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martedì 31 gennaio 2023

Speciale. Livorno e il basket: un amore senza fine

Alle radici della pallacanestro labronica con Pielle e Libertas che sono tornate e lottano per la promozione in A2 dopo anni di anonimato lontane dalle serie maggiori. Una storia antica che si rinnova e che stimola rivalità mai sopite

Quasi ottomila spettatori per un derby

dal clamoroso record in serie B

Il basket a Livorno nasce nel dopoguerra grazie alla presenza di una base americana trovando subito terreno fertile e grandi campioni


di Giovanni Bocciero*


LA PROVINCIA è da sempre una preziosa risorsa per tutto il movimento cestistico italiano. È quel terreno fertile dove si sono scritte, e si continuano a scrivere, pagine importanti della nostra pallacanestro. Storie e personaggi che si fanno portabandiera di decine di comunità, che rendono romantico quanto mai questo gioco. E Livorno è senza alcun dubbio uno di quei fantastici luoghi dove queste storie prendono vita. Dalla storica quanto amara finale scudetto persa dalla Libertas nel lontano 1989, all’ultimo derby contro la Pielle che ha visto quasi 8 mila spettatori prendere d’assalto il Modigliani Forum, proprio come succedeva con l’allora PalaAllende. C’è un filo rosso che unisce però quegli anni a quelli odierni, e non solo per un clima al palazzo dall’illustre passato.

Livorno, una passione mai morta: una panoramica dei sostenitori
sugli spalti nel derby di dicembre (Foto ufficio stampa Libertas Livorno)

Un’eredità tramandata da padre in figlio, da Andrea Forti guardia della Livorno arrivata ad un canestro dallo scudetto, a Francesco Forti play della rinascente Libertas. «Soprattutto in questi ultimi anni, da quando il basket livornese si è riaffacciato sul panorama nazionale, è stata ricordata in diverse occasioni la finale di papà - ha esordito Francesco Forti - che per motivi anagrafici ho vissuto solo per sentito dire. Situazione analoga a quegli anni è di sicuro la voglia dei tifosi di venire al palazzetto per vedere le partite, sia in casa che in trasferta. È un affetto il loro non così scontato, perché il gruppo di sostenitori di sicuro più solido deriva da quei tifosi che andavano a fare il tifo per mio padre, e quindi hanno una certa età. Ma la loro passione che non si è mai affievolita ha portato a coinvolgere molti giovani, e questo è stato un bene per la città tutta, smuovendo l’intero ambiente».

«La pallacanestro a Livorno è sempre stato il pane quotidiano nelle case dei livornesi - ha dichiarato Tommaso Fantoni, altro giocatore livornese doc che oggi gioca per la Libertas -. Soprattutto negli anni ’80, quando c’erano due squadre di alto livello in serie A, si percepiva più interesse per il basket che per il calcio. Questo ha fatto sì che in città si respiri questa grande tradizione cestistica anche perché, nonostante nell’arco della storia ci siano state fusioni o fallimenti come un po’ ovunque, qui si mastica pallacanestro da molto molto tempo». Fantoni è stato tra gli ultimi ad aver giocato in massima categoria con un club della città. «Ho disputato l’ultima stagione di serie A 2006/07 con il Basket Livorno, e ricordo ancora l’inaugurazione del Modigliani Forum, strapieno, che fu una emozione strepitosa. Quella era una squadra esente dalla rivalità tra Libertas e Pielle, e rappresentava la città in toto. Quindi veniva seguita un po’ da ambo le parti, da quei tifosi che continuavano ad amare la pallacanestro e che non si erano offesi del fatto che c’era stata la fusione, a differenza di molti che - ha ricordato il giocatore libertassino - non seguirono più le vicende del basket perché non volevano stare insieme ai cugini».

Oggi il derby è più vivo che mai. Lo dimostrano non solo gli 8 mila spettatori che, per una gara di serie B è un vero e proprio record, ma soprattutto l’atmosfera che c’è intorno. Una sfida rianimata dalle grandi ambizioni di entrambe le formazioni livornesi, che si stanno giocando le prime posizioni in classifica. E questo ha portato intere famiglie e diverse generazioni a ritornare ad affollare le tribune. Nonni, padri, madri, figli e nipoti che alimentano la passione per la rispettiva fede, e per il basket in generale. Ma soprattutto per quella che può essere a tutti gli effetti definita la ‘festa di Livorno’, visto che l’evento ha attirato anche semplici appassionati che non parteggiano né per la Pielle né per la Libertas, ma che amano profondamente la loro città.

«Una squadra tira l’altra. È questa la pozione magica che è avvenuta in questi tre anni - ha analizzato Forti -, con l’approdo della Libertas in serie B che ha portato la Pielle ad investire nel corso di queste stagioni. E il fatto che oggi siano insieme è la soluzione migliore, perché questa rivalità sia nel panorama nazionale che cittadino spinge a migliorarsi sempre di più». «La passione non è tramontata, e per me che sono ritornato a giocare a Livorno quest’anno - ha aggiunto Fantoni - è stata una enorme e piacevole sorpresa. Non mi aspettavo un seguito di oltre 2 mila spettatori nelle partite di cartello, che per una serie B sono davvero tante. Questo è possibile grazie alle nuove leve che frequentano il palazzetto, e grazie anche ad una buona promozione nelle scuole, con la passione che si tramanda da genitore in figlio. Per questo sono rimasto a bocca aperta».

Pensieri che, espressi da due livornesi possono anche sembrare ovvi. Ma se a rimanere esterrefatto della passione che si respira in città per la pallacanestro è un giocatore esperto, che in carriera ha militato in diverse piazze calde, allora bisogna crederci senza indugiare. Il trevigiano Federico Loschi, ingaggio di spessore della Pielle, sa bene cosa significa vivere per la palla a spicchi, e infatti «ho firmato a Livorno proprio per la passione che c’è in città per la pallacanestro. Dopo due anni alla Real Sebastiani Rieti volevo tornare in A2 ma non c’era nulla di così allettante rispetto a quello che si prospettava come giocare il derby tra Pielle e Libertas, che già l’anno scorso ha richiamato circa 4 mila spettatori e quest’anno il doppio. Avendo giocato a Rieti, e nel mio passato anche a Scafati, a Brescia, a Trieste, amo queste realtà dove si sente molto il basket. Però di sicuro non mi aspettavo che Livorno fosse così empatica con i giocatori, e questo si vede nel fatto che ovunque vai e con chiunque t’incontri finisci per parlare di basket».

Non sono solo frasi fatte, è la quotidianità di una comunità che è legata in maniera inscindibile alla pallacanestro. Per questo «mi capita praticamente sempre di incontrare persone con cui parlo di basket, sia che tifano Pielle oppure Libertas - ha continuato Loschi -. Avendo due bambini e la mia compagna che mi segue ovunque, faccio una normale vita familiare. Dunque vado dal macellaio che è libertassino, e col quale prima del derby ci siamo scambiati delle battute. Oppure c’è il tabaccaio che è piellino e così non ti fa pagare. È assurdo che ovunque vai si respiri questa atmosfera. Mi è capitato addirittura di fermarmi in un alimentari a caso dove una signora mi ha riconosciuto e mi ha detto che gioco per la vera squadra di Livorno, riferendosi ovviamente alla Pielle. I livornesi vivono proprio per questo derby, per questo dualismo, ed è una roba incredibile che senti ovunque in città».

Il bel colpo d’occhio dell’ultimo derby tra Libertas e Pielle ha permesso di riaccendere le luci su una piazza che manca da troppo tempo nel basket che conta. Una piazza che può esprimere addirittura due squadre di gran livello, e che sono entrambe ambiziose. «Come Libertas abbiamo l’ambizione di riportare la squadra e la città dove le compete, e dunque il sogno è di ritornare in serie A il prima possibile - ha dichiarato Forti -. Importante è organizzare tutte quelle cose necessarie per riuscire ad essere un club di alto livello, dalla dirigenza al palazzetto». «Gli obiettivi sono di sicuro a scalare. Dato il campionato che affrontiamo vogliamo arrivare nelle prime quattro posizioni - ha aggiunto Fantoni -, che ci permetterebbe di arrivare ‘al bello’ con la disputa dei playoff. Questo sarebbe già un buon risultato nella programmazione della società che è rinata dalle proprie ceneri e si sta facendo le ossa. Se arrivasse la promozione ben venga, altrimenti resteremo in cadetteria con l’intento, grazie alla proprietà, di affrontare sempre al meglio un campionato che sarà ancora più assottigliato vista la riforma di quest’anno».

