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mercoledì 12 maggio 2021

Speciale. Trent'anni fa lo Scudetto di Caserta

La Stella del Sud - Il 21 maggio 1991 Marcelletti, Gentile ed Esposito portavano per la prima volta al Sud il titolo italiano battendo la Philips di Mike D'Antoni

JUVE CASERTA, LO SCUDETTO DEL RISCATTO

Il presidente dell'epoca Gianfranco Maggiò, il coach Franco Marcelletti e il capitano Nando Gentile, rievocano l'impresa della squadra che superò le tradizionali potenze del Nord a coronamento di cinque anni esaltanti. Una storia che inizia per la passione e il coraggio di Giovanni Maggiò e con un Palasport costruito in soli cento giorni

Tanjevic, Sarti, Giannoni gli altri artefici di un miracolo costruito valorizzando i talenti locali. La svolta si ebbe rinunciando ad Oscar e Glouchkov e dando fiducia a Marcelletti, un altro casertano. Orgoglio per il glorioso passato, amarezza per un presente modesto, ma Gentile è al lavoro per restituire alla città le emozioni di un tempo.



di Giovanni Bocciero*



Il roster dei Campioni d'Italia (Foto archivio Carlo Giannoni)
Sergio Donadoni (guardia, 1969, 200 cm), Tellis Frank (ala, 1965, 207 cm), Cristiano Fazzi (play, 1972, 181 cm), Francesco Longobardi (guardia, 1969, 200 cm), Massimiliano Rizzo (centro, 1969, 204 cm), Giacomantonio Tufano (centro, 1969, 208 cm), Vincenzo Esposito (guardia, 1969, 194 cm), Sandro Dell'Agnello (ala, 1961, 203 cm), Ferdinando Gentile (play, 1967, 190 cm), Charles Shackleford (centro, 1966, 207 cm), Allenatore Franco Marcelletti, Assistente Maurizio Bartocci, impiegati anche Damiano Faggiano, Giuseppe Falco, Claudio Acunzo, Luigi Vertaldi e Virgilio Vitiello


21 MAGGIO 1991. Non c’è casertano che non sappia cosa è successo quel giorno. Una data che si ricorda come il proprio compleanno. Quel giorno rappresenta un pezzo di storia per la città di Caserta che festeggiava la vittoria dello scudetto grazie all’impresa della Juve. Un obiettivo rincorso a lungo e raggiunto come il finale di un libro giallo. Tutti conosciamo tutto a riguardo. A distanza di trent’anni però, questo è un anniversario davvero importante, intriso di orgoglio ma anche di malinconia, con la speranza di poter tornare a rivivere emozioni di quel genere. Un avvenimento rappresentativo, oggi più che mai, come l’emblema della piccola provincia italiana che riesce a competere e addirittura a vincere contro le corazzate soprattutto del Nord Italia. Quel trionfo è stato reso possibile grazie alla visione di un uomo, il Cavaliere Giovanni Maggiò, che ha trascinato i propri collaboratori e investito nella costruzione del PalaMaggiò. Impianto imprescindibile per i risultati raggiunti dalla Juve Caserta e per questo un tutt’uno con il tricolore.
«Più passano gli anni e più ci si rende conto che - ha esordito Gianfranco Maggiò - è stato fatto qualcosa di straordinario. Naturalmente c’è orgoglio e soddisfazione per aver realizzato un vero e proprio sogno. E man mano che passano gli anni, appunto, si capisce meglio la portata di ciò che è stato realizzato. Non posso nascondere che oltre all’orgoglio per quanto è stato fatto c’è anche una certa amarezza nel vedere che il teatro dove è stato realizzato tutto ciò, ovvero il PalaMaggiò, è stato in qualche modo abbandonato. Dico questo perché le due cose sono collegate. Lo scudetto, ovvero il sogno raggiunto, non si sarebbe realizzato senza quell’impianto».

IL PALAZZO, COSTRUITO IN CENTO GIORNI pur di garantire la serie A alla squadra e alimentare quel sogno nel quale ha creduto da pioniere Giovanni Maggiò. Il presidente visionario che purtroppo, come altri protagonisti della scalata della Juve Caserta, non ha potuto festeggiare il successo perché strappato alla vita. «Lo scudetto è soprattutto di mio padre - ha smorzato Gianfranco Maggiò -, perché se non ci fosse stato lui, con il suo coraggio, con la sua capacità di trascinare i collaboratori, con l’intuizione di realizzare il PalaMaggiò non saremmo mai arrivati a quel punto. Detto ciò, una delle più grandi soddisfazioni che ricordo quando abbiamo vinto è quella della premiazione, che avvenne a Caserta nel mese di settembre perché prima non si premiava a fine gara. Ebbene, a questa premiazione parteciparono molti degli atleti che avevano giocato per la Juve Caserta addirittura in serie C. Segno che quando si raggiunge un risultato del genere il merito è di tutti quelli che hanno lavorato per tale obiettivo. C’è stato un pianeta, ovvero Giovanni Maggiò, intorno al quale hanno girato molti satelliti che hanno contribuito ad illuminare la scena. Alcuni si sono elevati al di sopra degli altri, come Tanjevic che è stato un pilastro fondamentale, così come Oscar che ha tracciato la strada ai giovani, così come i dirigenti Sarti e Giannoni che sono stati importanti nella costruzione dell’intera società».
L’unica amarezza può essere derivante dal fatto che quel trionfo ha rappresentato l’apice di un percorso lungo e faticoso, piuttosto che l’inizio di una serie di altri importanti successi. «Lo scudetto è stato raggiunto dopo vent’anni di lavoro, di sacrifici, ed era inevitabile che quel successo rappresentasse l’apice di tutto. In seguito qualche errore può essere stato commesso - ha continuato Gianfranco Maggiò -, ma resto dell’idea che l’entrata della pallacanestro nel professionismo con la legge del ‘91, coincisa proprio con la vittoria del nostro scudetto; e poi la sentenza Bosman del ‘94 abbiano tarpato le ali ad una società come la nostra che aveva fondato tutta la sua attività sul settore giovanile, e dunque sulla crescita dei ragazzi in casa. Queste nuove normative e regolamentazioni hanno vanificato la nostra programmazione facendo lievitare i costi. Noi avevamo anche l’onere del fabbricato sulla gestione della società e quindi praticamente quello che poteva essere un punto di arrivo, ma contemporaneamente un punto di partenza per il futuro, è andato in contro a delle difficoltà di natura imprevedibile che hanno fatalmente modificato in maniera quasi irreversibile tutto il programma che era stato fatto».

Il gm Giancarlo Sarti, il presidente Gianfranco Maggiò,
il coach Franco Marcelletti (Foto archivio Carlo Giannoni)

ALLA PARI DEGLI ATLETI IN CAMPO, il PalaMaggiò è stato un pezzo del puzzle che ha permesso alla società bianconera di raggiungere le vette del basket italiano ed europeo. E non si può scindere dalla vittoria dello scudetto. «Ricordo perfettamente che quando incontrai i dirigenti del Real Madrid ad Atene per la finale di Coppa delle Coppe - ha rivelato ancora Gianfranco Maggiò - loro ci dissero che ammiravano la nostra società non solo per la squadra di livello ma soprattutto per il fatto che ci eravamo dotati di un nostro palazzo molto avveniristico e funzionale per l’epoca».
Ed è proprio per garantire un futuro all’impianto che Gianfranco Maggiò ha ricoperto nelle ultime stagioni il ruolo di presidente onorario della Juve Caserta. Mentre oggi, da osservatore esterno, guarda con fiducia al nuovo club cittadino della JC Academy impegnato in C Silver. «Ho ricoperto quel ruolo nella vecchia società con la speranza di riuscire in qualche modo a dare una mano alla risoluzione del problema legato al PalaMaggiò. Purtroppo non ci sono riuscito e ne sono dispiaciuto. In questo momento non ho nessuna paura che la pallacanestro possa perdersi a Caserta perché sono molto fiducioso della nuova società del presidente Farinaro, persona serie e dalla grande passione ed etica. Finalmente vedo la Juve Caserta in buone mani. Anche se si deve ripartire dalla serie C, ricostruendo l’attività giovanile, il presidente e i suoi collaboratori hanno le capacità, l’umiltà e l’ambizione per riuscirci. Bisogna avere pazienza perché non si può fare tutto dalla sera alla mattina».

