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mercoledì 22 marzo 2023

Gentile dopo i tormenti, a Udine per ripartire

Un incidente ha fermato Alessandro per diversi mesi, ma ora il ragazzo di Maddaloni è pronto a riprendersi un ruolo di primo piano

Gentile dopo i tormenti, a Udine per ripartire

«Sto sempre meglio. A 30 anni ho ancora sogni da realizzare. La Nba? Ho scelto io di non andarci. La Liga è clamorosa. Pozzecco ct scelta coraggiosa»


di Giovanni Bocciero*

 

RINASCERE come l’araba fenice, il mitologico uccello che molto bene può essere accostato ad Alessandro Gentile. Mito, perché quando si parla del nativo di Maddaloni c’è sempre un alone di grandezza che lo avvolge. Rinascere, perché dopo il brutto incidente di questa estate, che l’ha visto cadere da 4 metri e fratturarsi la vertebra cervicale, è ritornato a giocare, il che «è di sicuro molto bello. Chiaro che dopo tanto tempo sto riprendendo la condizione fisica». Ha scelto Udine per ripartire, in un campionato come l’A2 che per lui è completamente nuovo. Gli è stato però subito affidato il compito di guidare la squadra fuori dalla tempesta dopo l’esonero di coach Boniciolli e alcuni cambi al roster. «Sto a Udine solo da poco tempo, quindi piano piano sto sempre meglio e sto cercando di dare una mano. Abbiamo avuto dei cambiamenti da quando sono arrivato, per questo sto cercando di mettere l’esperienza che ho maturato negli anni al servizio della squadra. Cerco di facilitare il gioco per gli altri, e siccome il club vuole raggiungere obiettivi importanti darò il mio contributo per raggiungerli, in un campionato molto competitivo, con tante squadre costruite per arrivare fino alla fine. Noi dobbiamo pensare una partita alla volta, cercare di arrivare ai playoff nelle migliori condizioni fisiche possibili, consapevoli del fatto che se troviamo una continuità ed una consistenza nell’arco dell’intera gara - ha analizzato il figlio d’arte - possiamo mettere in difficoltà chiunque».

Alessandro Gentile, 30 anni, all'Apu Udine che si affida al giocatore
casertano per un salto di qualità in una stagione finora sotto le attese
(foto ufficio stampa)

Ale Gent come Basile, Fucka, Fontecchio, nella sua carriera ha giocato due anni con l’Estudiantes di Madrid in Liga Acb, un campionato ritenuto a furor di popolo il massimo in assoluto alle nostre latitudini. «È clamoroso, il migliore in Europa. C’è un’organizzazione ed un seguito sia come spettatori alle partite che per i diritti televisivi importante. La trasmissione delle gare in tv è molto superiore rispetto a quello che abbiamo in Italia, per non parlare della qualità della pallacanestro e della cultura sportiva che purtroppo noi non abbiamo. Tutto questo fa sì che la Liga abbia un appeal superiore a qualunque altro campionato». Questo si traduce anche nei «risultati della nazionale spagnola che parlano chiaro. Ci sono tanti ragazzi spagnoli che hanno l’opportunità di giocare da protagonisti sin da subito, anche se magari non sono giocatori stellari come quelli della generacion dorada. Tutti possono avere la loro occasione, e una cosa che mi ha colpito è che lì si parla spagnolo. Anche gli atleti stranieri si devono adeguare a questa condizione - ha sottolineato l’ex capitano dell’Olimpia -, e non il contrario. Credo che questa sia una cosa sacrosanta, ma in Italia parecchie volte siamo noi ad andare fin troppo incontro alle loro esigenze».