Il derby dell'8 dicembre al PalaModigliani è stato vinto dalla Pielle 61-59
La rivincita è in programma il 5 aprile (Foto ufficio stampa Libertas Livorno)
 

Se sulla sponda Libertas si punta alla promozione, senza alcun timore di essere smentiti, anche dal lato Pielle si nutrono forti aspettative su quello che potrebbe essere il salto di categoria. «Ad inizio anno, quando sono stato presentato, quasi non conoscevo nessuno dei nuovi compagni di squadra, eppure - ha dichiarato Loschi - si parlava di grandi ambizioni. Venendo da due anni dove con Rieti ho giocato nella squadra più forte del campionato, senza riuscire a vincerlo, puntare alla promozione mi sembrava difficile. Invece, allenandomi tutti i giorni con loro da sei mesi ormai, mi sono reso conto che dobbiamo e possiamo arrivare fino in fondo. Siamo una squadra giovane, che si allena bene, e adesso che ci siamo fatti un’idea più concreta del campionato affrontando anche formazioni forti ed importanti, posso dire che possiamo vincere». Causa infortunio, Loschi è stato costretto a guardare il derby da fuori, ma scalpita nel rientrare per prendersi tutto l’affetto della sua tifoseria. «A livello personale sono infortunato da abbastanza tempo, quindi con la ripresa del campionato rientro quasi come fossi un nuovo acquisto. Ma ho dato tutto quello che potevo prima di fermarmi e darò tutto quello che posso adesso che ritorno - ha concluso il giocatore piellino - essendo comunque uno dei due giocatori più esperti del roster».


Come eravamo: Fantozzi, Dell'Agnello e quegli anni ruggenti

LIVORNO manca da ben sedici anni in serie A. Era la stagione 2006/07 quando il Basket Livorno terminò il campionato in ultima posizione facendo scivolare un’intera piazza nel dimenticatoio della pallacanestro italiana, pur provando più volte a rinascere dalle sue stesse ceneri. Il basket livornese è comunque un punto di riferimento importante per il movimento cestistico nostrano, tant’è che fonda le proprie radici «nel dopoguerra, grazie all’influenza proveniente dalla base americana - ha ricordato Alessandro Fantozzi - situata nei pressi della città. Questo fece conoscere e poi sviluppare questo amore e questa passione per il basket divenuta col tempo inscindibile per il mondo sportivo livornese. Questo legame storico con la pallacanestro ha rappresentato, e rappresenta, la città di Livorno».

Nel 1947 nasceva la Libertas, con la quale Fantozzi ha disputato la finale scudetto del 1989; la Pielle vedeva la luce invece nel 1960 (come Portuale), arrivando a lanciare negli anni successivi Sandro Dell’Agnello, per il quale «la pallacanestro a Livorno ha una storia di lunga data, consolidata nel tempo, con gli appassionati sempre pronti a seguirne le vicende con grande passione e fermento. Ovvio che gli si deve presentare un qualcosa di accattivante. Quest’anno le due principali squadre livornesi hanno allestito due roster molto competitivi e i risultati, in campo e fuori, si stanno vedendo. Specialmente nel derby che è una rivalità storica e lontana negli anni».

Terza in comodo, con molti più successi a livello giovanile, la Don Bosco, che ha comunque contribuito a rendere importante Livorno nel panorama cestistico nazionale. Pielle e Libertas hanno raggiunto l’apice negli anni ’80, disputando degli storici quanto accesi e bellissimi derby in massima serie. Successivamente entrambe le società sono fallite, con una costola della dirigenza Libertas che assorbendo proprio la Don Bosco ha provato a far ripartire la vecchia realtà, divenuta poi una fusione delle varie compagini. Cosa che ha portato alla nascita del Basket Livorno, per certi versi la squadra che rappresentava tutta la città, e che è stata l’ultima formazione ad aver calcato i parquet di serie A, prima di fallire nel 2009. Nel 2000 intanto, la Pielle ha provato a rinascere dalle sue ceneri. Ha iniziato a disputare i campionati di livello più basso, venendo promossa prima in serie D nel 2007, poi in serie C2 nel 2014, e infine in serie B due stagioni fa dopo aver sfiorato in due occasioni precedenti la promozione, una proprio contro gli acerrimi rivali.

«In tutte le città dove c’è una grande passione per uno sport, nel momento in cui ci sono due fazioni, il derby diventa un momento di grande coinvolgimento per tante persone - ha continuato Dell’Agnello - che magari normalmente se ne disinteressano. La rivalità tra Pielle e Libertas non si è mai sopita, e adesso che può essere rinverdita ad un ottimo livello, con due squadre che stanno primeggiando in serie B, la gente è ancor più partecipe e si fa sentire. Quello che mi fa piacere e che mi è stato raccontato, non potendo essere presente al derby, è che il Modigliani Forum, che è uno degli impianti più belli d’Italia, era pieno. E nonostante il grande afflusso di pubblico tutto si è svolto in un clima di grande correttezza. Questo mi rende felice due volte, sia per il folto pubblico che per la correttezza che hanno tenuto le due fazioni, tra di loro molto rivali».

Coach Sandro Dell'Agnello, livornese doc,
nell'immagine ai tempi di Caserta (Foto Iodice)

L’ultimo derby di Livorno disputato lo scorso 8 dicembre ha suscitato davvero tanto clamore, soprattutto a livello mediatico. Ha fatto così tanto da cassa di risonanza, riposizionando la città sulla mappa della nostra pallacanestro, che è stata strappata alla federazione la promessa di disputare il prossimo impegno della nazionale. Italia che affronterà l’Ucraina il prossimo 23 febbraio, in occasione dell’ultima finestra Fiba per le qualificazioni al Mondiale 2023. Obiettivo già raggiunto dagli azzurri del ct Pozzecco. E proprio il Modigliani Forum potrebbe fare da cornice a quell’incontro: manca l’ufficialità, ma ci sono tutte le premesse affinché ciò si realizzi.

Dopo il primo fallimento, la Libertas ha salvato il patrimonio del settore giovanile unendosi alla Liburnia, realtà nata nel 1979. A piccoli passi, nel 2017 è arrivata la promozione in serie B. Un traguardo macchiato però dalla successiva doppia retrocessione sino alla C Silver. Così nel 2019 è stata rifondata l’attuale Libertas, che ha acquistato il titolo del campionato cadetto dalla Stella Azzurra Roma, e nelle ultime due stagioni ha sfiorato il salto di categoria in A2. «Il derby è uno scontro che va al di là dello sport. È una stracittadina - ha aggiunto Fantozzi - che ha luogo in un comune comunque piccolo come quello di Livorno, con le passioni e la voglia di confrontarsi che ricade anche e soprattutto nei rapporti tra famiglie. Ai tempi d’oro, quando Libertas e Pielle militavano entrambe in serie A, non c’era una famiglia che non avesse qualche tifoso per l’una o l’altra squadra. Oltre ad esserci fidanzati che magari erano delle parti opposte e che per un giorno o una settimana non si parlavano. Questo fa parte anche della goliardia livornese e del nostro modo di essere molto passionali».

L’elenco dei protagonisti della nostra pallacanestro che ci ha regalato la città di Livorno è davvero molto lungo, tra giocatori e allenatori. Dell’Agnello ha iniziato la sua carriera di tecnico proprio con il Basket Livorno, guidato per tre stagioni fino al fallimento. Fantozzi si è ritirato da atleta a 44 anni giocando in serie C con la Libertas Liburnia, mentre nella passata stagione ha allenato la rinata Libertas. Segno inconfondibile che da livornesi doc sono rimasti legati alla loro identità.

«La pallacanestro livornese sta avendo un bell’impulso con le nuove realtà - ha osservato Fantozzi -, ed è evidente dal folto pubblico che ha partecipato all’ultimo derby. Le società attuali stanno facendo degli sforzi per cercare di rispolverare gli antichi fasti dei due club. È un percorso non semplice, dove si intrecciano tante componenti, ma la speranza da livornese è che si possa ritornare a vedere un derby in serie A. È una cosa estremamente complicata e difficile - ha concluso il libertassino -, ma la speranza è l’ultima a morire». «L’auspicio è che ci siano le basi affinché la città possa rivedere la pallacanestro in serie A. La toccata e fuga non servirebbe a nessuno - ha dichiarato il piellino Dell’Agnello -, per questo auguro ad entrambe le società di consolidarsi sempre di più e che possano presto riportare la massima categoria in città».


* per la rivista Basket Magazine

martedì 3 gennaio 2023

Il video racconto: Scafati sotterra Napoli 96-61

Scafati sotterra Napoli 96-61



Giovanni Bocciero*


SCAFATI-NAPOLI 96-61

PARZIALI: 21-15; 40-29; 73-47.

SCAFATI: Stone 10, Thompson 4, Okoye 21, Caiazza 1, Mian, Pinkins 24, De Laurentiis n.e., Rossato 7, Imbrò 4, Butjankovs 4, Tchintcharauli, Logan 21. All. Caja, Ass. Ciarpella.

NAPOLI: Zerini 3, Howard 14, Johnson 3, Michineau 9, Dellosto 3, Davis 6, Uglietti 6, Williams 8, Stewart 9, Zanotti, Sinagra n.e., Grassi n.e.. All. Buscaglia, Ass. Pancotto.

