mercoledì 14 giugno 2023

Olimpia-Virtus 2-0, Recalcati: «La differenza la fanno le giocate dei singoli»

Olimpia-Virtus 2-0, Recalcati: «La differenza la fanno le giocate dei singoli»


di Giovanni Bocciero


Le Lba Finals vedono, dopo i primi due atti, l’EA7 Olimpia Milano condurre la serie per 2-0. Fattore campo rispettato per le ‘scarpette rosse’ di coach Ettore Messina, che hanno vinto grazie ad una difesa più solida, al tiro dalla distanza più costante e, in special modo in gara 2, ad una maggiore freddezza nel tirato rush finale. La serie adesso si sposta in casa della Virtus Segafredo Bologna, che mai doma dovrà cercare si sovvertire l’andazzo se vuole ancora provare ad avere chance di vittoria dello scudetto. Di questo ed altro ne abbiamo parlato con coach Carlo Recalcati, tecnico veterano ex ct dell’Italbasket - di cui oggi è senior assistant - che fa parte dell’esclusivo club degli allenatori capaci di vincere tre scudetti con tre club differenti (Varese 1999, Fortitudo 2000 e Siena 2004).

Come le sono sembrate le prime due partite di queste finali scudetto?

«Ho visto due partite molto equilibrate. Chiaramente sono due squadre che si equivalgono - ha esordito Recalcati -, e per questo sono stati due match abbastanza simili. Bologna si è fatta preferire in una parte della gara, poi Milano è riuscita a fare sua la partita. Direi che a grandi linee è stato rispettato ampiamente il pronostico».

In vista delle prossime gare crede che gli allenatori possano decidere di cambiare qualcosa nelle rotazioni, specialmente Sergio Scariolo?

«Dare giudizi di questo tipo, dall’esterno, è difficile. Bisogna tenere conto delle considerazioni che solo l’allenatore può fare vivendo il gruppo. Sono valutazioni che spettano a loro insieme al proprio staff. Non ho visto la Virtus soccombere, ma piuttosto giocare alla pari. Chiaro che un giocatore come Weems, ad esempio, è capace di tutto - ha analizzato l’ex ct della nazionale - e già in passato ha risolto tante partite per Bologna. Però non puoi aggiungere, e in questo caso inserire significa anche escludere. Dunque bisogna tener conto delle valutazioni che possono fare solo i tecnici che avranno analizzato le partite nei loro singoli momenti. Cambiare ti può portare a dei vantaggi, ma anche all’esclusione di un giocatore importante sotto un altro aspetto, e questa non è mai una scelta facile. Poi dipenderà anche dalle condizioni fisiche dei giocatori, di come sono usciti dalle prime due partite e se possono avere delle scorie fisiche».

Adesso cosa può cambiare con il fattore campo, e soprattutto cosa può comportare il parapiglia nel finale di gara 2?

«Partendo dal parapiglia finale di gara 2, credo che tutti dovrebbero ritornare a fare il proprio ruolo. Questo significa che i giocatori devono giocare e devono potersi muovere in quello che è il loro ambito. E questo riguarda anche dopo il termine della partita, perché questa non si esaurisce sul rettangolo di gioco. Per questo dico che i giocatori devono potersi muovere anche nel percorso che li porta negli spogliatoi. I tifosi invece devono essere capaci di fare gli spettatori - si è così espresso Recalcati -. Per quanto riguarda il fattore campo invece, questo è importante ma non è così decisivo e determinante come si possa pensare. Chi vuol conquistare uno scudetto deve essere capace anche di vincere fuori casa e non può pensare solo di speculare sulle gare casalinghe. Dal punto di vista tattico credo che i due incontri di Bologna ricalcheranno molto quelle che sono state le prime due sfide. Le opzioni a disposizione degli allenatori sono ben note, e quindi non mi aspetto grandi cambiamenti tra gara 2 e gara 3. Certo che Milano non può solo pensare di vincere le gare in casa, così come la Virtus è chiamata a ribaltare la situazione».

Da inizio stagione, considerando tutte le competizioni, le due squadre si sono già affrontate sette volte. Quanto può fare la differenza il dettaglio?

«So che oggi è di moda parlare di dettagli, sento tante analisi sia alla vigilia che nei post partita. Credo però che la differenza la possano fare il talento e le giocate dei singoli giocatori. Senza nulla togliere alle strategie e all’importanza degli allenatori, sono le prestazioni individuali che possono determinare il risultato finale».

L’Olimpia adesso è sul 2-0: qual è il suo pronostico in questo momento?

«Milano ha fatto il suo, perché chiaramente quando inizi una serie giocando in casa è la squadra locale che rischia di più. Subire una sconfitta vuol dire perdere il fattore campo. Per il momento si è svolto tutto secondo quella che possiamo chiamare ‘logica’. Adesso - ha concluso Recalcati - se Milano poteva subire una pressione maggiore, questa ce l’avrà Bologna».

domenica 11 giugno 2023

Finale scudetto gara 2: Milano è fredda e va 2-0

Finale scudetto gara 2: Milano è fredda e va 2-0

La Virtus però non demorde

di Giovanni Bocciero

Dopo gli oltre 12 mila di Assago e i quasi 200 mila che hanno seguito la partita in televisione, Olimpia e Virtus tornano a calcare il parquet del Mediolanum Forum per gara 2 delle Lba Finals 2023. Un secondo atto nel quale le squadre hanno messo a punto le rispettive contromosse per limitare l'avversario. Anche se il gioco della pallacanestro, dopotutto, è semplice: conta fare canestro e difendere forte per non farlo fare agli altri.

Nessun cambio nei roster per i due allenatori, Messina e Scariolo, che si ripresentano con gli stessi dodici della prima partita. Milano questa volta inizia forte, e cavalca Melli con i pick and pop. L'azzurro recupera anche un pallone finendo in prima fila, ed ovviamente il palazzo apprezza con grande entusiasmo. Bastano soli 4' per le prime proteste di Scariolo, che si lamenta per il 2° fallo fischiato a Mickey su un blocco in movimento. Napier è freddo, i ferri di Assago sono dispettosi da una parte e dall'altra e il punteggio rimane basso. Ci pensa però Shengelia con due poderose penetrazioni a permettere il sorpasso virtussino sull'8-9. Bologna si fa carico pian piano delle operazioni della gara, con Jaiteh protagonista inatteso. Il lungo francese è una presenza nel pitturato, e con l'attacco Olimpia inceppato, Messina prova a rimettere Napier ma la situazione non cambia. L'ultimo minuto del quarto iniziale è di fuoco. Scariolo è irreprensibile in panchina e si vede mostrare la 'grande t'. Nonostante ciò, gli ospiti chiudono in testa al primo pit stop (14-17).

Il secondo periodo è inaugurato da un canestro di Melli che in serpentina arriva al ferro. Milano passa però dal possibile 19 pari al 17-24, perché non riesce a contrastare la maggiore aggressività degli avversari. Infatti, Ojeleye segna con una gran bella penetrazione, mentre ancora Jaiteh schiaccia dopo un suo stesso errore dalla lunetta. Messina è imbufalito, chiama timeout ma al rientro sul parquet c'è un brutto segnale: arriva l'infrazione dei 24". Le percentuali dall'arco non sono buone per nessuna delle due formazioni, con Baron che si mette a disposizione della squadra creando un paio di situazioni di aiuto che propizia la schiacciata di Hall. Gli ultimi 180" del primo tempo vedono un infuocato botta e risposta. Cordinier confeziona il gioco da 3 punti; Voigtmann con un palleggio arresto e tiro segna dall'arco; Shengelia lo imita dall'angolo; mentre Shields di forza porta a casa il 2+1 del 35 pari. Messina si gioca la carta Biligha per gli ultimi possessi, e questo lo ripaga con un recupero dal quale nasce la tripla di Baron per il vantaggio a 40" (38-35).

Al rientro dagli spogliatoi Baron è ancora caldo e griffa due bombe. La Virtus continua ad andare sotto da Shengelia e Mickey, mentre Shields segna pur inseguito da Ojeleye. La tripla di Napier vale la doppia cifra di vantaggio sul 51-41, che comunque non scompone gli avversari. Il terzo periodo corre via velocissimo, anche perché l’Olimpia aumenta considerevolmente il ritmo del gioco. Ogni canestro delle ‘scarpette rosse’ è accolto dal boato del palazzetto. Bologna dal canto suo soffre ma regge, soprattutto lucrando qualche viaggio in lunetta. E quando Belinelli segna dalla lunga distanza è 55-52 ad 1’20” dall’ultimo mini riposo con Messina che chiama subito timeout.

