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domenica 9 luglio 2017

NBA - IL DRAFT

Markelle Fultz a Philadelphia, Ball ai Lakers
Senza sorprese la notte delle scelte. Prima chiamata per la stella di Washington, il ragazzo di UCLA non... si smuove da casa


di Giovanni Bocciero*

foto csnphilly.com

NELLA NOTTE del Barclays Center, chiamati dal commissioner Adam Silver, hanno sfilato i futuri protagonisti della NBA. Le franchigie hanno puntato decise sui freshman tanto che nel solo primo giro di scelte ne sono stati selezionati ben 16. Il Draft 2017 sarà ricordato anche per i tanti rumors di mercato oltre a quelli andati davvero in porto. Ma analizziamo nel dettaglio cosa è avvenuto.
THE PROCESS - Philadelphia voleva Markelle Fultz e così è stato. Pur di ottenere la prima chiamata da Boston ed arrivare al prodotto dei Washington Huskies ha sacrificato una prima scelta futura. Fultz era il pezzo mancante del puzzle dei 76ers che adesso si ritrovano con un gruppo giovane e di prospettiva formato da Ben Simmons, Joel Embiid, Dario Saric e quest’ultimo. E la paternità di questo nucleo è dell’ex GM Sam Hinkie che poco più di un anno fa si dimetteva perché messo in discussione il suo lavoro, che a quanto pare porterà invece i suoi frutti. All’appello manca soltanto una guardia ed il gioco è fatto.
NEW APPLE - Con la seconda scelta i Lakers hanno puntato sul losangelino purosangue Lonzo Ball. Nonostante qualche dubbio, le nuvole si sono diradate con la trade che ha coinvolto D’Angelo Russell finito a Brooklyn. Era chiaro che il neo GM Magic Johnson non si fosse fatto scappare il play di UCLA, la cui scelta rientra in un disegno ben più grande che vedrebbe l’approdo in casacca gialloviola - possibilmente già da questa stagione - di Paul George e nell’estate del 2018 di LeBron James. Il messaggio sembra piuttosto chiaro, la dirigenza Lakers vuole tornare ad esibire tutto il suo apple.
HEAD TO HEAD - Giunti alla terza scelta ci si trovava di fronte ad un bivio. Con questa chiamata infatti, in possesso di Boston, sarebbe dipesa quella successiva di Phoenix. Il testa a testa riguardava le due forward Josh Jackson e Jayson Tatum. La franchigia finalista dell’Eastern Conference ha optato per Tatum, ala uscita da Duke, perché ritenuto più futuribile e congeniale alla struttura del roster. In realtà Danny Ainge potrebbe essersi legato al dito il fatto che Jackson ha annullato all’ultimo il workout. Dal canto suo il freshman uscito da Kansas non aveva molta voglia di andare ai Celtics, dove lo spazio sarebbe stato meno di quello da lui auspicato. Alla fine tutti felici e contenti, Boston perché aggiunge un uomo dal grande potenziale alle rotazioni sugli esterni, e Phoenix che ha scelto il suo obiettivo principale così da formare un duo intrigante con Devin Booker in rampa di lancio. Una statistica dice che solo il 32% delle scelte top five diventa una star, e Jackson sembra far parte di quella percentuale. Solo il tempo dirà chi ha avuto ragione.
FUTURO ROSEO - Con la quinta scelta Sacramento ha deciso di firmare De’Aaron Fox dando il via alla ricostruzione. Il play scuola Kentucky, obiettivo dichiarato del team californiano, ha caratteristiche che si completano perfettamente con quelle di Buddy Hield, arrivato nella trade per DeMarcus Cousins. Ma i Kings si sono addirittura superati - possono essere considerati la franchigia che si è mossa meglio - cedendo la 10ª scelta a Portland per i diritti del versatile esterno campione NCAA con North Carolina Justin Jackson (15ª) e del lungo ex Duke Harry Giles (20ª), che, se recupererà dagli infortuni che lo hanno tormentato negl’ultimi anni, potrebbe essere addirittura una stella. I sopracitati insieme ai lunghi Willie Cauley-Stein e Skal Labissiere rappresentano un ‘core’ davvero niente male per sperare in un futuro roseo.