LA VITTORIA DELLO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha avuto il merito di avere come protagonisti tanti casertani, dal coach Franco Marcelletti al play Nando Gentile, alla guardia Enzo Esposito, a Sergio Donadoni. Persone che non solo competevano per vincere, ma anche per portare in alto il nome della propria città.
«È stata una grande soddisfazione, ancor più grande per me che sono casertano - ha esordito Marcelletti -, perché abbiamo fatto qualcosa paragonato ad un miracolo, ma che di miracolo ha ben poco. Per arrivare a quello scudetto ci sono stati anni e anni di duro lavoro, nei quali abbiamo affrontato e battuto avversarie come Milano, Roma, Cantù, Pesaro. Tutte squadre che giocavano una pallacanestro di altissimo livello. E se ci siamo riusciti è grazie al progetto iniziato dal presidente Giovanni Maggiò che ha garantito la costruzione del palazzo senza il quale non si sarebbe potuto giocare in serie A».
Il percorso della Juve Caserta è stata una gran bella avventura, destinata però come tutti i cicli a finire. «Negli anni di Tanjevic, con la promozione in A, e poi successivamente con me siamo sempre stati tra le prime in classifica arrivando a giocarci tante finali. Non so se dopo la vittoria dello scudetto si sarebbe potuto fare di meglio - ha spiegato Marcelletti -, perché comunque essere costanti comporta tanti costi e la famiglia Maggiò ha fatto davvero tanto. Quasi ogni grande piazza del nostro basket ha affrontato momenti difficili ed è dovuta ripartire dal basso. Ricordo che Gianfranco Maggiò rifiutò offerte stellari da Roma per Gentile, tutto per realizzare il sogno scudetto. La scomparsa del cartellino nel ‘96, ha rappresentato di sicuro uno svantaggio per una società come Caserta che puntava molto sulla valorizzazione dei giovani ritenuti un patrimonio».
In città l’amore per la pallacanestro non potrà mai scomparire, neppure a distanza di anni. Ne è convinto Marcelletti che «parlo con tanti amici casertani e la passione per la pallacanestro non scompare. Oggi in città oltre alla nuova società ci sono tanti piccoli centri minibasket che mantengono vivo questo sentimento. Quindi la cultura cestistica non abbandonerà mai la città, anche perché se stiamo a parlare dello scudetto dopo trent’anni significa che il seme che abbiamo piantato è ancora vivo. Ma per ritornare ai fasti del passato c’è bisogna di giovani dirigenti e giovani allenatori che facciano crescere giovani giocatori».

Nando Gentile, scugnizzo trascinatore della Juve Caserta tricolore
(Foto archivio Carlo Giannoni)

LO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha forse davvero poco di miracoloso, ma resta purtroppo un successo unico nel suo genere. «Dopo trent’anni si parla ancora di quello scudetto perché è stato un evento unico - ha commentato Gentile -, rimasto indelebile per tutti noi che l’abbiamo vissuto in prima persona e che è rimasto dentro a tante persone che ci hanno sostenuto».
Gentile era l’astro nascente, frutto di un lavoro encomiabile con il settore giovanile. «La vittoria del campionato del ‘91 è stato il risultato dei sacrifici e del lavoro di anni. Punti cardine di tutto ciò la costruzione del palazzetto e il lavoro di crescita su ragazzi casertani e campani - ha continuato l’ex playmaker - come eravamo tanti di noi. Nell’arco degli anni siamo passati anche attraverso delle sconfitte, e l’apice è stato sicuramente quel trionfo. Poi è successo quello che è successo».
Oggi Gentile è impegnato in prima persona nella JC Academy, con l’obiettivo di preservare il patrimonio cestistico cittadino. «Sono passati trent’anni ed è normale che siano cambiate tante cose, dalle singole situazioni alle persone stesse. Le società sono cambiate ma credo che la voglia della gente di fare ancora pallacanestro a Caserta non è diminuita. Vedo che c’è ancora tanta passione, ed è quello che stiamo cercando di fare noi con l’Academy, ricostruendo la vecchia impronta dello storico club. È difficile rifare tutto ciò che è stato fatto perché si trattava di un momento particolare. L’importante ora è che ci sia la voglia di fare, di costruire, di lavorare. Lo sport è dedizione - ha concluso Gentile -, e Caserta se lo merita perché è una città che ha sempre vissuto di basket».



PROTAGONISTI - Dell’Agnello: Per Caserta e per il Sud ha rappresentato il colpo del secolo 

Cresciuto in casa ma venuto da lontano, per questo casertano d’adozione, Sandro Dell’Agnello è stato tra i principali protagonisti del tricolore.
«Di quello scudetto se n’è parlato così tante volte che credo non si possa dire nulla che non si sappia già. L’emozione per quel successo - ha dichiarato Dell’Agnello - è stata grande anche e soprattutto perché eravamo una squadra identificata completamente nella città che, fino a quel momento, non aveva vinto niente di importante. Per Caserta, ma per il Sud intero, ha rappresentato il colpo del secolo».
Un successo reso possibile grazie a tutta una serie di fattori. «Lo scudetto è stato l’apice perché grazie a Giovanni Maggiò, alla società e a chi ha lavorato in quegli anni tra allenatori e giocatori, hanno costruito una squadra che partendo dall’A2 ha primeggiato in Italia. Il pizzico di fortuna è stato avere in roster due giocatori importanti nati a Caserta (chiaro riferimento a Gentile ed Esposito). La cosa fantastica sarebbe stato se quella vittoria avesse rappresentato il punto di partenza per altri successi. Purtroppo le vicende societarie e i risultati degli anni successivi hanno impedito tutto ciò».
La passione del tifo è ovviamente influenzata dai risultati. Lo sa bene Dell’Agnello che a Caserta è ritornato nelle vesti di allenatore. «Come qualunque città che perde uno sport di primo livello è possibile che possa esserci una dispersione della passione. Negli anni in cui sono ritornato a Caserta per allenare ho avvertito che la passione e l’attaccamento al basket erano comunque vivi. Paragonarli a quegli anni - ha concluso Dell’Agnello - è però impossibile».

Sandro Dell'Agnello nella finale con Milano
(Foto archivio Carlo Giannoni)

PROTAGONISTI - Donadoni: Eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro

Se c’è un giocatore che ha davvero vissuto, e contribuito, alla crescita della Juve Caserta questo è Sergio Donadoni. All’inizio degli anni ‘70 era già nel giro della prima squadra dopo essersi messo in mostra tra le fila delle compagini giovanili.
«La vittoria dello scudetto è stata una grande soddisfazione. Ho sempre preso le cose come una sfida personale perché voglioso di dimostrare quanto valevo. Sapevo - ha detto Donadoni - di non poter essere un giocatore di punta, ma facevo molto bene il mio lavoro da sesto uomo. Di ricordi ce ne sono tanti ed indelebili, ma eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro e che sapeva quello che voleva fare».
Donadoni ha vissuto diverse fasi della propria carriera con la casacca bianconera, ed è piuttosto convinto nel dire che «la vera svolta arrivò, come cambio di mentalità, con Tanjevic e Sarti. Si alzò la qualità del lavoro, e bisognava sottostare a certe regole di sportività ed educazione. Il continuo miglioramento è stato eclatante».
Il suo legame con Giovanni Maggiò era forte, perché «per me è stato un secondo padre, e nelle scaramucce che abbiamo avuto mi ha impartito lezioni di vita». Ed è proprio il modo di lavorare del Cavaliere che ha permesso l’incredibile escalation della società. «Maggiò voleva che i giovani crescessero ma non a danno dei risultati della squadra. E far crescere bene i ragazzi rappresentava un patrimonio per la società. Non nascondo che all’epoca giocatori come Premier, Villalta, Brunamonti - ha rivelato Donadoni -, avrebbero fatto carte false per giocare a Caserta».



* Per la rivista BASKET MAGAZINE

domenica 19 novembre 2017

Il silenzio della Reggia

Game Over - Viaggio nelle domeniche vuote della città della pallacanestro
Il silenzio della Reggia
Caserta senza basket: da Romano Piccolo a Nando Gentile, da Carlo Barbagallo a Francesco Gervasio e Michele De Simone, testimonianze di un "lutto" sportivo che addolora l'intera comunità

di Giovanni Bocciero*


CASERTA. L’esclusione della Juve Caserta dal campionato di serie A ha preso le sembianze di un fulmine a ciel sereno. I tifosi stavano sognando per la costruzione del roster, dopo l’ingaggio di Ryan Arcidiacono. E invece dalla sera alla mattina si sono ritrovati senza più una squadra per cui soffrire. La testimonianza di cosa è la Juve Caserta per un casertano, l’ha data implicitamente coach Franco Marcelletti. Interpellato sulla vicenda non ha rilasciato dichiarazioni perché «il momento è triste e non c'è nulla da dire. È una cosa che mi colpisce». La città di Caserta vive per la seconda volta questo dramma, dopo quello del 1998. Le dinamiche sono diverse, naturalmente, ma il sentimento non può che essere identico per chi è cresciuto a pane e basket come Romano Piccolo.
Piccolo: "Pena enorme. La grandezza di Maggiò fu quella di avere al fianco
persone di grande spessore. Quanto pressapochismo oggi..."

