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giovedì 24 ottobre 2024

Mezzo secolo per Reggio Emilia, dove Kobe imparò a giocare a basket

Tra tanti alti e pochi bassi, la Pallacanestro Reggiana festeggia i suoi primi cinquant'anni di vita 

Mezzo secolo per Reggio Emilia

Dove Kobe imparò a giocare a basket

Da Montecchi a Basile, da Frosini a Faye, il ritratto di una città accogliente, speciale, innamorata della pallacanestro. Enrico Prandi: «Nati come fucina di giovani talenti. A capo della società da sempre imprenditori reggiani. La svolta nel 1978». Le perle le due finali scudetto del 2015 e 2016


di Giovanni Bocciero*


50 anni portati bene, è proprio il caso di dirlo. La Pallacanestro Reggiana è un esempio fulgido di quella provincia italiana che ha regalato storie meravigliose al basket nostrano. Un club sano, mai fallito nell’arco del suo percorso, da imitare sotto tutti i punti di vista, e specialmente per come lavora coi giovani.

«Il primo pensiero corre alla fondazione ed alla nascita di mia figlia - ha ricordato Enrico Prandi, fondatore ed ex presidente della società e poi commissioner della Lega Basket dal 2002-2007 -, motivo per cui fu posticipata da giugno al 3 settembre del 1974. Il progetto alla base della Reggiana non era certo quello di fondare un club che arrivasse a disputare la serie A. Volevamo altresì che la città avesse una sua squadra, e che potesse attirare qualche sponsor per permettere una florida attività giovanile così da diventare vivaio per i club maggiori presenti nei dintorni. Strada facendo trovare delle intese era difficile, così ci siamo tenuti i giovani e vincendo sul campo un campionato dopo l’altro siamo arrivati sino allo spareggio per l’A2». Era il 1982, si giocava a Udine contro Pavia.

Con l’ex presidente della Reggiana abbiamo fatto qualche passo indietro, alle origini del basket in città. «A Reggio Emilia c’era una latente passione per la pallacanestro sin dal dopoguerra, che poi è diventata tradizione coinvolgendo la provincia intera. Mancava però una squadra che potesse convogliare questo patrimonio. Infatti, già all’inizio degli anni ’80 contavamo 1500 abbonati».

Prandi ricorda anche un momento spartiacque. «Una tappa fondamentale è stato il primo campionato di serie B nel 1978/79, che ci mise difronte ad una categoria in cui capimmo che con le sole forze locali non potevamo fare di più. Così, in un’ottica di crescita costante, ci guardammo intorno e con l’intento di potenziare la squadra cominciammo a prendere giocatori provenienti da altre città. In virtù della rinuncia all’A1 della Fernet Tonic, terza squadra di Bologna, cogliemmo l’opportunità di prendere Mario Ghiacci».

A chi ha vissuto da protagonista questi 50 anni, in tante vesti diverse e oggi più che mai tifoso, abbiamo chiesto il quintetto simbolo della Reggiana. «Scegliere cinque giocatori non è facile. Di sicuro non può mancare Pino Brumatti, così come Bob Morse e Mike Mitchell. Senza voler trascurare nessuno, e restando nell’arco temporale della mia presidenza - ha sottolineato Prandi -, dico due nazionali come Piero Montecchi e Gianluca Basile. Ma la squadra che ha fatto le due finali scudetto andrebbe presa in toto».

Proprio a Montecchi e Basile, il primo giocatore biancorosso dal 1982-87 e poi di nuovo dal 1995-98, il secondo suo compagno di squadra nei tre anni e mezzo dal 1995-99, abbiamo chiesto cosa significa Reggio Emilia. «In una sola parola, è casa mia - ha detto Montecchi -, dove sono nato, cresciuto, diventato grande. Anche se per anni ho vissuto lontano, le mie radici sono ben salde. E questo vale anche per la squadra, naturalmente, non solo personale».

«Per me è dove tutto è nato - ha esordito Basile -, dove mi è stata data l’opportunità di realizzare il mio sogno. Sono arrivato che avevo 18 anni, per giocare con la squadra Juniores. Mi hanno accolto in maniera superlativa, e li ringrazio ancora oggi. Ero un ragazzo che andava via da una realtà che non gli poteva offrire nulla. Grazie alle persone che mi hanno voluto bene, il trasferimento non è stato difficile. Potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è. Mi presentai con un polso fratturato ma mi è stata data l’occasione di esprimermi al meglio».

«Una storia che dura da mezzo secolo è di grandissima eccellenza - ha continuato Montecchi - sotto tutti i punti di vista: umano, sportivo, valoriale. I grandi risultati del club sono coincisi con la sua serietà in un percorso nel quale ha saputo trovare imprenditori che la accompagnassero nel modo giusto per rimanere sempre ad altissimo livello».

La storia della Reggiana è fatta di alti e bassi, di speranze e grandi delusioni. Ma facendo anche di necessità virtù, è stata scritta con pagine indelebili. «Quando la squadra retrocesse in A2 - ha ricordato Basile -, ci fu una nuova cordata che acquistò la società che era a rischio fallimento. Così il club decise di allestire un roster con un paio di veterani più i ragazzi del vivaio, con Giordano Consolini come allenatore, mio coach delle giovanili».

