pozzuoli, crescendo cestisticamente ma innanzitutto umanamente, tant’è che poi ha fondato la Pick and Roll 9, la sua scuola minibasket che ha come principio base quello di aiutare i più giovani che vivono in un territorio da sempre purtroppo degradato.
La filosofia ispiratrice della Pick and Roll 9 è facilmente riscontrabile «nell’idea che lo sport, oggi, deve rappresentare una palestra di vita, forse la più incisiva, che aiuta i bambini a crescere, imparare e relazionarsi - così come si legge nella mission della società -. Praticare uno sport, oltre a offrire l’opportunità di socializzare con i propri coetanei, insegna a rispettare le regole e a lavorare in gruppo per un progetto comune. Insegna ad avere rispetto di sé stessi e degli altri, a non sentirsi invincibili di fronte ai compagni solo perché si è più bravi, e a non sentirsi degli sconfitti solo perché si è più lenti degli altri. La vision che la dirigenza si è immaginata, è quella di disciplinare la smania di successo e di ricerca della vittoria a ogni costo, perché solo così i bambini crescono, imparano a sfidare i propri limiti, trovano serenità e raggiungono quell’equilibrio interiore indispensabile per diventare poi degli adulti maturi e responsabili. In questo, la Pick and Roll 9 ritiene il minibasket una vera scuola di vita, perché risponde pienamente all’obiettivo di crescita fisica e psichica dei bambini e di maturazione della loro personalità. Tutto questo, però, senza mai trascurare il “sogno”, magari un sogno che resterà solo sognato, di raggiungere un giorno traguardi prestigiosi».
In una zona difficile un centro minibasket che accoglie centinaia di bambini.
Valerio Spinelli: "Conosco le loro difficoltà perché le ho vissute anch'io"
Come detto Spinelli è nato e cresciuto a Pozzuoli, e pur girovagando per l’Italia non ha mai dimenticato le proprie radici. E proprio nel territorio natio sta cercando di rendersi utile per la comunità. «Io sono di Pozzuoli ed ho fatto tutta la trafila del settore giovanile al palazzetto di Monteruscello. Per questo so quali sono le difficoltà della zona, e dunque un modo per aiutare i ragazzi era quello di creare una scuola di minibasket. Questo progetto - ha spiegato Valerio Spinelli - nato quasi come un divertimento, una vera e propria passione, lo porto avanti insieme a mio fratello Salvatore Spinelli e all’amico Salvatore Scotto di Minico. Negli anni abbiamo raccolto sia apprezzamenti che numeri soddisfacenti, e così ci ritroviamo dal 2012 con questa bellissima attività».
L’ex playmaker di Napoli e Avellino ha spiegato il perché hanno deciso di fondare questa società. «Il motivo principale per cui abbiamo deciso di avviare questa idea è stato quello di permettere ai ragazzini della zona di avere qualcosa a cui affezionarsi invece di stare per strada tutto il giorno. Io, poi, conosco i gestori dell’impianto con i quali abbiamo trovato un accordo, e così questa idea nata più per gioco man mano è cresciuta. Ci siamo organizzati, strutturati, e abbiamo sempre fatto un passo in avanti».
Solo cinque anni di attività e la Pick and Roll 9 è già ben radicata sul territorio, ed ha anche raccolto risultati sportivi importanti. «Attualmente abbiamo due squadre senior che militano in Promozione e Prima Divisione, poi abbiamo tutte le squadre giovanili dal minibasket, ovviamente, e sino all’Under 16. Il tutto ci permette di avere circa 150 iscritti. E due anni fa la formazione senior vinse il campionato di Promozione. Pur sentendoci con tutte le altre società che operano sul territorio, con le quali abbiamo degli ottimi rapporti, non abbiamo delle vere e propri collaborazioni - ha raccontato il regista campano - perché per adesso non ci interessa essere una società satellite di alcuna squadra. Ci piace quello che stiamo facendo e preferiamo continuare così. Nel caso qualche società ci dovesse chiedere in futuro un aiuto ad allestire qualche formazione saremo senz’altro contenti di poter dare una mano».
In questi anni la società flegrea ha partecipato anche a diverse manifestazioni di caratura nazionale, tra i quali spiccano il Torneo Internazionale di Matera ed il Torneo delle Stelle di Caserta. Questo ha permesso alla Pick and Roll 9 di riportare in auge l’antica tradizione puteolana che si stava leggermente affievolendo. Ma i risultati sportivi, però, non devono distrarre da quello che è il vero intento della dirigenza. «Il nostro obiettivo primario è quello di aiutare i più giovani. Le cose che ci interessano di più non a caso sono il minibasket ed il settore giovanile. Di base noi vogliamo che i ragazzi stiano quanto più tempo possibile nel palazzetto, in modo che si dedichino completamente a qualcosa che a loro piaccia fare. È importante in un territorio difficile come quello di Pozzuoli e di tutti i paesi limitrofi dare ai più giovani una valvola di sfogo sulla quale concentrarsi. Questa è stata la prima ragione - ha continuato Valerio Spinelli - per cui abbiamo fondato la società, che cerchiamo giorno dopo giorno di far diventare una vera e propria famiglia per tutti. Non a caso l’allenatore del minibasket è sempre lo stesso. Per noi dello staff prima di tutto siamo degli amici, e poi successivamente dei collaboratori in campo. Questa è la prima cosa che abbiamo cercato di costruire sin dagli albori, anche perché sappiamo che Monteruscello non da molti sbocchi per i ragazzini. Per questo è molto meglio che loro stiano in un palazzetto che per strada».
