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venerdì 16 febbraio 2024

CJ Massinburg, sesto uomo extra lusso

Il segreto della grande stagione della Germani sta anche nel miglior sesto uomo del campionato

CJ Massinburg, a Brescia one million dollars man

Grandi numeri in carriera ma poca attenzione dalla Nba «che resta il mio obiettivo. Faccio quello che il coach mi chiede, ma segnare mi piace di più»


di Giovanni Bocciero*


DALLE PORTE IN FACCIA al colpaccio da un milione di dollari. La carriera di CJ Massinburg, guardia della Leonessa Brescia, si può sin qui riassumere nel detto che ciò che non ti uccide ti fortifica. Temprato dalle esperienze avute, il 26enne è senz’altro l’arma in più della Germani di coach Alessandro Magro. Nato a Dallas, la quarta area metropolitana più popolosa degli Stati Uniti, e nell’ultimo decennio tra le città in più rapida crescita del paese, come qualsiasi adolescente americano «da piccolo ho anche giocato a football americano e baseball, ma - ha raccontato Massinburg - la mia passione e il mio amore sono sempre stati la pallacanestro». E con quella palla a spicchi in mano c’ha sempre saputo fare. Non a caso ha lasciato la South Oak Cliff High School come uno dei migliori giocatori della propria storia, e nell’ultimo anno da studente ha avuto una media di 22.3 punti ad allacciata di scarpe. La prima difficoltà sul suo percorso si presenta quando c’è da scegliere l’università. O meglio, non si deve porre questo problema perché di offerte di borsa di studio per la Division I della Ncaa non ne riceve neppure una. Insomma, il suo cammino si presenta subito arduo e in salita.

SENZA FILE di scout davanti alla porta di casa, si aggrega ad una selezione di giocatori senior nata per caso che inizia a viaggiare per gli Stati Uniti con l’unico scopo di mettersi in mostra così da attirare l’attenzione. CJ ci riesce, tant’è che lo staff tecnico della University at Buffalo decide di offrirgli un posto in squadra.

Quella tra le fila dei Bulls è forse l’avventura che ne marchierà a vita la carriera cestistica. È infatti al college che Massinburg si fa notare a livello nazionale, acquistando quella notorietà necessaria per costruirsi il futuro. Disputa quattro anni in crescendo, dal 2015 al 2019, sia a livello personale che di squadra, diventando un giocatore chiave in uscita dalla panchina. Da freshman si conquista un posto nel miglior quintetto dei novizi grazie alle medie di 11.3 punti e 4.1 rimbalzi. Da sophomore aumenta la produzione offensiva a 14.5 punti, mentre al terzo anno conquista il quintetto titolare e guida la squadra alla conquista della regular season e del torneo della Mid-American Conference, segnando 19 punti nell’incredibile successo contro Arizona al torneo Ncaa.

Nell’ultima stagione con Buffalo dà il meglio di sé. Con 18.5 punti di media è il primo marcatore della squadra diventando uno dei migliori cinque della storia dell’università; trascina i Bulls nella classifica top 25 della nazione per quasi tutta l’annata, risultando l’apice mai raggiunto dal college; e viene nominato Mvp della conference e addirittura miglior giocatore della decade dal quotidiano locale dell’area di Buffalo, che comprende ad esempio anche un’università come St. Bonaventure. Nonostante un record da 31 vittorie in 34 partite, il torneo Ncaa s’interrompe al secondo turno contro la Texas Tech di Davide Moretti capace di arrivare fino alla finale, poi persa contro Virginia.

«Il college è stata una bellissima esperienza - ha ricordato CJ -, e la March Madness mi ricorda molto la Coppa Italia». L’avventura in maglia Bulls l’ha condivisa con Nick Perkins e Wes Clarke, giocatori visti qui in Italia con le casacche di Brindisi, Cantù e Venezia. «Io, Wes e Nick siamo buoni amici, e ci sentiamo ancora spesso».

ACCLAMATO ma non abbastanza per entrare dalla porta principale della Nba. Infatti, la notte del draft 2019 nessuna delle franchigie spende una delle 60 scelte per selezionarlo. «Sono stato triste per cinque minuti. Poi il mio agente mi ha chiamato e mi ha detto che i Brooklyn Nets mi volevano con un contratto da dieci giorni, e questo mi ha fatto tornare di nuovo felice».

