sabato 22 aprile 2017

NBA Awards 2016/17 (Individuali)

NBA Awards 2016/17
Premi Individuali

I premi individuali della NBA sono attesi dagli atleti ma soprattutto dai fans. Sono dei riconoscimenti che fotografano l'andamento della stagione e danno l'idea di quello che è successo. E poi logicamente servono per arricchire la fama di quelle superstar già affermate così come permettere a dei giovani giocatori di essere lanciati nell'Olimpo del professionismo. Senza perderci in altre chiacchiere, vediamo le scelte.

NBA Most Improved Player
1- Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2- James Johnson (Miami Heat)
3- Otto Porter (Washington Wizards)


Se James Johnson è stato l'arma in più di Miami mentre Otto Porter ha contribuito all'ottima stagione di Washington, il premio va comunque a Nikola Jokic che ha vissuto in casacca Denver Nuggets una seconda parte di stagione da autentico protagonista. Autore di diverse triple-doppie, ha fatto stropicciare gli occhi perché vedere un pivot della sua stazza con mani fatate e ancor di più visione pazzesca non capita davvero tutti i giorni. Sta decisamente mettendo a frutto l'essere figlio della scuola slava. Giannis Antetokounmpo è fuori classifica.

NBA Defensive Player of the Year
1- Draymond Green (Golden State Warriors)
2- Rudy Gobert (Utah Jazz)
3- Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)


Le statistiche in rimbalzi, stoppate e recuperi sono sopravvalutate o sottovalutate per questo premio. Dipende dai punti di vista. Ed in questo Draymond Green mette tutti d'accordo perché non solo mette insieme numeri importanti di gara in gara, ma è visivamente un difensore ostico. È versatile potendo difendere praticamente su qualsiasi avversario in qualsiasi posizione, e poi con il suo trash-talk inevitabilmente ti estromette dal match. Sul podio salgono meritatamente la grande sorpresa di questa stagione Rudy Gobert e lo scontato Kawhi Leonard.

NBA Rookie of the Year
1- Joel Embiid (Philadelphia Sixers)
2- Malcolm Brogdon (Milwaukee Bucks)
3- Dario Saric (Philadelphia Sixers)


Sulla vittoria di Joel Embiid pende purtroppo la spada di Damocle delle sole 31 presenze in una stagione che conta 82 partite. Ma se questo premio deve riconoscere il miglior rookie dell'anno, Embiid ha decisamente influenzato ed inciso in positivo per tutto quello che ha fatto. Questo ovviamente a dispetto degli altri neo professionisti. Il compagno di squadra a Philadelphia Dario Saric ha fatto altrettanto bene, così come Malcolm Brogdon in casacca Bucks, ma nessuno ha fatto ottimamente quanto il centro per di più simpaticissimo sui social.

NBA Sixth Man Award
1- Eric Gordon (Houston Rockets)
2- Andre Iguodala (Golden State Warriors)
3- Louis Williams (Houston Rockets)


La lotta per questo premio è stata davvero serrata. Louis Williams ha fatto benissimo sia quando usciva dalla panchina dei Lakers che da quella dei Rockets. Andrea Iguodala mai come quest'anno ha dovuto rispolverare il suo talento offensivo senza dedicarsi solo alla difesa. Ma Eric Gordon ha contribuito e non poco alla stagione degli Houston Rockets riuscendo a giocare senza troppi infortuni - che ne hanno falcidiato la carriera - e risultando tra i migliori tiratori per percentuale dall'arco dei tre punti.

NBA Coach of the Year
1- Brad Stevens (Boston Celtics)
2- Mike D'Antoni (Houston Rockets)
3- Scott Brooks (Washington Wizards)


Mike D'Antoni avrebbe meritato ugualmente questo riconoscimento per il semplice fatto di aver reso Houston una contendente a tutti effetti. Ma spodestare i Cleveland Cavaliers e vincere la Eastern Conference frutto di un duro lavoro iniziato negli ultimi anni e che ha portato sino a questo traguardo, fa di Brad Stevens il coach dell'anno. Non va dimenticato neppure l'ottimo lavoro di Scott Brooks che ha finalmente reso i Washington Wizards una squadra competitiva.

NBA Most Valuable Player
1- Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2- James Harden (Houston Rockets)
3- Isaiah Thomas (Boston Celtics)


Lo stesso discorso per il coach vale anche per l'Mvp, e purtroppo per i Rockets sono sempre loro a rimetterci. Anche in questa circostanza va premiato Russell Westbrook che ha realizzato un'annata storica, da record. Ma oltre ai numeri il leader dei Thunder è stato capace di trainare ed allo stesso tempo coinvolgere i compagni che non sono di altissimo valore. Lo stesso dicasi per James Harden, che però ha avuto compagni più competitivi. Staccato Isaiah Thomas che è stato il trascinatore dei Boston Celtics.

giovedì 20 aprile 2017

NBA Awards 2016/17 (All-NBA Starting-Five)

NBA Awards 2016/17
All-NBA Starting-Five

I playoff della NBA sono iniziati, e questo significa che la regular season è di fatto terminata. A questo punto non ci resta che tirare le somme e dare i premi a quei giocatori che si sono maggiormente distinti nell'arco della stagione. Per iniziare però, stiliamo i migliori quintetti assoluto, difensivo e dei rookie, e nella seconda parte di questo articolo assegneremo i premi singoli di maggiormente migliorato, difensore, rookie, sesto uomo, coach ed Mvp del campionato NBA 2016/17.


All-NBA First Team
G: Isaiah Thomas (Boston Celtics)
G: Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
G: James Harden (Houston Rockets)
F: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
F: Kevin Durant (Golden State Warriors)

Farà discutere l'assenza di LeBron James, che statisticamente ha fatto registrare qualche ulteriore miglioramento, ma escludere uno dei cinque nomi succitati sarebbe stato un dolo ancor maggiore. Oltretutto i Cleveland Cavaliers di quest'anno saranno ricordati per i piagnistei di James e per essere riusciti nell'impresa di arrivare secondi ad East. Per contraltare Thomas è stato l'anima dei Celtics capaci di arrivare primi nella Eastern Conference. Westbrook sarà ricordato in eterno per la stagione da record che ha messo su, così come quella altrettanto importante che ha permesso ad Harden guidare i Rockets. Leonard è ormai il leader silenzioso degli Spurs ed un autentico fattore su entrambe le metà campo. Durant è quello che forse farà storcere di più il naso, ma ha saputo calarsi nella nuova realtà con intelligenza ed umiltà, spesso sacrificandosi tatticamente ma senza perdere il suo feeling con il gioco. La sua nomination è quasi un premio ai Warriors capaci di trovare il giusto equilibrio di squadra praticamente sin da subito.


