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domenica 18 ottobre 2026

Ben Simmons: la parabola di un fenomeno generazionale

Nell’estate in cui Russell Westbrook si è ufficialmente ritirato mentre Chris Paul ha appeso qualche mese prima le scarpette al chiodo a 40 anni compiuti e dopo venti di onorata carriera, la Nba ha ritrovato un posto per Ben Simmons. All'inizio della sua carriera, l’australiano è stato paragonato a LeBron James e Magic Johnson, e c’era la forte convinzione che potesse diventare il nuovo fenomeno generazionale della lega più famosa del mondo.

E invece, in meno di un decennio da quando Simmons è stato scelto con la prima chiamata al draft del 2016, è passato dall'essere il potenziale miglior giocatore del mondo, così come lo descrisse Shaquille O'Neal dopo che l’australiano aveva deciso di giocare all’università per Louisiana State nel 2015 (ex college di Shaq), a «una vergogna», come lo ha più volte definito nei talk show sportivi americani il giornalista ed opinionista Stephen A. Smith.

Un fenomeno generazionale

Ma fermiamoci un attimo e riavvolgiamo il nastro della vita/carriera di Simmons. Prodigio sin da giovanissimo, passato per l’accademia australiana che cova i migliori talenti del paese, nel 2013 si è trasferito insieme a tutta la famiglia negli Stati Uniti perché si intravedeva un grande potenziale. Si è stabilito in Florida e frequenta la Montverde Academy, uno dei licei più rinomati d’America. Ci mette poco ad ambientarsi fuori e soprattutto dentro il campo, dove letteralmente domina: 28 punti tirando con il 70% dal campo, 11.9 rimbalzi, 4 assist e 2.6 recuperi di media nell’ultimo campionato con ben 24 doppie doppie.

Dopo qualche trofeo e premio personale già messo in bacheca, è tempo di scegliere dove andare a giocare al college. La scelta ricade su Lsu di Baton Rouge (vi dice nulla Saliou Niang?), una decisione quasi scontata visto che nello staff tecnico c’è il suo padrino. Nonostante avesse la fila fuori la porta di casa dei più prestigiosi college di tutto lo stato, diventa un Tiger. Ma è una semplice formalità. Per lui, in realtà, la stagione in Ncaa è soltanto una perdita di tempo. Avesse potuto, si sarebbe subito dichiarato per il draft. Non a caso, nel secondo semestre smette di seguire i corsi scolastici e con la squadra ormai con un piede fuori dalla March Madness decide di prepararsi soltanto per il salto in Nba.

Lo scelgono i Philadelphia 76ers, convinti di formare una coppia da capogiro con Joel Embiid. Dopo l’apparizione alla Summer League di Las Vegas, però, riporta il primo di una lunga serie di infortuni che ne hanno evidentemente minato la carriera. Durante il training camp autunnale si frattura il quinto metatarso del piede destro ed è obbligato a saltare l’intera stagione d’esordio. Si rifà con gli interessi dodici mesi dopo, abbinando la visione di gioco e la capacità di passaggio di un playmaker all’abilità nel prendere i rimbalzi di un’ala forte. Per questo, di fronte ai suoi 2.08 metri d’altezza, s’inizia a parlare di capostipite della point-forward. Praticamente una nuova specie di giocatore.

Conclude le prime tre partite della carriera in Nba con la doppia doppia, ed alla quarta confeziona anche la prima tripla doppia da 21 punti, 12 rimbalzi e 10 assist nella vittoria contro Detroit. Unici rookie ad esserci riusciti così precocemente: Oscar Robertson nel 1960 e Art Williams nel 1967. Viene naturalmente convocato per il Rising Star e si aggiudica il premio di rookie dell’anno grazie alle medie da 15.8 punti, 8.2 assist e 8.1 rimbalzi, che gli permettono di collezionare 12 triple doppie e chiudere sul podio alle spalle di Westbrook primatista con 25, e LeBron James con 18. Però c’è una statistica che balza agli occhi, ovvero le triple tentate: 11. Non in una gara, ma nell’intera stagione regolare.

