giovedì 11 gennaio 2018

La sorpresa Wojciechowski, il caro nemico

La sorpresa - Polacco di formazione italiana in undici anni ha cambiato per dieci volte maglia
Wojciechowski, il caro nemico 
Sulla strada per i mondiali, Sacchetti troverà quel pivot di 2.13 che gli avrebbe fatto comodo in azzurro e che a Capo d’Orlando sta vivendo la sua migliore stagione 


di Giovanni Bocciero*


CAPO D’ORLANDO. C’è un adagio secondo il quale bisogna saper vivere secondo il proprio ritmo. Può accadere che la maturazione per alcuni arrivi a 20 anni e per altri alla soglia dei 30, ma nessuno è in anticipo e nessuno è in ritardo negli appuntamenti della propria vita. Semplicemente ognuno fa il suo percorso che è unico e non comparabile a quello degli altri. Tutto ciò che bisogna saper fare è avere pazienza ed aspettare il proprio tempo. 
A 28 anni ha raggiunto la piena maturità: può ancora migliorare,
ma è già pronto per il salto di qualità definitivo
 
È ciò che sta accadendo al pivot italo-polacco Jakub Wojciechowski, che alla soglia dei 28 anni sembra aver trovato la sua dimensione tra le la dell’Orlandina Basket. «Non è stato un grande problema ambientarmi a Capo d’Orlando - ha esordito il centro, che per gli amici è semplicemente Kuba - perché la gente è molto calorosa, affettuosa. Già dai primi giorni i miei vicini di casa, che non ho mai visto prima, mi hanno aiutato in determinate cose che mi servono nella vita quotidiana. Per quanto riguarda la società, quando sono arrivato era tutto organizzato nei minimi dettagli, e il rapporto con i compagni è fantastico». A Capo d’Orlando ci sono le condizioni adatte affinché il ragazzo riesca ad esprimersi al meglio, ad iniziare dal rapporto con l’allenatore Gennaro Di Carlo. «Ho un rapporto molto particolare con lui, non ne ho avuti di simili con altri coach. Dal primo incontro abbiamo parlato di tutt’altro che non fosse basket, perché voleva conoscere come sono fatto, i miei pensieri, e solo dopo è arrivata la pallacanestro. Mette grande attenzione in questo cercando di capire prima che persona sei, e poi di conoscerti dal punto di vista sportivo»
Wojciechowski sta stupendo per l’inizio di campionato, eppure a Capo d’Orlando se lo aspettavano. «La sua stagione è sotto gli occhi di tutti - ha dichiarato il diesse Peppe Sindoni - ed è la più positiva della sua carriera. Sono contento che stia facendo molto bene, e oltretutto non è un mistero che io abbia sempre confidato che Kuba fosse un giocatore di grande talento. Specialmente nel sistema di coach Di Carlo ha modo di esprimere al meglio quello che è il suo gioco, le sue caratteristiche, ripercorrendo un po’ quello che ha fatto Iannuzzi l’anno scorso. In Italia credo che non siano molti i tecnici come Di Carlo che hanno un sistema che permette ai lunghi di esprimersi. Tutto ciò sta aiutando Kuba che ha il merito di farsi trovare pronto. L’ho sempre ritenuto uno tra i più forti lunghi italiani di formazione, con un talento clamoroso, capace di giocare entrambi i ruoli interni. Si tratta di un giocatore di 213 cm che sa giocare fronte a canestro, ma che sa farsi valere anche vicino al ferro cosa che per tanto tempo è stata considerata un suo difetto. Quest’anno sta dimostrando che in post basso ci può andare. Proprio perché lo considero un giocatore fortissimo da sempre, l’ho provato a prendere per la prima volta - ha rivelato il diesse - sei anni fa in B1. Poi c’ho riprovato l’anno scorso quando si infortunò Nicevic. In primavera è stato il primo italiano sul quale ci siamo tuffati, perché lo volevamo a tutti i costi. Il suo ingaggio ha una storia abbastanza lunga, e non lo ritengo una sorpresa perché mi aspettavo un impatto del genere. Sono sicuro che il futuro di Kuba sarà in squadre di altissimo livello, senza alcun dubbio»
Sindoni lo voleva nell’Orlandina già sei anni fa.
Di Carlo: «Kuba è l’uomo giusto per il nostro sistema»
L’Orlandina ha puntato forte su di lui, e le prestazioni del ragazzo stanno ripagando le attese. «Assolutamente sì, perché Kuba è un giocatore che ha delle caratteristiche molto chiare - ha esordito coach Di Carlo -. Ha un modo di giocare in attacco che si sposa in maniera perfetta al nostro sistema. Questo è stato il motivo principale per il quale abbiamo deciso di puntare su di lui. Il secondo motivo riguarda il fatto che credo abbia un potenziale che non ha ancora fatto vedere appieno, ed ha grandi margini di miglioramento. In campionato sta dimostrando tutto ciò, visto che ha già fatto delle prestazioni eccellenti. Ma il suo margine di miglioramento primario deve essere la continuità. Le statistiche degli ultimi anni sono un dato di fatto di quanto il nostro modo di giocare faccia esprimere al massimo i giocatori interni. Tutto il passato di Kuba gli ha consentito, ad oggi, di renderlo un ragazzo prim’ancora che un giocatore pronto per sostenere le difficoltà che man mano gli si presentano. Questo gli sta permettendo di affrontare questa stagione con un piglio più da protagonista rispetto agli anni passati. Il suo vissuto ha fatto sì che arrivasse a questo punto della sua carriera pronto caratterialmente, con personalità. Anche per questo possiede le caratteristiche per fare un notevole balzo in avanti. Capo d’Orlando può essere una rampa di lancio per lui, anche se a me non piace trasferire ai giocatori l’idea che qui siano di passaggio - ha precisato l’allenatore - ma capisco che il valore di Kuba è talmente alto che può rappresentare tanta roba per diverse squadre europee. Deve aprire la sua visione e ambire ad un palcoscenico del massimo livello, e sarebbe delittuoso se non ci provasse. Oggi Capo d’Orlando è una bellissima opportunità per cercare di fare quel definitivo salto di qualità che lo può mettere realmente in competizione a livello europeo»
Ad inizio dicembre Wojciechowski ha fatto registrare i career-high in punti (27) e valutazione (33) contro Trento. Ma qual è il segreto di questo successo? «Mi hanno dato grande fiducia - ha dichiarato il pivot - con lo staff che punta forte su di me, basta vedere il minutaggio che gioco. Il sistema di gioco, poi, mi aiuta molto perché è adatto alle mie caratteristiche potendo sfruttare la velocità, la mobilità, il gioco in movimento. Il resto lo fa il bel gruppo che siamo riusciti ad amalgamare». Che il ragazzo avesse talento è fuori ogni dubbio, ma è adesso che sembra aver raggiunto la maturazione per ambire a traguardi importanti. «Capo d’Orlando può essere il mio trampolino di lancio, e lo sapevo già prima di arrivare in città che questa era per me una grande opportunità di poter far vedere quanto davvero valgo. Era una scommessa ben chiara per entrambe le parti». L’italo-polacco deve tanto all’Italia, dove è cresciuto cestisticamente imparando i segreti del mestiere. Ed è uno strano caso che proprio lui sarà un avversario dell’Italbasket nella seconda fase delle qualificazioni ai mondiali. Vista la scarsità di lunghi avrebbe fatto comodo a Meo Sacchetti averlo in maglia azzurra. Purtroppo seppur di formazione italiana, Wojciechowski non ha il passaporto italiano.
«Contro l’Italia sarà interessante: giocherò contro tanti amici.
Sarebbe splendido portare la Polonia ai mondiali»
«Contro l’Italia sarà una partita molto interessante. Avrò contro tanti amici che di solito ho affrontato con i club, e farlo con la nazionale sarà un motivo in più. Mi sento patriottico, sentimento che mi ha trasferito mia madre che a sua volta ha giocato per la nazionale di pallavolo sfiorando le Olimpiadi. Non ho mai rifiutato la chiamata della Polonia sin da giovanissimo, e quando sento l’inno provo un qualcosa che non riesco a spiegare. È un momento speciale. Sono molto attaccato alla nazionale anche e soprattutto per la storia vissuta da mia madre. Già solo far parte del gruppo mi inorgoglisce, se dovessimo riuscire a qualificarci per i mondiali sarebbe una cosa fantastica, un traguardo incredibile. A livello personale mi vengono soltanto i brividi a pensare di poter giocare con la maglia della Polonia contro le più forti squadre del mondo». Wojciechowski ha indossato dieci maglie differenti in undici anni d’attività nel Bel Paese. Tutte esperienze che comunque lo hanno reso il giocatore che è oggi. Anche se una gli rimarrà impressa a vita nel cuore. «In ogni squadra che ho giocato ho vissuto situazioni diverse che mi hanno lasciato qualcosa. Ad esempio lo scorso anno a Cremona siamo retrocessi e, pur nel dispiacere della cosa, ho imparato ad affrontare determinate difficoltà. Penso che comunque Treviso è stata e sempre sarà la migliore esperienza che abbia mai avuto. La società nella sua particolarità - ha concluso il pivot - mi ha permesso di incontrare dirigenti e giocatori che rappresentano delle leggende del basket italiano».


