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sabato 22 aprile 2017

NBA Awards 2016/17 (Individuali)

NBA Awards 2016/17
Premi Individuali

I premi individuali della NBA sono attesi dagli atleti ma soprattutto dai fans. Sono dei riconoscimenti che fotografano l'andamento della stagione e danno l'idea di quello che è successo. E poi logicamente servono per arricchire la fama di quelle superstar già affermate così come permettere a dei giovani giocatori di essere lanciati nell'Olimpo del professionismo. Senza perderci in altre chiacchiere, vediamo le scelte.

NBA Most Improved Player
1- Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2- James Johnson (Miami Heat)
3- Otto Porter (Washington Wizards)


Se James Johnson è stato l'arma in più di Miami mentre Otto Porter ha contribuito all'ottima stagione di Washington, il premio va comunque a Nikola Jokic che ha vissuto in casacca Denver Nuggets una seconda parte di stagione da autentico protagonista. Autore di diverse triple-doppie, ha fatto stropicciare gli occhi perché vedere un pivot della sua stazza con mani fatate e ancor di più visione pazzesca non capita davvero tutti i giorni. Sta decisamente mettendo a frutto l'essere figlio della scuola slava. Giannis Antetokounmpo è fuori classifica.

NBA Defensive Player of the Year
1- Draymond Green (Golden State Warriors)
2- Rudy Gobert (Utah Jazz)
3- Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)


Le statistiche in rimbalzi, stoppate e recuperi sono sopravvalutate o sottovalutate per questo premio. Dipende dai punti di vista. Ed in questo Draymond Green mette tutti d'accordo perché non solo mette insieme numeri importanti di gara in gara, ma è visivamente un difensore ostico. È versatile potendo difendere praticamente su qualsiasi avversario in qualsiasi posizione, e poi con il suo trash-talk inevitabilmente ti estromette dal match. Sul podio salgono meritatamente la grande sorpresa di questa stagione Rudy Gobert e lo scontato Kawhi Leonard.

NBA Rookie of the Year
1- Joel Embiid (Philadelphia Sixers)
2- Malcolm Brogdon (Milwaukee Bucks)
3- Dario Saric (Philadelphia Sixers)


Sulla vittoria di Joel Embiid pende purtroppo la spada di Damocle delle sole 31 presenze in una stagione che conta 82 partite. Ma se questo premio deve riconoscere il miglior rookie dell'anno, Embiid ha decisamente influenzato ed inciso in positivo per tutto quello che ha fatto. Questo ovviamente a dispetto degli altri neo professionisti. Il compagno di squadra a Philadelphia Dario Saric ha fatto altrettanto bene, così come Malcolm Brogdon in casacca Bucks, ma nessuno ha fatto ottimamente quanto il centro per di più simpaticissimo sui social.

NBA Sixth Man Award
1- Eric Gordon (Houston Rockets)
2- Andre Iguodala (Golden State Warriors)
3- Louis Williams (Houston Rockets)


La lotta per questo premio è stata davvero serrata. Louis Williams ha fatto benissimo sia quando usciva dalla panchina dei Lakers che da quella dei Rockets. Andrea Iguodala mai come quest'anno ha dovuto rispolverare il suo talento offensivo senza dedicarsi solo alla difesa. Ma Eric Gordon ha contribuito e non poco alla stagione degli Houston Rockets riuscendo a giocare senza troppi infortuni - che ne hanno falcidiato la carriera - e risultando tra i migliori tiratori per percentuale dall'arco dei tre punti.

NBA Coach of the Year
1- Brad Stevens (Boston Celtics)
2- Mike D'Antoni (Houston Rockets)
3- Scott Brooks (Washington Wizards)


Mike D'Antoni avrebbe meritato ugualmente questo riconoscimento per il semplice fatto di aver reso Houston una contendente a tutti effetti. Ma spodestare i Cleveland Cavaliers e vincere la Eastern Conference frutto di un duro lavoro iniziato negli ultimi anni e che ha portato sino a questo traguardo, fa di Brad Stevens il coach dell'anno. Non va dimenticato neppure l'ottimo lavoro di Scott Brooks che ha finalmente reso i Washington Wizards una squadra competitiva.