«Nell’arco di questi 50 anni ne sono passati di giocatori: grandi, meno bravi, fortunati o sfortunati - ha rievocato invece Montecchi -, di ogni paese. Basta vedere le foto dei singoli anni per farsi un’idea». Come allora dimenticare Joe Bryant, ma soprattutto il piccolissimo Kobe, che a Reggio Emilia ha trascorso gli anni dell’adolescenza e per questo vi era legatissimo. Fuori dal PalaBigi campeggia un murale a ricordare proprio il fenomeno dei Lakers.

Alessandro Frosini è stato nella città del Tricolore dal 2009-2020, prima da giocatore e poi da novello direttore sportivo. «Il club vive in simbiosi con la città. Non ce ne sono così tanti di luoghi in giro per l’Italia, nonostante c’è passione per la pallacanestro un po’ ovunque. Quello di Reggio Emilia è un modo di essere, tu puoi essere chiunque: un tifoso, un dirigente, un giocatore delle giovanili o uno sponsor, ma sei Reggio Emilia».

«Ho scelto la Reggiana - ha proseguito Frosini -, perché per esigenze personali dovevo riavvicinarmi alla mia famiglia. Cercavo un club con la giusta situazione, dove si potesse giocare una pallacanestro di un certo livello con un progetto serio. È stata la prima volta che non sono passato per il mio procuratore, ma ho telefonato direttamente il capo allenatore che era Alessandro Ramagli. Gli ho detto che sapevo stessero cercando il quarto lungo, e mi sono così proposto. Lui mi rispose che non sarei stato un rincalzo, ma il titolare. A me poco interessava in quel momento, volevo solo continuare a giocare arrivato alla soglia dei 37 anni. La trattativa si concluse con quella stessa chiacchierata».

È così che nasce la sua avventura a Reggio Emilia, in un club serio ed ambizioso con la voglia di ritornare in serie A e che poi è arrivato a giocarsi due finali scudetto consecutive, nel 2015 e 2016. «Dopo due anni da giocatori ho proseguito per altri nove da direttore sportivo. Anche nella nuova veste la cosa è nata strada facendo, con alcuni incastri che mi hanno favorito. E posso dire che negli ultimi sei mesi della mia carriera ho rivestito praticamente entrambi i ruoli, grazie anche al rapporto instaurato con Dalla Salda, e - ha concluso Frosini - in una stagione molto difficile in cui la squadra si salvò all’ultima giornata».

Non solo il sogno scudetto, negli anni sono stati tanti i giovani formatisi in biancorosso. La lista, piuttosto lunga, comprende alcuni come Nicolò Melli, Angelo Gigli, Federico Mussini, Giovanni Pini, Riccardo Cervi, Momo Diouf. Negli anni 2000, nell’Italbasket del ct Carlo Recalcati, giocavano quattro giocatori passati per Reggio Emilia: oltre a Basile e Gigli, Marco Mordente e Giorgio Boscagin. E addirittura, nella stagione 2014-15, la Reggiana guidata da coach Max Menetti in panchina e Andrea Cinciarini in campo, è stata l’unica società di serie A ad avere il minutaggio degli italiani superiore a quello degli stranieri.

L’ultimo prospetto lanciato la passata stagione è Momo Faye. «Sono arrivato a Reggio Emilia che conoscevo poco, solo quello che mi hanno raccontato, soprattutto di come lavorano con i giovani per farli crescere e diventare professionisti. Sono stato subito ben accolto, mi sono adattato alla città ed alle persone. Tutti mi hanno aiutato con la scuola e ad imparare l’italiano».

«Sulla storia del club ovviamente non so tutto, ma mi sono informato il più possibile. Sono attratto dai tanti giocatori famosi che hanno giocato a Reggio Emilia, come Amedeo Della Valle, Achille Polonara, e questo mi trasmette le motivazioni di dare ancora di più. Mi piacciono tanto i tifosi, che sono molto attaccati al basket, ed ogni sabato o domenica vengono numerosi al palazzetto. Questo è fantastico, perché anche quando ti incontrano in giro per la città - ha concluso Faye - ti dimostrano tutto il loro affetto».

In questi 50 anni, comun denominatore è stato il PalaBigi, il palazzo che ha visto la crescita e l’evoluzione della società. «È il punto fermo dell’attività e dei tifosi - ha commentato Montecchi -. Immagino che le proprietà che si sono succedute nel corso degli anni non siano così d’accordo, perché con un impianto più grande si sarebbe potuto avere un altro respiro. Però un palazzetto così, anche se vintage, acquisisce un grande fascino».

«Il PalaBigi è un’istituzione, e anche se ormai molto datato seppur ristrutturato ed ampliato, continua a svolgere quel ruolo di fortino per la squadra - ha detto Frosini -. Rappresenta la grande forza della società ma anche un limite, perché nel momento in cui siamo riusciti ad arrivare a livelli altissimi giocandoci le finali scudetto, aver avuto l’opportunità di giocare in un impianto con maggiore capacità avrebbe fatto sì che l’evento fosse seguito da molte più persone».

