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domenica 8 febbraio 2026

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

Presidente da pochi mesi della Lega di serie A, il dirigente di Forlì cresciuto nella Nba fa il punto sullo stato del basket italiano

Gherardini: «Le potenzialità ci sono, ma vanno espresse»

«Dobbiamo crescere per ritornare tra i campionati più importanti d’Europa e migliorare per diventare una lega sostenibile. Solo così si possono prendere più rischi per lanciare i giovani, senza la pressione del risultato a tutti i costi. LbaTv è nata in mancanza di offerte adeguate, il prodotto è buono, dobbiamo aumentare il bacino. Bargnani un giovane businessman che sta portando idee nuove. Avrei preferito un tavolo tra Nba, Fiba ed Eurolega»


di Giovanni Bocciero*


Un nuovo capitolo ed una sfida affascinante quella della Lega basket di serie A per Maurizio Gherardini, dirigente di successo ritornato a lavorare in Italia a distanza di quasi vent’anni. Nominato presidente, con questo incarico «è cambiata la prospettiva, qualunque ragionamento va fatto in funzione di 16 associati che hanno determinate esigenze. Ho avuto la fortuna e il privilegio di gestire grandi club, di lavorare nell'Nba, ma ho anche vissuto la vita dentro le istituzioni. So cosa vuol dire pensare nell'interesse di tutte le realtà di un movimento. Sono prospettive differenti, ma mi rendo perfettamente conto del compito».

Dopo l’insediamento, per Gherardini ci sono oneri e onori, soprattutto traguardi ed obiettivi da raggiungere. «In una parola, molto semplice: crescere. Quando venni le prime volte negli uffici della lega, la serie A era un riferimento in Europa. Adesso, per gli addetti ai lavori, nelle valutazioni siamo tra il sesto e il settimo posto a livello europeo. Credo non sia un posto che fotografi adeguatamente il potenziale e la qualità di questa lega. Per cui dobbiamo crescere. Ne abbiamo le possibilità e mi fa piacere percepire il desiderio dei club di voler migliorare».

Maurizio Gherardini
Foto Claudio Degaspari
Ciamillo-Castoria
Di stretta attualità è la situazione di un club, ovvero Trapani, in aperta guerra non solo con la Lba guidata da Gherardini ma anche con la federazione. Argomento parecchio delicato e che le istituzioni cestistiche, come fatto anche tramite comunicati stampa, stanno seguendo con grande attenzione ma sul quale ci si trincera dietro un “no comment” per non impelagarsi in giudizi e affermazioni che magari possano fomentare gli attriti.

«La lega è una società di servizi che deve aiutare e supportare nel miglior modo possibile i propri associati e possibilmente portare anche nuove risorse che possano contribuire a migliorare la sostenibilità di queste realtà. Non è semplice, soprattutto in questi tempi, però lavoriamo giornalmente in tante direzioni, dalla decisione rivoluzionaria di creare una piattaforma OTT di nostra proprietà come LbaTv, ai numeri digitali in grandissimo aumento che però dobbiamo essere bravi a monetizzare adeguatamente».

«Per tutti i club abbiamo messo a disposizione un CRM che studia la realtà delle aziende in modo che una società possa avere dei riferimenti adeguati nella ricerca di risorse sul proprio territorio. E stiamo studiando altri database per sfruttare al massimo la raccolta dati tra abbonati fisici e quelli tv, per avvicinare nuovi sponsor al nostro sport e avere qualcosa di più stimolante da offrire. Vogliamo migliorato il prodotto, e stiamo ragionando sul concetto di sostenibilità per avere un basket che stia in piedi sulle proprie gambe. C’è tanto lavoro, e mi piace pensare che quella classifica che ci vedeva in quella posizione all’inizio dell’anno possa essere pian piano cambiata».

Il riferimento del presidente Lba è alle valutazioni dei siti specializzati che hanno stabilito la serie A fuori dalla top 5 dei campionati europei. «Mi piacerebbe tornare a vedere l’Italia come un riferimento importante del quadro europeo. Ci siamo già mossi per andare a trovare la lega tedesca piuttosto che dialogare con quella francese, proprio perché ci interessa sapere cosa funziona negli altri paesi, cosa non funziona e cosa possiamo eventualmente tramutare in qualcosa di utile per la nostra realtà. È d’aiuto il fatto che le squadre italiane stiano facendo migliori risultati sul campo in Europa, perché anche questo aumenta il peso specifico di una lega».

I risultati europei, i budget investiti, ma anche l’impiantistica e i diritti tv, oggigiorno sono tutti fattori cardini per valutare una lega. E la serie A in mancanza di offerte convincenti ha deciso di lanciare la sua LbaTv, anche se in maniera forse frettolosa. «Sono d’accordo, i tempi sono stati molto brevi. Ho vissuto la fase negoziale dei diritti tv, insieme al presidente uscente Umberto Gandini, che è stato molto bravo a gestire il passaggio. Rendendoci conto che un certo tipo di disponibilità sul mercato per un modo tradizionale di trasmettere il basket non c’era, è prevalso il desiderio di prendere una direzione mai provata prima come la produzione in proprio del prodotto».

Grazie anche all’accordo con Sky, la serie A resta un tabù in chiaro, il canale più veloce per ampliare il pubblico e renderlo più trasversale? «Vediamo quanto bravi siamo a far crescere questo prodotto. Certamente dobbiamo arrivare a un bacino più vasto perché, se vogliamo che la piattaforma diventi anche un modo per i club di avere un ritorno economico, è chiaro ed evidente che non possiamo raggiungere cinque persone ma cinquanta o cinquecento. Al 7-8 agosto dovevamo ancora decidere, quindi è stato un miracolo partire per la Supercoppa. Al di là dei tempi corti, e di alcune cose che vanno ancora sistemate come le app che devono essere autorizzate, è un bel prodotto, dalla qualità delle partite a quella degli speaker. Siamo all’inizio di un percorso, e l’intenzione è quella di farlo diventare un vero canale di basket, dove possano partecipare altri soggetti interessati a sfruttarlo».

Restando in tema comunicazione, per gli addetti ai lavori spesso è difficile ed estenuante intervistare i protagonisti. Sembra quasi che i club vogliano scimmiottare il calcio? «Posso dirti quello che ho visto fino a questo momento. Esiste un regolamento media interno che stiamo riprendendo in mano per valutarne tutti gli aspetti. E siamo esattamente nel cambio del responsabile media, perché il 31 dicembre ha finito Maurizio Bezzecchi ed è arrivato Stefano Valenti. Questo potrebbe essere il momento per guardare insieme questo regolamento, vedere cosa o come può essere cambiato. Ai club sottolineiamo l’importanza che i media hanno nel successo di una lega».

Prossimo evento la Coppa Italia di Torino, con un’aggiunta interessante al programma come le finali della Next Gen Cup. «L’Inalpi Arena è un impianto incredibile con una dimensione che è difficile trovare in Italia. Le tre edizioni precedenti sono state un successo grazie alla grande disponibilità del territorio e delle istituzioni, quindi, è l’ambiente ideale per poter progettare una competizione su più giornate come la Final Eight. Quest’anno non è stato possibile organizzarle insieme alla Lega femminile perché le esigenze di calendario sono troppo differenti. Ma è diventata un’ottima opportunità per migliorare la vetrina della Next Gen. Avremo sicuramente uno showcase importante, daremo ai giovani un palcoscenico molto particolare. Sono convinto che verranno tanti osservatori considerando che il movimento giovanile italiano, e lo hanno dimostrato i risultati questa estate, ha ragazzi interessanti».

Ma come può la serie A permettere ai giovani di esprimersi? «Forse è uno degli interrogativi più importanti in questo momento. Se chiudo gli occhi e penso alla formula magica, ti dico che avere un campionato sostenibile permette di prendere dei rischi. Chi investe nel basket per raggiungere a tutti i costi un risultato, cerca 9,5 volte su 10 di affidarsi a un nome il più possibile di garanzia, cercando di non prendere rischi su un giocatore relativamente troppo giovane o sconosciuto. Vediamo la Germania, campione del mondo, campione d'Europa, giocatori in Nba, giocatori al college, ma soprattutto una lega sostenibile. Le società sono tutte sane, stanno in piedi con le loro gambe. Questo abbassa il panico da risultato e aumenta le possibilità di poter rischiare su un giovane. Anche per spendere la cifra giusta del proprio budget, non solamente per privilegiare l’aspetto tecnico o il talento. Se si potesse alleggerire la pressione del risultato questo aiuterebbe a rischiare sui giovani».

Che tipo di consiglio può dare ad un ragazzo che vuole giocare in Ncaa? «Si fa fatica a dire di non fare questo tipo di esperienza. Hai la possibilità di curare l’aspetto accademico e sportivo, e adesso di guadagnare, impensabile fino a qualche anno fa. Questi tre fattori, messi insieme, rendono un’opportunità del genere troppo attraente. Ma quanti giocatori restano borderline tra Nba e G-League? Credo che ogni club europeo debba studiare questa enorme massa di giocatori che si sta spostando dall’altra parte dell’oceano per cercare di intercettare quelli che possono essere interessanti nella fase di ritorno. Non tutti ce la fanno, a volte con un potenziale inespresso. Pensiamo alla cinquantina di ragazzi italiani che sono al college quest’anno, immagino che fra 2-3 anni comincino a rientrare in Italia e un club deve essere pronto a valutarli per il proprio roster. Diventa molto importante non fare lo scouting tradizionale».

