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martedì 31 gennaio 2023

Speciale. Livorno e il basket: un amore senza fine

Alle radici della pallacanestro labronica con Pielle e Libertas che sono tornate e lottano per la promozione in A2 dopo anni di anonimato lontane dalle serie maggiori. Una storia antica che si rinnova e che stimola rivalità mai sopite

Quasi ottomila spettatori per un derby

dal clamoroso record in serie B

Il basket a Livorno nasce nel dopoguerra grazie alla presenza di una base americana trovando subito terreno fertile e grandi campioni


di Giovanni Bocciero*


LA PROVINCIA è da sempre una preziosa risorsa per tutto il movimento cestistico italiano. È quel terreno fertile dove si sono scritte, e si continuano a scrivere, pagine importanti della nostra pallacanestro. Storie e personaggi che si fanno portabandiera di decine di comunità, che rendono romantico quanto mai questo gioco. E Livorno è senza alcun dubbio uno di quei fantastici luoghi dove queste storie prendono vita. Dalla storica quanto amara finale scudetto persa dalla Libertas nel lontano 1989, all’ultimo derby contro la Pielle che ha visto quasi 8 mila spettatori prendere d’assalto il Modigliani Forum, proprio come succedeva con l’allora PalaAllende. C’è un filo rosso che unisce però quegli anni a quelli odierni, e non solo per un clima al palazzo dall’illustre passato.

Livorno, una passione mai morta: una panoramica dei sostenitori
sugli spalti nel derby di dicembre (Foto ufficio stampa Libertas Livorno)

Un’eredità tramandata da padre in figlio, da Andrea Forti guardia della Livorno arrivata ad un canestro dallo scudetto, a Francesco Forti play della rinascente Libertas. «Soprattutto in questi ultimi anni, da quando il basket livornese si è riaffacciato sul panorama nazionale, è stata ricordata in diverse occasioni la finale di papà - ha esordito Francesco Forti - che per motivi anagrafici ho vissuto solo per sentito dire. Situazione analoga a quegli anni è di sicuro la voglia dei tifosi di venire al palazzetto per vedere le partite, sia in casa che in trasferta. È un affetto il loro non così scontato, perché il gruppo di sostenitori di sicuro più solido deriva da quei tifosi che andavano a fare il tifo per mio padre, e quindi hanno una certa età. Ma la loro passione che non si è mai affievolita ha portato a coinvolgere molti giovani, e questo è stato un bene per la città tutta, smuovendo l’intero ambiente».

«La pallacanestro a Livorno è sempre stato il pane quotidiano nelle case dei livornesi - ha dichiarato Tommaso Fantoni, altro giocatore livornese doc che oggi gioca per la Libertas -. Soprattutto negli anni ’80, quando c’erano due squadre di alto livello in serie A, si percepiva più interesse per il basket che per il calcio. Questo ha fatto sì che in città si respiri questa grande tradizione cestistica anche perché, nonostante nell’arco della storia ci siano state fusioni o fallimenti come un po’ ovunque, qui si mastica pallacanestro da molto molto tempo». Fantoni è stato tra gli ultimi ad aver giocato in massima categoria con un club della città. «Ho disputato l’ultima stagione di serie A 2006/07 con il Basket Livorno, e ricordo ancora l’inaugurazione del Modigliani Forum, strapieno, che fu una emozione strepitosa. Quella era una squadra esente dalla rivalità tra Libertas e Pielle, e rappresentava la città in toto. Quindi veniva seguita un po’ da ambo le parti, da quei tifosi che continuavano ad amare la pallacanestro e che non si erano offesi del fatto che c’era stata la fusione, a differenza di molti che - ha ricordato il giocatore libertassino - non seguirono più le vicende del basket perché non volevano stare insieme ai cugini».

Oggi il derby è più vivo che mai. Lo dimostrano non solo gli 8 mila spettatori che, per una gara di serie B è un vero e proprio record, ma soprattutto l’atmosfera che c’è intorno. Una sfida rianimata dalle grandi ambizioni di entrambe le formazioni livornesi, che si stanno giocando le prime posizioni in classifica. E questo ha portato intere famiglie e diverse generazioni a ritornare ad affollare le tribune. Nonni, padri, madri, figli e nipoti che alimentano la passione per la rispettiva fede, e per il basket in generale. Ma soprattutto per quella che può essere a tutti gli effetti definita la ‘festa di Livorno’, visto che l’evento ha attirato anche semplici appassionati che non parteggiano né per la Pielle né per la Libertas, ma che amano profondamente la loro città.

«Una squadra tira l’altra. È questa la pozione magica che è avvenuta in questi tre anni - ha analizzato Forti -, con l’approdo della Libertas in serie B che ha portato la Pielle ad investire nel corso di queste stagioni. E il fatto che oggi siano insieme è la soluzione migliore, perché questa rivalità sia nel panorama nazionale che cittadino spinge a migliorarsi sempre di più». «La passione non è tramontata, e per me che sono ritornato a giocare a Livorno quest’anno - ha aggiunto Fantoni - è stata una enorme e piacevole sorpresa. Non mi aspettavo un seguito di oltre 2 mila spettatori nelle partite di cartello, che per una serie B sono davvero tante. Questo è possibile grazie alle nuove leve che frequentano il palazzetto, e grazie anche ad una buona promozione nelle scuole, con la passione che si tramanda da genitore in figlio. Per questo sono rimasto a bocca aperta».

Pensieri che, espressi da due livornesi possono anche sembrare ovvi. Ma se a rimanere esterrefatto della passione che si respira in città per la pallacanestro è un giocatore esperto, che in carriera ha militato in diverse piazze calde, allora bisogna crederci senza indugiare. Il trevigiano Federico Loschi, ingaggio di spessore della Pielle, sa bene cosa significa vivere per la palla a spicchi, e infatti «ho firmato a Livorno proprio per la passione che c’è in città per la pallacanestro. Dopo due anni alla Real Sebastiani Rieti volevo tornare in A2 ma non c’era nulla di così allettante rispetto a quello che si prospettava come giocare il derby tra Pielle e Libertas, che già l’anno scorso ha richiamato circa 4 mila spettatori e quest’anno il doppio. Avendo giocato a Rieti, e nel mio passato anche a Scafati, a Brescia, a Trieste, amo queste realtà dove si sente molto il basket. Però di sicuro non mi aspettavo che Livorno fosse così empatica con i giocatori, e questo si vede nel fatto che ovunque vai e con chiunque t’incontri finisci per parlare di basket».

Non sono solo frasi fatte, è la quotidianità di una comunità che è legata in maniera inscindibile alla pallacanestro. Per questo «mi capita praticamente sempre di incontrare persone con cui parlo di basket, sia che tifano Pielle oppure Libertas - ha continuato Loschi -. Avendo due bambini e la mia compagna che mi segue ovunque, faccio una normale vita familiare. Dunque vado dal macellaio che è libertassino, e col quale prima del derby ci siamo scambiati delle battute. Oppure c’è il tabaccaio che è piellino e così non ti fa pagare. È assurdo che ovunque vai si respiri questa atmosfera. Mi è capitato addirittura di fermarmi in un alimentari a caso dove una signora mi ha riconosciuto e mi ha detto che gioco per la vera squadra di Livorno, riferendosi ovviamente alla Pielle. I livornesi vivono proprio per questo derby, per questo dualismo, ed è una roba incredibile che senti ovunque in città».

Il bel colpo d’occhio dell’ultimo derby tra Libertas e Pielle ha permesso di riaccendere le luci su una piazza che manca da troppo tempo nel basket che conta. Una piazza che può esprimere addirittura due squadre di gran livello, e che sono entrambe ambiziose. «Come Libertas abbiamo l’ambizione di riportare la squadra e la città dove le compete, e dunque il sogno è di ritornare in serie A il prima possibile - ha dichiarato Forti -. Importante è organizzare tutte quelle cose necessarie per riuscire ad essere un club di alto livello, dalla dirigenza al palazzetto». «Gli obiettivi sono di sicuro a scalare. Dato il campionato che affrontiamo vogliamo arrivare nelle prime quattro posizioni - ha aggiunto Fantoni -, che ci permetterebbe di arrivare ‘al bello’ con la disputa dei playoff. Questo sarebbe già un buon risultato nella programmazione della società che è rinata dalle proprie ceneri e si sta facendo le ossa. Se arrivasse la promozione ben venga, altrimenti resteremo in cadetteria con l’intento, grazie alla proprietà, di affrontare sempre al meglio un campionato che sarà ancora più assottigliato vista la riforma di quest’anno».