L’etica del lavoro latita

Nelle stagioni trascorse a Philadelphia, ovvero quattro, il tiro dalla distanza è stato il suo tallone d’Achille. Per quanto con la sua destrezza e forza fisica riuscisse ad essere altamente efficace vicino al ferro, dall’arco non guardava neppure il canestro. Addirittura coach Brett Brown ha provato a stimolarlo dicendo pubblicamente che Simmons doveva prendersi almeno una tripla a partita. Visto che nella seconda e terza stagione i tiri tentati dall’australiano sono stati 6 e 7 in 138 partite totali, possiamo affermare che il messaggio non sia stato affatto recepito.

Ed è in questi anni che precedono il 2020, che inizia ad aleggiare la convinzione di una scarsa attitudine ed etica del lavoro da parte dell’atleta. Herb Magee ha allenato alla Thomas Jefferson University di Division II dal 1967 al 2022, raccogliendo 1.123 vittorie in carriera. Negli Stati Uniti allenatori come Magee sono considerati dei veri e propri guru, e si è guadagnato il soprannome di ‘shot doctor’. Proprio per questo più volte in città si è discusso sulla possibilità che potesse lavorare con Simmons. «Non succederà - aveva risposto l’allenatore a precisa domanda dei cronisti di Philadelphia -. Brett Brown, di cui sono diventato amico, mi ha chiesto di farlo e gli ho detto: “Lo farò, ma devi chiederlo a lui”. Non mi ha mai risposto. Quindi, Ben è il tipo di persona che non vuole davvero migliorare».

In quelle stagioni sono diversi i giocatori di grande caratura che indossano la casacca dei Sixers. JJ Redick sembra che abbia provato a consigliarlo da giocatore veterano qual era, così come Jimmy Butler che ha cercato in tutti i modi di motivarlo, finendo però per gettare la spugna. Secondo il giornalista Zach Harper di The Athletic, Butler era arrivato al punto da «non considerava Simmons un giocatore al suo pari», esattamente come Embiid, con il quale l’australiano alla fine sembra essersi scontrato poco prima di chiedere la trade per cambiare aria.

Sul tiro di Simmons aveva parlato addirittura Kobe Bryant, che in un’intervista aveva detto: «Deve migliorare il tiro in sospensione, perché altrimenti se ne pentirà quando la sua carriera sarà finita. Guardate cosa sta facendo ora, e immaginate se diventa pericoloso anche al tiro. È sorprendente. Non vorrei ritirarmi, guardarmi indietro e dire: "Cavolo, se avessi avuto un tiro in sospensione, cosa avrei fatto?". Quindi non mi interessa se deve chiudersi in palestra per dieci ore al giorno. Se questo ragazzo riesce a costruirsi un tiro in sospensione, diventa un problema serio».

Il momento esatto della fine

Non capita spesso di poter individuare il momento esatto in cui una promettente carriera va letteralmente a rotoli, ma nel caso di Simmons c’è una data da poter cerchiare in rosso sul calendario: 20 giugno 2021. Negli ultimi tre minuti della decisiva gara 7 della semifinale della Eastern Conference, l’australiano si è trovato di fronte alla possibilità di una facile schiacciata, o comunque un appoggio al vetro, per un canestro che sarebbe valso il pareggio di Philadelphia contro Atlanta. E invece, dopo essersi liberato dalla marcatura in post basso di Danilo Gallinari, Simmons ha passato il pallone al compagno Matisse Thybulle che in posizione più difficile ha subito fallo.

