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martedì 3 giugno 2025

El Diablo, sulla cresta dell'onda del mare: l'intervista a cuore aperto

Intervista a cuore aperto con uno dei giocatori più emblematici della pallacanestro italiana, in cui ha lasciato una traccia indelebile

El Diablo, sulla cresta dell'onda del mare 

«Ho chiuso col basket. Dopo Brescia non mi ha chiamato più nessuno». Ma la pubblicazione della sua autobiografia ha permesso ad Enzo Esposito di ritornare solo per un po' in quel mondo che ha frequentato per oltre trent’anni, prima da giocatore e poi da allenatore. Non gli piace vivere nel passato, per questo si è lasciato alle spalle tutto ed è volato a Gran Canaria, dove, viaggiando in caravan, insegue le onde e si prende cura di sé stesso.

 

di Giovanni Bocciero*

 

Ha fatto impazzire di gioia le tifoserie delle squadre per cui ha giocato, ma allo stesso tempo si è attirato la malevolenza di quelle avversarie proprio per il suo modo di giocare verace e sanguigno. In un modo o in un altro, Enzo Esposito ha di sicuro infiammato i parquet di tutta Italia. Ed è raccontato per intero nella sua autobiografia “El Diablo, vita e miracoli dell’ultimo poeta del basket italiano”, libro pubblicato dall’associazione di tifosi Il Fortitudino.

«A me non piace ricordare le cose del passato - esordisce esplicito, come nel suo carattere, Esposito -. Certo, fa piacere che siano successe, ma per come la vedo io nel guardare troppo indietro si fa poi fatica ad andare avanti. È normale che fare comunque un tuffo nel passato fa riemergere tanti episodi legati a successi, delusioni, eventi particolari che fanno piacere. Tutto ciò è servito per scrivere questo libro che è stato fatto davvero molto bene, con tante foto e diversi ritagli di articoli di giornale che ne hanno fatto un volume veramente completo. E poi ha uno scopo benefico, e fa ancora più piacere quando c’è un fine più grande».

È papà Biagio che conserva gelosamente qualsiasi cosa riguardi lo scugnizzo casertano. Nella loro casa di Caserta ha una stanza completamente piena di memorabilia oltre che di foto. Tante delle quali sono servite, appunto, per rendere ancora più di valore il libro. Come quella dell’esordio in serie A ad appena quindici anni, gettato nella mischia da Bogdan Tanjevic in una sfida a Livorno. Volume impreziosito dalle tante testimonianze, dagli aneddoti e dai racconti. Il più emblematico, forse, quello dei quindici tifosi fortitudini partiti da Bologna per andarlo a vedere giocare, o forse sarebbe meglio dire per andarlo a trovare, visto il legame, a Toronto.

L’ULTIMA VOLTA CHE ABBIAMO VISTO Esposito su di un campo, però, era sul finire del 2020, allenatore di Brescia prima che arrivasse la rescissione. «Il mio post Covid è stato abbastanza traumatico - ha dichiarato con un po' di magone -. Prima c’era stata la comunque buona stagione di Caserta nonostante la retrocessione, poi i successi di Pistoia e la prima ottima annata a Brescia. Con la pandemia è stata una lotteria un po’ per tutti, e purtroppo per me le cose sono diventate negative. Si sono verificati così tanti episodi che mi hanno lasciato il segno, anche extra cestistici, che mi hanno fatto allontanare effettivamente dal basket».

Riposte nel cassetto casacche, pantaloncini e scarpette, abituato ad utilizzare anche quando allenava, ha ripercorso la sua carriera a ritroso. E questa l’ha portato in un luogo dove ha giocato per pochi mesi dal gennaio del 2002. «Mi sono trasferito a Gran Canaria, dove ho tante amicizie, ed ho iniziato una vita completamente diversa. I primi anni ho pure collaborato con una accademia che reclutava ragazzi a livello internazionale per poi facilitare il loro trasferimento negli Stati Uniti, ma adesso sono due anni che mi dedico solo a me stesso. Mi piace fare bodyboard, che è una versione differente del surf, e mi godo la vita».

Anche se «la pallacanestro è un capitolo chiuso», come ripete più volte, ogni tanto torna ad allacciarsi quelle scarpette perché «capita che per qualche amico che ha i figli che giocano, faccia degli allenamenti privati per dargli un’occhiata e qualche consiglio. Però per quanto riguarda il basket inteso come giocatori e club, non ne ho più idea perché non lo seguo da almeno tre anni. Ormai viaggio in caravan e sono sempre in giro alla ricerca del posto migliore dove trovare le onde. Vivo in un mondo a parte ed ho staccato completamente col basket».