Il derby dell'8 dicembre al PalaModigliani è stato vinto dalla Pielle 61-59
La rivincita è in programma il 5 aprile (Foto ufficio stampa Libertas Livorno)
 

Se sulla sponda Libertas si punta alla promozione, senza alcun timore di essere smentiti, anche dal lato Pielle si nutrono forti aspettative su quello che potrebbe essere il salto di categoria. «Ad inizio anno, quando sono stato presentato, quasi non conoscevo nessuno dei nuovi compagni di squadra, eppure - ha dichiarato Loschi - si parlava di grandi ambizioni. Venendo da due anni dove con Rieti ho giocato nella squadra più forte del campionato, senza riuscire a vincerlo, puntare alla promozione mi sembrava difficile. Invece, allenandomi tutti i giorni con loro da sei mesi ormai, mi sono reso conto che dobbiamo e possiamo arrivare fino in fondo. Siamo una squadra giovane, che si allena bene, e adesso che ci siamo fatti un’idea più concreta del campionato affrontando anche formazioni forti ed importanti, posso dire che possiamo vincere». Causa infortunio, Loschi è stato costretto a guardare il derby da fuori, ma scalpita nel rientrare per prendersi tutto l’affetto della sua tifoseria. «A livello personale sono infortunato da abbastanza tempo, quindi con la ripresa del campionato rientro quasi come fossi un nuovo acquisto. Ma ho dato tutto quello che potevo prima di fermarmi e darò tutto quello che posso adesso che ritorno - ha concluso il giocatore piellino - essendo comunque uno dei due giocatori più esperti del roster».


Come eravamo: Fantozzi, Dell'Agnello e quegli anni ruggenti

LIVORNO manca da ben sedici anni in serie A. Era la stagione 2006/07 quando il Basket Livorno terminò il campionato in ultima posizione facendo scivolare un’intera piazza nel dimenticatoio della pallacanestro italiana, pur provando più volte a rinascere dalle sue stesse ceneri. Il basket livornese è comunque un punto di riferimento importante per il movimento cestistico nostrano, tant’è che fonda le proprie radici «nel dopoguerra, grazie all’influenza proveniente dalla base americana - ha ricordato Alessandro Fantozzi - situata nei pressi della città. Questo fece conoscere e poi sviluppare questo amore e questa passione per il basket divenuta col tempo inscindibile per il mondo sportivo livornese. Questo legame storico con la pallacanestro ha rappresentato, e rappresenta, la città di Livorno».

Nel 1947 nasceva la Libertas, con la quale Fantozzi ha disputato la finale scudetto del 1989; la Pielle vedeva la luce invece nel 1960 (come Portuale), arrivando a lanciare negli anni successivi Sandro Dell’Agnello, per il quale «la pallacanestro a Livorno ha una storia di lunga data, consolidata nel tempo, con gli appassionati sempre pronti a seguirne le vicende con grande passione e fermento. Ovvio che gli si deve presentare un qualcosa di accattivante. Quest’anno le due principali squadre livornesi hanno allestito due roster molto competitivi e i risultati, in campo e fuori, si stanno vedendo. Specialmente nel derby che è una rivalità storica e lontana negli anni».

Terza in comodo, con molti più successi a livello giovanile, la Don Bosco, che ha comunque contribuito a rendere importante Livorno nel panorama cestistico nazionale. Pielle e Libertas hanno raggiunto l’apice negli anni ’80, disputando degli storici quanto accesi e bellissimi derby in massima serie. Successivamente entrambe le società sono fallite, con una costola della dirigenza Libertas che assorbendo proprio la Don Bosco ha provato a far ripartire la vecchia realtà, divenuta poi una fusione delle varie compagini. Cosa che ha portato alla nascita del Basket Livorno, per certi versi la squadra che rappresentava tutta la città, e che è stata l’ultima formazione ad aver calcato i parquet di serie A, prima di fallire nel 2009. Nel 2000 intanto, la Pielle ha provato a rinascere dalle sue ceneri. Ha iniziato a disputare i campionati di livello più basso, venendo promossa prima in serie D nel 2007, poi in serie C2 nel 2014, e infine in serie B due stagioni fa dopo aver sfiorato in due occasioni precedenti la promozione, una proprio contro gli acerrimi rivali.

«In tutte le città dove c’è una grande passione per uno sport, nel momento in cui ci sono due fazioni, il derby diventa un momento di grande coinvolgimento per tante persone - ha continuato Dell’Agnello - che magari normalmente se ne disinteressano. La rivalità tra Pielle e Libertas non si è mai sopita, e adesso che può essere rinverdita ad un ottimo livello, con due squadre che stanno primeggiando in serie B, la gente è ancor più partecipe e si fa sentire. Quello che mi fa piacere e che mi è stato raccontato, non potendo essere presente al derby, è che il Modigliani Forum, che è uno degli impianti più belli d’Italia, era pieno. E nonostante il grande afflusso di pubblico tutto si è svolto in un clima di grande correttezza. Questo mi rende felice due volte, sia per il folto pubblico che per la correttezza che hanno tenuto le due fazioni, tra di loro molto rivali».

Coach Sandro Dell'Agnello, livornese doc,
nell'immagine ai tempi di Caserta (Foto Iodice)

L’ultimo derby di Livorno disputato lo scorso 8 dicembre ha suscitato davvero tanto clamore, soprattutto a livello mediatico. Ha fatto così tanto da cassa di risonanza, riposizionando la città sulla mappa della nostra pallacanestro, che è stata strappata alla federazione la promessa di disputare il prossimo impegno della nazionale. Italia che affronterà l’Ucraina il prossimo 23 febbraio, in occasione dell’ultima finestra Fiba per le qualificazioni al Mondiale 2023. Obiettivo già raggiunto dagli azzurri del ct Pozzecco. E proprio il Modigliani Forum potrebbe fare da cornice a quell’incontro: manca l’ufficialità, ma ci sono tutte le premesse affinché ciò si realizzi.

Dopo il primo fallimento, la Libertas ha salvato il patrimonio del settore giovanile unendosi alla Liburnia, realtà nata nel 1979. A piccoli passi, nel 2017 è arrivata la promozione in serie B. Un traguardo macchiato però dalla successiva doppia retrocessione sino alla C Silver. Così nel 2019 è stata rifondata l’attuale Libertas, che ha acquistato il titolo del campionato cadetto dalla Stella Azzurra Roma, e nelle ultime due stagioni ha sfiorato il salto di categoria in A2. «Il derby è uno scontro che va al di là dello sport. È una stracittadina - ha aggiunto Fantozzi - che ha luogo in un comune comunque piccolo come quello di Livorno, con le passioni e la voglia di confrontarsi che ricade anche e soprattutto nei rapporti tra famiglie. Ai tempi d’oro, quando Libertas e Pielle militavano entrambe in serie A, non c’era una famiglia che non avesse qualche tifoso per l’una o l’altra squadra. Oltre ad esserci fidanzati che magari erano delle parti opposte e che per un giorno o una settimana non si parlavano. Questo fa parte anche della goliardia livornese e del nostro modo di essere molto passionali».

L’elenco dei protagonisti della nostra pallacanestro che ci ha regalato la città di Livorno è davvero molto lungo, tra giocatori e allenatori. Dell’Agnello ha iniziato la sua carriera di tecnico proprio con il Basket Livorno, guidato per tre stagioni fino al fallimento. Fantozzi si è ritirato da atleta a 44 anni giocando in serie C con la Libertas Liburnia, mentre nella passata stagione ha allenato la rinata Libertas. Segno inconfondibile che da livornesi doc sono rimasti legati alla loro identità.

«La pallacanestro livornese sta avendo un bell’impulso con le nuove realtà - ha osservato Fantozzi -, ed è evidente dal folto pubblico che ha partecipato all’ultimo derby. Le società attuali stanno facendo degli sforzi per cercare di rispolverare gli antichi fasti dei due club. È un percorso non semplice, dove si intrecciano tante componenti, ma la speranza da livornese è che si possa ritornare a vedere un derby in serie A. È una cosa estremamente complicata e difficile - ha concluso il libertassino -, ma la speranza è l’ultima a morire». «L’auspicio è che ci siano le basi affinché la città possa rivedere la pallacanestro in serie A. La toccata e fuga non servirebbe a nessuno - ha dichiarato il piellino Dell’Agnello -, per questo auguro ad entrambe le società di consolidarsi sempre di più e che possano presto riportare la massima categoria in città».