In 12 partite giocate in quei playoff, vittoria per 4-1 contro Washington e poi sconfitta per 4-3 con gli Hawks nonostante la testa di serie numero uno per i Sixers, Simmons ha realizzato solo 25 dei 73 tiri liberi tentati, il che equivale al 34%. Si tratta del peggior risultato in una singola post season nella storia della Nba. L’australiano ha fatto peggio persino di Wilt Chamberlain e Shaquille O’Neal. Al già scarso tiro dall’arco, si sono aggiunte le difficoltà dalla lunetta che hanno chiaramente minato la sua fiducia, e questo si è riversato in altri aspetti del suo gioco.

Con l’amara eliminazione, e viste le prestazioni molto al di sotto del proprio livello, in conferenza stampa è stato chiesto a coach Doc Rivers se Ben Simmons fosse un playmaker da squadra per il titolo. L’allenatore, un po’ tergiversando, ha risposto forse in maniera schietta: «Non conosco la risposta in questo momento». Quella frase ha fatto sì che il rapporto tra il giocatore e tutto l’ambiente dei Sixers si deteriorasse definitivamente.

Il contratto quinquennale da 177 milioni di dollari firmato appena un anno prima con la franchigia di Philadelphia, lo ha reso incredibilmente ricco ed altrettanto odiato dai tifosi. Una somma di denaro che l’ha portato ad acquistare una serie di auto di lusso, dalla Ferrari 812 Gts alla Bentley Continental Gt W12 personalizzata, passando per la Rolls-Royce Cullinan e la Porsche 918 Spyder. Per questo per molti appassionati di basket ha rappresentato l’archetipo di un certo tipo di stella moderna dell’Nba, ovvero il giocatore che è più interessato a far salire il livello del proprio conto in banca piuttosto che le sue statistiche.

Dopo un tira e molla durato mesi, che l’ha visto rifiutarsi di giocare per i Sixers nonostante Rivers abbia provato a ricucire il rapporto convincendolo a restare, è arrivata la trade con Brooklyn. Ai Nets l’esperienza è stata pessima. Ha saltato il resto della stagione 2021/22 per un’ernia alla schiena che lo ha portato a diversi interventi chirurgici, e a giocare soltanto 90 partite in due anni e mezzo. Un’avventura poco fortunata con la squadra che gioca al Barclays Center, conclusa col triste epilogo del taglio avvenuto l'8 febbraio 2025. E pensare che l’estate precedente, a Tommy Alter del podcast "The Young Man and the Three", aveva detto di aver quasi deciso di ritirarsi a causa della frustrazione provata dopo le operazioni alla schiena.

Non è finita finché non è finita

Neppure le 18 gare disputate nel finale del 2025 con la casacca dei Los Angeles Clippers hanno riportato l’atleta ad un livello di gioco accettabile. Prima di lasciare Brooklyn, Simmons si è raccontato in una lunga intervista al sito Haute Living, toccando temi personali e molto importanti, dagli infortuni alla depressione e a quanto i social abbiano influito, o influenzato, questo suo stato d’animo. «Dopo due anni di infortunio e diversi interventi chirurgici alla schiena, poter scendere in campo ed essere in salute mi dà gioia. Il mio obiettivo era presentarmi ogni giorno in palestra e allenarmi, e ne sono grato».

Ritenuto troppo debole per l'Nba, un atleta rinunciatario, Simmons ha parlato con eloquenza delle sue difficoltà con la salute mentale, di come la depressione e il peso delle aspettative abbiano ostacolato il suo sviluppo. Cadono a pennello, in questo senso, le dichiarazioni di un altro cestista dal passato spesso contestato come JaVale McGee, che ha affermato come i media e ad esempio le clip di Shaqtin' a Fool hanno diffuso l'idea sbagliata del giocatore che in realtà è, facendolo considerare stupido dai tifosi che lo vedevano calcare i parquet.

