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giovedì 9 marzo 2017

L'ascesa della meteora Justin Patton

L'ascesa della meteora Justin Patton


di Giovanni Bocciero*


La città di Omaha, la più grande dello stato del Nebraska con oltre 400 mila abitanti, è tra le più tranquille degli Stati Uniti, piena di musei e sede della Creighton University. Fondata a metà dell’800, si è guadagnata in fretta il soprannome di ‘Gateway to the West’ a causa della linea ferroviaria che portava verso la costa orientale.  Si svolge tutta qui la storia del giovane Justin Patton, ragazzo afroamericano dai modi gentili che non ha mai messo piede fuori dalla città in cui è nato e cresciuto. Va spesso al palazzetto come spettatore perché ha un amore sconfinato per la pallacanestro. E a Omaha la sua vita a un certo punto cambia.

‘The biggest sleeper’

Il viaggio di questa autentica meteora del college basketball ha un inizio particolare. Al termine dell’anno da sophomore alla Omaha North High School questo ragazzo che ha appena toccato i 204 cm d’altezza viene notato da Bob Franzese, che gestisce una locale accademia giovanile. Franzese invita Patton a partecipare con la sua società ad un torneo che si sarebbe svolto a Las Vegas. Ricordate che non aveva mai messo piede fuori da Omaha? E così il giorno della partenza rischia di far perdere l’aereo all’intera squadra perché non si staccava dalla mamma. In campo fa poco o nulla, e finisce in uno straccio di report etichettato come “the biggest sleeper”. Il gigante dormiente diremmo noi. E come dargli torto? Sarà capace al liceo di segnare soltanto 2 punti contro il pivot di una squadra avversaria che era alto poco più di 185 cm.

Franzese, meravigliato che il ragazzo passasse inosservato nonostante la sua statura, chiama Darian DeVries – assistant coach di Creighton – dicendogli di tenerlo d’occhio. Al termine dell’anno da senior, viene invitato ad andare al campus universitario (distante 4 miglia da casa sua) dove conosce coach Greg McDermott. Dopo una lunga chiacchierata, i Bluejays gli offrono la borsa di studio anche perchè ormai è sette piedi, e non è il caso di lasciarselo sfuggire. Patton per due motivi non esita ad accettarla. In primis perché quando dicevamo che andava al palazzetto da spettatore, intendevamo proprio al CenturyLink Center per vedere Creighton. Per lui passare dagli spalti al parquet era un sogno che si realizzava. Ma, soprattutto, era l’unica borsa di studio che avesse ricevuto.

Patatine tre volte al giorno

Nell’estate del 2015 inizia la sua avventura collegiale, e lo fa con il tour che vede Creighton protagonista in Italia. Le prime prestazioni sono pressoché un disastro, così come le sue abitudini alimentari che vanno immediatamente corrette dato che mangia patatine fritte a colazione, pranzo e cena. Il fisico troppo scheletrico e le lacune cestistiche sono lampanti per competere ai livelli richiesti in Division I. E così, dopo un’attenta valutazione, McDermott e lo staff tecnico lo persuadono a prendersi un anno da redshirt, in modo da poter lavorare senza perdere l’anno accademico. Inizia una dieta a base di pasta e in particolare di spaghetti, dei quali è rimasto stregato dopo il viaggio nel Bel Paese.

Lavora tantissimo in palestra per aumentare sia la massa muscolare che vari aspetti del suo gioco. A sentir DeVries, il giovanotto assorbe tutto come fosse una spugna (si diceva questo anche di Joel Embiid quando giocava a Kansas), ma spesso si allena senza la necessaria intensità. Trascorre tutta la stagione senza giocare e si fa notare soprattutto perchè, quando cammina per i corridoi dello spogliatoio, si diverte a fingere di stare al telefono con gli scout Nba e i rappresentanti della Nike negoziando il contratto per le scarpe. Dodici mesi più tardi la storia cambia completamente. Difficile da credere, ma Justin Patton spunta dal nulla conquistandosi l’attenzione di tutti.