* per la rivista Basket Magazine

mercoledì 12 maggio 2021

Speciale. Trent'anni fa lo Scudetto di Caserta

La Stella del Sud - Il 21 maggio 1991 Marcelletti, Gentile ed Esposito portavano per la prima volta al Sud il titolo italiano battendo la Philips di Mike D'Antoni

JUVE CASERTA, LO SCUDETTO DEL RISCATTO

Il presidente dell'epoca Gianfranco Maggiò, il coach Franco Marcelletti e il capitano Nando Gentile, rievocano l'impresa della squadra che superò le tradizionali potenze del Nord a coronamento di cinque anni esaltanti. Una storia che inizia per la passione e il coraggio di Giovanni Maggiò e con un Palasport costruito in soli cento giorni

Tanjevic, Sarti, Giannoni gli altri artefici di un miracolo costruito valorizzando i talenti locali. La svolta si ebbe rinunciando ad Oscar e Glouchkov e dando fiducia a Marcelletti, un altro casertano. Orgoglio per il glorioso passato, amarezza per un presente modesto, ma Gentile è al lavoro per restituire alla città le emozioni di un tempo.



di Giovanni Bocciero*



Il roster dei Campioni d'Italia (Foto archivio Carlo Giannoni)
Sergio Donadoni (guardia, 1969, 200 cm), Tellis Frank (ala, 1965, 207 cm), Cristiano Fazzi (play, 1972, 181 cm), Francesco Longobardi (guardia, 1969, 200 cm), Massimiliano Rizzo (centro, 1969, 204 cm), Giacomantonio Tufano (centro, 1969, 208 cm), Vincenzo Esposito (guardia, 1969, 194 cm), Sandro Dell'Agnello (ala, 1961, 203 cm), Ferdinando Gentile (play, 1967, 190 cm), Charles Shackleford (centro, 1966, 207 cm), Allenatore Franco Marcelletti, Assistente Maurizio Bartocci, impiegati anche Damiano Faggiano, Giuseppe Falco, Claudio Acunzo, Luigi Vertaldi e Virgilio Vitiello


21 MAGGIO 1991. Non c’è casertano che non sappia cosa è successo quel giorno. Una data che si ricorda come il proprio compleanno. Quel giorno rappresenta un pezzo di storia per la città di Caserta che festeggiava la vittoria dello scudetto grazie all’impresa della Juve. Un obiettivo rincorso a lungo e raggiunto come il finale di un libro giallo. Tutti conosciamo tutto a riguardo. A distanza di trent’anni però, questo è un anniversario davvero importante, intriso di orgoglio ma anche di malinconia, con la speranza di poter tornare a rivivere emozioni di quel genere. Un avvenimento rappresentativo, oggi più che mai, come l’emblema della piccola provincia italiana che riesce a competere e addirittura a vincere contro le corazzate soprattutto del Nord Italia. Quel trionfo è stato reso possibile grazie alla visione di un uomo, il Cavaliere Giovanni Maggiò, che ha trascinato i propri collaboratori e investito nella costruzione del PalaMaggiò. Impianto imprescindibile per i risultati raggiunti dalla Juve Caserta e per questo un tutt’uno con il tricolore.
«Più passano gli anni e più ci si rende conto che - ha esordito Gianfranco Maggiò - è stato fatto qualcosa di straordinario. Naturalmente c’è orgoglio e soddisfazione per aver realizzato un vero e proprio sogno. E man mano che passano gli anni, appunto, si capisce meglio la portata di ciò che è stato realizzato. Non posso nascondere che oltre all’orgoglio per quanto è stato fatto c’è anche una certa amarezza nel vedere che il teatro dove è stato realizzato tutto ciò, ovvero il PalaMaggiò, è stato in qualche modo abbandonato. Dico questo perché le due cose sono collegate. Lo scudetto, ovvero il sogno raggiunto, non si sarebbe realizzato senza quell’impianto».

IL PALAZZO, COSTRUITO IN CENTO GIORNI pur di garantire la serie A alla squadra e alimentare quel sogno nel quale ha creduto da pioniere Giovanni Maggiò. Il presidente visionario che purtroppo, come altri protagonisti della scalata della Juve Caserta, non ha potuto festeggiare il successo perché strappato alla vita. «Lo scudetto è soprattutto di mio padre - ha smorzato Gianfranco Maggiò -, perché se non ci fosse stato lui, con il suo coraggio, con la sua capacità di trascinare i collaboratori, con l’intuizione di realizzare il PalaMaggiò non saremmo mai arrivati a quel punto. Detto ciò, una delle più grandi soddisfazioni che ricordo quando abbiamo vinto è quella della premiazione, che avvenne a Caserta nel mese di settembre perché prima non si premiava a fine gara. Ebbene, a questa premiazione parteciparono molti degli atleti che avevano giocato per la Juve Caserta addirittura in serie C. Segno che quando si raggiunge un risultato del genere il merito è di tutti quelli che hanno lavorato per tale obiettivo. C’è stato un pianeta, ovvero Giovanni Maggiò, intorno al quale hanno girato molti satelliti che hanno contribuito ad illuminare la scena. Alcuni si sono elevati al di sopra degli altri, come Tanjevic che è stato un pilastro fondamentale, così come Oscar che ha tracciato la strada ai giovani, così come i dirigenti Sarti e Giannoni che sono stati importanti nella costruzione dell’intera società».
L’unica amarezza può essere derivante dal fatto che quel trionfo ha rappresentato l’apice di un percorso lungo e faticoso, piuttosto che l’inizio di una serie di altri importanti successi. «Lo scudetto è stato raggiunto dopo vent’anni di lavoro, di sacrifici, ed era inevitabile che quel successo rappresentasse l’apice di tutto. In seguito qualche errore può essere stato commesso - ha continuato Gianfranco Maggiò -, ma resto dell’idea che l’entrata della pallacanestro nel professionismo con la legge del ‘91, coincisa proprio con la vittoria del nostro scudetto; e poi la sentenza Bosman del ‘94 abbiano tarpato le ali ad una società come la nostra che aveva fondato tutta la sua attività sul settore giovanile, e dunque sulla crescita dei ragazzi in casa. Queste nuove normative e regolamentazioni hanno vanificato la nostra programmazione facendo lievitare i costi. Noi avevamo anche l’onere del fabbricato sulla gestione della società e quindi praticamente quello che poteva essere un punto di arrivo, ma contemporaneamente un punto di partenza per il futuro, è andato in contro a delle difficoltà di natura imprevedibile che hanno fatalmente modificato in maniera quasi irreversibile tutto il programma che era stato fatto».

Il gm Giancarlo Sarti, il presidente Gianfranco Maggiò,
il coach Franco Marcelletti (Foto archivio Carlo Giannoni)

ALLA PARI DEGLI ATLETI IN CAMPO, il PalaMaggiò è stato un pezzo del puzzle che ha permesso alla società bianconera di raggiungere le vette del basket italiano ed europeo. E non si può scindere dalla vittoria dello scudetto. «Ricordo perfettamente che quando incontrai i dirigenti del Real Madrid ad Atene per la finale di Coppa delle Coppe - ha rivelato ancora Gianfranco Maggiò - loro ci dissero che ammiravano la nostra società non solo per la squadra di livello ma soprattutto per il fatto che ci eravamo dotati di un nostro palazzo molto avveniristico e funzionale per l’epoca».
Ed è proprio per garantire un futuro all’impianto che Gianfranco Maggiò ha ricoperto nelle ultime stagioni il ruolo di presidente onorario della Juve Caserta. Mentre oggi, da osservatore esterno, guarda con fiducia al nuovo club cittadino della JC Academy impegnato in C Silver. «Ho ricoperto quel ruolo nella vecchia società con la speranza di riuscire in qualche modo a dare una mano alla risoluzione del problema legato al PalaMaggiò. Purtroppo non ci sono riuscito e ne sono dispiaciuto. In questo momento non ho nessuna paura che la pallacanestro possa perdersi a Caserta perché sono molto fiducioso della nuova società del presidente Farinaro, persona serie e dalla grande passione ed etica. Finalmente vedo la Juve Caserta in buone mani. Anche se si deve ripartire dalla serie C, ricostruendo l’attività giovanile, il presidente e i suoi collaboratori hanno le capacità, l’umiltà e l’ambizione per riuscirci. Bisogna avere pazienza perché non si può fare tutto dalla sera alla mattina».