Gentile in campo ha sempre dato tutto, spesso uscendo anche fuori dalle righe proprio come Pozzecco, la cui nomina a ct dell’Italbasket «è stata una scelta coraggiosa. Il Poz è una figura di spicco della nostra pallacanestro, ma credo che sarebbe stato il primo a riderci su nel pensarsi in questo ruolo. Però ha dimostrato di essere comunque un ottimo allenatore, ottenendo dei risultati che ne giustificano la nomina». Nell’estate del 2019 Ale poteva essere allenato proprio dal Poz se si fosse definito l’ingaggio con Sassari, cosa che potrebbe comunque ancora avvenire in nazionale. «Ti dico la verità, al momento l’Italia non è nei miei pensieri. Credo che ci siano tanti giocatori che sono più giovani o che hanno più desiderio di essere protagonisti con la maglia azzurra, ed è giusto che abbiano il loro spazio. Poi, non ho più avuto contatti con la nazionale dopo i Mondiali in Cina, e quindi adesso non è tra le mie priorità».

30 anni compiuti lo scorso novembre, un’età con la quale si dice inizi una nuova fase della vita. E Gentile, dopo l’incidente e la prima esperienza in A2, presto diventerà anche papà. Ma c’è un sogno nel cassetto ancora da avverare? «Ce ne sono tanti, anche perché a 30 anni c’è ancora tanta voglia di fare e di ottenere, non solo dal punto di vista sportivo ma anche nella vita personale che non si conclude con la pallacanestro. Il fatto di diventare padre è un traguardo molto bello, anche perché ho sempre desiderato diventarlo. Vediamo col passare del tempo di continuare a sognare - la sua prospettiva -, di raggiungere sempre nuovi obiettivi». E riguardando indietro, c’è un rimpianto? «Rimpianto è una parola forte. Guardando indietro posso dire di aver cercato di essere sempre me stesso, leale e onesto con le persone con cui ho lavorato. Questa cosa però troppo spesso non è stata apprezzata. Non so se possa essere un rimpianto, ma posso dire che se potessi tornare indietro ragionerei di più con la testa e meno d’istinto. Questa è l’unica cosa di cui un po’ mi pento». Per l’ascesa della sua carriera, la Nba forse rimarrà un cruccio, anche se «ho scelto io consciamente di non andare quando mi volevano perché dove stavo mi sentivo felice. Poi quando pensavo di essere pronto non si sono più create le occasioni per andarci e questo mi è dispiaciuto. Ma non lo vivo come un rimpianto».

Per Ale nostalgia d'azzurro, ma ora applaude Pozzecco
e i suoi ragazzi (foto ufficio stampa)

Tanti in lui rivedono in campo papà Nando, per la sfrontatezza e la caparbietà. E proprio questi suoi atteggiamenti hanno creato due fazioni, i pro e i contro Ale Gent. Ma interiormente come hai vissuto questa cosa?
«Ricevere determinati insulti o appellativi non fa piacere a nessuno. Purtroppo troppe volte è passata un’immagine di me che non corrisponde esattamente alla realtà. Un po’ per colpa mia, un po’ per cose che non posso controllare. È una cosa che ho accettato da tempo, non mi fa piacere ma non posso farci nulla». Deciso e convinto sono altri due aggettivi che gli si possono affibbiare, evidenziati dall’aneddoto di gara 6 della finale scudetto contro Siena, quella del tiro di Jerrells passato alla storia. Con l’Olimpia spalle al muro, i genitori non volevano andare alla partita anche a causa del clima molto ostile. Invece lui li convinse a prendere posto dietro la panchina milanese. «Ho sempre cercato di essere me stesso, di essere positivo e di dare il massimo. Il fatto di aver iniziato a giocare molto presto, che mio padre è stato un grande giocatore, che tante persone hanno vissuto il mio successo precoce come ‘regalato’ può aver infastidito qualcuno. Questo però succede a tutti i livelli e in tutti gli sport, e quindi non mi sento l’unico. Potremmo fare centinaia di esempi di atleti criticati o presi di mira dai tifosi avversari. Fa parte del gioco e va bene così».