«L’unica cosa che posso augurare alla Reggiana, oltre ad altri cinquant’anni di attività - ha concluso Montecchi -, è di riuscire in quel miracolo soltanto sfiorato di vincere almeno uno scudetto che sarebbe un fiore all’occhiello per tutti i reggiani». Stesso pensiero anche per Prandi, che c’ha tenuto a sottolineare come le «le proprietà che si sono succedute siano state sempre reggiane. E quest’ultima con Veronica Bartoli è illuminata per la nascente ‘Casa biancorossa’».

Italbasket, la prima ufficiale al PalaBigi contro l’Islanda

Come omaggio per i 50 anni di storia della Pallacanestro Reggiana, la Fip ha indicato come sede di gioco della prossima partita dell’Italbasket proprio Reggio Emilia, a distanza di 24 anni dall’ultima apparizione. Gli azzurri del ct Gianmarco Pozzecco sfideranno l’Islanda al PalaBigi, lunedì 25 novembre 2024. Si tratta della quarta partita del girone di qualificazione all’Eurobasket 2025. La nazionale ha già messo in carniere due vittorie nella finestra dello scorso febbraio, con la Turchia per 87-80 a Pesaro, e in Ungheria per 62-83. Prima della gara di Reggio Emilia, gli azzurri giocheranno in Islanda, a Reykjavík, il 22 novembre 2024. Al PalaBigi si tratta della prima partita ufficiale della nazionale, che aveva disputato due amichevoli in passato. Il 6 gennaio 1978, con la Turchia per la Coppa Decio Scuri (107-77 per gli azzurri); e il 26 febbraio 2000, con la Francia, altra vittoria per 69-65.


* per la rivista Basket Magazine

sabato 22 aprile 2023

La leggenda Oscar Schmidt: «La mia vita è un racconto di favole»

 

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta
Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021


di Giovanni Bocciero*


Oscar Daniel Bezerra Schmidt, meglio conosciuto semplicemente come Oscar, e soprannominato ‘Mao Santa’ e ‘O’Rey do triple’, è colui che detiene il record di maggior punti segnati in carriera a livello globale. Basterebbe questo incipit per descrivere il cecchino brasiliano che tanto ha fatto in Italia negli otto anni trascorsi a Caserta a partire dal 1982, e nelle successive tre stagioni di militanza con Pavia. Oltre un decennio nel quale ha stregato ogni appassionato di pallacanestro. Arrivato da sconosciuto, voluto fortemente da coach Boscia Tanjevic, c’ha messo poco a guadagnarsi titoli a nove colonne sull’allora carta stampata con aggettivi quali ‘mitraglia’ o ‘bombardiere’.

Oggi non è un mistero che la Liga Acb sia di gran lunga il campionato europeo più competitivo ed apprezzato. Ma negli anni ’80, questo primato apparteneva senza alcun dubbio alla Serie A, non a caso «il mio sogno era di giocare in Italia - ha esordito Oscar -, perché se fossi andato in Nba non avrei potuto giocare con la nazionale. Tanjevic, che avevo affrontato in Coppa Intercontinentale, è rimasto impressionato da me e quando è arrivato a Caserta ha chiesto di prendermi alla proprietà. Mi sono ambientato subito perché la pallacanestro è uguale dappertutto, e ovunque giocassi volevo soltanto fare bene. Conosco il gioco e per questo volevo il pallone in mano perché sapevo cosa dovevo farci. Essere stato allenato da Tanjevic è stata una grande esperienza per me. Credo che chiunque lo avrebbe voluto come allenatore, e per questo mi sento fortunato. Mi ha insegnato una cosa che ho usato fino alla fine della mia carriera: il giro dorsale. Era un movimento che aveva visto fare a Jack Sikma. Boscia me lo ha insegnato, e la prima volta che l’ho messo in pratica l’ho visto esultare in panchina. A lui devo tantissimo». Nonostante i meriti riconosciuti al tecnico slavo, quando fu introdotto il tiro da tre punti tra i due ci sono stati degli screzi perché Oscar, da buon tiratore, ne abusava un po’ troppo. «Ne abusavo perché facevo canestro. Se la metti devi tirare, ma per farlo ti devi allenare tanto. E l’esercitarmi tanto mi ha permesso di avere sempre una grande facilità nel fare canestro». Dopotutto ‘Mao Santa’ è famigerato per non credere nel talento per grazia ricevuta ma solo nel duro lavoro in palestra.

Ritornato a Caserta qualche settimana fa, in occasione del lancio della docuserie ‘Scugnizzi per sempre’ che racconterà di quegli splendidi anni, Oscar è ritornato al vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro - oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, considerati i padri putativi della pallacanestro casertana -, dove ha mosso i primi passi casertani. Eppure, «non ricordavo il palasport perché ha subito delle migliorie. Quasi non ci credevo perché è di sicuro più bello adesso. Ho avuto modo di vedere la partita contro Roseto, ho visto un bel pubblico caloroso, che mi ha accolto benissimo, e dopo sono andato a cena con la squadra. Sono sempre rimasto legato alla città, al cavaliere Giovanni Maggiò che ha costruito il palasport di Castel Morrone in cento giorni - ha ricordato il cecchino brasiliano -, una persona incredibile che ha permesso l’inizio della nostra scalata. Non ci sono parole per descrivere cosa ha fatto. Ho giocato a Caserta otto fantastici anni, e sono stato felice che abbiano vinto lo scudetto». Una cosa incredibile è che, seppur Oscar non sia riuscito a vincere il tricolore con i bianconeri, è impossibile scindere il suo nome da quel successo. Segno dell’affetto che il popolo casertano nutre nei suoi confronti, e allo stesso tempo di quanto il giocatore abbia segnato quelle memorabili stagioni. «Ricordo tutto della città, ho tanti amici, ho addirittura battezzato un ragazzo casertano. Posso dire che mi manca la vita di Caserta. Spesso parlo con mia moglie Cristina del fatto che la città seppur piccola fosse il posto ideale dove vivere. E quando ci ritorniamo andiamo a vedere tutti i luoghi che frequentavamo. Se non me ne fossi andato ci sarei rimasto per tutta la vita».