REBUILDING - Chi è in ricostruzione da anni ormai sono gli Orlando Magic, che con la sesta scelta hanno selezionato l’ala multidimensionale Jonathan Isaac. In coppia con Aaron Gordon formano un pacchetto difensivo di assoluto livello, meno per quanto riguarda l’attacco. Se sarà lui finalmente l’uomo franchigia di cui si è alla ricerca lo potranno dire soltanto gli anni. La stagione del rebuilding è ufficialmente iniziata anche a Chicago. Con la cessione di Jimmy Butler i Bulls vogliono dare vita ad un nuovo corso. Per questo con la settima chiamata ottenuta nello scambio con Minnesota che ha portato in dote anche Zach LaVine e Kris Dunn hanno scelto il finlandese Lauri Markkanen. Al contrario, la franchigia di coach Tom Thibodeau - che riabbraccia Butler dopo gli anni trascorsi ai Bulls - ha finalmente quel leader da affiancare ai talentuosi Andrew Wiggins e Karl Anthony Towns, ed ha addirittura aggiunto al roster il promettente pivot Justin Patton scelto con la 16ª. Da un europeo come Markkanen ad un altro europeo come Frank Ntilikina, scelto con l’ottava chiamata dai contestati New York Knicks di Phil Jackson che ancora non ha ben capito come raddrizzare il timone della franchigia.
SCOMMESSE - Con la nona scelta Dallas ha deciso di fiondarsi su Dennis Smith, play esuberante ed esplosivo uscito da North Carolina State. Deve essere preso con le pinze perché tanto i Mavericks potrebbero ritrovarsi in cabina di regia un serio candidato al premio di Rookie of the Year, tanto invece potrebbero stancarsi di lui dopo soltanto pochi mesi di campionato rimpiangendo la decisione presa. Chi non è nuovo a prendersi dei rischi al Draft sono i Milwaukee Bucks, che quest’anno con la chiamata numero 17 sono andati su D.J. Wilson. L’ala uscita da Michigan ha dimostrato di possedere qualità fuori dal comune, e soprattutto quella versatilità giusta ad inserirsi in un contesto come quello di coach Jason Kidd che non segue i classici ruoli, ormai desueti nell’NBA moderna. Alla 21, invece, gli Oklahoma City Thunder hanno scommesso su Terrance Ferguson, potenziale 3&D che ritornerebbe utile come il pane soprattutto a Russell Westbrook, non costretto a dover fare sempre gli straordinari. L’impatto nella realtà pro potrebbe però essere non dei più felici per lui. Infine con la 23 i Toronto Raptors hanno scelto O.G. Anunoby, giocatore che ha pochissimi rivali in quanto ad energia ed intensità, soprattutto in difesa, ma che è sceso così in basso per via dello scetticismo di molti addetti ai lavori sul recupero dall’infortunio al ginocchio.
ALTRE SCELTE - Portland con la 10ª si è portato a casa Zach Collins, che si è messo in grande mostra grazie alla stagione di Gonzaga e ricoprirà il ruolo di back-up a Jusuf Nurkic. Charlotte con l’11ª ha invece scelto Malik Monk, uscito piuttosto incredibilmente dalla top ten. Il prodotto di Kentucky sarà una valida alternativa uscendo dalla panchina e gli sarà chiesto di fare quello che sa fare meglio, ovvero segnare. A seguire con la 12ª Detroit ha selezionato Luke Kennard, cecchino ex Duke che ha dimostrato nell’ultimo anno di essere capace anche di creare dal palleggio. Utah ha scambiato la propria scelta con Denver cedendo anche Trey Lyles, ed ha deciso di spendere la 13ª per Donovan Mitchell, play-guardia ex Louisville, dato che bisognerà capire le pretese estive di George Hill. I Miami Heat hanno deciso di utilizzare la loro 14ª scelta per selezionare il pivot prodotto di Kentucky Edrice Adebayo, che fungerà da sostituto di Hassan Whiteside dato che Willie Reed è free-agent. T.J. Leaf è stato scelto con la numero 18 da Indiana che era alla ricerca di un lungo con tiro perimetrale, mentre Atlanta che si appresta a perdere Paul Millsap e dopo aver scambiato Dwight Howard si è fiondata con la scelta numero 19 sull’atletico John Collins. Piuttosto deluso il prospetto di Texas Jarrett Allen, dato in lottery e sceso sino alla 22 scelto da Brooklyn che gli permetterà però di crescere alle spalle di Timofey Mozgov.