NBA Most Valuable Player
1- Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2- James Harden (Houston Rockets)
3- Isaiah Thomas (Boston Celtics)


Lo stesso discorso per il coach vale anche per l'Mvp, e purtroppo per i Rockets sono sempre loro a rimetterci. Anche in questa circostanza va premiato Russell Westbrook che ha realizzato un'annata storica, da record. Ma oltre ai numeri il leader dei Thunder è stato capace di trainare ed allo stesso tempo coinvolgere i compagni che non sono di altissimo valore. Lo stesso dicasi per James Harden, che però ha avuto compagni più competitivi. Staccato Isaiah Thomas che è stato il trascinatore dei Boston Celtics.

venerdì 10 marzo 2017

Il grande ritorno: Mike D'Antoni

Mike D'Antoni e le 4 vite di Arsenio Lupin


di Giovanni Bocciero*


Riva: «Mike sfortunato, ma mai un perdente»

Il grande ritorno. Nella grande stagione di Houston, il personale
riscatto di Mike dopo le delusioni e le brutte esperienze
con i New York Knicks ed i Los Angeles Lakers
Se si guardano immagini delle diverse squadre allenate da Mike D’Antoni, si farà caso che i dettami tattici sono pressoché gli stessi da anni ormai. Dagli inizi in quel di Milano e Treviso, all’approdo in NBA dove è stato seduto sulle panchine di Denver, Phoenix, New York, Lakers e Houston. Con risultati alterni ma pur senza snaturare la propria idea cestistica, ovvero quella di correre in campo aperto, difendere allo stremo e tirare velocemente. «È sempre stato il suo credo - ha rivelato Antonello Riva -. Ricordo che per aumentare i possessi offensivi avevamo messo la regola che dopo qualsiasi canestro segnato pressavamo l’avversario per ritornare immediatamente in possesso del pallone. Oppure lo obbligavamo a velocizzare il proprio attacco. Facevamo tanti esercizi in allenamento proprio per velocizzare il nostro modo di andare a canestro». Uno stile di gioco che lo ha bollato come perdente oltreoceano, fin quando non sono esplosi i Warriors. «Inutile dire che soprattutto per gli allenatori non dipende unicamente dal proprio operato, ma prima di tutto dal rendimento dei giocatori e poi soprattutto dalla situazione societaria. Credo ad esempio - ha continuato l’ex Milano - che a New York sia arrivato nel momento peggiore della franchigia a livello di struttura societaria. È semplicemente capitato al posto sbagliato nel momento sbagliato perché le qualità di Mike non si discutono dopo tutti gli anni trascorsi in Italia e in NBA. E oggigiorno lo reputo uno dei migliori allenatori al mondo». La fiducia è un aspetto imprescindibile? «Una delle qualità di Mike è quella di mettere a proprio agio i suoi giocatori. Il fatto di essere stato un grande atleta è per lui un vantaggio, perché - ha concluso il bomber - lo aiuta a capire psicologicamente il giocatore che ha di fronte».


Pittis: «È un campione, con le sconfitte cresce»