LA SCHEDA 
Jakub Wojciechowski è nato a Łόdź il 9 gennaio 1990. Pivot (213 cm) di formazione italiana, a 16 anni è reclutato da Treviso con cui vince lo scudetto under 19 nel 2009 e colleziona 28 presenze totali in serie A. L’anno dopo inizia un lungo girovagare per lo stivale, indossando le maglie di Casalpusterlengo, Brescia, Brindisi (vince la Coppa Italia di A2), Torino (è campione d’Italia dilettanti), Veroli e Mantova. Nel 2015 viene ingaggiato da Cantù (28 presenze e 4.3 punti) e l’anno scorso gioca per Cremona (25 presenze e 5.8 punti). È nazionale polacco dall’under 16 e ha vinto 3 bronzi europei.

DICONO DI LUI
Alibegovic: «Ragazzo solare e di grande talento»
Alberani: «Ha tutto per diventare un protagonista» 

Quasi in coro la dirigenza e lo staff dell’Orlandina Basket hanno specificato che Wojciechowski deve affermarsi a Capo d’Orlando per diventare un grande giocatore. È un’altra scommessa da vincere, così come ne ha vinte tante in questi anni la società siciliana. Ma com’è il ragazzo fuori dal campo? Lo abbiamo chiesto al suo compagno di stanza in occasione delle trasferte, Mirza Alibegovic. «Kuba è un ragazzo solare e simpatico, a cui piace molto scherzare. È soprattutto un grande lavoratore che si presenta sempre un’ora prima al palazzo per prepararsi all’allenamento. Insieme ci divertiamo, e quando vinciamo è ancora meglio. Ha un talento incredibile, delle mani morbidissime, può giocare sia dentro che fuori stazionando senza problemi anche sulla linea da tre punti. Stiamo parlando di un lungo con determinate caratteristiche che, sapendo fare tutto si trovano poco in giro. La cosa che maggiormente mi colpisce è la capacità di come esce sempre bene dai blocchi. Deve però continuare a migliorare su alcuni aspetti difensivi - ha rivelato Alibegovic -, soprattutto nel parlare quando ci sono i blocchi, ad esempio. Nel complesso ha comunque un grande potenziale, che sta mettendo in mostra e che gli sta permettendo di fare un campionato di altissimo livello. Capo d’Orlando gli sta dando una grande opportunità che credo gli permetterà di trovare una grande squadra in futuro. Dopo le vittorie io, lui, Mario Ihring e adesso che è arrivato anche Eric Maynor, spesso ci riuniamo per cenare e stare insieme».
Persino il direttore sportivo della Scandone Avellino, Nicola Alberani, ha dichiarato in una recente intervista di ritenerlo una grande sorpresa di questo inizio di campionato: «Ha taglia, ha tiro, ha tecnica, ha atletismo, ha tutto per diventare un giocatore dal profilo altissimo».



* per la rivista Basket Magazine

giovedì 21 dicembre 2017

Grayson Allen, eroe o antagonista?

Grayson Allen, eroe o antagonista?

