mercoledì 21 febbraio 2018

Wendell Carter, l'arma segreta di Duke

Wendell Carter, l'arma segreta di Duke

In pochi sanno che al lungo di Duke Wendell Carter Jr, oltre alla pallacanestro, piace anche il teatro. Alla Pace Academy di Atlanta si è addirittura dilettato a fare l’attore, strappando una parte per un ruolo secondario in uno spettacolo. A lui i riflettori piacciono proprio. Ed essendo sin dal liceo un prospetto nazionale, è abituato a vivere con le luci puntate addosso. A Duke però, come nello spettacolo di Atlanta, il protagonista non è lui... (CONTINUA A LEGGERE)


sabato 10 febbraio 2018

La doppia vita di Mr. Bamforth

Sassari fuori dalla Final Eight priva la Coppa di un sicuro protagonista

La doppia vita di Mr. Bamforth

Sfrontato in campo e taciturno fuori, si divide tra basket e famiglia.
Con "Real Hoops" l'impegno per i bambini meno fortunati


di Giovanni Bocciero*


SASSARI. Madre Teresa di Calcutta diceva che «è necessaria l’infelicità per capire la gioia, la morte per comprendere la vita». Queste parole sembrano state dette apposta per Scott Bamforth, il giocatore della Dinamo Sassari che di disavventure nella vita ne ha affrontate eccome. Nato e cresciuto ad Albuquerque, è lì che ha scoperto la pallacanestro. «Ho iniziato a giocare quando avevo più o meno 5 o 6 anni. Ho scelto il basket - rivela il ragazzo - perché quando ero giovane mi piaceva davvero tanto, e poi ero bravo. La prima cosa a cui ho pensato quando ho avuto il pallone tra le mani è stata quella di tirare, ovviamente».
ORFANO A 15 ANNI E RIMASTO SOLO HA TROVATO IL CORAGGIO
PER CREARSI UN FUTURO CON LA PALLACANESTRO
La storia di Bamforth è fatta di coraggio e tempra nel superare le difficoltà, e il basket ha rappresentato la sua salvezza, un modo per fuggire dalla realtà. È stato costretto a maturare più in fretta dei suoi coetanei perché all’età di 13 anni perde improvvisamente il padre John per un arresto cardiaco. Dopo due anni muore anche la madre Elisabetta per una insufficienza epatica, causata dalla sua dipendenza all’alcool. Inizia a lavorare per pagare le bollette, affitta le stanze di casa per far quadrare i conti e naturalmente guida senza avere la patente. Quando si ritrova solo al mondo pensa addirittura di farla finita, perché non aveva più nulla per cui vivere. «Credo che la morte è parte della vita. Tutti un giorno dovremo morire, ma questo non rende facile vedere qualcuno vicino a te andarsene. Credo che la mia relazione con Dio sia qualcosa che mi ha fatto superare i momenti difficili della vita».
Dopo il lavoro correva sempre in palestra per allenarsi, e non era raro che dormisse persino sulle tribune. Diverse volte l’hanno dovuto spedire a casa, ma alle prime luci dell’alba lui era lì, pronto ad allenarsi sodo per diventare un giocatore professionista. Ragazzo dalla grande etica del lavoro, i suoi segreti per il successo sono semplici: «lavorare duro ogni giorno, aiutare i miei compagni di squadra e divertirsi mentre si gioca». Non ha un personaggio sportivo a cui si ispira. «Guardo molta pallacanestro ed ho molti amici che giocano ad alto livello, per questo non ho una persona particolare a cui ispirarmi. Aspiro comunque a diventare il miglior giocatore che posso essere». La prima grande chance gliela dà Brian Joyce, coach della Western Nebraska Community College, il quale gli farà da mentore anche al di fuori del campo. Su quei banchi di scuola troverà l’amore di Kendra, giocatrice della squadra di pallavolo, e dopo alcuni anni avranno il loro primo figlio non senza soffrire. Infatti ancora una volta Bamforth deve guardare la morte in faccia. La moglie durante la gravidanza rischia la morte sua e del bambino per una preeclampsia, ma fortunatamente i medici riescono a salvarli. «Come ho detto prima sono molto cristiano. La relazione con Dio è sempre cresciuta e diventata più forte ogni giorno. Ho attraversato alcune situazioni difficili nella mia vita e credo che il Signore sia l’unica cosa che mi ha fatto andare avanti». Dopo un solo anno in Nebraska si trasferisce alla Weber State University, dove conosce Damian Lillard con cui stringe una grande amicizia. «Abbiamo un grande rapporto. Entrambi abbiamo l’obiettivo di diventare il miglior giocatore di basket che possiamo essere. Durante l’estate lavoriamo sempre insieme ed ho appreso tanto da lui». Alla stella NBA toglie il record dell’ateneo di triple segnate in una stagione (103). «Non abbiamo mai parlato di questa cosa, ma entrambi sappiamo che io l’ho battuto. Probabilmente credo sia l’unica cosa in cui lo abbia superato, quindi sono veramente molto felice di questo record».
LILLARD E PORZINGIS I SUOI AMICI. "LA NBA? POSSO
CONTROLLARE SOLO QUELLO CHE DIPENDE DA ME, NON
QUELLO PER CUI NON HO AVUTO CHANCE"
Nonostante la vita difficile è un ottimo giocatore ed un realizzatore pazzesco. Il tipico atleta il cui nome va cerchiato in rosso, come dicono gli scout. Per questo terminata l’università svolge un provino con gli Utah Jazz, che rimangono impressionati dalle sue capacità ma non a tal punto da offrirgli un contratto. Allora prende la decisione di venire oltreoceano, gioca per quattro anni in Spagna tra Siviglia, Murcia e Bilbao e al contempo difende i colori del Kosovo. Nella penisola iberica conosce un’altra stella NBA, il lettone Kristaps Porzingis. «Anche con lui ho un gran bel rapporto, che è cresciuto nel tempo. Abbiamo iniziato a giocare insieme in Spagna, condividiamo una solida fratellanza e ci piace guardarci avere successo». L’americano è un giocatore élite per l’Europa, a cui piace «passare la palla ai compagni e vederli segnare. Mi rende felice quanto tirare e realizzare a mia volta». Questo fa capire quanto sia un ragazzo intelligente, che fa tesoro delle esperienze vissute diventando ogni giorno un giocatore migliore, più utile e decisivo per la propria squadra. Proprio in Spagna ha appreso quanto è importante coinvolgere i compagni. «Credo che maturando come giocatore impari che coinvolgere i tuoi compagni è importante quanto tirare. Ecco perché mi piace passare la palla». In campo è un duro pronto a lottare mentre fuori è silenzioso e spesso rintanato nelle cuffie che porta alle orecchie. «In generale penso di essere una persona tranquilla, ma in campo voglio solo vincere. Ecco perché quando gioco credo di diventare un’altra persona».
Si potrebbe quasi dire che si limita a trascorrere la propria quotidianità tra campo e casa. «Cerco di passare più tempo possibile con i miei figli (ne ha due di 3 e 6 anni, ndr) perché mi fanno divertire e mi rendono felice. Quindi cerco di giocare sempre con loro e fare qualsiasi cosa vogliano. Oltre a passare il tempo libero con i miei figli, mi piace guardare film, programmi televisivi e seguo altri eventi sportivi, soprattutto quelli da combattimento come il pugilato e l’UFC. Non uso molto i social network, ma direi che quello che preferisco di più è Instagram». Bamforth ha una sua idea politica forte e chiara, anche se «in verità non seguo la politica e l’attualità. Penso che negli Stati Uniti ci siano molti problemi da risolvere, quindi non gli presto più di tanto attenzione. Credo comunque che Donald Trump sia la persona meno indicata per essere il presidente degli Stati Uniti. Ha dimostrato di non trattare tutti allo stesso modo, e non penso che una persona con il suo incarico possa fare delle discriminazioni in base al colore della pelle».
"LA MORTE E' PARTE DELLA VITA, MA NON E' FACILE VEDERE
I TUOI CARI ANDARSENE. DIO MI HA DATO LA FORZA PER
ANDARE AVANTI"
Nonostante le sue vicissitudini familiari, il ragazzo vuole restituire qualcosa alla comunità di Albuquerque. Per questo ha fondato insieme a Lamar Morinia l’associazione Real Hoops. «Io e il mio migliore amico abbiamo sempre voluto dare un’opportunità ai bambini per giocare a basket e viaggiare in diversi stati. Quindi abbiamo deciso di creare questa organizzazione in cui i bambini fossero al centro del progetto. Dal mio punto di vista, gli voglio offrire le opportunità che non ho avuto io». Questo non significa però che il suo futuro sarà quello di allenare o fare il dirigente. «Non sono sicuro di quello che farò. Cerco di non pensarci perché tutto quello che ho conosciuto nella mia vita è il basket. Sono ancora giovane quindi mi piace concentrarmi su cosa sto facendo oggi e non preoccuparmi di cosa farò domani». Si sta affermando come un top player in Europa acquistando credibilità agli occhi degli addetti ai lavori, eppure non si toglie il pallino della NBA dalla testa. «Nulla è impossibile, ma non mi preoccupo di questo. So di essere bravo a giocare con chiunque e l’ho dimostrato. Ma posso controllare solo ciò che faccio, non quello per cui non ho mai avuto una chance».
La sua esperienza a Sassari lo ha visto sin da subito protagonista. Alle sue migliori prestazioni sono legate le vittorie contro la corazzata Olimpia Milano e l’allora capolista ed imbattuta Leonessa Brescia. Per il suo carattere poi, giorno dopo giorno è diventato sempre più il leader dello spogliatoio. «Mi piacciono i miei compagni di squadra e i membri dello staff tecnico. Cerco di divertirmi e godermi ogni giorno insieme a loro. Penso che la città sia davvero carina, ma non l’ho visitata molto tranne che per alcuni ristoranti. Il campionato italiano è davvero una competizione molto dura da affrontare, e giocare la Champions League è senz’altro una grande opportunità che ci permette di confrontarci e di giocare più partite in stagione». L’Italia come la Spagna? «Penso che il campionato spagnolo sia un po’ più tattico rispetto a quello italiano, ma entrambi i tornei sono competitivi e mettono in mostra grandi giocatori». Bamforth ha rinnovato il contratto già a gennaio, senza aspettare eventuali offerte dai grandi club europei. Crede fortemente nel progetto della formazione di Sassari, nonostante il primo obiettivo della Final Eight di Coppa Italia è purtroppo sfuggito. Le sei sconfitte in sette partite al termine del girone d’andata hanno estromesso la Dinamo dalla competizione a cui partecipava da sei anni consecutivi. Nonostante ciò la combo-guard non si pone limiti: «credo che questa squadra può vincere lo scudetto».