Affinché le squadre di Mike D’Antoni rendano al massimo c’è bisogno che i giocatori dispongano della necessaria disponibilità nei suoi confronti. «Noi avevamo totale fiducia in Mike - ha dichiarato Riccardo Pittis -. Non avevamo alcun dubbio che le scelte prese fossero buone». L’ala ex Milano e Treviso fu l’oggetto della rivoluzione tattica, ovvero il primo esempio di small ball. «Sia per l’esigenza di coprire una posizione dove mancava un giocatore di ruolo, che per provare qualcosa di diverso, Mike decise di spostarmi da ‘3’ a ‘4’. L’esperimento, che era più una opzione e non una norma, funzionò talmente bene che lo ha fatto suo». Per vincere D’Antoni deve sentire che i giocatori sono con lui, perché «come in ogni situazione e per ogni persona, quando il gruppo ti segue diventa più facile mettere in pratica le tue idee. Questo ambiente - ha raccontato Pittis - si creò a Milano e Treviso, e sono certo che è così a Houston come prima ancora a Phoenix. Per quanto riguarda le esperienze di New York e Los Angeles, non è che le sue idee non abbiano funzionato, semplicemente erano delle situazioni particolari con squadre composte da giocatori estremamente difficili da gestire. E come dimostrano i risultati successivi non ha fallito solo lui. Per quanto mi riguarda, probabilmente se mi avesse messo a giocare da ‘5’ sarebbe andato bene lo stesso». Ma come può passare da due anni di inattività all’essere quasi il coach dell’anno in NBA? «Mike ha il Dna del campione, non si ferma davanti alle sconfitte ma anzi, ne trae insegnamento e si evolve. Sono particolarmente contento per lui perché so quanto ci tiene e con quale passione svolge il suo lavoro. Ha una smisurata voglia di insegnare pallacanestro e - ha concluso l’attuale telecronista Rai - di divertirsi facendo giocar bene».


Meneghin: «Maniaco del lavoro, non del sistema»

Gioie e dolori in panchina. Ha avuto stagioni felici con i Phoenix Suns
in coincidenza con l'arrivo in squadra di Steve Nash: pick and roll,
small ball, run and gun. 62-20 il record e Coach of the Year nel 2003
Il coach di Houston è stato spesso additato come fossilizzato su di un unico sistema di gioco. È realmente così? «Mike è sempre stata una persona molto flessibile - ha commentato Dino Meneghin -, non si fissa su di una cosa portandola avanti a qualunque costo. Chiaramente tutto dipende dai risultati, perché se questi arrivano con un modo di gioco allora prosegue, ma se bisogna apportare delle migliorie cambia sistema adattandosi ai giocatori che ha a disposizione. È una persona intelligente e grande conoscitore del gioco, e sa di non dover continuare se le cose vanno male. In NBA è costretto a cambiare registro e ad adattarsi. È testardo in realtà dal punto di vista del lavoro, per il resto è attento a ciò che gli succede intorno». E perché allora non è riuscito a vincere a New York e a Los Angeles? «Quegli anni sono stati difficile perché è estremamente complicato lavorare in quelle due piazze dove già soltanto arrivare secondi è un insuccesso. Ha patito certamente tutto l’ambiente, e il fatto di avere a disposizione dei giocatori che pensavano più a sé stessi che al gioco di squadra, cosa che lui predilige. Mike - ha continuato l’ex presidente FIP - riesce ad ottenere i risultati se ha tra le mani atleti che sanno mettere la squadra al primo posto, che non guardano al tabellino personale. Evidentemente quest’anno ha questo tipo di giocatori che fanno rendere al meglio il tipo di gioco che vuole». Ma per imporsi D’Antoni ha solo bisogno di vincere? «Il sogno di tutti è vincere. In America è quello dell’anello. Per fortuna in NBA non guardano soltanto alle vittorie ma ai risultati che ottieni. La consacrazione arriva se vince, ma puoi avere una buona nomea - ha concluso l’ex Milano - se riesci a far migliorare il gruppo di giocatori, trasformandoli in una squadra vera».




* per la rivista BASKET MAGAZINE

lunedì 24 ottobre 2016

NBA Western: Power Ranking 2016/17

Di seguito il Power Ranging della Western Conference della NBA.

FONTE: ULTIMOUOMO.COM


di Giovanni Bocciero

1- GOLDEN STATE WARRIORS
Trovare un'altra squadra favorita come loro è difficile, anche in questa competitiva Western, ed a maggior ragione dopo aver strappato il sì del free agent più corteggiato dell'estate, tale Kevin Durant. Sicuramente però il team di coach Steve Kerr dovrà trovare quei giusti equilibri che il talento da solo non ti permette di avere così, dal nulla. Steph Curry e Klay Thompson dovranno dividersi il pallone con il nuovo arrivato, e soprattutto con il compagno Draymond Green. L'aver aumentato il talento ha significato comunque dover tagliare la profondità del roster, rimpolpato con seconde e terze linee.
FAVORITI