NBA All-Defensive Team
G: John Wall (Washington Wizards)
F: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
F: Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)
F: Draymond Green (Golden State Warriors)
C: Rudy Gobert (Utah Jazz)

Iniziamo dalla honorable mention per Chris Paul che un posto in questa selezione lo avrebbe meritato, anche se così come è composto è più versatile e permette diversi accoppiamenti in tutte le posizioni. È stato premiare Wall che ha dimostrato la giusta maturazione anche e soprattutto nella metà campo difensiva. Di Leonard c'è ben poco da aggiungere, così come per Giannis che è un autentico miracolo vederlo giocare su di un parquet per il talento debordante e l'energia che sprigiona nel difendere. Green è l'emblema del difensore moderno, duro, ruvido, che ti entra sotto pelle e ti disintegra mentalmente con le parole. Infine Gobert è stato forse il segreto dei Jazz di questa stagione, ed oltre ad intimidire sotto canestro ha più volte dimostrato di tenere in palleggio grazie a dei buoni scivolamenti laterali.


NBA All-Rookie Team
G: Jamal Murray (Denver Nuggets)
G: Malcolm Brogdon (Milwaukee Bucks)
F: Brandon Ingram (Los Angeles Lakers)
F: Dario Saric (Philadelphia Sixers)
C: Joel Embiid (Philadelphia Sixers)

Le nomination per il quintetto dei rookie hanno finito per premiare colore che sono stati più continui nell'arco della stagione. Proprio per questo il Buddy Hield intravisto nella parte finale ai Sacramento Kings non è riuscito a strappare un posto anche e soprattutto perché a New Orleans ha sprecato diverse opportunità. La coppia di lunghi dei Philadelphia Sixers praticamente si contende il premio di Rookie of the Year, e bisogna aggiungere con grande merito. Murray ha saputo sfruttare le occasioni che gli sono state date dai Nuggets, così come ha saputo fare Brogdon in casacca Bucks. Ingram invece sicuramente non ha brillato, ma è capitato anche in un contesto non semplice e dove hanno cercato di preservarlo. Nonostante sia stato centellinato nel minutaggio, ha dato dimostrazione di sprazzi del suo talento.

venerdì 14 aprile 2017

Spinelli ed il basket come scuola di vita

Spinelli ed il basket come scuola di vita
A Monteruscello, con il fratello Salvatore, ha dato vita a "Pick and Roll 9" per togliere dalla strada i ragazzi di Pozzuoli


