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mercoledì 22 gennaio 2020

Cultura sportiva! Dove e come si insegna?

Cultura sportiva!
Dove e come si insegna?


La tradizione sportiva italiana è lunga quasi quanto la sua storia. In quasi tutti gli sport, sia individuali che di squadra, l’Italia può vantare numerosi successi. Tuttavia la tradizione e le vittorie spesso non sono accompagnate da atteggiamenti consoni ad una cultura sportiva.
Questo dislivello tra successi e comportamenti ha un grande responsabile nella mancanza di un programma politico sportivo che comprenda normative adatte e mirate a sviluppare la cultura dello sport, che ha radicato nelle persone che praticano attività agonistiche o che semplicemente le seguono una visione distorta di ciò che è realmente lo sport e soprattutto di come lo si dovrebbe vivere.

Cos’è la cultura? La cultura è un concetto ampio e dalle diverse sfaccettature. Il suo significato lessico è “insieme delle conoscenze relative a una particolare disciplina”. La cultura è quindi sapere. In sociologia, invece, per cultura si intende “l’insieme dei valori, simboli, modelli di comportamento e attività materiali che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale”. Quindi la cultura è anche valori. E grazie appunto al sapere e ai valori la cultura è simile ad un ponte fra ciò che è l’uomo e ciò che può diventare. Quindi la cultura è anche potenzialità. Ma la cultura è anche il prodotto di un processo di apprendimento e non qualcosa di innato. Pensiamo all’incontro fra culture diverse. Insomma la cultura è anche costruzione.

Lo sport è cultura? Lo sport possiede senz’altro tutti questi elementi: sapere, valori, potenzialità e costruzione. Sapere: conoscere il movimento fisico, gli stili di vita sani, le regole di uno sport. E fa parte del sapere anche imparare a conoscere se stessi e gli altri attraverso lo sport. Platone diceva che “si può scoprire di più una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione”. Valori: impegno, divertimento, coraggio, solidarietà, entusiasmo, salute, forza, rispetto delle regole e degli altri, gioco di squadra, vittoria, miglioramento, sono solo alcuni dei valori esistenti. A seconda del nostro sistema di valori le nostre azioni potranno essere molto diverse. Potenzialità: allo sport si conferisce una valenza pedagogica particolare. Le Nazioni Unite nel 2005 hanno promosso l’Anno Internazionale dello Sport e dell’Educazione Fisica che ha affermato che lo sport è “componente essenziale della nostra società perché trasmette le regole fondamentali della vita sociale ed è portatore di valori educativi”. Costruzione: Nelson Mandela diceva che “lo sport ha il potere di cambiare il mondo, di suscitare emozioni, di ricongiungere le persone, di risvegliare la speranza dove prima c’era solo disperazione”. Ad avvalorare ciò c'è un dato: aderiscono al Comitato Olimpico Internazionale 205 federazioni nazionali, mentre alle Nazioni Unite solo 192 paesi. Queste qualità, con regole e comportamenti di tutti gli attori coinvolti, possono contribuire a formare quella che possiamo chiamare cultura sportiva.

In Italia lo sport è considerato cultura? Attraverso lo sport si può educare un Paese. Gli antichi greci lo consideravano una palestra di vita, mentre per gli americani è il mezzo per il riscatto sociale. In Italia è visto come un divertimento, un passatempo, una scusa per evadere dai problemi quotidiani. Tutto nobile, tutto giusto, tutto consentito. L'aspetto negativo è quando una manifestazione sportiva diventa la valvola di sfogo delle proprie frustrazioni.

Dove si apprende la cultura sportiva? La risposta a questa domanda è la stessa di dove si apprende la cultura in generale. A scuola, ma anche dagli sportivi stessi. E soprattutto nelle ore di educazione fisica. “Educazione”, appunto. Le domande che forse dovremmo porci sono: quanti di noi sono stati davvero educati dalle ore di sport a scuola? Quanti possono affermare di aver appreso lezioni di vita utili per la quotidianità? Lo sport è uno dei massimi veicoli di aggregazione sociale, insegna il sacrificio e il rispetto che dovrebbero essere alla base di ogni società.