Viene aggregato alla formazione della G-League di Long Island, e la prestazione da 28 punti, 6 rimbalzi e 3 assist contro Delaware rimarrà forse la migliore della sua carriera. Due stagioni nella lega di sviluppo, con 10.9 punti, 4.8 rimbalzi e 2.3 assist di media e qualche infortunio, sono sufficienti per indurlo a varcare l’oceano accettando le mire di Limoges che individua in lui il rinforzo giusto per aspirare sempre più in alto. Anche se il sogno resta l’Nba, perché «giocare ai massimi livelli - ha detto CJ - sarebbe fantastico», riconosce che «il basket all’estero ha dato a me e alla mia famiglia grandi opportunità».

In Francia ci rimane una stagione, fa registrare 14.4 punti, 4.3 rimbalzi, 3.5 assist e 15.3 di valutazione, e questo basta per convincere Brescia a fargli firmare un contratto biennale nell’estate del 2022. «I campionati sono più simili che diversi. Una differenza è che quello italiano è più tattico, mentre quello francese è più atletico». Prima di approdare in quella che ai tempi dell’Antica Roma era conosciuta come Brixia, si cimenta nel Basketball Tournament, il torneo estivo ad eliminazione diretta che elettrizza l’America mettendo in palio un milione di dollari alla squadra vincitrice. Gioca con la formazione Blue Collar U, che annovera ex alunni di Buffalo tra cui anche gli ex compagni Perkins e Clarke, con i quali conquista il ricco montepremi ricevendo anche il premio di Mvp.

SBARCA A BRESCIA con la voglia di chi vuole mangiarsi il mondo, rispecchiando in toto l’anima della città che non a caso è denominata la Leonessa d’Italia. La stagione precedente Brescia ha disputato un campionato stratosferico, con Amedeo Della Valle nominato Mvp e Magro coach dell’anno. CJ è un’aggiunta preziosa ad un roster che riprende da dove aveva lasciato, prima di inanellare sette sconfitte consecutive da precipitare in zona retrocessione. La società non si lascia prendere da colpi di testa, decide di proseguire con l’allenatore e coglie un’importante successo nella Final Eight di Coppa Italia giocata a Torino, superando l’Olimpia Milano ai quarti e la Virtus Bologna in finale così da alzare al cielo il primo storico trofeo. «Magro è un grande allenatore, una mente cestistica molto intelligente e, soprattutto - ha sottolineato la guardia -, una brava persona. L’anno scorso ci disse in uno dei momenti brutti della stagione: “finché avete fiato nei polmoni dovete continuare a lottare”. Questo ci ha aiutato dopo le brutte sconfitte».

Per il secondo anno in maglia Germani, Massinburg ha trascorso l’intera estate ad allenarsi duramente tra Dallas e Buffalo: «ho lavorato così tanto da farmi venire la tendinite. Ma non volevo mancare l’occasione di presentarmi al meglio all’avvio della nuova stagione».

DIVENTATO UN PILASTRO della squadra, «non sono stupito del nostro rendimento particolarmente buono - ha evidenziato il numero 5 -. Quest’anno abbiamo fatto tesoro di tutte le lezioni subite l’anno scorso per fare una grande stagione tanto da spingerci al primo posto». Ma se gli si chiede qual è la principale differenza di questo cambio di rotta, non esita ad indicare «l’aggiunta di tre ragazzi chiave come Bilan, Burrell e Christon. Anche quelli confermati stanno rispondendo molto bene, perché un anno in più insieme significa più chimica».

Brescia ha cercato di ben figurare sin dalla Supercoppa, ospitatain casa, ma la Virtus ha impartito una dura lezione anche se poi in campionato la musica è stata diversa. «Ogni sconfitta che abbiamo subito è stata una lezione diversa da imparare. Ad ogni sconfitta penso che siamo migliorati come squadra e come gruppo, anche attraverso la delusione della partita».