DALL'EUROPA LA PRIMA VOLTA DELLA FINLANDIA CON
MARKKANEN (NELLA FOTO) E, CON IL N.8, NTILIKINA HA FATTO
MEGLIO ANCHE DI TONY PARKER
MADE IN EUROPE - Sono stati soltanto tre gli europei selezionati al primo giro, seppur due in top ten come Markkanen e Ntilikina. Il terzo è stato il lettone Anzejs Pasecniks finito con la 25a ai Philadelphia 76ers. Nonostante ciò non si tratta del minimo storico per il quantitativo di atleti “made in Europe” scelti. Infatti, per quel che riguarda gli ultimi anni, sia nel 2010 (Kevin Seraphin) che nel 2012 (Evan Fournier) fu solo uno l’europeo selezionato. L’apice fu toccato appena un anno fa, Draft 2016, quando ben nove sono stati gli europei chiamati al solo primo giro. Quest’anno erano eleggibili anche i nostri portabandiera Simone Fontecchio e Diego Flaccadori, che non hanno attirato alcun scout nemmeno per una scelta al secondo giro.


N. Scelta
Squadra
Giocatore
Ruolo
Altezza
College
#1
Philadelphia 76ers
Markelle Fultz
PG
1.93
Washington
#2
L.A. Lakers
Lonzo Ball
PG
1.98
UCLA
#3
Boston Celtics
Jayson Tatum
SF
2.03
Duke
#4
Phoenix Suns
Josh Jackson
SF
2.03
Kansas
#5
Sacramento Kings
De’Aaron Fox
PG
1.91
Kentucky
#6
Orlando Magic
Jonathan Isaac
SF/PF
2.10
Florida State
#7
Chicago Bulls
Lauri Markkanen
PF
2.13
Arizona
#8
New York Knicks
Frank Ntilikina
PG
1.96
Francia
#9
Dallas Mavericks
Dennis Smith Jr.
PG
1.88
N.C. State
#10
Portland Trail Blazers
Zach Collins
PF
2.13
Gonzaga
#11
Charlotte Hornets
Malik Monk
SG
1.91
Kentucky
#12
Detroit Pistons
Luke Kennard
SG
1.98
Duke
#13
Utah Jazz
Donovan Mitchell
SG
1.91
Louisville
#14
Miami Heat
Edrice Adebayo
C
2.08
Kentucky
#15
Sacramento Kings
Justin Jackson
SF
2.03
North Carolina
#16
Minnesota Timberwolves
Justin Patton
C
2.13
Creighton
#17
Milwaukee Bucks
D.J. Wilson
SF/PF
2.08
Michigan
#18
Indiana Pacers
T.J. Leaf
PF
2.08
UCLA
#19
Atlanta Hawks
John Collins
PF
2.08
Wake Forest
#20
Sacramento Kings
Harry Giles
PF
2.11
Duke
#21
Oklahoma City Thunder
Terrance Ferguson
SG
2.01
Stati Uniti
#22
Brooklyn Nets
Jarrett Allen
C
2.11
Texas
#23
Toronto Raptors
O.G. Anunoby
SF
2.03
Indiana
#24
Denver Nuggets
Tyler Lydon
PF
2.06
Syracuse
#25
Philadelphia 76ers
Anzejs Pasecniks
C
2.16
Lettonia
#26
Portland Trail Blazers
Caleb Swanigan
PF
2.06
Purdue
#27
L.A. Lakers
Kyle Kuzma
PF
2.06
Utah
#28
Utah Jazz
Tony Bradley
C
2.11
North Carolina
#29
San Antonio Spurs
Derrick White
PG/SG
1.96
Colorado
#30
L.A. Lakers
Josh Hart
SG
1.96
Villanova