L’ultimo quarto viene inaugurato dalla tripla di Datome che batte il primo colpo della sua gara. Il capitano azzurro poi lotta a rimbalzo e vede lo scarico per Hall che realizza la sua seconda schiacciata di serata. La gara sale di colpi, e allora ci vogliono i campioni. Se Datome fa ferro e fuoco da una parte, Belinelli diventa il faro offensivo di Bologna segnando due triple consecutive, e il contropiede del -5 a 5’ dal termine. Dopo una folata, sono le difese che tornano a decidere il finale dell’incontro. Soprattutto quella della Virtus riesce a mettere granelli di sabbia nell’attacco dell’Olimpia, che si pianta e perde una serie di palloni. Sanguinoso quello di Baron, che Shengelia non converte in contropiede ma solo con un 1/2 dalla lunetta che vale comunque il sorpasso (72-73). Improvvisamente sotto nel punteggio, si rivede Shields che col ghiaccio nelle neve segna il sorpasso dall’arco. Freddezza che manca a Shengelia che invece sbaglia altri due liberi. La processione dalla lunetta condiziona il finale della Virtus, con Melli che segna il 79-76 a 6", mentre per i bolognesi il tiro della disperazione di Teodosic finisce corto.

Il finale è infuocato. Nel rientrare negli spogliatoi si crea un diverbio tra i giocatori della Virtus e alcuni tifosi meneghini e per poco non scoppia la rissa. La ricostruzione dell'episodio è comunque ancora tutta da confermare o smentire. Per quanto riguarda il campo, Milano a questo punto comanda la serie sul 2-0, ma la Virtus non è doma. Adesso si va a Bologna, ed è certo che gli uomini di Scariolo venderanno cara la pelle.

sabato 10 giugno 2023

Finale scudetto gara 1: Napier immarcabile

Finale scudetto gara 1: Napier immarcabile

Teodosic incanta, Messina vince a scacchi con Scariolo

di Giovanni Bocciero

Gara 1 della finale scudetto va all'Olimpia Milano, che vince 92-82 imponendosi nel secondo tempo. Dopo un inizio lanciato, con una difesa più aggressiva, la Virtus Bologna non è riuscita a ribaltare l'inerzia sopperendo alle contromosse prese dopo l'intervallo dalle 'scarpette rosse'. E' stata comunque una bellissima partita, giocata al massimo da entrambe le compagini. Sono più i meriti dei vincitori che i demeriti dei vinti, e la differenza l'hanno fatta i piccoli dettagli e gli accorgimenti tattici in corso d'opera.

OLIMPIA MILANO

Napier 9: Bologna cerca subito di attaccarlo e di portarlo sotto canestro, e gioca immediatamente con troppi falli sul groppone. Ma il talento offensivo è cristallino, segna una tripla più pazzesca dell'altra e fa nulla se in difesa paga lo scotto. Ne vale assolutamente la pena.

Hall 8,5: Dottor Devon e mister Hall. Primo tempo nel quale sembra quasi intimorito, perché nonostante le assist colpisce il fatto che rinuncia a tiri aperti. Ma nel secondo tempo è il trascinatore dell'EA7, giocando a livello Mvp, facendo ammattire la difesa ospite.

Shields 7,5: Inizio di gara complicato, perché s'intestardisce nel penetrare e perde una serie di palloni. Poi finalmente prende le misure ai difensori, attacca più sotto controllo e fa male dalla sua mattonella.

Datome 7: Nell'inizio difficile di Milano si carica la squadra sulle spalle segnando tre canestri dal coefficiente di difficoltà alto. Ma fa anche una giocata difensiva da veterano, prendendosi uno sfondamento d'astuzia.

Hines 7: Come spesso gli capita i numeri non dicono tutto della sua partita. Sempre attento e concentrato, si vede scippare qualche rimbalzo, ma in difesa è una presenza continua.

Melli 7: L'avvio complesso è dovuto anche ad alcuni suoi possessi gestiti con un po' troppa superficialità. Poi però sale di colpi, torna a riempire l'area non concedendo facili appoggi agli avversari mentre in attacco si fa trovare pronto.

Baron 6,5: Poco appariscente, si mette a disposizione della squadra e indica la strada da seguire, alternando ad inizio ripresa i tiri dalla distanza alle penetrazioni.

Voigtmann 6,5: Non viene messo nelle condizioni di colpire, ma anche lui nel secondo tempo riesce a dare il suo fondamentale apporto offensivo.

Ricci 5,5: Una palla quasi persa nel primo tempo, un fallo evitabile su Belinelli nel secondo. Non il modo giusto per incidere a questo livello.

Tonut n.g.

Baldasso n.g.

Biligha n.g.

Messina 7,5: Rivolta la partita nella ripresa, quando evidentemente chiede ai suoi giocatori di attaccare con maggiore convinzione il ferro. La difesa sale di livello ma non riesce a lanciare il contropiede. Poi decide di cavalcare la coppia Napier-Hall che gli regala gara 1.

VIRTUS BOLOGNA

Teodosic 8: Primo tempo mozzafiato, spinge le 'vu nere' all'allungo incidendo più da realizzatore che da assistman. Anche se un paio di regali ai compagni li serve eccome. Cala nel finale.

Belinelli 7,5: Esperienza al servizio della squadra, con canestri pesanti e lucrando viaggi in lunetta. Peccato la difesa, perché nel secondo tempo specialmente viene puntato con assiduità dagli avversari.

Hackett 7: Una partita di grande sacrificio. S'incolla ad inizio partita su Napier lasciandogli poco spazio di manovra e attaccandolo appena può. Non segna ma crea tanto per i compagni.

Shengelia 7: Servito spesso lontano da canestro, il tiro non lo premia ma appena può mette palla a terra e attacca il ferro. Lotta tanto sotto canestro uscendo quasi sempre vincitore, e cerca di farsi trovare pronto a correre in contropiede.

Cordinier 6,5: Inizio molto positivo, molto aggressivo, e si vede quando forza il blocco di Baron. Recupera palla a s'invola a schiacciare in campo aperto. Poi però scompare, incidendo sempre meno sulla partita.

Ojeleye 6,5: Quasi non lo si nota. Poi da gran campione caccia dal cilindro due triple preziose che permettono alla Virtus di rimanere in scia.

Mickey 6: Primo attacco, sfrutta il mismatch. Potrebbe essere l'ago della bilancia, ma praticamente si limita al lavoro sporco. Peccato perché poteva lasciare il segno.

Pajola 5,5: Tanta volontà, poca efficacia. Il peggiore dell'intera gara per plus/minus con -20.

Abass 5,5: Un giocatore che arrivava in gran spolvero. Ma il livello qui è alto, e lui forse deve ancora trovare il ritmo giusto.

Jaiteh 5: Tanti errori di lettura, spesso è apparso superficiale, e in queste gare non te lo puoi permettere.

Mannion n.g.

Camara n.g.

Scariolo 6,5: Prepara bene la gara puntando tutto sull'attaccare Napier vicino al canestro. La difesa è aggressiva, ma poi concede troppo in penetrazione e non riesce a trovare un modo per arginare l'attacco avversario. Cambia la difesa a zona dopo due azioni con due canestri presi in faccia.

martedì 6 giugno 2023

Olimpia-Virtus, Bianchini: «Mi aspetto una lotta tra mastini»

Olimpia-Virtus, Bianchini: «Mi aspetto una lotta tra mastini»


di Giovanni Bocciero


Venerdì sera al Mediolanum Forum ci sarà la prima palla a due della finale scudetto della serie A. Di fronte, per il terzo anno consecutivo, l’Olimpia Armani Milano - che ha il fattore campo - e la Virtus Segafredo Bologna. Un epilogo scontato per quanto riguarda il campionato italiano, con le ‘scarpette rosse’ che sono all’inseguimento della terza stella avendo in bacheca 29 titoli. Sono invece 16 quelli delle ‘vu nere’, che dall’istituzione dei playoff hanno giocato cinque finali contro i meneghini: la prima nella stagione 1978/79. Per presentare la grande classica della nostra pallacanestro, abbiamo intervistato Valerio Bianchini, uno che di scudetti se ne intende visto che è stato il primo allenatore a vincerne tre con tre club diversi (Cantù 1980/81, Roma 1982/83 e Pesaro 1987/88). Tra le altre, in carriera, ha anche allenato sia l’Olimpia che la Virtus.