2- SAN ANTONIO SPURS
Il vuoto lasciato dal ritiro di Tim Duncan è stato in parte riempito dall'arrivo di Pau Gasol. Non può comunque essere tranquillo il guru Gregg Popovich che forse ancora non ha trovato la giusta lunghezza d'onda per comunicare con il designato erede LaMarcus Aldridge. Nonostante ciò il punto di forza della franchigia texana resta quel sistema che è capace di coinvolgere e far migliorare chiunque. In cabina di regia c'è il solito Tony Parker così come nel ruolo di ala quel Kawhi Leonard al quale silenziosamente sta passando il testimone di leader. Tagliato negli ultimi giorni il nostro Ryan Arcidiacono che dovrebbe finire in D-League.
CONTENDER

3- LOS ANGELES CLIPPERS
I Clippers sono forse al canto del cigno, semplicemente perché dopo anni in cui si è cercato di competere per il titolo adesso si è giunti ad un punto di non ritorno. Questo vale per coach Doc Rivers, vale per Chris Paul - che in verità il suo lo ha sempre fatto -, vale per Blake Griffin che nella passata stagione è arrivato ai ferri corti con la dirigenza. In estate ci si sarebbe aspettato qualche cambiamento significativo, e invece si è deciso di continuare con questi uomini che però dovranno dimostrare di essere tali necessariamente nel rettangolo di gioco.
CONTENDER

FONTE: BLEACHERREPORT.COM
4- HOUSTON ROCKETS
A Houston è atterrato Mike D'Antoni e di conseguenza è cambiata l'idea tattica che sarà prodotta dai Rockets. L'addio a Dwight Howard e gli arrivi di Ryan Anderson, Eric Gordon e Nené sono proprio lo specchio della filosofia dell'ex bandiera Olimpia Milano che vorrà correre e difendere grazie a Patrick Beverley, Trevor Ariza e Corey Brewer. Aspettiamoci una stagione da Mvp di James Harden, che nel ruolo di playmaker che gli si sta disegnando avrà ancora maggiormente il pallone tra le mani per poter offendere sia da realizzatore che da assistman.
PLAYOFFS

5- UTAH JAZZ
I mormoni stanno ritornando. Dopo aver dovuto ingoiare bocconi amari ma al contempo messo delle basi solide al progetto tecnico attuale, ci si è rinforzati con giocatori esperti e di carisma che non potranno che essere un valore aggiunto per i Jazz. Il mix è composto dai giovani "locali" come Gordon Hayward, Derrick Favors, Rudy Gobert, Alec Burks, Rodney Hood integrati in ruoli nevralgici da giocatori come il regista George Hill, il cecchino Joe Johnson ed il lungo Boris Diaw. Lo scorso anno furono sfiorati i playoffs, quest'anno dovrebbero essere centrati con sicurezza.
PLAYOFFS

6- PORTLAND TRAIL BLAZERS
I Trail Blazers ripartono da Terry Stotts - che meritava il premio di coach of the year l'anno passato - e Damian Lillard, autori e fautori tattici e pratici della straordinaria stagione che ha fatto di Portland una meravigliosa sorpresa. Ripetersi non è mai facile, ma il gruppo sembra piuttosto collaudato e soprattutto affiatato. Alla rivelazione C.J. McCollum, Mason Plumlee ed Al-Farouq Aminu in offseason sono stati aggiunti dei role players come Shabazz Napier, Evan Turner e Festus Ezeli che in teoria dovrebbero rappresentare delle valide alternative.
PLAYOFFS

7- DALLAS MAVERICKS
Il proprietario Mark Cuban ha, come sempre fa, investito affinché i suoi Mavericks possano essere competitivi e raggiungere la post season. Da Oakland è arrivata la coppia Harrison Barnes ed Andrew Bogut che ha sostituito quella composta da Chandler Parsons e Zaza Pachulia. Dirk Nowitzki dovrà per forza di cose limitarsi in regular season, ed i vari Deron Williams e Wesley Matthews sono delle punte di diamanti, ma anche giocatori ormai molto altalenanti nelle proprie prestazioni. Si può far bene, ma non aspettatevi nulla di particolare.
PLAYOFFS

