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mercoledì 11 novembre 2020

Nel ricordo di Romano Piccolo, riviviamo un pezzo di storia di Caserta

di Giovanni Bocciero*

Questo anno a Caserta sarà ricordato non solo per la pandemia da Covid, ma anche e soprattutto per la scomparsa prima della Juvecaserta (fallita per la terza volta in 22 anni) e poi di Romano Piccolo. Una vera e propria istituzione, un’eccellenza casertana, nonché tra i fondatori del club bianconero nel 1951. Ma sarebbe riduttivo considerarlo solo il padre putativo dell’unica formazione del Sud Italia ad essere riuscita a vincere uno scudetto nel basket. Messaggi di cordoglio per la sua dipartita sono giunti, tra gli altri, dal presidente federale Gianni Petrucci e dal giornalista Flavio Tranquillo.

«Romano è stato un uomo di basket - ha esordito Nando Gentile -. Ha creato la pallacanestro a Caserta, che prima di lui non si conosceva. Ed è stato il primo a mettere su una struttura societaria come la Juvecaserta. E poi si è interessato tanto dell'attività femminile. Insomma ha vissuto la sua vita per questo sport. Ricordo quando ero un ragazzo delle giovanili bianconere e lui allenava la Zinzi, e abbiamo fatto tante volte delle amichevoli. È stata una persona che ha fatto tanto per la città, che si è interessato sempre e solo al bene della pallacanestro. Ha vissuto totalmente la sua vita cercando di fare il possibile per la crescita dei giovani e del basket casertano».

83 anni, nato a Piacenza perché il padre militare era di stanza lì ma casertano doc, è stato giocatore, allenatore, dirigente, presidente, addirittura procuratore, e poi giornalista e scrittore, facendo dello sport e della pallacanestro in particolare uno stile di vita. Sin da ragazzo si è contraddistinto quale portiere della Casertana, impegnato a mantenere inviolata la porta della squadra rossoblù. Poi insieme ai fratelli Corrado e Santino ha preferito buttare il pallone in una retina, dando vita allo Sporting Club Juventus Caserta. Il basket è arrivato in città intorno al 1945, insieme ai soldati americani, e quel gioco in qualche modo ha ammaliato la famiglia Piccolo.

Romano ha giocare, poi allenato, infine organizzato l’attività della società che nel 1971 ha visto l’ingresso dell’imprenditore Giovanni Maggiò. Negli anni ‘70 si è rivelato un autentico pioniere quando ha creato a Caserta anche la prima squadra femminile. Era la Zinzi Basket, così denominata per via dello sponsor, e partendo da zero, e dalla serie C, ha raggiunto la massima categoria in appena cinque stagioni. Nel 1984, nel ruolo di general manager, ha ripetuto l’impresa di raggiungere la serie A disputando il campionato con una squadra composta interamente da juniores.

«Il mio rapporto con Romano era intenso - ha dichiarato Teresa Antonucci, ex giocatrice della Zinzi -, quasi familiare per diversi intrecci anche extra cestistici. Non abbiamo mai smesso di sentirci, ci telefonavamo regolarmente. Questo rapporto dal 1968, quando insieme a tante bambine abbiamo iniziato il minibasket, non è mai finito. Teneva molto al gruppo. Parecchie di noi sono state davvero cresciute da lui da quando eravamo piccole fino all’adolescenza. Poi man mano il gruppo si è andato sfoltendo e si sono aggiunge altre ragazze che anche grazie al suo saper fare si sono subito inserite. Era molto abile nel coinvolgere. E poi era un affabulatore, sapeva intrattenere con i suoi tanti racconti e aneddoti».

«Nel periodo in cui allenava il basket femminile - ha ricordato Nando Gentile - ha iniziato a giocare mia sorella Imma. Lei è cresciuta grazie agli insegnamenti di Romano, e tante volte ci siamo confrontati per capire cosa fosse meglio per la sua carriera. Per mia sorella è stato anche un manager».

Tanti progetti hanno portato il marchio di Romano Piccolo, che da grande appassionato della pallacanestro seguiva qualsiasi cosa, dalla Nba alle minors, senza fare alcuna distinzione ma sempre con l’occhio di chi vuol imparare qualcosa di nuovo. E poi trasmetteva una passione che inesorabilmente ti contagiava.

«Aveva una passione smodata per l’America. Ricordo che andò a fare un viaggio - ha rivelato Teresa Antonucci -, e al ritorno ci portò delle sopra maglia dei Lakers che all’epoca erano gialle e bordeaux, che noi indossavamo nonostante avessimo il completo da gara rosso. Queste sopra maglia portavano il nostro cognome, ma siccome erano state fatte in America non tutti erano scritti correttamente e questa cosa ci faceva sorridere. Eravamo però orgogliose di averle e ne facevamo bella mostra quando andavamo in giro per i campi».