Sin da ragazzino ha viaggiato tanto, con il ritorno dalla Grecia dove non gli piaceva giocare a basket ai primi tiri con l’Artus Maddaloni dove era allenato proprio dal papà prima di spiccare il volo verso Bologna, Treviso e Milano. Per questo Ale considera ‘casa’ «dove sta la mia famiglia, a prescindere dal luogo fisico. Ovunque riusciamo ad essere, per me quella è casa. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia molto unita, sempre presente, e adesso di incontrare una persona con la quale sto creando una mia famiglia. Per cui per me casa è stare con queste persone, sentire la loro vicinanza». E proprio la famiglia è stata fondamentale nel momento di depressione, della quale è stato tra i pochi sportivi ad avere il coraggio di parlarne. «Nel mio caso credo che fosse presente in me da tempo, ma che è esplosa nel periodo della pandemia che ha rappresentato solo la punta dell’iceberg. Sono stato isolato, da solo, ho iniziato ad avere determinate paure, particolari pensieri: la mia carriera precoce, il fatto che su di me ci siano sempre state alte aspettative, non solo dal mondo circostanze ma che anche io stesso mi ponevo. Sono arrivato ad un certo punto nel quale tutto ciò mi ha assorbito. Mi sono messo a pensare a chi fossi, all’Alessandro come persona e non solo al Gentile giocatore. Mettere in ordine questi pensieri, queste sensazioni, non è stato facile ed è un lavoro che continuo a fare ancora tutt’oggi. Impari a convivere con queste sensazioni, ad accettarle, a gestirle. Non sempre è facile, ma ci sono persone che ti sanno aiutare. E credo che sia importante proprio circondarsi delle persone giuste - il messaggio dell’ex azzurro -, e ognuno deve fare il proprio percorso per capire come affrontare questi momenti. Credo che sia una dimostrazione di grande coraggio e forza ammettere a sé stessi di avere dei problemi. Nel mondo in cui viviamo è un argomento sempre più importante, perché è un mondo che ti porta a perdere contatto con la realtà, è sempre più virtuale, molto appariscente ma poco genuino. Il fatto di parlarne apertamente è stato un qualcosa anche per dare coraggio o positività a persone che soffrono di questi momenti e che fanno fatica a trovare qualcuno con cui parlarne».

Papà Nando da dirigente sta rilanciando il basket a Caserta, con una squadra che sta provando a risalire la china in serie B. Magari in futuro Ale potrà indossare la casacca bianconera. «Perché no. Sicuramente stanno creando una bellissima cosa. Caserta aveva bisogno di entusiasmo, di ripartire da capo. Mi sono allenato per un periodo con loro, sono stato a vedere diverse partite, si è creato un bell’entusiasmo intorno a questa squadra. In futuro vedremo, anche perché mi sento ancora abbastanza nel pieno della carriera - ha concluso Gentile - e non sto pensando dove smetterò. Ma non è una cosa che escludo».


* per la rivista Basket Magazine

venerdì 20 maggio 2022

Serie A2. Giuri, bilancio di una vita da giocatore tranquillo

Curiosa e sincera confessione di un playmaker che,
giunto a 33 anni, insegue ancora traguardi importanti

Giuri, bilancio di una vita da giocatore tranquillo

A Udine ha vinto un nuovo trofeo dopo una carriera in giro per l'Italia
con due tappe particolari: nella sua Brindisi e a Caserta


di Giovanni Bocciero*


Con i suoi 33 anni ed un palmares che ha appena rimpinguato, Marco Giuri è ancora un giocatore che fa la differenza in A2 grazie alla sua leadership ed esperienza. Alla seconda stagione tra le fila di Udine, dopo aver perso la finale per la promozione contro Napoli l’estate scorsa, il veterano play si è calato in un nuovo ruolo. «Certamente l’età avanza, ma quando si fa parte di una squadra competitiva, lunga, forte, ognuno riesce ad esaltare le proprie caratteristiche. Quest’anno ho diminuito il minutaggio, cosa di cui sto beneficiando visto che l’anno scorso arrivavo a volte alla fine delle partite stanco e poco lucido. Grazie alle rotazioni ancora più lunghe - ha continuato Giuri - mi sto gestendo bene e a pieno, e stando in una squadra forte è un ruolo che ho accettato veramente di buon gusto». Emigrato sin da giovanissimo alla Virtus Siena, il girovagare in club che gli hanno permesso di fare la gavetta lo ha reso il giocatore che è oggi. «Ho giocato in B d’Eccellenza a 17-18 anni, poi ho iniziato a giocare in una LegaDue che presentava giocatori e squadre davvero molto forti che non avrebbero nulla da invidiare all’attuale serie A. Sono stati anni molto formativi soprattutto per il carattere. Quando giochi in squadre con tanti giocatori bravi e in alcuni casi affermati bisogna tirarlo fuori e farsi rispettare anche se si è giovani. Senza mancare di rispetto a nessuno ma con decisione, facendo capire che di te ci si può fidare. Questa è la cosa principale che mi sono portato dietro nella mia carriera, questa consapevolezza che con l’educazione ci si può far rispettare». Si parla ovviamente di campionati che «avevano un format diverso. Con il girone unico da 16 squadre, riconosciuto come campionato professionistico a tutti gli effetti, il livello era altissimo perché i giocatori che non trovavano collocazione in A1 scendevano di categoria e trovavano realtà forti dove mettersi in luce. Oggi ci sono più squadre, con società meno solide e meno conosciute cestisticamente - ha dichiarato il play -, e ciò fa scendere il livello medio».