Enzo Esposito a Caserta (Foto Filauro)

SONO DI DOMINIO PUBBLICO le parole dell’ex general manager di Caserta, Marco Atripaldi, rimasto sbalordito dalla quantità di conoscenze che aveva Esposito negli States. Durante un viaggio dei due nell’estate del 2014, per andare a vedere le partite della Summer League di Las Vegas e monitorare qualche giocatore da portare all’ombra della Reggia, chiunque conosceva El Diablo. E proprio per questi suoi molti contatti, oltre all’esperienza da giocatore in Nba, covava il desiderio un giorno di allenare al college.

«Continuo a collaborare con una società in Italia, la Hoopers Bridge, che si occupa principalmente di reclutamento di ragazzi che vogliono provare a fare un’esperienza negli Stati Uniti. Do una mano, ma ho abbandonato anche l’idea di poter allenare al college in America. Ricominciare ogni volta da zero, per dimostrare cosa puoi fare o cosa sai fare non è semplice. Si arriva ad una età, come la mia, in cui non puoi più fare un passo avanti ed uno indietro. Ormai sono per guardare solo in avanti, sempre, altrimenti per usare una metafora legata all’acqua, le onde ti travolgono e rischi che ti fai male».

Per dare l’idea di cosa significa davvero aver chiuso con il basket, Esposito non legge neppure i giornali spagnoli, e della vicenda dell’azzurrino Dame Sarr sa poco o nulla. «So che ha lasciato il Barcellona e che andrà negli Stati Uniti, magari in Nba (ma non compare nella lista dei 106 atleti iscritti per il draft di questa estate perché non si è dichiarato, ndr). Credo comunque che in Ncaa sia un tipo di giocatore che possa davvero fare sfracelli. Ma mi limito a dire questo perché davvero non seguo più la pallacanestro giocata, neppure per quel che concerne il campionato spagnolo. In tre anni sono andato a vedere soltanto due volte le partite del Gran Canaria. Una volta mi hanno invitato a vedere il derby; e un’altra volta perché giocava contro Trento, e l’assistente allenatore Fabio Bongi è un mio amico perché abbiamo lavorato insieme a Pistoia. Per questo sono passato a salutarlo».

TRENTO È UNA CITTÀ CHE RICORRE spesso nella sua vita. Difatti, la sua carriera da allenatore è iniziata proprio nella valle del fiume Adige: stagione 2009/10. «Quello fu il mio primo anno in assoluto da coach, con Trento che era stata ripescata dopo la retrocessione per fare di nuovo la serie A Dilettanti. C’era la nuova società, che iniziò il suo cammino con Salvatore Trainotti in qualità di dirigente, e sfiorammo i playoff. Non lo sapevo ma mi fa piacere che abbia vinto la Coppa Italia perché è una piazza dove sono stato bene e trattato ancor meglio. Proprio quest’anno, in occasione dell’unica partita che sono andato a vedere, ho conosciuto coach Paolo Galbiati. Siamo stati avversari, e sono rimasto felice di averlo potuto conoscere perché tutto l’ambiente è composto da persone serie che lavorano molto bene».

Casertano di nascita, bolognese d’adozione, l’Italia per El Diablo è ormai solo una tappa fugace. «Manco da Caserta da un anno, ed ovviamente non mi sono interessato ai risultati della squadra. Le uniche volte che mi capita di passare in città sono per festività particolari, come ad esempio il compleanno di mia madre. Ma ormai ci vado una o due volte l’anno. E l’ultima volta non sono rimasto per neppure 48 ore prima di ritornare a Gran Canaria. Neanche gli amici più stretti mi informano sulla Juvecaserta, perché sanno che ormai sono fuori dal giro. Quando mi sono incontrato con loro abbiamo parlato di tutto, tranne che di pallacanestro».

«A Bologna, invece, sono stato tre giorni per la presentazione del libro, era appena arrivato Attilio Caja come allenatore». E proprio quel fortuito caso ha fatto sì che gli telefonasse Rick D’Alatri dall’America per chiedergli se fosse vero che andava ad allenare la Fortitudo. «Ma quando mai. Non so più nulla perché ho chiuso col basket. Al momento sto solo pensando a me stesso e a come organizzarmi nel miglior modo possibile per vivere sull’isola, dove ho una vita meravigliosa, per essere pronto ad ogni evenienza. Ma nulla a che vedere con la pallacanestro. Ripeto, faccio surf, skateboard, palestra, ma di sport di squadra non ne ho più idea. Non ne ho proprio il desiderio, anche perché dall’Italia non ho più sentito nessuno».