Lo sport è cultura. Secondo il Libro bianco dello Sport 2007 della Commissione Europea, lo sport ha quattro dimensioni: agonistico, preventivo, educativo, ricreativo. Oltre a migliorare la salute dei cittadini, ha una dimensione educativa e svolge un ruolo sociale, culturale e ricreativo. Pensate all’Universiade che solo lo scorso luglio si è svolta a Napoli e in tutta la Campania. Una metafora di università e stadio, il binomio perfetto di cultura e sport. In Italia il problema della mancanza di cultura sportiva si traduce nell’avversario che non è un rivale, ma un nemico; e si va allo stadio per offendere e non per sostenere. Lo sport è davvero cultura perché infondo non è solo un gioco, ma un vero e proprio stile di vita.

Tre sono le espressioni tipiche della condizione umana secondo la filosofia: il gioco, il rito e il mito. Possiamo definire lo sport la versione moderna e organizzata del gioco. Al gioco succede il rito, come per la religione, che è rappresentato da una gara. Il gioco e il rito sono le forme culturali legate all’azione, al corpo, alla prestazione. Il terzo stadio è il mito, pensate all’odierno idolo sportivo che non rispecchia lo stile di vita del popolo, perché tende ad imporre il proprio modello a tutte le altre persone. Come si veste, cosa utilizza, dove va, tutto diviene fenomeno da seguire. E questo non esclude neppure i comportamenti fuori e dentro il campo. C’è dunque il rischio, da parte dello sport, di contribuire al fenomeno della idolatria, così da ritrovarci una società riflesso dello sport e non lo sport riflesso della società.

Nello sport di alta prestazione, che è poi quello che maggiormente influenza lo spettatore sportivo, stanno contribuendo alla sua continua evoluzione l’impatto economico della sport industry, l’innovazione tecnologica e il peso dei media, che sono arrivati, ad esempio, a cambiare a seconda delle proprie esigenze le stesse regole dello sport. Sport e business sono strettamente legati verso il successo ad ogni costo. Lo sport, oggi, premia la cultura del successo, che sacrifica l’elemento del gioco in favore del risultato, che va raggiunto a qualunque costo, anche e soprattutto per gli interessi economici ad esso legati.

È dunque fondamentale saper riconoscere la differenza tra la vittoria, che deve essere perseguita e rincorsa fino alla fine, e la sconfitta, che deve essere accettata come parte integrante del gioco. Deve essere valutata la prestazione e non il risultato. Si tratta di mentalità ed educazione. Lo sport è uno strumento importante per accrescere e indirizzare le persone verso determinati comportamenti. E non stiamo parlando del futuro del giovane sportivo, ma del futuro del giovane cittadino.

La formazione di una cultura sportiva mira a sviluppare una mentalità vincente, non solo un vincitore da podio o da medaglia d’oro. Chi riesce a sviluppare una tale mentalità impara dall’esperienza sportiva a conoscere se stesso, i propri limiti e le proprie potenzialità. Acquisisce una capacità di apprendimento che gli permette di perseguire un miglioramento continuo. Dovremmo quindi ridefinire il concetto di successo e di vittoria domandandoci “come abbiamo corso?”, e non “come siamo arrivati?”. Vincere allora può voler significare non solo essere il migliore, ma anche fare del proprio meglio.

Bisogna essere spinti dal fair play, che non è una regola come le altre. Il fair play impone il rispetto delle regole del gioco ma anche delle regole non scritte e universali dell’umanità. Il fair play non vuole mai una vittoria a qualsiasi prezzo, bensì vuole il rispetto per l’avversario, i compagni e l’arbitro. E il fair play è ciò che unisce il dilettante e il professionista, che sull’aspetto morale devono essere uguali in tutto e per tutto.

Tutti conoscono le battute ciniche “vincere non è importante. È l’unica cosa” o “il secondo è il primo degli ultimi”. Forse però è meno nota la definizione “successo è il participio passato del verbo succedere”. Così l’orgoglio viene ridimensionato. Le sconfitte sono sicuramente più numerose delle vittorie. Allora uno dei valori educativi fondamentali dello sport è quello di imparare a perdere con grazia.

