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sabato 15 novembre 2025

80 anni. Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Ha compiuto 80 anni. Pozzo di scienza cestistica e miniera di aneddoti, racconta la sua carriera, di successi in ogni ruolo

Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Introdotto alla pallacanestro da una leva di Arnaldo Taurisano, con Cantù ha vinto quasi tutto. Diventato quasi per caso coach nell'esperienza a Parma, è tra i più vincenti della serie A e della nazionale.

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. che ha spinto a fare il corso da allenatore. Sul suo recente addio all'Italia del Poz: «Lascia a Banchi quello che ho lasciato io nel 2009»

di Giovanni Bocciero*

 

Patrimonio della pallacanestro italiana, rappresenta una stella polare da ammirare. Questo è Carlo Recalcati, che poco più di un mese fa ha compiuto 80 anni, e da quando era adolescente li ha trascorsi da prima con un pallone a spicchi tra le mani, e poi a dare indicazioni dalla panchina. Un mito per l’Italia del basket, prima da giocatore poi da allenatore, portando in campo eleganza innata e competenza acquisita.

Riavvolgendo il nastro della vita di Charlie Recalcati, iniziamo dalla fine e dalla sua ultima fatica, quella letteraria, che insieme all’amico ed ex compagno Cesare Angeletti l’ha visto ricordare Arnaldo Taurisano con un libro. «Tau era un pignolo e ricercatore, per questo non si limitava come fanno tutti a dire che il basket è nato da Naismith, ma è andato in fondo e trovato le idee dalle quali lo stesso Naismith ha preso spunto. Lo raccontiamo nella prima parte del libro, insieme all’evolversi delle regole del gioco. La seconda parte invece, è un vero e proprio trattato di tecnica per spiegare la costruzione della sua difesa, con raddoppi a tutto campo e rotazione dei giocatori. Una difesa molto dispendiosa che aveva la sua efficacia e che ho provato in prima persona quando allenato da lui».

Taurisano come esempio di vita. «Ho imparato tutto da lui. A 12 anni non conoscevo il basket, poi al Centro giovanile Pavoniano di Milano è arrivato per fare una leva con i ragazzi del quartiere, mi ha insegnato i fondamentali e a 15 anni già mi faceva giocare con la prima squadra in Promozione. Ci siamo ritrovati a Cantù, e quando è stato nominato capo allenatore io sono stato per dieci anni capitano. Insomma, mi ha preso adolescente e mi ha accompagnato sino alla maturità, per questo è inevitabile che abbia influito nella mia formazione. Abbiamo avuto un percorso di crescita parallelo. Da lui ho sicuramente appreso l’essere autorevole e non necessariamente autoritario».

Nel 1980, a Parma, si è però realizzato l’episodio spartiacque della vita di Recalcati. «Arrivai l’anno prima in una squadra costruita per essere promossa, con giocatori esperti e io quello di punta, ma mi fratturai il malleolo e per due mesi sono stato fuori. Quando sono rientrato il campionato era compromesso. L’anno successivo la proprietà decise di confermare solo me come veterano, e costruì un roster prendendo ragazzi da vari settori giovanili. Dovevamo salvarci e avrei dovuto solo giocare, ma a dieci giorni dall’inizio della preparazione l’allenatore si dimise e mi chiesero se volessi fare anche da tecnico. Avevo delle perplessità, perché già mi stavo preparando al dopo basket con un’attività assicurativa. Una chiacchierata molto producente con l’assistente, il professor Antonio Ievolella, mi spinse a ricoprire il doppio ruolo».