Poi Massinburg riflette anche sul livello delle principali favorite, ovvero Bologna e Milano. «Sono squadre di livello Eurolega che hanno la stazza e la fisicità per essere prepotenti. Devi essere pronto quando affronti questo tipo di avversari. Se non sei pronto o se sei intimidito perderai. Se sei pronto e fiducioso, puoi giocare proprio come fosse una qualsiasi altra partita». Ed è con questa convinzione che guardando al futuro dice che: «uno dei miei obiettivi principali è giocare in Eurolega. Mi sento pronto. Affronto ogni giorno con l’obiettivo di migliorare sempre. L’ho fatto dall’high school al college, l’ho fatto in G-League».

Proprio come succedeva a Buffalo, coach Magro lo utilizza in uscita dalla panchina. E Massinburg con le sue qualità tecniche, la capacità di spaccare la partita e l’efficacia dimostrata, riesce spesso e volentieri ed essere decisivo. CJ è l’arma segreta della Leonessa, non è egoista e non vuole sempre il pallone tra le mani. «È difficile dire quale sia la mia migliore abilità, perché io scendo in campo con la mentalità di fare tutto ciò che è necessario per la mia squadra. Se c’è bisogno che segni, segno, così come di difendere, prendere un rimbalzo o fare un passaggio. Possiedo gli strumenti per influenzare il gioco in diversi modi, ma se dovessi sceglierne uno prediligo sicuramente segnare».

Con il suo fondamentale apporto, e con una delle valutazioni di plus/minus migliori dell’intera Serie A, è stato nominato sesto uomo del mese di novembre. E proprio contro la Virtus Bologna ha firmato i suoi massimi stagionali con i 27 punti e il 31 di valutazione. E pensare che a Brescia di concorrenza sugli esterni ce n’è fin troppa, tra lui, Christon, Della Valle, Petrucelli e Cournooh. «Giocare con guardie così brave e intercambiabili rende il gioco molto più semplice. Tutti possiamo ruotare e giochiamo in modo altruistico con l’obiettivo comune di vincere».

Ed ha raccontato che «non mi piace fare trash talking con gli avversari. Mi piace invece farlo con i miei compagni di squadra quando siamo in allenamento. Ad esempio, io e John (Petrucelli, ndr) giochiamo uno contro l’altro, e siccome è un ottimo difensore quando gli segno mi piace punzecchiarlo perché non sono molti i giocatori che riescono a segnare contro di lui. Tutti i miei compagni di squadra sono fantastici, e i ragazzi più esperti sanno sempre dare il consiglio giusto».

FUORI DAL CAMPO non fa cose molto diverse da chiunque altro. «Mi piace giocare a bowling, ascolto musica e gioco a ping pong». Prova a vivere la città, «che è bella, con gente simpatica e tifosi appassionati». E se gli si chiede cosa pensa di fare una volta aver smesso col basket giocato, risponde secco che «voglio allenare, voglio avere un impatto positivo nella vita dei giovani che crescendo riescono ad emergere».

Il giocatore al quale si ispira è «LeBron James, per la sua longevità, la sua capacità di gestire la pressione con classe e il suo impatto fuori dal campo», anche e soprattutto su temi sociali quali il razzismo, che per fortuna «non ho mai sperimentato con episodi diretti». Massinburg ride alla domanda se vede James come candidato alla presidenza degli Stati Uniti: «no, spero che non si candidi mai alla presidenza. Viene già criticato per ogni cosa che fa». Diverso il discorso di vederlo capitanare Team Usa alle prossime Olimpiadi, «spero proprio di sì, sarebbe una bella cosa da vedere perché è alla fine della sua carriera». E se lo augura anche per vedere tornare al successo gli States dopo non aver vinto l’ultimo Mondiale. «Pensavo che gli Stati Uniti avrebbero vinto. La mia seconda scelta era l’Australia, ma per la Germania è stata una vittoria impressionante».

PROFILO

Christian Jalon Massinburg, meglio conosciuto come CJ, è nato a Dallas il 14 aprile del 1997. Gioca nel ruolo di guardia ed è alto 1.96 metri per 92 kg. Cresciuto nella città natia, ha giocato quattro anni al college con i Buffalo Bulls. Non scelto dalla Nba al draft 2019, ha militato per due stagioni in G-League con i Long Island Nets prima di firmare nell’estate del 2021 per Limoges. Dopo un solo campionato in Francia, è arrivata la chiamata di Brescia che lo ha ingaggiato con un contratto biennale. La scorsa stagione è stato gran protagonista nella vittoria in quel di Torino della Coppa Italia, e quest’anno ha ritoccato il suo massimo in punti: 27.