È utopia sognare una cultura sportiva? Forse il semplice fatto di sognarla è già un primo passo verso una sua più ampia diffusione. Non a caso il giornalista uruguaiano Eduardo Galeano diceva, riguardo all’utopia: “L’utopia è come l’orizzonte. Mi avvicino di due passi, si allontana di due passi. Faccio dieci passi e si sposta di dieci passi. Per quanto cammini, mai lo raggiungerò. Dunque a cosa serve l’utopia? A camminare”.

venerdì 10 marzo 2017

Yakhouba Diawara: tutto lavoro e tanto cuore

Yakhouba Diawara: tutto lavoro e tanto cuore

Torniamo a scoprire l'ala francese 'usato sicuro', vecchia conoscenza del nostro basket. Ragazzo umile, che non dimentica l'infanzia difficile: si sente un privilegiato, vuole aiutare i più giovani.



di Giovanni Bocciero*


CASERTA - Ragazzo umile, disponibile, che ricorda da dove viene così da vivere al meglio il suo presente e futuro. Questo è Yakhouba Diawara, ala francese alla sua sesta esperienza in Italia con la JuveCaserta. Un rinforzo ponderato, che è risultato essere decisivo sin dal suo esordio con il canestro vincente in quel di Reggio Emilia. Un grande attestato di stima da parte di coach Sandro Dell’Agnello che gli ha affidato l’ultimo tiro, e dei nuovi compagni di squadra che hanno riposto subito fiducia in lui. Già bene integrato nel gruppo, l’esperienza maturata ad un discreto livello in NBA (187 presenze con una media di 14 minuti e 3.5 punti) potrà sicuramente aiutare Caserta ad accedere ai playoff che mancano dal 2009/10.