Le incessanti chiacchiere sulla carriera dell’australiano, per lo più negative, sono state dannose per il processo di guarigione. E tutto ciò che lo ha coinvolto e turbato lo hanno spinto a diventare una persona casalinga. E non solo, perché «non riesco quasi più ad andare online. Quando sono entrato in Nba, i social media erano importanti ma di certo non come oggi - ha continuato Simmons -. Ho la sensazione che le persone siano molto più permissive, e di conseguenza peggiori. È spaventoso perché è il mondo in cui viviamo. Penso che i commenti che accompagnano il tutto siano la parte peggiore della lega. A volte non si tratta di basket in sé, ma del lato commerciale, o delle buffonate che ne conseguono. Ecco perché non commento molto online: mi si ritorce sempre contro».

Eppure proprio un suo commento aveva fugato dalla possibilità delle insistenti voci di un suo ritiro, quando ha risposto proprio ad un utente con un secco no. Nonostante un abboccamento con i New York Knicks che lo avrebbero voluto ingaggiare l'anno scorso, c’è chi a Philadelphia lo avrebbe rivoluto subito. Il sito web The Liberty Line ha fatto una vera e propria campagna di convincimento per il suo ritorno, affinché si completasse quello che aveva iniziato e per chiudere così un cerchio.

Ma la carriera di Simmons ha vissuto così tante delusioni, che rispetto ad altri giocatori più o meno sfortunati non è riuscito neppure a trovare sollievo con la nazionale. Non a caso ha ripetutamente promesso di rappresentare l'Australia ai grandi tornei per poi ritirarsi all'ultimo minuto. Sembra, infatti, che a distanza di anni nutra ancora rancore per il 2014, quando si aggregò alla preparazione dei Boomers prima della Coppa del Mondo per poi essere escluso dalla rosa finale. Anche in questo contesto è stato scavalcato da Josh Giddey, il play dei Chicago Bulls che rappresenta il futuro del basket australiano. Simmons un tempo era il futuro della pallacanestro mondiale, ma oggi sempre più sembra essere soltanto il passato. Un passato che prometteva tanto e che ha mantenuto solo a singhiozzo.

Ben Simmons è comunque ritornato in pista quest'anno, e a distanza di un anno e mezzo ha calcato nuovamente il parquet con in dosso la casacca dei Sacramento Kings. Forse non la scelta più promettente ed ambiziosa, ma di sicuro quello ritenuta migliore per sé stesso dall'australiano.

Giovanni Bocciero

sabato 24 luglio 2021

Basket. Olimpiade Tokyo 2020. Analisi delle avversarie dell'Italia

 Girone difficile ma non impossibile, l'appuntamento è all'alba del 25 luglio per la prima palla a due

Esordio con la Germania

L'osso duro è l'Australia

Tedeschi già affrontati un mese fa, ma senza Gallinari, Mannion e Tonut. Wagner e Voigtmann gli elementi più pericolosi in una partita subito decisiva. Mills, Dellavedova e Ingles danno qualità alla squadra oceanica. La Nigeria con tanti Nba a roster è dotata di grande agonismo e atleticità


di Giovanni Bocciero*



L’IMPRESA DI BELGRADO resterà negli annali. Dopo 17 lunghissimi anni la Nazionale italiana di pallacanestro è ritornata alle Olimpiadi, ma c’è poco tempo per festeggiare. Tokyo è già dietro l’angolo, e il Ct Meo Sacchetti con il suo staff deve già studiare le avversarie che li attendono in Giappone. Precisiamo che il sorteggio dei tre raggruppamenti è avvenuto lo scorso 2 febbraio, e dunque con la vittoria del torneo Preolimpico gli azzurri sono stati inseriti automaticamente nel girone B con Australia, Nigeria e Germania.