Duke è considerata la principale candidata alla vittoria del titolo nazionale anche e soprattutto perché ha un senior come Grayson Allen. La guardia è un fattore non da poco per coach Mike Krzyzewski e i Blue Devils. Ripercorriamo la vita di questo ragazzo attraverso alcuni step doverosi, da quando giocava a calcio prima del basket alla stagione da freshman che lo vide esplodere così all'improvviso; a quella successiva dove ci si inizio a domandare se bisognava amarlo o odiarlo, tanto da farlo apparire come il diavolo e l'acqua santa; sino a questo campionato che sembra essere quello della rinascita agli occhi degli scout Nba. Un talento dai superpoteri, ma buono o cattivo? (continua a leggere CLICCANDO QUI).


martedì 19 dicembre 2017

Jason Rich maturo e vincente

Il ritorno - La Serie A ha ritrovato un protagonista dopo gli anni di Cantù e Cremona e la parentesi in Francia
Jason Rich maturo e vincente
Ad Avellino sta facendo dimenticare Ragland. Leader silenzioso, è un giocatore completo, solido in difesa e produttivo in attacco


di Giovanni Bocciero*

AVELLINO. Quando in estate la Scandone Avellino e coach Pino Sacripanti hanno perso il faro delle ultime due stagioni, ovvero Joe Ragland, sapevano benissimo che dovevano trovare un nuovo leader che trainasse la squadra. Dopo aver scandagliato il mercato la dirigenza irpina ha deciso di puntare su Jason Rich, un atleta già visto in Italia che nelle ultime stagioni ha trascinato la formazione del Paris Levallois con prestazioni di altissimo livello. Il prodotto della Florida State University ha girovagato per mezza Europa, e la sua prima tappa a livello professionistico nel 2008 fu proprio la nostra penisola perché ingaggiato da Cantù. Da allora ha militato in diversi campionati tra Israele e Francia con qualche apparizione in Belgio e Russia. Tutte esperienze altamente formative che hanno plasmato l’odierno atleta 31enne.
Ultimo di nove figli ha iniziato in Italia la carriera da 'pro'
per poi girare per mezza Europa (foto sportavellino.it)
Che sia campionato o competizione continentale Rich non fa mai mancare il suo apporto alla squadra. Giocatore piuttosto versatile e completo, è un fattore tanto in attacco quanto in difesa. Ma soprattutto è un grande lavoratore. Si narra che dopo il suo primo anno di college, non avendo un’ottima percentuale al tiro da tre - che con il tempo ha decisamente migliorato - si fosse chiuso in palestra per un intero giorno prendendosi oltre mille tiri dall’arco. Durezza e caparbietà, elementi che lo caratterizzano in difesa potendo sfruttare una struttura fisica che lo rendono forte e dinamico potendo così marcare tutti i ruoli degli esterni. Il suo gioco è molto versatile, sposando in pieno la sua filosofia di rendersi sempre disponibile per la squadra ed i compagni. Se c’è da difendere, difende, se c’è da passare, passa, se c’è da tirare, tira. Ovviamente. Perché Rich è soprattutto un realizzatore, un giocatore capace di costruirsi tiri aperti, di inventarsi canestri dal nulla, di mettere a segno punti quando la squadra perde fiducia nei propri mezzi.
Sino alla passata stagione la barra del timone la teneva saldamente Ragland. Adesso, quasi a voler rappresentare una sorta di passaggio del testimone, questa responsabilità è passata sulle spalle del nativo di Pensacola, vecchia colonia spagnola esposta al caldo sole della Florida. Si tratta però di due giocatori differenti non solo per il ruolo che ricoprono, ma anche per le caratteristiche tecniche. Ragland era l’uomo copertina, il playmaker al quale spettava la costruzione del gioco ed allo stesso tempo aveva licenza di creare per sé stesso. Rich è un leader silenzioso dal quale ci si aspetta sempre la giocata del campione, anche nella gara meno esaltante in cui è stato per lo più in ombra. Ragland è stato il maggiore artefice delle ultime due stagioni della Scandone Avellino arrivata a disputare una finale scudetto. E certamente non è un caso se proprio con il suo arrivo in Irpinia nel dicembre del 2015 cambiò totalmente l’andamento del club biancoverde. I lupi quest’anno partono nuovamente nel lotto delle favorite per attaccarsi sul petto il tricolore, e poco importa se fin qui è stato commesso qualche passo falso. Di sicuro Rich ha brillato in più di una circostanza, anche quando non è stato continuo nell’arco della stessa gara. Come successo nella vittoria contro Varese in cui uno tra migliori realizzatore del nostro campionato ha segnato solo sei punti ma ha mandato a bersaglio la tripla che di fatto ha permesso di vincere alla sua squadra.
Il suo modello è Kobe Bryant per classe e determinazione
ma si ispira a Magic e Oscar Robertson (foto eurosport.it)
Con due playmaker ordinati come Bruno Fitipaldo e Ariel Filloy, Rich si sposta alla perfezione nel nuovo scacchiere assemblato dal direttore sportivo Nicola Alberani. E siam convinti che più impegni si giocheranno più si potrà apprezzare il gioco dell’ex Cremona e Cantù. Noi abbiamo provato a conoscere l’esperto giocatore a 360°, cercando di capire cosa gli piace fare fuori dal campo, quali sono i suoi pensieri su argomenti non prettamente sportivi, quali gli hobby e cosa vorrà fare in futuro.