Un cugino nel Bordeaux e il Diawara del Napoli è un suo lontano
parente. Lui disse no al calcio perché d'inverno faceva troppo freddo
Da bambino hai iniziato a giocare a pallamano, poi invece hai cambiato sport. Come ti sei avvicinato al basket?
«Sono cresciuto nel periodo più esaltante di Michael Jordan, che ho visto per la prima volta nel ‘93. In quegli anni la pallacanestro si è diffusa in tanti playground, ed ho finito per innamorarmi di questo bellissimo sport».
Qual è l’aneddoto che ricordi con più piacere dei tuoi inizi col basket?
«Durante la prima partita che ho giocato a Parigi ho messo a segno un paio di canestri in fila, e questo ha fatto entusiasmare pubblico e compagni. Mi è piaciuta la loro reazione e l’ho trovata così pazzesca da rendermi felice».
Ti piace molto anche il calcio, ed hai un cugino che giocava da professionista in Francia?
«Ho giocato anche a calcio ma ho lasciato siccome d’inverno faceva freddo e preferivo stare al coperto e al caldo. Ho un cugino che ha giocato al Bordeaux, ma anche il centrocampista del Napoli Amadou Diawara è un mio parente alla lontana. Dovrei chiedere a mia mamma per risalire alla parentela (ride!)».
Quando giocavi da bambino ti immaginavi già di diventare un giocatore professionista?
«Ho iniziato a giocare per divertimento, in maniera tranquilla. Poi con il passare degli anni ho visto che giocavo bene, ho iniziato a lavorare tanto dopo la scuola, e allora mi sono detto perché no! A diciotto anni ho vinto l’europeo con Tony Parker e mi sono impegnato sempre di più».
Ti sei poi trasferito negli Stati Uniti, giocando al college prima a Southern Idaho e poi a Pepperdine. A quel punto la NBA era un tuo sogno?
«Sicuramente con l’esperienza a Pepperdine, perché ho avuto la possibilità di giocare in Division I contro squadre come UCLA, USC, Gonzaga, e c’erano tanti coach e scout che venivano a vedere le partite. Ricordo che in un match casalingo proprio contro Gonzaga c’era Pat Riley sulle tribune. A quel punto ho iniziato a pensare seriamente alla NBA».
La prima esperienza in Italia è stata alla Fortitudo Bologna nel 2006. Arrivasti con la fama di essere un pessimo tiratore per un problema alla vista, eppure registrasti il 54% dall’arco. Cosa ricordi?
«Quando arrivai a Bologna tutti dicevano che non tiravo, e che ero solo un difensore. Io volevo rispondere con i fatti. Tiravo prima, durante e dopo l’allenamento, tutti i giorni. Sono stati quattro mesi bellissimi che mi hanno fatto innamorare del basket italiano per il suo gioco ed il suo calore che non si trovano in Francia e neppure nelle arene dell’NBA».
Oltretutto le tifoserie di Fortitudo e JuveCaserta sono gemellate?
«È una cosa fantastica. Anche con Varese corrono buoni rapporti, e sono felice per questo perché si tratta di squadre dove ho lasciato un pezzo di cuore e di cui sono un accanito tifoso».
"Dicevano che non tiravo mai: ho passato ore su ore in palestra per
non essere considerato più soltanto un buon difensore"
Dalla prima esperienza italiana esattamente 11 anni fa, ad oggi che sei a Caserta, come è cambiato il tuo gioco, il tuo approccio ad un match?
«Certamente adesso ho più esperienza. Ad esempio a Brindisi ho fatto un anno così così dove potevo fare di più. Poi a Varese è andata meglio, da semplice esterno ho iniziato anche a giocare da ala forte. Anche qui a Caserta gioco spesso da lungo, e seppur preferisco giocare da esterno sono pronto a sacrificarmi per la squadra. L’obiettivo deve essere quello di riportare la JuveCaserta ai playoff».
Hai giocato con Carmelo Anthony e Dwayne Wade. Com’è giocare con superstar di quel calibro?
«Ho giocato anche con il mio idolo Allen Iverson. Lavorare con dei marcatori ed atleti incredibili come loro, tutti i giorni, è un qualcosa di fantastico. Ho cercato di apprendere tanto e far tesoro dei loro insegnamenti».
Ormai conosci molto bene l’Italia. C’è qualcosa in particolarmente che ti piace?
«L’Italia è decisamente il mio paese preferito. Amo la lingua, il cibo, l’arte, il pubblico. Sono francese ma amo più l’Italia che la Francia».
C’è un film - Benvenuti al Sud - che racconta le distinzioni tra il Nord ed il Sud Italia. Tu hai giocato in tante e diverse città. Esistono davvero queste differenze di comportamento tra le persone?
«Credo che qualche differenza ci sia. Al nord le persone sono più chiuse, lavorano duramente e si vestono più chic. Al sud invece le persone sono aperte, solari, alla portata, e lavorano con molta più tranquillità. Io però non faccio distinzioni perché mi piacciono sia l’una che l’altra».
Sei della periferia parigina - Tremblay precisamente -, ed hai avuto un’infanzia difficile. Come sei arrivato ad essere l’uomo che sei oggi?
«Devo ringraziare la mamma e il papà, che hanno saputo crescermi. Se oggi sono così la colpa è unicamente loro (ride!). Sono stato davvero fortunato ad avere due genitori come loro, così come i miei fratelli e sorelle che mi hanno aiutato. Li ringrazio tutti i giorni e non lo finirò mai di fare».
Durante il periodo di inattività hai lavorato molto da solo, cercando la miglior forma fisica. È un po’ la metafora della tua vita: lavorare duro per ottenere i risultati?
«Senz’altro. Il mio corpo è il mio lavoro, e quindi se non lo curo non posso pensare di giocare, e di farlo bene. Seguendo un campione come Kobe Bryant, che a fine stagione non smetteva mai di lavorare, mi ha fatto capire che per ambire al massimo e allungare quanto più possibile la carriera da giocatore non devi mai fermarti. Mi reputo un professionista, e dunque devo sfruttare tutte le opportunità che mi si presentano».
"Con la Nba ho realizzato il sogno. Michael Jordan il mio mito, da Kobe
ho appreso la cultura del lavoro e ho giocato con Iveron"
Parigi è la tua città, come hai vissuto gli attentati terroristici e cosa ne pensi di questa situazione che sta mettendo in ginocchio tutto il mondo?
«Mi ha fatto molto male. È stato un momento molto difficile per tanti miei amici. Purtroppo non è stata colpita solo Parigi, ma anche Londra, Istanbul, Berlino, Bruxelles. Non possiamo certamente chiuderci in casa e non uscire più, facendoci condizionare. Il mondo purtroppo sta andando così, ma chiunque deve continuare a vivere la propria vita pregando che questi attentati finiscano quanto prima».
La Francia è una società multietnica, testimoniata dalla stessa nazionale di basket. In Italia è all’ordine del giorno il problema immigrazione. Cosa ti senti di dire?
«È piuttosto difficile perché il tema dipende molto dalla politica. In Francia ci sono molti abitanti di origine algerina, marocchina, senegalese e di tanti altri paese africani che appartenevano alle ex colonie francesi. Molti di loro sono arrivati in Francia per trovare lavoro. In Italia credo sia un po’ più difficile, e le poche cose che so le ho apprese dalla televisione. Spero solo che tutti possano essere felici».
Vivi negli Stati Uniti - ha casa a Miami -. Cosa pensi del nuovo presidente Donald Trump e come vedi il futuro in America?
«Trump ha vinto e dovrà governare per i prossimi quattro anni. Ha dichiarato che vuole cambiare tante cose, e addirittura costruire un muro al confine con il Messico. Alcuni provvedimenti li ha già messi in pratica. Vediamo come procederà il suo lavoro e poi commenteremo».
A Denver hai comprato per un anno intero biglietti a persone in difficoltà. Sei un ragazzo dal cuore d’oro?
«Mi sento una persona fortunata, e siccome non tutti si possono permettere di acquistare un biglietto per assistere ad una partita NBA ho cercato di rendermi utile. Con questo gesto volevo ripagarli del loro affetto, perché senza tifosi io praticamente non sono nessuno. Da bambino non potevo permettermi di andare a vedere una partita ma adesso che ho questa grande opportunità voglio donare qualcosa a chi è in difficoltà».
I tuoi genitori sono del Senegal, hai in cantiere dei progetti benefici per i più poveri del paese?
«Voglio assolutamente fare delle attività di solidarietà e beneficenza, sia in Francia che in Senegal. Ho diverse idee ma non c’è ancora nulla di veramente concreto. Più in là sicuramente cercherò di fare qualcosa soprattutto per i bambini».
Se non avessi fatto il giocatore di basket, cosa ti sarebbe piaciuto fare?
«Proprio perché tengo molto ai bambini e voglio aiutarli se sono in difficoltà, mi sarebbe piaciuto fare l’assistente sociale».
E dopo la pallacanestro cosa vorresti fare?
«Mi piacerebbe restare in questo mondo con un ruolo da allenatore. In particolare vorrei allenare all’università o all’high school, con cui sono molto in contatto, oppure rimanere in Italia. Il massimo livello a cui aspiro, comunque, è l’under 20, perché i professionisti sono molto complicati da allenare (ride!)».