LE PAROLE DEL PRIMO GIOCATORE italiano ad aver segnato punti in Nba vengono avvolte anche da amarezza e dispiacere, perché «dai procuratori ai coach, non ho più ricevuto una telefonata. È una cosa abbastanza triste, non per me ma per far capire come funziona questo mondo. Fin quando ero nel giro sentivo quasi settimanalmente gli agenti e i colleghi allenatori, ma dopo un anno che avevo staccato sono spariti tutti. Quando pensi a queste cose, capisci che non ne vale neppure più la pena, perché dopo aver passato trent’anni sui campi ci si riduce a non ricevere neanche più un messaggio d’auguri».

Il soprannome El Diablo glielo hanno appiccicato proprio alla Fortitudo, dopo una partita giocata ‘a metà’ in quel di Pistoia. Altra città a lui cara. Nel primo tempo gioca male, non segna neppure un punto e allora Sergio Scariolo lo fa sedere in panchina. Ne nasce uno scontro, fumantino come è, e nel secondo tempo riversa tutta la rabbia accumulata in campo: segna 29 punti. È un’iradiddio, o meglio dire un diavolo. Tiratore sì, ma amava anche fare a brandelli le difese con le sue azioni spesso e volentieri immaginifiche. Ancora oggi non ci si capacita di certe sue giocate.

IL SUO RAPPORTO CON GLI ALLENATORI non è sempre stato dei migliori, proprio per il suo temperamento. Eppure addirittura Ettore Messina, suo ct in occasione degli Europei del 1995, ha raccontato nel libro di aver imparato tanto da Esposito. E lui ha fatto tesoro degli insegnamenti dei tanti grandi tecnici che ha avuto quando è passato dall’altra parte della barricata. «Quando cambi ruolo è importante mettere da parte quello che è stato quando eri giocatore, ed è fondamentale mettersi a disposizione della squadra. Il carattere fumantino, magari, ti permette di gestire con maggiore personalità le situazioni, dall’arbitro al giornalista, dal dirigente al tifoso».

Forse, pensare che sarebbe diventato a sua volta un coach era una cosa inimmaginabile. Ma da allenatore, El Diablo, ha cercato di portare la sua idea di pallacanestro. Molto diversa dall’abuso del tiro da tre che è in voga adesso. «Il gioco è cambiato. Ma questo già quindici anni fa, con i primi lunghi che hanno iniziato a stazionare in maniera fissa sul perimetro. A me assolutamente non piace tutto questo tiro da tre, e quando allenavo mi davo l’obiettivo di costruire squadre sempre equilibrate».

«Pensa ai giocatori che ho avuto, Nathan Boothe, Alex Kirk, Jack Cooley, Dejan Ivanov, ho sempre cercato di prendere un lungo che potesse anche creare il gioco interno. Per me nella pallacanestro va utilizzato tutto il campo, invece oggi si gioca solo in contropiede e col tiro da tre. Il basket va in questa direzione, e bisogna dunque adeguarsi. Ma il problema è che i ragazzini non lavorano più sui fondamentali ma solo sull’atletica e il tiro. Questo va a vantaggio dello spettacolo, ma quando ciò non avviene si assistono a partite dall’indubbia bellezza».

Esposito ha rappresentato il ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ne ha conosciuto le abitudini, il modo di pensare e come lavorano. Per questo, chi meglio di lui può dare un giudizio sulla nascente lega della Nba Europe. «Gli americani sono i numeri uno per il business. C’è poco da dire. Non so di cosa si tratti nello specifico questa nuova lega, ma ci vedo tanto di business. Loro non fanno niente per niente, quindi oltre alla pallacanestro c’è una grossa fetta percentuale che riguarda il merchandising ed il reclutamento».

«È la direzione globale che sta prendendo il mondo. A me personalmente non piace, e non la considero una cosa vantaggiosa ed interessante per la pallacanestro europea. La potrei quasi definire come una G League fatta oltreoceano, con franchigie che saranno loro affiliate. E questo permetterà di abbattere le barriere e spianare molto più facilmente la strada per i giovani - ha concluso Enzo Esposito - che saranno attratti ad andare a giocare negli Stati Uniti».