Per te un giocatore deve essere leader non solo in campo ma anche fuori. Perché?
“Credo che sia impossibile essere un leader in campo senza essere un professionista fuori dal campo, e mi riferisco a tutto ciò che è richiesto ad un atleta per fare questo lavoro, ovvero dal gestire le interviste ai rapporti con i tifosi”.
Sei una persona che ha sempre lavorato tanto per migliorare?
“Sono decisamente una persona che lavora duro per migliorare. Ogni giorno mi alleno per avere un progresso continuo che porti a perfezionarmi di anno in anno”.
Dopo la pallacanestro è vero che ti piacerebbe diventare un uomo d’affari e perché?
“Mi interesserebbe molto fare questo tipo di lavoro dopo aver finito la carriera da giocatore perché essendo stato abituato a competere per tutta la mia vita, questa attività potrebbe rappresentare un’ulteriore opportunità per conservare quello spirito di competizione e superare determinate sfide. E poi svolgere una professione del genere garantirebbe a me e alla mia famiglia di avere una vita di un certo livello”.
Qual è il tuo giocatore preferito e perché?
Kobe Bryant è il mio giocatore preferito per la sua classe e determinazione. In assoluto però mi piace Magic Johnson che aveva uno stile di gioco completo e molto simile a quello di Oscar Robertson. Erano entrambi dei grandi leader, in grado di segnare, di fare assist, di prendere rimbalzi. Amo la leadership che avevano in campo e mi ispiro a loro”.
Trump e le proteste degli atleti di colore: "Chi ha potere mediatico
deve far sentire la sua voce e porsi d'esempio" (foto sportavellino.it)
Cosa pensi di Donald Trump e della protesta degli atleti di colore?
“Non sono solito esprimere le mie opinioni politiche, ma in questo caso è doveroso fare un’eccezione. Le proteste degli atleti di colore c’erano già da molto prima che Donald Trump diventasse presidente degli Stati Uniti. In questo contesto sono convinto che le persone che hanno un certo tipo di potere, che hanno la possibilità di farsi sentire da molte persone perché magari riprese da una telecamera debbano trasmettere messaggi positivi. Messaggi che se toccano argomenti di questo genere non solo devono essere ascoltati negli Stati Uniti ma anche in altre nazioni affinché ognuno riesca a dare sostegno all’altro”.
Ami la cucina di tua mamma, ma ti piace quella italiana? Cosa in particolare?
“Sono un grande fan della cucina di mamma perché penso che sia la miglior cuoca del mondo, ma mi piace molto anche la cucina italiana. Non credevo che esistessero tanti modi differenti per cucina la pasta, e mi piacciono tanto la pizza ed il gelato”.
Hai una famiglia numerosa essendo il più giovane di nove fratelli. I tuoi genitori sono un esempio per te?
“I miei genitori sono senz’altro un esempio per me, ma certamente non per la questione della numerosità. Non credo di voler avere a mia volta così tanti figli ma i miei genitori mi hanno trasmesso l’importanza del significato e del senso di unione che ha la famiglia. E non importa quanto essa sia numerosa, l’importante è che ci sia amore”.
"Collezionavo scarpe... poi mia moglie mi ha fatto capire che sarebbe
stato meglio se avessi cambiato hobby" (foto corrieredellosport.it)
È vero che collezioni tante paia di scarpe?
“È una cosa che ero solito fare diversi anni fa (è arrivato anche ad averne 60, ndr). Poi mia moglie mi ha consigliato di focalizzarmi su qualche altro tipo hobby. Comunque ancora oggi ho qualche paia di scarpe conservate”.
Cosa ti piace fare nel tempo libero?
“Mi diverto molto a cucinare, seguo tanti programmi e serie televisive, ma soprattutto mi piace scoprire quelli che sono i nuovi trend e l’essere aggiornato prima di tutti gli altri”.
Ti piacciono i social? Quanto e quali usi?
“Non mi piacciono i social network. Non ho né un account Twitter né un account Instagram; ho solo un profilo Facebook che tra l’altro uso molto di rado. Diciamo che i social non fanno proprio per me”.
La prima esperienza in Europa fu proprio in Italia a Cantù, poi sei passato per Cremona e adesso sei ad Avellino? Che giocatore eri e che giocatore sei diventato negli anni?
“Questa è una bella domanda. Quando arrivai a Cantù passavo tutto il mio tempo ad immaginare che tipo di giocatore sarei potuto diventare, e soprattutto mi concentravo a capire lo stile del basket che si giocava qui in Europa ed in particolare in Italia. Cercavo di trovare la mia identità e di abituarmi al nuovo ambiente in cui vivevo. Adesso posso dire di essere un giocatore più maturo, cerco di essere affidabile e disponibile al cento per cento per la squadra ed i miei compagni”.
Hai giocato diversi anni in Francia. Come paragoni il campionato francese a quello italiano?
“Sono due campionati molto differenti. Quello italiano è decisamente più tecnico, per questo focalizzato su tanti piccoli particolari del gioco. Quello francese invece è molto più fisico ed atletico. Nel complesso entrambi cercano di tirar fuori il meglio da ogni giocatore e sono improntati a far crescere ed emergere i giovani talenti”.
Ti piace l’Italia e la città di Avellino? Perché?
“Mi piace molto l’Italia perché è qui che sono riuscito a diventare un giocatore completo e per questo adesso posso dire che gioco bene a pallacanestro. Mi piace Avellino poi perché è una città con tifosi molto calorosi, che si preoccupano di come vengono rappresentati all’estero attraverso la squadra ed il nostro gioco. Questo ovviamente ci spinge a dare sempre il massimo e a metterci soprattutto il cuore ogni volta che scendiamo in campo”.
Con la Scandone proverai a vincere lo scudetto?
“Non posso ovviamente fare previsioni, ma è un dato di fatto che Avellino negli scorsi anni è andata molto vicino a vincere il campionato. Abbiamo molta strada da fare anche perché ci sono diversi giocatori infortunati e alcune partite non sono andate come avremmo voluto. Il percorso è ancora lungo ma sicuramente il titolo nazionale è tra i principali obiettivi della società”.




* per il mensile BASKET MAGAZINE

domenica 19 novembre 2017

Il silenzio della Reggia

Game Over - Viaggio nelle domeniche vuote della città della pallacanestro
Il silenzio della Reggia
Caserta senza basket: da Romano Piccolo a Nando Gentile, da Carlo Barbagallo a Francesco Gervasio e Michele De Simone, testimonianze di un "lutto" sportivo che addolora l'intera comunità

di Giovanni Bocciero*


CASERTA. L’esclusione della Juve Caserta dal campionato di serie A ha preso le sembianze di un fulmine a ciel sereno. I tifosi stavano sognando per la costruzione del roster, dopo l’ingaggio di Ryan Arcidiacono. E invece dalla sera alla mattina si sono ritrovati senza più una squadra per cui soffrire. La testimonianza di cosa è la Juve Caserta per un casertano, l’ha data implicitamente coach Franco Marcelletti. Interpellato sulla vicenda non ha rilasciato dichiarazioni perché «il momento è triste e non c'è nulla da dire. È una cosa che mi colpisce». La città di Caserta vive per la seconda volta questo dramma, dopo quello del 1998. Le dinamiche sono diverse, naturalmente, ma il sentimento non può che essere identico per chi è cresciuto a pane e basket come Romano Piccolo.
Piccolo: "Pena enorme. La grandezza di Maggiò fu quella di avere al fianco
persone di grande spessore. Quanto pressapochismo oggi..."