ARBITRI: Carmelo Lo Guzzo di Pisa, Lorenzo Baldini di Firenze e Daniele Valleriani di Ferentino (FR).

Nella bolgia del PalaMangano, strapieno, è andato in scena il derby campano di serie A tra Scafati e Napoli. Un derby che mancava dal 3 maggio 2017, quando Avellino sfidò e battè Caserta per 79-75. Compagni di squadra con la casacca degli irpini Logan e Zerini, oggi rivali. Per una gara tra le due compagini in questione, in massima serie, bisogna addirittura ritornare al 13 aprile 2008, quando Napoli battè al PalaBarbuto Scafati per 69-59. Al termine di quella stagione però, gli azzurri furono estromessi dal campionato e gli scafatesi da fanalino di coda retrocessero.

Primo tempo

Pronti via, sono i padroni di casa che prendono subito in mano le redini del gioco. Anche senza tirare particolarmente bene, gli uomini di coach Caja mettono punti a referto con un Pinkins ispirato, che ad inizio secondo quarto già è in doppia cifra, mentre appena dopo l'intervallo scollina quota 20 punti personali. Napoli fatica a trovare la via del canestro, anche e soprattutto perché sbatte più volte contro il muro difensivo eretto dagli avversari. A rimpinguare il bottino ospite è colui che non ti aspetti, quel Michineau che riesce un paio di volte a penetrare nel cuore dell'area scafatese, segnando o guadagnandosi i liberi. La verve offensiva del solito Howard permettono a Napoli di rimanere quantomeno incollata col punteggio, ma l'esterno è stato troppo altalenante per prendersi in spalle la squadra nei momenti di grande difficoltà. E se Williams fosse stato più preciso ai liberi si poteva anche limare qualcosa in più allo svantaggio arrivato al massimo sul 38-25 proprio sul finire del primo tempo. Una distanza scavata da quel genio di Stone che mettendosi in proprio ha mandato a bersaglio una tripla con la quale ha raggiunto la doppia cifra personale e gasato l'intero impianto.

Secondo tempo

Sugli spalti è stata una contesa anche tra tifoserie, mentre in campo Scafati è entrata ancor più decisa dopo l'intervallo. Logan, dopo aver sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, infila la prima tripla di serata dando il là al parziale casalingo (+30 sul 66-36 al 26'), segnando 16 punti in poco più di 6' di gioco. Stone, nella ripresa non ha più segnato, ma in compenso è arrivato a 11 assist rendendosi artefice della migliore azione difensiva: recuperata palla, ha condotto la transizione e regalato un cioccolatino ad Okoye che ha schiacciato a due mani. Pubblico in visibilio e gara che ha preso una direzione piuttosto decisa. Con lo stesso Okoye che ha infilato due triple, e Pinkins che ha tirato giù 11 rimbalzi. Il resto del match è stato praticamente garbage time, con Napoli che ha provato a limare il passivo. Ma con un Johnson peggiore in assoluto ed impalpabile per tutta la contesa, non è riuscito neppure quello. Mentre invece Logan con uno step-back dall'arco ha fissato il parziale sul 93-53. Nel finale c'è stata gloria anche per il giovane Caiazza, a segno dalla linea della carità a completare la serata magica per Scafati.

Post partita

Dopo la pesante sconfitta, Napoli si è chiusa in silenzio stampa e l'esperienza di coach Buscaglia - che non ha certo ricevuto le risposte giuste dalla squadra - sembra essere arrivata al capolinea. Ma i problemi della compagine azzurra non sembrano essere solo mentali, ma è evidente che ci sono delle lacune nel roster in termini di talento e leadership. Coach Caja ha invece elogiato i suoi giocatori e la società, per essere intervenuta in maniera celere in sede di mercato. Ma il tecnico non vuole fare voli pindarici, «guardo chi abbiamo dietro e non chi c'è davanti. Siamo una neopromossa e dobbiamo pensare a salvarci. Sono arrivato che eravamo ultimi, quindi la Final Eight di Coppa Italia non è un nostro obiettivo. Prima capiamo che dobbiamo trovare il nostro equilibrio, il nostro sistema di gioco, e prima riusciremo a migliorare ancora di più».


lunedì 19 dicembre 2022

Il Regno Unito per il basket: un bacino dal potenziale incredibile

Il Regno Unito per il basket:
un bacino dal potenziale incredibile


di Giovanni Bocciero*


Spesso basket e Regno Unito nella stessa frase quasi stonano. Almeno per quanto riguarda la Bbl, ovvero la British Basketball League. La pallacanestro oltremanica non è mai riuscita ad attecchire veramente. Nonostante la Nba ci provi da anni con il match della stagione regolare che viene disputato regolarmente in un impianto all’avanguardia come la o2 Arena di Londra. Due settimane fa c’ha provato persino la Ncaa, che ha portato quattro università, tra cui due nobili come Michigan e Kentucky, a giocare due match di campionato. Ambiente caldo, atmosfera bella, ma i 20mila posti dell’arena non sono andati proprio esauriti.

Eppure, nel viaggio appena fatto a Londra abbiamo potuto vedere come in realtà il basket attecchisca molto tra i giovanissimi, con playground ben tenuti e molto diffusi. In meno di un miglio, circa 1,5 km,  ne abbiamo trovati addirittura tre, due pubblici ed uno incastonato, o forse meglio dire nascosto, in una scuola elementare. La fascia d’età fino all’adolescenza è senz’altro quella più avvezza alla pratica del basket, poi qualcosa s’inceppa. C’è un intoppo che polverizza un enorme bacino d’utenza, ed è così che giocatori inglesi come Carl Wheatle, oggi a Pistoia, o Quinn Ellis, in prestito a Casale da Trento, preferiscono lasciare giovanissimi il loro paese per provare a crescere e maturare altrove.


Nelle ultime stagioni la lega britannica ha aumentato il proprio livello, di poco paragonabile ad una nostra A2, anche perché per una questione fiscale sono riusciti ad aumentare il tetto degli ingaggi permettendosi così giocatori di buona caratura. Con il crescente aumento dei giocatori americani, di conseguenza si è alzata la competitività, con palazzetti belli, pieni, e con una discreta copertura televisiva. Senza il rischio retrocessione, il modo di operare si avvicina molto a quella che è la realtà statunitense, con una programmazione che vede disputare partite durante la settimana ed anche più di una in fila all’altra per poi avere diversi periodi di pausa.

La maggior parte dei club del campionato britannico sono comunque molto legate alle realtà universitarie, per questo utilizzano le loro strutture. Le società che nel corso degli anni sono riuscite a costruirsi le proprie arene, come Newcastle o Leicester, hanno iniziato anche a fare una buona attività di academy, come ci ha raccontato Domenico Pezzella, gm di Chieti e procuratore che ha portato diversi atleti a giocare in Gran Bretagna. Seppur ci sia un discreto seguito, gli stessi London Lions che disputano l’Eurocup, non sempre giocano alla 02 Arena, la quale sarebbe effettivamente difficile da riempire con i suoi 20mila posti se non per un match davvero di cartello. Alla fine il calcio la fa sempre da padrone, e purtroppo la Bbl sembra destinata a rimanere un campionato un po’ mediocre, seppur la Nba e da poco anche la Fiba spingano per attrarre soprattutto il mercato legato alla città di Londra.


Phil, appassionato inglese di basket, ci ha raccontato che per loro la pallacanestro è la Nba e non l’Eurolega, che segue poco e della quale conosce pochissimi giocatori. Questo allontana ancor di più il Regno Unito dall’Europa, non solo per questioni politiche. Abbiamo però detto che diverse squadre professioniste utilizzano strutture delle università, eppure non riescono ad incanalare gran parte del bacino di ragazzini che sin da piccoli giocano a basket. Un problema è la scarsa bravura degli allenatori, ci ha raccontato invece Mark, i quali hanno dei grossi limiti sia tecnici che tattici. E’ per questo che alcuni ragazzi provano ad andare a giocare all’estero, in particolar mano nelle high school e poi nei college statunitensi. Perché lì possono misurarsi con avversari e allenatori preparati.

Un vero peccato, perché non tutti possono permettersi di lasciare il proprio paese, non solo per una questione economica ma anche affettiva. E fa ancor più riflettere che mentre l’ippica riceve all’incirca 18 milioni di euro annui dallo stato come sostegno per le proprie attività, il basket non percepisce nulla, nessun tipo di sostentamento statale. Sembra quasi che la pallacanestro sia trattato come uno sport per privilegiati, ci ha continuato a dire Phil, anche se in realtà è quello maggiormente praticato per strada e tra i ragazzini. Non è un caso se gli ultimi Europei sono stati trasmessi da 23 paesi partecipanti, sia su tv in chiaro che private, e solo in Gran Bretagna no. Alla fine, sembra essere solo questione prettamente culturale, quando in realtà il paese potrebbe essere un bacino non indifferente per il basket mondiale.