Stipcevic: sembra nato con la palla in mano

L'ASSISTANT COACH PAOLO CITRINI: "TRA I PIU'
FORTI MAI VISTI A SASSARI"
«Bamforth è uno dei giocatori più forti che la Dinamo abbia visto negli ultimi anni - ha esordito l’assistant coach Paolo Citrini -, uno di quelli che hanno un talento particolare e la voglia di vincere nel dna. Ha giocato in squadre importanti e campionati di livello ed è un giocatore che non solo è bravo nel segnare in qualsiasi maniera ma anche a creare per gli altri e dare la possibilità ai compagni di entrare in partita. È il terminale principale della squadra e per questa ragione il bersaglio numero uno della difesa avversaria. Scott è un ragazzo sensibile, che ci tiene tantissimo, che ascolta e ha a cuore le sorti della squadra. Non è un mero professionista ma un giocatore che dà tutto. È un padre di famiglia speciale con due bambini piccoli già istruiti al gioco del basket. Ha tutte le carte per essere un giocatore che può fare la differenza e che è già entrato, nel cuore dei tifosi biancoblu. Quest’anno purtroppo ha iniziato la stagione con un infortunio e, sebbene si fosse già intravisto il suo potenziale, al rientro sul parquet si è mostrato in tutta la sua forza e la sua capacità di trascinare i compagni, fare canestro e girare le partite. Possiede dei valori umani importanti che ha ritrovato nella città e nella società. Questo l’ha portato a rinnovare a gennaio senza attendere eventuali chiamate da grandi club europei, e fa capire - ha concluso l’assistant coach - quanto tenga a questa piazza e a questa maglia».
«Seguivo Bamforth dapprima - ha commentato il compagno di squadra Rok Stipcevic - ma non lo conoscevo personalmente. Giocandoci insieme ho capito che ha un talento incredibile e sembra nato con la palla in mano. Sa usare perfettamente sia la mano sinistra che la destra, è bravissimo nel pick and roll e ha delle ottime capacità da passatore, come pochi giocatori. Inoltre ha grandi doti di lettura. Fuori dal campo è un bravissimo ragazzo, sempre pronto a dare una mano e fare gruppo. Sono contento di averlo in squadra, è uno che lavora duro per migliorarsi ogni giorno e posso dire di aver trovato - ha concluso Stipcevic - un ottimo compagno di squadra dentro e fuori dal campo».



*: per la rivista BASKET MAGAZINE

sabato 27 gennaio 2018

Sorprese e conferme: chi sono i leader della NCAA?

Sorprese e conferme: chi sono i leader della NCAA?


di Giovanni Bocciero*

Siamo quasi a metà stagione ed è ora di dare uno sguardo alle 5 principali categorie statistiche per vedere quali sono i giocatori che stanno lasciando un segno nel college basketball, tra protagonisti attesi e nomi assolutamente inaspettati.

Punti

Categoria dominata dalle guardie e guidata dal personaggio dell’anno: non ci sono molte altre definizioni per Trae Young che è salito a 30,5 punti di media dopo aver realizzato il suo career high di 48 contro Oklahoma State. Il freshman di 188 cm è il leader indiscusso di Oklahoma e la sua principale arma è il tiro da tre, con un range già calibrato per la Nba. Al momento semplicemente il numero 1. Dietro a lui, c'è Kendrick Nunn (26.4), mancino di 192 cm, passato agli Oakland Golden Grizzlies dopo tre anni a Illinois. Atletico, disorienta il difensore con finte e cambi di direzione, per questo i suoi canestri non sono mai banali. Al terzo posto un altro mancino, Justin Wright-Foreman (25.1), guardia di Hofstra super rapida che ha un arresto e tiro eccellente. Fuori dal podio lo scorer di Central Arkansas, Jordan Howard (24.5), fratello maggiore di Markus che gioca a Marquette. Il senior dei Bears è una point guard di 182 cm, con un rilascio della palla rapido e preciso. Al quinto posto un giocatore di soli 175 centimetri che però nessuno riesce a fermare: Chris Clemons (24.3) è il playmaker dei Campbell Camels e ha esordito in stagione con una prestazione da 39 punti ed è un habitué di questa classifica visto che ha chiuso l’anno scorso a 25.1 di media.
TRAE YOUNG

Rimbalzi
In una stagione piena di centri destinati all’Nba, sorprende che il miglior rimbalzista del campionato arrivi dalle mid-major e superi di poco i 2 metri: il leader è infatti Devontae Cacok (12.7 di media) di UNC Wilmington, non un pivot in senso classico ma forte fisicamente, con un season high di 19 e in cinque occasioni ne ha presi 17. Al secondo posto c'è la stella di Missouri State Alize Johnson (11.9), unico in stagione ad aver realizzato due gare da 20+ punti e 20+ rimbalzi. Senior, 207 cm, ottimo nel tagliafuori, è il prototipo dello stretch four e per questo è in odore di draft. Sul gradino più basso del podio troviamo l'ala junior di Minnesota Jordan Murphy (11.8), altro giocatore attorno ai 2 metri dotato di grande cattiveria agonistica e tempismo. Anche per lui season-high da 19 e in sole due partite non è andato in doppia cifra. E’ solo al quarto posto un altro dei dominatori della stagione: Marvin Bagley (11.5), 212 cm di energia e tecnica, è il miglior freshman di Duke, che guida con 43.6 la classifica di squadra nei rimbalzi, ed è tra i principali candidati per la scelta numero 1 al prossimo Draft. In stagione anche una prestazione da 32 punti e 21 rimbalzi. Stessa cifra di Bagley per il lituano Rokas Gustys (11.5), senior di 208 cm degli Hofstra Pride, classico pivot roccioso, difficile da spostare quando prende posizione.