Prima di addentrarci nella serie scudetto, le chiedo un parere sulla dichiarazione di Ario Costa riguardante il duopolio Olimpia-Virtus, e quanto questo influenzi il movimento cestistico italiano?

«L’opinione di Costa è una considerazione che ha espresso con coraggio - ha esordito Bianchini -, essendo una delle parti coinvolte. Ma si tratta comunque di una considerazione ovvia. Già ho detto più volte che in questa situazione sembra che il campionato italiano sia ritornato agli anni ’60, quando l’epilogo si risolveva in due sole partite: Simmenthal-Ignis dell’andata e Ignis-Simmenthal del ritorno. Nonostante la vivacità di diverse squadre, queste sono costrette a rincorrere le due grandi realtà sfruttando magari i loro infortuni e le loro fatiche derivanti dall’Eurolega, che richiede un impegno molto importante sia fisico che tecnico».

Quale può essere la soluzione per azzerare questo divario, non solo dal punto di vista economico, tra Bologna, Milano e le altre formazioni?

«Bologna e Milano hanno dei roster da 15-16 giocatori, le altre ne hanno 7, 8, forse 9. I budget sono assolutamente sproporzionati, e la soluzione è una e una soltanto, piuttosto evidente: Olimpia e Virtus dovrebbero giocare un campionato professionistico vero. A questo punto che l’Eurolega diventi un torneo europeo stile Nba - ha sentenziato il Vate -, aperta alle società più forti dal punto di vista economico e strutturale. Per le altre rimane il campionato nazionale, magari da strutturare con regole che consentano a tutte le partecipanti di avere un equilibrio, così da non avere più un divario pazzesco».

Terzo anno consecutivo dello scontro Milano-Bologna, con gli epiloghi degli anni scorsi che sono stati molto differenti: 4-0 Virtus nel 2021, 4-2 ma serie sempre nelle mani dell’Olimpia nel 2022. Cosa si aspetta quest’anno?

«C’è un piccolo particolare, che non si possono fare paragoni tra le squadre da un anno all’altro. Questo perché i roster ormai cambiano 10 giocatori su 12 ogni stagione. C’è una instabilità pazzesca dovuta al potere delle agenzie degli atleti da un lato, e dal pressapochismo delle dirigenze dall’altro. Il basket è uno sport che ha bisogno che le squadre cementifichino i propri meccanismi. Succede così che ogni anno l’inizio del campionato è di una bruttezza spaventosa. Ogni stagione quello su cui si è lavorato l’anno precedente non conta più - ha continuato il doppio ex - e gli allenatori sono costretti a ricominciare da capo, se nel frattempo non sono stati sostituiti anche loro. Cambiano così le relazioni tra i giocatori, e si può iniziare a vedere un po’ di buon basket solo verso febbraio con la Coppa Italia. Questo per dire che fare paragoni non ha alcun senso, per cui conviene concentrarsi su quello che vediamo oggi».

E dunque cosa ha potuto vedere fino ad oggi?

«Milano da quando c'è Ettore Messina si è molto dedicata alla difesa, che rappresenta una parte fondamentale del suo gioco. In attacco però, l’allenatore ha lasciato il campo in mano ai giocatori. Un po’ per la struttura della squadra, un po’ per l’evoluzione della pallacanestro che è diventata molto più individualista, con atleti sempre più egoisti. Terminato il gravoso impegno dell’Eurolega, l’Olimpia ha iniziato a raccogliere dei frutti. Resta una squadra molto perimetrale, ma il tiro non può essere sempre costante - ha analizzato Bianchini -, e quindi la spada di Damocle sulla loro testa sarà la percentuale dall’arco. Sergio Scariolo con la Virtus ha invece cercato di mantenere un basket organizzato, con giochi per liberare i tiratori e l’uso sia del post alto che del post basso. Uno stile di gioco che in molte situazioni è stato di successo, inserendo la velocità e la fisicità odierna in un contesto di controllo. Questo gli permette di giocare l’alto-basso, i ribaltamenti, il contropiede organizzato. Non sempre gli riesce, ma quantomeno ci provano».

E se le chiedessi un pronostico?

«Per quanto ho già detto ritengo che la finale sia imprevedibile. E dirò di più, penso che ci vorranno tutte e sette le gare per vedere chi vincerà. L’anno scorso, ad esempio, l’obiettivo della Virtus era quello di vincere l’Eurocup per qualificarsi all’Eurolega, e così arrivò alla finale un po’ appagata. Quest’anno sono entrambe affamate, anche per riscattare la stagione non felice a livello europeo. Per questo penso che sarà una lotta tra mastini assetati di sangue».

Per quanto riguarda i singoli invece, chi crede sarà protagonista?

«Milano molto tardivamente ha trovato un playmaker in Shabazz Napier che ha risolto tanti problemi. Problemi dovuti a giocatori come Hall, Pangos, che si adattavano a fare il regista senza averne le capacità. Napier - ha continuato il Vate - rispecchia invece un play classico, di grande livello, che può anche segnare tanto. Però se la dovrà vedere con un campione come Milos Teodosic, che non avrà la tenuta fisica degli americani ma ha una inventiva straordinaria, una tecnica strepitosa, e un carattere da leader vincente».

Un duello nel duello sarà quello tra gli allenatori. Messina e Scariolo sono i migliori coach italiani degli ultimi 30 anni, hanno vinto tanto tra club e nazionali. Ma se potesse, chi sceglierebbe?

«Non sono un presidente con grandi disponibilità economiche, perché entrambi costano caro - ha riso Bianchini -. In realtà non posso assumerli neppure per una sola partita. Comunque, non sono né Zanetti, né Armani, quindi non m’imbatto in ipotesi e non scelgo nessuno dei due».

domenica 28 maggio 2023

Voigtmann è stellare e l'Olimpia domina Sassari

Voigtmann è stellare e l'Olimpia domina Sassari

di Giovanni Bocciero*

Al Mediolanum Forum di Assago va in scena gara 1 della semifinale scudetto tra Olimpia Milano e Dinamo Sassari. Le due formazioni hanno superato i quarti di finale dei playoff con un 3-1 rifilato rispettivamente a Pesaro e Venezia. Serie diverse, visto che Milano ha avuto vita facile contro i pesaresi, con l’unica distrazione in gara 3; mentre Sassari ha dovuto sudare molto di più nella sfida equilibrata contro i veneziani, che con il fattore campo avevano iniziato vincendo gara 1. Adesso però si tratta di tutt’altra storia, e questa è solo la prima pagina da scrivere.

Pronti, via, Voigtmann imprime subito il suo marchio sul match. 11 punti con tre triple per il tedesco che lanciano i padroni di casa sul 13-5. La gara è quasi a senso unico, con Shields che emula il compagno di squadra. Milano è molto accorta anche in difesa, lasciando poco o nulla agli avversari. Così coach Bucchi è costretto a chiamare un timeout per provare a mettere qualche granello di sabbia nei meccanismi Olimpia. Al rientro sul parquet, anche Napier s’iscrive al festival da 3. Ironia della sorte, dopo un perfetto 5/5 il primo errore dall’arco è di Baron, il cui tiro è sputato dal ferro. Milano inizia a commettere qualche errore, ma gli ospiti non riescono in alcun modo a prendere le misure alla difesa avversaria che continua ad intercettare palloni. L’ultima azione è ben giocata da Sassari, con due penetra e scarica che alla fine premiano Diop, che sulla sirena segna il 25-12.

Milano continua a martellare dall’arco con le bombe in serie di Datome e Tonut. Sassari non vuole avviare un tiro al piccione, e prova ad arrivare con insistenza vicino al canestro coinvolgendo Diop. La tattica però non premia più di tanto, con i padroni di casa che flirtano pericolosamente con le venti lunghezze di vantaggio. Voigtmann rientra, segna la quarta tripla continuando il suo percorso perfetto, ed esce. La Dinamo tenta quantomeno di difendere a denti stretti, ma un paio di fischi la penalizzano oltremodo. Dopo essersi messo a disposizione della squadra con la distribuzione di tre assist, il più 20 lo segna Baron con la specialità della casa: il tiro pesante. Guai a far entrare in ritmo il cecchino biancorosso, che poco dopo si alza di nuovo dai 6,75 segnando il 47-26. Sassari prova a tenere botta, segna con Jones ma Bucchi ha qualcosa da dire agli arbitri e si becca il fallo tecnico, tornando negli spogliatoi sotto 52-29.