Esposito da giocatore in Nba (foto Google)

Esposito è stato il primo colpo dell’era Seragnoli

L’associazione Il Fortitudino ha iniziato da alcuni anni ad intraprendere una sua linea editoriale con la pubblicazione di libri che raccontano giocatori passati per la Effe. Si è iniziato con Gary Schull e Charles Jordan, per arrivare a Enzo Esposito e a “El Diablo, vita e miracoli dell’ultimo poeta del basket italiano”. Già c’è stata una prima donazione col ricavato del volume al partner storico del gruppo di tifosi dell’Aquila, ovvero il Willy The King Group, associazione che si occupa della promozione della cultura dell’inclusione dei soggetti diversamente abili. Il libro ha avuto due ristampe, ed ha raggiunto già le 700 copie vendute in tutta Italia, dalla Sicilia al Friuli. Per chi lo volesse acquistare e farselo spedire può scrivere a info@ilfortitudino.it.

Dopo la presentazione a Bologna, è prevista un’altra serata promozionale a Caserta, e forse una ad Imola. Tutto dipende dalla disponibilità di Esposito. «Nonostante sia rimasto solo due anni alla Fortitudo, senza vincere nulla - ha detto Gabriele Pozzi, curatore del volume -, gode di un affetto anche maggiore di tanti altri campioni. Nel giorno del firmacopie c’era una fila immensa al PalaDozza. È stato il primo grande acquisto dell’era Seragnoli, in una squadra che giocava un basket strepitoso che seppur con una penalizzazione arrivò ai playoff qualificandosi per la Coppa Korac. Quando la tifoseria ricorda quei due anni che ha giocato per la Effe, sorride per la gioia».


* per la rivista Basket Magazine

giovedì 28 aprile 2022

Il talento Wheatle, londinese che a Pistoia continua a splendere

L'ala inglese di 24 anni, da otto stagioni in Italia, si sente pronto per la serie A

Il talento Wheatle, londinese che a Pistoia continua a splendere

«Da piccolo pensavo solo al calcio come tutti i ragazzi inglesi, poi mi ha rapito il basket»


di Giovanni Bocciero*


Talento, capacità, prospettiva ed età, è questa la combinazione giusta per essere considerato un degno rappresentante della ‘generazione z’ nell’odierna pallacanestro. Fa quasi specie che a far parte di questo gruppetto vi sia anche Carl Wheatle. Ormai in Italia da quasi dieci anni, il suo stesso coach Nicola Brienza, all’inizio di questa stagione a Pistoia si è meravigliato che il britannico avesse solo 24 anni. Conosciuto agli amanti della palla a spicchi ormai da tempo, il classe ‘98 che ha compiuto gli anni lo scorso 24 marzo sta disputando una stagione sopra le righe in A2, viaggiando alle medie di 13.2 punti, 8.1 rimbalzi, 3.4 assist e 1.4 recuperi.

Wheatle è un osservato speciale, per la verità non nuovo ad attenzioni visto che sin da giovanissimo ha attratto scout e dirigenti. Nonostante «prima dei 14 anni giocavo solo a calcio - ha esordito Carl - come fanno tutti i ragazzi inglesi. Mi sono avvicinato al basket in maniera quasi improvvisa, a scuola, perché frequentavo un istituto che ci permetteva di partecipare a tornei di diversi sport. Sin da piccolo mi piaceva stare in movimento e ne ho provati quanti più ne potessi, come rugby e cricket. Ma in quel momento della mia vita pensavo solo al calcio. Attraverso la squadra scolastica però, mi ha visto un allenatore che mi ha chiesto se volessi fare basket in maniera seria. Ho deciso di provarci anche perché da piccolo lo avevo già giocato nei fine settimana, quando per non restare da solo in casa i miei genitori mi portavano a giocare alla squadra più vicina. Non lo avevo mai preso seriamente però. Da lì la cosa è stata velocissima perché già dopo un anno e mezzo andavo in giro con le nazionali giovanili, e dopo due anni mi sono trasferito in Italia».