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta, riceve una maglia celebrativa
dall'ex compagno Nando Gentile - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Dalle parole del brasiliano traspira una passione che arde ancora oggi. Una passione che spesso, invece, manca ai giovani professionisti, schiacciati troppe volte dalla pressione per un gioco che è di sicuro mutato insieme al mondo odierno. E questo fa sì che diversi siano i giocatori che gettino la spugna, mettendo fine a carriere che sembravano luminose. «Se si decide di giocare ad uno sport come la pallacanestro bisogna dedicarsi completamente ad esso. Se invece i ragazzi gettano la spugna così facilmente non sono amanti dello sport. Lo sport è fatto per gente vera, che sopporta la pressione. Io stesso l’ho dovuta sopportare con tifosi, dirigenti e giornalisti tremendi, ma sono sopravvissuto ed ho vinto tutto quello che potevo vincere».

Una delle finali perse dalla Juvecaserta è quella di 34 anni fa, contro il Real Madrid in Coppa delle Coppe. Forse la partita più bella che si sia mai vista su di un campo da basket. «Quella gara mi ha lasciato un rammarico incredibile. Nando Gentile doveva tirare un 1+1 ai tiri liberi con zero secondi sul cronometro, ma non li ha tirati perché gli arbitri non si sono voluti mettere contro il Real Madrid. Ho visto e rivisto decine di volte quell’ultima azione, e l’arbitro ha fischiato fallo, però poi ha cambiato idea. Per me rimarrà la più grande delusione che ho avuto in Italia. Giocavamo contro uno squadrone, e noi eravamo al top della nostra forma consapevoli che potevamo vincere. Eravamo senza alcun dubbio le due migliori squadre che si potessero affrontare». Una sfida nella sfida, perché ad Oscar che segnò 44 punti replicò Drazen Petrovic con ben 62. «Era un tremendo giocatore - ha ricordato il brasiliano -, un qualcosa di anormale. Aveva già giocato il Mondiale del 1986 nel quale fu eletto miglior giocatore della competizione. Anche per questo volevo sfidarlo e volevo batterlo. Sapeva giocare a pallacanestro come nessun’altro, ed era destinato ad essere il miglior giocatore anche della Nba. Non lo è stato solo perché non lo hanno lasciato giocare. Con lui seduto in panchina gli preferivano Terry Porter. Ma per favore».

Era un’altra Nba, nella quale Oscar non ha giocato per via delle restrizioni che prima non permettevano ai giocatori di poter giocare con le proprie nazionali. E se il brasiliano non avesse più giocato con la nazionale ci saremmo persi la finale dei Giochi panamericani del 1987, nella quale la sua squadra batté ad Indianapolis gli Stati Uniti dando il là all’utilizzo dei giocatori professionisti. Ma nonostante quel successo, il sogno nel cassetto mai raggiunto da ‘O Rey do triple’ è proprio legato alla formazione verdeoro, perché «avrei voluto vincere un’Olimpiade. Con la vittoria del Panamericano eravamo saliti di livello. L’anno successo siamo andati alla manifestazione olimpica a Seul. Ai quarti incontrammo l’Unione Sovietica che poi sarebbe diventata campione. Io purtroppo ho sbagliato l’ultimo tiro, e quel momento non lo dimenticherò mai. I miei compagni avevano così tanta fiducia in me che non credevano potessi fallire». Oltre a quelle restrizioni per le nazionali, anche il campionato americano ha sdoganato certe consuetudini dando più fiducia agli europei che sono sempre più protagonisti, da Jokic ad Antetokounmpo a Doncic. «La pallacanestro si è evoluta, e questi ragazzi sono dei grandissimi giocatori. In particolare mi piace molto guardare Doncic, che è una cosa incredibile. Sa fare delle cose che non riesco a spiegarmi e credo che possa diventare il miglior giocatore della Nba, perché ne ha le capacità ed è rispettato». La pallacanestro ormai è universale, per questo è molto apprezzata anche l’Eurolega che ha raggiunto un livello quasi pari a quello della ‘lega più famosa del mondo’. «La guardo molto volentieri. Quando faccio zapping in tv e mi capita di passare su una partita europea chiamo subito mia moglie e la guardiamo insieme. Vedo ogni cosa che riguardi il basket, e questo è fondamentale per un vero appassionato. Se ci sono differenze tra Nba ed Eurolega? Negli Stati Uniti si tira tanto da tre punti. Quando io ho fatto il camp nel 1984 non era così, ma oggi Golden State insegna che senza saper segnare dall’arco non si può vincere».