Dopo l’intervallo le ‘scarpette rosse’ cambiano spartito, e nei primi tre attacchi servono i lunghi. Ne approfitta Melli per eseguire una bimane devastante. Visto l’andazzo del match, l’azzurro ha lasciato la scena ai compagni. Come Voigtmann ad esempio, che si ricorda di essere ‘on fire’ e manda a bersaglio la quinta tripla. Sassari dal canto suo non riesce a reagire, e continua a vivere una partita sempre in affanno. Stephens segna con la schiacciata spettacolare il -25, ma Tonut col gioco da tre punti fa esplodere per l’ennesima volta il Forum. Gentile prova a metterci un po’ di ‘cazzimma’, ma i compagni non lo seguono e alla fine arriva addirittura il -30 (76-46).

La fotografia della gara Dinamo sta forse tutta nella prima azione con cui iniziano gli ultimi 600 secondi dell’incontro: Diop anticipa Biligha e ruba palla, parte in contropiede ma il pallone gli sfugge dalle mani e finisce fuori dal campo. Sassari non tira neppure male, visto che è sopra il 40% da 3, il problema è che gli avversari sono abbondantemente sopra il 50%. Scollinata metà frazione, la gara è ormai in discesa per l’Olimpia. Ne approfittano gli ospiti che ‘zitto zitto’ piazzano un parziale di 9-0 grazie ai canestri di Robinson e Dowe. Interrompe la striscia sassarese Napier dalla media. Il finale è comunque in scioltezza per la squadra di Messina che domina gara 1 e si porta in vantaggio nella serie col 95-72 finale. A Sassari non resta che provare a far meglio. Deve fare meglio se vuole avere qualche possibilità in questa semifinale scudetto. Soprattutto ha bisogno di avere un maggiore impatto sin dall’inizio, perché forse è stato quello il peccato originale: aver permesso all’Olimpia di entrare subito in fiducia così da prendere un largo vantaggio che ha saputo gestire nella ripresa.


* per Basket Magazine

sabato 27 maggio 2023

Riccardo Rossato: «Massimo impegno e non mollare mai, così si arriva»

Intervista al capitano dello Scafati Basket, che è riuscito a spuntarla nella corsa salvezza nel campionato di serie A. Con Riccardo Rossato abbiamo parlato delle sue esperienze, di come è andata la stagione con l'esordio in Lba, dei playoff e dei temi caldi di questi giorni.



giovedì 18 maggio 2023

Biagio Sergio: «Mai dimenticare le proprie origini»

Con il capitano della JuveCaserta 2021 parliamo della nuova avventura in bianconero, dell'andamento del campionato di serie B e delle esperienze avute nell'arco della sua carriera, ricordando la grande tradizione della pallacanestro campana


Cuore Napoli - Virtus Cassino, semifinale serie B 2016/17





A quarant'anni di distanza il ricordo dell'oro di Nantes

Le parole dei protagonisti di quell'impresa, l'emozione che ancora suscita in chi l'ha vissuta regalando al nostro sport e agli appassionati di basket la prima grande vittoria europea

A quarant'anni di distanza il ricordo dell'oro di Nantes

Brunamonti, Gilardi, Riva, Sacchetti e Villalta raccontano: «Eravamo amici dentro e fuori dal campo. Abbiamo indicato la strada: dopo di noi una scia di successi per almeno vent'anni»


di Giovanni Bocciero*

 

NANTES ’83 rimarrà per sempre il successo che ha tracciato la strada per l’Italia dei canestri. Il primo grande appuntamento nel quale la nazionale riuscì a salire sul tetto d’Europa imponendosi sull’Est Europa, che con Jugoslavia e Unione Sovietica aveva sempre dominato la competizione. Nelle parole dei protagonisti in campo si può avvertire ancora oggi, a distanza di 40 anni, un’emozione indescrivibile.

«Nonostante i tanti anni l’emozione è sempre molto grande, perché è stata una tappa fondamentale della carriera mia e dei miei compagni - ha esordito Roberto Brunamonti -. Era il primo Europeo che vincevamo, e lo vincemmo in maniera meritata e da imbattuti». «L’emozione è quella di esser stati parte di una squadra che ha compiuto un’impresa della quale se ne parla ancora - ha commentato Enrico Gilardi -. Fortunatamente quella vittoria è stata poi replicata, ma noi siamo stati i primi ad ottenere un risultato che a quei tempi era inimmaginabile che potesse essere alla nostra portata». «Non ce n’è solo una ma sono tante le emozioni provate in quel Europeo - ha ricordato Antonello Riva -. Dalla vittoria in volata all’esordio contro la Spagna alla famosa rissa con la Jugoslavia, un turbinio di sensazioni che ci ha aiutato ad avere una crescita costante nell’arco del torneo». «È una delle poche vittorie da giocatore - ha dichiarato Sacchetti -, ed è per me una cosa indimenticabile. Quando abbiamo festeggiato ho preso una botta all’occhio, ed è per questo che nelle foto porto sempre gli occhiali». «La corsa di Caglieris col pallone sotto al braccio e la commozione di Aldo Giordani - ha rammentato Renato Villalta - sono momenti indimenticabili».

Quell’Italia del ct Sandro Gamba, con gran parte dei protagonisti a formare uno zoccolo duro, arrivava dall’argento alle Olimpiadi di Mosca del 1980, quelle del boicottaggio statunitense. All’Europeo dell’81 si classificò quinta e per questo non partecipò al Mondiale dell’anno successivo. Durante la preparazione perse due volte contro la Jugoslavia, con cui ci fu una vera e propria resa dei conti con la vittoria nella famigerata gara della rissa durante il girone di qualificazione. Girone inaugurato con un’altra sofferta vittoria contro la Spagna, avversaria ribattuta poi in finale. Un’impresa che per il movimento italiano «ha rappresentato un punto di partenza - secondo Brunamonti -. Per la pallacanestro italiana ha significato entrare nell’olimpo delle nazioni che potevano fregiarsi di determinate vittorie e medaglie. Siamo stati la generazione che ha indicato la strada, e ne è seguita una scia sulla quale si sono susseguite altre grandi nazionali che hanno rinverdito e ripetuto quei successi con altrettanto merito ed importanza». «Quel successo ha dato fama e pubblicità a tutto il movimento - secondo Villalta -. Tutti i giornali ne parlavano, e i tifosi ci aspettarono al rientro a Milano. È vero che venivamo dall’argento di Mosca, ma l’oro ha un sapore particolare». «Eravamo partiti un po’ sfiduciati perché la preparazione non era stata il massimo - ha ricordato Sacchetti -, nonostante sulla carta eravamo un’ottima squadra. Poi la vittoria rocambolesca con la Spagna ha acceso in noi una fiamma, e sull’onda di quella spinta abbiamo costruito la vittoria con la quale abbiamo aperto una porta importante per tutto il movimento»». «Quel successo è stato da traino anche se in quegli anni abbiamo toccato l’apice con il nostro movimento anche a livello di club - ha riflettuto Riva -. Il basket si è avvicinato tanto alle persone ed è entrato nelle case degli italiani quasi ad eguagliare il calcio».

In effetti se l’oro di Nantes era la prima grande affermazione della nazionale azzurra, le squadre italiane avevano già vinto tanto in Europa. Varese dal 1970 aveva disputato dieci finali consecutive di Coppa Campioni, vincendone 5, Cantù fece la doppietta nell’82 ed ’83 in un derby con Milano, e Roma vinse nell’84. Milano, Cantù e Varese conquistarono ininterrottamente la Coppa Saporta dal 1976 all’81, e Pesaro alzò quella dell’83. In Coppa Korac si affermò Rieti nell’80, nell’85 ci fu il derby tra Milano e Varese e nell’86 quello tra Roma e Caserta. Insomma, «la questione di fondo è che i giocatori italiani avevano un maggiore minutaggio nelle coppe europee - ha continuato Riva -. Eravamo fortunati avendo solo due stranieri, così da avere più opportunità per maturare, per fare esperienza e per crescere a livello internazionale».