* per la rivista Basket Magazine

sabato 22 aprile 2023

La leggenda Oscar Schmidt: «La mia vita è un racconto di favole»

 

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta
Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021


di Giovanni Bocciero*


Oscar Daniel Bezerra Schmidt, meglio conosciuto semplicemente come Oscar, e soprannominato ‘Mao Santa’ e ‘O’Rey do triple’, è colui che detiene il record di maggior punti segnati in carriera a livello globale. Basterebbe questo incipit per descrivere il cecchino brasiliano che tanto ha fatto in Italia negli otto anni trascorsi a Caserta a partire dal 1982, e nelle successive tre stagioni di militanza con Pavia. Oltre un decennio nel quale ha stregato ogni appassionato di pallacanestro. Arrivato da sconosciuto, voluto fortemente da coach Boscia Tanjevic, c’ha messo poco a guadagnarsi titoli a nove colonne sull’allora carta stampata con aggettivi quali ‘mitraglia’ o ‘bombardiere’.

Oggi non è un mistero che la Liga Acb sia di gran lunga il campionato europeo più competitivo ed apprezzato. Ma negli anni ’80, questo primato apparteneva senza alcun dubbio alla Serie A, non a caso «il mio sogno era di giocare in Italia - ha esordito Oscar -, perché se fossi andato in Nba non avrei potuto giocare con la nazionale. Tanjevic, che avevo affrontato in Coppa Intercontinentale, è rimasto impressionato da me e quando è arrivato a Caserta ha chiesto di prendermi alla proprietà. Mi sono ambientato subito perché la pallacanestro è uguale dappertutto, e ovunque giocassi volevo soltanto fare bene. Conosco il gioco e per questo volevo il pallone in mano perché sapevo cosa dovevo farci. Essere stato allenato da Tanjevic è stata una grande esperienza per me. Credo che chiunque lo avrebbe voluto come allenatore, e per questo mi sento fortunato. Mi ha insegnato una cosa che ho usato fino alla fine della mia carriera: il giro dorsale. Era un movimento che aveva visto fare a Jack Sikma. Boscia me lo ha insegnato, e la prima volta che l’ho messo in pratica l’ho visto esultare in panchina. A lui devo tantissimo». Nonostante i meriti riconosciuti al tecnico slavo, quando fu introdotto il tiro da tre punti tra i due ci sono stati degli screzi perché Oscar, da buon tiratore, ne abusava un po’ troppo. «Ne abusavo perché facevo canestro. Se la metti devi tirare, ma per farlo ti devi allenare tanto. E l’esercitarmi tanto mi ha permesso di avere sempre una grande facilità nel fare canestro». Dopotutto ‘Mao Santa’ è famigerato per non credere nel talento per grazia ricevuta ma solo nel duro lavoro in palestra.

Ritornato a Caserta qualche settimana fa, in occasione del lancio della docuserie ‘Scugnizzi per sempre’ che racconterà di quegli splendidi anni, Oscar è ritornato al vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro - oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, considerati i padri putativi della pallacanestro casertana -, dove ha mosso i primi passi casertani. Eppure, «non ricordavo il palasport perché ha subito delle migliorie. Quasi non ci credevo perché è di sicuro più bello adesso. Ho avuto modo di vedere la partita contro Roseto, ho visto un bel pubblico caloroso, che mi ha accolto benissimo, e dopo sono andato a cena con la squadra. Sono sempre rimasto legato alla città, al cavaliere Giovanni Maggiò che ha costruito il palasport di Castel Morrone in cento giorni - ha ricordato il cecchino brasiliano -, una persona incredibile che ha permesso l’inizio della nostra scalata. Non ci sono parole per descrivere cosa ha fatto. Ho giocato a Caserta otto fantastici anni, e sono stato felice che abbiano vinto lo scudetto». Una cosa incredibile è che, seppur Oscar non sia riuscito a vincere il tricolore con i bianconeri, è impossibile scindere il suo nome da quel successo. Segno dell’affetto che il popolo casertano nutre nei suoi confronti, e allo stesso tempo di quanto il giocatore abbia segnato quelle memorabili stagioni. «Ricordo tutto della città, ho tanti amici, ho addirittura battezzato un ragazzo casertano. Posso dire che mi manca la vita di Caserta. Spesso parlo con mia moglie Cristina del fatto che la città seppur piccola fosse il posto ideale dove vivere. E quando ci ritorniamo andiamo a vedere tutti i luoghi che frequentavamo. Se non me ne fossi andato ci sarei rimasto per tutta la vita».