Oscar è una leggenda della pallacanestro anche e soprattutto per quel suo record di 49.737 punti segnati. Ma se LeBron ha recentemente superato il primato di 38.387 punti realizzati in Nba da Abdul-Jabbar, è lecito domandarsi se ci sarà mai qualcuno capace di scalzare il brasiliano da questo suo trono. «Credo proprio di sì - la risposta del diretto interessato -, perché i record esistono proprio per essere battuti. Anzi, spero che qualcuno lo batta. Sono ovviamente contento di aver realizzato questo record, perché nella pallacanestro si ricordano poche cose. Però quando riesci in qualcosa di così importante a livello mondiale, non è semplice. Sono sicuro che un giorno, anche per via del tanto utilizzo del tiro da tre punti, qualcuno come Doncic, Klay Thompson o Steph Curry riuscirà a superarmi».

Oscar Schmidt al PalaPiccolo di Caserta durante il match
contro Roseto - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Da leggenda dello sport globale, ha giocato e conosciuto altre leggende come lui. Il già citato Petrovic è solo un esempio. Negli anni in cui ha militato a Caserta ha incontrato ad esempio Diego Armando Maradona. «Lui era un giocatore tremendo come Petrovic. Un giorno uno dei giocatori del Napoli mi disse che anche quando stava male, loro potevano sempre contare su di lui. Sapevano che lo avrebbero trovato lì in campo a lottare fianco a fianco, qualsiasi cosa succedesse». Rivale dell’argentino un suo connazionale come Pelè, venuto a mancare recentemente. «Lui era di un altro pianeta. Ha fermato una guerra perché entrambi i paesi volevano vederlo giocare (il riferimento è alla guerra del Biafra, in Nigeria, dove ci fu un conflitto tra governo centrale e l’autoproclamatasi regione separatista. Sulla questione però, alcuni studiosi sconfessano questa versione del ‘cessate il fuoco’ per assistere ad una partita di Pelè e del suo Santos in tournée in Africa). È stato una cosa incredibile dentro e fuori dal campo. Di lui mi ricordo tante cose, come il dribbling fulmineo. È stato un idolo per tutto il Brasile, ed ovviamente anche il mio».

Tornando al basket, Oscar non nasconde che «ho sempre voluto giocare con i migliori, perché è così che potevo migliorare. Quindi avrei voluto giocare con Jordan, con Bryant, con Magic. Ma se devo sceglierne uno solo dico Bird, un bianco che non sapeva saltare, non sapeva correre, ma che giocava meglio di tutti». Contro Michael Jordan fu avversario in una storica amichevole tra Caserta e Trieste nell’agosto del 1985, con ‘Air’ che frantumò il tabellone in vetro per la troppa foga di schiacciare. «Lo vedevo muoversi in campo ed ho pensato che fosse un ottimo giocatore. Si capiva che avrebbe dominato in Nba - ricorda Oscar - perché era un predestinato. È stato fantastico poter giocare contro di lui». Bryant invece non l’ha affrontato in campo ma l’ha conosciuto. «Ho parlato per la prima volta con lui in Cina, perché ero andato a vedere un allenamento della nazionale americana, e mi ha confessato che ero un suo idolo. Per me Jordan non è stato migliore di Bryant, perché anche lui era fortissimo. Giocava in una maniera feroce e tirava molto perché segnava anche molto. La differenza tra i due sta soltanto in un titolo vinto in meno da Kobe».

La carriera di Oscar è stata costellata di successi ed anche di qualche delusione. Ma soprattutto dalla malattia. Per ben due volte è stato sottoposto ad intervento chirurgico per un tumore al cervello. Eppure non perde il sorriso, e spesso usa la sua esperienza in conferenze motivazionali. «A volte penso che la mia vita sia un racconto di favole, perché la mia carriera è stata incredibile. Ancora oggi se cammino per strada ci sono persone che si fermano e che vogliono fare una fotografia con me. Per tutto questo devo molto all’Italia e a coach Tanjevic, perché mi hanno fatto migliorare come giocatore e mi hanno permesso di rimanere conosciuto. Con Caserta ho giocato diverse finali, ma abbiamo vinto solo la promozione in A e la Coppa Italia. Questo è il mio più grande rammarico - ha concluso Oscar - perché ancora oggi non capisco come in Brasile vincevo tutto mentre in Italia no».


*L'esclusiva video intervista integrale


Qui l'articolo per Basket Magazine

mercoledì 18 marzo 2020

La vita in Italia di Kobe Bryant - La leggenda è nata a Rieti

Il suo primo coach: "Passione illimitata,
è nata qui la Mamba-Mentality"