8- MINNESOTA TIMBERWOLVES
Ottavo posto ai Timberwolves che già in questa stagione possono raccogliere grandi frutti dopo tutto ciò che hanno seminato da due anni a questa parte. Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns, Zach LaVine, Gorgui Dieng, e adesso il rookie Kris Dunn, sotto la regia dello spagnolo Ricky Rubio e soprattutto del nuovo tecnico Tom Thibodeau, che rappresenta il vero valore aggiunto di questa Minnesota, possono essere la vera grande sorpresa, che non farà fare altro che bruciare le tappe. Non dovessero arrivare i playoffs di certo non sarà una catastrofe.
OUTSIDER

FONTE: INTERBASKET.NET
9- OKLAHOMA CITY THUNDER
Mettere i Thunder in questa posizione è davvero difficile, nonostante l'addio di Kevin Durant. Oklahoma City può contare su di un campione come Russell Westbrook che avendo il pallino del gioco in mano è un candidato assoluto a diventare l'Mvp della stagione. Intorno a lui tanti giocatori giovani ed emergenti, come Victor Oladipo, Steven Adams, Enes Kanter, Andre Roberson ed il figlio d'arte Domantas Sabonis. Non è certamente in fase di rebuilding, ma coach Billy Donovan dovrà per forza di cose trovare il miglior assetto possibile nel più breve tempo.
OUTSIDER

10- MEMPHIS GRIZZLIES
Vederli così in basso dopo ciò che sono riusciti a fare nelle ultime stagioni fa senso, anche perché lo zoccolo duro del roster è rimasto pressoché identico, con i vari Marc Gasol, Zach Randolph, Tony Allen, il rinnovato Mike Conley. L'età media piuttosto alta, avvalorata dalla presenza di Vince Carter, fa pensare ad un ribasso delle prestazioni che naturalmente comporterà anche qualche sconfitta in più. Resta il fatto che puntare contro di loro può essere un bel rischio, a maggior ragione con l'innesto di Chandler Parsons.
OUTSIDER

11- NEW ORLEANS PELICANS
Partenza ad handicap per i Pelicans di coach Alvin Gentry che avranno fuori per l'inizio di stagione sia Jrue Holiday che Tyreke Evans. In più c'è un Anthony Davis che fisicamente non sembra reggere i ritmi forsennati di un intero campionato NBA. Eppure quando c'è alzate le mani. Terrence Jones e Lance Stephenson sono due scommesse molto interessanti, che se vinte possono spostare gli equilibri di questa Western. Occhi puntati anche sul rookie bahamense Buddy Hield che, con lo spazio che si ritroverà, potrebbe competere per il premio di ROY.
OUTSIDER

12- PHOENIX SUNS
Phoenix ha un diamante grezzo in Devin Booker, che quest'anno deve affermarsi, mentre Eric Bledsoe deve prendersi definitivamente le redini della squadra. Tutto il resto deve definirsi, a partire dai giovani T.J. Warren, Alex Len, Dragan Bender e Marquese Chriss. Può premiare la scelta della dirigenza di affiancare a questi delle chiocce come Leandro Barbosa e Jarred Dudley, anche se bisogna valutare le posizioni di Tyson Chandler e Brandon Knight che potrebbero partire durante la stagione. Attenzione a Tyler Ulis che potrebbe essere la grande rivelazione del campionato arancioviola.
OUTSIDER

13- DENVER NUGGETS
Il potenziale nello Stato del Colorado non manca, basti pensare a tutte le guardie ed ali che affollano il roster: il nostro Danilo Gallinari con la fascia da capitano al braccio, Will Barton, Wilson Chandler, Gary Harris, Jamal Murray. Quello di cui si avrebbe bisogno è un'asse play-pivot, dato che per il primo ruolo Emmanuel Mudiay è acerbo e Jameer Nelson è sul viale del tramonto, mentre in vernice la coppia composta da Nikola Jokic e Jusuf Nurkic è parecchio incostante. Qualche soluzione interna è rappresentata da Kenneth Faried, le cui prestazioni sono però drasticamente calate. Può essere fastidiosa nella singola partita, ci sembra poco a lungo andare.
OUTSIDER