LA VITTORIA DELLO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha avuto il merito di avere come protagonisti tanti casertani, dal coach Franco Marcelletti al play Nando Gentile, alla guardia Enzo Esposito, a Sergio Donadoni. Persone che non solo competevano per vincere, ma anche per portare in alto il nome della propria città.
«È stata una grande soddisfazione, ancor più grande per me che sono casertano - ha esordito Marcelletti -, perché abbiamo fatto qualcosa paragonato ad un miracolo, ma che di miracolo ha ben poco. Per arrivare a quello scudetto ci sono stati anni e anni di duro lavoro, nei quali abbiamo affrontato e battuto avversarie come Milano, Roma, Cantù, Pesaro. Tutte squadre che giocavano una pallacanestro di altissimo livello. E se ci siamo riusciti è grazie al progetto iniziato dal presidente Giovanni Maggiò che ha garantito la costruzione del palazzo senza il quale non si sarebbe potuto giocare in serie A».
Il percorso della Juve Caserta è stata una gran bella avventura, destinata però come tutti i cicli a finire. «Negli anni di Tanjevic, con la promozione in A, e poi successivamente con me siamo sempre stati tra le prime in classifica arrivando a giocarci tante finali. Non so se dopo la vittoria dello scudetto si sarebbe potuto fare di meglio - ha spiegato Marcelletti -, perché comunque essere costanti comporta tanti costi e la famiglia Maggiò ha fatto davvero tanto. Quasi ogni grande piazza del nostro basket ha affrontato momenti difficili ed è dovuta ripartire dal basso. Ricordo che Gianfranco Maggiò rifiutò offerte stellari da Roma per Gentile, tutto per realizzare il sogno scudetto. La scomparsa del cartellino nel ‘96, ha rappresentato di sicuro uno svantaggio per una società come Caserta che puntava molto sulla valorizzazione dei giovani ritenuti un patrimonio».
In città l’amore per la pallacanestro non potrà mai scomparire, neppure a distanza di anni. Ne è convinto Marcelletti che «parlo con tanti amici casertani e la passione per la pallacanestro non scompare. Oggi in città oltre alla nuova società ci sono tanti piccoli centri minibasket che mantengono vivo questo sentimento. Quindi la cultura cestistica non abbandonerà mai la città, anche perché se stiamo a parlare dello scudetto dopo trent’anni significa che il seme che abbiamo piantato è ancora vivo. Ma per ritornare ai fasti del passato c’è bisogna di giovani dirigenti e giovani allenatori che facciano crescere giovani giocatori».

Nando Gentile, scugnizzo trascinatore della Juve Caserta tricolore
(Foto archivio Carlo Giannoni)

LO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha forse davvero poco di miracoloso, ma resta purtroppo un successo unico nel suo genere. «Dopo trent’anni si parla ancora di quello scudetto perché è stato un evento unico - ha commentato Gentile -, rimasto indelebile per tutti noi che l’abbiamo vissuto in prima persona e che è rimasto dentro a tante persone che ci hanno sostenuto».
Gentile era l’astro nascente, frutto di un lavoro encomiabile con il settore giovanile. «La vittoria del campionato del ‘91 è stato il risultato dei sacrifici e del lavoro di anni. Punti cardine di tutto ciò la costruzione del palazzetto e il lavoro di crescita su ragazzi casertani e campani - ha continuato l’ex playmaker - come eravamo tanti di noi. Nell’arco degli anni siamo passati anche attraverso delle sconfitte, e l’apice è stato sicuramente quel trionfo. Poi è successo quello che è successo».
Oggi Gentile è impegnato in prima persona nella JC Academy, con l’obiettivo di preservare il patrimonio cestistico cittadino. «Sono passati trent’anni ed è normale che siano cambiate tante cose, dalle singole situazioni alle persone stesse. Le società sono cambiate ma credo che la voglia della gente di fare ancora pallacanestro a Caserta non è diminuita. Vedo che c’è ancora tanta passione, ed è quello che stiamo cercando di fare noi con l’Academy, ricostruendo la vecchia impronta dello storico club. È difficile rifare tutto ciò che è stato fatto perché si trattava di un momento particolare. L’importante ora è che ci sia la voglia di fare, di costruire, di lavorare. Lo sport è dedizione - ha concluso Gentile -, e Caserta se lo merita perché è una città che ha sempre vissuto di basket».



PROTAGONISTI - Dell’Agnello: Per Caserta e per il Sud ha rappresentato il colpo del secolo 

Cresciuto in casa ma venuto da lontano, per questo casertano d’adozione, Sandro Dell’Agnello è stato tra i principali protagonisti del tricolore.
«Di quello scudetto se n’è parlato così tante volte che credo non si possa dire nulla che non si sappia già. L’emozione per quel successo - ha dichiarato Dell’Agnello - è stata grande anche e soprattutto perché eravamo una squadra identificata completamente nella città che, fino a quel momento, non aveva vinto niente di importante. Per Caserta, ma per il Sud intero, ha rappresentato il colpo del secolo».
Un successo reso possibile grazie a tutta una serie di fattori. «Lo scudetto è stato l’apice perché grazie a Giovanni Maggiò, alla società e a chi ha lavorato in quegli anni tra allenatori e giocatori, hanno costruito una squadra che partendo dall’A2 ha primeggiato in Italia. Il pizzico di fortuna è stato avere in roster due giocatori importanti nati a Caserta (chiaro riferimento a Gentile ed Esposito). La cosa fantastica sarebbe stato se quella vittoria avesse rappresentato il punto di partenza per altri successi. Purtroppo le vicende societarie e i risultati degli anni successivi hanno impedito tutto ciò».
La passione del tifo è ovviamente influenzata dai risultati. Lo sa bene Dell’Agnello che a Caserta è ritornato nelle vesti di allenatore. «Come qualunque città che perde uno sport di primo livello è possibile che possa esserci una dispersione della passione. Negli anni in cui sono ritornato a Caserta per allenare ho avvertito che la passione e l’attaccamento al basket erano comunque vivi. Paragonarli a quegli anni - ha concluso Dell’Agnello - è però impossibile».

Sandro Dell'Agnello nella finale con Milano
(Foto archivio Carlo Giannoni)

PROTAGONISTI - Donadoni: Eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro

Se c’è un giocatore che ha davvero vissuto, e contribuito, alla crescita della Juve Caserta questo è Sergio Donadoni. All’inizio degli anni ‘70 era già nel giro della prima squadra dopo essersi messo in mostra tra le fila delle compagini giovanili.
«La vittoria dello scudetto è stata una grande soddisfazione. Ho sempre preso le cose come una sfida personale perché voglioso di dimostrare quanto valevo. Sapevo - ha detto Donadoni - di non poter essere un giocatore di punta, ma facevo molto bene il mio lavoro da sesto uomo. Di ricordi ce ne sono tanti ed indelebili, ma eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro e che sapeva quello che voleva fare».
Donadoni ha vissuto diverse fasi della propria carriera con la casacca bianconera, ed è piuttosto convinto nel dire che «la vera svolta arrivò, come cambio di mentalità, con Tanjevic e Sarti. Si alzò la qualità del lavoro, e bisognava sottostare a certe regole di sportività ed educazione. Il continuo miglioramento è stato eclatante».
Il suo legame con Giovanni Maggiò era forte, perché «per me è stato un secondo padre, e nelle scaramucce che abbiamo avuto mi ha impartito lezioni di vita». Ed è proprio il modo di lavorare del Cavaliere che ha permesso l’incredibile escalation della società. «Maggiò voleva che i giovani crescessero ma non a danno dei risultati della squadra. E far crescere bene i ragazzi rappresentava un patrimonio per la società. Non nascondo che all’epoca giocatori come Premier, Villalta, Brunamonti - ha rivelato Donadoni -, avrebbero fatto carte false per giocare a Caserta».