I campioni del passato: "La JuveCaserta non era soltanto la partita della
domenica, ma la discussione di una settimana intera"
PIl fratello Santino fondò nel 1951 la Juve Caserta perché innamoratosi dei canestri dei soldati americani. «Provo un dolore terrificante perché non è possibile ciò che è successo - ha esordito Piccolo -. Talmente che mi manca la squadra ho sognato di fare un sei al Superenalotto, così da comprare un titolo sportivo. E ti dico di più. Poco tempo fa - ha raccontato lo scrittore - di questa cosa ne ho parlato con Giancarlo Sarti, al quale ho detto che la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata quella di prenderlo come gm. Nonostante l’età». La formazione bianconera è stata esclusa per un errore, certamente evitabile se «ci si fosse circondati di persone competenti. La grandezza di Giovanni Maggiò fu quella di avere al fianco persone come Sarti e Boscia Tanjevic. Per questo devo fare una critica a Raffaele Iavazzi, perché è stato pressappochista e presuntuoso. Io mi ero offerto - ha rivelato Piccolo - per fare da collaboratore in maniera totalmente gratuita. Se avesse avuto un problema lo avrei potuto consigliare. Ma questa mia richiesta non ha mai ricevuto risposta. L’ho difeso sui media per la volontà che ha dimostrato, ma ha peccato di presunzione. Ancora non mi capacito, ad esempio, di come Gino Guastaferro non fosse a conoscenza della parte amministrativa rispetto a quella cestistica. Un general manager per lavorare bene deve essere a conoscenza di tutto, dalla a alla z». Lo scrittore ne avrebbe di consigli da dispensare. «Se solo mi avessero interpellato sui guai giudiziari, avrei subito alzato il telefono e chiamato l’avvocato Roberto Afeltra. È colui che ha inventato la legalità nel basket. Ai tempi in cui ero presidente della Zinzi Caserta avrò avuto almeno una decina di lodi, ma grazie al suo lavoro non ne ho perso nemmeno uno. Probabilmente avrebbe potuto risolvere parecchi problemi alla Juve Caserta. Ma ripeto, sono stati così presuntuosi da non affidarsi a persone che avessero esperienza». Piccolo vorrebbe tornare a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. «Bisogna ringraziare tutti quelli che si sono alternati alla guida della società dopo la sua rinascita, perché hanno permesso a tutti noi casertani di esistere. E dico che era meglio continuare ad avere delle squadre dai risultati balbettanti piuttosto che non avere più nulla. Dico questo perché se le cose vanno male possono sempre migliorare». Non può mancare un monito per il futuro: «La città di Caserta deve imparare ad essere meno critica. Ripartendo dal basso dovrà sostenere il possibile la squadra. Perché - ha concluso Piccolo - la Juve Caserta ritornerà».

I campioni del passato
Da chi l’ha fondata a chi ha scritto le pagine degli anni d’oro. Nando Gentile e Sergio Donadoni sono stati tra i protagonisti della Juve Caserta che vinceva in Italia e stupiva in Europa a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90. «Che sia diverso rispetto al 1998 - ha dichiarato Gentile - importa poco. La verità è che non c’è più la pallacanestro. Questa è la peggior cosa». «La mia Juve Caserta è morta nel ‘98 - ha esordito invece Donadoni -. Tutto ciò che è venuto dopo, con i vari personaggi che si sono susseguiti non rappresentavano la storia che io, come tutti gli altri di quel periodo, abbiamo scritto». Il pensiero su cosa rappresenti la Juve Caserta per il casertano è però unanime per i due campioni. «So per certo che per un casertano non avere una squadra in serie A è tutto - ha detto Gentile -. La pallacanestro per la città non è solo la partita della domenica, ma rappresentava la discussione dell’intera settimana. Le possibilità per ricominciare ci sono, ma bisogna farlo con le mosse giuste senza commettere gli stessi errori. Quest’anno purtroppo sarà una stagione d’astinenza, speriamo in quelli futuri». «La Juve Caserta ha sempre contato per il casertano perché è un patrimonio di questa città. Patrimonio che con il passare degli anni ha perso il suo valore. La Juve Caserta era giudicata esclusivamente per il risultato sportivo, mentre - ha sottolineato Donadoni - quello che trasmetteva Maggiò era un patrimonio di valori, come l’educazione e la cultura sportiva. Tanti obietteranno che sono cambiati i tempi, ma credo che sulla competenza della dirigenza non vi siano paragoni. E non tutto può essere riportato ai soldi». Bisogna tornare con idee chiare. «Il futuro deve essere il settore giovanile, parte importante - ha evidenziato Gentile - di una società. È la componente su cui bisogna investire a prescindere da che ci sia o meno una squadra in massima serie. È necessario lavorare bene affinché cresca il vivaio e pure i ragazzi». «Mi auguro che la pallacanestro torni presto a Caserta - ha aggiunto Donadoni -, perché in città questo sport ha rappresentato sempre un qualcosa di positivo e di sociale».

I vecchi dirigenti
I vecchi dirigenti: "La fame di basket è evidente se una squadra di serie C
richiama 800 spettatori. Bisogna ricominciare dai giovani"

La sofferenza dei tifosi: "Una mazzata! Manca l'incontro con gli amici
parlando di basket prima, durante e dopo la partita"
La situazione della Juve Caserta è figlia di tante cause, principalmente economiche. Chi l’ha guidata negli ultimi anni conosce perfettamente i sacrifici che occorre fare. «Ho ricoperto la carica di presidente, ma soprattutto - ha esordito Francesco Gervasio - sono un tifoso della Juve Caserta. La seguivo sin da quando ero bambino, e per la mia generazione ha rappresentato l’aspetto più importante della città. Certamente ancora oggi la squadra è un segno distintivo per i casertani, anche se bisogna dare ragione a chi evidenziava che Caserta non è più la città del basket. Basta pensare che ogni anno superava di poco i mille abbonati quando in altre realtà mettono insieme numeri ben più importanti. Per questo è impensabile che una sola persona, con i costi che ci sono, possa reggere la società». «La Juve Caserta ha significato sempre rappresentanza del territorio - ha aggiunto Carlo Barbagallo -. Il problema riguarda l’aspetto economico. Quando tre anni fa feci la proposta di acquistarla e disputare il campionato di A2 fui preso per pazzo. Purtroppo credo di aver avuto ragione. Il mio pensiero all’epoca era quello di scendere di categoria per poter organizzare soprattutto il settore giovanile. Come Juve Caserta e non con altri nomi. È vero che ritornare in massima serie sarebbe stato complesso, ma almeno strutturavi la società nel tempo. E magari grazie a quella scelta oggi staresti disputando comunque un campionato. Il nostro territorio offre ben poco per le realtà sportive, ed è un problema che non riguarda solo il basket. È giusto ambire alle massime serie, ma è altrettanto importante capire con che tipo di imprenditoria ti devi relazionare per sostenere i progetti». «Nello sport in generale mancano i magnati degli anni ’80 - ha commentato Gervasio -, e a Caserta il tessuto imprenditoriale non dà una mano consistente». Barbagallo traccia addirittura la strada da seguire. «Alla base di un progetto futuro non potrà non esserci il settore giovanile. Il vivaio, al di là della possibilità di crearti atleti che possano giocare per la tua squadra, ti dà una spinta economica dal basso che non è indifferente. Si pensa alla retta mensile del ragazzo, ma dietro c’è tutto un indotto che passa per la vendita dei tagliandi ai familiari o l’acquisto di gadget. E se non dovesse rimanere in società, un prodotto delle proprie giovanili può sempre rivelarsi una fonte di guadagno qualora venisse tesserato per un’altra squadra. Il discorso è ampio ma indispensabile». Ha fatto scalpore la presenza di 800 persone a vedere la partita di serie C dei Cedri San Nicola. Segno inconfondibile che il pubblico ha fame di basket. «San Nicola è riuscita ad avere quel seguito per la presenza di Linton Johnson - ha chiarito Gervasio -. Per carattere sono sempre ottimista, purtroppo in questa situazione sono pessimista. Credo che Caserta possa permettersi massimo la serie B, o magari l’A2, oltre diventa difficile immaginarla». «Registrare tale affluenza per una partita delle serie minori sta a significare che Caserta risponde sempre presente quando c’è la pallacanestro. La passione per la Juve Caserta credo non svanirà mai, ma per consolidarla c’è bisogno di un progetto con persone serie, corrette, valide e soprattutto che non lo facciano per visibilità, o peggio ancora per secondi fini. Ma - ha concluso Barbagallo - solo per passione».