* per la testata Basket Magazine

La Ncaa a Londra, atmosfera, colori e storie

La Ncaa a Londra, atmosfera, colori e storie


di Giovanni Bocciero*

Non è stata la sua innata bellezza, rappresentata da monumenti come il Big Ben o il Tower Bridge, oppure le luci natalizie che in questo periodo rendono ancora più magica Piccadilly Circus. Londra è stata meta di centinaia di tifosi ed appassionati della Ncaa, noi compresi, per l’evento del London Showcase organizzato dalla Basketball Hall of Fame di Springfield all’impianto della 02 Arena. Un ritorno in Europa e in particolare nel Regno Unito per il college basket a distanza di qualche anno, dopo le esibizioni di Belfast, e soprattutto dopo essersi messi quasi completamente alle spalle la pandemia. In campo domenica scorsa quattro università, antipasto con la sfida tra Maine e Marist e piatto forte rappresentato dall’incontro tra due grandi nobili come Michigan e Kentucky.

Non c’erano di certo manifesti e cartelloni pubblicitari a ricordare l’evento di pallacanestro londinese, così come ad esempio avviene a Roma per il Sei Nazioni di rugby per intenderci. E non è successo di imbatterci nelle squadre o in tifosi in giro per la città. Ma man mano che si avvicinava l’ora del big match tra Wildcats e Wolverines, bastava andare in metropolitana in direzione di North Greenwich per iniziare a scorgere qualche felpa di entrambe le fedi sotto al cappotto, o qualche accessorio come sciarpa e cappello che si mimetizzavano tra i vagoni spesso affollati.

Più ci si avvicinava all’arena e più l’area si faceva frizzante, come è logico che avvenga per ogni evento di cartello. Tanti i tifosi americani che si sono imbarcati nella trasferta transoceanica per non perdersi questo appuntamento, come due coppie in particolare. Liam, sfegatato tifoso Cats, e Maeve, con t-shirt sulla quale campeggiava la scritta Michigan e riempita da un pancione in dolce attesa. Oppure Karl e Maggie, entrambi provenienti dal Kentucky ma lui sostenitore della Big Blue Nation e lei parteggiate per gli acerrimi rivali dei Cardinals di Louisville. L’amore e qualche birra, alla fine, mette tutti d’accordo.

Una tifosa dei Wildcats a bordo campo si fa scattare una foto
mentre Hunter Dickinson completa il riscaldamento

I 20 mila posti della O2 Arena, ad onor del vero, non erano esauriti ma il calore non è mancato. Tant'è che il centro di Kentucky Oscar Tshiebwe nel post partita ha detto di essersi sentito come a casa. Nonostante l'importanza però, questo evento non era targato Nba, come ci ha ricordato Phil, un appassionato inglese che si è accomodato in tribuna con la sua bella casacca dei Sacramento Kings. Sul retro il nome di DeMarcus Cousins, giocatore che ci ha detto di amare alla follia e per questo, di riflesso, diventato un tifoso di Kentucky anche se non segue le vicende sportive della squadra in maniera continua. Tifa Duke l’amico Mark, anche lui di riflesso perché ama i Boston Celtics ed in particolare Jayson Tatum che proprio dall’università di Durham è uscito. Ma anche se in campo non c’erano i Blue Devils, a questo incontro non si poteva mancare.

Oh, e qui apriamo una piccola parentesi. Il buon Mark, insieme a Phil, non sono voluti mancare alla partita anche perché nell'impianto non mancano gli svaghi al termine dell'incontro. Più così come altri diversi locali di più o meno famose catene, bar, sale giochi, negozi di lusso e chi più ne ha più ne metta. E solo due giorni prima l’arena aveva ospitato un concerto. E dopo circa un’ora dalla sirena del match, il tempo di andare in conferenza stampa, gli addetti avevano già smontato metà parquet per preparare l’arena all’evento successivo. Siamo anni luce indietro.

Per onor di cronaca, perché non dobbiamo dimenticare che siamo stati lì particolarmente per veder giocare le squadre, nella prima gara Marist l’ha spuntata 62-61 su Maine che ha avuto due tiri consecutivi per vincerla. Kentucky ha invece battuto Michigan 73-69 dopo un match equilibrato con una folata per tempo. I ragazzi di coach Juwan Howard hanno provato la rimonta finale con un Hunter Dickinson (23 punti e 9 rimbalzi) che nel secondo tempo ha dominato sotto canestro. Ma i cinque giocatori in doppia cifra e soprattutto il computo dei rimbalzi da 46 a 33 ha premiato meritatamente i Wildcats di coach John Calipari.

E pace per Michael e Daniel, i fratelli di Ann Arbor arrivati a Londra per sostenere i Wolverines con tutto il loro affetto. Persino indossando due costumi da mucca con sopra le magliette della squadra a celebrare l’uno lo stesso Howard (no. 25) e l’altro l’indimenticato Trey Burke (no. 3) che nel 2013 trascinò Michigan fino alla finale per il titolo persa contro Louisville. Rispetto ad una classica gara di college mancavano le bande musicali e le cheerleader, ma il punteggio non ha mai condizionato l’atmosfera della partita con i tifosi sparsi un po’ a macchia di leopardo sulle tribune e pronti ad intonare i noti cori ‘Go Blue’ e ‘Big Blue Nation’.

L’atmosfera, gli spalti, le attività collaterali. E persino il viaggio di ritorno in metropolitana ha regalato un quadretto interessante. Seduti l’una di fronte all’altra due coppie di tifosi sui 60 anni circa. Quella di sinistra tifosa di Kentucky. Quella di destra parteggiante di Michigan. A rompere il ghiaccio la donna del Kentucky: “Una partita con meno di cinque punti di scarto è sempre una bella partita”, riferendosi agli ‘avversari’. “Absolutely”, la risposta secca dell’uomo del Michigan. E poi hanno continuato a chiacchierare della partita, della città, dell’odio comune per Michigan State che proprio in occasione dello scorso Champions Classic ha battuto i Wildcats, per finire a parlare delle proprie vite personali, come l’uomo del Kentucky che ha raccontato di aver lavorato per un periodo proprio ad Ann Arbor.

Scendendo dalla metropolitana, e chiudendosi le porte del vagone alle spalle, è terminata questa avventura a contatto, seppur per poche ore, con quell’ambiente del quale siamo follemente appassionati. “È stata un’esperienza incredibile e di crescita”, come detto all’unisono dai due allenatori, pronti a ritornare negli States per gettarsi a capofitto nel momento clou della stagione.


* per la testata BasketballNcaa.com

mercoledì 16 giugno 2021

Basket Minors. Ale Gentile torna alle origini, nella sua Maddaloni partitella tra amici

Basket. L'Olympia Maddaloni ha ospitato Alessandro Gentile per una partita tra amici

Lo sport è vita, aggregazione, inclusione, amicizia. Quante volte avete pronunciato o solo sentito dire queste affermazioni. Magari ai più suona addirittura come uno slogan vuoto, come quella pubblicità vista e rivista in televisione. Nulla di più sbagliato. Davvero. Capita che una sera del mese di giugno, nonostante le difficoltà che ormai tutti stiamo vivendo in questo periodo di Covid, un gruppo di amici ancora riesca a riunirsi in palestra per il solo gusto di giocare a pallacanestro. Il campionato di Promozione al quale sono iscritti non è stato disputato, eppure da febbraio i ragazzi dell'Olympia Basket Maddaloni non smettono di allenarsi. Per il gusto di farlo appunto, di sentire il pallone rimbalzare, per ascoltare il 'ciuff' ad ogni canestro, e non importano la fatica, il sudore e i sacrifici da fare per stare lì, in palestra.

Tra gli amici di questi ragazzi, compagno d'infanzia e soprattutto di squadra quando ancora si giocava a livello giovanile, c'è anche Alessandro Gentile. E allora è un attimo. Tra amici di lunga data ci si sente e ci si messaggia ancora. Alessandro ora è a casa perché ha deciso spontaneamente di finire anzitempo la stagione agonistica dopo aver contratto il Covid in quel di Madrid, dove stava giocando con l'Estudiantes. E allora un messaggio per chiedere come stai, presto si tramuta in un invio a fare allenamento. L'ok di Alessandro avvia un tam tam tra gli amici che vede presto unirsi anche Domenico Marzaioli, in forza da due anni alla Scandone Avellino.

Tutto organizzato dunque, appuntamento come da routine al PalaFeudo, la palestra della scuola elementare Brancaccio dove ha avuto inizio l'escalation dell'allora Artus Maddaloni. Neanche a dirlo che tra i venti ragazzi in campo tutti vantano un'esperienza in quello che all'inizio degli anni 2000 era uno dei più floridi vivai della regione Campania e del Sud Italia. Venti ragazzi compresi tra i 35 e i 21 anni - tra i quali anche Francesco Della Peruta e Ivano Ragnino che hanno indossato nelle ultime stagioni la casacca della Pall. San Michele Maddaloni tra serie B e C Gold - e che insieme contano la partecipazione a ben 5 Finali nazionali, ovviamente di diversa categoria ed annata, e svariati altri titoli a carattere regionale.