di Giovanni Bocciero*

POZZUOLI - Lo sport può essere senz’altro un mezzo di inclusione sociale. E nessuno lo può sapere meglio di Valerio Spinelli, atleta di caratura nazionale che si è fatto amare sui parquet di tutta Italia per il suo genio e la sua sregolatezza. Spinelli è partito dalla sua Pozzuoli, crescendo cestisticamente ma innanzitutto umanamente, tant’è che poi ha fondato la Pick and Roll 9, la sua scuola minibasket che ha come principio base quello di aiutare i più giovani che vivono in un territorio da sempre purtroppo degradato.
La filosofia ispiratrice della Pick and Roll 9 è facilmente riscontrabile «nell’idea che lo sport, oggi, deve rappresentare una palestra di vita, forse la più incisiva, che aiuta i bambini a crescere, imparare e relazionarsi - così come si legge nella mission della società -. Praticare uno sport, oltre a offrire l’opportunità di socializzare con i propri coetanei, insegna a rispettare le regole e a lavorare in gruppo per un progetto comune. Insegna ad avere rispetto di sé stessi e degli altri, a non sentirsi invincibili di fronte ai compagni solo perché si è più bravi, e a non sentirsi degli sconfitti solo perché si è più lenti degli altri. La vision che la dirigenza si è immaginata, è quella di disciplinare la smania di successo e di ricerca della vittoria a ogni costo, perché solo così i bambini crescono, imparano a sfidare i propri limiti, trovano serenità e raggiungono quell’equilibrio interiore indispensabile per diventare poi degli adulti maturi e responsabili. In questo, la Pick and Roll 9 ritiene il minibasket una vera scuola di vita, perché risponde pienamente all’obiettivo di crescita fisica e psichica dei bambini e di maturazione della loro personalità. Tutto questo, però, senza mai trascurare il “sogno”, magari un sogno che resterà solo sognato, di raggiungere un giorno traguardi prestigiosi».
In una zona difficile un centro minibasket che accoglie centinaia di bambini.
Valerio Spinelli: "Conosco le loro difficoltà perché le ho vissute anch'io"
Come detto Spinelli è nato e cresciuto a Pozzuoli, e pur girovagando per l’Italia non ha mai dimenticato le proprie radici. E proprio nel territorio natio sta cercando di rendersi utile per la comunità. «Io sono di Pozzuoli ed ho fatto tutta la trafila del settore giovanile al palazzetto di Monteruscello. Per questo so quali sono le difficoltà della zona, e dunque un modo per aiutare i ragazzi era quello di creare una scuola di minibasket. Questo progetto - ha spiegato Valerio Spinelli - nato quasi come un divertimento, una vera e propria passione, lo porto avanti insieme a mio fratello Salvatore Spinelli e all’amico Salvatore Scotto di Minico. Negli anni abbiamo raccolto sia apprezzamenti che numeri soddisfacenti, e così ci ritroviamo dal 2012 con questa bellissima attività».
L’ex playmaker di Napoli e Avellino ha spiegato il perché hanno deciso di fondare questa società. «Il motivo principale per cui abbiamo deciso di avviare questa idea è stato quello di permettere ai ragazzini della zona di avere qualcosa a cui affezionarsi invece di stare per strada tutto il giorno. Io, poi, conosco i gestori dell’impianto con i quali abbiamo trovato un accordo, e così questa idea nata più per gioco man mano è cresciuta. Ci siamo organizzati, strutturati, e abbiamo sempre fatto un passo in avanti».
Solo cinque anni di attività e la Pick and Roll 9 è già ben radicata sul territorio, ed ha anche raccolto risultati sportivi importanti. «Attualmente abbiamo due squadre senior che militano in Promozione e Prima Divisione, poi abbiamo tutte le squadre giovanili dal minibasket, ovviamente, e sino all’Under 16. Il tutto ci permette di avere circa 150 iscritti. E due anni fa la formazione senior vinse il campionato di Promozione. Pur sentendoci con tutte le altre società che operano sul territorio, con le quali abbiamo degli ottimi rapporti, non abbiamo delle vere e propri collaborazioni - ha raccontato il regista campano - perché per adesso non ci interessa essere una società satellite di alcuna squadra. Ci piace quello che stiamo facendo e preferiamo continuare così. Nel caso qualche società ci dovesse chiedere in futuro un aiuto ad allestire qualche formazione saremo senz’altro contenti di poter dare una mano».
In questi anni la società flegrea ha partecipato anche a diverse manifestazioni di caratura nazionale, tra i quali spiccano il Torneo Internazionale di Matera ed il Torneo delle Stelle di Caserta. Questo ha permesso alla Pick and Roll 9 di riportare in auge l’antica tradizione puteolana che si stava leggermente affievolendo. Ma i risultati sportivi, però, non devono distrarre da quello che è il vero intento della dirigenza. «Il nostro obiettivo primario è quello di aiutare i più giovani. Le cose che ci interessano di più non a caso sono il minibasket ed il settore giovanile. Di base noi vogliamo che i ragazzi stiano quanto più tempo possibile nel palazzetto, in modo che si dedichino completamente a qualcosa che a loro piaccia fare. È importante in un territorio difficile come quello di Pozzuoli e di tutti i paesi limitrofi dare ai più giovani una valvola di sfogo sulla quale concentrarsi. Questa è stata la prima ragione - ha continuato Valerio Spinelli - per cui abbiamo fondato la società, che cerchiamo giorno dopo giorno di far diventare una vera e propria famiglia per tutti. Non a caso l’allenatore del minibasket è sempre lo stesso. Per noi dello staff prima di tutto siamo degli amici, e poi successivamente dei collaboratori in campo. Questa è la prima cosa che abbiamo cercato di costruire sin dagli albori, anche perché sappiamo che Monteruscello non da molti sbocchi per i ragazzini. Per questo è molto meglio che loro stiano in un palazzetto che per strada».
Valerio Spinelli: "Due squadre senior, ma l'impegno più intenso è sui
giovanissimi creando un ambiente che sia più simile ad una famiglia".
Il fatto di operare in un territorio difficile, fa sì che la società debba fare dei veri e propri salti mortali per rendere l’attività il più perfetta possibile. Ma anche, e soprattutto, affrontare delle situazioni parecchio particolari. Storie di ragazzini che vivono condizioni familiari complicate, e che dunque meritano tutto il sostegno possibile. «Non siamo mai stati propensi a sponsorizzare queste storie. Però abbiamo diversi ragazzi - ha raccontato Valerio Spinelli -, alcuni anche di colore, con situazioni familiari difficili e che dunque non possono permettersi di contribuire alle classiche spese e che addirittura non sono di Monteruscello. Ma grazie all’aiuto di tutti i collaboratori noi riusciamo ad andarli a prendere fino a casa, portarli al palazzetto per fare allenamento ed anche a riaccompagnarli, dandogli tutto l’abbigliamento necessario per poter scendere in campo, dalla tuta al completino, dalle scarpe ai calzini».
Non si discosta dalle parole di Valerio Spinelli il pensiero del fratello Salvatore Spinelli, tra i fondatori della Pick and Roll 9 e primo punto di riferimento in palestra. «Io sono dell’idea che lo sport sia fondamentale, indipendentemente da che disciplina sportiva si pratichi. È una valvola di sfogo che i bambini, i più giovani devono avere per far fronte alle difficoltà che possono incontrare in un territorio come il nostro. E fare sport credo sia la soluzione migliore per allontanarli dai pericoli che si possono incontrare per le strade. Siamo riusciti ad entrare nel palazzetto di Monteruscello dove non si praticava minibasket perché Valerio conosce il gestore dell’impianto, e abbiamo ottenuto fiducia perché c’ha messo in prima persona la sua faccia ed il suo nome».
La scuola minibasket puteolana abbraccia chiunque abbia voglia di sposare la loro filosofia, soprattutto i bambini che si avvicinano per la prima volta alla pallacanestro e lo vogliono fare con spirito di scoperta e divertimento. «Noi siamo riusciti a ricreare un ambiente molto simile ad una famiglia, dove i ragazzi si allenano in maniera serena, sicura, e soprattutto sono costantemente controllati - ha dichiarato Salvatore Spinelli -. E poi naturalmente si divertono, perché partecipiamo a tutte le diverse categorie dei campionati giovanili proprio per farli giocare tutti. Abbiamo anche l’ambizione di “produrre” in futuro qualche campioncino. Ma oltre alla speranza non ne siamo assillati».
Ma il fatto che la società possa fregiarsi della persona di Valerio Spinelli, quanto influenza l’opinione della comunità e della scelta dei genitori di portare i propri figli alla Pick and Roll 9? «Sicuramente Valerio ha una sua risonanza nel nostro territorio, ma non saprei dire analiticamente quanto questo influenzi il coinvolgimento dei bambini e delle loro famiglie nello scegliere di venire a praticare basket e minibasket da noi piuttosto che da altre società. Valerio ha sempre cercato di essere molto presente. Nei primi due anni di avviamento della società, ad esempio, ogni lunedì stava al palazzetto per vedere le partite dei ragazzi. Poi - ha continuato il fratello - per i suoi vari impegni, la sua presenza è diventata un po’ più saltuaria. E proprio per questo al momento ancora non si è cimentato ad allenare qualche nostro gruppo perché ancora preso da altre faccende. Certamente però molti ragazzi lo conosco per la carriera e l’apice che ha raggiunto».
Oltre alla propria presenza, Valerio Spinelli ha coinvolto diverse volte i propri compagni in attività della sua società. «Nel 2012, quando iniziammo questa avventura - ha rivelato Salvatore Spinelli -, organizzammo una festa di Natale alla quale Valerio portò alcuni giocatori americani che all’epoca giocavano insieme a lui ad Avellino. Fu una bella iniziativa che abbiamo cercato di replicare con altre attività. Una volta poi, portammo i ragazzi del nostro centro a vedere una partita al Pala Del Mauro di Avellino».
Il centro minibasket Pick and Roll 9 è stato sì fondato da Valerio Spinelli con l’aiuto del fratello Salvatore Spinelli, ma sono tanti i dirigenti e gli allenatori che portando giorno dopo giorno il proprio mattoncino, il proprio contribuito, hanno permesso che la società crescesse e puntasse a traguardi sempre più ambiziosi. E allora meritano di essere citati i vari dirigenti e tecnici nelle persone di Salvatore Scotto di Minico, Vincenzo Marra, Raffaele Russo, Stefano Scotto di Luzio, Mirco Saggiomo, Francesco Brontolone, Alessandro Amodio, Edmondo Zito, Nicola Ingenito e Salvatore Bombace. Persone senza le quali la società non potrebbe operare in modo così importante, e soprattutto guardare al futuro con sempre maggiore ambizione. Senza dimenticarsi, però, di quello che è l’obiettivo primario per cui si è praticamente nati. Ovvero utilizzare lo sport, ed in particolare la pallacanestro, come mezzo di aiuto sociale per i bambini che vivono in un contesto territoriale non certamente facile e dei migliori.