Il dolore dei tifosi
I tifosi più di tutti stanno soffrendo questo momento. Così abbiamo raccolto le testimonianze di due sostenitori di vecchia, Pino Greco e Giancarlo Zaza d’Aulisio. Quest’ultimo è stato particolarmente attivo perché fu tra i fondatori dell’associazione pro Juve Caserta due estati fa, mentre quest’anno ha fatto da intermediario con l’imprenditore Oreste Vigorito. «Per noi che abbiamo mangiato pane e basket non andare la domenica al PalaMaggiò - ha commentato Greco - è peggio di un lutto. Avremmo preferito andare a vedere una squadra giovanile purché in massima serie. La partita domenicale era un punto fermo, e proprio in questo inizio di campionato ne stiamo avvertendo la mancanza. Con amici e tifosi abbiamo discusso sul fatto che Caserta senza la pallacanestro è una città morta. Speriamo che la Juve Caserta torni al più presto, anche se capiamo che oggi fare basket è difficile. Gli imprenditori che si avvicinano - ha concluso Greco - lo fanno perché spinti dalla passione». «Non andare a vedere la partita è una mazzata - ha dichiarato Zaza d’Aulisio -. È triste perché manca l’incontro con gli amici per parlare di pallacanestro prima, durante e dopo la partita, oltre a chiacchierarne durante la settimana. Nelle ultime stagioni ognuno ha sbagliato in qualcosa, ma nonostante ciò avrei preferito lottare per altri cento anni per non retrocedere, piuttosto che non vedere più la Juve Caserta. Lo dico con un pizzico di recriminazione nei confronti di quella frangia di tifosi e stampa che preferiva farla scomparire. Caserta è una piccola città, quindi mi stava bene lottare per non retrocedere così come mi accontento della serie B. La rifondazione però passa da chi gestirà la società - ha interrogato Zaza d’Aulisio -. Ma le cordate sbandierate al vento, una dallo stesso sindaco Carlo Marino, dove stanno?».

Il pensiero del giornalista
Il giornalista: "La JuveCaserta per un casertano è un punto di riferimento
insostituibile ma senza risorse adeguate difficile pensare al futuro"
Il cronista Michele De Simone ha seguito la Juve Caserta raccontandone i fasti storici, e sulle somiglianze tra il 1998 ed oggi ha dichiarato che «purtroppo sono storie che si ripetono. Come si è rinati allora si può rinascere anche oggi. Speriamo che il tempo lenisca le ferite attuali. Non so cosa potrà succedere l’anno prossimo, ma mi auguro che si verifichi qualcosa di buono così come se lo augurano tutti gli appassionati di pallacanestro. La Juve Caserta per il casertano è una bandiera, un punto di rifermo - ha aggiunto l’attuale delegato provinciale Coni -. Ovunque si vada in Italia, quando si parla della nostra città si fa subito riferimento alla Reggia, alla mozzarella ed alla Juve Caserta. Perché la squadra si identifica con il territorio». Ma quali sono le sue prospettive future? «Un nuovo progetto deve rilanciarsi con persone appassionate in grado di metterci anche risorse. Questo è indiscutibile perché altrimenti il basket di alto livello non è fattibile. Purtroppo non ci troviamo in un territorio ricco, e non capisco i paragoni che si fanno con altre città. Parliamo di realtà opposte che presentano situazioni economiche molto diverse. Quindi ci si augura che intorno ad un progetto si possano raccordare persone che abbiano risorse da investire, altrimenti - ha concluso De Simone - di cosa stiamo parlando?».

Il futuro
Caserta riparte con i giovani della JC Academy affidati a Di Meglio,
ma i tifosi contestano Iavazzi
I tifosi della Juve Caserta non si capacitano di non essere presenti sulla cartina geografica della serie A. Non avere più la squadra del cuore è un boccone amaro da digerire. In città si uniscono diversi sentimenti. Dall’amarezza di coloro che non si aspettavano una cosa del genere, a quelli che provano solo rabbia verso chi ha causato questo epilogo.
È inutile sottolineare come Raffaele Iavazzi sia finito alla gogna. Non poteva essere diversamente per colore che hanno sperato sino in fondo nel miracolo del ricorso avverso la decisione della Fip, figurarsi quelli che durante la sua presidenza hanno sempre colto l’occasione per contestare. Il desiderio di chiunque è quello di poter tornare quanto prima a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. Fosse solo per vedere una partita di pallacanestro, anche se non della massima serie. Ma almeno per quest’anno il sogno non può avverarsi. E così si spera per l’anno venturo, quando le vicende della piazza casertana possono assumere dei nuovi risvolti.
Per il momento la Juve Caserta, seppur con la società satellite della JC Academy (diverso codice Fip, è bene spiegarlo) di proprietà di Iavazzi, farà solo attività giovanile. Iscritta ai principali campionati d’eccellenza, ha ingaggiato Vincenzo Di Meglio in qualità di responsabile dello scouting. Il settore giovanile bianconero ripartirà dal tecnico che lo scorso anno ha vinto il campionato under 20 con l’Auxilium Torino, e che vanta numerose esperienze con le nazionali giovanili.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

venerdì 6 ottobre 2017

Basket Lega A: Gutiérrez sulle tracce di Raga

Il playmaker di Trento viene dal Messico, come il grande Manuel


Clandestino negli Usa con la famiglia, a 15 anni è rimasto solo
trovando nel basket la forza di imporsi forgiando un carattere di ferro



di Giovanni Bocciero*


Il Messico è al primo posto tra i paesi latinoamericani e sesto a livello mondiale per emigrazione qualificata. Vale a dire che migliaia di professionisti, scienziati, artisti, imprenditori, ricercatori, giuristi lasciano la propria nazione nel tentativo di realizzarsi altrove. Una vera e propria “fuga di cervelli”. Tra coloro che hanno accolto un’eccellenza messicana vi è anche l’Aquila Trento, che questa estate ha ingaggiato il playmaker Jorge Ivan Gutiérrez. Giocatore geniale in attacco e arcigno in difesa, non si risparmia mai. Non a caso viene da un’estate in cui praticamente non si è fermato un attimo. Terminata la stagione, ha disputato la Summer League di Las Vegas trascinando i Portland Trail Blazers sino alla finale contro i Lakers, prima di unirsi alla Nazionale - di cui è un pilastro - per l’AmeriCup disputata in Argentina e chiusa al terzo posto. Uno stakanovista del parquet che ha impiegato giusto una decina di giorni per aggregarsi alla formazione trentina mentre questa era impegnata in Francia per un torneo. Un ulteriore segno distintivo del ragazzo, che ha voluto conoscere al più presto i suoi compagni di squadra per calarsi al meglio nella nuova realtà e avventura.