* Per la rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 12 gennaio 2017

La fabbrica dei coach casertani

Tutto cominciò con Franco Marcelletti
Tre allenatori oggi in Serie A, tanti altri che hanno lasciato il segno: ecco come all'ombra di Tanjevic, è nata e si è affermata la dynasty tecnica della JuveCaserta.


di Giovanni Bocciero*

LA JUVECASERTA ha fatto la storia della pallacanestro tricolore con lo scudetto del 1991 che risulta essere ancora oggi l’unico successo al di sotto della Capitale, e centrato con un gruppo del tutto autoctono dai tecnici ai giocatori. Proprio da quella formazione è nata un’autentica scuola casertana di allenatori, con Franco Marcelletti che ha vestito i panni del capostipite infondendo dettami tattici, tecnici ed organizzativi oltre all’indubbia passione, ad assistenti ed atleti. Adesso sono alla ribalta delle cronache i vari Sandro Dell’Agnello, Gennaro Di Carlo e Vincenzo Esposito, che stanno facendo davvero bene rispettivamente a Caserta, Capo d’Orlando e Pistoia, ma è doveroso ricordare tanti altri protagonisti che sono stati seduti su delle panchine della massima serie come Maurizio Bartocci e Nando Gentile, oltre a Giacomo Leonetti che è stato formatore a livello nazionale, Cristiano Fazzi e Luigi Corvo che hanno allenato nelle minors, e tanti altri che invece hanno ripiegato su piccole società pur di tenere vivo il personale rapporto con la pallacanestro, come Giacomantonio Tufano e Sergio Donadoni.
MARCELLETTI: "QUANDO IL BASKET DIVENTA MATERIA
DI VITA E SPORT CITTADINO PRODUCE
ALLENATORI E ATLETI DI GRANDE LIVELLO"
«Si è creata questa vera e propria scuola - ha esordito Marcelletti - e la testimonianza è che in una realtà come Caserta, quando il basket diventa una materia di vita e lo sport cittadino, questa produce giocatori, allenatori che a loro volta hanno svezzato altri giovani che sono poi diventati atleti di alto livello, ma anche dirigenti come Gino Guastaferro che ormai svolge questo ruolo in maniera professionistica. Questo è il grande merito di una città come Caserta». Adesso sotto la lente d’ingrandimento ci sono Esposito e Dell’Agnello, nei quali lo storico coach del tricolore vede «dal punto di vista caratteriale certamente il loro modo di allenare assomiglia moltissimo a quel gruppo meraviglioso che ha vinto lo scudetto. Da giocatori erano accomunati dal fatto di non mollare mai, di non trovare alibi nei momenti di difficoltà bensì il modo per superarli. Ad esempio Esposito in quel di Pistoia, con un roster totalmente rinnovato ed anche più debole di quello della passata stagione, sta dimostrando con il lavoro di superare la partenza difficile che ha avuto. Dell’Agnello invece sta facendo un campionato davvero di altissimo livello dopo tutte le difficoltà affrontate l’anno scorso. Questa caratteristica di sapersi adattare alla realtà nella quale vivono, e di provare a costruire con il lavoro in palestra senza attaccarsi a nessun tipo di scusa, è sicuramente ciò che maggiormente li identifica».
Ma qual è il segreto che ha permesso di dare vita a questa vera e propria scuola casertana? «Quello era un gruppo, una generazione, un periodo in cui tutti quei ragazzi vivevano la pallacanestro a 360° - ha rivelato ancora Marcelletti -. Oltre al ruolo che ricoprivano in quegli anni, che era evidentemente quello dell’atleta, vuoi della prima squadra o del settore giovanile, c’era alla base di tutto un amore sconfinato per questo sport, una passione che non morirà mai, che non ci abbandonerà e che avremo sempre dentro. E questo ci porta, tutti insieme, ad informarci, a vedere le partite, ad allenare. La spinta principale è dunque data da questi due fattori: l’amore e la passione». Aggettivi questi che, ai giorni nostri, sono sempre meno conosciuti perché «l’avvento del cosiddetto professionismo ha indubbiamente rovinato il romanticismo di questo sport - ha continuato l’esperto tecnico -. Giusto per fare un esempio, io oggi faccio fatica a trovare a Verona degli assistenti per il settore giovanile, e mi capita di imbattermi in persone che non hanno l’umiltà, il tempo e la voglia di imparare. Ai miei tempi uscivo di casa alle tre del pomeriggio e vi ritornavo alle dieci di sera dopo aver allenato tanti gruppi giovanili dal minibasket agli allievi, e non mi lamentavo».
MARCELLETTI: "ALLA BASE C'È L'AMORE E LA PASSIONE
PER QUESTO SPORT CHE IN QUELLA GRANDE SQUADRA
ERANO SENTIMENTI COMUNI A TUTTI NOI".
Tanti sono stati i giovani allenatori cresciuti all’ombra di Marcelletti, e diversi sono quelli arrivati ad allenare sino in massima serie. Ma qualcuno poteva mai credere anni addietro che ci sarebbero stati tre coach casertani, seppur uno d’adozione, contemporaneamente in Serie A? «Visto il livello che hanno raggiunto direi proprio che non me lo sarei aspettato - ha commentato l’allora direttore sportivo della JuveCaserta Giancarlo Sarti -, e va dato merito di questo soprattutto a Marcelletti che, lavorando sia in prima squadra che con il settore giovanile, ha fatto un grande lavoro con questi ragazzi. Si è trattata comunque di una crescita che ha coinvolto tutti, sono state fatte delle cose magnifiche che ci possono soltanto riempire d’orgoglio. Dell’Agnello, Esposito e Di Carlo sono delle grandissime sorprese, e stanno facendo senza dubbio un ottimo lavoro. Loro, ma in generale tutti quelli transitati per Caserta in quegli anni, hanno assimilato certamente qualcosa dalle varie esperienze avute con Franco, perché già solo stare a bordo campo ed ascoltare, guardare, rappresentava una lezione di basket. Pian piano sono maturati come allenatori, mettendo in atto ciò che hanno imparato per fare cose superbe».
Ma quanto ha influenzato nelle carriere di Gennaro Di Carlo, Vincenzo Esposito e Sandro Dell’Agnello il tecnico casertano per eccellenza? «Coach Marcelletti è stato per me un modello di allenatore - ha dichiarato Di Carlo -, non fosse altro perché lui era il tecnico della squadra dei miei sogni. Era il coach ideale, dal quale ho imparato che il capo allenatore non si deve interessare solo della prima squadra ma anche di tutta la struttura tecnica e societaria del club. Spesso lo si trovava a vedere gli allenamenti delle giovanili, allenare i vari gruppi a fine campionato, parlare e correggere gli istruttori. Un vero e proprio modello al quale io ho sempre fatto riferimento». «Franco mi ha influenzato tantissimo nel corso della mia carriera da allenatore - ha commentato Esposito -, perché l’ho avuto sin da quando giocavo nelle giovanili e dunque mi ha lasciato un segno davvero molto forte in tutto ciò che riguarda la pallacanestro». «I metodi di allenamento di Marcelletti hanno inciso molto in me - ha dichiarato Dell’Agnello -, perché è stato il tecnico che ho avuto per più anni quando ero giocatore, prima a Caserta e poi a Reggio Emilia. Da lui credo di aver appreso molto, essendo sicuramente uno dei migliori allenatori italiani».
SARTI: "NON MI ASPETTAVO CHE ARRIVASSERO COSÌ IN ALTO.
MERITO DI MARCELLETTI CHE FECE UN LAVORO ECCEZZIONALE
ANCHE CON LE GIOVANILI".

DI CARLO: "MARCELLETTI IL MIO MODELLO DI COACH".
ESPOSITO: "MI HA LASCIATO UN SEGNO MOLTO FORTE".
DELL'AGNELLO: "DA LUI HO APPRESO MOLTO".
E cosa invece hanno davvero emulato nel modo di allenare? «Marcelletti trasferiva tutta la sua grande passione, e soprattutto una sfida continua che alimentava nei confronti di quelle che erano considerate le squadre più forti dell’epoca - ha chiosato Di Carlo -, che si traduceva nell’abilità di dimostrare che eravamo sempre capaci di competere. Questa mentalità che si aveva a Caserta ho cercato di farla mia». «Sicuramente il lavoro quotidiano e la cura per i dettagli è una delle caratteristiche principali che lo distinguevano. Forse - ha continuato Esposito - anche in maniera piuttosto esagerata, ma è l’unico modo per tirare fuori, da giocatori normali, quel qualcosa in più che permette ad un atleta piccolo di sentirsi più alto». «Tutti e due, lui quando mi allenava e io quando giocavo, e adesso che io alleno - ha dichiarato Dell’Agnello -, abbiamo sempre avuto una smisurata ambizione di vincere sempre e comunque, chiunque fosse il nostro avversario».
Un pensiero particolare Marcelletti lo ha dedicato a Gentile, suo braccio armato sul parquet: «Nando sicuramente poteva ancora ricoprire un ruolo da head coach - ha chiosato il tecnico -, e sono convinto che possiede tutti gli strumenti per poter continuare a fare l’allenatore ad altissimo livello. Però, pur senza mettere alcun limite e considerando che oggi svolge un ruolo molto importante come responsabile del settore giovanile di Milano, il tornare ad allenare è una volontà che spetta unicamente a lui». L’ex playmaker della JuveCaserta si sente comunque assolutamente un figlio «di quella scuola casertana della quale Marcelletti è stato il primo, così come Virginio Bernardi. La caratteristica principale era che fossero tutti casertani, cresciuti in una società che puntava molto sui giovani e sugli istruttori del vivaio, e oggi fa indubbiamente piacere vedere tanti allenatori cresciuti in quell’ambiente allenare in massima serie». Cosa intravede nel lavoro dei suoi ex compagni? «Premesso che ognuno interpreta la pallacanestro in modo soggettivo, quello che maggiormente si nota è che tutti cercano di trasmettere il proprio carattere alla squadra. Questa impronta caratteriale, molto forte, fa sì che i giocatori assomiglino ai loro allenatori in tanti piccoli gesti». Cosa invece ha appreso, e messo in pratica quando allenava, Gentile da Marcelletti? «Più che la tecnica ho sempre cercato di ripetere il modo di gestire le cose che aveva Franco. Si tratta di quelle piccole sfumature del mestiere dell’allenatore, come gestire particolari situazioni e fasi di gioco, gestire il gruppo e il singolo, come rapportarsi con gli altri, tutte cose in cui lui è stato un maestro». Ma tornerà ad allenare? «Non credo».