* per la rivista BASKET MAGAZINE

sabato 1 aprile 2017

2017 NBA Mock Draft 2.0


Aggiornamento: 01/04/2017. Versione 1.0Pareri, sensazioni, idee sparse e soprattutto "statistiche alla mano" in vista dell'NBA Draft in programma il prossimo 22 giugno 2017.

First round

1. Boston Celtics - Josh Jackson (SF - Freshman - Kansas)
Dai Brooklyn Nets (diritto di scambio pro Celtics)

2. 
Los Angeles Lakers - Lonzo Ball (PG - Freshamn - UCLA)
Top 3 protected altrimenti va ai Philadelphia Sixers

3. 
Phoenix Suns - Markelle Fultz (PG - Freshamn - Washington)

4. Orlando Magic - 
Jayson Tatum (SF - Freshman - Duke)

5. Philadelphia Sixers - Malik Monk (SG - Freshamn - Kentucky)
Diritto di scambio con i Kings (pro Sixers)

6. Sacramento Kings - Dennis Smith (PG - Freshman - NC State)
Diritto di scambio con i Sixers (pro Sixers)

7. New York Knicks - De'Aaron Fox (PG - Freshman - Kentucky)

8. Minnesota Timberwolves - Jonathan Isaac (SF - Freshman - Florida State)

9. Dallas Mavericks - Lauri Markkanen (PF - Freshman - Arizona)
Top 18 protected altrimenti va ai Philadelphia Sixers

10. Sacramento Kings - Frank Ntilikina (SG - International - Francia)
Dai New Orleans Pelicans (top 3 protected)

11. 
Denver Nuggets - Miles Bridges (PF - Freshman - Michigan State)

12. Charlotte Hornets - 
Justin Jackson (SF - Junior - North Carolina)

13. 
Detroit Pistons - T.J. Leaf - (PF - Freshman - UCLA)

14. 
Chicago Bulls - Justin Patton (C - Freshman - Creighton)

15. Portland Trail Blazers - 
John Collins (PF - Sophomore - Wake Forest)

16. Miami Heat Luke Kennard (SG - Sophomore - Duke)

17. Indiana Pacers - 
Jarrett Allen (PF - Freshman - Texas)

18. 
Atlanta Hawks - Johnathan Motley (PF - Junior - Baylor)

19. Milwaukee Bucks - Isaiah Hartenstein (PF - International - Germania)

20. Portland Trail Blazers - Terrance Ferguson (SG - International - USA)
Dai Memphis Grizzlies via Denver Nuggets

21. Oklahoma City Thunder - Edrice Adebayo (C - Freshman - Kentucky)

22. Orlando Magic - Ivan Rabb (PF - Sophomore - California)
Dai Los Angeles Clippers via Toronto Raptors

23. Brooklyn Nets - Harry Giles (PF - Freshman - Duke)
Dai Washington Wizards

24. Toronto Raptors - Caleb Swanigan (C - Sophomore - Purdue)

25. Utah Jazz - Dwayne Bacon (SG - Sophomore - Florida State)

26. 
Portland Trail Blazers - Jordan Bell (C - Junior - Oregon)
Dai Cleveland Cavaliers

27. 
Brooklyn Nets - Jawun Evans (PG - Sophomore - Oklahoma State)
Dai Boston Celtics (diritto di scambio pro Celtics)

28. Los Angeles Lakers - Donovan Mitchell (SG - Sophomore - Louisville)

Dagli Houston Rockets

29. San Antonio Spurs - Sindarius Thornwell (SG - Senior - South Carolina)

30. Utah Jazz - Allonzo Trier (Sg - Sophomore - Arizona)

Dai Golden State Warriors

giovedì 23 marzo 2017

Alla scoperta della nona edizione del Dick's Nationals

Alla scoperta della nona edizione del Dick's Nationals



Lo so, parlare adesso di basket scolastico a stelle e strisce che non tratti della March Madness può sembrare una idiozia. Un autogol per attenzione. Ma il 30 e 31 marzo e l'1 aprile a New York City andrà in scena la nona edizione del Dick's Nationals, torneo ad invito che ha un unico grande obiettivo, ovvero proclamare the best high school basketball team in the country.


LE INVITATE. A contendersi tale ambito riconoscimento a livello liceale saranno otto scuole, le blasonate e abituate Oak Hill Academy, Montverde Academy e Findlay Prep, le agguerrite La Lumiere School e IMG Academy, e infine Wasatch Academy, Shadow Mountain e Greensboro Day. Iniziamo dal programma che vede tutte le partite disputarsi presso la palestra del liceo Christ the King di Middle Village, periferia della "Big Apple", dove tra giovedì e venerdì prossimi saranno disputati i quarti e le semifinali. Il tabellone prevede nella parte alta la #1 La Lumiere affrontare subito la #8 Wasatch; mentre l'avversaria della semifinale uscirà dalla super sfida che vedrà opposte la #4 Findlay Prep e la #5 Oak Hill Academy. Nella parte bassa invece, la vincente dell'incontro tra la #2 IMG Academy e la #7 Greensboro Day dovrà affrontare poi quella del matchup tra la #3 Montverde Academy e la #6 Shadow Mountain di Phoenix allenata dal veterano NBA Mike Bibby. Phoenix appunto, dove vi sarà la massima attenzione nella giornata di sabato per le semifinali della Final Four collegiale anche se qualche ora prima al Madison Square Garden è in programma la championship game del Dick's Nationals.