I campioni del passato: "La JuveCaserta non era soltanto la partita della
domenica, ma la discussione di una settimana intera"
PIl fratello Santino fondò nel 1951 la Juve Caserta perché innamoratosi dei canestri dei soldati americani. «Provo un dolore terrificante perché non è possibile ciò che è successo - ha esordito Piccolo -. Talmente che mi manca la squadra ho sognato di fare un sei al Superenalotto, così da comprare un titolo sportivo. E ti dico di più. Poco tempo fa - ha raccontato lo scrittore - di questa cosa ne ho parlato con Giancarlo Sarti, al quale ho detto che la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata quella di prenderlo come gm. Nonostante l’età». La formazione bianconera è stata esclusa per un errore, certamente evitabile se «ci si fosse circondati di persone competenti. La grandezza di Giovanni Maggiò fu quella di avere al fianco persone come Sarti e Boscia Tanjevic. Per questo devo fare una critica a Raffaele Iavazzi, perché è stato pressappochista e presuntuoso. Io mi ero offerto - ha rivelato Piccolo - per fare da collaboratore in maniera totalmente gratuita. Se avesse avuto un problema lo avrei potuto consigliare. Ma questa mia richiesta non ha mai ricevuto risposta. L’ho difeso sui media per la volontà che ha dimostrato, ma ha peccato di presunzione. Ancora non mi capacito, ad esempio, di come Gino Guastaferro non fosse a conoscenza della parte amministrativa rispetto a quella cestistica. Un general manager per lavorare bene deve essere a conoscenza di tutto, dalla a alla z». Lo scrittore ne avrebbe di consigli da dispensare. «Se solo mi avessero interpellato sui guai giudiziari, avrei subito alzato il telefono e chiamato l’avvocato Roberto Afeltra. È colui che ha inventato la legalità nel basket. Ai tempi in cui ero presidente della Zinzi Caserta avrò avuto almeno una decina di lodi, ma grazie al suo lavoro non ne ho perso nemmeno uno. Probabilmente avrebbe potuto risolvere parecchi problemi alla Juve Caserta. Ma ripeto, sono stati così presuntuosi da non affidarsi a persone che avessero esperienza». Piccolo vorrebbe tornare a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. «Bisogna ringraziare tutti quelli che si sono alternati alla guida della società dopo la sua rinascita, perché hanno permesso a tutti noi casertani di esistere. E dico che era meglio continuare ad avere delle squadre dai risultati balbettanti piuttosto che non avere più nulla. Dico questo perché se le cose vanno male possono sempre migliorare». Non può mancare un monito per il futuro: «La città di Caserta deve imparare ad essere meno critica. Ripartendo dal basso dovrà sostenere il possibile la squadra. Perché - ha concluso Piccolo - la Juve Caserta ritornerà».

I campioni del passato
Da chi l’ha fondata a chi ha scritto le pagine degli anni d’oro. Nando Gentile e Sergio Donadoni sono stati tra i protagonisti della Juve Caserta che vinceva in Italia e stupiva in Europa a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90. «Che sia diverso rispetto al 1998 - ha dichiarato Gentile - importa poco. La verità è che non c’è più la pallacanestro. Questa è la peggior cosa». «La mia Juve Caserta è morta nel ‘98 - ha esordito invece Donadoni -. Tutto ciò che è venuto dopo, con i vari personaggi che si sono susseguiti non rappresentavano la storia che io, come tutti gli altri di quel periodo, abbiamo scritto». Il pensiero su cosa rappresenti la Juve Caserta per il casertano è però unanime per i due campioni. «So per certo che per un casertano non avere una squadra in serie A è tutto - ha detto Gentile -. La pallacanestro per la città non è solo la partita della domenica, ma rappresentava la discussione dell’intera settimana. Le possibilità per ricominciare ci sono, ma bisogna farlo con le mosse giuste senza commettere gli stessi errori. Quest’anno purtroppo sarà una stagione d’astinenza, speriamo in quelli futuri». «La Juve Caserta ha sempre contato per il casertano perché è un patrimonio di questa città. Patrimonio che con il passare degli anni ha perso il suo valore. La Juve Caserta era giudicata esclusivamente per il risultato sportivo, mentre - ha sottolineato Donadoni - quello che trasmetteva Maggiò era un patrimonio di valori, come l’educazione e la cultura sportiva. Tanti obietteranno che sono cambiati i tempi, ma credo che sulla competenza della dirigenza non vi siano paragoni. E non tutto può essere riportato ai soldi». Bisogna tornare con idee chiare. «Il futuro deve essere il settore giovanile, parte importante - ha evidenziato Gentile - di una società. È la componente su cui bisogna investire a prescindere da che ci sia o meno una squadra in massima serie. È necessario lavorare bene affinché cresca il vivaio e pure i ragazzi». «Mi auguro che la pallacanestro torni presto a Caserta - ha aggiunto Donadoni -, perché in città questo sport ha rappresentato sempre un qualcosa di positivo e di sociale».

I vecchi dirigenti
I vecchi dirigenti: "La fame di basket è evidente se una squadra di serie C
richiama 800 spettatori. Bisogna ricominciare dai giovani"

La sofferenza dei tifosi: "Una mazzata! Manca l'incontro con gli amici
parlando di basket prima, durante e dopo la partita"
La situazione della Juve Caserta è figlia di tante cause, principalmente economiche. Chi l’ha guidata negli ultimi anni conosce perfettamente i sacrifici che occorre fare. «Ho ricoperto la carica di presidente, ma soprattutto - ha esordito Francesco Gervasio - sono un tifoso della Juve Caserta. La seguivo sin da quando ero bambino, e per la mia generazione ha rappresentato l’aspetto più importante della città. Certamente ancora oggi la squadra è un segno distintivo per i casertani, anche se bisogna dare ragione a chi evidenziava che Caserta non è più la città del basket. Basta pensare che ogni anno superava di poco i mille abbonati quando in altre realtà mettono insieme numeri ben più importanti. Per questo è impensabile che una sola persona, con i costi che ci sono, possa reggere la società». «La Juve Caserta ha significato sempre rappresentanza del territorio - ha aggiunto Carlo Barbagallo -. Il problema riguarda l’aspetto economico. Quando tre anni fa feci la proposta di acquistarla e disputare il campionato di A2 fui preso per pazzo. Purtroppo credo di aver avuto ragione. Il mio pensiero all’epoca era quello di scendere di categoria per poter organizzare soprattutto il settore giovanile. Come Juve Caserta e non con altri nomi. È vero che ritornare in massima serie sarebbe stato complesso, ma almeno strutturavi la società nel tempo. E magari grazie a quella scelta oggi staresti disputando comunque un campionato. Il nostro territorio offre ben poco per le realtà sportive, ed è un problema che non riguarda solo il basket. È giusto ambire alle massime serie, ma è altrettanto importante capire con che tipo di imprenditoria ti devi relazionare per sostenere i progetti». «Nello sport in generale mancano i magnati degli anni ’80 - ha commentato Gervasio -, e a Caserta il tessuto imprenditoriale non dà una mano consistente». Barbagallo traccia addirittura la strada da seguire. «Alla base di un progetto futuro non potrà non esserci il settore giovanile. Il vivaio, al di là della possibilità di crearti atleti che possano giocare per la tua squadra, ti dà una spinta economica dal basso che non è indifferente. Si pensa alla retta mensile del ragazzo, ma dietro c’è tutto un indotto che passa per la vendita dei tagliandi ai familiari o l’acquisto di gadget. E se non dovesse rimanere in società, un prodotto delle proprie giovanili può sempre rivelarsi una fonte di guadagno qualora venisse tesserato per un’altra squadra. Il discorso è ampio ma indispensabile». Ha fatto scalpore la presenza di 800 persone a vedere la partita di serie C dei Cedri San Nicola. Segno inconfondibile che il pubblico ha fame di basket. «San Nicola è riuscita ad avere quel seguito per la presenza di Linton Johnson - ha chiarito Gervasio -. Per carattere sono sempre ottimista, purtroppo in questa situazione sono pessimista. Credo che Caserta possa permettersi massimo la serie B, o magari l’A2, oltre diventa difficile immaginarla». «Registrare tale affluenza per una partita delle serie minori sta a significare che Caserta risponde sempre presente quando c’è la pallacanestro. La passione per la Juve Caserta credo non svanirà mai, ma per consolidarla c’è bisogno di un progetto con persone serie, corrette, valide e soprattutto che non lo facciano per visibilità, o peggio ancora per secondi fini. Ma - ha concluso Barbagallo - solo per passione».