Tra crossover, tiri dai nove metri, passaggi no-look, difese dure, sorrisi, pacche sulle spalle e sfottò mai così ben accetti, è andata in scena un'amichevole spettacolo con l'assenza purtroppo del pubblico, in rispetto di quelle che sono le disposizioni anti-Covid. Ma siam convinti che qualche giocata avrebbe strappato applausi a scena aperta. Insomma si è svolta una serata di divertimento, che si è avvicinata a quella normalità che da mesi ormai ci sembra solo un lontano ricordo, inseguendo quella innata passione per la pallacanestro. Ma soprattutto tra amici veri. L'Olympia Basket Maddaloni è nata proprio fondandosi su questi valori. E poco importa la categoria, l'importante è sentire sempre il rumore di quel pallone che rimbalza.



mercoledì 12 maggio 2021

Speciale. Trent'anni fa lo Scudetto di Caserta

La Stella del Sud - Il 21 maggio 1991 Marcelletti, Gentile ed Esposito portavano per la prima volta al Sud il titolo italiano battendo la Philips di Mike D'Antoni

JUVE CASERTA, LO SCUDETTO DEL RISCATTO

Il presidente dell'epoca Gianfranco Maggiò, il coach Franco Marcelletti e il capitano Nando Gentile, rievocano l'impresa della squadra che superò le tradizionali potenze del Nord a coronamento di cinque anni esaltanti. Una storia che inizia per la passione e il coraggio di Giovanni Maggiò e con un Palasport costruito in soli cento giorni

Tanjevic, Sarti, Giannoni gli altri artefici di un miracolo costruito valorizzando i talenti locali. La svolta si ebbe rinunciando ad Oscar e Glouchkov e dando fiducia a Marcelletti, un altro casertano. Orgoglio per il glorioso passato, amarezza per un presente modesto, ma Gentile è al lavoro per restituire alla città le emozioni di un tempo.



di Giovanni Bocciero*



Il roster dei Campioni d'Italia (Foto archivio Carlo Giannoni)
Sergio Donadoni (guardia, 1969, 200 cm), Tellis Frank (ala, 1965, 207 cm), Cristiano Fazzi (play, 1972, 181 cm), Francesco Longobardi (guardia, 1969, 200 cm), Massimiliano Rizzo (centro, 1969, 204 cm), Giacomantonio Tufano (centro, 1969, 208 cm), Vincenzo Esposito (guardia, 1969, 194 cm), Sandro Dell'Agnello (ala, 1961, 203 cm), Ferdinando Gentile (play, 1967, 190 cm), Charles Shackleford (centro, 1966, 207 cm), Allenatore Franco Marcelletti, Assistente Maurizio Bartocci, impiegati anche Damiano Faggiano, Giuseppe Falco, Claudio Acunzo, Luigi Vertaldi e Virgilio Vitiello


21 MAGGIO 1991. Non c’è casertano che non sappia cosa è successo quel giorno. Una data che si ricorda come il proprio compleanno. Quel giorno rappresenta un pezzo di storia per la città di Caserta che festeggiava la vittoria dello scudetto grazie all’impresa della Juve. Un obiettivo rincorso a lungo e raggiunto come il finale di un libro giallo. Tutti conosciamo tutto a riguardo. A distanza di trent’anni però, questo è un anniversario davvero importante, intriso di orgoglio ma anche di malinconia, con la speranza di poter tornare a rivivere emozioni di quel genere. Un avvenimento rappresentativo, oggi più che mai, come l’emblema della piccola provincia italiana che riesce a competere e addirittura a vincere contro le corazzate soprattutto del Nord Italia. Quel trionfo è stato reso possibile grazie alla visione di un uomo, il Cavaliere Giovanni Maggiò, che ha trascinato i propri collaboratori e investito nella costruzione del PalaMaggiò. Impianto imprescindibile per i risultati raggiunti dalla Juve Caserta e per questo un tutt’uno con il tricolore.
«Più passano gli anni e più ci si rende conto che - ha esordito Gianfranco Maggiò - è stato fatto qualcosa di straordinario. Naturalmente c’è orgoglio e soddisfazione per aver realizzato un vero e proprio sogno. E man mano che passano gli anni, appunto, si capisce meglio la portata di ciò che è stato realizzato. Non posso nascondere che oltre all’orgoglio per quanto è stato fatto c’è anche una certa amarezza nel vedere che il teatro dove è stato realizzato tutto ciò, ovvero il PalaMaggiò, è stato in qualche modo abbandonato. Dico questo perché le due cose sono collegate. Lo scudetto, ovvero il sogno raggiunto, non si sarebbe realizzato senza quell’impianto».

IL PALAZZO, COSTRUITO IN CENTO GIORNI pur di garantire la serie A alla squadra e alimentare quel sogno nel quale ha creduto da pioniere Giovanni Maggiò. Il presidente visionario che purtroppo, come altri protagonisti della scalata della Juve Caserta, non ha potuto festeggiare il successo perché strappato alla vita. «Lo scudetto è soprattutto di mio padre - ha smorzato Gianfranco Maggiò -, perché se non ci fosse stato lui, con il suo coraggio, con la sua capacità di trascinare i collaboratori, con l’intuizione di realizzare il PalaMaggiò non saremmo mai arrivati a quel punto. Detto ciò, una delle più grandi soddisfazioni che ricordo quando abbiamo vinto è quella della premiazione, che avvenne a Caserta nel mese di settembre perché prima non si premiava a fine gara. Ebbene, a questa premiazione parteciparono molti degli atleti che avevano giocato per la Juve Caserta addirittura in serie C. Segno che quando si raggiunge un risultato del genere il merito è di tutti quelli che hanno lavorato per tale obiettivo. C’è stato un pianeta, ovvero Giovanni Maggiò, intorno al quale hanno girato molti satelliti che hanno contribuito ad illuminare la scena. Alcuni si sono elevati al di sopra degli altri, come Tanjevic che è stato un pilastro fondamentale, così come Oscar che ha tracciato la strada ai giovani, così come i dirigenti Sarti e Giannoni che sono stati importanti nella costruzione dell’intera società».
L’unica amarezza può essere derivante dal fatto che quel trionfo ha rappresentato l’apice di un percorso lungo e faticoso, piuttosto che l’inizio di una serie di altri importanti successi. «Lo scudetto è stato raggiunto dopo vent’anni di lavoro, di sacrifici, ed era inevitabile che quel successo rappresentasse l’apice di tutto. In seguito qualche errore può essere stato commesso - ha continuato Gianfranco Maggiò -, ma resto dell’idea che l’entrata della pallacanestro nel professionismo con la legge del ‘91, coincisa proprio con la vittoria del nostro scudetto; e poi la sentenza Bosman del ‘94 abbiano tarpato le ali ad una società come la nostra che aveva fondato tutta la sua attività sul settore giovanile, e dunque sulla crescita dei ragazzi in casa. Queste nuove normative e regolamentazioni hanno vanificato la nostra programmazione facendo lievitare i costi. Noi avevamo anche l’onere del fabbricato sulla gestione della società e quindi praticamente quello che poteva essere un punto di arrivo, ma contemporaneamente un punto di partenza per il futuro, è andato in contro a delle difficoltà di natura imprevedibile che hanno fatalmente modificato in maniera quasi irreversibile tutto il programma che era stato fatto».

Il gm Giancarlo Sarti, il presidente Gianfranco Maggiò,
il coach Franco Marcelletti (Foto archivio Carlo Giannoni)

ALLA PARI DEGLI ATLETI IN CAMPO, il PalaMaggiò è stato un pezzo del puzzle che ha permesso alla società bianconera di raggiungere le vette del basket italiano ed europeo. E non si può scindere dalla vittoria dello scudetto. «Ricordo perfettamente che quando incontrai i dirigenti del Real Madrid ad Atene per la finale di Coppa delle Coppe - ha rivelato ancora Gianfranco Maggiò - loro ci dissero che ammiravano la nostra società non solo per la squadra di livello ma soprattutto per il fatto che ci eravamo dotati di un nostro palazzo molto avveniristico e funzionale per l’epoca».
Ed è proprio per garantire un futuro all’impianto che Gianfranco Maggiò ha ricoperto nelle ultime stagioni il ruolo di presidente onorario della Juve Caserta. Mentre oggi, da osservatore esterno, guarda con fiducia al nuovo club cittadino della JC Academy impegnato in C Silver. «Ho ricoperto quel ruolo nella vecchia società con la speranza di riuscire in qualche modo a dare una mano alla risoluzione del problema legato al PalaMaggiò. Purtroppo non ci sono riuscito e ne sono dispiaciuto. In questo momento non ho nessuna paura che la pallacanestro possa perdersi a Caserta perché sono molto fiducioso della nuova società del presidente Farinaro, persona serie e dalla grande passione ed etica. Finalmente vedo la Juve Caserta in buone mani. Anche se si deve ripartire dalla serie C, ricostruendo l’attività giovanile, il presidente e i suoi collaboratori hanno le capacità, l’umiltà e l’ambizione per riuscirci. Bisogna avere pazienza perché non si può fare tutto dalla sera alla mattina».