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*per la rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 6 ottobre 2016

JuveCaserta col fiato sospeso

JuveCaserta, la lunga estate calda
Iniziato il nuovo corso e Iavazzi se ne va sbattendo la porta


di Giovanni Bocciero*

CASERTA - Un nuovo corso è iniziato per la JuveCaserta, ma la transizione per il momento è stata piuttosto turbolenta. L’estate - come da anni ormai - è stata denotata dalla paura di poter vedere giungere al capolinea l’avventura del club di Pezza delle Noci, proprio come accaduto nel 1998. Poi, dopo i consueti sforzi economici del patron Raffaele Iavazzi che ha permesso l’iscrizione, è stato il neo sindaco di Caserta Carlo Marino ad accostare sempre più il proprio nome a quello della società. È stato grazie all’intercessione del primo cittadino che la JuveCaserta ha trovato i nuovi proprietari, ovvero il gruppo Fortune Investment & Consulting, che hanno rilevato il 62% delle quote di maggioranza. Eppure la trattativa legata a questa cessione è andata per le lunghe, facendo pensare ad un’altra brutta telenovela all’ombra della Reggia. Alla fine seppur in ritardo si è partiti tagliando il nastro della nuova stagione.
UN GRUPPO INGLESE NUOVO PROPRIETARIO, IL GM GUASTAFERRO:
"SEGNALI POSITIVI, L'OBIETTIVO E' FARE MEGLIO DEL PASSATO"
E allora la parola non può che passare al general manager Gino Guastaferro, che si è subito attivato rimboccandosi le maniche ed operando senza troppi fronzoli. «Il mio ingaggio è avvenuto non nei consueti tempi tecnici, dunque siamo partiti in ritardo influenzati anche dalle vicissitudini estive della società - ha esordito il gm -, per cui un primo bilancio di questo inizio è legato al fatto che il mio obiettivo è quello di fare meglio dell’anno scorso. Di quanto non lo so, ma questo nuovo corso deve migliorare sotto tutti i punti di vista. Nonostante le difficoltà al momento ci stiamo riuscendo avendo superato i numeri di dodici mesi fa per la campagna abbonamenti. Per questo sono soddisfatto ma non significa che abbiamo raggiunto il nostro scopo, dato che c’è ancora tantissimo da fare. Vedo comunque segnali positivi visto che stiamo avendo una crescita costante ed è quello che più mi interessa per arrivare all’esordio in campionato al meglio. Del presidente Iavazzi posso soltanto parlar bene - ha continuato Guastaferro -, ho avuto modo di conoscerlo approfonditamente in questo breve periodo e se la pallacanestro è ancora a Caserta è soltanto merito suo. Eppure c’è ancora qualche pessimista che sperava nella morte sportiva della JuveCaserta. Non posso che essere contento del rapporto che si è instaurato con Iavazzi, e della fiducia che lui ha riposto nei miei confronti, e che credo stia ripagando con molta umiltà. Con la nuova proprietà - ha rivelato il dirigente bianconero - ci sono tutta una serie di piani da attuare che sono in divenire e che richiedono un necessario tempo tecnico. Ci si sta comunque muovendo tra le note difficoltà e siamo pronti rispetto a quelle che saranno le linee guida che si tracceranno e che a me toccherà il compito di perseguire e far rispettare nel miglior modo possibile. Visto quello che è successo negli ultimi anni - ha catechizzato Guastaferro - l’ultimo pensiero è proprio di non fare il passo più lungo della gamba. Stiamo procedendo step by step per cercare di impostare le cose al meglio così da arrivare ad una stabilità tale che possa permetterci di programmare a lungo termine. Ma al momento non lo possiamo fare perché abbiamo molti retaggi del passato. Io pongo un unico e solo obiettivo, al di là di alcune speculazioni provenienti dall’esterno, e cioè quello esclusivamente di fare meglio del passato con la certezza che non mi guarderò mai alle spalle ma soltanto in avanti per raggiungere il miglior risultato possibile per i veri ed affezionati tifosi, la società e lo staff tutto».
DELL'AGNELLO: "SIAMO ANCORA QUI E QUESTO E' L'ASPETTO
PIU' IMPORTANTE. SQUADRA TRASFORMATA"
Dal canto suo coach Sandro Dell’Agnello si sta preparando per affrontare un altro campionato che sicuramente non sarà facile, ma che si spera possa regalare qualche soddisfazione senza alcuna apprensione di fine stagione. «Dopo le tribolazioni di alcuni mesi adesso siamo più tranquilli, e questo lo si deve al presidente Iavazzi ed ai nuovi soci se siamo ancora qui a parlare di JuveCaserta. il che - ha sottolineato il tecnico - è l’aspetto più importante. Sui programmi futuri invece, ci sarà il tempo di vedere, parlare e verificare. Non possiamo fare un paragone tra la squadra dello scorso anno e quella di quest’anno perché sono state costruite in maniera differente, con caratteristiche diverse e quindi possiamo evidentemente parlare di due entità accomunate soltanto dal giocare a pallacanestro - ha analizzato Dell’Agnello -. Basti pensare al playmaker che l’anno scorso era un giocatore che pensava a far girare la palla mentre quest’anno è un realizzatore; oppure al pivot che è tecnico e può tirare anche da fuori e invece lo scorso anno era un rollatore dinamico e molto fisico. Prima di tutto bisogna inquadrare gli avversari - ha continuato l’allenatore parlando di prospettive -, perché determinati obiettivi te li puoi dare soltanto valutando il contesto in cui ti devi rapportare, e tante squadre ancora non sono al completo. La nostra intenzione è quella di cercare di sgomitare per stare il più lontano possibile dall’ultima posizione. Dell’anno scorso, comunque, vorrei evitare di avere a che fare con il numero elevato di infortuni che abbiamo avuto nell’arco del campionato».
Il general manager Guastaferro ha da poco avuto una riunione con la proprietà in cui sono stati stabiliti gli obiettivi da raggiungere e soprattutto il budget a disposizione, ma al momento il popolo di fede bianconera non dovrà aspettarsi nulla di stratosferico. Infatti, non cambia la programmazione che per il momento mira unicamente al breve periodo, ovvero a questa singola stagione, che giocoforza rappresenterà un anno di transizione in attesa di poter rivedere una JuveCaserta competitiva ed ambiziosa già a partire dall’anno prossimo, pur nell’ottica di una strategia manageriale che tenga bene impressa la metodologia del passo alla volta.
Ma prima che il campionato entrasse nel vivo, la piazza è stata colpita da un’altra, l’ennesima, scossa societaria. Infatti, a causa dell’interdittiva antimafia che pendevano come una spada di Damocle sulle proprie aziende, il fratello di Iavazzi è stato arrestato. Per questa faccenda giudiziaria, il nuovo gruppo di maggioranza della Fortune ha chiesto per via trasversale tramite l’intercessione questa volta al contrario del sindaco Marino che l’ex patron bianconero si allontanasse del tutto dalla società. La risposta di Iavazzi è giunta, piena di veleno, durante la presentazione delle nuove divise da gioco all’assenza di qualsiasi rappresentante del fondo inglese. L’imprenditore casertano, che ha annunciato di mettere in vendita il suo restante 38% di quote, nella nuova veste di “tifoso” si è lasciato andare ad opinioni piuttosto perplesse: «In alcune cose mi sono sembrati disorganizzati, “sciarmati”, ma se non fossi andato via non avrebbero continuato ad investire». Si sono avuti un susseguirsi di reazioni e dichiarazioni, che hanno investito anche gli stessi tifosi piuttosto scettici sulla nuova proprietà, con il futuro amministratore delegato della JuveCaserta Francesco Fulco che è rimasto amareggiato. Con Iavazzi che ha praticamente sbattuto la porta, c’ha pensato il legata rappresentante della Fortune Francesco Beneduci a buttare acqua sul fuoco, rassicurando l’ambiente piuttosto scosso che i programmi procederanno come stabilito.