DEVONTAE CACOK

Assist

Ecco perché è il numero 1: Trae Young non sa solo segnare, ma guida anche la classifica degli assist con 9.7. Se continua di questo passo, può iscriversi a un ristretto club di giocatori capaci di chiudere da leader una stagione in due differenti categorie. L'unico che sembra infastidirlo è un giocatore dalle caratteristiche opposte, cioè l'australiano Emmett Naar (9.1). Classico play bianco ragionatore, è la guida dei Saint Mary's Gaels e ben otto volte è andato in doppia cifra con un career-high da 15. Arriva dalle mid-major Darrian Ringo (7.6) che, dopo due anni al junior college, è arrivato ai Miami (OH) RedHawks dove sta dimostrando di essere un ottimo passatore, veloce ed esplosivo. Quarto in graduatoria il senior di USC Jordan McLaughlin (7.5), una delle poche certezze di una squadra che sta andando peggio rispetto alle aspettative. Chiude questa top five Nick Weiler-Babb (7.4), point guard di Iowa State con un'ottima visione di gioco grazie ai suoi 196 centimetri.

Recuperi

Primo della nazione per palle recuperate è Joseph Chartouny (3.4), guardia canadese dei Fordham Rams. Non è certamente Speedy Gonzales ma sa tenere posizione e ha mani veloci. Dietro di lui, uno dei califfi della difesa del college basketball e cioè Jevon Carter (3.3), leader della zona press a tutto campo di West Virginia. Quest'anno ha fatto registrare il massimo in carriera di 9 recuperi. Terzo posto per Brian Beard (3.2) di Florida International, che sfrutta il baricentro basso conseguenza dei suoi 180 cm. Passato per un junior college, sta mettendo in mostra le sue abilità difensive in questa stagione con i Panthers. Matisse Thybulle (3.0), ala di 198 cm di Washington, sta cercando di dare un senso alla stagione degli Huskies dopo la partenza della prima scelta assoluta del draft 2017 Markelle Fultz. Al quinto posto Paris Collins (2.8), ragazzo texano di San Antonio che gioca per i Jackson State Tigers. Alto 195 cm, anche nel suo caso le lunghe braccia lo rendono un difensore pericoloso che disturba le linee di passaggio.
AJDIN PENAVA


Stoppate

Bianco, bosniaco, 208 cm, il re delle stoppate è Ajdin Penava (4.8) al terzo anno con la maglia di Marshall. Non un vero centro d'area, ha fissato il suo career-high a quota 9, cifra raggiunta tre volte in stagione. Distanziato di poco Mohamed Bamba (4.4), freshman di Texas di 211 cm, che è un rim protector come pochi al mondo: tra i migliori prospetti in ottica Draft, in NBA sarà il giocatore con l'apertura di braccia più ampia di sempre (240 cm). Il season-high è fermo a 8. Louisville si posiziona al secondo posto nella graduatoria delle stoppate (7.4) di squadra e l'egiziano Anas Mahmoud (3.56) è al terzo in quella individuale. Senior, alto 214 cm, ha una verticalità che gli permette di salire altissimo e in stagione per due volte ha toccato quota 9. Tra le mani di Luca Virgilio, assistant coach italiano di St. John’s, c’è Tariq Owens (3.55), lungo dal fisico asciutto con due molle al posto delle gambe e braccia lunghissime. Chiude la top5 un altro dei tanti freshman interessanti della stagione: Jaren Jackson (3.3) è una delle ragioni per cui Michigan State può puntare al titolo.
*Link originale: Fox Sports Italia

venerdì 26 gennaio 2018

Mohamed Bamba, basket e studio

Mohamed Bamba, basket e studio



di Giovanni Bocciero*

Quando si parla di prospetti, per l'immaginario collettivo si tratta di ragazzini che vogliono realizzarsi grazie al talento naturale che si ritrovano. Viziati e sempre accontentati, non fanno altro che pensare tutto il giorno al basket togliendo tempo soprattutto allo studio. Per fortuna non per tutti è così. C'è chi si differenzia da questi adolescenti prodigio per il proprio comportamento, come Mohamed Bamba.
MOHAMED BAMBA
Nato e cresciuto ad Harlem da genitori originari della Costa d'Avorio, nella lettera con cui ha annunciato la scelta del college ha menzionato la lezione della vita inerente al vasetto da riempire con pietre, ghiaia e sabbia. Per chi non la conoscesse, vi invitiamo a fare una rapida ricerca internet. Ciò fa capire lo spessore umano del ragazzo che indica come suo miglior viaggio quello della scorsa estate in Cina. Ma non si è trattato di puro turismo, anzi, di servizio sociale attraverso cui ha aiutato le famiglie di alcune zone rurali a spalare e raccogliere il carbone. Questo è Bamba, un ragazzo che vuole sfondare nella pallacanestro ma che resta saldo con i piedi a terra, che ha capito quanto è fortunato e che sa perfettamente che l'istruzione è importante.

Non a caso ha scelto Texas a discapito delle blasonate Duke e Kentucky perché l'università di Austin possiede uno dei migliori programmi del paese in Business. E la formazione scolastica è così importante che persino Harvard - destinazione non proprio ambita per un top prospect - era in corsa per il suo reclutamento. In molti si sono meravigliati della scelta del ragazzo, perché i Longhorns non stanno certamente vivendo un momento di splendore dal punto di vista dei risultati sportivi. Tornando alla lezione del vasetto e delle pietre, Bamba ha specificato quali sono le sue priorità nella vita: la famiglia e il basket. Entrambe ruotano intorno alla scelta di Texas. Dalla sua carriera professionistica dipenderà la sua famiglia, e per far sì che brillasse ha riposto fiducia in coach Shaka Smart. L'allenatore lo ha seguito sin dai tempi della Nazionale statunitense under 18 con cui ha vinto l'oro ai Giochi americani. Dunque la sua volontà di sposare il progetto di Texas è legato a doppio filo al rapporto che ha con il tecnico. Bamba è abituato a vivere lontano da New York e la famiglia sin dalle scuole media, quando si è trasferito nella periferia di Philadelphia per frequentare la Westtown High School. Che per inciso ha vinto i primi due campionati statali della sua storia con il suo arrivo. Nella sua ultima stagione al liceo ha realizzato 14 punti, 12 rimbalzi e 8 stoppate di media, facendo scomodare paragoni con Dikembe Mutombo. Alto 2.11, con i 240 cm di apertura alare l'anno prossimo sarà il giocatore più grande della storia dell'Nba. Sì, perché il suo tempo ad Austin durerà esattamente questa stagione. Poi sarà draft e piano di sopra.

MONSTER DUNK DI BAMBA VS VCU

Questo pterodattilo è un dominatore d'area, sia per dimensioni che per verticalità. È il prospetto più intrigante della classe 2018 soprattutto per gli ampi margini di miglioramento che si intravedono. I mezzi fisici sono il suo punto di forza, ed il mix di mobilità ed atletismo lo rendono un rim protector imbarazzante. Sarebbe però sbagliato ridurre la valutazione solo a rimbalzi e stoppate, perché Bamba è un discreto difensore in post negli scivolamenti e in anticipo dove utilizza le mani veloci. Corre bene il campo in transizione e a rimbalzo offensivo è un pericolo costante perché gioca sempre con grande energia. In attacco è un talento grezzo ancora tutto da costruire, che fa molto affidamento sui suoi istinti per questo va indirizzato. Nonostante possieda sia il fisico che i movimenti, quando è costretto a mettere palla a terra appare ancora impacciato soprattutto se si cimenta in un uno contro uno fronte a canestro.