Il dolore dei tifosi
I tifosi più di tutti stanno soffrendo questo momento. Così abbiamo raccolto le testimonianze di due sostenitori di vecchia, Pino Greco e Giancarlo Zaza d’Aulisio. Quest’ultimo è stato particolarmente attivo perché fu tra i fondatori dell’associazione pro Juve Caserta due estati fa, mentre quest’anno ha fatto da intermediario con l’imprenditore Oreste Vigorito. «Per noi che abbiamo mangiato pane e basket non andare la domenica al PalaMaggiò - ha commentato Greco - è peggio di un lutto. Avremmo preferito andare a vedere una squadra giovanile purché in massima serie. La partita domenicale era un punto fermo, e proprio in questo inizio di campionato ne stiamo avvertendo la mancanza. Con amici e tifosi abbiamo discusso sul fatto che Caserta senza la pallacanestro è una città morta. Speriamo che la Juve Caserta torni al più presto, anche se capiamo che oggi fare basket è difficile. Gli imprenditori che si avvicinano - ha concluso Greco - lo fanno perché spinti dalla passione». «Non andare a vedere la partita è una mazzata - ha dichiarato Zaza d’Aulisio -. È triste perché manca l’incontro con gli amici per parlare di pallacanestro prima, durante e dopo la partita, oltre a chiacchierarne durante la settimana. Nelle ultime stagioni ognuno ha sbagliato in qualcosa, ma nonostante ciò avrei preferito lottare per altri cento anni per non retrocedere, piuttosto che non vedere più la Juve Caserta. Lo dico con un pizzico di recriminazione nei confronti di quella frangia di tifosi e stampa che preferiva farla scomparire. Caserta è una piccola città, quindi mi stava bene lottare per non retrocedere così come mi accontento della serie B. La rifondazione però passa da chi gestirà la società - ha interrogato Zaza d’Aulisio -. Ma le cordate sbandierate al vento, una dallo stesso sindaco Carlo Marino, dove stanno?».

Il pensiero del giornalista
Il giornalista: "La JuveCaserta per un casertano è un punto di riferimento
insostituibile ma senza risorse adeguate difficile pensare al futuro"
Il cronista Michele De Simone ha seguito la Juve Caserta raccontandone i fasti storici, e sulle somiglianze tra il 1998 ed oggi ha dichiarato che «purtroppo sono storie che si ripetono. Come si è rinati allora si può rinascere anche oggi. Speriamo che il tempo lenisca le ferite attuali. Non so cosa potrà succedere l’anno prossimo, ma mi auguro che si verifichi qualcosa di buono così come se lo augurano tutti gli appassionati di pallacanestro. La Juve Caserta per il casertano è una bandiera, un punto di rifermo - ha aggiunto l’attuale delegato provinciale Coni -. Ovunque si vada in Italia, quando si parla della nostra città si fa subito riferimento alla Reggia, alla mozzarella ed alla Juve Caserta. Perché la squadra si identifica con il territorio». Ma quali sono le sue prospettive future? «Un nuovo progetto deve rilanciarsi con persone appassionate in grado di metterci anche risorse. Questo è indiscutibile perché altrimenti il basket di alto livello non è fattibile. Purtroppo non ci troviamo in un territorio ricco, e non capisco i paragoni che si fanno con altre città. Parliamo di realtà opposte che presentano situazioni economiche molto diverse. Quindi ci si augura che intorno ad un progetto si possano raccordare persone che abbiano risorse da investire, altrimenti - ha concluso De Simone - di cosa stiamo parlando?».

Il futuro
Caserta riparte con i giovani della JC Academy affidati a Di Meglio,
ma i tifosi contestano Iavazzi
I tifosi della Juve Caserta non si capacitano di non essere presenti sulla cartina geografica della serie A. Non avere più la squadra del cuore è un boccone amaro da digerire. In città si uniscono diversi sentimenti. Dall’amarezza di coloro che non si aspettavano una cosa del genere, a quelli che provano solo rabbia verso chi ha causato questo epilogo.
È inutile sottolineare come Raffaele Iavazzi sia finito alla gogna. Non poteva essere diversamente per colore che hanno sperato sino in fondo nel miracolo del ricorso avverso la decisione della Fip, figurarsi quelli che durante la sua presidenza hanno sempre colto l’occasione per contestare. Il desiderio di chiunque è quello di poter tornare quanto prima a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. Fosse solo per vedere una partita di pallacanestro, anche se non della massima serie. Ma almeno per quest’anno il sogno non può avverarsi. E così si spera per l’anno venturo, quando le vicende della piazza casertana possono assumere dei nuovi risvolti.
Per il momento la Juve Caserta, seppur con la società satellite della JC Academy (diverso codice Fip, è bene spiegarlo) di proprietà di Iavazzi, farà solo attività giovanile. Iscritta ai principali campionati d’eccellenza, ha ingaggiato Vincenzo Di Meglio in qualità di responsabile dello scouting. Il settore giovanile bianconero ripartirà dal tecnico che lo scorso anno ha vinto il campionato under 20 con l’Auxilium Torino, e che vanta numerose esperienze con le nazionali giovanili.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 12 gennaio 2017

La fabbrica dei coach casertani

Tutto cominciò con Franco Marcelletti
Tre allenatori oggi in Serie A, tanti altri che hanno lasciato il segno: ecco come all'ombra di Tanjevic, è nata e si è affermata la dynasty tecnica della JuveCaserta.