La leggenda di Kobe è nata a Rieti, dove approdò a sei anni e dove è rimasto semplicemente "il figlio di Joe"


di Giovanni Bocciero*


RIETI - Il viaggio di Kobe Bryant in Italia ha avuto inizio alle pendici del Terminillo, quando aveva soltanto sei anni. Seguendo i trasferimenti del papà Joe ha poi fatto su e giù per la nostra penisola, ma è a Rieti che è nata la leggenda del Black Mamba. Dal 1984 al 1986 ha frequentato le scuole primarie di Lisciano e il palasport di Campoloniano. Alla sua scomparsa la città ha vissuto giorni molto tristi, proprio come quando 15 anni fa vi fu la dipartita del beniamino Willie Sojourner, al quale è stato poi intitolato il palazzetto.
«È come se fosse morto uno di famiglia - ha detto il suo primo allenatore in Italia, Gioacchino Fusacchia -. Era un figlio adottivo di Rieti». La tifoseria reatina e la NPC Rieti, con la partecipazione del Comune e della Provincia di Rieti, lo hanno ricordato nella gara dello scorso 5 febbraio con una cerimonia che ha visto l’apposizione della maglia numero 24 dei Lakers al soffitto del palasport dove Kobe ha mosso i primi passi da cestista. Inoltre, sembra sia stato già avviato l’iter per l’intitolazione di una strada cittadina al figlio di Joe.
Il tributo del PalaSojourner di Rieti, dove Kobe ha vissuto i primi anni
della sua infanzia. Fusacchia: "Restava ad allenarsi per ore anche con
i più grandi e non gli si poteva dire niente: era il figlio del mitico Joe" 
Sì, perché anche se Kobe ha avuto una carriera molto più prestigiosa del papà, a Rieti rimarrà sempre il figlio di Joe. «A quell’età non si può capire se un ragazzo diventerà qualcuno - ha continuato Fusacchia -, quindi è inutile fare un certo tipo di affermazioni. Di sicuro rispetto a tanti suoi coetanei aveva una passione illimitata, che con il tempo è poi diventata la sua più grande ossessione fino a plasmare la Mamba mentality. Quando veniva in palestra faceva allenamento con il suo gruppo, e poi rimaneva anche con i gruppi giovanili più grandi. Giocava per diverse ore consecutive, senza tregua, e non gli si poteva dire nulla perché era il figlio del mitico Joe».
Quando non era impegnato a scuola o in palestra si incamminava verso il campetto degli Stimmatini dove continuava a tirare imperterrito ad un canestro. Eppure quelle strade, una volta lasciate, non l’hanno visto mai fare ritorno. Con Rieti è mancato quell’imprinting tanto che il giornalista Luigi Ricci ha messo addirittura in discussione se se la ricordasse. La città avrebbe voluto essere più partecipe nella vita del Black Mamba, tanto che sembra nel 2003 il Comune abbia tentato di conferirgli un riconoscimento andando fino a Los Angeles ma senza riuscire a combinare la cosa per i suoi molteplici impegni.
Nonostante ciò, la città può senz’altro fregiarsi del ruolo di plantageneta della leggenda Bryant, come sempre ricorda Ricci. È qui che Kobe ha iniziato a giocare a pallacanestro e ad imparare l’italiano prima di girovagare per la nostra penisola. Quell’italiano che gli apparteneva così tanto che quando ha fatto ritorno negli Stati Uniti non riusciva più a capire lo slang dei giovani afroamericani. «L’ho visto per l’ultima volta a Torino, quattro o cinque anni dopo che se ne andò - ha detto Fusacchia -, ad un torneo giovanile quando giocava a Reggio Emilia. Fu carino a venire a salutarci e fare delle foto con i suoi vecchi compagni. Purtroppo è vero che a Rieti non ha più coltivato le amicizie, ma bisogna comunque considerare che era un bambino e i suoi ricordi non erano così nitidi come altrove. Sarebbe potuto ritornare se il papà Joe fosse diventato allenatore della Sebastiani tempo fa. Ma so per certo, tramite quella che fu l’interprete della mamma Pamela qui in città e che ha continuato ad avere rapporti con la famiglia Bryant a distanza di anni - ha concluso l’allenatore -, che sarebbe voluto ritornare in ogni caso».


* per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 7 dicembre 2016

Dall'High School alla NBA: la discussione si fa rovente

DallHigh School alla NBA: la discussione si fa rovente
Bandito dal commissioner David Stern nel 2005, bollato di razzismo, Adam Silver vuole limitare ancora di più il salto


di Giovanni Bocciero*

Da Reggie Harding nel 1962, passando per Haywood, Malone
e fino a Dawkins, tanti casi scottanti. Nella foto Ben Simmons.
Il sistema NCAA è stato più volte messo in discussione negli ultimi anni. Le maggiori critiche sono state mosse proprio dai giocatori, non ultimo la prima scelta assoluta del draft 2016 Ben Simmons. Il talento australiano ha ribadito come l’obbligo di fare un anno al college non serva a nulla per quegli atleti che vorrebbero in realtà compiere il grande salto in NBA direttamente dall’high school. Ma analizziamo nel dettaglio questo spinoso argomento.