I PRESENTI. Questo appuntamento nazionale è un buon motivo e ulteriore vetrina per vedere all'opera i liceali più forti del paese e prossimi al salto universitario. Per questo gli scout non sottovalutano il torneo. E per chi vuol conoscere e sapere chi sono i giocatori più attesi che vi partecipano, adesso ne diamo una carrellata. Innanzitutto è bene sapere che tra le fila delle otto squadre vi sono 19 giocatori inseriti nelle speciali classifiche valutative di ESPN, ovvero 11 nella Top 100 della classe 2017, 5 nella Top 60 della classe 2018, e infine 3 nella Top 25 della classe 2019. La scuola più rappresentata è l'Oak Hill Academy che conta ben 5 atleti, ovvero il lungo Billy Preston promesso sposo di Kansas, il play Matt Coleman che ha firmato per Texas, e le guardie Lindell Wigginton che sbarcherà ad Iowa State e Ty-Shon Alexander che ha invece optato per Creighton. Tra questi che si gradueranno nel 2017, c'è anche il centrone junior David McCormack. Importante anche la nidiata dell'IMG Academy, perché il liceo della Florida conta sulla tanto attesa point guard Trevon Duval ancora indeciso su quale college frequentare (sulle sue tracce Kansas, Arizona, Duke, Baylor e Seton Hall). Eccone un assaggio:


Poi ci sono i due centri Isaiah Stokes che ha già accettato la borsa di studio offerta da Florida e l'angolano Bruno Fernando che dopo essersi riclassificato dalla classe 2016 a quella 2017 ha scelto Maryland. Per la classe 2018 invece, ha tra le proprie fila i lunghi Emmitt Williams e Silvio De Sousa che fanno gola a non pochi atenei. La Lumiere metterà in mostra oltre al suo miglior prospetto Brian Bowen, ancora indeciso sull'offerta collegiale da accettare, la power forward Jaren Jackson promesso sposo di Michigan State e la shooting guard Jordan Poole che invece militerà dall'anno prossimo con gli acerrimi nemici di Michigan. Altro esponente di La Lumiere è il play Tyger Campbell della classe addirittura 2019. Proprio di quest'ultima classe sono due gli esponenti della Montverde Academy, tra le formazioni più giovani della kermesse. Oltre al talentuoso canadese R.J. Barrett considerato #1 da ESPN e che potete ammirare nel video successivo (Arizona, Duke, Kansas, Kentucky, UCLA, Texas, Oklahoma, Missouri, Oregon, Indiana, Baylor e USC in fila per lui), sfoggerà il play Andrew Nembhard e l'ala Rechon Black della classe 2018 che ha accettato la borsa di studio di North Carolina. Un giocatore di livello a testa per la Findlay Prep che conterà sul lungo P.J. Washington che giocherà per Kentucky l'anno prossimo; e per la Wasatch Academy, piccolo liceo dello Utah, che sfoggerà la small forward Emmanuel Akot fresco di firma con Arizona.


GLI ASSENTI. Abbiamo detto che al Dick's Nationals vi sarà il #1 della classe 2019, mentre invece mancheranno i #1 delle classi 2017 e 2018, rispettivamente Michael Porter Jr. e Marvin Bagley III. Per quanto riguarda Porter, che ha letteralmente trascinato l'high school di Nathan Hale allenata da Brandon Roy (eh già, adesso allena i ragazzi) al record di 29-0 con tanto di primato nel ranking Super 25, l'invito è stato declinato perché il ragazzo ha dato precedenza al suo futuro. Infatti lui già la passata primavera aveva scelto di vestire la casacca di Washington, ma è notizia di questi giorni che ha deciso di ritirare la lettera di intenti con l'università per ripiegare su Missouri, il suo stato di nascita. La decisione è giunta dopo il licenziamento di coach Lorenzo Romar (visto alla Virtus Roma un paio di decenni fa) e il conseguente passaggio del padre assistente proprio da Washington a Missouri. Di diversa motivazione l'assenza del fenomeno nativo di Phoenix Bagley (Kentucky, Duke, UCLA, Arizona, Arizona State e Oregon nella sua school list) e del suo liceo Sierra Canyon, che nonostante abbia a lungo inseguito il primo posto del ranking nazionale durante l'intera stagione è stato sorprendentemente eliminato ai quarti del torneo statale della California. E così gli è stato negato l'invito. I due si sono addirittura affrontati durante la stagione:


IL PALMARES. Per quanto riguarda l'albo d'oro, la manifestazione è stata monopolizzata nelle sue otto edizioni da due licei. Si tratta della Findlay Prep di Henderson che ha vinto tre dei primi quattro tornei, inframezzato dal successo nel 2011 della Montrose Christian al suo primo ed unico invito. Dal 2013 invece la Montverde Academy di coach Kevin Boyle ha calato il personale three-peat grazie soprattutto al duo composto da D'Angelo Russell e Ben Simmons che hanno dato un contributo non indifferente. Ci sarebbe anche la Oak Hill Academy del veterano tecnico Steve Smith, una vera e propria fucina di talenti, che ha disputato ben cinque finali riuscendo a vincere il suo primo titolo soltanto nella passata stagione. E la vittoria è arrivata dopo un overtime proprio contro La Lumiere School del giovane coach Shane Heirman che dopo aver raggiunto la sua prima finale alla quinta partecipazione, in questa edizione ha i favori del pronostico.


venerdì 10 marzo 2017

Il grande ritorno: Mike D'Antoni

Mike D'Antoni e le 4 vite di Arsenio Lupin


di Giovanni Bocciero*


Riva: «Mike sfortunato, ma mai un perdente»