In questa avventura in Lba ha coinvolto anche Andrea Bargnani. Ex giocatori come lui, come Gigi Datome, quanto possono servire al movimento? «Possono essere estremamente importanti. Bargnani è una persona con una testa molto interessante. Si rimane sorpresi nello scoprire i master che ha fatto, o le aziende con cui lavora, o le startup di sua proprietà. È un giovane businessman di successo, e più che la sua esperienza da giocatore ha messo a disposizione quella da imprenditore. Gli piace studiare numeri, bilanci, migliorare gli aspetti del business. In America sarebbe definito ‘not the ordinary player’. Sta portando un mondo di idee, come quello del CRM che è stata una sua iniziativa e che farà bene ai nostri 16 club. Datome è un’altra testa pensante di qualità, può sicuramente aiutare la federazione a crescere, a svilupparsi».

L’Eurolega scricchiola con l’imminente arrivo della Nba in Europa? «Di giorno in giorno c’è sempre una notizia nuova, per questo sarebbe speculare una risposta adesso. L’Eurolega tutto sommato sta andando avanti, e devo dire che quest’anno i numeri saranno anche migliori di quelli che erano stati proiettati. Non ha, però, una dimensione paragonabile alla Nba, che è affascinante programmi uno sbarco in Europa con un format adattato alla realtà europea e nell’interesse di leghe domestiche come la nostra. A gennaio cominciano i colloqui con i club, finché non si entra nella fase più concreta di quella che loro hanno definito di esplorazione, si fa fatica a capire esattamente come potrà evolvere il tutto. Mi sarebbe piaciuto che questo cambiamento storico avesse potuto portare Nba, Fiba ed Eurolega allo stesso tavolo per trovare una win-win situation per tutti, che avrebbe permesso anche di regolamentare il quadro europeo».

A fine stagione è contento se? «C’è stato un proprietario di una società che mi ha detto: “Se in un anno riesci a cambiare una cosa, hai fatto un buon lavoro”. Per cui spero riusciremo a fare una cosa diversa, o a proporre qualcosa di utile. Non è semplice ma abbiamo la voglia. Come diceva il mio ex allenatore Zeljko Obradovic sul segreto per il successo: “Trabaco, trabaco, trabaco”. Non c’è altra soluzione. Quando la Liga Acb cominciò, ricordo che arrivavano dalla Spagna per studiare cosa si faceva negli uffici della Lba, che sembrava inarrivabile. Negli anni non ci siamo evoluti, ma credo che abbiamo il potenziale per migliorare quella classifica». Per concludere altro riferimento alla valutazione dei siti specializzati.

Il profilo di Maurizio Gherardini

Dirigente classe 1955, Gherardini ha iniziato la carriera nella sua Forlì: da giocatore a scout passando per aspirante giornalista e allenatore. Anni formativi in un piccolo club dovendosi interessare un po' di tutto, dal settore giovanile alla segreteria, che l’hanno portato alla epopea vincente con Treviso. Diventato un general manager di successo, è stato membro della commissione Fiba dal 1998 al 2001, e tra i fondatori dell’Eurolega così come la conosciamo. Nel 2006 è vicepresidente dei Toronto Raptors, e quasi contestualmente la federazione canadese l’ha nominato direttore del settore maschile per sette anni. Transitato velocemente per gli Oklahoma City Thunder, nel 2014 il ritorno in Europa per assumere il ruolo di general manager della sezione maschile del Fenerbahce.


* per la rivista Basket Magazine

venerdì 9 gennaio 2026

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

Peterson taglia un traguardo emblematico: ci racconta il suo viaggio tra tante esperienze, di vita, di sport e professionali. Il ricordo commosso di Marco Bonamico e di Mabel Bocchi, la rivalità e il rispetto reciproco con Bianchini e Tanjevic.

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

L’Italia e l’Olimpia Milano erano nel suo destino: nati nello stesso giorno. A stretto contatto con gli emigrati italiani in Cile, è arrivato quasi per caso nel nostro paese per prendere il posto di coach Rollie Massimino alla Virtus Bologna. Da americano d’Italia afferma «il confine cestistico tra Stati Uniti e il resto del mondo si sta assottigliando».


di Giovanni Bocciero*

 

«A 70 anni sono stato omaggiato da La Gazzetta dello Sport; gli 80 li ho festeggiati alla sala Buzzati del gruppo Rcs; per i 90 i miei manager hanno pensato bene di fare un docufilm che raccontasse la mia vita». Un personaggio, in tutti i sensi. Dan Peterson non potrà mai essere semplicemente un allenatore, oppure un telecronista. Poliedrico e sempre sorridente, ironico, il suo arrivo in Italia è stato una finestra aperta sugli Stati Uniti. E ora, tagliato un traguardo così importante, si racconta, spiegando anche come è nata un'iniziativa brillante e doverosa sulla vita del coach, o meglio dell'uomo, che è entrato nella fantasia di tutti gli appassionati del basket italiano anche con frasi ("Amici sportivi", "Mamma butta la pasta") rimaste iconiche.

«Ogni volta mi hanno organizzato qualcosa in più - ha dichiarato il coach -, stavolta si è pensato di fare un docufilm come ce ne sono stati altri su Sandro Gamba e Dino Meneghin. Questa è stata l’idea. Il docufilm ha diversi scopi, e sarà proiettato in 1200 cinema in tutta Italia. Poi per tre anni sarà visibile su Amazon Prime, e allo stesso tempo è disponibile per tutte le società di basket e in generale per le società sportive, perché vogliamo arrivare ai giovani e raggiungere il più ampio pubblico attraverso un’esposizione enorme».

«Ad ogni mio ex giocatore, da Mario Martini a Renato Villalta, Dino Meneghin, Roberto Premier, Vittorio Gallinari, Franco Boselli, hanno chiesto di fare una mia imitazione con una frase cult come ‘amici sportivi’. Il docufilm non è stato un lavoro di grande serietà, ma soprattutto una cosa allegra, fatto con il sorriso, con lo spirito di divertimento. Io sono soltanto l’oggetto del film, che è rilassante, e sono d’accordo sull’idea con la quale è stato realizzato».

Il documentario racconta la vita di Dan Peterson, iniziando ben prima del suo arrivo in Italia avvenuto nel 1973. «Si parla della mia infanzia in America, anche se è un breve flash perché il film è fatto per il pubblico italiano e abbiamo dato importanza agli anni che ho trascorso sia alla Virtus che all’Olimpia. Parliamo anche del Cile, che è stata una tappa importante per me, ma non di tutto perché è stato raccolto troppo materiale. Il regista mi ha spiegato che generalmente per un docufilm si fanno al massimo dieci interviste, lui ne ha fatte 20, e quindi non c’era spazio per tutto».

Quando ha allenato la nazionale cilena, l’Italia era già nel destino del coach. In Sud America infatti, fece amicizia con Renato Raggio, figlio di emigrati liguri e fondatore della Società sportiva italiana di Valparaiso. «Da Valparaiso faceva parte della mia squadra Jorge Ferrari, dal cognome italianissimo. Avevo Lorenzo Pardo, che però era di razza Inca, scuro di carnagione. Ho avuto Oscar Furnoni, ma in generale c’è stata un’importante emigrazione italiana in Cile, molto più che in Argentina. Quella nazionale aveva comunque una grande mescolanza, tra italiani, spagnoli, tedeschi, slavi, e il numero uno di sempre, Juan Guillermo Thompson, cognome inglese ovviamente».

Poi finalmente l’Italia. «Nel ’73 ho capito che poteva esserci la rivoluzione in Cile. Circa un anno prima avevo fatto una tournée negli Stati Uniti: 40 partite in 40 giorni contro squadre di college. Qualche mese dopo ritorno in America per trovare un accordo con un’università per allenare nella stagione successiva. Incontro Chuck Daly, coach del Dream Team del ’92 e all’epoca dell’università della Pennsylvania. Ci conoscevamo per i nostri trascorsi da vice a Michigan State e Duke. È lui che mi propose di allenare in Europa, senza menzionare l’Italia, perché il suo vice allenatore Rollie Massimino aveva firmato un precontratto con la Virtus con clausola d’uscita in caso di ingaggio come capo allenatore in Ncaa. Lo prese Villanova, con cui ha vinto il titolo nell’85, e quindi non andava più a Bologna».

Dopo un susseguirsi di chiamate, tra cui ad un avvocato di New York al quale il coach aveva inviato il curriculum, spunta l’opportunità alla Virtus Bologna, la cui proprietà «aveva promesso di avere un allenatore americano. Ai tempi c’era un solo giocatore straniero, e quello della Virtus era John Fultz, che aveva come avvocato proprio Richard Keenan, a cui avevo mandato il mio curriculum. Il patron Gianluigi Porelli, disperato per aver perso Massimino, si rivolge proprio all’avvocato newyorkese per trovare un altro coach. Keenan mi propone, e il patron risponde “me lo mandi”».