Non solo però la possibilità di giocare, «quel gruppo ha rappresentato la capacità di mettere insieme generazioni differenti - ha rimarcato Gilardi -. C’erano i Meneghin e i Marzorati che di storia in nazionale ne avevano già percorsa; c’erano dei giovani come me, Riva e Brunamonti sui quali si poteva contare per il futuro; e poi ragazzi come Caglieris o Sacchetti che non erano stati valorizzati a dovere nel passato. Ne uscì fuori un mix ben riuscito grazie anche alle capacità di ognuno di noi di mettersi a disposizione e di rispettarsi l’un l’altro. Questa tale diversità è diventata un’omogeneità che è stato il nostro segreto». «Quella squadra si fondava su un gruppo unito - secondo Sacchetti -, e per come era strutturata era facile giocare insieme. Ma ha dovuto comunque lottare, ha rischiato, e compattandosi ha portato a casa il risultato». «Eravamo amici in campo ma anche fuori. Ci fidavamo l’uno dell’altro - secondo Villalta - grazie anche alla sapiente conduzione di Gamba. Avevamo il senso di rappresentare l’Italia, una cosa che ai nostri tempi voleva dire il massimo dell’ambizione per un atleta. E la lite con la Jugoslavia ci cementò».

La nazionale di Nantes era composta anche da nuclei di giocatori che già giocavano insieme nei club, come i virtussini Bonamico, Brunamonti e Villalta, la coppia canturina Marzorati-Riva, e il terzetto di Torino composto da Sacchetti, Vecchiato e Caglieris. Un aspetto che riguarda anche l’attuale nazionale, composta per la maggiore da atleti di Olimpia e Virtus. «È ed era una casualità - ha commentato Villalta -. I migliori giocatori si raggruppano nelle migliori squadre, ma all’epoca il campionato italiano era più omogeneo da questo punto di vista». «Credo fortemente nelle scelte dettate da caratteristiche tecniche ed umane dei singoli e non nei blocchi dei club - secondo Gilardi -. I giocatori di quella nazionale erano gli elementi migliori per costituire un gruppo che avesse una ben definita identità tecnica. Avevamo trovato la nostra quadratura anche nel saper cambiare modo di giocare in base agli elementi che venivano chiamati in causa. Ogni giocatore aveva le sue caratteristiche, e in base alle situazioni tutti venivano valorizzati, creando delle miscele completamente diverse in ogni gara».

Di fatto Marzorati segnò il canestro della vittoria con la Spagna all’esordio, Meneghin giganteggiò con la Grecia, Riva bersagliò la Francia, Gilardi tagliò a fette la Jugoslavia nel match della rissa, e Villalta fu il miglior marcatore della finale. E nonostante l’Italia conquistò la medaglia d’oro, il miglior quintetto dell’Europeo contava gli spagnoli Corbalan e San Epifanio, il greco Galis, il ‘sovietico’ Sabonis ed il ceco Kropilak. «Non eravamo dipendenti da un singolo, ma a rotazione avevamo un protagonista diverso - ha continuato Gilardi -. Nel nostro gioco non c’era spazio per far emerge l’individualità ma ognuno doveva portare il proprio contributo».

Dopo Nantes c’è stato un secondo ciclo vincente per la nazionale, quello a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, che prima con Tanjevic e poi con Recalcati come ct arrivò a bissare la vittoria dell’Europeo nel 1999 a Parigi e la conquista della medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene 2004. Ci si aspettavano successi anche dalla nazionale degli Nba, quella che poteva contare sui vari Bargnani, Gallinari, Belinelli, Datome, Gentile ed Hackett, e invece quella squadra fallì addirittura il Pre-olimpico di Torino del 2016. «Il discorso da fare è ampio e profondo - secondo Riva -. Mi riduco a dire che quel ciclo non ha portato risultati perché in Nba si gioca un basket differente. È stato sempre difficile, sia per i giocatori riadattarsi al gioco europeo, che per gli allenatori riuscire a metterli insieme a chi giocava nel nostro campionato». «Quella squadra potenzialmente molto forte non ha ottenuto risultati perché lo sport insegna che non è mai semplice - ha detto Sacchetti -. Adesso dobbiamo guardare avanti e seppur il periodo difficile non ci si deve accontentare di qualificazioni e piazzamenti».

In vista dei prossimi Mondiali «le prospettive sono molto buone - il parere di Brunamonti -. Vedo un gruppo, uno zoccolo duro, che dopo aver riconquistato l’Olimpiade sta dimostrando grande compattezza, sulla stessa lunghezza d’onda dell’allenatore, e con dei giovani che possono dare continuità al gruppo e a questa generazione». «Il gruppo è affiatato. Ci manca un centro - l’analisi di Sacchetti -, ma nonostante ciò siamo arrivati quasi a conquistare una medaglia agli ultimi Europei. Sono convinto che possiamo fare un exploit. Il passaggio successivo è capire cosa ci aspetta dal futuro quando passerà anche la generazione dei Melli». «Molto dipenderà da come si evolverà la situazione legata a Banchero - secondo Riva -, che è un giocatore che sposta gli equilibri. Per quanto riguarda Pozzecco, credo sia l’uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto. C’era bisogno di qualcuno che richiamasse interesse intorno alla nazionale anche fuori dal campo». «C’è un aspetto sul quale non mi capacito - la chiosa di Villalta -. Per noi la nazionale era un obiettivo, oggi è per molti addirittura una scocciatura. Vedere atleti che rinunciano alla maglia azzurra perché devono riposarsi non è accettabile».


* per la rivista Basket Magazine

L'attesa è tutta per Wembanyama, ma sono molti i prospetti interessanti

Il gigante francese dei Metropolitans di Parigi, secondo Batum ha "il tiro di Porzingis, la difesa di Gobert, la tecnica di Anthony Davis e l’impatto di Giannis"

Sguardo al draft: l'attesa per Wembanyama

Pazzo epilogo del torneo Ncaa: fuori subito le favorite. Il titolo è andato a UConn, vecchio ateneo di Napier. Molti i prospetti interessanti


di Giovanni Bocciero*


L’ULTIMA EDIZIONE del torneo Ncaa è stata imprevedibile e divertente come non mai, incarnando alla perfezione la definizione di March Madness. La follia, segno distintivo del campionato universitario che si è tramutata in risultati del tutto impronosticabili. Da North Carolina che è entrata dalla porta sbagliata della storia diventando la prima #1 della preseason a non qualificarsi per il ‘gran ballo’; a Purdue divenuta la seconda #1 di sempre ad essere eliminata da una #16, tale Fair Dickinson immediatamente etichettata come ‘cenerentola’. Per maggiori info sull’ateneo del New Jersey chiedete ad Andrea Crosariol. Decifrare il torneo 2023 è stato impossibile, non è un caso che per la prima volta alle Elite 8 non ci è arrivata neppure una #1, così come per la prima volta si è avuta una Final 4 senza alcuna #1, #2 e #3.

All’ultimo atto di Houston si sono presentate Florida Atlantic, San Diego State, Miami e Connecticut, quattro università con quattro storie diverse. Florida Atlantic, conosciuta solo per le sue meravigliose spiagge, ha avuto successo grazie ad un gruppo affiatato e a coach Dusty May il quale subito dopo aver accettato l’incarico si era pentito per via delle carenti strutture sportive. Lineari i percorsi di San Diego e Miami, entrambe alla loro prima apparizione ad una Final 4. Brian Dutcher, nello staff degli Aztecs dal 1999 - ha reclutare Kawhi Leonard per intenderci - è riuscito dove nessun altro era mai arrivato. Lo stesso si può dire di un santone come Jim Larranaga, papà di quel Jay e allenatore molto sottovalutato al college. Se lui è stato il burattinaio, gli Hurricanes hanno avuto in Jordan Miller e Isaiah Wong due pretoriani, esterni con punti nelle mani che in ottica Nba draft dovrebbero finire al secondo giro e dunque appetibili per l’Europa. Kameron McGusty docet.

UConn è quella che invece ha disputato un torneo meraviglioso, stritolando ogni avversario sul proprio cammino. Presa per mano dal roccioso Adama Sanogo e dal cecchino Jordan Hawkins, ha vinto il suo quinto titolo negli ultimi 25 anni. Gli ultimi due nel 2011 e nel 2014, con il milanese Shabazz Napier prima riserva di Kemba Walker e poi gran condottiero. Seppur con annate schizofreniche, Connecticut - che ha dominato il torneo femminile del decennio scorso - oggi non può non essere considerato un ateneo dal ‘blue bloods’. E proprio perché la Ncaa regala storie uniche, mentre Hawkins ha vinto il titolo vedendo le sue quotazioni al draft salire, la cugina Angel Reese è diventata regina del torneo femminile con Louisiana State. Immaginare una gran festa di famiglia è il minimo.