L'ELEVAZIONE DI BAMBA, 8 STOPPATE VS KANSAS
Da questo punto di vista c'è da fare un appunto, perché il gioco di coach Smart non sembra essere adatto alle sue corde visto che sin dai tempi di VCU il tecnico non valorizza al meglio i lunghi. Un progresso ben visibile è la parabola di tiro, che gli sta consentendo di prendere con più determinazione i tiri dall'arco seppur ancora con poca efficacia (al momento in cui scriviamo sta tirando 9/36 prendendosi 1.9 tiri a partita). I mezzi fisici sono un punto a suo favore, eppure deve mettere ancora della massa muscolare per poter contenere al meglio i diretti avversari che hanno più chili e tendono a spostarlo. Ma ciò avverrà solo dal momento che sbarcherà in Nba. Inoltre ha delle qualità da passatore che non devono essere sottovalutate. Ha comunque tutte le caratteristiche giuste per sfondare da professionista. Nel delicato match di Big XII perso contro Kansas Bamba ha dimostrato di essere un giocatore che si esalta sui grandi palcoscenici, facendo registrare 22 punti, 15 rimbalzi e 8 stoppate (career-high). Solo pochi giorni dopo ha stabilito il primato in rimbalzi nella vittoria contro Iowa State (16), e ancora contro i Cyclones ha realizzato il massimo in carriera di punti (24 con 2/2 da 3). Sta comunque viaggiando con la doppia-doppia di media (12.4 punti e 10.7 rimbalzi) e guida il paese nelle stoppate (4.6). Resta un grande punto interrogativo rispetto ad altri coetanei come DeAndre Ayton o Marvin Bagley. Ma mentre questi ultimi sembrano dei giocatori già belli e fatti, pronti per la Nba, Bamba è un talento ancora inespresso ed ha tutto per diventare qualcosa di unico.


*Link originale: Ncaa Magazine

giovedì 11 gennaio 2018

La sorpresa Wojciechowski, il caro nemico

La sorpresa - Polacco di formazione italiana in undici anni ha cambiato per dieci volte maglia
Wojciechowski, il caro nemico 
Sulla strada per i mondiali, Sacchetti troverà quel pivot di 2.13 che gli avrebbe fatto comodo in azzurro e che a Capo d’Orlando sta vivendo la sua migliore stagione 


di Giovanni Bocciero*


CAPO D’ORLANDO. C’è un adagio secondo il quale bisogna saper vivere secondo il proprio ritmo. Può accadere che la maturazione per alcuni arrivi a 20 anni e per altri alla soglia dei 30, ma nessuno è in anticipo e nessuno è in ritardo negli appuntamenti della propria vita. Semplicemente ognuno fa il suo percorso che è unico e non comparabile a quello degli altri. Tutto ciò che bisogna saper fare è avere pazienza ed aspettare il proprio tempo. 
A 28 anni ha raggiunto la piena maturità: può ancora migliorare,
ma è già pronto per il salto di qualità definitivo
 
È ciò che sta accadendo al pivot italo-polacco Jakub Wojciechowski, che alla soglia dei 28 anni sembra aver trovato la sua dimensione tra le la dell’Orlandina Basket. «Non è stato un grande problema ambientarmi a Capo d’Orlando - ha esordito il centro, che per gli amici è semplicemente Kuba - perché la gente è molto calorosa, affettuosa. Già dai primi giorni i miei vicini di casa, che non ho mai visto prima, mi hanno aiutato in determinate cose che mi servono nella vita quotidiana. Per quanto riguarda la società, quando sono arrivato era tutto organizzato nei minimi dettagli, e il rapporto con i compagni è fantastico». A Capo d’Orlando ci sono le condizioni adatte affinché il ragazzo riesca ad esprimersi al meglio, ad iniziare dal rapporto con l’allenatore Gennaro Di Carlo. «Ho un rapporto molto particolare con lui, non ne ho avuti di simili con altri coach. Dal primo incontro abbiamo parlato di tutt’altro che non fosse basket, perché voleva conoscere come sono fatto, i miei pensieri, e solo dopo è arrivata la pallacanestro. Mette grande attenzione in questo cercando di capire prima che persona sei, e poi di conoscerti dal punto di vista sportivo»
Wojciechowski sta stupendo per l’inizio di campionato, eppure a Capo d’Orlando se lo aspettavano. «La sua stagione è sotto gli occhi di tutti - ha dichiarato il diesse Peppe Sindoni - ed è la più positiva della sua carriera. Sono contento che stia facendo molto bene, e oltretutto non è un mistero che io abbia sempre confidato che Kuba fosse un giocatore di grande talento. Specialmente nel sistema di coach Di Carlo ha modo di esprimere al meglio quello che è il suo gioco, le sue caratteristiche, ripercorrendo un po’ quello che ha fatto Iannuzzi l’anno scorso. In Italia credo che non siano molti i tecnici come Di Carlo che hanno un sistema che permette ai lunghi di esprimersi. Tutto ciò sta aiutando Kuba che ha il merito di farsi trovare pronto. L’ho sempre ritenuto uno tra i più forti lunghi italiani di formazione, con un talento clamoroso, capace di giocare entrambi i ruoli interni. Si tratta di un giocatore di 213 cm che sa giocare fronte a canestro, ma che sa farsi valere anche vicino al ferro cosa che per tanto tempo è stata considerata un suo difetto. Quest’anno sta dimostrando che in post basso ci può andare. Proprio perché lo considero un giocatore fortissimo da sempre, l’ho provato a prendere per la prima volta - ha rivelato il diesse - sei anni fa in B1. Poi c’ho riprovato l’anno scorso quando si infortunò Nicevic. In primavera è stato il primo italiano sul quale ci siamo tuffati, perché lo volevamo a tutti i costi. Il suo ingaggio ha una storia abbastanza lunga, e non lo ritengo una sorpresa perché mi aspettavo un impatto del genere. Sono sicuro che il futuro di Kuba sarà in squadre di altissimo livello, senza alcun dubbio»
Sindoni lo voleva nell’Orlandina già sei anni fa.
Di Carlo: «Kuba è l’uomo giusto per il nostro sistema»
L’Orlandina ha puntato forte su di lui, e le prestazioni del ragazzo stanno ripagando le attese. «Assolutamente sì, perché Kuba è un giocatore che ha delle caratteristiche molto chiare - ha esordito coach Di Carlo -. Ha un modo di giocare in attacco che si sposa in maniera perfetta al nostro sistema. Questo è stato il motivo principale per il quale abbiamo deciso di puntare su di lui. Il secondo motivo riguarda il fatto che credo abbia un potenziale che non ha ancora fatto vedere appieno, ed ha grandi margini di miglioramento. In campionato sta dimostrando tutto ciò, visto che ha già fatto delle prestazioni eccellenti. Ma il suo margine di miglioramento primario deve essere la continuità. Le statistiche degli ultimi anni sono un dato di fatto di quanto il nostro modo di giocare faccia esprimere al massimo i giocatori interni. Tutto il passato di Kuba gli ha consentito, ad oggi, di renderlo un ragazzo prim’ancora che un giocatore pronto per sostenere le difficoltà che man mano gli si presentano. Questo gli sta permettendo di affrontare questa stagione con un piglio più da protagonista rispetto agli anni passati. Il suo vissuto ha fatto sì che arrivasse a questo punto della sua carriera pronto caratterialmente, con personalità. Anche per questo possiede le caratteristiche per fare un notevole balzo in avanti. Capo d’Orlando può essere una rampa di lancio per lui, anche se a me non piace trasferire ai giocatori l’idea che qui siano di passaggio - ha precisato l’allenatore - ma capisco che il valore di Kuba è talmente alto che può rappresentare tanta roba per diverse squadre europee. Deve aprire la sua visione e ambire ad un palcoscenico del massimo livello, e sarebbe delittuoso se non ci provasse. Oggi Capo d’Orlando è una bellissima opportunità per cercare di fare quel definitivo salto di qualità che lo può mettere realmente in competizione a livello europeo»
Ad inizio dicembre Wojciechowski ha fatto registrare i career-high in punti (27) e valutazione (33) contro Trento. Ma qual è il segreto di questo successo? «Mi hanno dato grande fiducia - ha dichiarato il pivot - con lo staff che punta forte su di me, basta vedere il minutaggio che gioco. Il sistema di gioco, poi, mi aiuta molto perché è adatto alle mie caratteristiche potendo sfruttare la velocità, la mobilità, il gioco in movimento. Il resto lo fa il bel gruppo che siamo riusciti ad amalgamare». Che il ragazzo avesse talento è fuori ogni dubbio, ma è adesso che sembra aver raggiunto la maturazione per ambire a traguardi importanti. «Capo d’Orlando può essere il mio trampolino di lancio, e lo sapevo già prima di arrivare in città che questa era per me una grande opportunità di poter far vedere quanto davvero valgo. Era una scommessa ben chiara per entrambe le parti». L’italo-polacco deve tanto all’Italia, dove è cresciuto cestisticamente imparando i segreti del mestiere. Ed è uno strano caso che proprio lui sarà un avversario dell’Italbasket nella seconda fase delle qualificazioni ai mondiali. Vista la scarsità di lunghi avrebbe fatto comodo a Meo Sacchetti averlo in maglia azzurra. Purtroppo seppur di formazione italiana, Wojciechowski non ha il passaporto italiano.
«Contro l’Italia sarà interessante: giocherò contro tanti amici.
Sarebbe splendido portare la Polonia ai mondiali»
«Contro l’Italia sarà una partita molto interessante. Avrò contro tanti amici che di solito ho affrontato con i club, e farlo con la nazionale sarà un motivo in più. Mi sento patriottico, sentimento che mi ha trasferito mia madre che a sua volta ha giocato per la nazionale di pallavolo sfiorando le Olimpiadi. Non ho mai rifiutato la chiamata della Polonia sin da giovanissimo, e quando sento l’inno provo un qualcosa che non riesco a spiegare. È un momento speciale. Sono molto attaccato alla nazionale anche e soprattutto per la storia vissuta da mia madre. Già solo far parte del gruppo mi inorgoglisce, se dovessimo riuscire a qualificarci per i mondiali sarebbe una cosa fantastica, un traguardo incredibile. A livello personale mi vengono soltanto i brividi a pensare di poter giocare con la maglia della Polonia contro le più forti squadre del mondo». Wojciechowski ha indossato dieci maglie differenti in undici anni d’attività nel Bel Paese. Tutte esperienze che comunque lo hanno reso il giocatore che è oggi. Anche se una gli rimarrà impressa a vita nel cuore. «In ogni squadra che ho giocato ho vissuto situazioni diverse che mi hanno lasciato qualcosa. Ad esempio lo scorso anno a Cremona siamo retrocessi e, pur nel dispiacere della cosa, ho imparato ad affrontare determinate difficoltà. Penso che comunque Treviso è stata e sempre sarà la migliore esperienza che abbia mai avuto. La società nella sua particolarità - ha concluso il pivot - mi ha permesso di incontrare dirigenti e giocatori che rappresentano delle leggende del basket italiano».