Valerio Spinelli: "Due squadre senior, ma l'impegno più intenso è sui
giovanissimi creando un ambiente che sia più simile ad una famiglia".
Il fatto di operare in un territorio difficile, fa sì che la società debba fare dei veri e propri salti mortali per rendere l’attività il più perfetta possibile. Ma anche, e soprattutto, affrontare delle situazioni parecchio particolari. Storie di ragazzini che vivono condizioni familiari complicate, e che dunque meritano tutto il sostegno possibile. «Non siamo mai stati propensi a sponsorizzare queste storie. Però abbiamo diversi ragazzi - ha raccontato Valerio Spinelli -, alcuni anche di colore, con situazioni familiari difficili e che dunque non possono permettersi di contribuire alle classiche spese e che addirittura non sono di Monteruscello. Ma grazie all’aiuto di tutti i collaboratori noi riusciamo ad andarli a prendere fino a casa, portarli al palazzetto per fare allenamento ed anche a riaccompagnarli, dandogli tutto l’abbigliamento necessario per poter scendere in campo, dalla tuta al completino, dalle scarpe ai calzini».
Non si discosta dalle parole di Valerio Spinelli il pensiero del fratello Salvatore Spinelli, tra i fondatori della Pick and Roll 9 e primo punto di riferimento in palestra. «Io sono dell’idea che lo sport sia fondamentale, indipendentemente da che disciplina sportiva si pratichi. È una valvola di sfogo che i bambini, i più giovani devono avere per far fronte alle difficoltà che possono incontrare in un territorio come il nostro. E fare sport credo sia la soluzione migliore per allontanarli dai pericoli che si possono incontrare per le strade. Siamo riusciti ad entrare nel palazzetto di Monteruscello dove non si praticava minibasket perché Valerio conosce il gestore dell’impianto, e abbiamo ottenuto fiducia perché c’ha messo in prima persona la sua faccia ed il suo nome».
La scuola minibasket puteolana abbraccia chiunque abbia voglia di sposare la loro filosofia, soprattutto i bambini che si avvicinano per la prima volta alla pallacanestro e lo vogliono fare con spirito di scoperta e divertimento. «Noi siamo riusciti a ricreare un ambiente molto simile ad una famiglia, dove i ragazzi si allenano in maniera serena, sicura, e soprattutto sono costantemente controllati - ha dichiarato Salvatore Spinelli -. E poi naturalmente si divertono, perché partecipiamo a tutte le diverse categorie dei campionati giovanili proprio per farli giocare tutti. Abbiamo anche l’ambizione di “produrre” in futuro qualche campioncino. Ma oltre alla speranza non ne siamo assillati».
Ma il fatto che la società possa fregiarsi della persona di Valerio Spinelli, quanto influenza l’opinione della comunità e della scelta dei genitori di portare i propri figli alla Pick and Roll 9? «Sicuramente Valerio ha una sua risonanza nel nostro territorio, ma non saprei dire analiticamente quanto questo influenzi il coinvolgimento dei bambini e delle loro famiglie nello scegliere di venire a praticare basket e minibasket da noi piuttosto che da altre società. Valerio ha sempre cercato di essere molto presente. Nei primi due anni di avviamento della società, ad esempio, ogni lunedì stava al palazzetto per vedere le partite dei ragazzi. Poi - ha continuato il fratello - per i suoi vari impegni, la sua presenza è diventata un po’ più saltuaria. E proprio per questo al momento ancora non si è cimentato ad allenare qualche nostro gruppo perché ancora preso da altre faccende. Certamente però molti ragazzi lo conosco per la carriera e l’apice che ha raggiunto».
Oltre alla propria presenza, Valerio Spinelli ha coinvolto diverse volte i propri compagni in attività della sua società. «Nel 2012, quando iniziammo questa avventura - ha rivelato Salvatore Spinelli -, organizzammo una festa di Natale alla quale Valerio portò alcuni giocatori americani che all’epoca giocavano insieme a lui ad Avellino. Fu una bella iniziativa che abbiamo cercato di replicare con altre attività. Una volta poi, portammo i ragazzi del nostro centro a vedere una partita al Pala Del Mauro di Avellino».
Il centro minibasket Pick and Roll 9 è stato sì fondato da Valerio Spinelli con l’aiuto del fratello Salvatore Spinelli, ma sono tanti i dirigenti e gli allenatori che portando giorno dopo giorno il proprio mattoncino, il proprio contribuito, hanno permesso che la società crescesse e puntasse a traguardi sempre più ambiziosi. E allora meritano di essere citati i vari dirigenti e tecnici nelle persone di Salvatore Scotto di Minico, Vincenzo Marra, Raffaele Russo, Stefano Scotto di Luzio, Mirco Saggiomo, Francesco Brontolone, Alessandro Amodio, Edmondo Zito, Nicola Ingenito e Salvatore Bombace. Persone senza le quali la società non potrebbe operare in modo così importante, e soprattutto guardare al futuro con sempre maggiore ambizione. Senza dimenticarsi, però, di quello che è l’obiettivo primario per cui si è praticamente nati. Ovvero utilizzare lo sport, ed in particolare la pallacanestro, come mezzo di aiuto sociale per i bambini che vivono in un contesto territoriale non certamente facile e dei migliori.






