Visualizzazione post con etichetta Michael Jordan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michael Jordan. Mostra tutti i post

sabato 22 aprile 2023

La leggenda Oscar Schmidt: «La mia vita è un racconto di favole»

 

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta
Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021


di Giovanni Bocciero*


Oscar Daniel Bezerra Schmidt, meglio conosciuto semplicemente come Oscar, e soprannominato ‘Mao Santa’ e ‘O’Rey do triple’, è colui che detiene il record di maggior punti segnati in carriera a livello globale. Basterebbe questo incipit per descrivere il cecchino brasiliano che tanto ha fatto in Italia negli otto anni trascorsi a Caserta a partire dal 1982, e nelle successive tre stagioni di militanza con Pavia. Oltre un decennio nel quale ha stregato ogni appassionato di pallacanestro. Arrivato da sconosciuto, voluto fortemente da coach Boscia Tanjevic, c’ha messo poco a guadagnarsi titoli a nove colonne sull’allora carta stampata con aggettivi quali ‘mitraglia’ o ‘bombardiere’.

Oggi non è un mistero che la Liga Acb sia di gran lunga il campionato europeo più competitivo ed apprezzato. Ma negli anni ’80, questo primato apparteneva senza alcun dubbio alla Serie A, non a caso «il mio sogno era di giocare in Italia - ha esordito Oscar -, perché se fossi andato in Nba non avrei potuto giocare con la nazionale. Tanjevic, che avevo affrontato in Coppa Intercontinentale, è rimasto impressionato da me e quando è arrivato a Caserta ha chiesto di prendermi alla proprietà. Mi sono ambientato subito perché la pallacanestro è uguale dappertutto, e ovunque giocassi volevo soltanto fare bene. Conosco il gioco e per questo volevo il pallone in mano perché sapevo cosa dovevo farci. Essere stato allenato da Tanjevic è stata una grande esperienza per me. Credo che chiunque lo avrebbe voluto come allenatore, e per questo mi sento fortunato. Mi ha insegnato una cosa che ho usato fino alla fine della mia carriera: il giro dorsale. Era un movimento che aveva visto fare a Jack Sikma. Boscia me lo ha insegnato, e la prima volta che l’ho messo in pratica l’ho visto esultare in panchina. A lui devo tantissimo». Nonostante i meriti riconosciuti al tecnico slavo, quando fu introdotto il tiro da tre punti tra i due ci sono stati degli screzi perché Oscar, da buon tiratore, ne abusava un po’ troppo. «Ne abusavo perché facevo canestro. Se la metti devi tirare, ma per farlo ti devi allenare tanto. E l’esercitarmi tanto mi ha permesso di avere sempre una grande facilità nel fare canestro». Dopotutto ‘Mao Santa’ è famigerato per non credere nel talento per grazia ricevuta ma solo nel duro lavoro in palestra.

Ritornato a Caserta qualche settimana fa, in occasione del lancio della docuserie ‘Scugnizzi per sempre’ che racconterà di quegli splendidi anni, Oscar è ritornato al vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro - oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, considerati i padri putativi della pallacanestro casertana -, dove ha mosso i primi passi casertani. Eppure, «non ricordavo il palasport perché ha subito delle migliorie. Quasi non ci credevo perché è di sicuro più bello adesso. Ho avuto modo di vedere la partita contro Roseto, ho visto un bel pubblico caloroso, che mi ha accolto benissimo, e dopo sono andato a cena con la squadra. Sono sempre rimasto legato alla città, al cavaliere Giovanni Maggiò che ha costruito il palasport di Castel Morrone in cento giorni - ha ricordato il cecchino brasiliano -, una persona incredibile che ha permesso l’inizio della nostra scalata. Non ci sono parole per descrivere cosa ha fatto. Ho giocato a Caserta otto fantastici anni, e sono stato felice che abbiano vinto lo scudetto». Una cosa incredibile è che, seppur Oscar non sia riuscito a vincere il tricolore con i bianconeri, è impossibile scindere il suo nome da quel successo. Segno dell’affetto che il popolo casertano nutre nei suoi confronti, e allo stesso tempo di quanto il giocatore abbia segnato quelle memorabili stagioni. «Ricordo tutto della città, ho tanti amici, ho addirittura battezzato un ragazzo casertano. Posso dire che mi manca la vita di Caserta. Spesso parlo con mia moglie Cristina del fatto che la città seppur piccola fosse il posto ideale dove vivere. E quando ci ritorniamo andiamo a vedere tutti i luoghi che frequentavamo. Se non me ne fossi andato ci sarei rimasto per tutta la vita».