LA SCHEDA 
Jakub Wojciechowski è nato a Łόdź il 9 gennaio 1990. Pivot (213 cm) di formazione italiana, a 16 anni è reclutato da Treviso con cui vince lo scudetto under 19 nel 2009 e colleziona 28 presenze totali in serie A. L’anno dopo inizia un lungo girovagare per lo stivale, indossando le maglie di Casalpusterlengo, Brescia, Brindisi (vince la Coppa Italia di A2), Torino (è campione d’Italia dilettanti), Veroli e Mantova. Nel 2015 viene ingaggiato da Cantù (28 presenze e 4.3 punti) e l’anno scorso gioca per Cremona (25 presenze e 5.8 punti). È nazionale polacco dall’under 16 e ha vinto 3 bronzi europei.

DICONO DI LUI
Alibegovic: «Ragazzo solare e di grande talento»
Alberani: «Ha tutto per diventare un protagonista» 

Quasi in coro la dirigenza e lo staff dell’Orlandina Basket hanno specificato che Wojciechowski deve affermarsi a Capo d’Orlando per diventare un grande giocatore. È un’altra scommessa da vincere, così come ne ha vinte tante in questi anni la società siciliana. Ma com’è il ragazzo fuori dal campo? Lo abbiamo chiesto al suo compagno di stanza in occasione delle trasferte, Mirza Alibegovic. «Kuba è un ragazzo solare e simpatico, a cui piace molto scherzare. È soprattutto un grande lavoratore che si presenta sempre un’ora prima al palazzo per prepararsi all’allenamento. Insieme ci divertiamo, e quando vinciamo è ancora meglio. Ha un talento incredibile, delle mani morbidissime, può giocare sia dentro che fuori stazionando senza problemi anche sulla linea da tre punti. Stiamo parlando di un lungo con determinate caratteristiche che, sapendo fare tutto si trovano poco in giro. La cosa che maggiormente mi colpisce è la capacità di come esce sempre bene dai blocchi. Deve però continuare a migliorare su alcuni aspetti difensivi - ha rivelato Alibegovic -, soprattutto nel parlare quando ci sono i blocchi, ad esempio. Nel complesso ha comunque un grande potenziale, che sta mettendo in mostra e che gli sta permettendo di fare un campionato di altissimo livello. Capo d’Orlando gli sta dando una grande opportunità che credo gli permetterà di trovare una grande squadra in futuro. Dopo le vittorie io, lui, Mario Ihring e adesso che è arrivato anche Eric Maynor, spesso ci riuniamo per cenare e stare insieme».
Persino il direttore sportivo della Scandone Avellino, Nicola Alberani, ha dichiarato in una recente intervista di ritenerlo una grande sorpresa di questo inizio di campionato: «Ha taglia, ha tiro, ha tecnica, ha atletismo, ha tutto per diventare un giocatore dal profilo altissimo».



* per la rivista Basket Magazine

giovedì 21 dicembre 2017

Grayson Allen, eroe o antagonista?

Grayson Allen, eroe o antagonista?

Duke è considerata la principale candidata alla vittoria del titolo nazionale anche e soprattutto perché ha un senior come Grayson Allen. La guardia è un fattore non da poco per coach Mike Krzyzewski e i Blue Devils. Ripercorriamo la vita di questo ragazzo attraverso alcuni step doverosi, da quando giocava a calcio prima del basket alla stagione da freshman che lo vide esplodere così all'improvviso; a quella successiva dove ci si inizio a domandare se bisognava amarlo o odiarlo, tanto da farlo apparire come il diavolo e l'acqua santa; sino a questo campionato che sembra essere quello della rinascita agli occhi degli scout Nba. Un talento dai superpoteri, ma buono o cattivo? (continua a leggere CLICCANDO QUI).


martedì 19 dicembre 2017

Jason Rich maturo e vincente

Il ritorno - La Serie A ha ritrovato un protagonista dopo gli anni di Cantù e Cremona e la parentesi in Francia
Jason Rich maturo e vincente
Ad Avellino sta facendo dimenticare Ragland. Leader silenzioso, è un giocatore completo, solido in difesa e produttivo in attacco