PRIMI CASI. Il primo giocatore ad essere stato chiamato al draft senza passare per il college fu Reggie Harding nel 1962. A sceglierlo furono i Detroit Pistons ma non scese in campo sino alla stagione 1963/64. Anni dopo ci fu la prima regola stabilita dalla NBA per cui un giocatore non poteva rendersi eleggibile se non erano trascorsi quattro anni dal diploma. Questa regola fu violata nel 1970, quando i Seattle SuperSonics decisero di ingaggiare Spencer Haywood. Diplomatosi alla Pershing HS nel 1967, frequentò l’University of Detroit prima di firmare per i Denver Rockets (antenati dei Nuggets) in ABA. Tempo due anni e approdò in NBA tra le fila dei SuperSonics contravvenendo alla norma dei quattro anni dal diploma. Venne così fatta una petizione all’antitrust contro la lega, e il caso finì addirittura davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti che emise una sentenza di 7-2 a favore di Haywood. Dopo questa decisione la NBA permise agli atleti di lasciare in anticipo l’università purché dimostrassero l’“hardship case”, ovvero che avessero un disagio finanziario che poteva essere attutito con il passaggio al professionismo. Altri casi di prep-to-pro si ebbero nel 1974 con Moses Malone che passò dal liceo all’ABA, ingaggiato dagli Utah Stars, finendo poi in NBA quando queste arrivarono a fondersi; mentre al draft del 1975 venne selezionato dai Philadelphia 76ers Darryl Dawkins che si dichiarò eleggibile dimostrando di vivere in difficoltà economiche.

Con Kevin Garnett (nella foto) la "revolution". Dopo di lui
altri 38 atleti a cominciare da un certo Kobe Bryant.
RIVOLUZIONE. Ci vogliono vent’anni per rivedere un liceale compiere il grande salto: era il 1995 e si trattava di Kevin Garnett. Il campione NBA soprannominato non a caso “the revolution”, rivoluzionò l’idea del passaggio dal liceo al professionismo perché l’ex Minnesota e Boston non aveva apparentemente difficoltà economiche, ma di certo non amava la scuola. Credeva invece - e a posteriori con ragione - di valere la lega appena diciottenne. All’indomani del suo avvento, la nota rivista sportiva Sports Illustrated titolava con lui in copertina: «Ready or not...». In barba allo scetticismo tanto tecnico quanto fisico, Garnett dimostrò tutto il suo valore, e sulla sua scia toccò poi ai vari Kobe Bryant, Tracy McGrady, Amar’e Stoudemire, LeBron James e Dwight Howard, per un totale di 39 giocatori.
Si poteva facilmente notare come aumentò l’afflusso dei diplomati scelti al draft, e così il commissioner David Stern pensò bene di mettere un freno a tutto ciò durante la trattativa per il contratto collettivo tra il sindacato giocatori e la NBA nel 2005. Stern propose un limite d’età a 20 per l’eleggibilità, dichiarando che troppi giovani afroamericani stavano usando la lega in modo non corretto per farsi strada, raggiungere la fama e sistemarsi finanziariamente. La maggior parte degli atleti fu contrario ad introdurre un limite, e addirittura Jermaine O’Neal - che aveva compiuto il salto nel 1996 - accusò il commissioner di razzismo. Alla fine, però, l’unione giocatori trovò un compromesso sui 19 anni, e inoltre ottenne delle modifiche alle regole di protezione degli stipendi. Le reazioni dei cestisti liceali furono furibonde. Bill Walker dichiarò che: «È ridicolo che devi avere 19 anni per giocare a basket quando puoi averne 18 per andare in guerra e morire per il tuo paese». Gli fece eco Jerryd Bayless: «Se un giocatore di tennis può essere professionista a 13 anni, non riesco a capire perché un giocatore di basket non lo possa essere a 18». Contraddizioni di quel fantastico paese chiamato Stati Uniti che dopotutto tanto liberale non è. Il rinnovo del contratto collettivo che ha portato al lock-out nel 2011 non ha apportato modifiche in tale ambito, per questo i requisiti minimi per essere eleggibili sono: compiere 19 anni nell’anno del draft; essere trascorso almeno un anno dal giorno del diploma.

Da Jennings (nella foto) a Mudiay molti i giocatori che per saltare
l'ostacolo sono andati all'estero prima di approdare nella NBA.
ONE-AND-DONE. Nel 2005 venne dunque introdotta la nuova normativa per i liceali che vorrebbero approdare direttamente in NBA, ovvero che devono giocare per almeno un anno al college prima di potersi dichiarare al draft. La maggior parte di questi talenti one-and-done decide di spendere l’anno all’università, altri invece preferiscono aggirare lo studio - anche perché non sono portati - firmando in D-League o addirittura all’estero così da monetizzare immediatamente. Abbiamo gli esempi di Brandon Jennings che da Oak Hill Academy giunse a Roma, e di Emmanuel Mudiay che dopo aver accettato la borsa di studio di Southern Methodist ripiegò per la Cina. Thon Maker l’estate scorsa è stato un caso particolare che ha fatto molto scalpore. Dichiaratosi per il draft, ha dimostrato alla lega professionistica di aver terminato il liceo un anno prima ed essere rimasto ad Orangeville Prep da studente post-diploma.

DIO DENARO. La polemica sull’anno obbligatorio al college è stata risollevata circa un mese fa da Simmons. Le sue dichiarazioni sull’inutilità di trascorrere una stagione in NCAA, in realtà, palesavano non tanto la voglia di diventare quanto prima professionista, piuttosto quella di guadagnare dal ritorno mediatico che hanno le università, sempre più macchine da business tra diritti televisivi, merchandising e botteghino. Insomma verrebbe da citare che anche la tasca vuole la sua parte. E qui ci si contrappone alla regola fondamentale dell’associazione universitaria, ovvero quella che i giocatori devono essere qualificati quali “student-athlete” senza alcuna remunerazione. È forse questo il fulcro vero del dibattito. Dopotutto già negli anni ‘70 campioni come Malone erano spinti al grande salto per il loro talento che gli avrebbe garantito lauti guadagni. E allora la vera domande è se questi fenomeni della nuova generazione non debbano ricevere compensi dai college per cui giocano, e che contribuiscono a far arricchire con le loro decisioni e prestazioni.