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta, riceve una maglia celebrativa
dall'ex compagno Nando Gentile - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Dalle parole del brasiliano traspira una passione che arde ancora oggi. Una passione che spesso, invece, manca ai giovani professionisti, schiacciati troppe volte dalla pressione per un gioco che è di sicuro mutato insieme al mondo odierno. E questo fa sì che diversi siano i giocatori che gettino la spugna, mettendo fine a carriere che sembravano luminose. «Se si decide di giocare ad uno sport come la pallacanestro bisogna dedicarsi completamente ad esso. Se invece i ragazzi gettano la spugna così facilmente non sono amanti dello sport. Lo sport è fatto per gente vera, che sopporta la pressione. Io stesso l’ho dovuta sopportare con tifosi, dirigenti e giornalisti tremendi, ma sono sopravvissuto ed ho vinto tutto quello che potevo vincere».

Una delle finali perse dalla Juvecaserta è quella di 34 anni fa, contro il Real Madrid in Coppa delle Coppe. Forse la partita più bella che si sia mai vista su di un campo da basket. «Quella gara mi ha lasciato un rammarico incredibile. Nando Gentile doveva tirare un 1+1 ai tiri liberi con zero secondi sul cronometro, ma non li ha tirati perché gli arbitri non si sono voluti mettere contro il Real Madrid. Ho visto e rivisto decine di volte quell’ultima azione, e l’arbitro ha fischiato fallo, però poi ha cambiato idea. Per me rimarrà la più grande delusione che ho avuto in Italia. Giocavamo contro uno squadrone, e noi eravamo al top della nostra forma consapevoli che potevamo vincere. Eravamo senza alcun dubbio le due migliori squadre che si potessero affrontare». Una sfida nella sfida, perché ad Oscar che segnò 44 punti replicò Drazen Petrovic con ben 62. «Era un tremendo giocatore - ha ricordato il brasiliano -, un qualcosa di anormale. Aveva già giocato il Mondiale del 1986 nel quale fu eletto miglior giocatore della competizione. Anche per questo volevo sfidarlo e volevo batterlo. Sapeva giocare a pallacanestro come nessun’altro, ed era destinato ad essere il miglior giocatore anche della Nba. Non lo è stato solo perché non lo hanno lasciato giocare. Con lui seduto in panchina gli preferivano Terry Porter. Ma per favore».

Era un’altra Nba, nella quale Oscar non ha giocato per via delle restrizioni che prima non permettevano ai giocatori di poter giocare con le proprie nazionali. E se il brasiliano non avesse più giocato con la nazionale ci saremmo persi la finale dei Giochi panamericani del 1987, nella quale la sua squadra batté ad Indianapolis gli Stati Uniti dando il là all’utilizzo dei giocatori professionisti. Ma nonostante quel successo, il sogno nel cassetto mai raggiunto da ‘O Rey do triple’ è proprio legato alla formazione verdeoro, perché «avrei voluto vincere un’Olimpiade. Con la vittoria del Panamericano eravamo saliti di livello. L’anno successo siamo andati alla manifestazione olimpica a Seul. Ai quarti incontrammo l’Unione Sovietica che poi sarebbe diventata campione. Io purtroppo ho sbagliato l’ultimo tiro, e quel momento non lo dimenticherò mai. I miei compagni avevano così tanta fiducia in me che non credevano potessi fallire». Oltre a quelle restrizioni per le nazionali, anche il campionato americano ha sdoganato certe consuetudini dando più fiducia agli europei che sono sempre più protagonisti, da Jokic ad Antetokounmpo a Doncic. «La pallacanestro si è evoluta, e questi ragazzi sono dei grandissimi giocatori. In particolare mi piace molto guardare Doncic, che è una cosa incredibile. Sa fare delle cose che non riesco a spiegarmi e credo che possa diventare il miglior giocatore della Nba, perché ne ha le capacità ed è rispettato». La pallacanestro ormai è universale, per questo è molto apprezzata anche l’Eurolega che ha raggiunto un livello quasi pari a quello della ‘lega più famosa del mondo’. «La guardo molto volentieri. Quando faccio zapping in tv e mi capita di passare su una partita europea chiamo subito mia moglie e la guardiamo insieme. Vedo ogni cosa che riguardi il basket, e questo è fondamentale per un vero appassionato. Se ci sono differenze tra Nba ed Eurolega? Negli Stati Uniti si tira tanto da tre punti. Quando io ho fatto il camp nel 1984 non era così, ma oggi Golden State insegna che senza saper segnare dall’arco non si può vincere».