FONTE: HOOPSHABIT.COM
14- SACRAMENTO KINGS
Solita squadra costruita senza una testa ed una coda, dove la notizia vera è che DeMarcus Cousins non ha cambiato divisa da gioco. Inutile dire che si guarda una partita dei Kings soltanto per ammirare l'ex pivot di Kentucky che meriterebbe una squadra competitiva per far esplodere tutto il suo potenziale. La dirigenza ha cercato di cedere a desta e a manca Rudy Gay e Ben McLemore ma non c'è riuscita, e non è detto che c'abbia messo una pietra sopra. La cabina di regia affidata a Ty Lawson e Darren Collison fa sorridere, per non dire altro. L'anarchia dominerà incontrastata, e si accettano scommesse per la durata di coach Dave Joerger.
DOWN

15- LOS ANGELES LAKERS
Chiuderanno la Western i Lakers, anche se il futuro sarà radioso se non ci saranno complicazioni. Con l'addio di Kobe Bryant saranno i giovani a dover rilanciare il team gialloviola contendendosi lo scettro lasciatogli proprio dal Black Mamba. D'Angelo Russell, Jordan Clarkson, Julius Randle, Larry Nance, Brandon Ingram sono una base di partenza davvero molto interessante, che al fianco di veterani come Jose Calderon, Luol Deng, Louis Williams, Nick Young, Metta World Peace non potrà fare altro che crescere e farsi le ossa necessarie per riportare in alto la franchigia della città degli angeli.
DOWN

domenica 26 giugno 2016

IL FUTURO. Ale Gentile all’esame di maturità

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 27/06/2016

IL FUTURO. Il maddalonese doc è diviso tra l’esperienza continentale e l’avventura oltreoceano
Ale Gentile all’esame di maturità