Buscaglia: "Era lui la nostra prima scelta. Aveva mercato in America,
è stato giusto aspettarlo. Alzerà il tasso tecnico della squadra"
PRIMA SCELTA. Dopotutto Gutiérrez era il primo nome in cima alla lista di Trento. «Ci è sempre piaciuto, per questo lo abbiamo seguito ed anche aspettato durante l’estate - ha confessato coach Maurizio Buscaglia -. Lui aveva mercato in NBA ed era giusto che si prendesse il tempo necessario per decidere, ma allo stesso tempo è stato eccezionale, perché prendendo informazioni su di noi attraverso scout e giocatori ci ha detto che saremmo stati la sua scelta. Ha mantenuto la parola data e siamo riusciti a portare in Italia un giocatore che speriamo alzi il tasso tecnico sia della squadra che del campionato stesso». L’Aquila lo ha a lungo corteggiato, e sembrava che alla fine il matrimonio potesse anche saltare. Sensazione riportata da radio mercato che aveva fatto ulteriori ipotesi, come quella di Ryan Arcidiacono che si ritrovava libero dopo l’esclusione di Caserta. «È stato sempre la prima scelta - ha però ribadito il tecnico trentino -. Abbiamo monitorato il mercato nell'ottica di un necessario "piano b", ma si trattava soltanto di sondaggi. Noi volevamo lui, e se ci abbiamo messo qualche giorno in più per concludere l'accordo è stato dovuto alla clausola dell'NBA escape». «Sono molto contento di essere arrivato a Trento - ha aggiunto Jorge Gutiérrez -, una realtà sportiva apprezzata e rispettata da tutti. Mi sono sentito subito coinvolto e ben accolto dai compagni, dalla società e dalla città. Tutti sognano la NBA, ed ho lavorato al massimo per poter continuare a vivere quel sogno. Però, una volta esclusa questa possibilità Trento mi è sembrata fin da subito la destinazione perfetta, la migliore opzione per me a questo punto della mia carriera».

"Tutti sognano la NBA ma, chiusa quella strada Trento mi è sembrata
l'opzione migliore a questo punto della mia carriera"
SOGNANDO L’AMERICA. Gutiérrez è nato a Chihuahua, città natale di quel Eduardo Najera che ha avuto una più che discreta carriera NBA. Non ci vuole tanto a tirare le somme. E così mentre Gutiérrez vede crescere la sua passione per il basket sognando di imitare Najera, si trasferisce con la famiglia in maniera illegale negli Stati Uniti. Come per molti messicani sono in cerca di una vita migliore, e una volta varcato il confine si stabiliscono a Denver, che ha una vasta comunità ispanica. La famiglia resta unita per poco, perché mentre lui inizia a frequentare la Lincoln High School i genitori sono costretti a ritornare in patria. E così il quindicenne Gutiérrez si ritrova da solo in un paese dalle mille opportunità ma allo stesso tempo divoratore di sogni. Inoltre il giovane messicano soffre di anemia, ed ogni volta che esce dal campo si ritrova stampati addosso decine di lividi. Fortunatamente nulla che non si possa curare, in primis con una adeguata alimentazione che non poteva permettersi in Messico. Sin dall’inizio appare un leader, piuttosto silente, ma pur sempre un trascinatore. E così prima si trasferisce alla Findlay Prep in Nevada e poi accetta l’offerta di borsa di studio da parte dell’University of California. Con i Golden Bears resta i canonici quattro anni accademici, facendo vedere tutta la sua tempra ispanica. A quei tempi portava dei lunghi capelli, e ad ogni match si faceva lo chignon. Nell’ultimo anno viene nominato miglior giocatore e miglior difensore della Pac-12, segno della sua completezza nel rettangolo di gioco.

COMBINAZIONE PERFETTA. «Gutiérrez è un giocatore di grande generosità - ha dichiarato il suo neo coach Buscaglia -, lo si capisce subito quando ti relazioni con lui. Si tratta di una generosità che mette anche in campo, perché cerca di capire sempre come rendersi utile alla squadra. Il che è importante dato che lui ricopre il ruolo di play. E lo abbiamo voluto proprio perché ha delle affinità con il nostro contesto di squadra, basato su giocatori come Beto Gomes o Shavon Shields che sanno sacrificarsi». Il messicano è talmente intelligente cestisticamente da saper giocare anche nello spot di guardia, fornendo così un’alternativa tattica all’Aquila Trento. «Abbiamo intenzione di giocare anche con due play così da avere più giocatori che sappiano trattare il pallone, e dal punto di vista tecnico - ha analizzato il trainer trentino - superare le difficoltà che possono manifestarsi quando magari affronteremo una pressione difensiva a tutto campo. Quindi sarà il nostro playmaker, ma le sue caratteristiche ci permetteranno anche di giocare con più esterni».