Oscar è una leggenda della pallacanestro anche e soprattutto per quel suo record di 49.737 punti segnati. Ma se LeBron ha recentemente superato il primato di 38.387 punti realizzati in Nba da Abdul-Jabbar, è lecito domandarsi se ci sarà mai qualcuno capace di scalzare il brasiliano da questo suo trono. «Credo proprio di sì - la risposta del diretto interessato -, perché i record esistono proprio per essere battuti. Anzi, spero che qualcuno lo batta. Sono ovviamente contento di aver realizzato questo record, perché nella pallacanestro si ricordano poche cose. Però quando riesci in qualcosa di così importante a livello mondiale, non è semplice. Sono sicuro che un giorno, anche per via del tanto utilizzo del tiro da tre punti, qualcuno come Doncic, Klay Thompson o Steph Curry riuscirà a superarmi».

Oscar Schmidt al PalaPiccolo di Caserta durante il match
contro Roseto - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Da leggenda dello sport globale, ha giocato e conosciuto altre leggende come lui. Il già citato Petrovic è solo un esempio. Negli anni in cui ha militato a Caserta ha incontrato ad esempio Diego Armando Maradona. «Lui era un giocatore tremendo come Petrovic. Un giorno uno dei giocatori del Napoli mi disse che anche quando stava male, loro potevano sempre contare su di lui. Sapevano che lo avrebbero trovato lì in campo a lottare fianco a fianco, qualsiasi cosa succedesse». Rivale dell’argentino un suo connazionale come Pelè, venuto a mancare recentemente. «Lui era di un altro pianeta. Ha fermato una guerra perché entrambi i paesi volevano vederlo giocare (il riferimento è alla guerra del Biafra, in Nigeria, dove ci fu un conflitto tra governo centrale e l’autoproclamatasi regione separatista. Sulla questione però, alcuni studiosi sconfessano questa versione del ‘cessate il fuoco’ per assistere ad una partita di Pelè e del suo Santos in tournée in Africa). È stato una cosa incredibile dentro e fuori dal campo. Di lui mi ricordo tante cose, come il dribbling fulmineo. È stato un idolo per tutto il Brasile, ed ovviamente anche il mio».

Tornando al basket, Oscar non nasconde che «ho sempre voluto giocare con i migliori, perché è così che potevo migliorare. Quindi avrei voluto giocare con Jordan, con Bryant, con Magic. Ma se devo sceglierne uno solo dico Bird, un bianco che non sapeva saltare, non sapeva correre, ma che giocava meglio di tutti». Contro Michael Jordan fu avversario in una storica amichevole tra Caserta e Trieste nell’agosto del 1985, con ‘Air’ che frantumò il tabellone in vetro per la troppa foga di schiacciare. «Lo vedevo muoversi in campo ed ho pensato che fosse un ottimo giocatore. Si capiva che avrebbe dominato in Nba - ricorda Oscar - perché era un predestinato. È stato fantastico poter giocare contro di lui». Bryant invece non l’ha affrontato in campo ma l’ha conosciuto. «Ho parlato per la prima volta con lui in Cina, perché ero andato a vedere un allenamento della nazionale americana, e mi ha confessato che ero un suo idolo. Per me Jordan non è stato migliore di Bryant, perché anche lui era fortissimo. Giocava in una maniera feroce e tirava molto perché segnava anche molto. La differenza tra i due sta soltanto in un titolo vinto in meno da Kobe».