Dopo aver fondato la Juvecaserta, sempre insieme ai fratelli, ha dato vita alla Little Basket, nome azzeccato visto che era la traduzione di Piccolo in inglese. Praticamente la squadra di famiglia che ha disputato qualche campionato di serie D e che è diventata punto di riferimento cittadino dell’attività cestistica dopo il primo fallimento della Juvecaserta del 1998. I figli Valerio e Gianluca hanno giocato e poi allenato, così come il nipote Francesco che ha condiviso con lo zio Romano non solo la passione per il basket ma anche quella per la scrittura, tanto da essere diventato un importante scrittore e sceneggiatore vincitore del premio Strega e del David di Donatello.

Romano è stata una persona poliedrica, ed ha vissuto l’ascesa della Juvecaserta, poi diventata campione d’Italia nel 1991, in qualità di giornalista per la rivista Superbasket diretta da Aldo Giordani che lo considerava “il decano dei miei collaboratori”. È stato anche dipendente e poi proprietario di una concessionaria d’automobili, ma quello del giornalista è stato un mestiere che ha ricoperto in maniera a dir poco perfetta. Conciliava la conoscenza avanzata del gioco con la capacità di scrittura sopraffina. Per questo ha scritto anche per diverse riviste e quotidiani sia locali che nazionali. Ha inoltre pubblicato alcuni libri sulla storia della Juvecaserta (ripubblicato in più edizioni) e soprattutto sulla città di Caserta che amava alla follia. E per farlo ha studiato la storia, perché in qualsiasi aspetto della vita credeva che solo conoscendo la storia si potevano affrontare i problemi del presente.

«Romano era un conoscitore del basket - ha commentato Nando Gentile -, e questo ha fatto sì che da giornalista abbia scritto con dati soprattutto tecnici. Per tutta la sua vita è stato sul campo, e la passione che aveva lo ha fatto essere innanzitutto un tifoso. E questo gli ha permesso di svolgere il suo lavoro con grande amore».

Proprio come una persona illuminata, Romano in qualità di dirigente ha preceduto i tempi capendo che spesso è meglio unire le forze piuttosto che dividersi. E così quando ha vissuto un momento di impasse con la Zinzi, allenando e procacciando anche le risorse, ha deciso di fondersi con il Basket Vomero. E fu in quel momento che si gettarono le basi della Phard che ha vinto prima l’EuroCup nel 2004/05 e poi lo scudetto nel 2006/07. Era il 1997 ed insieme all’allora presidente Gianfranco Gallo ha costituito una formazione egualmente composta da giovanissime casertane e napoletane.

«Dopo aver fatto delle splendide squadre, Romano stava vivendo una fase di stallo a Caserta - ha dichiarato Gallo -. Io presi in gestione il PalaVesuvio di Ponticelli e l’idea di fondere le due realtà gli è piaciuta immediatamente. Disputava l’A2 a Caserta e trasferì tutta l’attività a Napoli dove invece facevamo settore giovanile. Furono tre anni bellissimi, ma il regalo che più di ogni altra cosa ci ha fatto è stato quello della cultura cestistica che possedeva. Lui veniva dall’epopea della Juvecaserta con allenatori quali Tanjevic e Marcelletti, con l’importanza data al settore giovanile e quella mentalità del duro lavoro. Quella cultura l’ha portata a Napoli, perché dopo i tre anni che Romano è stato con noi, la squadra fu promossa in A1, vinse per la prima volta nella storia della città lo scudetto, e abbiamo vinto altri tre scudetti giovanili. Quindi al femminile abbiamo ripetuto quell’ascesa che ha vissuto Caserta al maschile, con le dovute differenze, grazie soprattutto al seme che ha piantato lui. Questo è stato il più grande regalo che Romano ha fatto alla città di Napoli - ha concluso Gallo -, e che purtroppo per tante difficoltà sia economiche che d’impiantistica non è riuscito a realizzare a Caserta».

Nella lunga vita di Romano Piccolo sono davvero tanti i ricordi, le storie e gli aneddoti da poter raccontare. «Uno dei ricordi che più mi legano a lui è una trasferta a Patti - ha ricordato Gallo -, dove vincemmo dopo ben tre supplementari. Siccome quel campo era molto caldo per uscire siamo stati scortati dalla polizia. Oltretutto quella trasferta l’abbiamo dovuta fare in macchina perché all’ultimo momento venne meno il pullman. Lui non aveva paura di nulla e nessuno, con un atteggiamento da guascone, al quale interessava solo vincere e faceva di tutto per riuscirci».