* per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 7 dicembre 2016

Dall'High School alla NBA: la discussione si fa rovente

DallHigh School alla NBA: la discussione si fa rovente
Bandito dal commissioner David Stern nel 2005, bollato di razzismo, Adam Silver vuole limitare ancora di più il salto


di Giovanni Bocciero*

Da Reggie Harding nel 1962, passando per Haywood, Malone
e fino a Dawkins, tanti casi scottanti. Nella foto Ben Simmons.
Il sistema NCAA è stato più volte messo in discussione negli ultimi anni. Le maggiori critiche sono state mosse proprio dai giocatori, non ultimo la prima scelta assoluta del draft 2016 Ben Simmons. Il talento australiano ha ribadito come l’obbligo di fare un anno al college non serva a nulla per quegli atleti che vorrebbero in realtà compiere il grande salto in NBA direttamente dall’high school. Ma analizziamo nel dettaglio questo spinoso argomento.

PRIMI CASI. Il primo giocatore ad essere stato chiamato al draft senza passare per il college fu Reggie Harding nel 1962. A sceglierlo furono i Detroit Pistons ma non scese in campo sino alla stagione 1963/64. Anni dopo ci fu la prima regola stabilita dalla NBA per cui un giocatore non poteva rendersi eleggibile se non erano trascorsi quattro anni dal diploma. Questa regola fu violata nel 1970, quando i Seattle SuperSonics decisero di ingaggiare Spencer Haywood. Diplomatosi alla Pershing HS nel 1967, frequentò l’University of Detroit prima di firmare per i Denver Rockets (antenati dei Nuggets) in ABA. Tempo due anni e approdò in NBA tra le fila dei SuperSonics contravvenendo alla norma dei quattro anni dal diploma. Venne così fatta una petizione all’antitrust contro la lega, e il caso finì addirittura davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti che emise una sentenza di 7-2 a favore di Haywood. Dopo questa decisione la NBA permise agli atleti di lasciare in anticipo l’università purché dimostrassero l’“hardship case”, ovvero che avessero un disagio finanziario che poteva essere attutito con il passaggio al professionismo. Altri casi di prep-to-pro si ebbero nel 1974 con Moses Malone che passò dal liceo all’ABA, ingaggiato dagli Utah Stars, finendo poi in NBA quando queste arrivarono a fondersi; mentre al draft del 1975 venne selezionato dai Philadelphia 76ers Darryl Dawkins che si dichiarò eleggibile dimostrando di vivere in difficoltà economiche.

Con Kevin Garnett (nella foto) la "revolution". Dopo di lui
altri 38 atleti a cominciare da un certo Kobe Bryant.
RIVOLUZIONE. Ci vogliono vent’anni per rivedere un liceale compiere il grande salto: era il 1995 e si trattava di Kevin Garnett. Il campione NBA soprannominato non a caso “the revolution”, rivoluzionò l’idea del passaggio dal liceo al professionismo perché l’ex Minnesota e Boston non aveva apparentemente difficoltà economiche, ma di certo non amava la scuola. Credeva invece - e a posteriori con ragione - di valere la lega appena diciottenne. All’indomani del suo avvento, la nota rivista sportiva Sports Illustrated titolava con lui in copertina: «Ready or not...». In barba allo scetticismo tanto tecnico quanto fisico, Garnett dimostrò tutto il suo valore, e sulla sua scia toccò poi ai vari Kobe Bryant, Tracy McGrady, Amar’e Stoudemire, LeBron James e Dwight Howard, per un totale di 39 giocatori.
Si poteva facilmente notare come aumentò l’afflusso dei diplomati scelti al draft, e così il commissioner David Stern pensò bene di mettere un freno a tutto ciò durante la trattativa per il contratto collettivo tra il sindacato giocatori e la NBA nel 2005. Stern propose un limite d’età a 20 per l’eleggibilità, dichiarando che troppi giovani afroamericani stavano usando la lega in modo non corretto per farsi strada, raggiungere la fama e sistemarsi finanziariamente. La maggior parte degli atleti fu contrario ad introdurre un limite, e addirittura Jermaine O’Neal - che aveva compiuto il salto nel 1996 - accusò il commissioner di razzismo. Alla fine, però, l’unione giocatori trovò un compromesso sui 19 anni, e inoltre ottenne delle modifiche alle regole di protezione degli stipendi. Le reazioni dei cestisti liceali furono furibonde. Bill Walker dichiarò che: «È ridicolo che devi avere 19 anni per giocare a basket quando puoi averne 18 per andare in guerra e morire per il tuo paese». Gli fece eco Jerryd Bayless: «Se un giocatore di tennis può essere professionista a 13 anni, non riesco a capire perché un giocatore di basket non lo possa essere a 18». Contraddizioni di quel fantastico paese chiamato Stati Uniti che dopotutto tanto liberale non è. Il rinnovo del contratto collettivo che ha portato al lock-out nel 2011 non ha apportato modifiche in tale ambito, per questo i requisiti minimi per essere eleggibili sono: compiere 19 anni nell’anno del draft; essere trascorso almeno un anno dal giorno del diploma.