Con Bologna è subito amore. «La Virtus mi manda il biglietto e arrivo dopo quattro giorni. Parlo con Porelli che era un fenomeno, mi offrono tanti di quei soldi che non avevo mai visto. Vedo il palazzo dello sport, bellissimo. Vedo la squadra fare allenamento con il vice allenatore Ettore Zuccheri, un roster di talento, e firmo il contratto». In cinque anni, tra i suoi giocatori alle V nere, c’è anche Marco Bonamico. «Ci ha fatto vincere lo scudetto del ’76, a Varese, con la sua difesa su Bob Morse. Un lottatore, un ‘marine’, uno dei più grandi rimbalzisti che abbia mai allenato. Era in quintetto base per me già a 17 anni, una gioia fare il suo coach. Dava sempre il cento per cento ed era autoironico: “Se porto la testa, sono un giocatore da nazionale; se no, sono forse da serie C”. La sua scomparsa mi ha addolorato».

Una catena di probabilità, una serie di combinazioni che sembrano proprio un film, hanno portato Dan Peterson in Italia. Ma il suo destino era all’Olimpia Milano. Lui che è nato il 9 gennaio del 1936, lo stesso giorno in cui è stato fondato il club meneghino. «Io nasco, loro fondano. Una coincidenza incredibile, le probabilità sono infinite». Arriva a Milano nell’estate del ’78, ma «Cesare Rubini già l’anno prima mi aveva contattato. Poi è Toni Cappellari a chiamarmi, ma fino al termine dei playoff non parlo con nessuno. Finita la stagione, chiedo a Porelli il permesso di parlare con l’Olimpia, e il presidente che era molto sensibile mi ha detto: “Mi dispiace perderti, ma se ti vuole Milano devi andare”».

Siede sulla panchina dell’Olimpia dal ’78 all’87, vince ben otto trofei nazionali ed internazionali, ma al primo anno perde la finale scudetto proprio contro la Virtus. «Ero contento per loro, ma non per me che avevo perso». In quegli anni si è scontrato più volte con Valerio Bianchini e Boscia Tanjevic, due tecnici leggendari. Chi è stato il più difficile da affrontare? «È impossibile dirlo. Ho giocato di più contro Bianchini, ma entrambi sapevano indirizzare la propria squadra, dargli una missione, caricarla emotivamente. Ricordo che Tanjevic venne a sbancare il palasport di San Siro facendo partire in quintetto il suo decimo uomo delle rotazioni».

«Era il coraggio che li accomunava e li distingueva. Tanjevic ha fatto esordire in serie A Nando Gentile ed Enzo Esposito a 15 anni. Bianchini nell’88, a campionato in corso, cambia i due americani ingaggiando Darren Daye e Darwin Cook, e vince lo scudetto con Pesaro. Parliamo di uomini che non avevano paura di niente. Non contemplavano la possibilità di perdere, non faceva parte della loro mentalità. Non ho mai allenato contro due tecnici più bravi di loro ad intuire le scelte giuste da fare durante la partita. Come dicono negli Stati Uniti, a prendere la temperatura della gara. Erano lì per vincere, avevano il coraggio di rischiare, e sapevano leggere alla grande l’andamento della partita. Contro di loro non potevi guadagnare un millimetro di terreno. E con loro due inserisco anche Arnaldo Taurisano e Sandro Gamba, allenatori che facevano una categoria a parte. Delle leggende».

Una pallacanestro d’altri tempi, giocata in maniera diversa ma anche vissuta con un altro tipo di approccio. Anche dal punto di vista della comunicazione. Si diceva sempre quello che si pensava, senza peli sulla lingua, ma con grande rispetto. «Il maestro era Bianchini, ma anche Tanjevic aveva un grande rapporto con la stampa. Bianchini scriveva per Giganti del basket, ragionava come un giornalista, e lo chiamavo l’assassino del sabato sera perché rilasciava le interviste contro di me o Milano il sabato sera. La domenica usciva il giornale e non avevo il tempo per risponderlo perché il giorno stesso dovevamo giocare. Invece Tanjevic andava a ristorante con i giornalisti, beveva qualcosa con loro e magari fumava un sigaro mentre parlavano fino alle sei del mattino. Si faceva amare».

Restando in tema allenatori, ma più di attualità, a Milano ci sono state le dimissioni di Ettore Messina. Una notizia dal grande clamore che ha lasciato sgomenti davvero tanti appassionati non solo dell’Olimpia. «La notizia mi ha preso di sorpresa, anzi, diciamo pure molto di sorpresa. La società ha gestito molto bene questa decisione di Messina, con Peppe Poeta che è pronto per il ruolo. Sfruttando anche la pausa delle nazionali, hanno fatto questo cambio quasi in dolore. Ovvio che la perdita di un allenatore con quel curriculum è uno shock, però tutto è avvenuto in maniera molto professionale, facendo il meglio possibile. Vediamo cosa succede. Ovviamente sono legato a Milano, ma voglio vedere entrambe le squadre italiane andare bene in Eurolega. Anzi, vorrei vedere più squadre italiane giocare nella massima competizione europea. Così come vorrei rivedere anche Roma con una squadra in serie A, chiunque essa sia, basta che si tratti di una formazione romana. Nel basket italiano ci vuole un polo nord e un polo sud, ci vogliono assolutamente Milano e Roma».

Per quanto si è visto all’ultima Olimpiade, il confine tra Stati Uniti ed Europa si sta assottigliando sempre di più. Crede che ormai si sia arrivato ad una sorta di livellamento, o comunque gli Stati Uniti sono sempre un gradino più su? «Vediamo come andrà l’Olimpiade di Los Angeles nel 2028, perché è comodo dimenticare che gli Stati Uniti hanno vinto l’oro a Parigi dopo essere stati anche sotto di 18 punti contro la Serbia nell’ultimo quarto. Poi hanno vinto, ma la vera differenza è che la Serbia ha 7 milioni di abitanti, mentre gli Stati Uniti ne ha 337. Quindi, se la Serbia con 7 milioni di abitanti può sfidare gli Stati Uniti e ridurre il divario, è un segnale. Adesso in Nba vogliono fare un All Star Game fra giocatori americani e non americani, vediamo cosa succede, ma credo che il resto del mondo stia ormai pareggiando il valore, il talento».

Nella carriera di Dan Peterson l’ironia è stata la chiave per superare anche le difficoltà, i momenti negativi. «Non solo l’ironia ma anche l’equilibrio, perché non mi sono mai esaltato troppo per una vittoria e neppure depresso per una sconfitta. E poi non ho mai dimenticato che non sono un genio, sono i giocatori che vanno in campo, sono loro che giocano. Dovevo allenare loro, dovevo allenare la partita, non pensare agli avversari. C’è molto pragmatismo americano in questo concetto».

Un ultimo pensiero va a Mabel Bocchi, un’icona del basket femminile che ci ha lasciato proprio recentemente. «È stata una giocatrice avanti di 50 anni rispetto al basket femminile. Coordinata come una saltatrice di salto in alto, o una farfalla della ginnastica ritmica. Ovviamente una grande atleta, con elevazione, corsa, rapidità, reattività, riflessi. Aggiungiamo un quoziente di intelligenza cestistica straordinaria e una determinazione da leonessa. Il risultato di tutto ciò? La migliore giocatrice italiana di ogni tempo, con tutto il rispetto per Catarina Pollini e Mara Fullin. Bocchi è stata una campionessa nata, lottatrice feroce. E poi era un’atleta completa, poteva giocare in qualsiasi ruolo, forse anche al livello più basso del basket maschile. Faccio fatica a rendermi conto che non ci sia più».


Il parere sulla dibattuta Nba Europe

La futura e ormai prossima Nba Europe non convince del tutto coach Dan Peterson. «Se vogliono venire in Europa per portare via l’Olimpia Milano ed il Real Madrid dall’Eurolega e dai campionati nazionali, non penso che sarà ben accettato dai tifosi. Avevano proposto la Super League nel calcio, e proprio i tifosi hanno fatto un grande baccano per non averla. E poi, vengono per sviluppare i giovani? C’è l’esempio dell’Nba in Cina, dove sono andati a giocare tanti ex giocatore della lega, tutti americani, che prendono tanti se non tutti i tiri, e la nazionale cinese è in caduta».


* per la rivista Basket Magazine

martedì 3 giugno 2025

El Diablo, sulla cresta dell'onda del mare: l'intervista a cuore aperto

Intervista a cuore aperto con uno dei giocatori più emblematici della pallacanestro italiana, in cui ha lasciato una traccia indelebile

El Diablo, sulla cresta dell'onda del mare 

«Ho chiuso col basket. Dopo Brescia non mi ha chiamato più nessuno». Ma la pubblicazione della sua autobiografia ha permesso ad Enzo Esposito di ritornare solo per un po' in quel mondo che ha frequentato per oltre trent’anni, prima da giocatore e poi da allenatore. Non gli piace vivere nel passato, per questo si è lasciato alle spalle tutto ed è volato a Gran Canaria, dove, viaggiando in caravan, insegue le onde e si prende cura di sé stesso.

 

di Giovanni Bocciero*

 

Ha fatto impazzire di gioia le tifoserie delle squadre per cui ha giocato, ma allo stesso tempo si è attirato la malevolenza di quelle avversarie proprio per il suo modo di giocare verace e sanguigno. In un modo o in un altro, Enzo Esposito ha di sicuro infiammato i parquet di tutta Italia. Ed è raccontato per intero nella sua autobiografia “El Diablo, vita e miracoli dell’ultimo poeta del basket italiano”, libro pubblicato dall’associazione di tifosi Il Fortitudino.