TACITURNO E TESTARDO. Facciamo però un passo indietro, soprattutto sul fatto che è silente. Gutiérrez non ha proprio vissuto un’infanzia felice e spensierata come tanti dei suoi coetanei, e questo ha minato le sue capacità relazionali migliorate però con il passare del tempo e la naturale crescita. Resta il fatto che i canali di comunicazione preferiti dal messicano sono due: il basket ed il disegno. Naturalmente del primo ne ha fatto il suo lavoro, ed è anche il messaggio più diretto che arriva a compagni, tifosi ed avversari. Il disegno è ben altra cosa. Un hobby ma soprattutto un canale più riservato ed intimo, privato ed aperto a pochi. «Mi piace disegnare - ha confermato il playmaker messicano - anche se lo faccio poco. È un modo per rilassarmi e distendere i nervi quando ne ho bisogno». Questo suo aspetto taciturno ha però elevato la voglia di sfondare nel professionismo. “Attenti a dirgli che sta sbagliando, perché è testardo e farà di tutto per dimostrarvi il contrario”, le parole scandite dal suo ex allenatore universitario Mike Montgomery che lo ha reclutato all’University of California.
Punto di forza della Nazionale messicana terza all'AmeriCup
ha accumulato diverse esperienze nella NBA
Non a caso uscito dal college nel 2012, con una brevissima parentesi ai messicani del Pioneros de Quintana Roo, sino a due stagioni fa ha sempre militato negli Stati Uniti provando ad affermarsi ai massimi livelli. Il primo contratto lo ha firmato in D-League con i Canton Charge, venendo inserito nel quintetto dei rookie ed in quello difensivo. Neanche a dirlo. In quattro anni ha racimolato 47 presenze in NBA grazie a diversi contratti non garantiti con Brooklyn Nets, Milwaukee Bucks e Charlotte Hornets. Tra un’opportunità e l’altra di confrontarsi con i migliori, ciò che lo ha spinto sin da quando era giovanissimo, è tornato ben tre volte ai Charge tenendo aperta la porta per il piano di sopra. L’estate scorsa dopo aver partecipato con il suo Messico al Preolimpico di Torino - in cui ha affrontato anche l’Italia - ha deciso di aprirsi ad un’esperienza europea arrivando in Turchia. Con il Trabzonspor ha giocato 20 partite senza riuscire a lasciare un segno indelebile.

RAMPA DI LANCIO. L’arrivo in Trentino coincide con la ricerca della consacrazione a livello europeo. E forse non poteva scegliere luogo migliore visto che l’Aquila sembra un’isola felice dove si lavora bene, senza alcuno stress. E dove negli ultimi anni sono stati lanciati giocatori. Uno tra tutti Tony Mitchell. «Gutiérrez appartiene ad una categoria di giocatori già conosciuti - ha commentato coach Buscaglia - che possono essere inseriti nel mercato europeo, cioè con una certa consistenza e riconoscibilità da parte degli addetti ai lavori. Se dovessimo fare un paragone direi James Nunnally. Ovviamente stiamo parlando di ruoli e contesti diversi, ma pur sempre di giocatori noti e che non vanno certamente scoperti. Speriamo quindi che attraverso di noi possa affacciarsi ed inserirsi nel mercato europeo d'élite». «Ho sempre voluto giocare contro i migliori - ha dichiarato Gutiérrez - e sia la Serie A che l’EuroCup sono competizioni di alto livello che non vedo l’ora di affrontare. Sono pronto a dare leadership ed esperienza alla squadra. E soprattutto la difesa, mio principale punto di forza. Sono dell’idea che se fai la differenza nella tua metà campo giochi meglio in attacco».

MESSICANI IN ITALIA. Ricordate la statistica iniziale, con cui si è detto che il Messico è tra i principali paesi per emigrazione qualificata? Ecco, per quanto riguarda l’Italia come destinazione di queste eccellenze la percentuale è bassissima. Gli sportivi messicani passati da noi si contano sulle dita di una mano. Quello che ha inciso più di tutti è stato Manuel Raga, che ha militato dal 1968 al 1975 in maglia Ignis Varese vincendo tre titoli italiani e quattro Coppe Campioni. Negli stessi anni c'era Arturo Guerrero alla Sebastiani Rieti. Più fugace la permanenza di Romel Beck, ingaggiato nel 2007 sempre da Varese per poi vestire anche le canotte di Capo d’Orlando e Reggio Emilia. Passando al calcio, nel 2014 l’Hellas Verona acquistò il difensore Rafael Marquez, calciatore che ha fatto la storia del Barcellona con cui ha vinto dodici titoli diversi tra campionato e coppe. Nella nostra Serie A è arrivato che aveva già 35 anni e ormai sul viale del tramonto, ed infatti non ha lasciato un buon ricordo tornandosene in Messico dopo una stagione e mezza.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

venerdì 22 settembre 2017

Coach Sacripanti: «Il campionato è salito di livello. Speriamo ne guadagni la Nazionale»

Un timeout della Scandone di coach Sacripanti a Maddaloni

Dopo l’esperienza ad Eurobasket da assistente di Ettore Messina, coach Pino Sacripanti si è immediatamente catapultato nella nuova stagione con la sua Scandone. A circa 48 ore dall’eliminazione dell’Italbasket per mano della Serbia, in quel di Istanbul, il tecnico brianzolo si trovava già nella sala stampa del Pala Del Mauro per parlare ai giornalisti. E il giorno dopo era in panchina a Maddaloni per il Torneo Città di Caserta... continua a leggere

martedì 19 settembre 2017

Stefano Gentile: «Pelle d’oca a Maddaloni. Darò tutto alla Virtus». E la Nazionale…

#Gentilemania. Stefano di spalle e Alessandro riconoscibile tra la folla (foto Eventi Casertani)
In occasione del Torneo Città di Caserta a cui ha partecipato la Virtus Bologna, i fratelli Gentile non solo sono ritornati nella loro terra d’origine, ma siccome la kermesse si è svolta al Pala Angioni-Caliendo di Maddaloni, Alessandro e Stefano sono tornati davvero a casa. Su quel legno che li ha visti muovere i primi passi, sotto gli occhi attenti di papà Nando nella veste di allenatore, sono stati accolti da un grande affetto. Osannati e ricercati per foto e autografi, non si sono ovviamente tirati indietro.... continua a leggere

venerdì 8 settembre 2017

I Top Players della stagione Ncaa 2017/18

di Giovanni Bocciero

Una nuova stagione Ncaa è alle porte, e con i suoi 351 college ci sono centinaia di giocatori da tenere d’occhio. Dai tanto attesi prospetti Nba agli atleti più adatti alla pallacanestro in Europa. Con questa rubrica (in aggiornamento) segnaliamo i top players suddivisi per ruolo della stagione che sta per iniziare.


Point Guard

Shooting Guard

Small Forward

Power Forward

Centri

Sorprese!

lunedì 28 agosto 2017

High School, R.J. Barrett guida la pattuglia dei senior

di Giovanni Bocciero


Chi segue la Nba, lancia un occhio interessato alla Ncaa per scoprire chi saranno i rookie più attesi e promettenti. Alla stessa maniera e con lo stesso scopo ‘esplorativo’, chi segue il college basketball s’informa delle high school per conoscere in anticipo i futuri freshman (qui il Mock Draft 2019), monitorando soprattutto il recruiting dei ragazzi all’ultimo anno di liceo. Ce ne sono di molto interessanti, vediamo chi sono. (clicca qui per continuare a leggere)