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta, riceve una maglia celebrativa
dall'ex compagno Nando Gentile - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Dalle parole del brasiliano traspira una passione che arde ancora oggi. Una passione che spesso, invece, manca ai giovani professionisti, schiacciati troppe volte dalla pressione per un gioco che è di sicuro mutato insieme al mondo odierno. E questo fa sì che diversi siano i giocatori che gettino la spugna, mettendo fine a carriere che sembravano luminose. «Se si decide di giocare ad uno sport come la pallacanestro bisogna dedicarsi completamente ad esso. Se invece i ragazzi gettano la spugna così facilmente non sono amanti dello sport. Lo sport è fatto per gente vera, che sopporta la pressione. Io stesso l’ho dovuta sopportare con tifosi, dirigenti e giornalisti tremendi, ma sono sopravvissuto ed ho vinto tutto quello che potevo vincere».

Una delle finali perse dalla Juvecaserta è quella di 34 anni fa, contro il Real Madrid in Coppa delle Coppe. Forse la partita più bella che si sia mai vista su di un campo da basket. «Quella gara mi ha lasciato un rammarico incredibile. Nando Gentile doveva tirare un 1+1 ai tiri liberi con zero secondi sul cronometro, ma non li ha tirati perché gli arbitri non si sono voluti mettere contro il Real Madrid. Ho visto e rivisto decine di volte quell’ultima azione, e l’arbitro ha fischiato fallo, però poi ha cambiato idea. Per me rimarrà la più grande delusione che ho avuto in Italia. Giocavamo contro uno squadrone, e noi eravamo al top della nostra forma consapevoli che potevamo vincere. Eravamo senza alcun dubbio le due migliori squadre che si potessero affrontare». Una sfida nella sfida, perché ad Oscar che segnò 44 punti replicò Drazen Petrovic con ben 62. «Era un tremendo giocatore - ha ricordato il brasiliano -, un qualcosa di anormale. Aveva già giocato il Mondiale del 1986 nel quale fu eletto miglior giocatore della competizione. Anche per questo volevo sfidarlo e volevo batterlo. Sapeva giocare a pallacanestro come nessun’altro, ed era destinato ad essere il miglior giocatore anche della Nba. Non lo è stato solo perché non lo hanno lasciato giocare. Con lui seduto in panchina gli preferivano Terry Porter. Ma per favore».