«A me non piace ricordare le cose del passato - esordisce esplicito, come nel suo carattere, Esposito -. Certo, fa piacere che siano successe, ma per come la vedo io nel guardare troppo indietro si fa poi fatica ad andare avanti. È normale che fare comunque un tuffo nel passato fa riemergere tanti episodi legati a successi, delusioni, eventi particolari che fanno piacere. Tutto ciò è servito per scrivere questo libro che è stato fatto davvero molto bene, con tante foto e diversi ritagli di articoli di giornale che ne hanno fatto un volume veramente completo. E poi ha uno scopo benefico, e fa ancora più piacere quando c’è un fine più grande».

È papà Biagio che conserva gelosamente qualsiasi cosa riguardi lo scugnizzo casertano. Nella loro casa di Caserta ha una stanza completamente piena di memorabilia oltre che di foto. Tante delle quali sono servite, appunto, per rendere ancora più di valore il libro. Come quella dell’esordio in serie A ad appena quindici anni, gettato nella mischia da Bogdan Tanjevic in una sfida a Livorno. Volume impreziosito dalle tante testimonianze, dagli aneddoti e dai racconti. Il più emblematico, forse, quello dei quindici tifosi fortitudini partiti da Bologna per andarlo a vedere giocare, o forse sarebbe meglio dire per andarlo a trovare, visto il legame, a Toronto.

L’ULTIMA VOLTA CHE ABBIAMO VISTO Esposito su di un campo, però, era sul finire del 2020, allenatore di Brescia prima che arrivasse la rescissione. «Il mio post Covid è stato abbastanza traumatico - ha dichiarato con un po' di magone -. Prima c’era stata la comunque buona stagione di Caserta nonostante la retrocessione, poi i successi di Pistoia e la prima ottima annata a Brescia. Con la pandemia è stata una lotteria un po’ per tutti, e purtroppo per me le cose sono diventate negative. Si sono verificati così tanti episodi che mi hanno lasciato il segno, anche extra cestistici, che mi hanno fatto allontanare effettivamente dal basket».

Riposte nel cassetto casacche, pantaloncini e scarpette, abituato ad utilizzare anche quando allenava, ha ripercorso la sua carriera a ritroso. E questa l’ha portato in un luogo dove ha giocato per pochi mesi dal gennaio del 2002. «Mi sono trasferito a Gran Canaria, dove ho tante amicizie, ed ho iniziato una vita completamente diversa. I primi anni ho pure collaborato con una accademia che reclutava ragazzi a livello internazionale per poi facilitare il loro trasferimento negli Stati Uniti, ma adesso sono due anni che mi dedico solo a me stesso. Mi piace fare bodyboard, che è una versione differente del surf, e mi godo la vita».

Anche se «la pallacanestro è un capitolo chiuso», come ripete più volte, ogni tanto torna ad allacciarsi quelle scarpette perché «capita che per qualche amico che ha i figli che giocano, faccia degli allenamenti privati per dargli un’occhiata e qualche consiglio. Però per quanto riguarda il basket inteso come giocatori e club, non ne ho più idea perché non lo seguo da almeno tre anni. Ormai viaggio in caravan e sono sempre in giro alla ricerca del posto migliore dove trovare le onde. Vivo in un mondo a parte ed ho staccato completamente col basket».

Enzo Esposito a Caserta (Foto Filauro)

SONO DI DOMINIO PUBBLICO le parole dell’ex general manager di Caserta, Marco Atripaldi, rimasto sbalordito dalla quantità di conoscenze che aveva Esposito negli States. Durante un viaggio dei due nell’estate del 2014, per andare a vedere le partite della Summer League di Las Vegas e monitorare qualche giocatore da portare all’ombra della Reggia, chiunque conosceva El Diablo. E proprio per questi suoi molti contatti, oltre all’esperienza da giocatore in Nba, covava il desiderio un giorno di allenare al college.

«Continuo a collaborare con una società in Italia, la Hoopers Bridge, che si occupa principalmente di reclutamento di ragazzi che vogliono provare a fare un’esperienza negli Stati Uniti. Do una mano, ma ho abbandonato anche l’idea di poter allenare al college in America. Ricominciare ogni volta da zero, per dimostrare cosa puoi fare o cosa sai fare non è semplice. Si arriva ad una età, come la mia, in cui non puoi più fare un passo avanti ed uno indietro. Ormai sono per guardare solo in avanti, sempre, altrimenti per usare una metafora legata all’acqua, le onde ti travolgono e rischi che ti fai male».

Per dare l’idea di cosa significa davvero aver chiuso con il basket, Esposito non legge neppure i giornali spagnoli, e della vicenda dell’azzurrino Dame Sarr sa poco o nulla. «So che ha lasciato il Barcellona e che andrà negli Stati Uniti, magari in Nba (ma non compare nella lista dei 106 atleti iscritti per il draft di questa estate perché non si è dichiarato, ndr). Credo comunque che in Ncaa sia un tipo di giocatore che possa davvero fare sfracelli. Ma mi limito a dire questo perché davvero non seguo più la pallacanestro giocata, neppure per quel che concerne il campionato spagnolo. In tre anni sono andato a vedere soltanto due volte le partite del Gran Canaria. Una volta mi hanno invitato a vedere il derby; e un’altra volta perché giocava contro Trento, e l’assistente allenatore Fabio Bongi è un mio amico perché abbiamo lavorato insieme a Pistoia. Per questo sono passato a salutarlo».

TRENTO È UNA CITTÀ CHE RICORRE spesso nella sua vita. Difatti, la sua carriera da allenatore è iniziata proprio nella valle del fiume Adige: stagione 2009/10. «Quello fu il mio primo anno in assoluto da coach, con Trento che era stata ripescata dopo la retrocessione per fare di nuovo la serie A Dilettanti. C’era la nuova società, che iniziò il suo cammino con Salvatore Trainotti in qualità di dirigente, e sfiorammo i playoff. Non lo sapevo ma mi fa piacere che abbia vinto la Coppa Italia perché è una piazza dove sono stato bene e trattato ancor meglio. Proprio quest’anno, in occasione dell’unica partita che sono andato a vedere, ho conosciuto coach Paolo Galbiati. Siamo stati avversari, e sono rimasto felice di averlo potuto conoscere perché tutto l’ambiente è composto da persone serie che lavorano molto bene».

Casertano di nascita, bolognese d’adozione, l’Italia per El Diablo è ormai solo una tappa fugace. «Manco da Caserta da un anno, ed ovviamente non mi sono interessato ai risultati della squadra. Le uniche volte che mi capita di passare in città sono per festività particolari, come ad esempio il compleanno di mia madre. Ma ormai ci vado una o due volte l’anno. E l’ultima volta non sono rimasto per neppure 48 ore prima di ritornare a Gran Canaria. Neanche gli amici più stretti mi informano sulla Juvecaserta, perché sanno che ormai sono fuori dal giro. Quando mi sono incontrato con loro abbiamo parlato di tutto, tranne che di pallacanestro».

«A Bologna, invece, sono stato tre giorni per la presentazione del libro, era appena arrivato Attilio Caja come allenatore». E proprio quel fortuito caso ha fatto sì che gli telefonasse Rick D’Alatri dall’America per chiedergli se fosse vero che andava ad allenare la Fortitudo. «Ma quando mai. Non so più nulla perché ho chiuso col basket. Al momento sto solo pensando a me stesso e a come organizzarmi nel miglior modo possibile per vivere sull’isola, dove ho una vita meravigliosa, per essere pronto ad ogni evenienza. Ma nulla a che vedere con la pallacanestro. Ripeto, faccio surf, skateboard, palestra, ma di sport di squadra non ne ho più idea. Non ne ho proprio il desiderio, anche perché dall’Italia non ho più sentito nessuno».

LE PAROLE DEL PRIMO GIOCATORE italiano ad aver segnato punti in Nba vengono avvolte anche da amarezza e dispiacere, perché «dai procuratori ai coach, non ho più ricevuto una telefonata. È una cosa abbastanza triste, non per me ma per far capire come funziona questo mondo. Fin quando ero nel giro sentivo quasi settimanalmente gli agenti e i colleghi allenatori, ma dopo un anno che avevo staccato sono spariti tutti. Quando pensi a queste cose, capisci che non ne vale neppure più la pena, perché dopo aver passato trent’anni sui campi ci si riduce a non ricevere neanche più un messaggio d’auguri».

Il soprannome El Diablo glielo hanno appiccicato proprio alla Fortitudo, dopo una partita giocata ‘a metà’ in quel di Pistoia. Altra città a lui cara. Nel primo tempo gioca male, non segna neppure un punto e allora Sergio Scariolo lo fa sedere in panchina. Ne nasce uno scontro, fumantino come è, e nel secondo tempo riversa tutta la rabbia accumulata in campo: segna 29 punti. È un’iradiddio, o meglio dire un diavolo. Tiratore sì, ma amava anche fare a brandelli le difese con le sue azioni spesso e volentieri immaginifiche. Ancora oggi non ci si capacita di certe sue giocate.