LA VITTORIA DELLO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha avuto il merito di avere come protagonisti tanti casertani, dal coach Franco Marcelletti al play Nando Gentile, alla guardia Enzo Esposito, a Sergio Donadoni. Persone che non solo competevano per vincere, ma anche per portare in alto il nome della propria città.
«È stata una grande soddisfazione, ancor più grande per me che sono casertano - ha esordito Marcelletti -, perché abbiamo fatto qualcosa paragonato ad un miracolo, ma che di miracolo ha ben poco. Per arrivare a quello scudetto ci sono stati anni e anni di duro lavoro, nei quali abbiamo affrontato e battuto avversarie come Milano, Roma, Cantù, Pesaro. Tutte squadre che giocavano una pallacanestro di altissimo livello. E se ci siamo riusciti è grazie al progetto iniziato dal presidente Giovanni Maggiò che ha garantito la costruzione del palazzo senza il quale non si sarebbe potuto giocare in serie A».
Il percorso della Juve Caserta è stata una gran bella avventura, destinata però come tutti i cicli a finire. «Negli anni di Tanjevic, con la promozione in A, e poi successivamente con me siamo sempre stati tra le prime in classifica arrivando a giocarci tante finali. Non so se dopo la vittoria dello scudetto si sarebbe potuto fare di meglio - ha spiegato Marcelletti -, perché comunque essere costanti comporta tanti costi e la famiglia Maggiò ha fatto davvero tanto. Quasi ogni grande piazza del nostro basket ha affrontato momenti difficili ed è dovuta ripartire dal basso. Ricordo che Gianfranco Maggiò rifiutò offerte stellari da Roma per Gentile, tutto per realizzare il sogno scudetto. La scomparsa del cartellino nel ‘96, ha rappresentato di sicuro uno svantaggio per una società come Caserta che puntava molto sulla valorizzazione dei giovani ritenuti un patrimonio».
In città l’amore per la pallacanestro non potrà mai scomparire, neppure a distanza di anni. Ne è convinto Marcelletti che «parlo con tanti amici casertani e la passione per la pallacanestro non scompare. Oggi in città oltre alla nuova società ci sono tanti piccoli centri minibasket che mantengono vivo questo sentimento. Quindi la cultura cestistica non abbandonerà mai la città, anche perché se stiamo a parlare dello scudetto dopo trent’anni significa che il seme che abbiamo piantato è ancora vivo. Ma per ritornare ai fasti del passato c’è bisogna di giovani dirigenti e giovani allenatori che facciano crescere giovani giocatori».

Nando Gentile, scugnizzo trascinatore della Juve Caserta tricolore
(Foto archivio Carlo Giannoni)

LO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha forse davvero poco di miracoloso, ma resta purtroppo un successo unico nel suo genere. «Dopo trent’anni si parla ancora di quello scudetto perché è stato un evento unico - ha commentato Gentile -, rimasto indelebile per tutti noi che l’abbiamo vissuto in prima persona e che è rimasto dentro a tante persone che ci hanno sostenuto».
Gentile era l’astro nascente, frutto di un lavoro encomiabile con il settore giovanile. «La vittoria del campionato del ‘91 è stato il risultato dei sacrifici e del lavoro di anni. Punti cardine di tutto ciò la costruzione del palazzetto e il lavoro di crescita su ragazzi casertani e campani - ha continuato l’ex playmaker - come eravamo tanti di noi. Nell’arco degli anni siamo passati anche attraverso delle sconfitte, e l’apice è stato sicuramente quel trionfo. Poi è successo quello che è successo».
Oggi Gentile è impegnato in prima persona nella JC Academy, con l’obiettivo di preservare il patrimonio cestistico cittadino. «Sono passati trent’anni ed è normale che siano cambiate tante cose, dalle singole situazioni alle persone stesse. Le società sono cambiate ma credo che la voglia della gente di fare ancora pallacanestro a Caserta non è diminuita. Vedo che c’è ancora tanta passione, ed è quello che stiamo cercando di fare noi con l’Academy, ricostruendo la vecchia impronta dello storico club. È difficile rifare tutto ciò che è stato fatto perché si trattava di un momento particolare. L’importante ora è che ci sia la voglia di fare, di costruire, di lavorare. Lo sport è dedizione - ha concluso Gentile -, e Caserta se lo merita perché è una città che ha sempre vissuto di basket».



PROTAGONISTI - Dell’Agnello: Per Caserta e per il Sud ha rappresentato il colpo del secolo 

Cresciuto in casa ma venuto da lontano, per questo casertano d’adozione, Sandro Dell’Agnello è stato tra i principali protagonisti del tricolore.
«Di quello scudetto se n’è parlato così tante volte che credo non si possa dire nulla che non si sappia già. L’emozione per quel successo - ha dichiarato Dell’Agnello - è stata grande anche e soprattutto perché eravamo una squadra identificata completamente nella città che, fino a quel momento, non aveva vinto niente di importante. Per Caserta, ma per il Sud intero, ha rappresentato il colpo del secolo».
Un successo reso possibile grazie a tutta una serie di fattori. «Lo scudetto è stato l’apice perché grazie a Giovanni Maggiò, alla società e a chi ha lavorato in quegli anni tra allenatori e giocatori, hanno costruito una squadra che partendo dall’A2 ha primeggiato in Italia. Il pizzico di fortuna è stato avere in roster due giocatori importanti nati a Caserta (chiaro riferimento a Gentile ed Esposito). La cosa fantastica sarebbe stato se quella vittoria avesse rappresentato il punto di partenza per altri successi. Purtroppo le vicende societarie e i risultati degli anni successivi hanno impedito tutto ciò».
La passione del tifo è ovviamente influenzata dai risultati. Lo sa bene Dell’Agnello che a Caserta è ritornato nelle vesti di allenatore. «Come qualunque città che perde uno sport di primo livello è possibile che possa esserci una dispersione della passione. Negli anni in cui sono ritornato a Caserta per allenare ho avvertito che la passione e l’attaccamento al basket erano comunque vivi. Paragonarli a quegli anni - ha concluso Dell’Agnello - è però impossibile».

Sandro Dell'Agnello nella finale con Milano
(Foto archivio Carlo Giannoni)

PROTAGONISTI - Donadoni: Eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro

Se c’è un giocatore che ha davvero vissuto, e contribuito, alla crescita della Juve Caserta questo è Sergio Donadoni. All’inizio degli anni ‘70 era già nel giro della prima squadra dopo essersi messo in mostra tra le fila delle compagini giovanili.
«La vittoria dello scudetto è stata una grande soddisfazione. Ho sempre preso le cose come una sfida personale perché voglioso di dimostrare quanto valevo. Sapevo - ha detto Donadoni - di non poter essere un giocatore di punta, ma facevo molto bene il mio lavoro da sesto uomo. Di ricordi ce ne sono tanti ed indelebili, ma eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro e che sapeva quello che voleva fare».
Donadoni ha vissuto diverse fasi della propria carriera con la casacca bianconera, ed è piuttosto convinto nel dire che «la vera svolta arrivò, come cambio di mentalità, con Tanjevic e Sarti. Si alzò la qualità del lavoro, e bisognava sottostare a certe regole di sportività ed educazione. Il continuo miglioramento è stato eclatante».
Il suo legame con Giovanni Maggiò era forte, perché «per me è stato un secondo padre, e nelle scaramucce che abbiamo avuto mi ha impartito lezioni di vita». Ed è proprio il modo di lavorare del Cavaliere che ha permesso l’incredibile escalation della società. «Maggiò voleva che i giovani crescessero ma non a danno dei risultati della squadra. E far crescere bene i ragazzi rappresentava un patrimonio per la società. Non nascondo che all’epoca giocatori come Premier, Villalta, Brunamonti - ha rivelato Donadoni -, avrebbero fatto carte false per giocare a Caserta».