Il grande ritorno. Nella grande stagione di Houston, il personale
riscatto di Mike dopo le delusioni e le brutte esperienze
con i New York Knicks ed i Los Angeles Lakers
Se si guardano immagini delle diverse squadre allenate da Mike D’Antoni, si farà caso che i dettami tattici sono pressoché gli stessi da anni ormai. Dagli inizi in quel di Milano e Treviso, all’approdo in NBA dove è stato seduto sulle panchine di Denver, Phoenix, New York, Lakers e Houston. Con risultati alterni ma pur senza snaturare la propria idea cestistica, ovvero quella di correre in campo aperto, difendere allo stremo e tirare velocemente. «È sempre stato il suo credo - ha rivelato Antonello Riva -. Ricordo che per aumentare i possessi offensivi avevamo messo la regola che dopo qualsiasi canestro segnato pressavamo l’avversario per ritornare immediatamente in possesso del pallone. Oppure lo obbligavamo a velocizzare il proprio attacco. Facevamo tanti esercizi in allenamento proprio per velocizzare il nostro modo di andare a canestro». Uno stile di gioco che lo ha bollato come perdente oltreoceano, fin quando non sono esplosi i Warriors. «Inutile dire che soprattutto per gli allenatori non dipende unicamente dal proprio operato, ma prima di tutto dal rendimento dei giocatori e poi soprattutto dalla situazione societaria. Credo ad esempio - ha continuato l’ex Milano - che a New York sia arrivato nel momento peggiore della franchigia a livello di struttura societaria. È semplicemente capitato al posto sbagliato nel momento sbagliato perché le qualità di Mike non si discutono dopo tutti gli anni trascorsi in Italia e in NBA. E oggigiorno lo reputo uno dei migliori allenatori al mondo». La fiducia è un aspetto imprescindibile? «Una delle qualità di Mike è quella di mettere a proprio agio i suoi giocatori. Il fatto di essere stato un grande atleta è per lui un vantaggio, perché - ha concluso il bomber - lo aiuta a capire psicologicamente il giocatore che ha di fronte».


Pittis: «È un campione, con le sconfitte cresce»

Affinché le squadre di Mike D’Antoni rendano al massimo c’è bisogno che i giocatori dispongano della necessaria disponibilità nei suoi confronti. «Noi avevamo totale fiducia in Mike - ha dichiarato Riccardo Pittis -. Non avevamo alcun dubbio che le scelte prese fossero buone». L’ala ex Milano e Treviso fu l’oggetto della rivoluzione tattica, ovvero il primo esempio di small ball. «Sia per l’esigenza di coprire una posizione dove mancava un giocatore di ruolo, che per provare qualcosa di diverso, Mike decise di spostarmi da ‘3’ a ‘4’. L’esperimento, che era più una opzione e non una norma, funzionò talmente bene che lo ha fatto suo». Per vincere D’Antoni deve sentire che i giocatori sono con lui, perché «come in ogni situazione e per ogni persona, quando il gruppo ti segue diventa più facile mettere in pratica le tue idee. Questo ambiente - ha raccontato Pittis - si creò a Milano e Treviso, e sono certo che è così a Houston come prima ancora a Phoenix. Per quanto riguarda le esperienze di New York e Los Angeles, non è che le sue idee non abbiano funzionato, semplicemente erano delle situazioni particolari con squadre composte da giocatori estremamente difficili da gestire. E come dimostrano i risultati successivi non ha fallito solo lui. Per quanto mi riguarda, probabilmente se mi avesse messo a giocare da ‘5’ sarebbe andato bene lo stesso». Ma come può passare da due anni di inattività all’essere quasi il coach dell’anno in NBA? «Mike ha il Dna del campione, non si ferma davanti alle sconfitte ma anzi, ne trae insegnamento e si evolve. Sono particolarmente contento per lui perché so quanto ci tiene e con quale passione svolge il suo lavoro. Ha una smisurata voglia di insegnare pallacanestro e - ha concluso l’attuale telecronista Rai - di divertirsi facendo giocar bene».


Meneghin: «Maniaco del lavoro, non del sistema»

Gioie e dolori in panchina. Ha avuto stagioni felici con i Phoenix Suns
in coincidenza con l'arrivo in squadra di Steve Nash: pick and roll,
small ball, run and gun. 62-20 il record e Coach of the Year nel 2003
Il coach di Houston è stato spesso additato come fossilizzato su di un unico sistema di gioco. È realmente così? «Mike è sempre stata una persona molto flessibile - ha commentato Dino Meneghin -, non si fissa su di una cosa portandola avanti a qualunque costo. Chiaramente tutto dipende dai risultati, perché se questi arrivano con un modo di gioco allora prosegue, ma se bisogna apportare delle migliorie cambia sistema adattandosi ai giocatori che ha a disposizione. È una persona intelligente e grande conoscitore del gioco, e sa di non dover continuare se le cose vanno male. In NBA è costretto a cambiare registro e ad adattarsi. È testardo in realtà dal punto di vista del lavoro, per il resto è attento a ciò che gli succede intorno». E perché allora non è riuscito a vincere a New York e a Los Angeles? «Quegli anni sono stati difficile perché è estremamente complicato lavorare in quelle due piazze dove già soltanto arrivare secondi è un insuccesso. Ha patito certamente tutto l’ambiente, e il fatto di avere a disposizione dei giocatori che pensavano più a sé stessi che al gioco di squadra, cosa che lui predilige. Mike - ha continuato l’ex presidente FIP - riesce ad ottenere i risultati se ha tra le mani atleti che sanno mettere la squadra al primo posto, che non guardano al tabellino personale. Evidentemente quest’anno ha questo tipo di giocatori che fanno rendere al meglio il tipo di gioco che vuole». Ma per imporsi D’Antoni ha solo bisogno di vincere? «Il sogno di tutti è vincere. In America è quello dell’anello. Per fortuna in NBA non guardano soltanto alle vittorie ma ai risultati che ottieni. La consacrazione arriva se vince, ma puoi avere una buona nomea - ha concluso l’ex Milano - se riesci a far migliorare il gruppo di giocatori, trasformandoli in una squadra vera».




* per la rivista BASKET MAGAZINE

Yakhouba Diawara: tutto lavoro e tanto cuore

Yakhouba Diawara: tutto lavoro e tanto cuore

Torniamo a scoprire l'ala francese 'usato sicuro', vecchia conoscenza del nostro basket. Ragazzo umile, che non dimentica l'infanzia difficile: si sente un privilegiato, vuole aiutare i più giovani.



di Giovanni Bocciero*


CASERTA - Ragazzo umile, disponibile, che ricorda da dove viene così da vivere al meglio il suo presente e futuro. Questo è Yakhouba Diawara, ala francese alla sua sesta esperienza in Italia con la JuveCaserta. Un rinforzo ponderato, che è risultato essere decisivo sin dal suo esordio con il canestro vincente in quel di Reggio Emilia. Un grande attestato di stima da parte di coach Sandro Dell’Agnello che gli ha affidato l’ultimo tiro, e dei nuovi compagni di squadra che hanno riposto subito fiducia in lui. Già bene integrato nel gruppo, l’esperienza maturata ad un discreto livello in NBA (187 presenze con una media di 14 minuti e 3.5 punti) potrà sicuramente aiutare Caserta ad accedere ai playoff che mancano dal 2009/10.