IL SUO RAPPORTO CON GLI ALLENATORI non è sempre stato dei migliori, proprio per il suo temperamento. Eppure addirittura Ettore Messina, suo ct in occasione degli Europei del 1995, ha raccontato nel libro di aver imparato tanto da Esposito. E lui ha fatto tesoro degli insegnamenti dei tanti grandi tecnici che ha avuto quando è passato dall’altra parte della barricata. «Quando cambi ruolo è importante mettere da parte quello che è stato quando eri giocatore, ed è fondamentale mettersi a disposizione della squadra. Il carattere fumantino, magari, ti permette di gestire con maggiore personalità le situazioni, dall’arbitro al giornalista, dal dirigente al tifoso».

Forse, pensare che sarebbe diventato a sua volta un coach era una cosa inimmaginabile. Ma da allenatore, El Diablo, ha cercato di portare la sua idea di pallacanestro. Molto diversa dall’abuso del tiro da tre che è in voga adesso. «Il gioco è cambiato. Ma questo già quindici anni fa, con i primi lunghi che hanno iniziato a stazionare in maniera fissa sul perimetro. A me assolutamente non piace tutto questo tiro da tre, e quando allenavo mi davo l’obiettivo di costruire squadre sempre equilibrate».

«Pensa ai giocatori che ho avuto, Nathan Boothe, Alex Kirk, Jack Cooley, Dejan Ivanov, ho sempre cercato di prendere un lungo che potesse anche creare il gioco interno. Per me nella pallacanestro va utilizzato tutto il campo, invece oggi si gioca solo in contropiede e col tiro da tre. Il basket va in questa direzione, e bisogna dunque adeguarsi. Ma il problema è che i ragazzini non lavorano più sui fondamentali ma solo sull’atletica e il tiro. Questo va a vantaggio dello spettacolo, ma quando ciò non avviene si assistono a partite dall’indubbia bellezza».

Esposito ha rappresentato il ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ne ha conosciuto le abitudini, il modo di pensare e come lavorano. Per questo, chi meglio di lui può dare un giudizio sulla nascente lega della Nba Europe. «Gli americani sono i numeri uno per il business. C’è poco da dire. Non so di cosa si tratti nello specifico questa nuova lega, ma ci vedo tanto di business. Loro non fanno niente per niente, quindi oltre alla pallacanestro c’è una grossa fetta percentuale che riguarda il merchandising ed il reclutamento».

«È la direzione globale che sta prendendo il mondo. A me personalmente non piace, e non la considero una cosa vantaggiosa ed interessante per la pallacanestro europea. La potrei quasi definire come una G League fatta oltreoceano, con franchigie che saranno loro affiliate. E questo permetterà di abbattere le barriere e spianare molto più facilmente la strada per i giovani - ha concluso Enzo Esposito - che saranno attratti ad andare a giocare negli Stati Uniti».

Esposito da giocatore in Nba (foto Google)

Esposito è stato il primo colpo dell’era Seragnoli

L’associazione Il Fortitudino ha iniziato da alcuni anni ad intraprendere una sua linea editoriale con la pubblicazione di libri che raccontano giocatori passati per la Effe. Si è iniziato con Gary Schull e Charles Jordan, per arrivare a Enzo Esposito e a “El Diablo, vita e miracoli dell’ultimo poeta del basket italiano”. Già c’è stata una prima donazione col ricavato del volume al partner storico del gruppo di tifosi dell’Aquila, ovvero il Willy The King Group, associazione che si occupa della promozione della cultura dell’inclusione dei soggetti diversamente abili. Il libro ha avuto due ristampe, ed ha raggiunto già le 700 copie vendute in tutta Italia, dalla Sicilia al Friuli. Per chi lo volesse acquistare e farselo spedire può scrivere a info@ilfortitudino.it.

Dopo la presentazione a Bologna, è prevista un’altra serata promozionale a Caserta, e forse una ad Imola. Tutto dipende dalla disponibilità di Esposito. «Nonostante sia rimasto solo due anni alla Fortitudo, senza vincere nulla - ha detto Gabriele Pozzi, curatore del volume -, gode di un affetto anche maggiore di tanti altri campioni. Nel giorno del firmacopie c’era una fila immensa al PalaDozza. È stato il primo grande acquisto dell’era Seragnoli, in una squadra che giocava un basket strepitoso che seppur con una penalizzazione arrivò ai playoff qualificandosi per la Coppa Korac. Quando la tifoseria ricorda quei due anni che ha giocato per la Effe, sorride per la gioia».


* per la rivista Basket Magazine

giovedì 24 ottobre 2024

Mezzo secolo per Reggio Emilia, dove Kobe imparò a giocare a basket

Tra tanti alti e pochi bassi, la Pallacanestro Reggiana festeggia i suoi primi cinquant'anni di vita 

Mezzo secolo per Reggio Emilia

Dove Kobe imparò a giocare a basket

Da Montecchi a Basile, da Frosini a Faye, il ritratto di una città accogliente, speciale, innamorata della pallacanestro. Enrico Prandi: «Nati come fucina di giovani talenti. A capo della società da sempre imprenditori reggiani. La svolta nel 1978». Le perle le due finali scudetto del 2015 e 2016


di Giovanni Bocciero*


50 anni portati bene, è proprio il caso di dirlo. La Pallacanestro Reggiana è un esempio fulgido di quella provincia italiana che ha regalato storie meravigliose al basket nostrano. Un club sano, mai fallito nell’arco del suo percorso, da imitare sotto tutti i punti di vista, e specialmente per come lavora coi giovani.

«Il primo pensiero corre alla fondazione ed alla nascita di mia figlia - ha ricordato Enrico Prandi, fondatore ed ex presidente della società e poi commissioner della Lega Basket dal 2002-2007 -, motivo per cui fu posticipata da giugno al 3 settembre del 1974. Il progetto alla base della Reggiana non era certo quello di fondare un club che arrivasse a disputare la serie A. Volevamo altresì che la città avesse una sua squadra, e che potesse attirare qualche sponsor per permettere una florida attività giovanile così da diventare vivaio per i club maggiori presenti nei dintorni. Strada facendo trovare delle intese era difficile, così ci siamo tenuti i giovani e vincendo sul campo un campionato dopo l’altro siamo arrivati sino allo spareggio per l’A2». Era il 1982, si giocava a Udine contro Pavia.

Con l’ex presidente della Reggiana abbiamo fatto qualche passo indietro, alle origini del basket in città. «A Reggio Emilia c’era una latente passione per la pallacanestro sin dal dopoguerra, che poi è diventata tradizione coinvolgendo la provincia intera. Mancava però una squadra che potesse convogliare questo patrimonio. Infatti, già all’inizio degli anni ’80 contavamo 1500 abbonati».

Prandi ricorda anche un momento spartiacque. «Una tappa fondamentale è stato il primo campionato di serie B nel 1978/79, che ci mise difronte ad una categoria in cui capimmo che con le sole forze locali non potevamo fare di più. Così, in un’ottica di crescita costante, ci guardammo intorno e con l’intento di potenziare la squadra cominciammo a prendere giocatori provenienti da altre città. In virtù della rinuncia all’A1 della Fernet Tonic, terza squadra di Bologna, cogliemmo l’opportunità di prendere Mario Ghiacci».

A chi ha vissuto da protagonista questi 50 anni, in tante vesti diverse e oggi più che mai tifoso, abbiamo chiesto il quintetto simbolo della Reggiana. «Scegliere cinque giocatori non è facile. Di sicuro non può mancare Pino Brumatti, così come Bob Morse e Mike Mitchell. Senza voler trascurare nessuno, e restando nell’arco temporale della mia presidenza - ha sottolineato Prandi -, dico due nazionali come Piero Montecchi e Gianluca Basile. Ma la squadra che ha fatto le due finali scudetto andrebbe presa in toto».

Proprio a Montecchi e Basile, il primo giocatore biancorosso dal 1982-87 e poi di nuovo dal 1995-98, il secondo suo compagno di squadra nei tre anni e mezzo dal 1995-99, abbiamo chiesto cosa significa Reggio Emilia. «In una sola parola, è casa mia - ha detto Montecchi -, dove sono nato, cresciuto, diventato grande. Anche se per anni ho vissuto lontano, le mie radici sono ben salde. E questo vale anche per la squadra, naturalmente, non solo personale».

«Per me è dove tutto è nato - ha esordito Basile -, dove mi è stata data l’opportunità di realizzare il mio sogno. Sono arrivato che avevo 18 anni, per giocare con la squadra Juniores. Mi hanno accolto in maniera superlativa, e li ringrazio ancora oggi. Ero un ragazzo che andava via da una realtà che non gli poteva offrire nulla. Grazie alle persone che mi hanno voluto bene, il trasferimento non è stato difficile. Potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è. Mi presentai con un polso fratturato ma mi è stata data l’occasione di esprimermi al meglio».

«Una storia che dura da mezzo secolo è di grandissima eccellenza - ha continuato Montecchi - sotto tutti i punti di vista: umano, sportivo, valoriale. I grandi risultati del club sono coincisi con la sua serietà in un percorso nel quale ha saputo trovare imprenditori che la accompagnassero nel modo giusto per rimanere sempre ad altissimo livello».

La storia della Reggiana è fatta di alti e bassi, di speranze e grandi delusioni. Ma facendo anche di necessità virtù, è stata scritta con pagine indelebili. «Quando la squadra retrocesse in A2 - ha ricordato Basile -, ci fu una nuova cordata che acquistò la società che era a rischio fallimento. Così il club decise di allestire un roster con un paio di veterani più i ragazzi del vivaio, con Giordano Consolini come allenatore, mio coach delle giovanili».