Carl Wheatle in azione, foto Giorgio Tesi Group Pistoia

A notarlo mentre era impegnato con la nazionale britannica dell’under 16 è stato Federico Danna, che non se l’è voluto far scappare. «Mi ha espresso il suo interesse, ha parlato con il mio allenatore in Inghilterra e così nel 2013 mi sono trasferito a Biella». Un cambio di vita per nulla semplice per un adolescente. «All’inizio è stato molto difficile. Avevo 15 anni e il trasferimento da Londra a Biella è stato complicato per il cambio di stile di vita. Non parlavo italiano e avevo una vita sociale molto limitata. Facevo fatica ad uscire o solo a comunicare con i compagni di squadra. Poi ci sono stati dei problemi con i documenti per il tesseramento e per i primi mesi mi potevo solo allenare e non giocare. Faticavo a stare nel gruppo - ha ricordato Wheatle -. Ci sono stati momenti nei quali non volevo più rimanere, ma la famiglia mi ha spinto ad andare avanti. Era difficile stare lontano da casa, dagli amici, e mi sentivo davvero isolato da tutto. Pian piano le cose sono migliorate, ho iniziato a capire l’italiano, e dal secondo anno in poi non ho fatto più fatica perché ho iniziato a giocare con la prima squadra nella quale si parlava inglese, e inoltre ho avuto come compagno il georgiano Sandro Mamukelashvili che parlava la mia lingua. Tutto questo mi ha aiutato un sacco e le cose sono andate sempre meglio».

A Biella arriva con la fama del grande attaccante. Ma giorno dopo giorno cresce cestisticamente, impara l’essenza del gioco e soprattutto trova in coach Michele Carrea una guida da seguire. «Quando sono arrivato a Biella avevo ancora tanto da lavorare. A livello giovanile potevo dominare di più col fisico, ma credo di essere sempre stato un giocatore versatile, capacità che credo sia il mio punto di forza. Anche nelle giovanili mi è sempre piaciuto portare palla, difendere, essere partecipe nel gioco in qualsiasi maniera. Il mio rapporto con Carrea è speciale - ha continuato il ragazzo -. È stato il primo a darmi la possibilità di giocare da professionista, mi ha sempre spinto e motivato a fare di più, e il fatto che mi abbia voluto con lui a Pistoia mi ha dimostrato ancor di più quanto ci tiene affinché abbia un buon futuro da giocatore. Mi ha dato fiducia, e imparando molto da lui sono diventato l’atleta che sono oggi».

L’evoluzione del suo gioco lo porta a trasformarsi in un’ala completa, che gli americani definiscono tweener. Ma ti senti più un esterno o un interno? «Per come è il basket moderno credo che la definizione di tweener mi calzi proprio a pennello. Non mi definisco proprio un interno perché non gioco spalle a canestro, o faccio a sportellate sotto canestro. Per come gioca la nostra squadra, ovvero un quattro fuori e uno dentro, io occupo il ruolo di ‘4’ in attacco ma difendo su tutte le posizioni. Non mi sento né un esterno né un interno in maniera marcata, ma preferisco adeguarmi all’andamento della partita o addirittura al singolo possesso cercando di mettere in pratica quello che so fare».

Ed è indubbio che le sue capacità sono un fattore imprescindibile per Pistoia, in piena lotta per la promozione nonostante due corazzate come Udine e Cantù nel girone Verde di A2. «Coach Brienza mi ha subito spiegato il ruolo che avrei avuto in squadra. Anche lui mi dà tanta fiducia e tanti consigli. Ma apprezzo soprattutto il fatto che in campo mi dà tante responsabilità. Mi piace essere un leader della squadra, e mi sto trovando molto bene. I risultati che stiamo ottenendo quest’anno sono buoni, ma possiamo fare ancora di più. Sappiamo che siamo ancora un passo indietro a Udine e Cantù visto che contro di loro abbiamo perso tutti e quattro i match. Il nostro obiettivo - ha dichiarato Carl -, in questo momento, è usare le ultime gare della regular season e quelle della fase ad orologio per prepararci al meglio per i playoff. Possiamo fare bene ma siamo consapevoli che non sarà per nulla facile arrivare alla promozione».

Wheatle dopo essere cresciuto a Biella sta ora mettendo radici in Toscana, dove è al suo terzo campionato consecutivo seppur tra mille ostacoli. Questo però denota come sia un tipo che si affeziona. «Gli anni che ho trascorso qui a Pistoia non sono stati i più semplici. Diciamo molto strani tra pandemia, autoretrocessione e partite giocate in palazzetti chiusi. Di sicuro, però, i rapporti con le persone valgono tanto per me. Gli anni a Biella sono tutt’oggi speciali perché lì sono arrivato che ero adolescente e sono cresciuto come uomo. Sono arrivato anche ad essere capitano della squadra maturando ogni anno. Qui a Pistoia invece, da quando sono arrivato purtroppo le stagioni sono state complicate. Ma mi ero ripromesso di voler fare un anno normale con il pubblico, con i tifosi. Poi sin dall’inizio mi sono trovato bene con la società, la città, e credo che ogni giocatore sia sempre alla ricerca di una situazione comoda. Quando ti trovi bene in una piazza in cui la squadra è buona, la società ti tratta bene e i tifosi sono super, a meno che non ricevi offerte incredibili da club importanti - ha confessato il britannico - è difficile pensare di cambiare. Ho avuto la fortuna di giocare per due club come Biella e Pistoia che sono davvero il top».