* Per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 4 novembre 2020

Verso il Draft 2020. Il meteorite di nome Obi Toppin

Obi Toppin in volo

Venuto fuori dal nulla, ma con un impatto paragonabile alla caduta di un meteorite. Dopo aver frequentato tre diverse high school, Obadiah ‘Obi’ Toppin non riceve nessuna offerta di D-I. Trascorre un anno in una prep school, qualcosa si muove, arriva Dayton e accetta di corsa. Esordisce in Ncaa a 20 anni, brillando all’interno degli schemi di coach Grant. Al primo anno è Freshman of the Year dell’A-10 ed è anche inserito nel primo quintetto – l’ultimo esordiente a fare doppietta: Lamar Odom nel 1999. Da sophomore guida i Flyers a un’annata incredibile (record 29-2) che, senza pandemia, l’avrebbe forse vista alla March Madness da seed #1. È la consacrazione di Toppin, vincitore del National College Player of the Year.

sabato 1 agosto 2020

Scenari futuri per il "sistema basket" tricolore. Idea canale tematico

di Giovanni Bocciero*

L’emergenza Coronavirus sta mettendo in grande difficoltà il mondo della pallacanestro. Non solo la stagione è stata sospesa anzitempo, ciò che preoccupa adesso è come riprenderà l’attività agonistica. Il calcio, pur barcollando all’inizio, ha ripreso a giocare. Una condizione, ed una volontà, legata in particolare ai diritti televisivi che sono una gran miniera d’oro per tutto il sistema calcistico. Ma l’emergenza ha messo a dura prova l’intero tessuto imprenditoriale/aziendale, i cui effetti non sono ancora del tutto calcolabili. Diritti tv e aziende, due fattori che caratterizzano a loro modo il sistema calcio e quello basket. Vediamo perché.

La Serie A di calcio percepisce, e percepirà, dai soli diritti televisivi circa 1,34 miliardi di euro annui (includendovi i diritti venduti all’estero) sino al 2021. Diverso il discorso per la prima divisione di pallacanestro, perché circa i 2/3 dei 109 milioni e rotti di ricavi dell’anno 2019 provengono dalle sponsorizzazioni. In questo caso i diritti tv si aggirano sui 2,8 milioni di euro.

Con questi numeri si capisce come il modello di business delle due leghe sia diametralmente opposto. E se l’emergenza ha messo in ginocchio le aziende, aspettiamoci il crollo del modello di business del basket basato, appunto, sulle sponsorizzazioni. Da questo punto di vista il recente stop sulla proposta conosciuta come “credito d’imposta per le sponsorizzazioni” potrebbe rendere ancora più difficile il reperimento di fondi per i club. Inoltre, l’incertezza che influenza l’avvio della prossima stagione, riguardo alla presenza o meno del pubblico nei palazzetti, andrebbe ad intaccare la 2a principale fonte d’entrata, ovvero il botteghino.


Non ci voleva di certo questa premessa per inquadrare lo stato dell’arte di un movimento che conosce perfettamente le sue difficoltà. Ed è un peccato che questa emergenza sanitaria si sia manifestata proprio a metà di questa stagione che stava segnando l’inizio di una nuova primavera per la pallacanestro della massima serie, con pubblico e incassi in netta crescita.

I 2/3 del totale dei ricavi provengono dagli sponsor: si parla quindi di una cifra intorno ai 75 milioni di euro. Dati alla mano, nel massimo campionato italiano di basket gli sponsor sono di fondamentale importanza per garantire ai club il supporto economico necessario. E per le società, il termine “sponsor” può risultare riduttivo, visto l’impegno profuso da chi, associando il proprio marchio a una squadra, ne è spesso anche proprietario o azionista di riferimento. Inoltre, anche se l’impatto dei diritti tv è aumentato del 30% (grazie alla cessione dei diritti esteri a Eurosport, che insieme alla Rai trasmette il campionato in Italia), per un ammontare di circa 2,8 milioni annui fino al 2020, il volume d’affari è “negativo” rispetto al campionato francese che per i diritti interni guadagna 3 milioni a stagione, ed è distante anni luce da Spagna e Turchia. Infatti la Liga ACB da Movistar guadagna 10 milioni di euro, mentre la BSL turca, con il contratto siglato con Turk Telekom, guadagna più di 12 milioni di euro.

In questo senso la nuova governance della Lega Basket A dovrà subito affrontare un tema molto caldo, ovvero il bando per i diritti tv del prossimo triennio. La partnership con Eurosport, siglata nella stagione 2017/18, ha consentito una fruizione delle partite sia in tv che in streaming, permettendo alla Lega tricolore di sfruttare tutto il proprio potenziale. L’audience tv media si è mantenuta sui 120 mila spettatori a partita, mentre nel solo girone d’andata di quest’anno si era passati a 127.965 spettatori con Eurosport che ha fatto segnare un aumento del 39,8% di spettatori a partita per la diretta settimanale. Certo parliamo della massima serie, ma sono interessanti anche altri numeri per capire il bacino d’utenza dal quale la pallacanestro italiana potrebbe attingere. Ad esempio la Lega Basket A (LBA), guidata da pochi mesi dal neo presidente Umberto Gandini, ha trasmesso in diretta sulla pagina Facebook la Next Gen Cup, la competizione dedicata a formazioni Under18. Questo “format” ha fatto registrare ben 9.800 spettatori a partita. Una fan base di livello, se si considera che si tratta solo di settore giovanile, che comunque ha confermato l’audience crescente sui canali social: +19,8% su Instagram, +5,6% su Facebook e +4,4% su Twitter.

Per il futuro, prossimo e lontano, bisognerà focalizzarsi su alcuni punti cardine per la valorizzazione del prodotto basket. Come riuscire però ad accrescere la visibilità? Magari lanciando definitivamente un canale tematico in chiaro con un palinsesto dove poter trasmettere tutta la pallacanestro tricolore. È nei momenti di “crisi” che una scelta ritenuta avventata può rivelarsi una mossa visionaria. Abbiamo anche l’esempio piuttosto audace di Super Tennis. Il bilancio della Sportcast srl, società che gestisce il canale tematico, al 31 dicembre 2018 ha fatto segnare un valore della produzione (10.123.546,00) in crescita dal 2014, passando dal 31% al 42%. Il peso percentuale dei ricavi rispetto alla controllante si è ridotto al 68% essendo 6.863.880,00. In cinque anni di attività (2014-2018), l’ascolto medio si è tenuto sostanzialmente uguale, con un picco nel 2015 di 15.370 mentre negli anni 2017 e 2018 si è aggirato poco oltre i 14 mila spettatori.

La pallacanestro ha una fan base diversa e crediamo più ampia rispetto al tennis, quindi perché non lavorare affinché l’idea di un canale tematico sul basket diventi davvero realtà dopo averne discusso anni addietro, così da riportare la pallacanestro nelle case di milioni di appassionati che non avranno bisogno di pagare un abbonamento per guardarlo?


* per SPORTECONOMY

lunedì 20 luglio 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Gino Guastaferro

Intervista esclusiva a Gino Guastaferro, general manager dello Scafati Basket 1969, con il quale abbiamo parlato delle decisioni governative su credito d'imposta e quarantena per gli atleti stranieri, della novità sullo svincolo degli atleti introdotta con il Testo Unico dello sport, ma anche di basket giocato tra mercato e scenari futuri per la prossima stagione.


venerdì 17 luglio 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Luigi Gresta

Intervista esclusiva a coach Luigi Gresta, con il quale abbiamo approfondito i temi legati agli italiani e a come è visto il basket italiano all'estero, le competizioni europee, il mercato e la Nazionale, le capacità di scouting e l'esperienza in Ncaa.


martedì 30 giugno 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Cesare Pancotto

Intervista esclusiva a coach Cesare Pancotto, con il quale abbiamo parlato del ritorno all'attività dopo l'emergenza, di come cambia il metodo di lavoro e dell'approccio con i giocatori, e della possibilità di un maggiore utilizzo dei giovani italiani nel prossimo campionato.


lunedì 22 giugno 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Nicola Alberani

Intervista esclusiva al direttore Nicola Alberani, con il quale abbiamo parlato della sua nuova avventura a Strasburgo, cosa bisogna sapere del campionato francese, della ripresa delle attività post emergenza, e dei principali temi che stanno tenendo banco in A1 e A2, tra il duello Milano-V.Bologna e l'ambiziosa Napoli.


giovedì 18 giugno 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Andrea Capobianco

Intervista esclusiva a coach Andrea Capobianco, con il quale abbiamo parlato di come si tornerà a fare pallacanestro in questo periodo di post emergenza e ovviamente di tanto azzurro, dalla linea verde della Nazionale maggiore ai giovani talenti nostrani.


venerdì 29 maggio 2020

I video di Basket Timeout: G-League Ep. I

I video di Basket Timeout: G-League Ep. I

Nell'ultimo periodo la G-League è salita alla ribalta delle cronache per aver ingaggiato i migliori liceali strappandoli alla Ncaa. Ma quanto la conoscete come campionato e chi vi ha giocato in passato? Con l'amico Domenico Landolfo una panoramica tra storia e presente. 


venerdì 20 marzo 2020

Nazionale - L'Italbasket del futuro

Belle indicazioni dalla prima finestra internazionale degli azzurri: battute largamente Russia ed Estonia, il Ct Sacchetti può sorridere

Con Ricci, Spissu e Vitali nasce l'Italia del futuro

A giugno nel Preolimpico ancora in campo la vecchia guardia, ma per l'Eurobasket 2021 la Nazionale sarà profondamente rinnovata. Positivo l'esordio, a soli 17 anni e un mese, del giovane Spagnolo, è piaciuta l'intensità espressa dalla squadra, la solidità in difesa, la fantasia in attacco e la voglia di divertirsi.



di Giovanni Bocciero*



Un Italbasket giovane, frizzante, divertente e intensa ha raccolto due belle vittorie nella prima finestra delle qualificazioni all’Europeo 2021 di Berlino. Seppur queste affermazioni a poco contino sportivamente parlando, visto che la Nazionale azzurra è di diritto già qualificata alla competizione continentale essendo l’Italia uno dei quattro paesi ospitati la fase finale, le prestazioni possono invece far sorridere e non poco il Ct Meo Sacchetti.