«Nell’arco di questi 50 anni ne sono passati di giocatori: grandi, meno bravi, fortunati o sfortunati - ha rievocato invece Montecchi -, di ogni paese. Basta vedere le foto dei singoli anni per farsi un’idea». Come allora dimenticare Joe Bryant, ma soprattutto il piccolissimo Kobe, che a Reggio Emilia ha trascorso gli anni dell’adolescenza e per questo vi era legatissimo. Fuori dal PalaBigi campeggia un murale a ricordare proprio il fenomeno dei Lakers.

Alessandro Frosini è stato nella città del Tricolore dal 2009-2020, prima da giocatore e poi da novello direttore sportivo. «Il club vive in simbiosi con la città. Non ce ne sono così tanti di luoghi in giro per l’Italia, nonostante c’è passione per la pallacanestro un po’ ovunque. Quello di Reggio Emilia è un modo di essere, tu puoi essere chiunque: un tifoso, un dirigente, un giocatore delle giovanili o uno sponsor, ma sei Reggio Emilia».

«Ho scelto la Reggiana - ha proseguito Frosini -, perché per esigenze personali dovevo riavvicinarmi alla mia famiglia. Cercavo un club con la giusta situazione, dove si potesse giocare una pallacanestro di un certo livello con un progetto serio. È stata la prima volta che non sono passato per il mio procuratore, ma ho telefonato direttamente il capo allenatore che era Alessandro Ramagli. Gli ho detto che sapevo stessero cercando il quarto lungo, e mi sono così proposto. Lui mi rispose che non sarei stato un rincalzo, ma il titolare. A me poco interessava in quel momento, volevo solo continuare a giocare arrivato alla soglia dei 37 anni. La trattativa si concluse con quella stessa chiacchierata».

È così che nasce la sua avventura a Reggio Emilia, in un club serio ed ambizioso con la voglia di ritornare in serie A e che poi è arrivato a giocarsi due finali scudetto consecutive, nel 2015 e 2016. «Dopo due anni da giocatori ho proseguito per altri nove da direttore sportivo. Anche nella nuova veste la cosa è nata strada facendo, con alcuni incastri che mi hanno favorito. E posso dire che negli ultimi sei mesi della mia carriera ho rivestito praticamente entrambi i ruoli, grazie anche al rapporto instaurato con Dalla Salda, e - ha concluso Frosini - in una stagione molto difficile in cui la squadra si salvò all’ultima giornata».

Non solo il sogno scudetto, negli anni sono stati tanti i giovani formatisi in biancorosso. La lista, piuttosto lunga, comprende alcuni come Nicolò Melli, Angelo Gigli, Federico Mussini, Giovanni Pini, Riccardo Cervi, Momo Diouf. Negli anni 2000, nell’Italbasket del ct Carlo Recalcati, giocavano quattro giocatori passati per Reggio Emilia: oltre a Basile e Gigli, Marco Mordente e Giorgio Boscagin. E addirittura, nella stagione 2014-15, la Reggiana guidata da coach Max Menetti in panchina e Andrea Cinciarini in campo, è stata l’unica società di serie A ad avere il minutaggio degli italiani superiore a quello degli stranieri.

L’ultimo prospetto lanciato la passata stagione è Momo Faye. «Sono arrivato a Reggio Emilia che conoscevo poco, solo quello che mi hanno raccontato, soprattutto di come lavorano con i giovani per farli crescere e diventare professionisti. Sono stato subito ben accolto, mi sono adattato alla città ed alle persone. Tutti mi hanno aiutato con la scuola e ad imparare l’italiano».

«Sulla storia del club ovviamente non so tutto, ma mi sono informato il più possibile. Sono attratto dai tanti giocatori famosi che hanno giocato a Reggio Emilia, come Amedeo Della Valle, Achille Polonara, e questo mi trasmette le motivazioni di dare ancora di più. Mi piacciono tanto i tifosi, che sono molto attaccati al basket, ed ogni sabato o domenica vengono numerosi al palazzetto. Questo è fantastico, perché anche quando ti incontrano in giro per la città - ha concluso Faye - ti dimostrano tutto il loro affetto».

In questi 50 anni, comun denominatore è stato il PalaBigi, il palazzo che ha visto la crescita e l’evoluzione della società. «È il punto fermo dell’attività e dei tifosi - ha commentato Montecchi -. Immagino che le proprietà che si sono succedute nel corso degli anni non siano così d’accordo, perché con un impianto più grande si sarebbe potuto avere un altro respiro. Però un palazzetto così, anche se vintage, acquisisce un grande fascino».

«Il PalaBigi è un’istituzione, e anche se ormai molto datato seppur ristrutturato ed ampliato, continua a svolgere quel ruolo di fortino per la squadra - ha detto Frosini -. Rappresenta la grande forza della società ma anche un limite, perché nel momento in cui siamo riusciti ad arrivare a livelli altissimi giocandoci le finali scudetto, aver avuto l’opportunità di giocare in un impianto con maggiore capacità avrebbe fatto sì che l’evento fosse seguito da molte più persone».

«L’unica cosa che posso augurare alla Reggiana, oltre ad altri cinquant’anni di attività - ha concluso Montecchi -, è di riuscire in quel miracolo soltanto sfiorato di vincere almeno uno scudetto che sarebbe un fiore all’occhiello per tutti i reggiani». Stesso pensiero anche per Prandi, che c’ha tenuto a sottolineare come le «le proprietà che si sono succedute siano state sempre reggiane. E quest’ultima con Veronica Bartoli è illuminata per la nascente ‘Casa biancorossa’».

Italbasket, la prima ufficiale al PalaBigi contro l’Islanda

Come omaggio per i 50 anni di storia della Pallacanestro Reggiana, la Fip ha indicato come sede di gioco della prossima partita dell’Italbasket proprio Reggio Emilia, a distanza di 24 anni dall’ultima apparizione. Gli azzurri del ct Gianmarco Pozzecco sfideranno l’Islanda al PalaBigi, lunedì 25 novembre 2024. Si tratta della quarta partita del girone di qualificazione all’Eurobasket 2025. La nazionale ha già messo in carniere due vittorie nella finestra dello scorso febbraio, con la Turchia per 87-80 a Pesaro, e in Ungheria per 62-83. Prima della gara di Reggio Emilia, gli azzurri giocheranno in Islanda, a Reykjavík, il 22 novembre 2024. Al PalaBigi si tratta della prima partita ufficiale della nazionale, che aveva disputato due amichevoli in passato. Il 6 gennaio 1978, con la Turchia per la Coppa Decio Scuri (107-77 per gli azzurri); e il 26 febbraio 2000, con la Francia, altra vittoria per 69-65.


* per la rivista Basket Magazine

domenica 28 aprile 2024

Luciano Acciari, il presidente delle scommesse vinte

Ha firmato il periodo d'oro della pallacanestro italiana. «Deplorevole che da allora non si sono ancora fatti passi avanti per portare lo sport nelle scuole e migliorare l'impiantistica»

Acciari, il presidente delle scommesse vinte

Insieme all’avvocato Coccia ha rivoluzionato il movimento come lo conosciamo. «Grazie anche ai presidenti di allora, sempre presenti e con i quali si parlava, ci si confrontava e pure scontrava arricchendo il dibattito così da crescere insieme»


di Giovanni Bocciero*


Un dirigente che si è speso tanto per la pallacanestro, vivendo gli anni del boom e scommettendo su alcune scelte che hanno rivoluzionato il movimento come oggi lo conosciamo. Questo è Luciano Acciari, avvocato romano e giocatore amatoriale che spinto dalla passione per il gioco è stato prima presidente della Stella Azzurra (1971-79) e poi della Lega Basket (1979-84), oltre a un dirigente di primo livello di Finmeccanica. «Mi sono avvicinato alla pallacanestro a scuola, perché frequentavo il Collegio San Giuseppe - Istituto De Merode dove era stata costituita la Stella Azzurra - ha esordito Acciari -, che agli inizi degli anni ’60 aveva già una squadra in serie A oltre alle giovanili. Questo è stato il mio primissimo contatto».

CLASSICA GAVETTA. «Al termine delle giovanili chi non arrivava in prima squadra restava coinvolto in società, militando magari nei campionati amatoriali o con qualche incarico societario. Io fui aggregato al gruppo di frate Mario Grottanelli, che aveva promosso l’istituzione della Stella Azzurra nel 1938, e mi occupavo della parte amministrativa e accompagnavo le squadre giovanili sui vari campi di gioco. Quando introdussero la figura dell’accompagnatore - ha continuato Acciari - affiancai il tecnico Altero Felici nella parte logistica. Pian piano mi mandarono al Comitato regionale e poi entrai nel Consiglio direttivo della società».

«Alla prima crisi della Stella nel ’71, insieme ad altri consiglieri e amici rilanciammo il club. Fu un rischio, perché già all’epoca c’era bisogno di sponsorizzazioni per fare attività, e coinvolgemmo il gruppo Buitoni che fece una serie di analisi in termini promozionali e pubblicitari nel settore basket. Tra le importanti scelte dell’epoca c’è quella di prendere un giovanissimo Valerio Bianchini come allenatore. Era assistente di Taurisano a Cantù, lo convincemmo a trasferirsi a Roma forti della bontà del nostro progetto, e fu un matrimonio positivo visto che poi la sua carriera decollò».