Caserta, pubblico in calo e sempre più esigente

di Giovanni Bocciero

“Caserta città del basket”. È lo slogan che afferma ormai da anni quanto il legame tra la città e la pallacanestro sia forte, indivisibile. Nell’ultimo periodo questo slogan ha perso un po’ di significato, svuotato nei fatti più che nelle parole. Perché se realmente Caserta ed il basket fossero ancora uniti in maniera indissolubile, non si dovrebbero vedere gli spalti del PalaMaggiò vuoti ad ogni incontro. Ci sono di certo diverse attenuati: i risultati molto altalenanti, la lontananza del palazzo dal centro città, le difficoltà economiche della popolazione. Ma se neppure il ritorno dell’idolo Oscar Schmidt ha permesso che l’impianto di Castel Morrone toccasse il sold-out, allora davvero c’è qualcosa che non torna. Ormai è rimasto uno zoccolo duro di tifosi di vecchia data, che acquistato regolarmente l’abbonamento ad inizio stagione, ma sembra esser venuto meno in questi anni il cosiddetto ricambio generazionale del tifo. Non che i giovani non ci siano, sia chiaro. È che purtroppo non provano lo stesso attaccamento che le persone di una certa età hanno nei confronti della squadra. Forse addirittura troppo attaccamento, dato che spesso si sfocia in qualche episodio di poca pazienza con i fischi provenienti dalle tribune al minimo errore. È successo contro Varese, e ad Edgar Sosa non è sceso proprio giù, tanto da mostrare il dito medio in un raptus di pura rabbia. Contro Cremona invece, il pubblico è stato l’autentico sesto uomo, fondamentale nel momento cruciale che ha visto la JuveCaserta rimontare e poi vincere. È quello lo spirito con cui i casertani dovrebbero andare a vedere la partita, ovvero sostenere la squadra sempre e comunque, a prescindere dal risultato. Perché il PalaMaggiò deve incutere timore agli avversari, e non caricare di pressione i propri beniamini.