«Una volta organizzammo a Caserta un torneo juniores al quale fu invitata la squadra campione d’Italia di Milano. In finale - ha raccontato Teresa Antonucci - incontrammo proprio loro e vincemmo la partita di un punto grazie ad un ultimo tiro nato da una nostra azione classica. Il suo commento a fine gara fu che quel match era stata una partita a scacchi tra lui e l’allenatore milanese Zigo Vasojevic. Questa cosa ci fece ridere tutte».

Chi scrive è riuscito a vivere dei momenti particolari con “zio Romano”, come affettuosamente lo chiamavamo tutti noi dell’ambiente cestistico e non per quella capacità di metterti sempre a tuo agio nel parlare con lui, come se fosse uno di famiglia. Una fortuna poter sedere proprio di fianco a lui in tribuna stampa, al posto numero 28, per tutta la stagione 2016/17. E sue sono state più volte le dichiarazioni d’amore verso la Juvecaserta rilasciate alla rivista Basket Magazine e raccolte dal sottoscritto. Dichiarazioni come quella del novembre 2017, quando la società di Pezza delle Noci era fallita per la seconda volta nella propria storia. «Provo un dolore terrificante perché non è possibile ciò che è successo - aveva commentato Romano Piccolo -. Talmente che mi manca la squadra ho sognato di fare un sei al Superenalotto, così da comprare un titolo sportivo. Io mi ero offerto - aveva rivelato - per fare da collaboratore in maniera totalmente gratuita. Ma questa mia richiesta non ha mai ricevuto risposta». Il sottoscritto ha scambiato due parole con lui in occasione dell’11° Trofeo Irtet d’inizio ottobre svolto a Caserta, perché ancora oggi in città dove c’era la pallacanestro c’era anche Romano. E ci eravamo dati appuntamento per una chiacchierata con argomento piuttosto intuibile: «Chiamami il pomeriggio perché la mattina ho da fare». Arrivederci “zio Romano”.


*per Basket Magazine

domenica 19 novembre 2017

Il silenzio della Reggia

Game Over - Viaggio nelle domeniche vuote della città della pallacanestro
Il silenzio della Reggia
Caserta senza basket: da Romano Piccolo a Nando Gentile, da Carlo Barbagallo a Francesco Gervasio e Michele De Simone, testimonianze di un "lutto" sportivo che addolora l'intera comunità

di Giovanni Bocciero*


CASERTA. L’esclusione della Juve Caserta dal campionato di serie A ha preso le sembianze di un fulmine a ciel sereno. I tifosi stavano sognando per la costruzione del roster, dopo l’ingaggio di Ryan Arcidiacono. E invece dalla sera alla mattina si sono ritrovati senza più una squadra per cui soffrire. La testimonianza di cosa è la Juve Caserta per un casertano, l’ha data implicitamente coach Franco Marcelletti. Interpellato sulla vicenda non ha rilasciato dichiarazioni perché «il momento è triste e non c'è nulla da dire. È una cosa che mi colpisce». La città di Caserta vive per la seconda volta questo dramma, dopo quello del 1998. Le dinamiche sono diverse, naturalmente, ma il sentimento non può che essere identico per chi è cresciuto a pane e basket come Romano Piccolo.
Piccolo: "Pena enorme. La grandezza di Maggiò fu quella di avere al fianco
persone di grande spessore. Quanto pressapochismo oggi..."

I campioni del passato: "La JuveCaserta non era soltanto la partita della
domenica, ma la discussione di una settimana intera"
PIl fratello Santino fondò nel 1951 la Juve Caserta perché innamoratosi dei canestri dei soldati americani. «Provo un dolore terrificante perché non è possibile ciò che è successo - ha esordito Piccolo -. Talmente che mi manca la squadra ho sognato di fare un sei al Superenalotto, così da comprare un titolo sportivo. E ti dico di più. Poco tempo fa - ha raccontato lo scrittore - di questa cosa ne ho parlato con Giancarlo Sarti, al quale ho detto che la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata quella di prenderlo come gm. Nonostante l’età». La formazione bianconera è stata esclusa per un errore, certamente evitabile se «ci si fosse circondati di persone competenti. La grandezza di Giovanni Maggiò fu quella di avere al fianco persone come Sarti e Boscia Tanjevic. Per questo devo fare una critica a Raffaele Iavazzi, perché è stato pressappochista e presuntuoso. Io mi ero offerto - ha rivelato Piccolo - per fare da collaboratore in maniera totalmente gratuita. Se avesse avuto un problema lo avrei potuto consigliare. Ma questa mia richiesta non ha mai ricevuto risposta. L’ho difeso sui media per la volontà che ha dimostrato, ma ha peccato di presunzione. Ancora non mi capacito, ad esempio, di come Gino Guastaferro non fosse a conoscenza della parte amministrativa rispetto a quella cestistica. Un general manager per lavorare bene deve essere a conoscenza di tutto, dalla a alla z». Lo scrittore ne avrebbe di consigli da dispensare. «Se solo mi avessero interpellato sui guai giudiziari, avrei subito alzato il telefono e chiamato l’avvocato Roberto Afeltra. È colui che ha inventato la legalità nel basket. Ai tempi in cui ero presidente della Zinzi Caserta avrò avuto almeno una decina di lodi, ma grazie al suo lavoro non ne ho perso nemmeno uno. Probabilmente avrebbe potuto risolvere parecchi problemi alla Juve Caserta. Ma ripeto, sono stati così presuntuosi da non affidarsi a persone che avessero esperienza». Piccolo vorrebbe tornare a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. «Bisogna ringraziare tutti quelli che si sono alternati alla guida della società dopo la sua rinascita, perché hanno permesso a tutti noi casertani di esistere. E dico che era meglio continuare ad avere delle squadre dai risultati balbettanti piuttosto che non avere più nulla. Dico questo perché se le cose vanno male possono sempre migliorare». Non può mancare un monito per il futuro: «La città di Caserta deve imparare ad essere meno critica. Ripartendo dal basso dovrà sostenere il possibile la squadra. Perché - ha concluso Piccolo - la Juve Caserta ritornerà».