CORRENTI DI PENSIERO. La parola fine di questa faccenda non sembra trovarsi dietro l’angolo. A tal proposito si fronteggiano due diversi schieramenti, proprio come i Guelfi ed i Ghibellini nella Firenze medievale. Da un lato c’è il fronte di quelli che ragionano in modo imprenditoriale, e dunque vedono gli atleti come dei dipendenti che producono ed hanno diritto allo stipendio; dall’altro c’è il fronte più sociale, che considera i giocatori degli studenti e come tali devono seguire indifferentemente l’insegnante come l’allenatore apprendendo e senza nulla pretendere se non la conoscenza, tanto culturale quanto cestistica. Il problema è che tali atleti non hanno intenzione di apprendere soprattutto se sin dal liceo vengono pompati dai procuratori che gli promettono mari e monti e dalle famiglie che in loro vedono la cosiddetta gallina dalle uova d’oro. E vista la volontà del commissioner NBA Adam Silver di portare l’obbligo per l’eleggibilità a due anni dopo aver conseguito il diploma, la situazione si potrebbe ulteriormente complicare. L’atmosfera NCAA è unica, e gli ingaggi potrebbero effettivamente inquinarla, perché come per i pro gli atleti potrebbero decidere di giocare per chi gli offrirà di più rispetto al prestigio degli atenei.



* per il mensile BASKET MAGAZINE

mercoledì 20 aprile 2016

Kobe Bryant e la sua voglia di Italia

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 21/04/2016

Il cinque volte campione NBA può far crescere il movimento cestistico azzurro
Kobe Bryant e la sua voglia di Italia

CASERTA. Ad una settimana dal suo addio definitivo alla pallacanestro ci sono ancora alcuni interrogativi a cui Kobe Bryant non ha risposto in modo trasparente. Che lui sia particolarmente legato all'Italia non lo ha mai nascosto, fatto sta che durante la sua lunghissima carriera ai Los Angeles Lakers spesso e volentieri si è lasciato andare a dichiarazioni in lingua italiana. Segno inconfondibile che il Bel Paese gli è rimasto dentro. Adesso avendo appeso le scarpette al chiodo ovviamente gli si chiude un capitolo della vita e gliene si apre un altro che scommettiamo vorrà intraprendere con la stessa voglia di vincere che lo ha da sempre contraddistinto sul parquet. Lui stesso si è lanciato in proposte del tipo di aiutare i giovani cestisti italiani a crescere, a migliorarsi, ad affermarsi nel mondo della pallacanestro mondiale. Ma come?
All'amo gettato in acqua dal "Black Mamba" ha subito abboccato il presidente della FIP Gianni Petrucci, che seppur tra mille critiche bisogna dire che da quando si è riappropriato della poltrona del basket italico ha saputo rilanciare il movimento, sull'onda dei diritti televisivi della Serie A e dell'EuroBasket 2015. Alla domanda come Bryant potrà aiutare i giovani atleti azzurri noi rispondiamo con due differenti risposte, e c'è da premettere che non ci immaginiamo un Kobe fisso in palestra a fare allenamenti su allenamenti, nonostante la sua grande abnegazione quando era ancora chiamato a scendere in campo.
Una prima opzione sarebbe quella di coinvolgerlo a pieno regime nella Nazionale, per mandato diretto della FederBasket. Un ruolo da team manager non sarebbe poi follia, perché se ci possiamo permettere un Ct che per dieci mesi sta lontano dall'Italia pur svolgendo un ottimo lavoro di monitoraggio con il suo staff, anche l'ex Lakers potrebbe fare da spola tra Stati Uniti e Italia in base agli impegni dell'ItalBasket, e perché no, anche delle Nazionali giovanili. Ma vi immaginate un raduno dell'Under 16, per dire, con Kobe che si mette casacca e pantaloncini per prendere parte all'allenamento un po' come fa spesso Michael Jordan con i suoi giocatori agli Charlotte Hornets? Brividi!
La seconda ipotesi sarebbe, invece, quella di legare l'immagine di Bryant alla Lega Basket. Ciò vorrebbe dire vedere il cinque volte campione NBA diventare una sorta di ambasciatore del nostro massimo campionato in tutto il mondo; rendersi disponibile a presenziare ad ogni evento dalla Supercoppa alla Coppa Italia ed ovviamente alle Finali Scudetto; utilizzare anche la sua influenza per far approdare ai club italiani qualche giocatore di caratura per far accrescere anche lo spessore qualitativo della Serie A; ed infine esportare grazie alla sua popolarità il nostro campionato oltre i confini nazionali, in mercati come quello della Cina ad esempio, ma anche India o negli stessi Stati Uniti dove proprio grazie alla fama di Bryant potrebbero nascere, magari, qualche progetto comune votato soprattutto per i più giovani.
Giovanni Bocciero