Da rappresentante della ‘generazione z’, Wheatle è anche ambizioso. E come tale, «credo che la serie A sia nel mio futuro. Gioco con l’obiettivo di arrivarci ogni anno, e per questa stagione cercherò di raggiungerla con Pistoia. Voglio dimostrare di essere un giocatore importante anche in quella categoria». In campo l’atleta britannico è un giocatore semplice, infatti «mi piacciono le piccole cose, quelle che ti fanno stare dentro il gruppo. Dare un cinque al compagno dopo un canestro segnato, una buona difesa, quando si gioca in casa con il pubblico che ti spinge ed esplode dopo una stoppata o un tiro da tre punti. Sono cose che rendono lo sport davvero bello e che mi gasano. Cose che non riesco a sopportare, invece, non ce ne sono. Fa tutto parte del gioco, come una decisione dell’arbitro che non condividi, ma nessuno è perfetto e come sbagliamo noi giocatori possono sbagliare anche gli arbitri. In trasferta i tifosi avversari ti possono fischiare, ma è giusto perché vogliono che vinca la propria squadra. Durante una partita ci possono essere degli alti e dei bassi, ma è tutto normale».

Fuori dal campo invece, il giovane Carl apprezza la cucina, ascolta la musica e tifa per il Manchester United. Quest’ultima cosa stona, e di molto, per un londinese di nascita. «Non c’è una persona che non mi dica questa cosa. Può sembrare strano, ma sin da giovane mio padre ha tifato per lo United, e io da quando son nato ho sempre tifato per loro. Quindi magari la domanda va fatta al mio papà. Oltre al calcio mi piace ascoltare la musica perché mi rende felice. E poi la cucina, mi piace di più mangiare che cucinare perché sono un po’ pigro. Ma queste sono le mie passioni oltre al basket».

Ma in futuro, dopo la pallacanestro, cosa vorrai fare? «Spero di avere ancora tanti anni di carriera davanti a me. Ma per il dopo voglio restare nel mondo dello sport. Non so se come allenatore, o come dirigente, ma mi piacerebbe restare in questo ambiente. Ho sempre amato fare sport, e non voglio limitarmi solo alla pallacanestro - ha dichiarato il ragazzo - ma anche al calcio o al tennis, discipline che ho sempre giocato durante l’estate. Cosa farò di preciso non lo so ancora, e un’alternativa adesso non ce l’ho, ma magari la scoprirò andando avanti per la mia strada». Grande attenzione in questi anni è anche data alla dual career, che per un atleta professionista vuol dire preparare il terreno per quando smetterà di indossare la canotta. «Al momento non studio ma ho intenzione di riprendere. Sto considerando soprattutto qualche facoltà di lingua. Mi piacerebbe imparare lo spagnolo, e mi sto guardano intorno per capire come fare. Ma dall’anno prossimo - ha concluso Carl Wheatle - vorrei iniziare a fare una vita piena da studente-atleta».


* per la rivista Basket Magazine

mercoledì 22 gennaio 2020

Il ritorno - Il viaggio di Petteway ricomincia a Pistoia

Dopo l'esaltante stagione in Toscana, le deludenti esperienze a Nanterre e Salonicco
Il viaggio di Petteway ricomincia a Pistoia
"Ho colto al volo questa opportunità: è come iniziare da zero. Salvezza? Possiamo fare di più"