I campioni del passato
Da chi l’ha fondata a chi ha scritto le pagine degli anni d’oro. Nando Gentile e Sergio Donadoni sono stati tra i protagonisti della Juve Caserta che vinceva in Italia e stupiva in Europa a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90. «Che sia diverso rispetto al 1998 - ha dichiarato Gentile - importa poco. La verità è che non c’è più la pallacanestro. Questa è la peggior cosa». «La mia Juve Caserta è morta nel ‘98 - ha esordito invece Donadoni -. Tutto ciò che è venuto dopo, con i vari personaggi che si sono susseguiti non rappresentavano la storia che io, come tutti gli altri di quel periodo, abbiamo scritto». Il pensiero su cosa rappresenti la Juve Caserta per il casertano è però unanime per i due campioni. «So per certo che per un casertano non avere una squadra in serie A è tutto - ha detto Gentile -. La pallacanestro per la città non è solo la partita della domenica, ma rappresentava la discussione dell’intera settimana. Le possibilità per ricominciare ci sono, ma bisogna farlo con le mosse giuste senza commettere gli stessi errori. Quest’anno purtroppo sarà una stagione d’astinenza, speriamo in quelli futuri». «La Juve Caserta ha sempre contato per il casertano perché è un patrimonio di questa città. Patrimonio che con il passare degli anni ha perso il suo valore. La Juve Caserta era giudicata esclusivamente per il risultato sportivo, mentre - ha sottolineato Donadoni - quello che trasmetteva Maggiò era un patrimonio di valori, come l’educazione e la cultura sportiva. Tanti obietteranno che sono cambiati i tempi, ma credo che sulla competenza della dirigenza non vi siano paragoni. E non tutto può essere riportato ai soldi». Bisogna tornare con idee chiare. «Il futuro deve essere il settore giovanile, parte importante - ha evidenziato Gentile - di una società. È la componente su cui bisogna investire a prescindere da che ci sia o meno una squadra in massima serie. È necessario lavorare bene affinché cresca il vivaio e pure i ragazzi». «Mi auguro che la pallacanestro torni presto a Caserta - ha aggiunto Donadoni -, perché in città questo sport ha rappresentato sempre un qualcosa di positivo e di sociale».

I vecchi dirigenti
I vecchi dirigenti: "La fame di basket è evidente se una squadra di serie C
richiama 800 spettatori. Bisogna ricominciare dai giovani"