L’esordio dell’Italia è fissato per la mattina del 25 luglio, alle ore 6:40 (13:40 a Tokyo, 7 ore di fuso orario) contro i tedeschi, anch’essi passati per le forche caudine del Preolimpico. In quel di Spalato la nazionale teutonica ha superato in semifinale i padroni di casa della Croazia e poi il Brasile in finale. Durante la preparazione le due squadre, con diverse assenze, già si sono affrontate nel torneo di Amburgo. A spuntarla in quell’occasione è stata la Germania con il punteggio di 91-79, a causa di un terzo quarto tremendo degli azzurri. Sarà di sicuro un’altra storia in Giappone, perché sarà un’Italia decisamente diversa. Innanzitutto con un Danilo Gallinari in più, ultimo innesto azzurro dopo la lunga cavalcata playoff con Atlanta, e soprattutto con Nico Mannion e Stefano Tonut che in quella partita sono rimasti fuori per scelta tecnica. Chissà che Sacchetti non ci abbia visto lungo provando a non scoprire troppo le carte contro quelli che potevano, allora, e che sono, adesso, avversari diretti alle Olimpiadi. La Germania invece è quasi identica a quella sfida. Squadra solida, che alterna il gioco dentro e fuori grazie ai buoni tiratori e ai lunghi di sostanza. Moritz Wagner, ala degli Orlando Magic, è stato il grande protagonista della vittoria contro il Brasile colpendo sia dall’arco che con le incursioni al ferro. Il quintetto collaudato prevede da play Maodo Lo, fresco campione di Germania con l’Alba Berlino insieme a Simone Fontecchio, con al fianco Andreas Obst e da ala piccola Niels Giffey dello Zalgiris. I due lunghi invece sono Johannes Thiemann, altro vincitore con l’Alba, e Johannes Voigtmann del Cska Mosca. Le migliori soluzioni dalla panchina, oltre al già citato Wagner, sono il play dei Washington Wizards di oltre 2 metri Isaac Bonga, con il quale potrebbero nascere dei mismatch complicati. Il pacchetto lunghi annovera l’ostico Danilo Barthel e Robin Benzing, che oltre ad essere 2.10 è pericoloso da 3 punti. Bisogna state attenti anche a Joshiko Saibou che se prende confidenza col canestro può diventare un indemoniato. Mentre scriviamo c’è l’incognita di Dennis Schroder (alla fine non convocato, ndr), con il quale la federazione tedesca deve trovare un accordo per l’assicurazione sugli infortuni. Indubbiamente una sua convocazione in extremis cambierebbe volto alla Germania, con il Ct Henrik Rodl che potrebbe sacrificare uno tra le ali Jan Niklas Wimberg e Lukas Wank per completare il roster a sua disposizione.


Australia quattro volte ai piedi del podio alle Olimpiadi
Il secondo match del raggruppamento si disputerà il 28 luglio con palla a due alle ore 10:20 contro l’Australia. La nazionale aborigena sarà il solito osso duro da affrontare. Il nucleo è quello che è riuscito a classificarsi quarto ai Mondiali del 2019 in Cina. Per questo tosto nonostante l’assenza della stella Ben Simmons, che ora come ora ha il morale piuttosto basso per le sue vicissitudini a Philadelphia. Ma può come sempre contare sull’esperienza maturata in tanti anni di Nba da diversi suoi rappresentanti. La cabina di regia è un affare dei veterani Patty Mills e Matt Dellavedova, entrambi vincitori di un anello. Sugli esterni agiranno Dante Exum, che è in cerca del palcoscenico che lo rivitalizzi dopo tanta panchina - causa anche infortuni - negli States, e Joe Ingles, che con i Jazz si sta affermando anno dopo anno come un giocatore completo e sempre utile. Occhi puntati anche su Josh Green, guardia tiratrice che ha giocato con Nico Mannion all’università di Arizona e che al suo primo anno tra i ‘pro’ in quel di Dallas ha condiviso lo spogliatoio per metà stagione con Nicolò Melli. A completare il pacchetto esterni Matisse Thybulle, compagno di squadra di Simmons a Philadelphia ed interessante 3&D, e quel Chris Goulding unico degli australiani con una esperienza italiana. Visto a Torino nel 2016, non ha lasciato un grandissimo ricordo nella sua breve parentesi fatta di 10 partite per 42 punti totali. Per quanto riguarda la frontline, l’Australia può contare su ben tre lunghi da 2.10 metri. Aron Baynes e Jock Landale sono quelli più rocciosi, con una dimensione interna di spicco, mentre Doup Reath, di origini sudsudanesi ed in forza alla Stella Rossa di Belgrado, è leggermente più mobile ed atletico rispetto ai compagni di reparto. Contro gli australiani sarà importante costringere i lunghi ad uscire dall’area, non solo per poterli attaccare in palleggio ma anche e soprattutto per negargli i tanti centimetri a rimbalzo dato che non è escluso che possano giocare con due dei tre citati contemporaneamente in campo. Completano il roster dei Boomers ufficializzato dal Ct Brian Goorjian, la guardia Nathan Sobey e l’ala Nickolas Kay.