di Giovanni Bocciero*

AVELLINO. Quando in estate la Scandone Avellino e coach Pino Sacripanti hanno perso il faro delle ultime due stagioni, ovvero Joe Ragland, sapevano benissimo che dovevano trovare un nuovo leader che trainasse la squadra. Dopo aver scandagliato il mercato la dirigenza irpina ha deciso di puntare su Jason Rich, un atleta già visto in Italia che nelle ultime stagioni ha trascinato la formazione del Paris Levallois con prestazioni di altissimo livello. Il prodotto della Florida State University ha girovagato per mezza Europa, e la sua prima tappa a livello professionistico nel 2008 fu proprio la nostra penisola perché ingaggiato da Cantù. Da allora ha militato in diversi campionati tra Israele e Francia con qualche apparizione in Belgio e Russia. Tutte esperienze altamente formative che hanno plasmato l’odierno atleta 31enne.
Ultimo di nove figli ha iniziato in Italia la carriera da 'pro'
per poi girare per mezza Europa (foto sportavellino.it)
Che sia campionato o competizione continentale Rich non fa mai mancare il suo apporto alla squadra. Giocatore piuttosto versatile e completo, è un fattore tanto in attacco quanto in difesa. Ma soprattutto è un grande lavoratore. Si narra che dopo il suo primo anno di college, non avendo un’ottima percentuale al tiro da tre - che con il tempo ha decisamente migliorato - si fosse chiuso in palestra per un intero giorno prendendosi oltre mille tiri dall’arco. Durezza e caparbietà, elementi che lo caratterizzano in difesa potendo sfruttare una struttura fisica che lo rendono forte e dinamico potendo così marcare tutti i ruoli degli esterni. Il suo gioco è molto versatile, sposando in pieno la sua filosofia di rendersi sempre disponibile per la squadra ed i compagni. Se c’è da difendere, difende, se c’è da passare, passa, se c’è da tirare, tira. Ovviamente. Perché Rich è soprattutto un realizzatore, un giocatore capace di costruirsi tiri aperti, di inventarsi canestri dal nulla, di mettere a segno punti quando la squadra perde fiducia nei propri mezzi.
Sino alla passata stagione la barra del timone la teneva saldamente Ragland. Adesso, quasi a voler rappresentare una sorta di passaggio del testimone, questa responsabilità è passata sulle spalle del nativo di Pensacola, vecchia colonia spagnola esposta al caldo sole della Florida. Si tratta però di due giocatori differenti non solo per il ruolo che ricoprono, ma anche per le caratteristiche tecniche. Ragland era l’uomo copertina, il playmaker al quale spettava la costruzione del gioco ed allo stesso tempo aveva licenza di creare per sé stesso. Rich è un leader silenzioso dal quale ci si aspetta sempre la giocata del campione, anche nella gara meno esaltante in cui è stato per lo più in ombra. Ragland è stato il maggiore artefice delle ultime due stagioni della Scandone Avellino arrivata a disputare una finale scudetto. E certamente non è un caso se proprio con il suo arrivo in Irpinia nel dicembre del 2015 cambiò totalmente l’andamento del club biancoverde. I lupi quest’anno partono nuovamente nel lotto delle favorite per attaccarsi sul petto il tricolore, e poco importa se fin qui è stato commesso qualche passo falso. Di sicuro Rich ha brillato in più di una circostanza, anche quando non è stato continuo nell’arco della stessa gara. Come successo nella vittoria contro Varese in cui uno tra migliori realizzatore del nostro campionato ha segnato solo sei punti ma ha mandato a bersaglio la tripla che di fatto ha permesso di vincere alla sua squadra.
Il suo modello è Kobe Bryant per classe e determinazione
ma si ispira a Magic e Oscar Robertson (foto eurosport.it)
Con due playmaker ordinati come Bruno Fitipaldo e Ariel Filloy, Rich si sposta alla perfezione nel nuovo scacchiere assemblato dal direttore sportivo Nicola Alberani. E siam convinti che più impegni si giocheranno più si potrà apprezzare il gioco dell’ex Cremona e Cantù. Noi abbiamo provato a conoscere l’esperto giocatore a 360°, cercando di capire cosa gli piace fare fuori dal campo, quali sono i suoi pensieri su argomenti non prettamente sportivi, quali gli hobby e cosa vorrà fare in futuro.

Per te un giocatore deve essere leader non solo in campo ma anche fuori. Perché?
“Credo che sia impossibile essere un leader in campo senza essere un professionista fuori dal campo, e mi riferisco a tutto ciò che è richiesto ad un atleta per fare questo lavoro, ovvero dal gestire le interviste ai rapporti con i tifosi”.
Sei una persona che ha sempre lavorato tanto per migliorare?
“Sono decisamente una persona che lavora duro per migliorare. Ogni giorno mi alleno per avere un progresso continuo che porti a perfezionarmi di anno in anno”.
Dopo la pallacanestro è vero che ti piacerebbe diventare un uomo d’affari e perché?
“Mi interesserebbe molto fare questo tipo di lavoro dopo aver finito la carriera da giocatore perché essendo stato abituato a competere per tutta la mia vita, questa attività potrebbe rappresentare un’ulteriore opportunità per conservare quello spirito di competizione e superare determinate sfide. E poi svolgere una professione del genere garantirebbe a me e alla mia famiglia di avere una vita di un certo livello”.
Qual è il tuo giocatore preferito e perché?
Kobe Bryant è il mio giocatore preferito per la sua classe e determinazione. In assoluto però mi piace Magic Johnson che aveva uno stile di gioco completo e molto simile a quello di Oscar Robertson. Erano entrambi dei grandi leader, in grado di segnare, di fare assist, di prendere rimbalzi. Amo la leadership che avevano in campo e mi ispiro a loro”.
Trump e le proteste degli atleti di colore: "Chi ha potere mediatico
deve far sentire la sua voce e porsi d'esempio" (foto sportavellino.it)
Cosa pensi di Donald Trump e della protesta degli atleti di colore?
“Non sono solito esprimere le mie opinioni politiche, ma in questo caso è doveroso fare un’eccezione. Le proteste degli atleti di colore c’erano già da molto prima che Donald Trump diventasse presidente degli Stati Uniti. In questo contesto sono convinto che le persone che hanno un certo tipo di potere, che hanno la possibilità di farsi sentire da molte persone perché magari riprese da una telecamera debbano trasmettere messaggi positivi. Messaggi che se toccano argomenti di questo genere non solo devono essere ascoltati negli Stati Uniti ma anche in altre nazioni affinché ognuno riesca a dare sostegno all’altro”.
Ami la cucina di tua mamma, ma ti piace quella italiana? Cosa in particolare?
“Sono un grande fan della cucina di mamma perché penso che sia la miglior cuoca del mondo, ma mi piace molto anche la cucina italiana. Non credevo che esistessero tanti modi differenti per cucina la pasta, e mi piacciono tanto la pizza ed il gelato”.
Hai una famiglia numerosa essendo il più giovane di nove fratelli. I tuoi genitori sono un esempio per te?
“I miei genitori sono senz’altro un esempio per me, ma certamente non per la questione della numerosità. Non credo di voler avere a mia volta così tanti figli ma i miei genitori mi hanno trasmesso l’importanza del significato e del senso di unione che ha la famiglia. E non importa quanto essa sia numerosa, l’importante è che ci sia amore”.
"Collezionavo scarpe... poi mia moglie mi ha fatto capire che sarebbe
stato meglio se avessi cambiato hobby" (foto corrieredellosport.it)
È vero che collezioni tante paia di scarpe?
“È una cosa che ero solito fare diversi anni fa (è arrivato anche ad averne 60, ndr). Poi mia moglie mi ha consigliato di focalizzarmi su qualche altro tipo hobby. Comunque ancora oggi ho qualche paia di scarpe conservate”.
Cosa ti piace fare nel tempo libero?
“Mi diverto molto a cucinare, seguo tanti programmi e serie televisive, ma soprattutto mi piace scoprire quelli che sono i nuovi trend e l’essere aggiornato prima di tutti gli altri”.
Ti piacciono i social? Quanto e quali usi?
“Non mi piacciono i social network. Non ho né un account Twitter né un account Instagram; ho solo un profilo Facebook che tra l’altro uso molto di rado. Diciamo che i social non fanno proprio per me”.
La prima esperienza in Europa fu proprio in Italia a Cantù, poi sei passato per Cremona e adesso sei ad Avellino? Che giocatore eri e che giocatore sei diventato negli anni?
“Questa è una bella domanda. Quando arrivai a Cantù passavo tutto il mio tempo ad immaginare che tipo di giocatore sarei potuto diventare, e soprattutto mi concentravo a capire lo stile del basket che si giocava qui in Europa ed in particolare in Italia. Cercavo di trovare la mia identità e di abituarmi al nuovo ambiente in cui vivevo. Adesso posso dire di essere un giocatore più maturo, cerco di essere affidabile e disponibile al cento per cento per la squadra ed i miei compagni”.
Hai giocato diversi anni in Francia. Come paragoni il campionato francese a quello italiano?
“Sono due campionati molto differenti. Quello italiano è decisamente più tecnico, per questo focalizzato su tanti piccoli particolari del gioco. Quello francese invece è molto più fisico ed atletico. Nel complesso entrambi cercano di tirar fuori il meglio da ogni giocatore e sono improntati a far crescere ed emergere i giovani talenti”.
Ti piace l’Italia e la città di Avellino? Perché?
“Mi piace molto l’Italia perché è qui che sono riuscito a diventare un giocatore completo e per questo adesso posso dire che gioco bene a pallacanestro. Mi piace Avellino poi perché è una città con tifosi molto calorosi, che si preoccupano di come vengono rappresentati all’estero attraverso la squadra ed il nostro gioco. Questo ovviamente ci spinge a dare sempre il massimo e a metterci soprattutto il cuore ogni volta che scendiamo in campo”.
Con la Scandone proverai a vincere lo scudetto?
“Non posso ovviamente fare previsioni, ma è un dato di fatto che Avellino negli scorsi anni è andata molto vicino a vincere il campionato. Abbiamo molta strada da fare anche perché ci sono diversi giocatori infortunati e alcune partite non sono andate come avremmo voluto. Il percorso è ancora lungo ma sicuramente il titolo nazionale è tra i principali obiettivi della società”.