La sofferenza dei tifosi: "Una mazzata! Manca l'incontro con gli amici
parlando di basket prima, durante e dopo la partita"
La situazione della Juve Caserta è figlia di tante cause, principalmente economiche. Chi l’ha guidata negli ultimi anni conosce perfettamente i sacrifici che occorre fare. «Ho ricoperto la carica di presidente, ma soprattutto - ha esordito Francesco Gervasio - sono un tifoso della Juve Caserta. La seguivo sin da quando ero bambino, e per la mia generazione ha rappresentato l’aspetto più importante della città. Certamente ancora oggi la squadra è un segno distintivo per i casertani, anche se bisogna dare ragione a chi evidenziava che Caserta non è più la città del basket. Basta pensare che ogni anno superava di poco i mille abbonati quando in altre realtà mettono insieme numeri ben più importanti. Per questo è impensabile che una sola persona, con i costi che ci sono, possa reggere la società». «La Juve Caserta ha significato sempre rappresentanza del territorio - ha aggiunto Carlo Barbagallo -. Il problema riguarda l’aspetto economico. Quando tre anni fa feci la proposta di acquistarla e disputare il campionato di A2 fui preso per pazzo. Purtroppo credo di aver avuto ragione. Il mio pensiero all’epoca era quello di scendere di categoria per poter organizzare soprattutto il settore giovanile. Come Juve Caserta e non con altri nomi. È vero che ritornare in massima serie sarebbe stato complesso, ma almeno strutturavi la società nel tempo. E magari grazie a quella scelta oggi staresti disputando comunque un campionato. Il nostro territorio offre ben poco per le realtà sportive, ed è un problema che non riguarda solo il basket. È giusto ambire alle massime serie, ma è altrettanto importante capire con che tipo di imprenditoria ti devi relazionare per sostenere i progetti». «Nello sport in generale mancano i magnati degli anni ’80 - ha commentato Gervasio -, e a Caserta il tessuto imprenditoriale non dà una mano consistente». Barbagallo traccia addirittura la strada da seguire. «Alla base di un progetto futuro non potrà non esserci il settore giovanile. Il vivaio, al di là della possibilità di crearti atleti che possano giocare per la tua squadra, ti dà una spinta economica dal basso che non è indifferente. Si pensa alla retta mensile del ragazzo, ma dietro c’è tutto un indotto che passa per la vendita dei tagliandi ai familiari o l’acquisto di gadget. E se non dovesse rimanere in società, un prodotto delle proprie giovanili può sempre rivelarsi una fonte di guadagno qualora venisse tesserato per un’altra squadra. Il discorso è ampio ma indispensabile». Ha fatto scalpore la presenza di 800 persone a vedere la partita di serie C dei Cedri San Nicola. Segno inconfondibile che il pubblico ha fame di basket. «San Nicola è riuscita ad avere quel seguito per la presenza di Linton Johnson - ha chiarito Gervasio -. Per carattere sono sempre ottimista, purtroppo in questa situazione sono pessimista. Credo che Caserta possa permettersi massimo la serie B, o magari l’A2, oltre diventa difficile immaginarla». «Registrare tale affluenza per una partita delle serie minori sta a significare che Caserta risponde sempre presente quando c’è la pallacanestro. La passione per la Juve Caserta credo non svanirà mai, ma per consolidarla c’è bisogno di un progetto con persone serie, corrette, valide e soprattutto che non lo facciano per visibilità, o peggio ancora per secondi fini. Ma - ha concluso Barbagallo - solo per passione».

Il dolore dei tifosi
I tifosi più di tutti stanno soffrendo questo momento. Così abbiamo raccolto le testimonianze di due sostenitori di vecchia, Pino Greco e Giancarlo Zaza d’Aulisio. Quest’ultimo è stato particolarmente attivo perché fu tra i fondatori dell’associazione pro Juve Caserta due estati fa, mentre quest’anno ha fatto da intermediario con l’imprenditore Oreste Vigorito. «Per noi che abbiamo mangiato pane e basket non andare la domenica al PalaMaggiò - ha commentato Greco - è peggio di un lutto. Avremmo preferito andare a vedere una squadra giovanile purché in massima serie. La partita domenicale era un punto fermo, e proprio in questo inizio di campionato ne stiamo avvertendo la mancanza. Con amici e tifosi abbiamo discusso sul fatto che Caserta senza la pallacanestro è una città morta. Speriamo che la Juve Caserta torni al più presto, anche se capiamo che oggi fare basket è difficile. Gli imprenditori che si avvicinano - ha concluso Greco - lo fanno perché spinti dalla passione». «Non andare a vedere la partita è una mazzata - ha dichiarato Zaza d’Aulisio -. È triste perché manca l’incontro con gli amici per parlare di pallacanestro prima, durante e dopo la partita, oltre a chiacchierarne durante la settimana. Nelle ultime stagioni ognuno ha sbagliato in qualcosa, ma nonostante ciò avrei preferito lottare per altri cento anni per non retrocedere, piuttosto che non vedere più la Juve Caserta. Lo dico con un pizzico di recriminazione nei confronti di quella frangia di tifosi e stampa che preferiva farla scomparire. Caserta è una piccola città, quindi mi stava bene lottare per non retrocedere così come mi accontento della serie B. La rifondazione però passa da chi gestirà la società - ha interrogato Zaza d’Aulisio -. Ma le cordate sbandierate al vento, una dallo stesso sindaco Carlo Marino, dove stanno?».