Nigeria terza volta ai Giochi, mai oltre il decimo posto
L’ultima partita del girone vedrà l’Italia affrontare la Nigeria il 31 luglio alle ore 6:40. Alla terza partecipazione consecutiva ai Giochi, la nazionale africana dallo scorso anno ha affidato la guida tecnica a coach Mike Brown, l’ex capo allenatore di Cleveland e oggi vice ai Warriors, che si è cimentato con grande voglia in questa nuova avventura. Per il camp di preparazione che ha avuto luogo in California è stata diramata una lista di ben 49 atleti, tanti dei quali impegnati in Nba o con esperienza nel campionato americano. Nel complesso la Nigeria farà sicuramente molto affidamento sull’aspetto agonistico. Atletismo ed aggressività saranno i punti chiave della squadra che aspira, nelle parole del suo Ct, ad andare oltre le più rosee aspettative riscrivendo, perché no, la storia della pallacanestro africana alle Olimpiadi. Contro di loro sarà magari importante controllare il ritmo della gara, mantenendolo quanto più basso possibile. Mentre scriviamo, Brown ha ristretto a quindici il numero dei giocatori ancora impegnati per il training camp e dunque in lizza per una maglia. Tra questi ci sono il trio dei Miami Heat Precious Achiuwa, Gabe Vincent e KZ Okpala, i veterani della nazionale Ekpe Udoh, dominante in Eurolega ai tempi del Fenerbahce (adesso ingaggiato dalla Virtus Bologna, ndr), Obi Emegano, Caleb Agada, Stanley Okoye, visto per quattro anni in Italia, e Michael Gbinije. Poi c’è Jahlil Okafor che ha deciso di giocare per la Nigeria dopo essere uscito dai radar degli Stati Uniti, gli altri giocatori che militano in Nba come Josh Okogie, Chimezie Metu e Jordan Nwora che hanno fatto molto bene ai Mondiali cinesi di due anni fa, seppur l’ultimo atleta è impegnato con Milwaukee alle Finals. Completano la lista Miye Oni, Chima Moneke e Ike Iroegbu. Ha fatto molto scalpore in patria l’esclusione del 37enne veterano Ike Diogu, al quale sono legati gli ultimi grandi successi dei D’Tigers. Ma come si dice, gli anni passano per tutti.

La formula dei Giochi è decisamente cambiata rispetto all’ultima partecipazione della nazionale azzurra. Con tre gruppi da quattro squadre, per accedere ai quarti di finale bisogna classificarsi nelle prime due posizioni del proprio raggruppamento oppure essere ripescati come una delle due migliori terze. Per comporre il tabellone dei quarti si procederà ad un sorteggio e da lì in poi le gare saranno ad eliminazione diretta, con la finalissima in programma alla Saitama Super Arena sabato 7 agosto.


* per la rivista Basket Magazine, chiusa il 9 luglio 2021