di Giovanni Bocciero*


PISTOIA. Si dice che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Questa può essere la metafora giusta per Terran Petteway, l’ala polivalente che questa stagione ha deciso di ritornare a Pistoia per ritrovare un po’ di serenità nella sua carriera. Lui arrivò in Toscana, direttamente da oltreoceano, nell’estate del 2016 dopo aver provato a farsi largo in Nba e fortemente voluto da Enzo Esposito. In quella stagione mise in mostra tutto il suo talento, facendo registrare addirittura una prestazione da 43 punti con 10/14 da 3. Grazie anche alla sua esplosione Pistoia raggiunse i playoff coronando così l’ennesimo ottimo campionato. Sembravano aprirsi per lui le porte della pallacanestro d’élite, ma prima Nanterre (con cui esordisce in Champions League, ndr), poi al Paok Salonicco e lo scorso anno a Sassari, raccoglie delle delusioni che ne tarpano le ali. Non si sa se l’assassino torni sul luogo del delitto perché sia un pazzo, o perché sia furbo. Petteway è sicuramente tornato a Pistoia perché è l’ambiente dove può tornare a mostrare tutto il suo potenziale.
Dopotutto è cresciuto a pane e basket. «Ho cominciato a giocare a pallacanestro all’età di circa cinque anni - ha esordito -, spinto dal fatto che si trattava di una cosa di famiglia visto che anche i miei fratelli ci giocavano. Ho provato a giocare anche a football americano, ma il basket è sempre stata una costante per me». E se gli domandate cos’è che più gli piace del gioco, vi risponderà senza esitazione: «La competitività. Ogni volta devi competere contro qualcuno. Questo significa metterti alla prova, affrontare delle sfide, e lo devi fare davanti al pubblico. Questo è quello che preferisco del gioco».
Terran ha deciso di tornare a... casa. "Avevo un ricordo bellissimo
della città e dei suoi tifosi, l'ambiente migliore per mettermi alla
prova dopo due anni insoddisfacenti".
Nella sua carriera non ha avuto un avversario che davvero lo abbia impensierito più del dovuto, e neppure un punto di riferimento da emulare. «Ho giocato contro tanti giocatori, sia nelle varie pre-season Nba alle quali ho preso parte che giocando qui in Europa, che non saprei dire un avversario in particolare. È davvero difficile sceglierne solo uno». «Non ho un personaggio sportivo a cui mi ispiri in particolare forse perché - ha rivelato Petteway - perché non guardo molte partite nel tempo libero, ma mi dedico ad altro. Ad esempio quando non sono impegnato con gli allenamenti o le partite mi piace stare in famiglia e giocare alla playstation con gli amici. Cose normali che mi distraggono dalla routine». Senz’altro gli piace di più il rapporto umano vissuto che quello virtuale. Proprio per questo «non mi piacciono molto i social media, perché secondo me nell’usarli si nascondono più aspetti negativi che positivi. Per questo non li uso a meno che non debba proprio».
In campo è un ragazzo serio, abituato a fare i fatti, che si fa apprezzare soprattutto per questo. Fuori dal campo appare riservato, quasi introverso. Prega tutti i giorni ma «non direi di essere una persona religiosa, anche se posso affermare di credere in Dio. Non sono però un frequentatore assiduo della chiesa». Condanna ovviamente il razzismo anche se non è mai stato soggetto. «Fortunatamente non mi è mai successo personalmente di essere al centro di un episodio di razzismo. A volte sono stato fischiato insieme alla squadra, ma si è trattato di nulla di grave». L’anno prossimo negli Stati Uniti si voterà per il nuovo presidente e, quello attuale ovvero Donald Trump non è molto simpatico soprattutto agli atleti di colore per tanti suoi gesti ed esternazioni al limite proprio del razzismo. Su questo argomento Petteway è stato davvero di poche parole, perché alla domanda su cosa pensasse del presidente americano ha risposto con un secco «no comment». Altro grande tema di attualità è quello riguardante l’ambiente, e su questo ha risposto: «Non ho un’idea precisa, ma ovviamente capisco che è importante la salvaguardia del nostro pianeta».
Nell’ascoltare le sue risposte si capisce che si tratta di un ragazzo con la testa sulle spalle, che ha dei profondi valori. Ma non fatevi ingannare dal suo percorso di studi, perché la laurea in studi etnici che potrebbe incuriosire molti è stata una scelta molto ben oculata: «Se devo essere onesto, era la cosa più semplice da poter studiare». Inoltre è molto autocritico e sa perfettamente quali sono i suoi difetti: «Come tutti i giocatori, credo che ci sia sempre qualcosa su cui dover lavorare e migliorare. Io personalmente ho tante cose da migliorare - ha raccontato -, non solo una. La mia forza, però, credo sia quella di cercare di giocare per la squadra. Ci sto lavorando tanto, soprattutto dal punto di vista della mentalità. Voglio rimanere sempre positivo e trasferire questa positività agli altri».