L'amore della piazza. Sosa il nuovo idolo

CASERTA - Caserta è città che vive di basket, lo si respira in ogni strada o vicoletto, e di conseguenza la tifoseria è molto critica e giudiziosa, cerca di partecipare alle vicende sportive ma anche dirigenziali della società. Non a caso in questa estate burrascosa è sorta l’associazione “Io sto con la JuveCaserta” che all’inizio si era ripromessa di raggiungere la considerevole cifra di 250.000 euro - pari alla quota per l’iscrizione al campionato - e poi ha cercato soprattutto di sensibilizzare il territorio in favore del club bianconero. Grande successo ha avuto il concerto-spettacolo del 14 settembre scorso, che ha visto il teatro cittadino praticamente sold-out con diversi artisti, soprattutto casertani, sposare questa causa. Proprio negli ultimi giorni l’associazione ha versato sul conto corrente della JuveCaserta tutta la somma raccolta, in quel evento e nei mesi scorsi, la cui cifra esatta sarà prossimamente comunicata. La tifoseria è legata visceralmente alla pallacanestro, ma le tante vicende societarie che si abbattono come temporali estivi, inaspettati e torrenziali, stanno minando e non poco questo rapporto. E bisogna anche dire che per la nuova proprietà c’è tutta una fiducia da conquistare con i fatti e non soltanto con i proclami che lasciano il tempo che trovano.
EDGAR SOSA IN AZIONE
La piazza sta vivendo così l’inizio di stagione, anche se un primo confortante segnale è giunto dai 1066 “aficionados” che hanno confermato il loro abbonamento, quantità che è in continua crescita. Eppure poco sotto quel numero, fermatosi forse alle tre cifre, è risultato essere il pubblico che ha seguito la squadra bianconera in occasione del torneo casalingo del “Città di Caserta”. Il PalaMaggiò semivuoto non deve essere stato un bell’impatto per gli uomini di coach Dell’Agnello, le cui scelte tattiche sembrano piuttosto chiare già da questa pre-season. Non si potrà fare a meno del newyorkese naturalizzato dominicano Edgar Rafael Sosa, autentico “crack” che si sta dimostrando sin da queste prime partite leader e scorer indiscusso. Tanti applausi per il prodotto di Louisville e protagonista dello storico “triplete” con Sassari, che è sulla buona strada per diventare il nuovo beniamino del tifo bianconero sempre facile ad appassionarsi a giocatori talentuosi e trascinatori, decisivi ed eclettici proprio come lo è lui. La 28enne combo-guard sarà chiamata a dimostrare la necessaria maturità da condottiero in un ambiente dove vincere lo scudetto significa aver raggiunto la salvezza.
g.b.




* per il mensile BASKET MAGAZINE

domenica 31 luglio 2016

La Juvecaserta tra nuovi arrivi e conferme

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 01/08/2016

LEGA A. Si sta componendo il puzzle a disposizione di coach Sandro Dell’Agnello
La Juvecaserta tra nuovi arrivi e conferme

di Domenico Landolfo

CASERTA. La calda estate del basketmercato infuria impetuosa, Caserta assesta qualche colpo, sibila e sta attenta ad ogni sospiro, non si preclude nulla, ma tutto sempre in termini di un budget oculato ed in cui le follie sono solo cattive suggestioni. La qual certa stabilità raggiunta in settimana e suggellata dalla conferenza stampa ha prodotto il suo fluido benefico come una flebo di antidolorofico che placa ogni dolore ed aiuta a riposare. Cosa bolla in pentola adesso è difficile da pensare, le opinioni si inseguono, e tra chi parla di rotazione a 9 giocatori, con Czyz e Gaddefors nello starting five, e chi invece ritiene che la squadra fin qui messa su sia solo quella della panchina e sogna il quintetto, beh, non c'è molto da stare tranquilli. La scelta di creare uno staff più composito nelle sale della dirigenza, con Nevola e il gm Guastaferro e gli altri collaboratori ben vigili alle opportunità, lascia trasparire comunque una buona garanzia, laddove invece negli anni passati troppe volte il cosiddetto doppio ruolo di coach e gm aveva creato non pochi grattacapi. Se comunque la società pare a posto, e dopo tanto tempo è un piacere poterlo scrivere, la realtà è che di giocatori a referto al momento ve ne sono 5 barra 6, con Metreveli apparso già al lavoro tramite il profilo Twitter della Juvecaserta, ma la cui conferma ufficiale non è stata ancora pubblicata nella sezione news. Così facendo, considerando anche il georgiano di passaporto e soprattutto formazione italiana, la truppa a disposizione di Sandro Dell'Agnello vede a referto Giuri, che porta sul petto ancora i tanti attestati di stima della passata stagione e che ha dimostrato attaccamento alla maglia e al progetto, dato non trascurabile al giorno d'oggi in cui le bandiere non esistono più; Cinciarini, che dopo qualche tira e molla, dovuto alla corte di molte squadre di A2 che gli offrivano un posto da titolare garantito, ha scelto anche lui di passare un altro anno in bianconero, con la prospettiva di diventare un capitano oltre che il leader già mostrato, nonchè un esempio per tutti i suoi compagni; Gaddefors, la vera pescata del mercato, visto che la sua passata stagione è stata un successo, ed il ragazzo che tanto piace per la sua dedizione difensiva di sicuro è un nuovo acquisto.
COACH DELL'AGNELLO (FOTO ELVIO IODICE)
Nelle sue settimane estive sta ricaricando le batterie, come mostra il suo profilo Instagram, ma appare felice di ritornare all'ombra della Reggia e di sicuro è un punto fermo del team; Metreveli come detto già lavora per recuperare e serve tutto l'aiuto che si può portare a questa squadra. A tal proposito, proprio rispetto alla scelta dell'ex Orlandina (al moneto) al posto del "casertano" Linton Johnson, giova precisare che il primo avendo una formazione di 5 anni di giovanile in Italia, può giocare da italiano puro, come Giuri, Cinciarini o Cefarelli per intenderci. L'ex Chicago Bulls, che risiede in Italia, sposato ad una ragazza italiana e per tale motivo munito anche di cittadinanza, secondo il regolamento fip potrebbe al massimo giocare da passaportato, occupando uno degli spot dei comunitari, insomma da Cotonou. Magari tale discorso potrebbe tornare d'attualità in caso di ultimo tassello dei 4 comunitari da prendersi, ed il ragazzo che tanto sta facendo per questa città lo meriterebbe. Capitolo "nuovi". Presunto tale può dirsi Cefarelli, che torna a vestire la casacca bianconera dopo i tempi di Pino Sacripanti ed una serie inenarrabile di sfortunati infortuni che ne hanno frenato la crescita. Non che il suo sia un compito da poco, perché ha da far capire ai nuovi quale sia il significato di "casertanità, cazzimma e cuore" che devono essere il leit motiv della prossima stagione. Last, in ordine di arrivo, di sicuro not least, ma anche e sopratutto "buona presa" è Czyz, giocatore polacco visto in Italia a Roma e più recentemente a Pistoia. Di sicuro lo speaker del PalaMaggiò sarà il meno felice del nuovo difficile cognome, perché in campo è un giocatore che si fa amare, perché difende alla morte, perché regala bricioli di energia, perché fa piccole grandi cose che cambiano inerzia e ritmo, come un rimbalzo offensivo, uno scivolamento. In coppia con Gaddefors magari non ti regalano 40 punti in due, ma tra rimbalzi e palle recuperate e canestri evitati, valgono di sicuro il prezzo del biglietto.