Altro rinforzo per Caserta: c'è anche Berisha

di Giovanni Bocciero

La JuveCaserta ha colto l’occasione della sosta per le Final Eight di Coppa Italia per inserire nel roster la guardia Dardan Berisha. Una scelta di mercato dovuta ovviamente all’urgenza di aggiungere un ulteriore uomo alle rotazioni, e possibilmente che fosse pronto per dare sin da subito un apporto alla squadra. Coach Dell’Agnello può essere contento di questo innesto, così da riequilibrare l’assetto della formazione con Josh Bostic fermo ai box, che sta vivendo evidentemente un calo fisico e mentale. Berisha, kosovaro di nascita ma con passaporto polacco, vanta la giusta esperienza in campo europeo. E adesso sarà a disposizione di Caserta che con lui vuole raggiungere i playoff. Una gran fetta del tifo bianconero ha accolto con soddisfazione questo ingaggio perché all’ombra della Reggia si è cresciuti con la cultura che gli slavi sono tosti e valorosi. E a lui chiedono durezza mentale.





* per la rivista BASKET MAGAZINE

martedì 25 febbraio 2014

Cultura, il Comune ha ospitato l'onorevole Cesaro

DALLA NUOVA GAZZETTA DI CASERTA

L'INIZIATIVA. Sabato la presentazione del libro del docente presso la Biblioteca dei Carmelitani
Cultura, il Comune ha ospitato l'onorevole Cesaro

MADDALONI. Sabato scorso, presso la Biblioteca del Convento S.S. Annunziata dei Padri Carmelitani di Maddaloni, il docente di filosofia e simbolica politica della SUN, nonché Deputato della Repubblica Italiana, Antimo Cesaro, ha presentato il suo nuovo libro dal titolo "Arcana tabula. Il pittore, la dama e il liocorno". Alla presentazione del volume, oltre ovviamente all'autore, erano presenti il vice sindaco del comune calatino, Michele Cerreto, in rappresentanza del sindaco Rosa De Lucia e dell'assessore alla cultura Cecilia D'Anna, assenti per sopraggiunti impegni. Inoltre, hanno preso parte al parterre degli ospiti il professore e filosofo Alfredo Omaggio, e il teologo dell'Istituto Superiore di scienze religiose San Pietro di Caserta, don Antonio Buffolano.
Un momento della presentazione del libro
Dopo gli interventi dei partecipanti, la parola è passata all'autore Cesaro, che ha saputo attrarre e accompagnare tutti coloro che hanno risposto presente a questo appuntamento culturale, come il migliore degli oratori. Ovviamente, sono state discussi soltanto alcuni degli argomenti del libro, che possono essere approfonditi e capiti ulteriormente con la lettura completa dello stesso volume. In conclusione della presentazione, l'onorevole Antimo Cesaro c'ha tenuto a complimentarsi con i Padri Carmelitani per la riuscita dell'evento, e soprattutto, visto che l'appuntamento si è protratto sino alle ore 20 circa del sabato sera: "mi compiaccio della presenza di tanti giovani in platea. Questo significa che qui a Maddaloni c'è voglia di cultura, d'imparare, ed anche l'inaugurazione della biblioteca comunale del Giordano Bruno è un segno che l'amministrazione è vicina a questo tipo di eventi".
La presentazione del libro del prof. Antimo Cesaro si inserisce nel programma di incontri culturali organizzati dalla Biblioteca S.S. Annunziata e dal Centro Culturale "Edith Stein" ed è realizzato con il patrocinio del Comune di Maddaloni.