Jordan Hawkins e Adama Sanogo, ala-pivot Mvp della
March Madness 2023 vinta con i suoi Connecticut Huskies

LA MARCH MADNESS è stata però un brutto incubo per alcuni, compresi gli unici due italiani impegnati. L’assistant coach Rick Fois è stato eliminato con la sua Arizona al primo round, mentre Abramo Canka ha giocato solo la prima delle tre partite di Ucla (5 punti in 6’). Insomma, un torneo dalle poche tinte tricolori. Brandon Miller, Jarace Walker e Keyonte George, dopo una stagione da protagonisti, non sono riusciti ad incidere rispettivamente con Alabama, Houston e Baylor, mentre addirittura Cam Whitmore ha mancato la qualificazione con Villanova. Le prestazioni non dovrebbero comunque inficiare la loro reputazione al draft. George ha dimostrato di saper segnare tanto dalla distanza quanto in penetrazione, con uno spiccato senso difensivo che gli dovrebbe garantire una scelta in lottery. Walker è un lungo dal fisico statuario, dinamico e versatile, un’àncora difensiva che piace a tanti scout. Whitmore è un atleta pazzesco, capace di avere impatto tanto in attacco quanto in difesa, con ampi margini di miglioramento. Puntano alla lottery anche Anthony Black di Arkansas, ottimo trattatore di palla, Cason Wallace di Kentucky, esterno solido mai sopra le righe, e Taylor Hendricks di Central Florida, ala difensiva che intriga per il tiro dall’arco.

Miller sembra, al netto dei problemi extra campo vista l’indagine per omicidio, il miglior prospetto in uscita dall’università. Bello da vedere in attacco, lunghe braccia e tecnica sopraffina, è l’unico atleta dell’Ncaa che è sicuro di essere nella top 5 di un draft che potrebbe per certi versi essere rivoluzionario. Infatti, al netto del ragazzo di Alabama, alle primissime scelte potrebbero essere chiamati giocatori provenienti solo dall’estero, dalla G-League o dall’Overtime Elite, altra lega creata ad hoc per far mettere in mostra i giovani liceali. La competitività non sempre è accertata, ma gli scout sono pronti a scommettere su questi talenti in erba. Come i fratelli Amen ed Ausar Thompson che sono due atleti fatti e finiti; il primo più play, il secondo più difensore.

Avanti a loro solo Scoot Henderson, il prospetto del team Ignite che combina la prestanza fisica di Westbrook e l’esplosività di Rose al loro meglio. Forse avrà una sola cosa sulla quale recriminare: essere capitato nel draft di Victor Wembanyama. I due si sono addirittura sfidati in preseason quando il Metropolitans ha disputato la tournee negli Stati Uniti. Un viaggio che ha convinto Adam Silver e la Nba a mostrare tutte le gare del fenomeno francese sul league pass. Questo per far capire quanto hype ci sia su di lui. Un prospetto generazionale viste le cose che è capace di fare dall’alto dei suoi 2.24 metri. Non è un caso che il connazionale Batum per descriverlo abbia shakerato il tiro di Porzingis, la difesa di Gobert, la tecnica di Anthony Davis e l’impatto di Giannis. Ogni altra parola è davvero superflua per un ragazzo che nonostante la magrezza non salta una partita neppure a pagarlo. Segno di una gran consistenza. E Detroit, Houston e San Antonio (vittoriosi della lottery dello scorso 16 maggio, ndr), lottery permettendo, accarezzano il sogno di averlo.

Victor Wembanyama, il 19enne francese è il candidato numero
uno ad essere l'erede di Paolo Banchero al draft 2023

CHE IL DRAFT 2023 sarebbe stato qualcosa da ricordare lo si era capito già 4 anni fa, prim’accora dell’esplosione di Wembanyama. Era il 2019 quando tutta l’attenzione mediatica fu per Emoni Bates, il 15enne che dopo essere stato nominato giocatore dell’anno al liceo, primo sophomore a riuscirci, conquistò anche la copertina di Sports Illustrated. Una cosa che non accadeva dai tempi di LeBron James. Vien da sé che sul ragazzo ci sono state altissime aspettative. Paragonato a Kevin Durant per statura e range di tiro, in questi anni è stato però mal consigliato. Ad iniziare dal papà, che lo ha spinto ad accettare precocemente la borsa di studio di Michigan State. Bates, pur rifiutando i soldi della G-League, ha poi ripiegato su Memphis, esperienza che però si è conclusa anzitempo e in malo modo. Questa estate si è avvicinato a casa per giocare con la piccola Eastern Michigan prima di avere anche problemi con la giustizia per detenzione di arma da fuoco. L’età è ancora dalla sua, essendo un 2004 come Wembanyama, ma quello che doveva essere il futuro ‘big ticket’, è oggi pronosticato a fine secondo giro del draft. Se tutto va bene.


* per il mensile Basket Magazine

sabato 22 aprile 2023

La Reggia del basket: verso il futuro con uno sguardo al passato

Verso il futuro: una città dove la passione non si è mai sopita dopo i ruggenti anni '80 e '90 che l'hanno portata a vincere il primo e unico scudetto del Sud

La Juvecaserta è tornata e prepara un nuovo boom

Tra le protagoniste della serie B, sta risalendo posizioni puntando a consolidarsi per evitare bruschi stop e le troppe delusioni del passato. Il club del presidente Farinaro si è rinnovato, e la squadra nel vecchio palazzetto intitolato agli indimenticabili fratelli Santino e Romano Piccolo è tornata a riprendersi l'abbraccio dei tifosi

 

di Giovanni Bocciero*

 

CASERTA dopo tante, forse troppe delusioni, spera vivamente di poter ritornare su quei palcoscenici che le competono e soprattutto di avere una società solida che possa garantire un futuro quantomeno sereno. La città non è rimasta senza basket dopo il terzo fallimento nel 2020. La società Juvecaserta Academy, che aveva svolto solo attività giovanile e che poi è diventata l’attuale Juvecaserta 2021, con al timone il presidente Francesco Farinaro e Nando Gentile in qualità di direttore tecnico, ha in qualche modo riallacciato i fili della storia. Il cammino intrapreso dalla Juvecaserta con la ‘quarta’ versione della storica formazione ancora oggi ad essere stata l’unica ad aver vinto uno scudetto al di sotto della capitale Roma, è interessante e ancora tutto da scrivere. Che possa poi essere vincente, dipenderà da tanti altri fattori.

Ma avvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio, ovvero dall’estate del 2020. Lo Sporting Club Juvecaserta viene escluso dalla serie A2 a seguito dei controlli della Covisoc, e la città sembra rimanere di nuovo senza una squadra di vertice dopo il fallimento del 2017. La società appena esclusa dal secondo campionato nazionale, aveva visto il passaggio di consegne tra i patron Raffaele Iavazzi e Nicola D’Andrea, con la fuoriuscita sia del presidente onorario Gianfranco Maggiò che dell’allenatore Nando Gentile. Con l’ennesimo boccone amaro da dover ingoiare per gli appassionati, sulla scena cestistica appare Francesco Farinaro. Amministratore unico dell’azienda Ble, attiva nella costruzione di impianti di generazione di energia e implementazione di sistemi di efficientamento energetico, Farinaro prende la Juvecaserta Academy che sino a quel momento aveva svolto solo attività giovanile e ottiene l’iscrizione al torneo regionale di serie C Silver. Una decisione per dare comunque sbocco a livello senior ad un settore giovanile che comunque poteva contare su numerosi tesserati. Da tifoso prim’ancora che da imprenditore e presidente, il nuovo patron bianconero si fa affiancare da Nando Gentile in qualità di responsabile tecnico, e la nuova realtà viene presentata sulla terrazza Leucio, altro luogo storico per il ritrovo della squadra e dei tifosi casertani.

Alla presentazione c’è anche Gianfranco Maggiò, che dà la sua benedizione per questa nuova avventura. Il presidente dello scudetto ricorda che la squadra che ha vinto il tricolore era partita proprio dalla serie C, ed è arrivata a quel successo soltanto dopo anni di sacrifici e impegno. Si costruisce una squadra ambiziosa ma che abbia il giusto mix tra giocatore esperti delle categorie minors e giovani di belle speranze che possano ritagliarsi il proprio spazio. Come coach viene scelto Federico D’Addio, casertano doc che proprio la stagione precedente, quella 2019/20, era stato assistente di Gentile. Altra scelta coraggiosa è quella di giocare al palazzetto vecchio, quello di viale Medaglie d’Oro, e abbandonare il PalaMaggiò. Una scelta di sicuro sofferta ma inevitabile, sia per una questione di costi dovuti all’utilizzo dello storico impianto di Castel Morrone, sia per cercare di raggruppare una tifoseria che per numero e passione si stava man mano affievolendo.