Un prospetto per altezza e tecnica

Cosa gli ha permesso di comparire nei mock draft? Rispetto a tanti ragazzi spinti verso il basket per la loro altezza, Patton ha iniziato a praticarlo perché davvero innamorato di questo gioco. E questa è una base non indifferente. Sono ancora tanti gli aspetti da migliorare nel gioco di questo classe ’97 che però possiede delle capacità che lo rendono un prospetto talmente intrigante da puntarci assolutamente. Per altezza può essere dominante anche al piano di sopra, la tecnica già ora è sopra la media dei pari ruolo. Molto mobile, corre benissimo il campo e ha un tocco morbido tanto da tirare con uno straordinario 70% dal campo. Certo, la cosa è presto spiegata dalle tante schiacciate che realizza: da rimbalzo offensivo, arrivando a rimorchio, in catch-lob che è una sua peculiarità.

Ma sarebbe riduttivo restringere il cerchio soltanto a questo. Patton può infatti diventare pericoloso in tanti modi differenti, anche come passatore (1.3 assist di media) dato che ha mani e visione di gioco. E naturalmente in post basso dove però il suo fisico è ancora troppo gracile. Non a caso tende a terminare le azioni vicino canestro con finta e piede perno per spiazzare l’avversario e trovare un tiro a più alta percentuale. La forza fisica è proprio un suo punto debole, dato che sia in attacco che in difesa fa molta fatica ad imporsi nel pitturato, nonostante la statura. Ed il fatto che abbia collezionato sin qui soltanto tre doppie-doppie e le medie poco appariscenti di 6.3 rimbalzi e 1.5 stoppate sono un dato eloquente. Riesce quasi ad essere più efficace nell’accoppiarsi con gli esterni sul perimetro che nel difendere i lunghi vicino canestro.

Il futuro parte dalla testa

Il salto di qualità sembra dipendere quasi esclusivamente dall’aspetto mentale. Deve acquisire consapevolezza nei suoi mezzi tanto fisici quanto tecnici, perché il potenziale non si discute minimamente. Oltretutto già a questa età è ambidestro, perché da adolescente si ruppe la mano sinistra e, per riacquistarne la massima sensibilità senza separarsi dal basket, iniziò ad usarla per palleggiare e tirare. E ora chi non lo conosce spesso sbaglia a indicare la sua mano forte. Il prossimo Nba draft sarà pieno zeppo di esterni, soprattutto play, e dunque un giocatore che combina dimensioni e abilità come lui fa gola a parecchi. E per questo viene dato in piena lottery.

Coach McDermott appena ha fiutato il forte interesse degli scout ha chiamato il ragazzo nel suo ufficio insieme alla famiglia. E gli ha fatto il discorsetto che getta acqua sul fuoco, ma qualsiasi sarà la sua decisione a fine stagione, gli ha raccomandato “work hard and stay humble”. Adesso la scelta tocca a lui. Un fatto è certo, la vita di Justin Patton si sta avviando verso un drastico cambiamento che è già in atto. Infatti quel ragazzino che vendeva per strada limonate, dopo una stagione da 13.1+6.3 è stato nominato Big East Freshman of the Year. E adesso non può più andare ad una semplice partita di bambini che viene riconosciuto e fermato, anche quando nasconde il viso sotto il cappuccio della felpa.




* per BASKETBALLNCAA.COM - Link originale

mercoledì 22 febbraio 2017

NCAA Weekly Recap Division I

NCAA Weekly Recap Division I - Villanova chiude la pratica



Tutto ciò che è accaduto sui parquet più importanti del college basketball durante la settimana.




Kansas archivia la dodicesima regular season della BIG XII; Arizona, Oregon e UCLA si contendono la Pac-12.... continua a leggere!

mercoledì 15 febbraio 2017

NCAA Weekly Recap Division I – Chi riuscirà a battere Gonzaga?