di Giovanni Bocciero*

LA JUVECASERTA ha fatto la storia della pallacanestro tricolore con lo scudetto del 1991 che risulta essere ancora oggi l’unico successo al di sotto della Capitale, e centrato con un gruppo del tutto autoctono dai tecnici ai giocatori. Proprio da quella formazione è nata un’autentica scuola casertana di allenatori, con Franco Marcelletti che ha vestito i panni del capostipite infondendo dettami tattici, tecnici ed organizzativi oltre all’indubbia passione, ad assistenti ed atleti. Adesso sono alla ribalta delle cronache i vari Sandro Dell’Agnello, Gennaro Di Carlo e Vincenzo Esposito, che stanno facendo davvero bene rispettivamente a Caserta, Capo d’Orlando e Pistoia, ma è doveroso ricordare tanti altri protagonisti che sono stati seduti su delle panchine della massima serie come Maurizio Bartocci e Nando Gentile, oltre a Giacomo Leonetti che è stato formatore a livello nazionale, Cristiano Fazzi e Luigi Corvo che hanno allenato nelle minors, e tanti altri che invece hanno ripiegato su piccole società pur di tenere vivo il personale rapporto con la pallacanestro, come Giacomantonio Tufano e Sergio Donadoni.
MARCELLETTI: "QUANDO IL BASKET DIVENTA MATERIA
DI VITA E SPORT CITTADINO PRODUCE
ALLENATORI E ATLETI DI GRANDE LIVELLO"
«Si è creata questa vera e propria scuola - ha esordito Marcelletti - e la testimonianza è che in una realtà come Caserta, quando il basket diventa una materia di vita e lo sport cittadino, questa produce giocatori, allenatori che a loro volta hanno svezzato altri giovani che sono poi diventati atleti di alto livello, ma anche dirigenti come Gino Guastaferro che ormai svolge questo ruolo in maniera professionistica. Questo è il grande merito di una città come Caserta». Adesso sotto la lente d’ingrandimento ci sono Esposito e Dell’Agnello, nei quali lo storico coach del tricolore vede «dal punto di vista caratteriale certamente il loro modo di allenare assomiglia moltissimo a quel gruppo meraviglioso che ha vinto lo scudetto. Da giocatori erano accomunati dal fatto di non mollare mai, di non trovare alibi nei momenti di difficoltà bensì il modo per superarli. Ad esempio Esposito in quel di Pistoia, con un roster totalmente rinnovato ed anche più debole di quello della passata stagione, sta dimostrando con il lavoro di superare la partenza difficile che ha avuto. Dell’Agnello invece sta facendo un campionato davvero di altissimo livello dopo tutte le difficoltà affrontate l’anno scorso. Questa caratteristica di sapersi adattare alla realtà nella quale vivono, e di provare a costruire con il lavoro in palestra senza attaccarsi a nessun tipo di scusa, è sicuramente ciò che maggiormente li identifica».
Ma qual è il segreto che ha permesso di dare vita a questa vera e propria scuola casertana? «Quello era un gruppo, una generazione, un periodo in cui tutti quei ragazzi vivevano la pallacanestro a 360° - ha rivelato ancora Marcelletti -. Oltre al ruolo che ricoprivano in quegli anni, che era evidentemente quello dell’atleta, vuoi della prima squadra o del settore giovanile, c’era alla base di tutto un amore sconfinato per questo sport, una passione che non morirà mai, che non ci abbandonerà e che avremo sempre dentro. E questo ci porta, tutti insieme, ad informarci, a vedere le partite, ad allenare. La spinta principale è dunque data da questi due fattori: l’amore e la passione». Aggettivi questi che, ai giorni nostri, sono sempre meno conosciuti perché «l’avvento del cosiddetto professionismo ha indubbiamente rovinato il romanticismo di questo sport - ha continuato l’esperto tecnico -. Giusto per fare un esempio, io oggi faccio fatica a trovare a Verona degli assistenti per il settore giovanile, e mi capita di imbattermi in persone che non hanno l’umiltà, il tempo e la voglia di imparare. Ai miei tempi uscivo di casa alle tre del pomeriggio e vi ritornavo alle dieci di sera dopo aver allenato tanti gruppi giovanili dal minibasket agli allievi, e non mi lamentavo».
MARCELLETTI: "ALLA BASE C'È L'AMORE E LA PASSIONE
PER QUESTO SPORT CHE IN QUELLA GRANDE SQUADRA
ERANO SENTIMENTI COMUNI A TUTTI NOI".
Tanti sono stati i giovani allenatori cresciuti all’ombra di Marcelletti, e diversi sono quelli arrivati ad allenare sino in massima serie. Ma qualcuno poteva mai credere anni addietro che ci sarebbero stati tre coach casertani, seppur uno d’adozione, contemporaneamente in Serie A? «Visto il livello che hanno raggiunto direi proprio che non me lo sarei aspettato - ha commentato l’allora direttore sportivo della JuveCaserta Giancarlo Sarti -, e va dato merito di questo soprattutto a Marcelletti che, lavorando sia in prima squadra che con il settore giovanile, ha fatto un grande lavoro con questi ragazzi. Si è trattata comunque di una crescita che ha coinvolto tutti, sono state fatte delle cose magnifiche che ci possono soltanto riempire d’orgoglio. Dell’Agnello, Esposito e Di Carlo sono delle grandissime sorprese, e stanno facendo senza dubbio un ottimo lavoro. Loro, ma in generale tutti quelli transitati per Caserta in quegli anni, hanno assimilato certamente qualcosa dalle varie esperienze avute con Franco, perché già solo stare a bordo campo ed ascoltare, guardare, rappresentava una lezione di basket. Pian piano sono maturati come allenatori, mettendo in atto ciò che hanno imparato per fare cose superbe».
Ma quanto ha influenzato nelle carriere di Gennaro Di Carlo, Vincenzo Esposito e Sandro Dell’Agnello il tecnico casertano per eccellenza? «Coach Marcelletti è stato per me un modello di allenatore - ha dichiarato Di Carlo -, non fosse altro perché lui era il tecnico della squadra dei miei sogni. Era il coach ideale, dal quale ho imparato che il capo allenatore non si deve interessare solo della prima squadra ma anche di tutta la struttura tecnica e societaria del club. Spesso lo si trovava a vedere gli allenamenti delle giovanili, allenare i vari gruppi a fine campionato, parlare e correggere gli istruttori. Un vero e proprio modello al quale io ho sempre fatto riferimento». «Franco mi ha influenzato tantissimo nel corso della mia carriera da allenatore - ha commentato Esposito -, perché l’ho avuto sin da quando giocavo nelle giovanili e dunque mi ha lasciato un segno davvero molto forte in tutto ciò che riguarda la pallacanestro». «I metodi di allenamento di Marcelletti hanno inciso molto in me - ha dichiarato Dell’Agnello -, perché è stato il tecnico che ho avuto per più anni quando ero giocatore, prima a Caserta e poi a Reggio Emilia. Da lui credo di aver appreso molto, essendo sicuramente uno dei migliori allenatori italiani».
SARTI: "NON MI ASPETTAVO CHE ARRIVASSERO COSÌ IN ALTO.
MERITO DI MARCELLETTI CHE FECE UN LAVORO ECCEZZIONALE
ANCHE CON LE GIOVANILI".

DI CARLO: "MARCELLETTI IL MIO MODELLO DI COACH".
ESPOSITO: "MI HA LASCIATO UN SEGNO MOLTO FORTE".
DELL'AGNELLO: "DA LUI HO APPRESO MOLTO".
E cosa invece hanno davvero emulato nel modo di allenare? «Marcelletti trasferiva tutta la sua grande passione, e soprattutto una sfida continua che alimentava nei confronti di quelle che erano considerate le squadre più forti dell’epoca - ha chiosato Di Carlo -, che si traduceva nell’abilità di dimostrare che eravamo sempre capaci di competere. Questa mentalità che si aveva a Caserta ho cercato di farla mia». «Sicuramente il lavoro quotidiano e la cura per i dettagli è una delle caratteristiche principali che lo distinguevano. Forse - ha continuato Esposito - anche in maniera piuttosto esagerata, ma è l’unico modo per tirare fuori, da giocatori normali, quel qualcosa in più che permette ad un atleta piccolo di sentirsi più alto». «Tutti e due, lui quando mi allenava e io quando giocavo, e adesso che io alleno - ha dichiarato Dell’Agnello -, abbiamo sempre avuto una smisurata ambizione di vincere sempre e comunque, chiunque fosse il nostro avversario».
Un pensiero particolare Marcelletti lo ha dedicato a Gentile, suo braccio armato sul parquet: «Nando sicuramente poteva ancora ricoprire un ruolo da head coach - ha chiosato il tecnico -, e sono convinto che possiede tutti gli strumenti per poter continuare a fare l’allenatore ad altissimo livello. Però, pur senza mettere alcun limite e considerando che oggi svolge un ruolo molto importante come responsabile del settore giovanile di Milano, il tornare ad allenare è una volontà che spetta unicamente a lui». L’ex playmaker della JuveCaserta si sente comunque assolutamente un figlio «di quella scuola casertana della quale Marcelletti è stato il primo, così come Virginio Bernardi. La caratteristica principale era che fossero tutti casertani, cresciuti in una società che puntava molto sui giovani e sugli istruttori del vivaio, e oggi fa indubbiamente piacere vedere tanti allenatori cresciuti in quell’ambiente allenare in massima serie». Cosa intravede nel lavoro dei suoi ex compagni? «Premesso che ognuno interpreta la pallacanestro in modo soggettivo, quello che maggiormente si nota è che tutti cercano di trasmettere il proprio carattere alla squadra. Questa impronta caratteriale, molto forte, fa sì che i giocatori assomiglino ai loro allenatori in tanti piccoli gesti». Cosa invece ha appreso, e messo in pratica quando allenava, Gentile da Marcelletti? «Più che la tecnica ho sempre cercato di ripetere il modo di gestire le cose che aveva Franco. Si tratta di quelle piccole sfumature del mestiere dell’allenatore, come gestire particolari situazioni e fasi di gioco, gestire il gruppo e il singolo, come rapportarsi con gli altri, tutte cose in cui lui è stato un maestro». Ma tornerà ad allenare? «Non credo».


Leggi anche gli approfondimenti di seguito...