Nello storico PalaPiccolo batte ancora forte la passione
dei tifosi casertani (foto ufficio stampa Juvecaserta 2021)

Proprio il palazzetto vecchio, oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, padri putativi della Juvecaserta che fu, è stato il primo impianto ad accogliere Oscar Schmidt. Con il PalaMaggiò in costruzione, il famigerato atleta brasiliano svolse i primi allenamenti in viale Medaglie d’Oro, anche se la Juvecaserta era costretta a giocare le prime gare del campionato lontano dalla città. Eppure, proprio nel suo recente ritorno all’ombra della Reggia vanvitelliana in occasione della presentazione della docuserie che racconterà proprio le gesta di quegli anni, il cecchino brasiliano ha detto di non ricordarsi di quella struttura.

Nonostante le premesse, però, la tifoseria e la città tutta, colpite nell’orgoglio per l’ennesima volta dopo il terzo fallimento, hanno accolto con tanto scetticismo questa Juvecaserta 4.0. Ne è nata addirittura una protesta social per chiedere che lo storico nome e i colori bianconeri non fossero mai più utilizzati, con l’obiettivo di non infangare ulteriormente una storia ed una memoria che stavano venendo fin troppo bistrattate. S’inizia a giocare e manca il solito calore intorno alla squadra, nonostante i risultati in campo facciano sorridere. Infatti, al termine della stagione la formazione coglie la promozione. Il primo passo è compiuto, ma bisogna guardare già avanti. La serie C Gold è un campionato che sta ancora stretto ad una compagine come quella bianconera, e allora si puntella il roster con l’obiettivo di provare immediatamente il doppio salto. I risultati sono dalla parte dei ragazzi di coach D’Addio, che pian piano vedono cresce l’entusiasmo intorno a sé. La Juvecaserta ospita e vince la Coppa Campania, alzando così al cielo il primo trofeo del nuovo ciclo. E con il pubblico che va riempiendo sino al sold out il palazzetto, si avvicinano i playoff. Emozionante la serie di playoff promozione contro Angri, con oltre 2 mila casertani ad assieparsi sulle tribune per spingere la squadra verso la cadetteria. In centinaia rimangono alzati perché di posti a sedere non ce ne sono più. Purtroppo il campo darà un altro verdetto, con la compagine avversaria che approda alla finalissima, ma la miccia della passione sembra essersi riaccesa.

La storia si è ripetuta ancora una volta questa estate, perché proprio come per il passato non essendo riuscita a conquistare la promozione sul campo, la Juvecaserta ha acquisito il titolo sportivo. A cedere il diritto per l’attuale campionato di serie B è stata la compagine di Busto Arsizio, anch’essa neopromossa. Per la verità la società, che nel frattempo ha appunto cambiato denominazione togliendo Academy ed aggiungendo 2021, si stava preparando ad affrontare di nuovo il torneo regionale di serie C. La prima ufficialità ha riguardato il cambio di allenatore, con il saluto a Federico D’Addio e il benvenuto a Sergio Luise. Anche per Luise si tratta di un ritorno alle origini. Tecnico casertano doc, cresciuto da allenatore proprio nel settore giovanile della Juvecaserta sino ad arrivare in prima squadra in qualità di assistente, che l’ha portato a contribuire alla cavalcata della formazione sotto gli ordini di coach Pino Sacripanti. Maturate esperienze in Eurolega ed Eurocup, la sua ultima stagione a tinte bianconere è stata quella 2013/14, la prima di coach Lele Molin che vide la Juvecaserta chiudere il campionato con un record di 15 vittorie ed altrettante sconfitte e non riuscire a qualificarsi per i playoff in virtù della sconfitta in quello che fu lo scontro diretto sul parquet di Pistoia.

Messa la cosiddetta pietra militare della guida tecnica, la Juvecaserta ha iniziato a costruire il roster ripartendo da giovani di valore come Davide Mastroianni e Antonio Cioppa. Ma con l’inaspettato acquisto del titolo sportivo di serie B, la rosa è stata modificata strada facendo, pescando giocatori d’esperienza per il torneo cadetto come Mathias Drigo e Nicola Mei. Il maddalonese Biagio Sergio è invece ritornato all’ombra della Reggia dopo la sfortunata stagione 2018/19, e gli sono stati dati i gradi di capitano. L’ultimo innesto di spessore prima dell’inizio del campionato è stato Alessandro Sperduto, un’aggiunta importante visto il grande apporto che ha dato fin qui alla causa. Un inserimento per certi versi fortuito visto che il giocatore era destinato a disputare l’A2 con quella Eurobasket Roma estromessa però dal campionato.

Puntellato il roster, la Juvecaserta ha esordito con la sconfitta casalinga contro una corazzata quale Ruvo di Puglia. Ma la cosa che più fa sorridere è che si è ritornato a respirare la grande passione sulle tribune. Sostegno che è andato crescendo con la serie di otto vittorie consecutive che ha lanciato la squadra nelle primissime posizioni della classifica. Successi che sono arrivati anche con grande pathos, in virtù di qualche tiro allo scadere che ha emozionato ancor di più il pubblico del PalaPiccolo. Peccato che il 2023 non sia iniziato sotto una buona stella. Alla ripresa del campionato c’è stata la sconfitta pesante sul campo della Virtus Arechi Salerno, poi la battuta d’arresto casalinga contro la Luiss Roma che è costata la qualificazione al primo turno di Coppa Italia. I due ko consecutivi nei derby contro Avellino e Sant’Antimo hanno fatto perdere posizioni in classifica a Caserta, che però il 5 febbraio scorso ha vissuto una grande emozione durante il match vinto contro un’altra big del girone D come Roseto. Infatti, in quella occasione sulle tribune del palazzetto c’erano sia Oscar Schmidt che Tato Lopez, due bandiere della Juvecaserta che fu, ritornati in città per diverse iniziative legate alla storia del club. Abbracciati calorosamente da tutti gli spettatori, hanno rappresentato una spinta emotiva non indifferente.

Ad oggi Caserta è ancora in lotta per la promozione in A2, anche se la strada è logicamente in salita. Ma quel che più conta, è la società solida guidata dal presidente Farinaro, che in questa stagione è stata affiancata da un ottimo sponsor come i supermercati Decò, che sta cercando di trovare la giusta stabilità per garantirsi un futuro luminoso. E poi dalle ceneri è rinato l’affetto dei tifosi per la squadra, aprendosi anche e soprattutto alle nuove generazioni. Un aspetto per nulla secondario per alimentare i successi sul parquet.



Uno sguardo al passato: un'incredibile e forse irripetibile storia di sport con una piccola città del Sud che si confronta con successo con le squadre delle grandi metropoli

Oscar, Gentile, Esposito e la sfida al Real Madrid

Una storia iniziata nel 1945 per merito della famiglia Piccolo che con l'arrivo dell'imprenditore Giovanni Maggiò è diventata leggenda. La rapida ascesa negli anni '80 con felici intuizioni: il nuovo e per l'epoca avveniristico palasport e la scelta di puntare su giovani casertani a sigillare lo spirito di appartenenza

CASERTA è senz’altro una delle province italiane che ha avuto il suo massimo splendore grazie alla pallacanestro. E come tante realtà, deve ringraziare l’influenza statunitense per la nascita di questa passione viscerale per il gioco inventato dal professor James Naismith nell’inverno del 1891 a Springfield. Non è un caso che questo nuovo sport sia riuscito ad attecchire nella città dove il 29 aprile del 1945 fu siglato l’armistizio alla Reggia di Caserta che decretava la resa incondizionata della Germania, ponendo di fatto fine alla seconda guerra mondiale. Gli alleati oltre alla pace portarono anche il basket, e in maniera del tutto amatoriale iniziarono a nascere le prime squadre locali. Si raccontano di infuocati derby tra la Oberdan e la Libertas, che si giocavano su campi improvvisati e che spesso terminavano anzitempo a causa di risse.

Un gruppo di appassionati decise di perseguire con maggior vigore questa passione. In particolare i fratelli Piccolo, Santino e Romano, i quali sono diventati i padri putativi del basket casertano e oggi è a loro intitolato proprio il vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro. Insomma, la pallacanestro aveva ammaliato soltanto la prima famiglia casertana, che ha avuto però il merito di gettare le basi di quella che era lo Sporting Club Juvecaserta, fondato nel 1951. Nome che alludeva alla squadra torinese della Juventus, anche se per alcuni anni i completini da gioco sono stati a strisce rosso e nero con un chiaro riferimento al Milan e ai colori dell’Oberdan. Si fusero insomma le fedi calcistiche e quella nascente per la pallacanestro, in un connubio che andò a radicarsi in città e in ogni persona, praticante o meno.