* per il mensile BASKET MAGAZINE

domenica 19 novembre 2017

Il silenzio della Reggia

Game Over - Viaggio nelle domeniche vuote della città della pallacanestro
Il silenzio della Reggia
Caserta senza basket: da Romano Piccolo a Nando Gentile, da Carlo Barbagallo a Francesco Gervasio e Michele De Simone, testimonianze di un "lutto" sportivo che addolora l'intera comunità

di Giovanni Bocciero*


CASERTA. L’esclusione della Juve Caserta dal campionato di serie A ha preso le sembianze di un fulmine a ciel sereno. I tifosi stavano sognando per la costruzione del roster, dopo l’ingaggio di Ryan Arcidiacono. E invece dalla sera alla mattina si sono ritrovati senza più una squadra per cui soffrire. La testimonianza di cosa è la Juve Caserta per un casertano, l’ha data implicitamente coach Franco Marcelletti. Interpellato sulla vicenda non ha rilasciato dichiarazioni perché «il momento è triste e non c'è nulla da dire. È una cosa che mi colpisce». La città di Caserta vive per la seconda volta questo dramma, dopo quello del 1998. Le dinamiche sono diverse, naturalmente, ma il sentimento non può che essere identico per chi è cresciuto a pane e basket come Romano Piccolo.
Piccolo: "Pena enorme. La grandezza di Maggiò fu quella di avere al fianco
persone di grande spessore. Quanto pressapochismo oggi..."

I campioni del passato: "La JuveCaserta non era soltanto la partita della
domenica, ma la discussione di una settimana intera"
PIl fratello Santino fondò nel 1951 la Juve Caserta perché innamoratosi dei canestri dei soldati americani. «Provo un dolore terrificante perché non è possibile ciò che è successo - ha esordito Piccolo -. Talmente che mi manca la squadra ho sognato di fare un sei al Superenalotto, così da comprare un titolo sportivo. E ti dico di più. Poco tempo fa - ha raccontato lo scrittore - di questa cosa ne ho parlato con Giancarlo Sarti, al quale ho detto che la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata quella di prenderlo come gm. Nonostante l’età». La formazione bianconera è stata esclusa per un errore, certamente evitabile se «ci si fosse circondati di persone competenti. La grandezza di Giovanni Maggiò fu quella di avere al fianco persone come Sarti e Boscia Tanjevic. Per questo devo fare una critica a Raffaele Iavazzi, perché è stato pressappochista e presuntuoso. Io mi ero offerto - ha rivelato Piccolo - per fare da collaboratore in maniera totalmente gratuita. Se avesse avuto un problema lo avrei potuto consigliare. Ma questa mia richiesta non ha mai ricevuto risposta. L’ho difeso sui media per la volontà che ha dimostrato, ma ha peccato di presunzione. Ancora non mi capacito, ad esempio, di come Gino Guastaferro non fosse a conoscenza della parte amministrativa rispetto a quella cestistica. Un general manager per lavorare bene deve essere a conoscenza di tutto, dalla a alla z». Lo scrittore ne avrebbe di consigli da dispensare. «Se solo mi avessero interpellato sui guai giudiziari, avrei subito alzato il telefono e chiamato l’avvocato Roberto Afeltra. È colui che ha inventato la legalità nel basket. Ai tempi in cui ero presidente della Zinzi Caserta avrò avuto almeno una decina di lodi, ma grazie al suo lavoro non ne ho perso nemmeno uno. Probabilmente avrebbe potuto risolvere parecchi problemi alla Juve Caserta. Ma ripeto, sono stati così presuntuosi da non affidarsi a persone che avessero esperienza». Piccolo vorrebbe tornare a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. «Bisogna ringraziare tutti quelli che si sono alternati alla guida della società dopo la sua rinascita, perché hanno permesso a tutti noi casertani di esistere. E dico che era meglio continuare ad avere delle squadre dai risultati balbettanti piuttosto che non avere più nulla. Dico questo perché se le cose vanno male possono sempre migliorare». Non può mancare un monito per il futuro: «La città di Caserta deve imparare ad essere meno critica. Ripartendo dal basso dovrà sostenere il possibile la squadra. Perché - ha concluso Piccolo - la Juve Caserta ritornerà».

I campioni del passato
Da chi l’ha fondata a chi ha scritto le pagine degli anni d’oro. Nando Gentile e Sergio Donadoni sono stati tra i protagonisti della Juve Caserta che vinceva in Italia e stupiva in Europa a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90. «Che sia diverso rispetto al 1998 - ha dichiarato Gentile - importa poco. La verità è che non c’è più la pallacanestro. Questa è la peggior cosa». «La mia Juve Caserta è morta nel ‘98 - ha esordito invece Donadoni -. Tutto ciò che è venuto dopo, con i vari personaggi che si sono susseguiti non rappresentavano la storia che io, come tutti gli altri di quel periodo, abbiamo scritto». Il pensiero su cosa rappresenti la Juve Caserta per il casertano è però unanime per i due campioni. «So per certo che per un casertano non avere una squadra in serie A è tutto - ha detto Gentile -. La pallacanestro per la città non è solo la partita della domenica, ma rappresentava la discussione dell’intera settimana. Le possibilità per ricominciare ci sono, ma bisogna farlo con le mosse giuste senza commettere gli stessi errori. Quest’anno purtroppo sarà una stagione d’astinenza, speriamo in quelli futuri». «La Juve Caserta ha sempre contato per il casertano perché è un patrimonio di questa città. Patrimonio che con il passare degli anni ha perso il suo valore. La Juve Caserta era giudicata esclusivamente per il risultato sportivo, mentre - ha sottolineato Donadoni - quello che trasmetteva Maggiò era un patrimonio di valori, come l’educazione e la cultura sportiva. Tanti obietteranno che sono cambiati i tempi, ma credo che sulla competenza della dirigenza non vi siano paragoni. E non tutto può essere riportato ai soldi». Bisogna tornare con idee chiare. «Il futuro deve essere il settore giovanile, parte importante - ha evidenziato Gentile - di una società. È la componente su cui bisogna investire a prescindere da che ci sia o meno una squadra in massima serie. È necessario lavorare bene affinché cresca il vivaio e pure i ragazzi». «Mi auguro che la pallacanestro torni presto a Caserta - ha aggiunto Donadoni -, perché in città questo sport ha rappresentato sempre un qualcosa di positivo e di sociale».