* per la rivista BASKET MAGAZINE

sabato 1 aprile 2017

2017 NBA Mock Draft 2.0


Aggiornamento: 01/04/2017. Versione 1.0Pareri, sensazioni, idee sparse e soprattutto "statistiche alla mano" in vista dell'NBA Draft in programma il prossimo 22 giugno 2017.

First round

1. Boston Celtics - Josh Jackson (SF - Freshman - Kansas)
Dai Brooklyn Nets (diritto di scambio pro Celtics)

2. 
Los Angeles Lakers - Lonzo Ball (PG - Freshamn - UCLA)
Top 3 protected altrimenti va ai Philadelphia Sixers

3. 
Phoenix Suns - Markelle Fultz (PG - Freshamn - Washington)

4. Orlando Magic - 
Jayson Tatum (SF - Freshman - Duke)

5. Philadelphia Sixers - Malik Monk (SG - Freshamn - Kentucky)
Diritto di scambio con i Kings (pro Sixers)

6. Sacramento Kings - Dennis Smith (PG - Freshman - NC State)
Diritto di scambio con i Sixers (pro Sixers)

7. New York Knicks - De'Aaron Fox (PG - Freshman - Kentucky)

8. Minnesota Timberwolves - Jonathan Isaac (SF - Freshman - Florida State)

9. Dallas Mavericks - Lauri Markkanen (PF - Freshman - Arizona)
Top 18 protected altrimenti va ai Philadelphia Sixers

10. Sacramento Kings - Frank Ntilikina (SG - International - Francia)
Dai New Orleans Pelicans (top 3 protected)

11. 
Denver Nuggets - Miles Bridges (PF - Freshman - Michigan State)

12. Charlotte Hornets - 
Justin Jackson (SF - Junior - North Carolina)

13. 
Detroit Pistons - T.J. Leaf - (PF - Freshman - UCLA)

14. 
Chicago Bulls - Justin Patton (C - Freshman - Creighton)

15. Portland Trail Blazers - 
John Collins (PF - Sophomore - Wake Forest)

16. Miami Heat Luke Kennard (SG - Sophomore - Duke)

17. Indiana Pacers - 
Jarrett Allen (PF - Freshman - Texas)

18. 
Atlanta Hawks - Johnathan Motley (PF - Junior - Baylor)

19. Milwaukee Bucks - Isaiah Hartenstein (PF - International - Germania)

20. Portland Trail Blazers - Terrance Ferguson (SG - International - USA)
Dai Memphis Grizzlies via Denver Nuggets

21. Oklahoma City Thunder - Edrice Adebayo (C - Freshman - Kentucky)

22. Orlando Magic - Ivan Rabb (PF - Sophomore - California)
Dai Los Angeles Clippers via Toronto Raptors

23. Brooklyn Nets - Harry Giles (PF - Freshman - Duke)
Dai Washington Wizards

24. Toronto Raptors - Caleb Swanigan (C - Sophomore - Purdue)

25. Utah Jazz - Dwayne Bacon (SG - Sophomore - Florida State)

26. 
Portland Trail Blazers - Jordan Bell (C - Junior - Oregon)
Dai Cleveland Cavaliers

27. 
Brooklyn Nets - Jawun Evans (PG - Sophomore - Oklahoma State)
Dai Boston Celtics (diritto di scambio pro Celtics)

28. Los Angeles Lakers - Donovan Mitchell (SG - Sophomore - Louisville)

Dagli Houston Rockets

29. San Antonio Spurs - Sindarius Thornwell (SG - Senior - South Carolina)

30. Utah Jazz - Allonzo Trier (Sg - Sophomore - Arizona)

Dai Golden State Warriors