IL RITORNO A NAPOLI. Il viaggio di questa nuova versione della Nazionale di basket ha avuto inizio a Napoli, dove è stata affrontata e battuta la Russia. Un ritorno degli azzurri atteso da ben 51 anni nella città capoluogo di regione, che ha risposto presente riempiendo il PalaBarbuto e facendo sentire tutto il proprio calore. Mancava da troppo tempo l’Italia al Sud, da quella sconfitta del 1969 contro la Spagna valevole per il terzo posto all’Europeo, e si spera che possa essere benaugurante per la crescita del gruppo che ha avuto tra le proprie fila tanti esordienti (sei contro la Russia: Marco Spissu, Michele Ruzzier, Matteo Spagnolo, Giordano Bortolani, Nicola Akele e Matteo Tambone). Anche e soprattutto per scelta di Sacchetti, che ha preferito seguire la filosofia della linea verde senza però voler sentir parlare di Nazionale sperimentale. È importante allargare la base dei giocatori da cui poter attingere, e lo si può fare soltanto alzando il livello. E a Napoli si è vista una Nazionale giovane e volenterosa, che dopo aver superato un approccio alla gara piuttosto teso ha sciorinato una prestazione in pieno stile ‘run and gun’.
Ma soprattutto hanno colpito due fattori: l’intensità e il divertimento. Sul primo, c’è da sottolineare come ogni giocatore andato in campo non faceva abbassare l’intensità proposta in difesa dalla squadra. Ognuno ha portato il proprio mattoncino, e spesso quando si difende bene si tende ad attaccare meglio. E infatti gli Azzurri offensivamente sono stati quasi debordanti, facendo ottime letture, colpendo dalla lunga distanza e passandosi il pallone con il sorriso stampato sul volto. Insomma, si vedeva che erano proprio loro i primi a divertirsi, e di conseguenza a far divertire il pubblico napoletano che ha festeggiato la vittoria intonando un cavallo di battaglia: ‘O surdato ‘nnammurato.

IL CORAGGIO DI SACCHETTI. Coach Sacchetti non è certo persona restia ad accettare le sfide, e lo ha dimostrato nella sua carriera da allenatore di club. Una carriera fatta di tanta gavetta iniziata nelle serie minori. Ha dimostrando sul campo il suo coraggio nel prendere certe scelte, conquistandosi il rispetto e la panchina azzurra. E anche a Napoli ha continuato a far vedere tutto il coraggio che ha, facendo esordire il giovanissimo Matteo Spagnolo.
Il ragazzo in forza al Real Madrid ha così indossato la maglia azzurra all’età di 17 anni, 1 mese e 14 giorni, risultando il terzo più giovane che ha giocato in Nazionale maggiore dopo Vinicio Nesti (16 anni, 3 mesi e 4 giorni) nel 1948 e Dino Meneghin (16 anni, 8 mesi e 3 giorni) nel 1966. Inoltre Sacchetti ha eguagliato lo storico Ct azzurro Elliot Van Zandt facendo esordire due minorenni in prima squadra. Oltre Spagnolo l’altro è Nico Mannion (17 anni, 3 mesi e 17 giorni) nel 2018. Ebbene per l’ex Stella Azzurra non poteva esserci forse palcoscenico migliore. Lui, un figlio del Sud, brindisino di nascita che esordisce a Napoli, con il pubblico che gli ha intonato cori festanti ad ogni tocco di pallone, e che è esploso in un boato quando con personalità ha segnato il suo primo canestro. Ovviamente nel post gara il Ct ha subito voluto smorzare i facili entusiasmi: «È un ‘bimbo’, lasciamolo crescere. Se sarà, diventerà un ottimo giocatore».

IL GIUSTO ATTEGGIAMENTO. «Noi italiani siamo abituati a cullarci sugli allori. Sarà importante vedere l’atteggiamento dei ragazzi nella prossima partita», aveva avvertito Sacchetti dopo la bella affermazione di Napoli, magari ricordandosi della debacle in Olanda dopo l’ottima prestazione contro la Croazia nella finestra FIBA dell’estate 2018. Questa volta gli azzurri hanno reagito bene nella trasferta in Estonia, centrando la vittoria e giocando con maturità. Si è vista un’Italia meno divertente e gioiosa rispetto alla gara precedente ma più solida e quadrata che ha saputo ribaltare il risultato in un ambiente di certo ostico. E in una tale circostanza era logico affidarsi a quei giocatori più esperti, come il capitano di giornata Michele Vitali e Giampaolo Ricci, tra i migliori anche contro la Russia. Si sono presi le loro responsabilità, segnando i canestri decisivi, gestendo i possessi importanti e coinvolgendo i compagni.
Nonostante i tanti, forse troppi rimbalzi offensivi concessi agli avversari, gli azzurri hanno difeso bene, precisi e attenti. In attacco si sono viste ancora ottime letture, azioni costruite con passaggi e movimenti senza palla. E addirittura si è vista anche un po’ di fisicità (forse il neo perenne della Nazionale) con i vari Nicola Akele e Simone Fontecchio. Quest’ultimo ha ritrovato l’azzurro e in queste due gare ha dimostrato che può dire la sua. Ma davvero tutti, dal primo all’ultimo, si sono resi utili alla causa. È senz’altro questa la miglior risposta per Sacchetti, il giusto atteggiamento con il quale costruire qualcosa di nuovo.

L’OBIETTIVO A BREVE TERMINE. Il cammino verso l’Eurobasket 2021 è iniziato con due belle affermazioni, ma l’obiettivo a breve termine della Nazionale è senz’altro il Preolimpico del prossimo 24-28 giugno. A Belgrado i primi ostacoli degli azzurri saranno Senegal e Portorico, ed è pronosticabile una finale contro i padroni di casa della Serbia. Nonostante le tante giovani promesse, per quella competizione l’Italia non potrà fare assolutamente a meno di giocatori del calibro di Danilo Gallinari, Nicolò Melli, Gigi Datome, Marco Belinelli, ma anche di Alessandro Gentile, Awudu Abass e Stefano Tonut tanto per citare tre che erano stati inseriti nella lista dei 24 convocati per questa finestra FIBA, e nemmeno dei “milanesi” Amedeo Della Valle, Jeff Brooks e Paul Biligha. Insomma stiamo parlando forse di un’altra squadra, totalmente differente da quella vista contro Russia ed Estonia, che in entrambe le versioni presenta un unico grande punto interrogativo: la cabina di regia.
Con l’addio all’azzurro di Daniel Hackett, e il rapporto non idilliaco tra il Ct e Luca Vitali e Ariel Filloy, bisogna trovare un play adatto al compito che possa reggere la pressione. Marco Spissu ha esordito molto bene, viaggiando nelle due gare alle medie di 9.5 punti, 9 assist e 16 di efficienza, e sembra il principale indiziato a ricoprire tale ruolo. Andrea De Nicolao, anche lui tra i 24 convocati, sembra funzionare meglio da backup, così come le giovani stelline al di là dell’oceano Nico Mannion e Davide Moretti che sembrano più delle combo-guards che registi puri. Senza dimenticare Federico Mussini che possiede tutte le qualità del caso, ma che deve ritrovare la consapevolezza dei propri mezzi.
E poi la Federazione e il Gm Salvatore Trainotti stanno lavorando per poter convocare al Preolimpico anche gli italo-americani Donte DiVincenzo, sempre più protagonista in NBA, e Paolo Banchero, tra i migliori cinque prospetti liceali degli Stati Uniti per la classe 2021.

A questo punto ci auguriamo che se la Nazionale ha ritrovato Napoli dopo 51 anni, e l’ha fatto con una bella vittoria; che possa ritrovare anche la qualificazione all’Olimpiade dalla quale manca da ben 16 anni. Si trattava infatti dell’edizione dei Giochi di Atene, quando l’Italia fu capace di conquistare addirittura la medaglia d’argento. E lo fece con un gruppo coeso, che lavorava sodo e che aveva coraggio da vendere. Proprio come Meo Sacchetti.



* per la rivista BASKET MAGAZINE