Abbiamo detto che Pistoia solo tre anni fa sembrava la sua rampa di lancio. Lui che ha avuto un’ottima carriera collegiale all’università del Nebraska, tanto da provare anche a giocarsi le proprie carte in ottica Nba. Purtroppo il campionato professionistico americano non lo ha mai preso, finora, davvero in considerazione. Per questo ha ripiegato sul Vecchio Continente dove le varie esperienze che ha vissuto lo hanno forgiato più dal punto di vista mentale che da quello tecnico. E se gli domandante se è soddisfatto della sua attuale carriera, non aspettatevi parole dolci. «Sono grato per le opportunità che ho avuto sin qui, ma in realtà non sono ancora felice della strada intrapresa nella mia carriera. Nelle ultime due stagioni mi sono ritrovato a dover rescindere il contratto che avevo con le squadre, quindi non posso dire che siano stati anni positivi per me». Proprio per questo ha deciso di tornare a Pistoia, dove sembrava stesse spiccando il volo. «L’essere ritornato a Pistoia è stata un’opportunità per iniziare da zero, per mettermi alla prova. Sono grato di poter essere tornato qui, e che la società abbia creduto in me. Avevo dei bellissimi ricordi del campionato, della città, e soprattutto dei tifosi e, davvero, non posso che essere felice di essere tornato».
In questo primo scorcio di stagione si è percepito quanto Petteway sia stato segnato dagli ultimi anni non proprio esaltanti. Non a caso non è più quel giocatore accentratore che, forse, guardava più alle sue statistiche personali che alle prestazioni della squadra; ma sembra aver capito quanto sia importante rendere partecipi tutti i compagni tant’è che sono lievitate le assist che distribuisce. «Negli anni sono maturato molto. Soprattutto dopo le ultime due stagioni nelle quali sono stato tagliato, ho avuto tanto tempo per pensare a come reagire. E questo credo che mi abbia permesso di crescere sotto il punto di vista della leadership. Inoltre ho potuto lavorare tanto per migliorare alcuni aspetti del mio gioco. Oggi cerco di coinvolgere di più i miei compagni, anche perché tutti si aspettano che prenda il pallone e tiri. Sto lavorando per cercare di maturare ancora di più, e credo di essere sulla buona strada».
Quando lui giocò a Pistoia, nel 2016/17, è stato anche l’ultimo campionato il club è riuscito a raggiungere i playoff. Da tre stagioni infatti l’obiettivo primario è la salvezza. «Non possiamo pensare troppo al futuro - ha continuato Petteway -, ma dobbiamo concentrarci su ogni singolo giorno. Di questo ne parliamo molto nello spogliatoio. Dobbiamo pensare ad una partita alla volta, e vedere solo alla fine dove ci avrà portato questa mentalità. Ma una cosa la posso dire, ovvero che pensiamo davvero di poter fare bene in questo campionato». L’amalgama tra i giocatori, e l’unione d’intenti con l’allenatore Michele Carrea sono punti fondamentali per raggiungere i risultati. «Io e il coach abbiamo un buon feeling. Su alcune cose siamo d’accordo, su altre meno, ma non abbiamo mai avuto problemi a parlare, a confrontarci. Lavoriamo bene insieme e sono molto felice di questo rapporto che c’è tra di noi».
Oggi pensa a Pistoia, e alla salvezza. Ma quando smetterà di fare il giocatore, cosa vorrà fare Petteway? «Voglio senza alcun dubbio rimanere nell’ambiente, e ci spero tanto. Ho dedicato tutta la mia vita alla pallacanestro e voglio che continui a farne parte anche in futuro. Non importa se nel ruolo di allenatore o anche in altri modi, questo si vedrà più in là». Avendo giocato sia in Italia che in Francia, però, non potevamo non sottoporgli la domanda su quale due due paesi preferisce: «Senza alcun dubbio l’Italia, che è un paese fantastico. La Francia non mi è piaciuta molto, la trovo troppo lontana dal mio modo di essere. Anche e soprattutto per questo sono tornato molto volentieri in Italia».

LA SCHEDA
Terran Petteway è nato l’8 ottobre del 1992 a Galveston, in Texas. Al liceo ha guidato la locale squadra dei Tornados venendo nominato due volte quale Offensive player of the year e guadagnandosi un posto tra i dieci migliori talenti dello stato. Per questo sceglie di andare all’università di Texas Tech, quella di Davide Moretti, ma dopo un anno appena si trasferisce all’università del Nebraska dove si mette in luce come uno dei migliori marcatori della Big Ten. Dopo un anno trascorso in G-League si trasferisce a Pistoia e inizia a girare per l’Europa: Nanterre, Paok Salonicco, Sassari.



* per la rivista BASKET MAGAZINE