Il ritrovo dei cestisti casertani diventò ben presto il campo in terra battuta della palestra scoperta del liceo classico Pietro Giannone, ancora oggi in uso e dove sono cresciute le prime nidiate di giovani promesse. La propaganda e il lavoro tra e con i giovani, sin dagli albori, ha contraddistinto l’attività della Juvecaserta, nata anche come circolo ricreativo. Infatti le diverse iniziative servivano per garantire le risorse per sostenere le spese per affrontare i campionati. La grande svolta arriva nel 1971, quando appare sulla scena Giovanni Maggiò. Imprenditore edilizio bresciano, trasferitosi per lavoro all’ombra della Reggia vanvitelliana, grande sportivo appassionato anche di ippica, rileva il club e inizia a costruire quello che per antonomasia è considerato il ‘miracolo di Caserta’. Ma di miracolo, in realtà, c’è ben poco. Grazie ad un lavoro certosino, il cavaliere dà un’impronta professionistica e all’avanguardia alla società.

Prelevò i migliori giocatori dalla vicina Maddaloni per la prima promozione in A2 nel 1975. Poi ingaggiò Giancarlo Sarti quale general manager a tempo pieno e Bogdan Tanjevic come allenatore. Con l’arrivo del brasiliano Oscar Schmidt nell’estate del 1982, la Juvecaserta venne subito promossa in serie A iniziando quell’escalation che l’ha portata a farsi conoscere in Italia ed in Europa. Fulcro dei successi è stato il PalaMaggiò, l’impianto che fu costruito per volontà del cavaliere in cento giorni. Un edificio avveniristico per l’epoca, invidiato addirittura dalla dirigenza del Real Madrid, e che ospitò l’All Star Game del 1983. Eppure, nonostante gli ottimi risultati la squadra, che nel frattempo aveva inserito giovani fenomeni come Nando Gentile ed Enzo Esposito, sembrava essere un’eterna incompiuta. Cosa che per la verità fa storcere non poco il naso a tanti protagonisti di quegli anni. In sei stagioni la compagine bianconera disputò ben sette finali tra scudetto, Coppa Italia, Coppa Korac e Coppa delle Coppe, riuscendo a conquistare soltanto il trofeo nazionale del 1988. Pochi mesi dopo la dipartita del presidente Giovanni Maggiò.

La festa per lo storico scudetto della JC del '91
Tra gli altri Sandro Dell'Agnello e Nando Gentile

Memorabile la finale di Coppa delle Coppe del 1989 ad Atena, con il successo sfumato solo per un dubbio fischio arbitrale non ravvisato sul tiro di Gentile. Al supplementare il Real Madrid vinse 117-113 con Drazen Petrovic autore di 62 punti, mentre non bastò Oscar per i bianconeri che ne segnò 44. Cambiò però la visione che si aveva di Caserta. Prima erano solo giocatori sul viale del tramonto che si trasferivano in bianconero, poi come detto da Sergio Donadoni, erano tanti gli atleti che ci sarebbero venuti volentieri nel pieno della loro carriera come Brunamonti o Villalta. Con la guida del club che passò al figlio Gianfranco, fu cruciale l’estate del 1990. Con coach Franco Marcelletti che aveva già in precedenza sostituito in panchina Boscia Tanjevic, si preferì separarsi anche da Oscar e si puntò su due americani come Tellis Frank e Charles Shackleford. I due si ambientarono in men che non si dica nella realtà casertana, e insieme allo storico nucleo di giocatori raggiunsero l’apoteosi a fine campionato regalando alla città quell’agognato scudetto. La finale contro l’Olimpia Milano è storia della pallacanestro italiana, e rappresenta in pieno il successo della provincia sulla grande metropoli. Indelebili le immagini e le emozioni dei tifosi casertani che invasero il parquet del Forum, così come quelli che a tarda notte si recarono all’aeroporto di Capodichino per accogliere i vincitori.

Da quella vittoria, però, non si aprì alcun ciclo. Le finanze del club iniziarono a languire, ben presto i migliori giocatori partirono per squadre più blasonate e dove poter continuare ad alzare trofei, e prima nel 1994 arrivò la retrocessione in A2 e poi nel 1998 il fallimento. Quasi come se la storia si ripetesse, nel 2003 dalla fusione delle due formazioni cittadini dell’Ellebielle e dei Falchetti nasceva la Juvecaserta Basket. Dopo aver disputato un campionato di serie B d’Eccellenza acquisì il titolo per la LegaDue del Castelletto Ticino.

Nel secondo campionato italiano ci sono state una serie di delusioni legate esclusivamente al campo. La più grande quella del 22 aprile 2007, quando con la promozione in tasca la squadra seguita da 2246 tifosi perse incredibilmente a Pavia. Lì dove il leggendario Oscar trovò una seconda casa dopo l’addio a Caserta, fu una domenica nefasta. Ai playoff la squadra si presentò con le batterie fisiche e mentali scariche non riuscendo a conquistare la promozione in serie A che arrivò però nella stagione successiva. Con la vittoria sul campo di Jesi la Juvecaserta ritornò in ‘paradiso’, con un altro esodo da parte dei casertani che questa volta potettero esplodere in una grande festa. Il proprietario Rosario Caputo non badò a spese due anni dopo, con coach Pino Sacripanti in panchina e Jumaine Jones in campo a guidare la squadra capace di chiudere al secondo posto la regular season. A fermare la corsa in semifinale fu l’Armani Milano in una tirata gara 5 disputata al PalaMaggiò, dopo che Jones realizzò l’indimenticabile tripla del successo quasi allo scadere in un’altra tirata gara 3 che vide i bianconeri espugnare Assago e portarsi sul 2-1 nella serie. Con questo risultato, l’anno successivo, disputò il preliminare di Eurolega perso contro il Khimki.

Mentre la squadra continuava a militare in massima serie, negli anni ci sono una serie di cambiamenti della proprietà del club con Raffaele Iavazzi che ne diventa presidente. Addirittura si parla di un interessamento all’acquisto della società da parte di un fondo straniero che per settimane sembra portare avanti la trattativa tramite intermediari per poi sgonfiarsi tutto in una bolla di sapone. Al termine del campionato 2014/15, quello inaugurato con l’infausto record di 0 vittorie e 14 sconfitte con la guida tecnica che passò da Lele Molin a Zare Markovski e infine ad Enzo Esposito che aveva iniziato come assistente, arrivò la retrocessione. Con la rinuncia della Virtus Roma però, la compagine bianconera fu ripescata e come allenatore fu scelto un’altra storica bandiera come Sandro Dell’Agnello, da giocatore vincitore dello scudetto del 1991. L’avventura della ‘seconda’ Juvecaserta arriva al capolinea nell’estate del 2017, quando non è ammessa alla serie A.

Con un anno di digiuno di pallacanestro, la città torna a vedere un barlume di speranza nel 2018, quando Iavazzi acquisisce il titolo di serie B del Venafro riproponendo la vecchia denominazione di Sporting Club Juvecaserta. Dopo aver dominato la regular season, la squadra viene estromessa al primo turno dei playoff per mano di Nardò. Tutti increduli, giocatori e tifosi rimangono per svariato tempo dopo la sirena finale in campo e sulle tribune. L’estate ha comunque un suo certo lieto fine con il ripescaggio in A2 mentre viene nominato come allenatore Nando Gentile. È l’anno della pandemia, dei campionati soppressi, sul club pendono i lodi di alcuni ex tesserati e dopo altri dodici mesi Iavazzi fa un passo indietro. Il nuovo presidente Nicola D’Andrea cerca di sistemare le cose, in particolare tutta la parte burocratica. Allo stesso tempo lancia anche il progetto sportivo, con gli annunci dell’ex Mens Sana Siena Lorenzo Marruganti come general manager e di coach Max Oldoini, già a Caserta da assistente di Sacripanti e da capo allenatore in serie B due stagioni prima. Nonostante gli sforzi però, la squadra non riuscirà ad iscriversi in A2 perché bocciata la domanda dalla Covisoc. Cala così il sipario sulla ‘terza’ Juvecaserta.


* per la rivista Basket Magazine