Un cugino nel Bordeaux e il Diawara del Napoli è un suo lontano
parente. Lui disse no al calcio perché d'inverno faceva troppo freddo
Da bambino hai iniziato a giocare a pallamano, poi invece hai cambiato sport. Come ti sei avvicinato al basket?
«Sono cresciuto nel periodo più esaltante di Michael Jordan, che ho visto per la prima volta nel ‘93. In quegli anni la pallacanestro si è diffusa in tanti playground, ed ho finito per innamorarmi di questo bellissimo sport».
Qual è l’aneddoto che ricordi con più piacere dei tuoi inizi col basket?
«Durante la prima partita che ho giocato a Parigi ho messo a segno un paio di canestri in fila, e questo ha fatto entusiasmare pubblico e compagni. Mi è piaciuta la loro reazione e l’ho trovata così pazzesca da rendermi felice».
Ti piace molto anche il calcio, ed hai un cugino che giocava da professionista in Francia?
«Ho giocato anche a calcio ma ho lasciato siccome d’inverno faceva freddo e preferivo stare al coperto e al caldo. Ho un cugino che ha giocato al Bordeaux, ma anche il centrocampista del Napoli Amadou Diawara è un mio parente alla lontana. Dovrei chiedere a mia mamma per risalire alla parentela (ride!)».
Quando giocavi da bambino ti immaginavi già di diventare un giocatore professionista?
«Ho iniziato a giocare per divertimento, in maniera tranquilla. Poi con il passare degli anni ho visto che giocavo bene, ho iniziato a lavorare tanto dopo la scuola, e allora mi sono detto perché no! A diciotto anni ho vinto l’europeo con Tony Parker e mi sono impegnato sempre di più».
Ti sei poi trasferito negli Stati Uniti, giocando al college prima a Southern Idaho e poi a Pepperdine. A quel punto la NBA era un tuo sogno?
«Sicuramente con l’esperienza a Pepperdine, perché ho avuto la possibilità di giocare in Division I contro squadre come UCLA, USC, Gonzaga, e c’erano tanti coach e scout che venivano a vedere le partite. Ricordo che in un match casalingo proprio contro Gonzaga c’era Pat Riley sulle tribune. A quel punto ho iniziato a pensare seriamente alla NBA».
La prima esperienza in Italia è stata alla Fortitudo Bologna nel 2006. Arrivasti con la fama di essere un pessimo tiratore per un problema alla vista, eppure registrasti il 54% dall’arco. Cosa ricordi?
«Quando arrivai a Bologna tutti dicevano che non tiravo, e che ero solo un difensore. Io volevo rispondere con i fatti. Tiravo prima, durante e dopo l’allenamento, tutti i giorni. Sono stati quattro mesi bellissimi che mi hanno fatto innamorare del basket italiano per il suo gioco ed il suo calore che non si trovano in Francia e neppure nelle arene dell’NBA».
Oltretutto le tifoserie di Fortitudo e JuveCaserta sono gemellate?
«È una cosa fantastica. Anche con Varese corrono buoni rapporti, e sono felice per questo perché si tratta di squadre dove ho lasciato un pezzo di cuore e di cui sono un accanito tifoso».
"Dicevano che non tiravo mai: ho passato ore su ore in palestra per
non essere considerato più soltanto un buon difensore"
Dalla prima esperienza italiana esattamente 11 anni fa, ad oggi che sei a Caserta, come è cambiato il tuo gioco, il tuo approccio ad un match?
«Certamente adesso ho più esperienza. Ad esempio a Brindisi ho fatto un anno così così dove potevo fare di più. Poi a Varese è andata meglio, da semplice esterno ho iniziato anche a giocare da ala forte. Anche qui a Caserta gioco spesso da lungo, e seppur preferisco giocare da esterno sono pronto a sacrificarmi per la squadra. L’obiettivo deve essere quello di riportare la JuveCaserta ai playoff».
Hai giocato con Carmelo Anthony e Dwayne Wade. Com’è giocare con superstar di quel calibro?
«Ho giocato anche con il mio idolo Allen Iverson. Lavorare con dei marcatori ed atleti incredibili come loro, tutti i giorni, è un qualcosa di fantastico. Ho cercato di apprendere tanto e far tesoro dei loro insegnamenti».
Ormai conosci molto bene l’Italia. C’è qualcosa in particolarmente che ti piace?
«L’Italia è decisamente il mio paese preferito. Amo la lingua, il cibo, l’arte, il pubblico. Sono francese ma amo più l’Italia che la Francia».
C’è un film - Benvenuti al Sud - che racconta le distinzioni tra il Nord ed il Sud Italia. Tu hai giocato in tante e diverse città. Esistono davvero queste differenze di comportamento tra le persone?
«Credo che qualche differenza ci sia. Al nord le persone sono più chiuse, lavorano duramente e si vestono più chic. Al sud invece le persone sono aperte, solari, alla portata, e lavorano con molta più tranquillità. Io però non faccio distinzioni perché mi piacciono sia l’una che l’altra».
Sei della periferia parigina - Tremblay precisamente -, ed hai avuto un’infanzia difficile. Come sei arrivato ad essere l’uomo che sei oggi?
«Devo ringraziare la mamma e il papà, che hanno saputo crescermi. Se oggi sono così la colpa è unicamente loro (ride!). Sono stato davvero fortunato ad avere due genitori come loro, così come i miei fratelli e sorelle che mi hanno aiutato. Li ringrazio tutti i giorni e non lo finirò mai di fare».
Durante il periodo di inattività hai lavorato molto da solo, cercando la miglior forma fisica. È un po’ la metafora della tua vita: lavorare duro per ottenere i risultati?
«Senz’altro. Il mio corpo è il mio lavoro, e quindi se non lo curo non posso pensare di giocare, e di farlo bene. Seguendo un campione come Kobe Bryant, che a fine stagione non smetteva mai di lavorare, mi ha fatto capire che per ambire al massimo e allungare quanto più possibile la carriera da giocatore non devi mai fermarti. Mi reputo un professionista, e dunque devo sfruttare tutte le opportunità che mi si presentano».
"Con la Nba ho realizzato il sogno. Michael Jordan il mio mito, da Kobe
ho appreso la cultura del lavoro e ho giocato con Iveron"
Parigi è la tua città, come hai vissuto gli attentati terroristici e cosa ne pensi di questa situazione che sta mettendo in ginocchio tutto il mondo?
«Mi ha fatto molto male. È stato un momento molto difficile per tanti miei amici. Purtroppo non è stata colpita solo Parigi, ma anche Londra, Istanbul, Berlino, Bruxelles. Non possiamo certamente chiuderci in casa e non uscire più, facendoci condizionare. Il mondo purtroppo sta andando così, ma chiunque deve continuare a vivere la propria vita pregando che questi attentati finiscano quanto prima».
La Francia è una società multietnica, testimoniata dalla stessa nazionale di basket. In Italia è all’ordine del giorno il problema immigrazione. Cosa ti senti di dire?
«È piuttosto difficile perché il tema dipende molto dalla politica. In Francia ci sono molti abitanti di origine algerina, marocchina, senegalese e di tanti altri paese africani che appartenevano alle ex colonie francesi. Molti di loro sono arrivati in Francia per trovare lavoro. In Italia credo sia un po’ più difficile, e le poche cose che so le ho apprese dalla televisione. Spero solo che tutti possano essere felici».
Vivi negli Stati Uniti - ha casa a Miami -. Cosa pensi del nuovo presidente Donald Trump e come vedi il futuro in America?
«Trump ha vinto e dovrà governare per i prossimi quattro anni. Ha dichiarato che vuole cambiare tante cose, e addirittura costruire un muro al confine con il Messico. Alcuni provvedimenti li ha già messi in pratica. Vediamo come procederà il suo lavoro e poi commenteremo».
A Denver hai comprato per un anno intero biglietti a persone in difficoltà. Sei un ragazzo dal cuore d’oro?
«Mi sento una persona fortunata, e siccome non tutti si possono permettere di acquistare un biglietto per assistere ad una partita NBA ho cercato di rendermi utile. Con questo gesto volevo ripagarli del loro affetto, perché senza tifosi io praticamente non sono nessuno. Da bambino non potevo permettermi di andare a vedere una partita ma adesso che ho questa grande opportunità voglio donare qualcosa a chi è in difficoltà».
I tuoi genitori sono del Senegal, hai in cantiere dei progetti benefici per i più poveri del paese?
«Voglio assolutamente fare delle attività di solidarietà e beneficenza, sia in Francia che in Senegal. Ho diverse idee ma non c’è ancora nulla di veramente concreto. Più in là sicuramente cercherò di fare qualcosa soprattutto per i bambini».
Se non avessi fatto il giocatore di basket, cosa ti sarebbe piaciuto fare?
«Proprio perché tengo molto ai bambini e voglio aiutarli se sono in difficoltà, mi sarebbe piaciuto fare l’assistente sociale».
E dopo la pallacanestro cosa vorresti fare?
«Mi piacerebbe restare in questo mondo con un ruolo da allenatore. In particolare vorrei allenare all’università o all’high school, con cui sono molto in contatto, oppure rimanere in Italia. Il massimo livello a cui aspiro, comunque, è l’under 20, perché i professionisti sono molto complicati da allenare (ride!)».