NCAA Weekly Recap Division I


Tutto ciò che è accaduto sui parquet più importanti del college basketball durante la settimana.

JOSH JACKSON IN AZIONE CONTRO TEXAS TECH (FOTO DA KUSPORTS)


Nella Big XII Conference, i Kansas Jayhawks la spuntano sempre nel finale con un superlativo Josh Jackson. Nella Pac-12 Conference invece, gli Arizona Wildcats restano ancora in vetta pur senza brillare. Clicca qui per continua a leggere!

venerdì 4 marzo 2016

NCAA. È in arrivo la March Madness

È in arrivo la March Madness
Da Oklahoma a Kansas, Virginia e Villanova; pregi e difetti delle possibili teste di serie


di Giovanni Bocciero*

Con l’avvento del mese di marzo il mondo del College basketball inizia a prepararsi all’ultima avvincente parte di stagione. La March Madness, la follia di marzo, guiderà tutti sino all’NRG Stadium di Houston, dove il 2 e 4 aprile andrà in scena la Final Four per il titolo nazionale. Prima però ci sarà la Selection Sunday (13 marzo) dove si comporrà l’intero tabellone principale: 32 posti saranno assicurati alle squadre vincenti i rispettivi tornei di conference, mentre le altre 38 saranno selezionate da un’apposita commissione che terrà conto ovviamente dei risultati stagionali per assegnare le wild-card. Dal 15 marzo parlerà solo il campo, con un incredibile susseguirsi di partite in cui l’upset - il rovescio del pronostico - è sempre dietro l’angolo, e si comincerà soprattutto a seguire le carovane di studenti, familiari e bande musicali che coloreranno gli spalti di ogni palasport.