martedì 5 luglio 2016

La JuveCaserta non rischia più

La JuveCaserta non rischia più
Dopo l'allarme di Iavazzi, la società guarda con ottimismo al futuro


di Giovanni Bocciero*

CASERTA - Il 21 maggio scorso Caserta festeggiava perché ricorreva il 25mo anniversario dello storico scudetto del 1991, e soprattutto per quel ricordo ci si è dato da fare per dare un futuro alla JuveCaserta. “Qui o si fa la storia o si muore”, verrebbe da dire, pensando alle scadenze ormai prossime della fidejussione da 250 mila euro e dell’iscrizione alla Fip di 18 mila euro. In questa ottica il “day after” la conferenza stampa di fine stagione del patron Raffaele Iavazzi aveva fatto palesare un futuro prossimo piuttosto burrascoso. Con le proprie aziende che hanno ricevuto l’interdittiva antimafia, l’azionista unico della JuveCaserta non può più sobbarcarsi l’intero onere economico di una stagione agonistica in Lega A. Ma con dispiacere si è dovuto prendere atto che nessuno è stato pronto a rilevare la proprietà e a garantire la continuazione dell’attività in quel di Pezza delle Noci a livello di prima squadra. Alle parole del presidente che ha comunque iscritto regolarmente la squadra al prossimo campionato ha fatto eco un nefasto silenzio soprattutto da parte della classe politica ed imprenditoriale le cui attenzioni sono state rivolte certamente alle elezioni amministrative.

LA TIFOSERIA. Però la tifoseria casertana, che ha rivissuto nella propria mente i ricordi del 1998, quando la formazione della città vanvitelliana fallì per ripartire poi dalle minors e riapprodare in Lega A nell’estate del 2008, non si è chinata ad un destino ormai quasi scritto. Per questo è nata l’associazione “Io sto con la JuveCaserta”, che alla base ha quell’azionariato popolare che vuole a tutti i costi garantire la sopravvivenza del club bianconero. Il progetto pur con tanta voglia e buona volontà e nonostante il coinvolgimento di svariate personalità ed artisti - casertani e non - come Boscia Tanjevic, Massimo Lopez e Marco D’Amore tanto per citarne qualcuno, non si è purtroppo concretizzato seriamente. La somma raggiunta ad oggi - mentre scriviamo - che non servirà assolutamente ad acquistare quote della società perché il gruppo di supporters non aspira ad entrare a far parte dei quadri dirigenziali, si aggira intorno ai 50 mila euro. Cifra purtroppo esigua per poter realmente sostenere la squadra, ma che comunque rappresenta un primo tentativo di coinvolgere il territorio. Perché si parla tanto della partecipazione collettiva per salvare un patrimonio di tutti come la JuveCaserta, ma questo incentivo deve partire proprio da quella cittadinanza attiva.

PATRON RAFFAELE IAVAZZI (FOTO ELVIO IODICE)
LA PISTA ESTERA. Mentre la classe dirigente di Terra di Lavoro ha latitato a scendere concretamente in campo, nonostante una riunione a luci spente presso gli uffici dell’Unione Industriali cittadina, uno dei soci fondatori dell’associazione dei tifosi, Alfredo Scauzillo, ha fatto da intermediario con un gruppo estero capitanato da mister Lawish Mohamed Williams, imprenditore anglo-arabo proprietario di diverse aziende sparse per il mondo e che si occupano di diversi settori. Le referenze su tale personaggio sembrano ottime, dalla serietà all’ingente budget, ma fa nascere delle perplessità il fatto che di lui si conosce davvero ben poco. E proprio per questo è stata anche paventata l’idea che sia soltanto un prestanome. Pur non avendo alcun interesse commerciale qui Italia, ma spinto anche dall’amicizia con Giorgio Armani, ha comunque presentato un’offerta per rilevare il 100% della JuveCaserta. Patron Iavazzi - che ha il desiderio di rimanere in società con una piccola quota del 10%, magari 20% - ha fissato dei paletti ben precisi su questa vendita: la squadra deve rimanere a giocare a Caserta, e lui vuole un diritto di prelazione alle stesse condizioni in caso di successiva vendita della società. Nonostante qualche dubbio di natura emotiva l’accordo sembra potersi chiudere al più presto, forse già mentre stiamo scrivendo, anche perché ci sono delle scadenze piuttosto prossime da rispettare.

IL PIANO B. Ma patron Iavazzi nello stesso tempo in cui portava avanti la trattativa con mister Williams sembra abbia scavato un tunnel come via di fuga in caso non volesse più cedere. La trattativa, in tal caso, è parsa essere uno specchio per le allodole. E questo “piano B” corrisponde ad un ipotetico pool di sponsor dove oltre ad esserci la famiglia Pallante con il marchio Pasta Reggia, vi è entrato a far parte ufficialmente anche il Gruppo Ferrarelle, per voce del suo direttore generale Giuseppe Cerbone, che con un proprio brand farà da sponsor principale per la stagione prossima. Si andrebbe così a costituire un gruzzoletto di oltre 500 mila euro grazie anche all’apporto di qualche altro partner.

IL FUTURO. Cosa riserverà di preciso il futuro, mentre scriviamo, non è dato saperlo. Soprattutto perché la situazione è in un continuo divenire, a volte si tratta soltanto di una questione di ore che spuntano idee, prospettive e intenzioni come funghi. Di certo si è piuttosto ottimisti, adesso, sulla salvezza della JuveCaserta, che o con l’ingresso di mister Williams, o con ancora Iavazzi al timone, dovrebbe disputare la prossima Lega A. E lo dovrebbe fare in entrambe le situazioni con un discreto capitale da investire per il mercato. Sicuramente il patrimonio giovanile è salvo, ed anzi, si vocifera che possa essere addirittura rilanciato dallo stesso Iavazzi. Il patron ha infatti escluso dalla vendita il settore giovanile, esistente sotto forma di JC Academy e con altro codice FIP, e sta addirittura cullando il sogno del ritorno in qualità di responsabile di Franco Marcelletti.





La stagione: promossi e bocciati
Hunt e Gaddefors i migliori, la delusione è Ingrosso

DARIO HUNT (FOTO ELVIO IODICE)
La stagione della JuveCaserta ha avuto degli “up and down” incredibili se si pensa che al termine del girone d’andata il club aveva sfiorato l’accesso alle Final Eight di Coppa Italia, mentre un girone dopo ha dovuto conquistare la permanenza in Lega A nel match da dentro o fuori contro Trento in un PalaMaggiò “sold out”. C’è anche da dire che il campionato è stato indubbiamente travagliato dalla lunga serie di infortuni che ha permesso a coach Sandro Dell’Agnello di poter disputare si e no due partite con il roster al gran completo. Per non parlare dell’ultima fase in cui la formazione bianconera è scesa in campo regolarmente con soli sette effettivi. È dunque facile paragonare la salvezza conseguita ad un vero e proprio miracolo sportivo. Detto ciò, di promossi ce ne sarebbero tanti e di bocciati pochissimi. Dario Hunt si è guadagnato la palma di Mvp perché alla fin fine è stato il più costante tra i suoi. Uomo d’area come pochi, nonostante la sua statura “undersize”, si è aggiudicato la classifica delle doppie-doppie rivelandosi un attaccante piuttosto concreto ed un rimbalzista straordinario dominando svariate volte contro centri più corpulenti. Al suo pari Viktor Gaddefors è stato decisivo fin quando ha potuto giocare, rivelandosi un valore aggiunto pazzesco per la truppa casertana. Arrivato in punta di piedi si è conquistato gara dopo gara tutta la stima possibile, grazie a prestazioni fatte di sacrificio e dedizione. Ha portato versatilità al quintetto, ricoprendo in modo abusato la posizione di ala grande, e quella abnegazione difensiva che si è fatta rimpiangere nel momento in cui si è infortunato. Di bocciati, come detto, ce ne sono pochissimi, ma Tommaso Ingrosso può essere additato sicuramente come il “flop” di questa stagione bianconera. Da lui non ci si aspettava di certo chissà che cosa, però è sembrato inadatto al palcoscenico della Lega A. Non mettiamo in dubbio la sua voglia ed il prezioso lavoro fatto in allenamento, ma alla fine il suo minutaggio è la fotografia di quello che poteva dare realmente alla squadra. Ha avuto delle semplici apparizioni, e neppure con l’acqua alla gola si è deciso di puntare forte su di lui. Una bocciatura eccellente sarebbe invece la dirigenza, che ha sicuramente fatto delle scelte sbagliate (vedi Adegboye e Slokar) nell’arco della stagione che si sono rivelate inutili e soprattutto inefficaci in corso d’opera.



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