- RADICI


- MENTALITÀ


- OSCAR






*per la rivista BASKET MAGAZINE

La mentalità di Franco Marcelletti

Bartocci: "Pensando al futuro cambiò il modo di lavorare puntando sui fondamentali"



di Giovanni Bocciero*


CASERTA - L’ambiente è stato folgorato da quella mentalità. Tra i testimoni vi è coach Maurizio Bartocci«Con Marcelletti, e prima ancora con Tanjevic, iniziò una fase storica in cui si ebbe un cambio completo di mentalità nel lavorare sui giovani casertani - ha dichiarato l’assistente ai tempi dello scudetto -. Si pensava a lavorare in proiezione futura e non in base al risultato fine a sé stesso. Marcelletti, lavorando anche come assistente in prima squadra, fu colui che con grande energia trasferì questo concetto a tutti noi. Comprendemmo che insegnare ad eseguire uno schema serviva a ben poco se prima non si insegnavano i fondamentali del basket, e quindi palleggiare, passare, tirare. E grazie a questo impatto si creò quella che era la scuola casertana come ce ne furono tante altre negli anni ‘80, al pari di quella virtussina o canturina». Si vedeva già che i protagonisti della JuveCaserta tricolore avevano la stoffa per diventare allenatori? «Sì, perché quel gruppo era fantastico. Gentile aveva sempre un grande approccio mentale alle partite - ha risposto Bartocci -; Esposito invece era un giocatore spettacolare e di talento; mentre Dell’Agnello aveva il carattere che lo faceva apparire come un giocatore energico e d’impatto. E queste sono le piccole caratteristiche che ritroviamo anche nel modo di giocare delle rispettive squadre».
IL PALAMAGGIO'
Esponenti di spicco del tifo casertano riscontrano «nella nascita della pallacanestro a Caserta un vero orgoglio per la città - ha dichiarato l’artista Fausto Mesolella -. Le emozioni che provavo all’epoca erano di natura campanilistica perché Marcelletti era un amico, ma adesso rivivo emozioni molto simili con Dell’Agnello. Questo parallelismo emotivo che accompagna i due allenatori, artefici dello scudetto, è incredibile». Una casertanità esportata in tutta Italia. «Non mi sarei mai aspettato tanti allenatori provenienti da Caserta allenare in Serie A, e men che meno dall’ossatura di quella squadra. Non lo immaginavo soprattutto perché spesso chi è stato un grande atleta è un po’ restio ad intraprendere una tale carriera. Ma dati i risultati che stanno avendo, questo conferma che quella era una cellula molto produttiva che Tanjevic prima e Marcelletti poi impressero alla città. Città e basket che sono legati tra di loro - ha concluso l’artista promotore quest’anno dell’associazione dei tifosi - in virtù anche della storia imprenditoriale scritta dalla famiglia Maggiò con la costruzione del palazzetto che fu per tutti un miracolo».




* per la rivista BASKET MAGAZINE

Le radici della scuola casertana

Tanjevic: 'Gettammo le basi di un progetto che durasse'


di Giovanni Bocciero*


CASERTA - La scuola casertana di allenatori affonda radici ben prima all’ascesa di Marcelletti. «Credo che Franco sia figlio di Boscia Tanjevic - ha commentato Di Carlo -, che fece compiere il salto di qualità alla squadra. Il primo discepolo di quella mentalità fu realmente lui, e tutti noi che portiamo queste stimate, di cui io credo di essere l’ultimo erede, possiamo considerarci a nostra volta suoi figli».
Dunque si può considerare Marcelletti discepolo e maestro allo stesso tempo. E di conseguenza l’impronta che ha distinto la scuola casertana nel corso del tempo la si può far risalire all’hall of famer Tanjevic. «Con molta modestia credo che le basi di questa scuola casertana siano state gettate proprio negli anni in cui ho militato a Caserta - ha esordito il tecnico slavo -, nei quali si è deciso di puntare con decisione su di un progetto duraturo nel tempo. I vari Dell’Agnello, Esposito, Gentile, hanno iniziato da giocatori formandosi prima con me e poi con Marcelletti che ha proseguito in quel progetto. Gli abbiamo trasmesso indubbiamente qualcosa che gli ha permesso di emergere anche in questo ruolo».
BOSCIA TANJEVIC (FOTO BASKETNET.IT)
Ma cosa intravede Tanjevic nei suoi ex giocatori che li accomuna tutti a questa scuola? «Nel guardare le loro squadre giocare si vede una pallacanestro sensata. Si vede tantissimo in tutti loro questa somiglianza al modo di pensare, di scegliere i giocatori, di condurre la squadra, di comandarli, insomma la “mano del coach” che ha caratterizzato quei fantastici anni a Caserta. L’arte del comando - ha sottolineato il coach - è la cosa principale, ovvero essere capaci di guidare un gruppo di gente diversa, che deve pensare e sognare insieme. Questa è la caratteristica che accomuna me, Marcelletti, e tutti gli altri che facevano parte del nostro entourage».
Marcelletti ha comunque iniziato molto prima a svolgere il ruolo di allenatore, insieme all’amico e collega Virginio Bernardi, apprendendo ed ispirandosi anche ad altri modelli di coach. «Fin quando nessuno dei due era un allenatore affermato abbiamo spesso lavorano insieme alla JuveCaserta, dove allenavamo le giovanili. Ci confrontavamo, parlavamo, addirittura litigavamo quotidianamente della pallacanestro - ha raccontato il procuratore -. Prima dell’arrivo di Tanjevic e ancor prima di quello di Giovanni Gavagnin, che è stato il primo maestro di basket giunto a Caserta, ci siamo ispirati a due tecnici che non hanno avuto fama nazionale, ovvero i maddalonesi Ninotto Iodice e Guido Napolitano, oltre all’allenatore casertano per eccellenza che era Romano Piccolo. Successivamente a Napoli era passato un giocatore che era poi diventato allenatore, tale Miles Aiken, che aveva tante cose originali nei suoi allenamenti che io e Franco incuriositi andavamo a vedere rubando tempo all’università. Poi le nostre strade si sono divise, dato che lui è rimasto a Caserta sino alla vittoria dello scudetto mentre io già avevo guidato Desio e Brescia in Serie A. Le storie sono state parallele ma mai si sono intersecate, anche se l’amicizia e la stima non sono mai scomparse».
Questo viaggio raccontato da Bernardi fa capire ancor meglio l’inizio di questa scuola, mutata di certo nel tempo perché «onestamente dal punto di vista tecnico rivedo ben poco. Oggi si gioca un basket diverso, con spaziature e collaborazioni tra due o tre giocatori; prima invece si guardava alla precisione degli schemi in cui tutti fossero partecipi. Nel modo di gestire squadra e partita c’è sicuramente una matrice meridionalistica in Esposito e Di Carlo - ha riflettuto Bernardi -, nel senso che anche dopo un litigio forte basta una parola per tornare amici. Dell’Agnello è invece un po’ più freddo, però essendo stato un grande atleta riesce a stare nella testa dei suoi giocatori e capire un attimo prima cosa stanno pensando. Un allenatore che è nato allenatore, come Di Carlo, pensa subito ad una soluzione di natura tecnica e arriva a capire i giocatori un secondo dopo. Dell’Agnello ed Esposito oggi pensano con una doppia visione».




*per la rivista BASKET MAGAZINE

martedì 5 luglio 2016

La JuveCaserta non rischia più

La JuveCaserta non rischia più
Dopo l'allarme di Iavazzi, la società guarda con ottimismo al futuro


di Giovanni Bocciero*

CASERTA - Il 21 maggio scorso Caserta festeggiava perché ricorreva il 25mo anniversario dello storico scudetto del 1991, e soprattutto per quel ricordo ci si è dato da fare per dare un futuro alla JuveCaserta. “Qui o si fa la storia o si muore”, verrebbe da dire, pensando alle scadenze ormai prossime della fidejussione da 250 mila euro e dell’iscrizione alla Fip di 18 mila euro. In questa ottica il “day after” la conferenza stampa di fine stagione del patron Raffaele Iavazzi aveva fatto palesare un futuro prossimo piuttosto burrascoso. Con le proprie aziende che hanno ricevuto l’interdittiva antimafia, l’azionista unico della JuveCaserta non può più sobbarcarsi l’intero onere economico di una stagione agonistica in Lega A. Ma con dispiacere si è dovuto prendere atto che nessuno è stato pronto a rilevare la proprietà e a garantire la continuazione dell’attività in quel di Pezza delle Noci a livello di prima squadra. Alle parole del presidente che ha comunque iscritto regolarmente la squadra al prossimo campionato ha fatto eco un nefasto silenzio soprattutto da parte della classe politica ed imprenditoriale le cui attenzioni sono state rivolte certamente alle elezioni amministrative.

LA TIFOSERIA. Però la tifoseria casertana, che ha rivissuto nella propria mente i ricordi del 1998, quando la formazione della città vanvitelliana fallì per ripartire poi dalle minors e riapprodare in Lega A nell’estate del 2008, non si è chinata ad un destino ormai quasi scritto. Per questo è nata l’associazione “Io sto con la JuveCaserta”, che alla base ha quell’azionariato popolare che vuole a tutti i costi garantire la sopravvivenza del club bianconero. Il progetto pur con tanta voglia e buona volontà e nonostante il coinvolgimento di svariate personalità ed artisti - casertani e non - come Boscia Tanjevic, Massimo Lopez e Marco D’Amore tanto per citarne qualcuno, non si è purtroppo concretizzato seriamente. La somma raggiunta ad oggi - mentre scriviamo - che non servirà assolutamente ad acquistare quote della società perché il gruppo di supporters non aspira ad entrare a far parte dei quadri dirigenziali, si aggira intorno ai 50 mila euro. Cifra purtroppo esigua per poter realmente sostenere la squadra, ma che comunque rappresenta un primo tentativo di coinvolgere il territorio. Perché si parla tanto della partecipazione collettiva per salvare un patrimonio di tutti come la JuveCaserta, ma questo incentivo deve partire proprio da quella cittadinanza attiva.