Giuri ha indossato la maglia azzurra dell’under 20 insieme a Datome, Hackett, Aradori, giocatori che nonostante tutto per emergere hanno dovuto aspettare il loro momento, senza bruciare le tappe. «È un discorso molto complesso che prevede sostanzialmente due correnti di pensiero. C’è chi dice che i giovani non hanno opportunità, e c’è chi dice che non meritano un palcoscenico in età precoce. Io sono dell’idea che chi merita di giocare, e gioca bene, continua a giocare; chi non lo merita matura dopo. Se a 17 anni meriti di giocare è giusto che giochi anche a discapito di qualche compagno più grande d’età. Se però un allenatore reputa che un 16enne non sia maturo, è giusto che prenda le sue scelte. Io stesso a 18 anni non sono stato reputato adatto a terminare l’anno di A2 a Casale Monferrato e sono andato per metà stagione in B1 a Vigevano. A volte bisogna anche saper scendere di categoria per trovare la maturità giusta - ha osservato il play - affinché possa giocare ad un più alto livello. Adesso magari i giovani vedono la serie A come un punto fisso, un traguardo dal quale non si ritorna più indietro, e per me è sbagliato. Scendere di categoria non è una bocciatura, soprattutto a 18 anni, ma è un rimettersi in discussione cercando di far capire che maturando ancora un po’ si può aspirare ad alti livelli». Proprio tra le fila di Udine c’è un atleta che nelle ultime stagioni ha visto la sua parabola scendere rispetto a quello che era il suo futuro, come Federico Mussini, oggi in Friuli anche per rimettersi in gioco. «Federico è un ragazzo d’oro, che si fa ben volere da tutti. È disponibile e lavora tantissimo, soprattutto quest’anno che viene da un brutto infortunio al crociato e pian piano lavorando ogni giorno sin dall’estate ha recuperato alla grande. In prospettiva futura penso che possa tranquillamente ambire di ritornare a giocare in serie A, perché è un giocatore che uscendo dalla panchina può dare il suo contributo da playmaker di rottura, che cambia ritmo alla squadra. Sta facendo molto bene quest’anno con noi, entrando a gara in corso e portando una grossa mano sia in difesa che in attacco. Per il resto è la sua carriera che parla per sé, e credo che non bisogna aggiungere altro».