Il pensiero del giornalista
Il giornalista: "La JuveCaserta per un casertano è un punto di riferimento
insostituibile ma senza risorse adeguate difficile pensare al futuro"
Il cronista Michele De Simone ha seguito la Juve Caserta raccontandone i fasti storici, e sulle somiglianze tra il 1998 ed oggi ha dichiarato che «purtroppo sono storie che si ripetono. Come si è rinati allora si può rinascere anche oggi. Speriamo che il tempo lenisca le ferite attuali. Non so cosa potrà succedere l’anno prossimo, ma mi auguro che si verifichi qualcosa di buono così come se lo augurano tutti gli appassionati di pallacanestro. La Juve Caserta per il casertano è una bandiera, un punto di rifermo - ha aggiunto l’attuale delegato provinciale Coni -. Ovunque si vada in Italia, quando si parla della nostra città si fa subito riferimento alla Reggia, alla mozzarella ed alla Juve Caserta. Perché la squadra si identifica con il territorio». Ma quali sono le sue prospettive future? «Un nuovo progetto deve rilanciarsi con persone appassionate in grado di metterci anche risorse. Questo è indiscutibile perché altrimenti il basket di alto livello non è fattibile. Purtroppo non ci troviamo in un territorio ricco, e non capisco i paragoni che si fanno con altre città. Parliamo di realtà opposte che presentano situazioni economiche molto diverse. Quindi ci si augura che intorno ad un progetto si possano raccordare persone che abbiano risorse da investire, altrimenti - ha concluso De Simone - di cosa stiamo parlando?».

Il futuro
Caserta riparte con i giovani della JC Academy affidati a Di Meglio,
ma i tifosi contestano Iavazzi
I tifosi della Juve Caserta non si capacitano di non essere presenti sulla cartina geografica della serie A. Non avere più la squadra del cuore è un boccone amaro da digerire. In città si uniscono diversi sentimenti. Dall’amarezza di coloro che non si aspettavano una cosa del genere, a quelli che provano solo rabbia verso chi ha causato questo epilogo.
È inutile sottolineare come Raffaele Iavazzi sia finito alla gogna. Non poteva essere diversamente per colore che hanno sperato sino in fondo nel miracolo del ricorso avverso la decisione della Fip, figurarsi quelli che durante la sua presidenza hanno sempre colto l’occasione per contestare. Il desiderio di chiunque è quello di poter tornare quanto prima a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. Fosse solo per vedere una partita di pallacanestro, anche se non della massima serie. Ma almeno per quest’anno il sogno non può avverarsi. E così si spera per l’anno venturo, quando le vicende della piazza casertana possono assumere dei nuovi risvolti.
Per il momento la Juve Caserta, seppur con la società satellite della JC Academy (diverso codice Fip, è bene spiegarlo) di proprietà di Iavazzi, farà solo attività giovanile. Iscritta ai principali campionati d’eccellenza, ha ingaggiato Vincenzo Di Meglio in qualità di responsabile dello scouting. Il settore giovanile bianconero ripartirà dal tecnico che lo scorso anno ha vinto il campionato under 20 con l’Auxilium Torino, e che vanta numerose esperienze con le nazionali giovanili.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 12 gennaio 2017

Le radici della scuola casertana

Tanjevic: 'Gettammo le basi di un progetto che durasse'