PATRON RAFFAELE IAVAZZI (FOTO ELVIO IODICE)
LA PISTA ESTERA. Mentre la classe dirigente di Terra di Lavoro ha latitato a scendere concretamente in campo, nonostante una riunione a luci spente presso gli uffici dell’Unione Industriali cittadina, uno dei soci fondatori dell’associazione dei tifosi, Alfredo Scauzillo, ha fatto da intermediario con un gruppo estero capitanato da mister Lawish Mohamed Williams, imprenditore anglo-arabo proprietario di diverse aziende sparse per il mondo e che si occupano di diversi settori. Le referenze su tale personaggio sembrano ottime, dalla serietà all’ingente budget, ma fa nascere delle perplessità il fatto che di lui si conosce davvero ben poco. E proprio per questo è stata anche paventata l’idea che sia soltanto un prestanome. Pur non avendo alcun interesse commerciale qui Italia, ma spinto anche dall’amicizia con Giorgio Armani, ha comunque presentato un’offerta per rilevare il 100% della JuveCaserta. Patron Iavazzi - che ha il desiderio di rimanere in società con una piccola quota del 10%, magari 20% - ha fissato dei paletti ben precisi su questa vendita: la squadra deve rimanere a giocare a Caserta, e lui vuole un diritto di prelazione alle stesse condizioni in caso di successiva vendita della società. Nonostante qualche dubbio di natura emotiva l’accordo sembra potersi chiudere al più presto, forse già mentre stiamo scrivendo, anche perché ci sono delle scadenze piuttosto prossime da rispettare.

IL PIANO B. Ma patron Iavazzi nello stesso tempo in cui portava avanti la trattativa con mister Williams sembra abbia scavato un tunnel come via di fuga in caso non volesse più cedere. La trattativa, in tal caso, è parsa essere uno specchio per le allodole. E questo “piano B” corrisponde ad un ipotetico pool di sponsor dove oltre ad esserci la famiglia Pallante con il marchio Pasta Reggia, vi è entrato a far parte ufficialmente anche il Gruppo Ferrarelle, per voce del suo direttore generale Giuseppe Cerbone, che con un proprio brand farà da sponsor principale per la stagione prossima. Si andrebbe così a costituire un gruzzoletto di oltre 500 mila euro grazie anche all’apporto di qualche altro partner.

IL FUTURO. Cosa riserverà di preciso il futuro, mentre scriviamo, non è dato saperlo. Soprattutto perché la situazione è in un continuo divenire, a volte si tratta soltanto di una questione di ore che spuntano idee, prospettive e intenzioni come funghi. Di certo si è piuttosto ottimisti, adesso, sulla salvezza della JuveCaserta, che o con l’ingresso di mister Williams, o con ancora Iavazzi al timone, dovrebbe disputare la prossima Lega A. E lo dovrebbe fare in entrambe le situazioni con un discreto capitale da investire per il mercato. Sicuramente il patrimonio giovanile è salvo, ed anzi, si vocifera che possa essere addirittura rilanciato dallo stesso Iavazzi. Il patron ha infatti escluso dalla vendita il settore giovanile, esistente sotto forma di JC Academy e con altro codice FIP, e sta addirittura cullando il sogno del ritorno in qualità di responsabile di Franco Marcelletti.





La stagione: promossi e bocciati
Hunt e Gaddefors i migliori, la delusione è Ingrosso

DARIO HUNT (FOTO ELVIO IODICE)
La stagione della JuveCaserta ha avuto degli “up and down” incredibili se si pensa che al termine del girone d’andata il club aveva sfiorato l’accesso alle Final Eight di Coppa Italia, mentre un girone dopo ha dovuto conquistare la permanenza in Lega A nel match da dentro o fuori contro Trento in un PalaMaggiò “sold out”. C’è anche da dire che il campionato è stato indubbiamente travagliato dalla lunga serie di infortuni che ha permesso a coach Sandro Dell’Agnello di poter disputare si e no due partite con il roster al gran completo. Per non parlare dell’ultima fase in cui la formazione bianconera è scesa in campo regolarmente con soli sette effettivi. È dunque facile paragonare la salvezza conseguita ad un vero e proprio miracolo sportivo. Detto ciò, di promossi ce ne sarebbero tanti e di bocciati pochissimi. Dario Hunt si è guadagnato la palma di Mvp perché alla fin fine è stato il più costante tra i suoi. Uomo d’area come pochi, nonostante la sua statura “undersize”, si è aggiudicato la classifica delle doppie-doppie rivelandosi un attaccante piuttosto concreto ed un rimbalzista straordinario dominando svariate volte contro centri più corpulenti. Al suo pari Viktor Gaddefors è stato decisivo fin quando ha potuto giocare, rivelandosi un valore aggiunto pazzesco per la truppa casertana. Arrivato in punta di piedi si è conquistato gara dopo gara tutta la stima possibile, grazie a prestazioni fatte di sacrificio e dedizione. Ha portato versatilità al quintetto, ricoprendo in modo abusato la posizione di ala grande, e quella abnegazione difensiva che si è fatta rimpiangere nel momento in cui si è infortunato. Di bocciati, come detto, ce ne sono pochissimi, ma Tommaso Ingrosso può essere additato sicuramente come il “flop” di questa stagione bianconera. Da lui non ci si aspettava di certo chissà che cosa, però è sembrato inadatto al palcoscenico della Lega A. Non mettiamo in dubbio la sua voglia ed il prezioso lavoro fatto in allenamento, ma alla fine il suo minutaggio è la fotografia di quello che poteva dare realmente alla squadra. Ha avuto delle semplici apparizioni, e neppure con l’acqua alla gola si è deciso di puntare forte su di lui. Una bocciatura eccellente sarebbe invece la dirigenza, che ha sicuramente fatto delle scelte sbagliate (vedi Adegboye e Slokar) nell’arco della stagione che si sono rivelate inutili e soprattutto inefficaci in corso d’opera.



* per il mensile BASKET MAGAZINE

sabato 9 gennaio 2016

La Juvecaserta ha sempre ben figurato all’All Star Game

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 10/01/2016

AMARCORD. Sono 24 le convocazioni di atleti bianconeri
La Juvecaserta ha sempre ben figurato all’All Star Game
La partita delle stelle nostrane fu disputata nel lontano 1983 per la prima e fin qui unica volta tra le mura del PalaMaggiò