La carriera di Oscar è stata costellata di successi ed anche di qualche delusione. Ma soprattutto dalla malattia. Per ben due volte è stato sottoposto ad intervento chirurgico per un tumore al cervello. Eppure non perde il sorriso, e spesso usa la sua esperienza in conferenze motivazionali. «A volte penso che la mia vita sia un racconto di favole, perché la mia carriera è stata incredibile. Ancora oggi se cammino per strada ci sono persone che si fermano e che vogliono fare una fotografia con me. Per tutto questo devo molto all’Italia e a coach Tanjevic, perché mi hanno fatto migliorare come giocatore e mi hanno permesso di rimanere conosciuto. Con Caserta ho giocato diverse finali, ma abbiamo vinto solo la promozione in A e la Coppa Italia. Questo è il mio più grande rammarico - ha concluso Oscar - perché ancora oggi non capisco come in Brasile vincevo tutto mentre in Italia no».


*L'esclusiva video intervista integrale


Qui l'articolo per Basket Magazine

martedì 28 luglio 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Alessandro Mamoli

Intervista esclusiva ad Alessandro Mamoli, giornalista di Sky Sport, con il quale abbiamo dato vita ad uno speciale NBA. Dalla tragica scomparsa di Kobe Bryant alla rievocazione della leggenda Michael Jordan con The Last Dance, al ritiro di Vince Carter. Un'analisi su cosa bisogna aspettarsi nella bolla di Orlando, e poi uno sguardo al Draft, alla G-League, alla Ncaa e alla "politica".


venerdì 4 marzo 2016

NCAA. È in arrivo la March Madness

È in arrivo la March Madness
Da Oklahoma a Kansas, Virginia e Villanova; pregi e difetti delle possibili teste di serie


di Giovanni Bocciero*

Con l’avvento del mese di marzo il mondo del College basketball inizia a prepararsi all’ultima avvincente parte di stagione. La March Madness, la follia di marzo, guiderà tutti sino all’NRG Stadium di Houston, dove il 2 e 4 aprile andrà in scena la Final Four per il titolo nazionale. Prima però ci sarà la Selection Sunday (13 marzo) dove si comporrà l’intero tabellone principale: 32 posti saranno assicurati alle squadre vincenti i rispettivi tornei di conference, mentre le altre 38 saranno selezionate da un’apposita commissione che terrà conto ovviamente dei risultati stagionali per assegnare le wild-card. Dal 15 marzo parlerà solo il campo, con un incredibile susseguirsi di partite in cui l’upset - il rovescio del pronostico - è sempre dietro l’angolo, e si comincerà soprattutto a seguire le carovane di studenti, familiari e bande musicali che coloreranno gli spalti di ogni palasport.