Da Jennings (nella foto) a Mudiay molti i giocatori che per saltare
l'ostacolo sono andati all'estero prima di approdare nella NBA.
ONE-AND-DONE. Nel 2005 venne dunque introdotta la nuova normativa per i liceali che vorrebbero approdare direttamente in NBA, ovvero che devono giocare per almeno un anno al college prima di potersi dichiarare al draft. La maggior parte di questi talenti one-and-done decide di spendere l’anno all’università, altri invece preferiscono aggirare lo studio - anche perché non sono portati - firmando in D-League o addirittura all’estero così da monetizzare immediatamente. Abbiamo gli esempi di Brandon Jennings che da Oak Hill Academy giunse a Roma, e di Emmanuel Mudiay che dopo aver accettato la borsa di studio di Southern Methodist ripiegò per la Cina. Thon Maker l’estate scorsa è stato un caso particolare che ha fatto molto scalpore. Dichiaratosi per il draft, ha dimostrato alla lega professionistica di aver terminato il liceo un anno prima ed essere rimasto ad Orangeville Prep da studente post-diploma.

DIO DENARO. La polemica sull’anno obbligatorio al college è stata risollevata circa un mese fa da Simmons. Le sue dichiarazioni sull’inutilità di trascorrere una stagione in NCAA, in realtà, palesavano non tanto la voglia di diventare quanto prima professionista, piuttosto quella di guadagnare dal ritorno mediatico che hanno le università, sempre più macchine da business tra diritti televisivi, merchandising e botteghino. Insomma verrebbe da citare che anche la tasca vuole la sua parte. E qui ci si contrappone alla regola fondamentale dell’associazione universitaria, ovvero quella che i giocatori devono essere qualificati quali “student-athlete” senza alcuna remunerazione. È forse questo il fulcro vero del dibattito. Dopotutto già negli anni ‘70 campioni come Malone erano spinti al grande salto per il loro talento che gli avrebbe garantito lauti guadagni. E allora la vera domande è se questi fenomeni della nuova generazione non debbano ricevere compensi dai college per cui giocano, e che contribuiscono a far arricchire con le loro decisioni e prestazioni.

CORRENTI DI PENSIERO. La parola fine di questa faccenda non sembra trovarsi dietro l’angolo. A tal proposito si fronteggiano due diversi schieramenti, proprio come i Guelfi ed i Ghibellini nella Firenze medievale. Da un lato c’è il fronte di quelli che ragionano in modo imprenditoriale, e dunque vedono gli atleti come dei dipendenti che producono ed hanno diritto allo stipendio; dall’altro c’è il fronte più sociale, che considera i giocatori degli studenti e come tali devono seguire indifferentemente l’insegnante come l’allenatore apprendendo e senza nulla pretendere se non la conoscenza, tanto culturale quanto cestistica. Il problema è che tali atleti non hanno intenzione di apprendere soprattutto se sin dal liceo vengono pompati dai procuratori che gli promettono mari e monti e dalle famiglie che in loro vedono la cosiddetta gallina dalle uova d’oro. E vista la volontà del commissioner NBA Adam Silver di portare l’obbligo per l’eleggibilità a due anni dopo aver conseguito il diploma, la situazione si potrebbe ulteriormente complicare. L’atmosfera NCAA è unica, e gli ingaggi potrebbero effettivamente inquinarla, perché come per i pro gli atleti potrebbero decidere di giocare per chi gli offrirà di più rispetto al prestigio degli atenei.



* per il mensile BASKET MAGAZINE