Era un’altra Nba, nella quale Oscar non ha giocato per via delle restrizioni che prima non permettevano ai giocatori di poter giocare con le proprie nazionali. E se il brasiliano non avesse più giocato con la nazionale ci saremmo persi la finale dei Giochi panamericani del 1987, nella quale la sua squadra batté ad Indianapolis gli Stati Uniti dando il là all’utilizzo dei giocatori professionisti. Ma nonostante quel successo, il sogno nel cassetto mai raggiunto da ‘O Rey do triple’ è proprio legato alla formazione verdeoro, perché «avrei voluto vincere un’Olimpiade. Con la vittoria del Panamericano eravamo saliti di livello. L’anno successo siamo andati alla manifestazione olimpica a Seul. Ai quarti incontrammo l’Unione Sovietica che poi sarebbe diventata campione. Io purtroppo ho sbagliato l’ultimo tiro, e quel momento non lo dimenticherò mai. I miei compagni avevano così tanta fiducia in me che non credevano potessi fallire». Oltre a quelle restrizioni per le nazionali, anche il campionato americano ha sdoganato certe consuetudini dando più fiducia agli europei che sono sempre più protagonisti, da Jokic ad Antetokounmpo a Doncic. «La pallacanestro si è evoluta, e questi ragazzi sono dei grandissimi giocatori. In particolare mi piace molto guardare Doncic, che è una cosa incredibile. Sa fare delle cose che non riesco a spiegarmi e credo che possa diventare il miglior giocatore della Nba, perché ne ha le capacità ed è rispettato». La pallacanestro ormai è universale, per questo è molto apprezzata anche l’Eurolega che ha raggiunto un livello quasi pari a quello della ‘lega più famosa del mondo’. «La guardo molto volentieri. Quando faccio zapping in tv e mi capita di passare su una partita europea chiamo subito mia moglie e la guardiamo insieme. Vedo ogni cosa che riguardi il basket, e questo è fondamentale per un vero appassionato. Se ci sono differenze tra Nba ed Eurolega? Negli Stati Uniti si tira tanto da tre punti. Quando io ho fatto il camp nel 1984 non era così, ma oggi Golden State insegna che senza saper segnare dall’arco non si può vincere».

Oscar è una leggenda della pallacanestro anche e soprattutto per quel suo record di 49.737 punti segnati. Ma se LeBron ha recentemente superato il primato di 38.387 punti realizzati in Nba da Abdul-Jabbar, è lecito domandarsi se ci sarà mai qualcuno capace di scalzare il brasiliano da questo suo trono. «Credo proprio di sì - la risposta del diretto interessato -, perché i record esistono proprio per essere battuti. Anzi, spero che qualcuno lo batta. Sono ovviamente contento di aver realizzato questo record, perché nella pallacanestro si ricordano poche cose. Però quando riesci in qualcosa di così importante a livello mondiale, non è semplice. Sono sicuro che un giorno, anche per via del tanto utilizzo del tiro da tre punti, qualcuno come Doncic, Klay Thompson o Steph Curry riuscirà a superarmi».

Oscar Schmidt al PalaPiccolo di Caserta durante il match
contro Roseto - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Da leggenda dello sport globale, ha giocato e conosciuto altre leggende come lui. Il già citato Petrovic è solo un esempio. Negli anni in cui ha militato a Caserta ha incontrato ad esempio Diego Armando Maradona. «Lui era un giocatore tremendo come Petrovic. Un giorno uno dei giocatori del Napoli mi disse che anche quando stava male, loro potevano sempre contare su di lui. Sapevano che lo avrebbero trovato lì in campo a lottare fianco a fianco, qualsiasi cosa succedesse». Rivale dell’argentino un suo connazionale come Pelè, venuto a mancare recentemente. «Lui era di un altro pianeta. Ha fermato una guerra perché entrambi i paesi volevano vederlo giocare (il riferimento è alla guerra del Biafra, in Nigeria, dove ci fu un conflitto tra governo centrale e l’autoproclamatasi regione separatista. Sulla questione però, alcuni studiosi sconfessano questa versione del ‘cessate il fuoco’ per assistere ad una partita di Pelè e del suo Santos in tournée in Africa). È stato una cosa incredibile dentro e fuori dal campo. Di lui mi ricordo tante cose, come il dribbling fulmineo. È stato un idolo per tutto il Brasile, ed ovviamente anche il mio».

Tornando al basket, Oscar non nasconde che «ho sempre voluto giocare con i migliori, perché è così che potevo migliorare. Quindi avrei voluto giocare con Jordan, con Bryant, con Magic. Ma se devo sceglierne uno solo dico Bird, un bianco che non sapeva saltare, non sapeva correre, ma che giocava meglio di tutti». Contro Michael Jordan fu avversario in una storica amichevole tra Caserta e Trieste nell’agosto del 1985, con ‘Air’ che frantumò il tabellone in vetro per la troppa foga di schiacciare. «Lo vedevo muoversi in campo ed ho pensato che fosse un ottimo giocatore. Si capiva che avrebbe dominato in Nba - ricorda Oscar - perché era un predestinato. È stato fantastico poter giocare contro di lui». Bryant invece non l’ha affrontato in campo ma l’ha conosciuto. «Ho parlato per la prima volta con lui in Cina, perché ero andato a vedere un allenamento della nazionale americana, e mi ha confessato che ero un suo idolo. Per me Jordan non è stato migliore di Bryant, perché anche lui era fortissimo. Giocava in una maniera feroce e tirava molto perché segnava anche molto. La differenza tra i due sta soltanto in un titolo vinto in meno da Kobe».