BRACKETOLOGY Proviamo a prendere il posto degli analisti americani, e cerchiamo di dare le nostre teste di serie. Le seed 1 e 2 a parer nostro spettano a: Oklahoma, Kansas, West Virginia, North Carolina, Virginia, Iowa, Maryland e Villanova, in ordine rigorosamente sparso. Iniziamo da Oklahoma, la squadra del quasi probabile giocatore dell’anno Buddy Hield, che sta viaggiando ad oltre 25 punti. I Sooners sono una delle compagini più forti dell’intera NCAA, potendo contare su di un quintetto che oltre al già citato ha un altissimo tasso qualitativo. I ragazzi di coach Lon Kruger hanno dimostrato partita dopo partita di avere un’incredibile durezza mentale, fattore non da poco in un contesto simile dove i margini di errore saranno risicati. Per diverse settimane numero uno del power ranking, Oklahoma è uno dei migliori attacchi di tutto il campionato, ed in stagione ha anche cavalcato l’incredibile media del 50% da tre punti. È una certa seed 1.
Kansas sta mantenendo un livello alto anche se con prestazioni piuttosto ballerine. I Jayhawks sono ancora alla ricerca del giusto equilibrio. Come sospettavamo ad inizio stagione l’ago della bilancia è quel Wayne Selden che ogni qualvolta ha disputato gare al di sopra della media il successo non è mai sfuggito. Il backcourt è piuttosto efficiente, ma è nel pitturato dove coach Bill Self si è dovuto inventare diverse soluzioni tattiche, con il veterano Perry Ellis unico punto di riferimento e con gli altri giocatori del reparto che stanno faticando e non poco. Il dodicesimo titolo di conference è nel mirino, ma la strada al torneo potrebbe essere più insidiosa che mai.
Sempre della Big XII fa parte anche West Virginia, una delle compagini più ostiche da affrontare. Il cavallo di battaglia dei ragazzi di coach Bob Huggins è certamente la difesa pressing a tutto campo, che immancabilmente influenza il gioco di qualsiasi avversaria che difficilmente riesce ad adeguarsi. Il bottino offensivo arriva in gran percentuale dalle palle recuperate, ma mai come quest’anno hanno trovato un ottimo marcatore in Jeysean Paige che sta avendo una media di oltre 13 punti - più del doppio rispetto all’anno scorso - uscendo dalla panchina. Forse siamo piuttosto ottimisti nel volergli attribuire una seed 2, ma i Mountaineers la meriterebbero eccome.
Anche per North Carolina si preannuncia una testa di serie molto alta, nonostante una regular season in cui ha vissuto tanti alti e bassi. Sulla carta stiamo parlando del miglior roster dell’intera NCAA: completo, lungo ed assortito. Ben sei sono gli uomini dell’alma mater di Michael Jordan che hanno una media punti in doppia cifra, eppure i Tar Heels sembrano soffrire degli inspiegabili cali di concentrazione. Coach Roy Williams non riesce proprio a venirne a capo, tanto che circa un mese fa ha avuto un vero e proprio collasso durante un timeout. Ovviamente la cosa non ha attinenza, ma se UNC vuole tornare a vincere il titolo dopo quello del 2009 deve diventare di sicuro più cinica strada facendo.
Virginia è stata molto costante nel suo percorso pur senza particolari sussulti. Team ben organizzato quello di coach Tony Bennett, che è molto equilibrato nel suo gioco, tanto in difesa dove è tra le migliori del panorama universitario, che in attacco. In fase offensiva, però, ai Cavaliers manca un vero e proprio go-to-guy, in grado di trascinare la squadra quando negli oliati meccanismi va a finirci quel granellino di sabbia che scombussola tutto. Non a caso Virginia nelle ultime due apparizioni al torneo pur essendo tra le favorite - nel 2014 era seed 1 e l’anno scorso seed 2 - non è riuscita ad avanzare più delle Sweet Sixteen. E quest’anno potrebbe finire uno dei cicli più importanti nella storia dell’ateneo senza aver raggiunto nulla, essendo tre giocatori determinanti come Malcolm Brogdon, Anthony Gill e Mike Tobey al loro anno da senior.
Si può considerare come la grande sorpresa della stagione Iowa, una squadra che è stata capace di crescere man mano che accumulava partite così come il suo uomo di punta, tale Jarrod Uthoff. Inutile dire che per l’ala senior questo è il suo migliore anno in cui ha triplicato le cifre - dai poco meno 8 del 2013/14 ai 12 del 2014/15 quest’anno sta viaggiando a 18 punti di media - in fase realizzativa oltre che assunto la palma di leader. Grande merito della crescita della squadra va dato anche a coach Fran McCaffery che ha saputo rendere una pallacanestro semplice molto concreta. Gli Hawkeyes hanno scalato posizioni nel ranking Top 25 di settimana in settimana sino ad arrivare nelle primissime posizioni così da essere in lizza per almeno una seed 2.
L’annata di Maryland non è stata al livello delle aspettative. Dopo il buon cammino dello scorso campionato ed i movimenti estivi che hanno potenziato il roster di coach Mark Turgeon ci si aspettava il cosiddetto salto di qualità, ed invece sembra quasi che i Terrapins siano rimasti ad elogiare il proprio riflesso come Narciso senza fare alcun passo in avanti. E questo ad incominciare dai due trascinatori del team, vale a dire Melo Trimble e Jake Layman. Maryland può ancora sperare in una seed 1, ma anche se non dovesse arrivare ha tutte le carte in regola per provare ad arrivare sino in fondo a questa stagione, ma sarà bene coprire gli specchi.
Infine abbiamo Villanova, che in stagione è stata per la prima volta nella storia dell’università numero uno del power ranking. Spinti da un livello medio decisamente basso della Big East, i Wildcats dell’italiano Ryan Arcidiacono stanno disputando una stagione al loro passo, essendo una squadra compatta, ed anche quest’anno possono strappare la seed 1. Il rischio è che giocando contro avversarie di livello inferiore per più di metà stagione, i ragazzi di coach Jay Wright facciano fatica a trovare l’intensità giusta al torneo NCAA, anche se si scongiura una eliminazione al secondo turno come successo l’anno scorso.


* Per il mensile BASKET MAGAZINE