di Giovanni Bocciero

MADDALONI. Senza soste la stagione agonistica per Alessandro Gentile, che dopo aver alzato le braccia al cielo lo scorso 13 giugno al PalaBigi di Reggio Emilia per la vittoria in Gara 6 e di conseguenza dello Scudetto, il 20 giugno scorso si è ritrovato al PalaDozza di Bologna per iniziare il raduno con la Nazionale in vista del Preolimpico di Torino del prossimo 4-9 luglio. Un'estate dunque impegnativa per la “pantera di Maddaloni” quanto un vero e proprio campionato, con la speranza che sia ovviamente quanto più lunga possibile con l'obiettivo dichiarato di voler disputare i Giochi Olimpici di Rio di agosto, dal 5 al 20.
Ma in questa estate caldissima non solo bisognerà sudare sul parquet, ma ci si attende anche un grande lavoro fuori dal rettangolo di gioco, negli uffici, dove sarà soprattutto il suo procuratore Riccardo Sbezzi a svolgere un'attività fondamentale. A naso, e secondo i rumors, sono cinque le opportunità per il futuro di Ale Gentile, ovvero la permanenza all'Olimpia Milano con lo scopo però di essere competitivi anche e soprattutto in Eurolega; il trasferimento a due top club continentali come il Barcellona - in vantaggio economicamente - o il CSKA Mosca che hanno già presentato le rispettive offerte al figlio di Nando e che potrebbero dargli l'occasione di misurarsi a livello europeo e di acquisire una dimensione internazionale; l'opportunità turca presentata dall'ambizioso team del Darussafaka Dogus che oltre alle potenzialità economiche può avvalersi della presenza di coach David Blatt sulla panchina; e poi l'ambizione di potersi misurare in NBA con quei Houston Rockets che hanno i diritti sul ragazzo che a 25 anni potrebbe aver raggiunto la maturità necessaria per la “lega più bella del mondo”.
Subito dopo la Finale Scudetto vinta contro Reggio Emilia, Ale Gentile dichiarò che la sua avventura in maglia Olimpia potrebbe essere giunta alla fine dopo cinque lunghe stagioni, e con due Scudetti ed una Coppa Italia messe in bacheca. Lo stesso presidente meneghino, Livio Proli ha avuto la sensazione che il capitano potesse decidere di chiudere qui la sua avventura all’ombra della Madonnina. Le parti in verità stanno ancora chiacchierando, e soprattutto in questa parte finale di giugno sembrano essersi riavvicinate parecchio piuttosto che una settimana fa. Il punto ovviamente non è affatto economico, ma piuttosto di prospettiva e competitività, perché Ale Gentile ha fatto capire a chiare lettere che per rimanere vuole giocarsi tutte le chance possibili in Eurolega dove Milano, nell’ultima edizione, è uscita addirittura alla prima fase. Con la formazione di Giorgio Armani l’atleta maddalonese doc ha contratto sino al 2018, e dunque chiunque volesse ingaggiarlo dovrebbe trovare un accordo per il buy-out.
E allora qui entrano in campo le tre compagini europee di cui abbiamo detto prima. I catalani sono senz’altro i favoriti per la proposta economica biennale fatta al giocatore, molto stimato dalla dirigenza del Barcellona che dovrà poi far coincidere le proprie aspirazioni con quelle del neo coach lituano Sarunas Jasikevicius, certo ma non ancora annunciato. I moscoviti del CSKA restano comunque dietro l’angolo ed hanno dalla loro oltre al grande prestigio anche un budget forse più ampio da poter spendere per allestire la squadra. Infine poi vi sono i turchi del Darussafaka che, oltre all’ambizione di voler diventare una sorta di punto di riferimento nel panorama continentale arrivando a grandi risultati in ambito di Eurolega, possono vendere bene il tecnico israeliano ed ex Treviso, Maccabi ed anche NBA ai Cleveland Cavaliers, Blatt. I soldi però non sono tutto, non ti fanno vincere, e allora pur tra mille ambizioni e tanti soldi da poter spendere il Darussafaka potrebbe non essere proprio la scelta migliore per compiere un ulteriore salto di qualità.
Ma nell’immediato futuro del nativo di Maddaloni potrebbe esserci anche la NBA, cosa che sino a qualche settimana fa si poteva quasi scongiurare almeno per la prossima stagione. A rompere gli indugi e a paventare la possibilità di questa scelta è stato lo stesso Ale Gentile, proprio come fatto in occasione della Finale Scudetto. E lo ha fatto con il guru dei giornalisti statunitensi, vale a dire Adrian Wojnarowski. Mettere piede negli Stati Uniti significa decidere di indossare la casacca degli Houston Rockets, avendo quest’ultimi acquisito i diritti sul giocatore in occasione del Draft 2014 quando il figlio di Nando fu chiamato con la scelta numero 53 dai Minnesota Timberwolves. Decidere di fare il viaggio transoceanico è sicuramente un gesto di grande maturità, perché per quello che è il carattere piuttosto vulcano e fumantino del capitano dell’Olimpia Milano, non lo vediamo starsene buono buono in panchina come la prima versione di Marco Belinelli ai Golden State Warriors oppure come sino ad un anno fa Gigi Datome tra i Detroit Pistons ed i Boston Celtics. Insomma, Gentile per andare in NBA innanzitutto vorrà avere delle rassicurazioni sul suo minutaggio dal coach dei texani Mike D’Antoni, e poi certamente è consapevole che onde tutto dovrà impegnarsi tanto per farsi valere sulla concorrenza, cercando anche di limare quelli che sono i suoi difetti di gioco.
E qui ritorniamo a questa estate che si spera possa essere davvero molto lunga. Le esperienze del Preolimpico prima e, incrociamo le dita, dei Giochi Olimpici dopo, possono aiutarlo a non dover essere per forza protagonista sia in termini di minuti che come qualità, come invece spesso e volentieri è successo in maglia Olimpia. Un esame parecchio interessante questo per “l’ariente di Maddaloni”, che proprio da questa esperienza in azzurro con il vice Giordano Consolini, colui che ai tempi della Virtus Bologna lo reputò non adatto, può maturare.