BRACKETOLOGY Proviamo a prendere il posto degli analisti americani, e cerchiamo di dare le nostre teste di serie. Le seed 1 e 2 a parer nostro spettano a: Oklahoma, Kansas, West Virginia, North Carolina, Virginia, Iowa, Maryland e Villanova, in ordine rigorosamente sparso. Iniziamo da Oklahoma, la squadra del quasi probabile giocatore dell’anno Buddy Hield, che sta viaggiando ad oltre 25 punti. I Sooners sono una delle compagini più forti dell’intera NCAA, potendo contare su di un quintetto che oltre al già citato ha un altissimo tasso qualitativo. I ragazzi di coach Lon Kruger hanno dimostrato partita dopo partita di avere un’incredibile durezza mentale, fattore non da poco in un contesto simile dove i margini di errore saranno risicati. Per diverse settimane numero uno del power ranking, Oklahoma è uno dei migliori attacchi di tutto il campionato, ed in stagione ha anche cavalcato l’incredibile media del 50% da tre punti. È una certa seed 1.
Kansas sta mantenendo un livello alto anche se con prestazioni piuttosto ballerine. I Jayhawks sono ancora alla ricerca del giusto equilibrio. Come sospettavamo ad inizio stagione l’ago della bilancia è quel Wayne Selden che ogni qualvolta ha disputato gare al di sopra della media il successo non è mai sfuggito. Il backcourt è piuttosto efficiente, ma è nel pitturato dove coach Bill Self si è dovuto inventare diverse soluzioni tattiche, con il veterano Perry Ellis unico punto di riferimento e con gli altri giocatori del reparto che stanno faticando e non poco. Il dodicesimo titolo di conference è nel mirino, ma la strada al torneo potrebbe essere più insidiosa che mai.
Sempre della Big XII fa parte anche West Virginia, una delle compagini più ostiche da affrontare. Il cavallo di battaglia dei ragazzi di coach Bob Huggins è certamente la difesa pressing a tutto campo, che immancabilmente influenza il gioco di qualsiasi avversaria che difficilmente riesce ad adeguarsi. Il bottino offensivo arriva in gran percentuale dalle palle recuperate, ma mai come quest’anno hanno trovato un ottimo marcatore in Jeysean Paige che sta avendo una media di oltre 13 punti - più del doppio rispetto all’anno scorso - uscendo dalla panchina. Forse siamo piuttosto ottimisti nel volergli attribuire una seed 2, ma i Mountaineers la meriterebbero eccome.
Anche per North Carolina si preannuncia una testa di serie molto alta, nonostante una regular season in cui ha vissuto tanti alti e bassi. Sulla carta stiamo parlando del miglior roster dell’intera NCAA: completo, lungo ed assortito. Ben sei sono gli uomini dell’alma mater di Michael Jordan che hanno una media punti in doppia cifra, eppure i Tar Heels sembrano soffrire degli inspiegabili cali di concentrazione. Coach Roy Williams non riesce proprio a venirne a capo, tanto che circa un mese fa ha avuto un vero e proprio collasso durante un timeout. Ovviamente la cosa non ha attinenza, ma se UNC vuole tornare a vincere il titolo dopo quello del 2009 deve diventare di sicuro più cinica strada facendo.
Virginia è stata molto costante nel suo percorso pur senza particolari sussulti. Team ben organizzato quello di coach Tony Bennett, che è molto equilibrato nel suo gioco, tanto in difesa dove è tra le migliori del panorama universitario, che in attacco. In fase offensiva, però, ai Cavaliers manca un vero e proprio go-to-guy, in grado di trascinare la squadra quando negli oliati meccanismi va a finirci quel granellino di sabbia che scombussola tutto. Non a caso Virginia nelle ultime due apparizioni al torneo pur essendo tra le favorite - nel 2014 era seed 1 e l’anno scorso seed 2 - non è riuscita ad avanzare più delle Sweet Sixteen. E quest’anno potrebbe finire uno dei cicli più importanti nella storia dell’ateneo senza aver raggiunto nulla, essendo tre giocatori determinanti come Malcolm Brogdon, Anthony Gill e Mike Tobey al loro anno da senior.
Si può considerare come la grande sorpresa della stagione Iowa, una squadra che è stata capace di crescere man mano che accumulava partite così come il suo uomo di punta, tale Jarrod Uthoff. Inutile dire che per l’ala senior questo è il suo migliore anno in cui ha triplicato le cifre - dai poco meno 8 del 2013/14 ai 12 del 2014/15 quest’anno sta viaggiando a 18 punti di media - in fase realizzativa oltre che assunto la palma di leader. Grande merito della crescita della squadra va dato anche a coach Fran McCaffery che ha saputo rendere una pallacanestro semplice molto concreta. Gli Hawkeyes hanno scalato posizioni nel ranking Top 25 di settimana in settimana sino ad arrivare nelle primissime posizioni così da essere in lizza per almeno una seed 2.
L’annata di Maryland non è stata al livello delle aspettative. Dopo il buon cammino dello scorso campionato ed i movimenti estivi che hanno potenziato il roster di coach Mark Turgeon ci si aspettava il cosiddetto salto di qualità, ed invece sembra quasi che i Terrapins siano rimasti ad elogiare il proprio riflesso come Narciso senza fare alcun passo in avanti. E questo ad incominciare dai due trascinatori del team, vale a dire Melo Trimble e Jake Layman. Maryland può ancora sperare in una seed 1, ma anche se non dovesse arrivare ha tutte le carte in regola per provare ad arrivare sino in fondo a questa stagione, ma sarà bene coprire gli specchi.
Infine abbiamo Villanova, che in stagione è stata per la prima volta nella storia dell’università numero uno del power ranking. Spinti da un livello medio decisamente basso della Big East, i Wildcats dell’italiano Ryan Arcidiacono stanno disputando una stagione al loro passo, essendo una squadra compatta, ed anche quest’anno possono strappare la seed 1. Il rischio è che giocando contro avversarie di livello inferiore per più di metà stagione, i ragazzi di coach Jay Wright facciano fatica a trovare l’intensità giusta al torneo NCAA, anche se si scongiura una eliminazione al secondo turno come successo l’anno scorso.


* Per il mensile BASKET MAGAZINE