Caserta, pubblico in calo e sempre più esigente

di Giovanni Bocciero

“Caserta città del basket”. È lo slogan che afferma ormai da anni quanto il legame tra la città e la pallacanestro sia forte, indivisibile. Nell’ultimo periodo questo slogan ha perso un po’ di significato, svuotato nei fatti più che nelle parole. Perché se realmente Caserta ed il basket fossero ancora uniti in maniera indissolubile, non si dovrebbero vedere gli spalti del PalaMaggiò vuoti ad ogni incontro. Ci sono di certo diverse attenuati: i risultati molto altalenanti, la lontananza del palazzo dal centro città, le difficoltà economiche della popolazione. Ma se neppure il ritorno dell’idolo Oscar Schmidt ha permesso che l’impianto di Castel Morrone toccasse il sold-out, allora davvero c’è qualcosa che non torna. Ormai è rimasto uno zoccolo duro di tifosi di vecchia data, che acquistato regolarmente l’abbonamento ad inizio stagione, ma sembra esser venuto meno in questi anni il cosiddetto ricambio generazionale del tifo. Non che i giovani non ci siano, sia chiaro. È che purtroppo non provano lo stesso attaccamento che le persone di una certa età hanno nei confronti della squadra. Forse addirittura troppo attaccamento, dato che spesso si sfocia in qualche episodio di poca pazienza con i fischi provenienti dalle tribune al minimo errore. È successo contro Varese, e ad Edgar Sosa non è sceso proprio giù, tanto da mostrare il dito medio in un raptus di pura rabbia. Contro Cremona invece, il pubblico è stato l’autentico sesto uomo, fondamentale nel momento cruciale che ha visto la JuveCaserta rimontare e poi vincere. È quello lo spirito con cui i casertani dovrebbero andare a vedere la partita, ovvero sostenere la squadra sempre e comunque, a prescindere dal risultato. Perché il PalaMaggiò deve incutere timore agli avversari, e non caricare di pressione i propri beniamini.




Altro rinforzo per Caserta: c'è anche Berisha

di Giovanni Bocciero

La JuveCaserta ha colto l’occasione della sosta per le Final Eight di Coppa Italia per inserire nel roster la guardia Dardan Berisha. Una scelta di mercato dovuta ovviamente all’urgenza di aggiungere un ulteriore uomo alle rotazioni, e possibilmente che fosse pronto per dare sin da subito un apporto alla squadra. Coach Dell’Agnello può essere contento di questo innesto, così da riequilibrare l’assetto della formazione con Josh Bostic fermo ai box, che sta vivendo evidentemente un calo fisico e mentale. Berisha, kosovaro di nascita ma con passaporto polacco, vanta la giusta esperienza in campo europeo. E adesso sarà a disposizione di Caserta che con lui vuole raggiungere i playoff. Una gran fetta del tifo bianconero ha accolto con soddisfazione questo ingaggio perché all’ombra della Reggia si è cresciuti con la cultura che gli slavi sono tosti e valorosi. E a lui chiedono durezza mentale.





* per la rivista BASKET MAGAZINE