di Giovanni Bocciero*


CASERTA - La scuola casertana di allenatori affonda radici ben prima all’ascesa di Marcelletti. «Credo che Franco sia figlio di Boscia Tanjevic - ha commentato Di Carlo -, che fece compiere il salto di qualità alla squadra. Il primo discepolo di quella mentalità fu realmente lui, e tutti noi che portiamo queste stimate, di cui io credo di essere l’ultimo erede, possiamo considerarci a nostra volta suoi figli».
Dunque si può considerare Marcelletti discepolo e maestro allo stesso tempo. E di conseguenza l’impronta che ha distinto la scuola casertana nel corso del tempo la si può far risalire all’hall of famer Tanjevic. «Con molta modestia credo che le basi di questa scuola casertana siano state gettate proprio negli anni in cui ho militato a Caserta - ha esordito il tecnico slavo -, nei quali si è deciso di puntare con decisione su di un progetto duraturo nel tempo. I vari Dell’Agnello, Esposito, Gentile, hanno iniziato da giocatori formandosi prima con me e poi con Marcelletti che ha proseguito in quel progetto. Gli abbiamo trasmesso indubbiamente qualcosa che gli ha permesso di emergere anche in questo ruolo».
BOSCIA TANJEVIC (FOTO BASKETNET.IT)
Ma cosa intravede Tanjevic nei suoi ex giocatori che li accomuna tutti a questa scuola? «Nel guardare le loro squadre giocare si vede una pallacanestro sensata. Si vede tantissimo in tutti loro questa somiglianza al modo di pensare, di scegliere i giocatori, di condurre la squadra, di comandarli, insomma la “mano del coach” che ha caratterizzato quei fantastici anni a Caserta. L’arte del comando - ha sottolineato il coach - è la cosa principale, ovvero essere capaci di guidare un gruppo di gente diversa, che deve pensare e sognare insieme. Questa è la caratteristica che accomuna me, Marcelletti, e tutti gli altri che facevano parte del nostro entourage».
Marcelletti ha comunque iniziato molto prima a svolgere il ruolo di allenatore, insieme all’amico e collega Virginio Bernardi, apprendendo ed ispirandosi anche ad altri modelli di coach. «Fin quando nessuno dei due era un allenatore affermato abbiamo spesso lavorano insieme alla JuveCaserta, dove allenavamo le giovanili. Ci confrontavamo, parlavamo, addirittura litigavamo quotidianamente della pallacanestro - ha raccontato il procuratore -. Prima dell’arrivo di Tanjevic e ancor prima di quello di Giovanni Gavagnin, che è stato il primo maestro di basket giunto a Caserta, ci siamo ispirati a due tecnici che non hanno avuto fama nazionale, ovvero i maddalonesi Ninotto Iodice e Guido Napolitano, oltre all’allenatore casertano per eccellenza che era Romano Piccolo. Successivamente a Napoli era passato un giocatore che era poi diventato allenatore, tale Miles Aiken, che aveva tante cose originali nei suoi allenamenti che io e Franco incuriositi andavamo a vedere rubando tempo all’università. Poi le nostre strade si sono divise, dato che lui è rimasto a Caserta sino alla vittoria dello scudetto mentre io già avevo guidato Desio e Brescia in Serie A. Le storie sono state parallele ma mai si sono intersecate, anche se l’amicizia e la stima non sono mai scomparse».
Questo viaggio raccontato da Bernardi fa capire ancor meglio l’inizio di questa scuola, mutata di certo nel tempo perché «onestamente dal punto di vista tecnico rivedo ben poco. Oggi si gioca un basket diverso, con spaziature e collaborazioni tra due o tre giocatori; prima invece si guardava alla precisione degli schemi in cui tutti fossero partecipi. Nel modo di gestire squadra e partita c’è sicuramente una matrice meridionalistica in Esposito e Di Carlo - ha riflettuto Bernardi -, nel senso che anche dopo un litigio forte basta una parola per tornare amici. Dell’Agnello è invece un po’ più freddo, però essendo stato un grande atleta riesce a stare nella testa dei suoi giocatori e capire un attimo prima cosa stanno pensando. Un allenatore che è nato allenatore, come Di Carlo, pensa subito ad una soluzione di natura tecnica e arriva a capire i giocatori un secondo dopo. Dell’Agnello ed Esposito oggi pensano con una doppia visione».