La carriera di Oscar è stata costellata di successi ed anche di qualche delusione. Ma soprattutto dalla malattia. Per ben due volte è stato sottoposto ad intervento chirurgico per un tumore al cervello. Eppure non perde il sorriso, e spesso usa la sua esperienza in conferenze motivazionali. «A volte penso che la mia vita sia un racconto di favole, perché la mia carriera è stata incredibile. Ancora oggi se cammino per strada ci sono persone che si fermano e che vogliono fare una fotografia con me. Per tutto questo devo molto all’Italia e a coach Tanjevic, perché mi hanno fatto migliorare come giocatore e mi hanno permesso di rimanere conosciuto. Con Caserta ho giocato diverse finali, ma abbiamo vinto solo la promozione in A e la Coppa Italia. Questo è il mio più grande rammarico - ha concluso Oscar - perché ancora oggi non capisco come in Brasile vincevo tutto mentre in Italia no».


*L'esclusiva video intervista integrale


Qui l'articolo per Basket Magazine

venerdì 6 luglio 2018

Warriors vs James, la storia infinita

Warriors vs James, la storia infinita


di Giovanni Bocciero*


Quattro anni dopo LeBron James è di nuovo ad un bivio: restare o partire? La prima volta che dovette prendere questa decisione fu il 2010. Dopo essere stato eliminato in semifinale della Eastern Conference da Boston lasciò Cleveland per trasferirsi a Miami con l'ossessione di vincere il suo primo titolo. Dopo quattro NBA Finals e solo due anelli conquistati, nel 2014 decise di compiere il percorso inverso tornando ad indossare la casacca dei Cavs con l'ossessione, stavolta, di vincere il titolo a casa sua. Esattamente quattro anni dopo, altre quattro NBA Finals e solo un campionato regalato alla sua gente, si ritrova a dover rispondere nuovamente alla domanda: restare o partire?

COME DA COPIONE. Alzi la mano chi si fosse aspettato un finale diverso delle finali tra Golden State e Cleveland. Il secco 4-0 con il quale i Warriors si sono laureati campioni NBA per il secondo anno consecutivo, e terzo negli ultimi quattro, ha palesato un incredibile dominio di Steph Curry e compagni. Non è bastato il James più in palla delle ultime stagioni, che qualche pausa soprattutto in gara 3 e 4 se l'è comunque presa. Non sono stati sufficienti neppure i momenti narcisistici dei ragazzi di coach Steve Kerr a rovinare lo spartito del team della Baia, che in alcuni frangenti hanno letteralmente giocato con gli avversari prima di chiudere la pratica con il killer che porta il nome di Kevin Durant, non a caso di nuovo Mvp delle finali.
I Cavaliers sono stati poca cosa per impensierire gli sfidanti. E proprio come le due facce di una stessa medaglia, dove finiscono i meriti cestistici di LeBron iniziano i suoi demeriti relazionali. Giocare con lui non è facile, nonostante le statistiche. Queste finali sono state giocate con il fantasma di Michael Jordan che aleggiava sia su James che sui Warriors. I paragoni su chi è il miglior giocatore e la miglior squadra di sempre li lasciamo volentieri a voi, anche perché non è questa la sede adatta per discuterne. Sono stati comunque ingenerosi i fischi dei tifosi dell’Ohio che hanno accompagnato gli ultimi minuti di gara 4 della propria squadra, che in maniera miracolosa è riuscita ad arrivare sin lì. E addirittura sono stati irrispettosi quando hanno infastidito la premiazione di Golden State, che ha meritato per gioco espresso e freddezza dimostrata di portare a casa il trofeo intitolato a Larry O’Brien.
I Warriors hanno dimostrato di essere una macchina perfetta, e che costruiti per vincere raramente falliscono. Soprattutto Curry e Durant hanno deliziato il palato dei milioni di appassionati sparsi in tutto il mondo. Il primo ha disputato, forse, le sue migliori NBA Finals rispettando il suo valore e segnando dei canestri dalla lunga distanza che ormai non fanno neanche più notizia. Del secondo rimarrà impressa la sua straordinaria performance in gara 3, con la quale ha sancito la vittoria per la sua squadra, e si è fatto apprezzare perché non ha mai voluto prendersi la scena. Ma davvero, per parlare di questi Golden State non si può fare a meno di nominare tutti i giocatori del roster, che portano sempre il loro prezioso quanto vitale contributo. Ormai ad Oakland è stata appresa una mentalità così vincente che pure il nuovo arrivato Jordan Bell sa come affrontare un appuntamento così importante. E le immagini che lo hanno visto ascoltare i consigli di un veterano come Andre Iguodala - monumentali le poche giocate di cui è stato protagonista al rientro - non possono che essere prese come monito per chiunque.