IL BUCO SCOLASTICO... «Sino agli anni ’70 lo sport era impostato sulla scuola o gli oratori. Grazie al successo ed alla crescita che ha avuto la pallacanestro iniziarono ad arrivare risorse e fu richiesto ai ragazzi un impegno maggiore e più costante pur mantenendo un’attività primaria perché lo sport era un pezzetto della loro vita e non ci si poteva mantenere. Si stava comunque prendendo un’impronta più manageriale, tant’è che all’epoca si diceva che stavamo passando dalla pallacanestro al basket». Eppure a distanza di 50 anni ancora non è stata recepita la grande importanza della scuola nell’avvicinarsi allo sport.

«All’epoca con un gruppo di lavoro del Coni ci relazionammo con il Ministero dell’Istruzione per aprire la scuola allo sport, ma c’erano una serie di problematiche amministrative e giuslavoristiche che presentavano difficoltà enormi. Alcune scuole si aprirono, ma è rimasto un buco della nostra qualificazione sportiva che ancora oggi lo constato portando in giro i miei nipotini. Anche se è molto migliorata la realtà scolastica per approccio e impianti, visto che ormai c’è una palestra scolastica ovunque - ha analizzato l’avvocato romano -, oggi ci sarebbe il substrato per rendere questa attività più organizzata e istituzionale, ma viene fatta solo come promozionale e collaterale».

…E QUELLO DEGLI IMPIANTI. «L’impiantistica sportiva è un problema della società civile. Pensiamo agli stadi di calcio, quante società vorrebbero costruirselo ma incontrano impedimenti urbanistici e finanziari, quindi aspetti amministrativi e non solo organizzativi. Quando dalla metà degli anni ’70 fu deciso di mettere i 3500 spettatori minimi in serie A, un salto di qualità dalla palestra al palazzetto, fu una scommessa che diede lo stimolo di costruire decine e decine di impianti per permettere alle società di accedere ai vertici nazionali. Il problema vero è che non bisogna solo trovare le risorse per costruire gli impianti, ma anche per mantenerli. È necessario trovare una modalità architettonica che ne permetta lo sfruttamento non limitato solo alla partita, ma multifunzionale, pensando ad una produttività dell’impianto tra più sport - pallacanestro e pallavolo - o più eventi - sport e concerti -».

Luciano Acciari, 78 anni, con l'allora presidente federale,
Enrico Vinci, e il suo vice, Eugenio Korwin

Acciari è stato membro del Consiglio d’amministrazione di Finmeccanica, e nel lavoro il vissuto del basket «è stato fondamentale. È comunemente riconosciuto come gli allenatori vengano invitati a fare dei corsi sul management per la gestione del gruppo, il coordinamento delle risorse, e tutta una serie di tecniche che i manager d’azienda hanno a disposizione. Gestire una squadra, ad un certo livello, ti metteva difronte a tante sfide: reperire risorse finanziarie, scegliere la base tecnica di allenatori e giocatori, convincerli a sceglierti e a renderli partecipi del tuo progetto, e poi sistemali e pagali, così come gestire l’impianto e la comunicazione. Era un contesto fortemente educativo».

«La creazione della serie A2, che fu una genialità dell’avvocato Coccia, fu una scommessa. Perché un conto è portare Genova, Trieste, Torino o Firenze ai vertici, un altro è ritrovarle dopo 4 o 5 anni ancora lì. Il rischio era nel sostenerle, tant’è che per alcune squadre è mancata la continuità. Questo - ha continuato Acciari - ha permesso al basket di andare da Reggio Calabria ad Udine, però mentre al nord la disciplina era consolidata e quindi a Trieste magari era solo questione di tempo, per Caserta o Reggio Calabria poteva essere un insuccesso. Siamo stati fortunati, e così il basket ha vissuto l’estensione della sua presenza nazionale, allargando il bacino di utenza».

RAPPORTI. «Quella era un’epoca nella quale c’erano presidenti appassionati e con una sufficiente capacità economica che hanno consentito la crescita delle squadre. Uno a caso il cavaliere Giovanni Maggiò, che ha portato a Caserta giocatori del calibro di Oscar e sostenuto la squadra fino alle finali scudetto, portandola ad un livello di eccellenza per anni e non solo episodicamente. Ha fatto il bene di un’intera città, stravolgendo la percezione e la stessa immagine di essa. Questo vale per Maggiò ma anche per tanti altri - ha ricordato l’avvocato romano -. Quando ero presidente della Lega i presidenti partecipavano attivamente e avevano la capacità di decidere da soli, responsabili di ciò che facevano nel bene e nel male».

«L’aumento della professionalità nella pallacanestro ha portato alla sostituzione dei presidenti da parte dei general manager, che hanno un approccio professionalmente qualificato ma non sono portatori dell’originalità del pensiero. Sono strumenti, per questo parlare, confrontarsi, anche scontrarsi con il presidente Porelli non era la stessa cosa che farlo con Brunamonti, perché arricchiva il dibattito dell’assemblea. Questo è stato un arricchimento per il movimento intero, nazionale compresa, che ha raggiunto successi prestigiosi riconoscendo ai club e alla Lega una loro importanza».

«Negli ultimi anni ho frequentato Petrucci come amico, ed ho seguito la pallacanestro come tifoso, per questo senza contatti particolari con questo mondo non sono in grado di dire cosa preservi il futuro. So però che Gianni è stata la migliore opportunità che il basket abbia avuto in un momento così difficile e complicato di un movimento che fa fatica a trovare un equilibrio tra risorse, italianità, e quelle esigenze tanto commerciali quanto sportive».

«Mi riconosce sempre il fatto che è arrivato in Fip per merito mio, perché quando mancava un segretario lo indicai al presidente Vinci visto che all’epoca era segretario della presidenza del Coni. Purtroppo il tempo passa per tutti. Poi con la morte recente di La Guardia ha perso il suo braccio destro, e se non dovesse essere riconfermato perché magari non c’ha più voglia neppure lui, sostituirlo non sarà di certo semplice. Non conosco i suoi competitor, ma se non dovesse essere confermato faccio solo gli auguri al basket che possa trovare una persona capace di tenere la barra dritta in un momento così importante».

VISIBILITÀ E POPOLARITÀ. «Tanto dipende dai risultati. All’epoca della mia presidenza in Lega, uno sport come il tennis giocava solo in un determinato periodo, mentre oggi è spalmato su tutto l’anno. Poi ci sono i mondiali di qualsiasi disciplina, le competizioni automobilistiche e motociclistiche che quasi non si fermano, e il calcio che la fa sempre da padrone. Insomma, la concorrenza con gli altri sport è diventata impressionante, e spesso questi riescono ad esprimere più facilmente il campione. La crisi non riguarda solo la pallacanestro ma anche il ciclismo, perché se si chiede a qualcuno del Giro d’Italia non è scontato che conosca cos’è, quando si fa e come».

«Inoltre la stampa tradizionale non ha aumentato i propri spazi e le tirature, mentre la televisione fa quel che può. Massimo De Luca, ottimo giornalista e tifoso del basket, spinse per far approvare Tuttobasket in radio, la versione cestistica del calcio minuto per minuto che diede una grande mano alla crescita in termini di popolarità. Dispiace vedere sui quotidiani nazionali solo una manchette limitata al risultato di Eurolega, ma la realtà è ben diversa oggi. Non lo so cosa si possa fare, ma credo che debba esserci maggiore condivisione della sua diffusione - ha concluso Acciari -, perché il basket è più popolare rispetto a quanto se ne scriva e se ne parli».

* per la rivista Basket Magazine

giovedì 4 aprile 2024

L'addio di David, il professor Logan in pensione

Decisione improvvisa ma irremovibile per l’esterno di Chicago che spiega i motivi di una "fuga" improvvisa

Il professor Logan va in pensione

Giunto in Italia 19 anni fa chiamato da Pavia, nel nostro Paese ne ha trascorsi oltre la metà trovandovi la sua isola felice: «Mi sono goduto ogni istante da voi. Non so quando, ma tornerò»


di Giovanni Bocciero*

 

DUE MESSAGGI, uno prima della corsa in aeroporto e un altro successivo, e via dritto negli Stati Uniti. Senza voltarsi indietro, per quello che non si sapeva se fosse solo un arrivederci o un addio definitivo. Era il 29 gennaio, due giorni dopo il successo interno di Scafati contro Treviso. David Logan s’imbarca su un aereo per fare ritorno a casa apparentemente senza spiegazioni, tutto riassunto in quei messaggini inviati al general manager Alessandro Giuliani e al direttore sportivo Nicola Egidio.

Nel cuore della notte il primo whatsapp: «Devo andare negli Stati Uniti per una situazione famigliare». Poi quando i dirigenti gialloblù cercano di mettersi in contatto con il giocatore, il secondo messaggio: «Sto bene, ti contatterò una volta arrivato a casa». Da lì in poi cala il silenzio, mentre ovviamente inizia il tram tram della notizia. C’è addirittura chi specula sulla causa di questa fuga nel mancato versamento degli stipendi. Nulla di più lontano dalla realtà dei fatti, su cui si esprime direttamente il patron del sodalizio campano, Nello Longobardi: «I più maliziosi hanno pensato a stipendi non corrisposti: il 20 gennaio ha ricevuto la mensilità prevista, come tutti gli altri».