di Giovanni Bocciero

CASERTA. L’All Star Game Italia, la partita delle stelle nostrane che si disputerà questo pomeriggio a Trento, è arrivato alla sua 30esima edizione. La prima fu disputata il 12 maggio del 1982, e nell’arco degli anni ha cambiato più volte il format. Infatti, alle origini si sfidavano le rappresentative del campionato di A1 e di A2, che all’epoca vedevano le prime quattro del secondo torneo partecipare addirittura ai playoff scudetto. Dal 1989 erano l’una contro l’altra delle rappresentative territoriali, ovvero Sud contro Nord. Nel 1992 e 1993 invece, la Serie A e la Liga ACB spagnola organizzarono la kermesse insieme, con due squadre a rappresentare la crème de la crème dei rispettivi campionati. Su questa falsariga, nel 1994 la manifestazioni si ampliò e ci fu un triangolare tra Serie A, Liga ACB e Pro A francese. Dal 1996 entrò in gioco la Nazionale italiana, la cui prima presenza si ebbe già nel 1991, che sfidava di volta in volta il Team All Stars del campionato, con la sola edizione del 2005 che vide affrontarsi due squadre di All Stars per beneficenza. Dal 2007 al 2010 la partita delle stelle non si disputò, mentre dal 2011 è ritornato questo appuntamento folcloristico della pallacanestro italiana. 
FOTO FILAURO
La seconda edizione dell’All Star Game, giocato il 9 febbraio del 1983, si disputò al PalaMaggiò di Castel Morrone. Fin qui si tratta del primo ed unico appuntamento disputato nel “palazzo dei cento giorni”, e quella edizione vide il team dell’A1 guidata dall’Mvp del match Clyde Bradshaw e da Mike D’Antoni imporsi per 137-121 sul team dell’A2 allenato dal tecnico della Juvecaserta, Bogdan Tanjevic, e tra le cui fila militavano i bianconeri Oscar Schmidt, che realizzò 20 punti, e Zoran Slavnic. In totale il club di Pezza delle Noci ha avuto ben 24 convocazioni di propri atleti per questo speciale evento, ed il maggior numero di presenze le ha proprio la “Mao Santa” con sette, che ha realizzato complessivamente 193 punti, per 27,6 di media. Di seguito nel dettaglio tutti i bianconeri convocati nelle singole edizioni: Lorenzo Carraro (1982), Oscar Schmidt (1983, 1984, 1985, 1986, 1987, 1988 e 1989), Zoran Slavnic (1983), Marcel De Souza (1984), Mike Davis (1985), Horacio Lopez (1985), Ferdinando Gentile (1991), Mychal Thompson (1991), Greg Anderson (1992), Bill McCaffrey (1994), Jumaine Jones (2011), Andre Smith (2012), Stefano Gentile (2013), Michele Vitali (2014), Jeff Brooks (2014), Chris Roberts (2014), Micah Downs (2016) e Dario Hunt (2016). Tre invece le panchine che hanno parlato casertano con Bogdan Tanjevic (1983) e Franco Marcelletti (1989 e 1991).
La gara da tre punti la cui prima volta si è avuta nel 1986, ha visto Oscar Schmidt vincerla consecutivamente dal 1987 al 1989, mentre il premio di Mvp della partita lo hanno vinto in due: Oscar Schmidt (1987) uno dei tre atleti nella storia a compiere l’accoppiata con la gara del tiro da tre, e Stefano Gentile (2013) che l’anno dopo fece il bis seppur con la maglia di Cantù. Nel 1998, all’All Star Game di Napoli, il premio di Mvp fu alzato dal casertano doc Enzo Esposito che indossava la canotta dell’Andrea Costa Imola.

mercoledì 4 febbraio 2015

Reportage su Basket Magazine: El Diablo, primo urrà

DAL MENSILE  "BASKET MAGAZINE" DI GENNAIO 2015

El Diablo, primo urrà
La Juvecaserta spera nella rimonta salvezza

Reportage di Giovanni Bocciero

Dall’inferno al paradiso e di nuovo all’inferno. Questo è stato il cammino della Juvecaserta nelle ultime stagioni che hanno visto la società di Pezza delle Noci passare da una situazione economica burrascosa con risultati sportivi alterni a vivere una favola. Con l’avvento di Lello Iavazzi ed il socio Carlo Barbagallo si è investito e costruito un roster che nella passata stagione ha fatto divertire e sfiorato l’accesso ai playoff per la differenza canestri, un cavillo. Poi le premesse per la nuova annata, la prospettiva di ripetere e addirittura migliorare il risultato di appena dodici mesi prima che si sono frantumati come uno specchio, sciolti come neve al sole a causa della partenza ad handicap tra infortuni vari.
Vincenzo Esposito (Foto Gianfranco Carozza)
 A suon di sconfitte e record negativo che si aggiornava di domenica in domenica si è arrivati ad un collasso generale dell’ambiente tra tifosi inferociti e le “sliding doors” del Pala Maggiò che accoglievano nuovi coach e giocatori mentre ne salutavano altri, tra scelte societarie rivedibili. «Non ho mai visto una situazione del genere nemmeno quando si giocava in C o in B prima di Maggiò, e neanche negli anni ’60» racconta il decano dei giornalisti casertani Romano Piccolo che di partite ne ha viste e di stagioni ne ha seguite, «in realtà non penso ci siano state molte situazioni del genere nel basket italiano. La Juvecaserta è anche una squadra discreta per come è stata rifondata, ma tutto ciò influisce decisamente sul morale perché il basket è uno sport psico-fisico e il morale, appunto, è un fattore molto importante. L’entusiasmo o al contrario la demoralizzazione sono due opposti fondamentali, e vedo una squadra demoralizzata, non demotivata, perché le motivazioni loro ce l’hanno ma non hanno la forza per metterle in pratica».
«Sinceramente è una stagione molto travagliata» analizza il coach Franco Marcelletti, «in cui non si è riuscito a trovare una squadra equilibrata per problemi ovviamente legati ai tanti cambi. Il basket è un gioco particolare fatto di ripetizioni, conoscenza reciproca, movimenti automatici e con tante sostituzioni tutto ciò diventa complicato da far conciliare». L’allenatore dello storico scudetto del ’91 conosce l’ambiente e soprattutto Enzo Esposito: «la città carica la squadra sempre. Enzo si trova chiaramente in una situazione difficile e le sue scelte le sta facendo. Basta pensare al taglio di Young, molto coraggiosa e non facile immagino, ma che dimostrano una certa personalità. Per salvarsi bisogna vincere le partite, c’è poco da fare, e questo a livello psicologico ti permette di acquistare fiducia».
Marco Mordente (Foto Gianfranco Carozza)
Ma quale è stato il “peccato originale” commesso da dirigenza e staff tecnico nella formazione della squadra?
«La risposta è difficilissima perché se lo avessimo capito saremmo intervenuti prima» dichiara Carlo Barbagallo. «Ci sono una serie di fattori che hanno inciso negativamente. Forse l’errore è stato l’aver scommesso su alcune conferme e l’aver inserito qualche atleta che non rispecchiava sia dal punto di vista atletico che tecnico la squadra dello scorso anno». Ci sono stati diversi ribaltoni che hanno portato a scelte forse troppo affrettate, ma adesso Esposito sembra il timoniere giusto. «Agli esoneri va sempre vista la reazione dei giocatori e che rapporto ha il coach all’interno dello spogliatoio» commenta l'ex presidente della Juvecaserta, «questa è una cosa che in uno sport di squadra è basilare e quando un coach non ha seguito, al di là dei risultati, è inutile perseverare. Mi auguro che Enzo riesca nella missione salvezza. È bravo ed è seguito dal gruppo, per questo sono fiducioso».
L’ultimo anello di congiunzione “tecnica” tra passato e presente, dopo l’esonero di Molin e le dimissioni di Atripaldi, è Giacomo Baioni. «La squadra costruita sugli auspici quali spazziature, passarsi la palla, avere una identità difensiva purtroppo non si è ripetuta» spiega l’assistant coach. «Abbiamo cambiato cercando d’innalzare l’asticella della qualità dei singoli, e di conseguenza avere un collettivo migliore. Quest’ultima edizione della squadra, più europea e vicina al nostro stile di gioco, ha limiti tecnici e fisici ma non a livello di dedizione. L’anno scorso sulle ali di entusiasmo, atletismo, gioventù e gambe fresche riuscivamo a passare sopra le difficoltà, tutta una serie di prerogative che pensavamo di avere anche quest’anno. Bisogna però voltare pagina, guardare avanti e cercare di trovare la salvezza con le armi che possediamo adesso».
Michele Antonutti (Foto Gianfranco Carozza)
Nello scontro salvezza con Pesaro la Juvecaserta è riuscita a vincere la prima gara della stagione. Ovvio che la rinascita in questo disgraziato torneo porta il nome e cognome di Enzo Esposito, che abbiamo intervistato.
La vittoria rappresenta una boccata d’ossigeno, inizia adesso il vostro campionato?
«È indubbio che avevamo bisogno di una vittoria per continuare a credere nella salvezza, per prendere fiducia e non vedere sempre tutto nero. È stata molto importante dal punto di vista del morale e anche della crescita tecnica».
Quanto influenzerà in palestra il fatto di essersi sbloccati?
«La squadra ha sempre lavorato molto bene, con intensità e serietà, cercando sempre la vittoria. Purtroppo per mancanza di coesione o per sfortuna questa non arrivava. Dal punto di vista dell’impegno e dell’atteggiamento i ragazzi non sono mai mancati, e il lavoro non cambierà».
La pausa per l’ASG vi permetterà di migliorare ulteriormente?
«Ci servirà tanto per poter lavorare con la possibilità di recuperare qualche acciacco e parallelamente continuare a crescere come squadra».
Il girone di ritorno inizierà con Roma, ma avrete gare in casa proibitive contro Milano, Sassari, Reggio Emilia e Venezia, e trasferte fratricide a Pistoia, Varese e Pesaro, cammino tutto in salita?
«Parlo di miracolo proprio perché quando si parte da un record di 1-14 tutto è complicato. Le nostre partite saranno praticamente delle finali. Non guardiamo a quante gare abbiamo da giocare in casa e fuori, senza tener conto neppure del dove, come e quando».