SCURO IN VOLTO. Terminata la decisiva gara 4 LeBron James ha imboccato immediatamente la via degli spogliatoi, abbracciando prima la madre e poi baciando la moglie, per scomparire dietro le porte. Il viso diceva tutto o quasi. Rammaricato per l'ennesima sconfitta in finale; frustrato perché nella storia di questo sport dovrà condividere la sua era con i Warriors; pensieroso per il prossimo futuro che lo attende: restare o partire? Inutile dire che ha la fila fuori la porta di casa, e che si è guadagnato il potere di decidere dove andare a giocare. In molti farebbero carte false per firmarlo, ma solo pochi possono permettergli di vincere domani, che è la cosa alla quale mira.
Decidere di restare a Cleveland non è affatto semplice, sotto vari punti di vista. In primis per l'ambiente, visto che il rapporto tra James e il proprietario Dan Gilbert non è mai stato idilliaco, e lo è ancor meno oggi. In secondo luogo il roster, che è ingolfato in termini di salary cap ma non è all'altezza delle altre contender. Sono complessivamente oltre 95 i milioni che percepiranno per i prossimi due anni i vari Kevin Love, George Hill, Tristan Thompson, J.R. Smith, Kyle Korver e Jordan Clarkson. E fa ridere che il solo Love, a tratti, è stato da sostegno a LeBron.

INTRECCI DI MERCATO. Di certo James non scioglierà il nodo del suo futuro molto presto, ma si limiterà a stare alla finestra e capire come si muoveranno da una parte i free-agent, o meglio dire Paul George (ufficiale il suo rinnovo ad Oklahoma City, ndr); e dall’altra i Cavaliers. Per convincerlo a restare la dirigenza di Cleveland pare abbia messo gli occhi su Kemba Walker e soprattutto Kawhi Leonard, ormai in rottura con coach Gregg Popovich. Arrivassero loro due nell’Ohio la questione si farebbe parecchio interessante, ma in termini di contropartite sono davvero poche le opzioni. Il problema, inoltre, è che se per arrivare al primo non dovrebbero esserci grandi complicazioni visto che Charlotte sembra in fase di rebuilding, per il secondo la questione si fa molto più complessa. Due i principali motivi. Gli Spurs sarebbero disposti a perderlo da free-agent l’estate prossima; il diretto interessato ha chiesto di essere ceduto o ai Lakers o ai Clippers, essendo lui di Riverside.

E qui nascono gli intrecci di mercato che vorrebbero James in procinto di trasferirsi nella Città degli Angeli (ufficiale dallo scorso primo luglio, ndr). La famiglia, ed in particolare la moglie, ha già da tempo benedetto tale trasloco. Firmando con i gialloviola Lebron non solo andrebbe in un roster giovane con giocatori talentuosi, ma potrebbe ritrovarsi come compagni di squadra il già citato Leonard e George. Quest’ultimo è dall’estate scorsa che ha fatto capire di voler andare a giocare ai Lakers, essendo di Palmdale, e adesso ha il potere di farlo. I Lakers hanno inoltre i mezzi per strappare Leonard a San Antonio, così da calare il tris d’assi.




* per il mensile BASKET MAGAZINE. Scritto il 22/06/2018