Nelle ore successive si è cercato di fare luce su questo vero e proprio caso, che non ha portato però a nessuna spiegazione. «David ha lasciato le chiavi dell’auto al proprietario della casa dov’era in affitto - ha dichiarato il presidente gialloblù - ed è volato in America. A nessuno ha comunicato questa necessità, non conosciamo i motivi. Con David ho un rapporto splendido, ogni martedì è da me in azienda per prendere un tè. Lo aspettavo anche questa settimana. Sono sorpreso, amareggiato. Pur essendo introverso, David mi ha volentieri confidato questioni personali. Anche questa volta lo avrei ascoltato e sicuramente avrei parlato con lo staff per consentirgli di tornare negli Stati Uniti così da risolvere qualsiasi situazione».

L’ANNUNCIO SHOCK… Dopo giorni di supposizioni e domande senza risposte, c’ha pensato lo stesso giocatore a risolvere il mistero che stava tenendo in ansia tutta la pallacanestro italiana, preoccupata per quello che potesse essere successo all’atleta americano sparito così all’improvviso. Da un giorno all’altro. Senza molte spiegazioni e ulteriori dettagli di quello che in realtà era un addio.

Il primo febbraio, Logan ha fatto sapere attraverso il profilo social dell’agenzia del suo agente John Foster di volersi ritirare dal basket giocato. «A questo punto della mia carriera penso di aver fatto tutto ciò che potevo nel gioco della pallacanestro. Voglio ringraziare mia moglie e i miei figli per avermi sempre supportato negli anni. Voglio ringraziare il mio agente e tutte le squadre per cui ho giocato in questi anni. Spesso quando pensi che sei alla fine di qualcosa, sei all’inizio di qualcos’altro. Mi ritiro dallo sport che amo».

…CHE COVAVA DA TEMPO. Questa decisione è arrivata come un fulmine a ciel sereno, perché presa in corso di stagione e perché in campo il nativo di Chicago stava ancora dicendo la sua. Ma in realtà era un qualcosa che covava da tempo, sin dall’estate. Non è una novità, infatti, che prima di rinnovare l’ingaggio con Scafati il giocatore si sia preso del tempo. Il direttore tecnico Enrico Longobardi proprio ad inizio stagione raccontava alla nostra rivista di come abbiano aspettato Logan, che dopo la parentesi di Cantù voleva smettere. Interloquendo però con il procuratore, per capire se magari fosse solo dovuto alla stanchezza dell’annata, hanno atteso qualche settimana prima di concludere l’accordo.

La piazza campana, pur se sta disputando una stagione molto positiva, strizzando l’occhio alla zona playoff e mantenendo a debita distanza la zona calda della classifica, ha affrontato bene diverse situazioni che le sono capitate tra capo e collo. Perché non solo c’è stato l’addio improvviso di Logan al quale si è messo una pezza piuttosto velocemente con l’ingaggio di Gerry Blakes; ma poco prima Scafati era stata costretta a sostituire coach Pino Sacripanti con Matteo Boniciolli a causa di questioni di salute.

David Logan in maglia Pavia con Danilo Gallinari 
19 ANNI: DA PAVIA A SCAFATI. «Ho condiviso la mia decisione con i compagni di squadra, e parlo tutt’ora con molti di loro», le prime parole di David Logan dopo l’annuncio che lo ha visto appendere le scarpette al chiodo a 41 anni, compiuti lo scorso 26 dicembre. Ha iniziato la carriera da professionista a Pavia, nel 2005, e delle 19 stagioni trascorse sul parquet la metà le ha vissute nel nostro paese. «Da quando ho incominciato a Pavia all’ultima esperienza a Scafati, nel corso di questi 19 anni, sono diventato sicuramente un giocatore migliore».

La passata stagione l’esterno statunitense ha trascinato alla salvezza la formazione gialloblù, mettendo canestri decisivi in serie per le importanti vittorie contro Brindisi, Pesaro e Brescia. In occasione proprio del successo di Pesaro, coach Sacripanti si era lasciato andare a delle dichiarazioni entusiastiche e piuttosto forti nel post gara: «Quando hai un giocatore come David l’allenatore non conta. Ti siedi in panchina e preghi che continui a segnare».

A tal proposito il cecchino ha semplicemente detto che durante le gare «ho sempre cercato di giocare con la massima sicurezza, facendo tutto quello che mi riusciva meglio. Quando si sta in campo la cosa fondamentale è rimanere in partita e non farsi distrarre oppure perdere la concentrazione». Taciturno ma chirurgico, tanto in campo quanto fuori, si è conquistato a ragione il soprannome di “professore”. «Il nickname me l’hanno dato i tifosi quando giocavo a Sassari. E devo dire che mi piace tanto».

L’ISOLA DEL TESORO. E proprio a Sassari ha marchiato a fuoco la sua incredibile carriera, protagonista dello storico triplete in maglia Dinamo nell’annata 2014/15. Appena atterrato sull’isola conquista la Supercoppa con 11 punti e 5.5 assist di media. Poi alza la Coppa Italia venendo nominato Mvp della manifestazione. Infine trascina la squadra allo Scudetto con una serie di prestazioni superlative nell’arco dei playoff: dai 27 punti in gara 4 dei quarti contro Trento, ai 7 punti decisivi nell’81-86 dopo un supplementare in gara 7 di semifinale al Forum di Assago contro Milano, alle pazzesche triple nel 115-108 dopo tre overtime di gara 6 di finale contro Reggio Emilia.

Nel finale di stagione del 2017 ha giocato per undici partite ad Avellino, dove era arrivato dopo aver iniziato in Lituania al Lietuvos Rytas. Dopo aver girovagato per mezza Europa, prende e va a giocare in Corea del Sud. Quella scelta, a 36 anni, sembrava essere un po’ il suo viale del tramonto, ma nel febbraio del 2019 fa ritorno in Italia per non lasciarla più. Ed anche in questa circostanza, nonostante il pedigree, riparte addirittura da Treviso in serie A2, dove «sono andato con l’unico obiettivo - ha dichiarato Logan - di riportare la squadra in massima serie».

Dopo una seconda avventura a Sassari nel 2021/22, la stagione successiva resta free agent per tutta l’estate prima di venire ingaggiato a campionato iniziato da Scafati, con la cui maglia stabilisce qualche record. Con la salvezza conquistata sul campo, decide di terminare la stagione scendendo nuovamente di categoria per disputare i playoff promozione tra le fila di Cantù. «Ho deciso di accettare l’offerta per lo stesso discorso che ho fatto con Treviso, riportare Cantù in serie A - ha continuato l’americano -. Mi sono convinto dopo averne parlato a lungo con coach Sacchetti», tecnico col quale ha un rapporto fantastico dopo aver vinto insieme il triplete a Sassari.

L’ITALIA NEL CUORE. Ovunque lo hanno apprezzato nel nostro paese, che sia stato beniamino o avversario. Dopotutto un talento cristallino come lui può solo che essere applaudito. «Non c’è un campo in particolare più caloroso di un altro - ha riflettuto l’esterno di Chicago -. In quasi tutti i palasport italiani si può respirare la grande passione. Però se proprio devo dirne uno, allora scelgo Bologna sia quando ho giocato contro la Virtus che contro la Fortitudo».

I nove punti nella gara di Scafati contro la sua ex Treviso sono stati il suo ultimo palcoscenico. Per quello che è stato David Logan sul parquet, si sarebbe meritato una serata speciale con tanto di standing ovation da parte di una tifoseria che lo ha idolatrato sin dal primo giorno. Ma per carattere lui non è fatto per stare sotto i riflettori per ciò che non sia infilare il pallone nel cesto. E per il futuro «ancora non ho pensato a cosa farò, non ho davvero nulla in programma. Ora voglio solo rilassarmi e trascorrere le giornate con la mia famiglia. Ho qualche idea su cui riflettere ma nulla di definito e certo».

Adesso non ci rimane che far ammirare alle giovani generazioni qualche filmato delle sue inimitabili prestazioni, incisive ma pacate, mai sopra le righe. E sarà sempre un piacere poterlo vedere ritornare in Italia. «Mi sono goduto ogni istante di questi dieci anni che ho vissuto lì. Mi piace tutto del paese e soprattutto il cibo. Non so precisamente quando ritornerò, ma sicuramente in occasione di qualche partita dei playoff o anche per una competizione come la Coppa Italia».

 

PROFILO

David Logan, classe 1982, è partito dai Greyhounds di Indianapolis, piccolo college di Division II, e da senior ha avuto 28.6 punti di media e vinto il titolo di giocatore dell’anno. Dopo la prima esperienza da ‘pro’ a Pavia e una comparsata in G-League, ha girato l’Europa ed il mondo: Polonia, Spagna, Grecia, Israele, Germania, Lituania, Francia e Corea del Sud. In serie A ha diversi record: 37 punti segnati nel 2016 con Sassari contro Reggio Emilia; 9 triple segnate nel 2023 con Scafati contro Verona; in carriera ha segnato 3585 punti, 660 triple, ed è l’unico con Mario Boni ad aver segnato almeno 29 punti a più di 40 anni. Dodici i trofei messi in bacheca e cinque i diversi premi di Mvp conquistati.


* per la rivista Basket Magazine