Giovanni Bocciero

venerdì 20 gennaio 2012

Lo scrittore ospite dell'Aude

DA CRONACHE DI CASERTA DEL 20/01/2012

Sabato scorso la manifestazione letteraria negli spazi dell'ex Macello
Lo scrittore ospite dell'Aude

MADDALONI (Giovanni Bocciero) – Grande successo per l’Associazione Aude, promotrice dell’evento culturale svoltosi sabato scorso all’ex Macello, che ha permesso ai cittadini d’incontrare il professore Antimo Cesaro, docente di Scienze e Filosofia Politica alla Sun e artefice del falso d’autore ‘La Repubblica di Bananab’, un’opera che ha ripreso il pensiero secentesco di Tommaso Campanella e della sua famigerata Città del Sole. Nella presentazione del manoscritto, che sta avendo particolare attenzione dai media nazionali, non sono mancati spunti e riflessioni inerenti a quella che è la situazione della stessa città calatina. Lo stesso sindaco Antonio Cerreto, intervenuto all’evento, ha tenuto a sottolineare che l’attuale problema dei rifiuti, che è sotto gli occhi di tutti, esisteva già in epoche più antiche con le latrine, così da rifarsi a quella critica che Campanella, e che il professore Cesaro ha reinterpretato, indicava alla comunità.
Il professore Antimo Cesaro
La presentazione, avutasi dinanzi a diverse cariche istituzionali e soprattutto giovani studenti, ha permesso al docente universitario di approfondire quello che è il tema dell’opera, scritta con gli occhi di Campanella, e allo stesso tempo di dilungarsi in dibattiti odierni, riguardanti le amministrazioni e la classe dirigente, nel contesto di quella politica che spesso fa uso della ‘parola’ in modo abusivo, o in forma erronea, che causano troppo spesso delle interpretazioni sbagliate, equivocabili. Il professore Cesaro ha anche tenuto a sottolineare di come sia encomiabile il riprendere una struttura come l’ex Macello, sistemarla e renderla disponibile per il servizio pubblico; un pò come lui ha ‘ristrutturato’ l’opera del frate calabrese. È stato quasi doveroso, in conclusione, dedicarsi a quello che è il tema dell’università senza peli sulla lingua, che viene troppo bistrattata dal governo in termini di fondi per la ricerca, e che dovrebbe invece essere il centro anche per formare nuovi ed eccelsi dirigenti pubblici.

venerdì 13 gennaio 2012

Domani l'incontro all'ex Macello sui manoscritti di Campanella

DA CRONACHE DI CASERTA DEL 13/01/2012

Presenti anche esponenti delle istituzioni locali
Domani l'incontro all'ex Macello sui manoscritti di Campanella

MADDALONI (Giovanni Bocciero) – Domani a via Napoli, presso l’ex Macello, alle ore 16.30, l’Associazione Aude ha promosso un evento culturale che permetterà l’incontro dei cittadini con il professor Antimo Cesaro, brillante intellettuale della nuova generazione, autore del libro 'La Repubblica di Bananab' e docente universitario di Scienze e Filosofia Politica presso la Sun. Quest’opera, ufficiosamente un autentico falso d’autore, riporta i contenuti dell’antico manoscritto del filosofo Tommaso Campanella, inerente alla prima metà del XVII secolo e alla sua celebre Città del Sole, molto simile all’Italia contemporanea tra intercettazioni, corruzione e abitudini sessuali.
Il professore Antimo Cesaro
Questo volume è già stato presentato in varie parti della Regione e addirittura al Palazzo dei Congressi Eur a Roma, richiamando l’attenzione delle televisioni e dei giornali nazionali, e finalmente farà tappa anche nella città delle ‘Due Torri’. In occasione di questo appuntamento, a cui oltre all’autore interverranno anche il sindaco di Maddaloni, Antonio Cerreto, il presidente dell’associazione, Nello dell’Anno, il consigliere comunale Luigi Bove, e il consigliere di facoltà della Sun Vincenzo Ianniello, si potrà discutere e approfondire tale libro, divertente e amaro allo stesso tempo, con la lettura di alcuni versi dello stesso, accompagnati dalla musica del maestro Peppe Bellotta, a cui seguirà la mostra fotografica dell’artista Enrico Pascarella.