Da uomo del sud, brindisino doc, Giuri ha vinto tanto soprattutto al nord, con lo scudetto alla Reyer Venezia nel 2019 e le coppe Italia di A2 di Verona e dello scorso marzo con Udine. «È semplicemente una questione di opportunità e di realtà che mi si sono presentate lungo la mia carriera. Quando ci sono state squadre ben allestire e solide come Brindisi, ho avuto l’occasione di vincere al sud. Negli ultimi anni, ma fondamentalmente per quasi tutto il mio trascorso, ho giocato sempre al nord. Però è una questione di opportunità e non di provenienza geografica». Il riferimento del veterano play è ai successi del 2012, la doppietta campionato-coppa centrata proprio con la squadra della sua città. «Quello fu un anno particolare. Ad inizio stagione ero senza squadra e mi aggregai a Montegranaro per tenermi in forma. Finita la preparazione stavo per firmare con il club in A1, ma l’infortunio di Edgar Sosa che era il primo play della squadra fece saltare la cosa. Così ritornai a casa e mi stavo allenando da solo quando arrivò la chiamata di Brindisi di cui fui davvero felice. Da brindisino mi inserii subito nel gruppo nonostante arrivai a stagione in corso, ma pensare di vincere la coppa Italia a marzo e il campionato a giugno, pur consapevoli della forza del roster, è stata un’emozione unica. Vincere non è mai semplice in generale, farlo con la squadra della tua città è qualcosa di unico». Giuri ha giocato tanto al nord, eppure nel suo percorso ha militato in due club storici del sud dalle tifoserie calde come Brindisi e Caserta, dove ha esordito in serie A a 27 anni. «Il ricordo di Caserta è indelebile. Sono arrivato in una importante realtà già abbastanza grande e consapevole di dove mi trovassi. Magari se ci fossi arrivato da più giovane non avrei capito tante cose. Ho avuto da subito un ruolo importante nella squadra, e causa una serie di infortuni ho avuto modo di giocare davvero tanto negli anni di A1. Alla città sono particolarmente legato, e infatti ci sono ritornato anche in A2 perché non era più una questione di categoria. Quando si va più in là con gli anni vuoi stare anche bene in un posto - ha ricordato l’atleta -, e a Caserta sono stato benissimo per questo sono ritornato volentieri». Da uomo del sud anche il modo di giocare un po’ stona, perché Giuri non è focoso. Ma la domanda è presto risposta. «In campo sono tranquillo anche perché è il ruolo che mi dice di essere così. Essendo un play, essere focoso in campo per una squadra può essere sintomo di nervosismo. E se colui che deve gestire il pallone è nervoso penso sia un brutto segnale da dare alla squadra. Per quanto mi riguardo cerco di essere tranquillo e di giocare solo a pallacanestro».

Venendo alla stretta attualità, Udine e Cantù stanno dando vita ad un dualismo in questo campionato di A2. Due storiche piazze della nostra pallacanestro, i brianzoli hanno avuto ragione nei due match in regular season, ma i friulani si sono presi il primato del girone e soprattutto la coppa Italia disputata a Roseto. «Tra Udine e Cantù più che di dualismo parlerei di obiettivi in comune, ovviamente la promozione in serie A. Siamo due squadre che voglio salire di categoria e che ne hanno la possibilità. Vedremo se saremo brave entrambe o se ne sarà brava solo una a raggiungere lo scopo, ma tutte le partite in cui ci siamo affrontati sono state gare sentite perché sappiamo l’importanza degli impegni. Noi siamo stati bravi a vincere la partita fin qui più importante che è stata la finale di Coppa Italia, quindi siamo contenti di aver vinto solo quel confronto e di aver perso gli altri due in campionato». Importante l’apporto che stanno dando alla squadra friulana due giovani come Ethan Esposito e Michele Ebeling, entrambi classe ’99, che a suon di gomitate e sbracciate hanno l’ambizione di arrivare in serie A. «Sono convinto che loro possano far bene, e che possano avere una carriera anche a più alto livello. Sono ragazzi che ascoltano, e in questo preciso momento della pallacanestro avere giovani che ascoltano i compagni di squadra che sono più grandi e che hanno più esperienza, indipendentemente dal coach che è seguito da tutti i giocatori, non è una cosa affatto scontata. Ad inizio anno sono stati un po’ una scommessa del club. Hanno però avuto una maturazione graduale e sono cresciuti di pari passo con i progressi della squadra. Questo li ha portati ad essere due giocatori importanti perché ci danno atletismo, fisicità, e ci permettono di alternare i quintetti. Loro due mi hanno impressionato particolarmente - ha concluso Giuri - perché hanno avuto la capacità di giocare in una squadra forte e di ritagliarsi il proprio ruolo all’interno di un gruppo che è pronto a vincere il campionato».