*per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 4 febbraio 2015

Reportage su Basket Magazine: El Diablo, primo urrà

DAL MENSILE  "BASKET MAGAZINE" DI GENNAIO 2015

El Diablo, primo urrà
La Juvecaserta spera nella rimonta salvezza

Reportage di Giovanni Bocciero

Dall’inferno al paradiso e di nuovo all’inferno. Questo è stato il cammino della Juvecaserta nelle ultime stagioni che hanno visto la società di Pezza delle Noci passare da una situazione economica burrascosa con risultati sportivi alterni a vivere una favola. Con l’avvento di Lello Iavazzi ed il socio Carlo Barbagallo si è investito e costruito un roster che nella passata stagione ha fatto divertire e sfiorato l’accesso ai playoff per la differenza canestri, un cavillo. Poi le premesse per la nuova annata, la prospettiva di ripetere e addirittura migliorare il risultato di appena dodici mesi prima che si sono frantumati come uno specchio, sciolti come neve al sole a causa della partenza ad handicap tra infortuni vari.
Vincenzo Esposito (Foto Gianfranco Carozza)
 A suon di sconfitte e record negativo che si aggiornava di domenica in domenica si è arrivati ad un collasso generale dell’ambiente tra tifosi inferociti e le “sliding doors” del Pala Maggiò che accoglievano nuovi coach e giocatori mentre ne salutavano altri, tra scelte societarie rivedibili. «Non ho mai visto una situazione del genere nemmeno quando si giocava in C o in B prima di Maggiò, e neanche negli anni ’60» racconta il decano dei giornalisti casertani Romano Piccolo che di partite ne ha viste e di stagioni ne ha seguite, «in realtà non penso ci siano state molte situazioni del genere nel basket italiano. La Juvecaserta è anche una squadra discreta per come è stata rifondata, ma tutto ciò influisce decisamente sul morale perché il basket è uno sport psico-fisico e il morale, appunto, è un fattore molto importante. L’entusiasmo o al contrario la demoralizzazione sono due opposti fondamentali, e vedo una squadra demoralizzata, non demotivata, perché le motivazioni loro ce l’hanno ma non hanno la forza per metterle in pratica».
«Sinceramente è una stagione molto travagliata» analizza il coach Franco Marcelletti, «in cui non si è riuscito a trovare una squadra equilibrata per problemi ovviamente legati ai tanti cambi. Il basket è un gioco particolare fatto di ripetizioni, conoscenza reciproca, movimenti automatici e con tante sostituzioni tutto ciò diventa complicato da far conciliare». L’allenatore dello storico scudetto del ’91 conosce l’ambiente e soprattutto Enzo Esposito: «la città carica la squadra sempre. Enzo si trova chiaramente in una situazione difficile e le sue scelte le sta facendo. Basta pensare al taglio di Young, molto coraggiosa e non facile immagino, ma che dimostrano una certa personalità. Per salvarsi bisogna vincere le partite, c’è poco da fare, e questo a livello psicologico ti permette di acquistare fiducia».
Marco Mordente (Foto Gianfranco Carozza)
Ma quale è stato il “peccato originale” commesso da dirigenza e staff tecnico nella formazione della squadra?
«La risposta è difficilissima perché se lo avessimo capito saremmo intervenuti prima» dichiara Carlo Barbagallo. «Ci sono una serie di fattori che hanno inciso negativamente. Forse l’errore è stato l’aver scommesso su alcune conferme e l’aver inserito qualche atleta che non rispecchiava sia dal punto di vista atletico che tecnico la squadra dello scorso anno». Ci sono stati diversi ribaltoni che hanno portato a scelte forse troppo affrettate, ma adesso Esposito sembra il timoniere giusto. «Agli esoneri va sempre vista la reazione dei giocatori e che rapporto ha il coach all’interno dello spogliatoio» commenta l'ex presidente della Juvecaserta, «questa è una cosa che in uno sport di squadra è basilare e quando un coach non ha seguito, al di là dei risultati, è inutile perseverare. Mi auguro che Enzo riesca nella missione salvezza. È bravo ed è seguito dal gruppo, per questo sono fiducioso».
L’ultimo anello di congiunzione “tecnica” tra passato e presente, dopo l’esonero di Molin e le dimissioni di Atripaldi, è Giacomo Baioni. «La squadra costruita sugli auspici quali spazziature, passarsi la palla, avere una identità difensiva purtroppo non si è ripetuta» spiega l’assistant coach. «Abbiamo cambiato cercando d’innalzare l’asticella della qualità dei singoli, e di conseguenza avere un collettivo migliore. Quest’ultima edizione della squadra, più europea e vicina al nostro stile di gioco, ha limiti tecnici e fisici ma non a livello di dedizione. L’anno scorso sulle ali di entusiasmo, atletismo, gioventù e gambe fresche riuscivamo a passare sopra le difficoltà, tutta una serie di prerogative che pensavamo di avere anche quest’anno. Bisogna però voltare pagina, guardare avanti e cercare di trovare la salvezza con le armi che possediamo adesso».
Michele Antonutti (Foto Gianfranco Carozza)
Nello scontro salvezza con Pesaro la Juvecaserta è riuscita a vincere la prima gara della stagione. Ovvio che la rinascita in questo disgraziato torneo porta il nome e cognome di Enzo Esposito, che abbiamo intervistato.
La vittoria rappresenta una boccata d’ossigeno, inizia adesso il vostro campionato?
«È indubbio che avevamo bisogno di una vittoria per continuare a credere nella salvezza, per prendere fiducia e non vedere sempre tutto nero. È stata molto importante dal punto di vista del morale e anche della crescita tecnica».
Quanto influenzerà in palestra il fatto di essersi sbloccati?
«La squadra ha sempre lavorato molto bene, con intensità e serietà, cercando sempre la vittoria. Purtroppo per mancanza di coesione o per sfortuna questa non arrivava. Dal punto di vista dell’impegno e dell’atteggiamento i ragazzi non sono mai mancati, e il lavoro non cambierà».
La pausa per l’ASG vi permetterà di migliorare ulteriormente?
«Ci servirà tanto per poter lavorare con la possibilità di recuperare qualche acciacco e parallelamente continuare a crescere come squadra».
Il girone di ritorno inizierà con Roma, ma avrete gare in casa proibitive contro Milano, Sassari, Reggio Emilia e Venezia, e trasferte fratricide a Pistoia, Varese e Pesaro, cammino tutto in salita?
«Parlo di miracolo proprio perché quando si parte da un record di 1-14 tutto è complicato. Le nostre partite saranno praticamente delle finali. Non guardiamo a quante gare abbiamo da giocare in casa e fuori, senza tener conto neppure del dove, come e quando».