I vecchi dirigenti
I vecchi dirigenti: "La fame di basket è evidente se una squadra di serie C
richiama 800 spettatori. Bisogna ricominciare dai giovani"

La sofferenza dei tifosi: "Una mazzata! Manca l'incontro con gli amici
parlando di basket prima, durante e dopo la partita"
La situazione della Juve Caserta è figlia di tante cause, principalmente economiche. Chi l’ha guidata negli ultimi anni conosce perfettamente i sacrifici che occorre fare. «Ho ricoperto la carica di presidente, ma soprattutto - ha esordito Francesco Gervasio - sono un tifoso della Juve Caserta. La seguivo sin da quando ero bambino, e per la mia generazione ha rappresentato l’aspetto più importante della città. Certamente ancora oggi la squadra è un segno distintivo per i casertani, anche se bisogna dare ragione a chi evidenziava che Caserta non è più la città del basket. Basta pensare che ogni anno superava di poco i mille abbonati quando in altre realtà mettono insieme numeri ben più importanti. Per questo è impensabile che una sola persona, con i costi che ci sono, possa reggere la società». «La Juve Caserta ha significato sempre rappresentanza del territorio - ha aggiunto Carlo Barbagallo -. Il problema riguarda l’aspetto economico. Quando tre anni fa feci la proposta di acquistarla e disputare il campionato di A2 fui preso per pazzo. Purtroppo credo di aver avuto ragione. Il mio pensiero all’epoca era quello di scendere di categoria per poter organizzare soprattutto il settore giovanile. Come Juve Caserta e non con altri nomi. È vero che ritornare in massima serie sarebbe stato complesso, ma almeno strutturavi la società nel tempo. E magari grazie a quella scelta oggi staresti disputando comunque un campionato. Il nostro territorio offre ben poco per le realtà sportive, ed è un problema che non riguarda solo il basket. È giusto ambire alle massime serie, ma è altrettanto importante capire con che tipo di imprenditoria ti devi relazionare per sostenere i progetti». «Nello sport in generale mancano i magnati degli anni ’80 - ha commentato Gervasio -, e a Caserta il tessuto imprenditoriale non dà una mano consistente». Barbagallo traccia addirittura la strada da seguire. «Alla base di un progetto futuro non potrà non esserci il settore giovanile. Il vivaio, al di là della possibilità di crearti atleti che possano giocare per la tua squadra, ti dà una spinta economica dal basso che non è indifferente. Si pensa alla retta mensile del ragazzo, ma dietro c’è tutto un indotto che passa per la vendita dei tagliandi ai familiari o l’acquisto di gadget. E se non dovesse rimanere in società, un prodotto delle proprie giovanili può sempre rivelarsi una fonte di guadagno qualora venisse tesserato per un’altra squadra. Il discorso è ampio ma indispensabile». Ha fatto scalpore la presenza di 800 persone a vedere la partita di serie C dei Cedri San Nicola. Segno inconfondibile che il pubblico ha fame di basket. «San Nicola è riuscita ad avere quel seguito per la presenza di Linton Johnson - ha chiarito Gervasio -. Per carattere sono sempre ottimista, purtroppo in questa situazione sono pessimista. Credo che Caserta possa permettersi massimo la serie B, o magari l’A2, oltre diventa difficile immaginarla». «Registrare tale affluenza per una partita delle serie minori sta a significare che Caserta risponde sempre presente quando c’è la pallacanestro. La passione per la Juve Caserta credo non svanirà mai, ma per consolidarla c’è bisogno di un progetto con persone serie, corrette, valide e soprattutto che non lo facciano per visibilità, o peggio ancora per secondi fini. Ma - ha concluso Barbagallo - solo per passione».

Il dolore dei tifosi
I tifosi più di tutti stanno soffrendo questo momento. Così abbiamo raccolto le testimonianze di due sostenitori di vecchia, Pino Greco e Giancarlo Zaza d’Aulisio. Quest’ultimo è stato particolarmente attivo perché fu tra i fondatori dell’associazione pro Juve Caserta due estati fa, mentre quest’anno ha fatto da intermediario con l’imprenditore Oreste Vigorito. «Per noi che abbiamo mangiato pane e basket non andare la domenica al PalaMaggiò - ha commentato Greco - è peggio di un lutto. Avremmo preferito andare a vedere una squadra giovanile purché in massima serie. La partita domenicale era un punto fermo, e proprio in questo inizio di campionato ne stiamo avvertendo la mancanza. Con amici e tifosi abbiamo discusso sul fatto che Caserta senza la pallacanestro è una città morta. Speriamo che la Juve Caserta torni al più presto, anche se capiamo che oggi fare basket è difficile. Gli imprenditori che si avvicinano - ha concluso Greco - lo fanno perché spinti dalla passione». «Non andare a vedere la partita è una mazzata - ha dichiarato Zaza d’Aulisio -. È triste perché manca l’incontro con gli amici per parlare di pallacanestro prima, durante e dopo la partita, oltre a chiacchierarne durante la settimana. Nelle ultime stagioni ognuno ha sbagliato in qualcosa, ma nonostante ciò avrei preferito lottare per altri cento anni per non retrocedere, piuttosto che non vedere più la Juve Caserta. Lo dico con un pizzico di recriminazione nei confronti di quella frangia di tifosi e stampa che preferiva farla scomparire. Caserta è una piccola città, quindi mi stava bene lottare per non retrocedere così come mi accontento della serie B. La rifondazione però passa da chi gestirà la società - ha interrogato Zaza d’Aulisio -. Ma le cordate sbandierate al vento, una dallo stesso sindaco Carlo Marino, dove stanno?».

Il pensiero del giornalista
Il giornalista: "La JuveCaserta per un casertano è un punto di riferimento
insostituibile ma senza risorse adeguate difficile pensare al futuro"
Il cronista Michele De Simone ha seguito la Juve Caserta raccontandone i fasti storici, e sulle somiglianze tra il 1998 ed oggi ha dichiarato che «purtroppo sono storie che si ripetono. Come si è rinati allora si può rinascere anche oggi. Speriamo che il tempo lenisca le ferite attuali. Non so cosa potrà succedere l’anno prossimo, ma mi auguro che si verifichi qualcosa di buono così come se lo augurano tutti gli appassionati di pallacanestro. La Juve Caserta per il casertano è una bandiera, un punto di rifermo - ha aggiunto l’attuale delegato provinciale Coni -. Ovunque si vada in Italia, quando si parla della nostra città si fa subito riferimento alla Reggia, alla mozzarella ed alla Juve Caserta. Perché la squadra si identifica con il territorio». Ma quali sono le sue prospettive future? «Un nuovo progetto deve rilanciarsi con persone appassionate in grado di metterci anche risorse. Questo è indiscutibile perché altrimenti il basket di alto livello non è fattibile. Purtroppo non ci troviamo in un territorio ricco, e non capisco i paragoni che si fanno con altre città. Parliamo di realtà opposte che presentano situazioni economiche molto diverse. Quindi ci si augura che intorno ad un progetto si possano raccordare persone che abbiano risorse da investire, altrimenti - ha concluso De Simone - di cosa stiamo parlando?».

Il futuro
Caserta riparte con i giovani della JC Academy affidati a Di Meglio,
ma i tifosi contestano Iavazzi
I tifosi della Juve Caserta non si capacitano di non essere presenti sulla cartina geografica della serie A. Non avere più la squadra del cuore è un boccone amaro da digerire. In città si uniscono diversi sentimenti. Dall’amarezza di coloro che non si aspettavano una cosa del genere, a quelli che provano solo rabbia verso chi ha causato questo epilogo.
È inutile sottolineare come Raffaele Iavazzi sia finito alla gogna. Non poteva essere diversamente per colore che hanno sperato sino in fondo nel miracolo del ricorso avverso la decisione della Fip, figurarsi quelli che durante la sua presidenza hanno sempre colto l’occasione per contestare. Il desiderio di chiunque è quello di poter tornare quanto prima a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. Fosse solo per vedere una partita di pallacanestro, anche se non della massima serie. Ma almeno per quest’anno il sogno non può avverarsi. E così si spera per l’anno venturo, quando le vicende della piazza casertana possono assumere dei nuovi risvolti.
Per il momento la Juve Caserta, seppur con la società satellite della JC Academy (diverso codice Fip, è bene spiegarlo) di proprietà di Iavazzi, farà solo attività giovanile. Iscritta ai principali campionati d’eccellenza, ha ingaggiato Vincenzo Di Meglio in qualità di responsabile dello scouting. Il settore giovanile bianconero ripartirà dal tecnico che lo scorso anno ha vinto il campionato under 20 con l’Auxilium Torino, e che vanta numerose esperienze con le nazionali giovanili.



* per la rivista BASKET MAGAZINE