«L’anno dopo avevo già pronto un contratto a Bergamo come giocatore. La squadra però non fu promossa, e così cambiarono le strategie della società, che mi chiese se volessi allenare piuttosto che giocare. Con tanti miei ex compagni in squadra, vincemmo due campionati consecutivi venendo promossi dalla serie B alla serie A. Ma devo ringraziare Parma - ha ricordato Recalcati - per quell’esperienza che mi ha introdotto a fare l’allenatore». Nel 1984 è ritornato a Cantù nelle vesti di tecnico, dopo i lunghi 17 anni trascorsi da giocatore nei quali ha vinto due scudetti e ben sette trofei internazionali. Era un’altra epoca però, la società costretta a cedere giocatori importanti per rientrare nei costi, come Antonello Riva, rimase comunque competitiva tanto in ambito nazionale quanto continentale.

La successiva esperienza di Reggio Calabria è stata positiva tanto dal punto di vista tecnico quanto da quello umano. «In quei cinque anni la mia famiglia è stata circondata dal calore dei reggini. Per noi milanesi è difficile esternare certe manifestazioni d’affetto, anche se le abbiamo dentro». Archiviata in pochi mesi la sfortunata avventura con l’Arese, Recalcati è ripartito da Bergamo in serie B perché «non mi piacquero una serie di proposte di club della A che non avevano programmi ben precisi». Nel 1997 non può rifiutare la chiamata di Varese, dove al secondo anno vince lo storico scudetto della stella. Nel 1999 invece, quando «ero già a Malaga, dove stavo scegliendo casa prima di firmare il contratto, mi arrivò la proposta della Fortitudo». Con l’Aquila è tricolore al primo tentativo.

Quel successo gli spalanca le porte della nazionale italiana, della quale è ct fino al 2009. Per le prime stagioni in maniera esclusiva, perché «credo che bisogni rendersi conto della situazione interna del movimento. Bisogna imparare a conoscere le dinamiche di gestione della federazione, gli uffici, la politica delle elezioni. È bene che il ct sia informato e capisca ciò che avviene. Quegli anni sono stati di formazione, e tecnicamente bisognava anche pensare al futuro, ad un ricambio generazionale della squadra. Considerato quanto giocavano poco gli italiani, già all’allora, era necessario seguire anche i campionati di LegaDue e serie B per capire cosa potessero offrire. Dopo due anni di ricerca abbiamo trovato Soragna, e successivamente in un raduno di giocatori che militavano solo in cadetteria abbiamo scoperto Poeta».

Nell’estate del 2003 si divide tra nazionale e club, perché va ad allenare Siena. «Sono stati tre anni molto intensi, non ho mai avuto un giorno di pausa. Per esempio, non ho mai visto né il palio di luglio né quello di agosto, perché appena finivo i playoff con Siena partivo con l’Italia. E quando a settembre inoltrato terminavo con la nazionale, ricominciavo con Siena. È chiaro che dovevo avere persone di fiducia da ambo le parti, sia a livello dirigenziale che nello staff tecnico, come Frates in azzurro e Pianigiani al club. Nonostante non mi fossi mai riposato per tre anni, avevo la giusta serenità».

Nonostante le fatiche del doppio incarico, a Siena vince lo scudetto al primo colpo, e con la nazionale prima il bronzo all’Europeo e poi quella storica medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene, tirando fuori il meglio di quella selezione. «Nei due anni precedenti avevamo fatto tanti raduni e disputato tante partite. Ho aggiustato la squadra strada facendo, perché all’Europeo l’escluso di lusso fu Pozzecco, che in quella nazionale centrava poco. Invece per l’Olimpiade avevo maturato l’idea che Basile dovesse giocare solo da guardia, e dunque dovendo rimodulare un po’ tutti i ruoli fu escluso De Pol. Sono state scelte dure, ma essere ct significa anche dover mettere da parte l’affetto. Sono decisioni che ti costano dal punto di vista umano ma che rendono da quello tecnico».

Per il Mondiale in Giappone del 2006, e il successivo Europeo 2007, Recalcati già immagina la nazionale del futuro. «Bisogna avere una visione a lungo termine, e quando cambi non puoi pensare di ottenere risultati nell’immediato. Così, per quelle competizioni, iniziai a rinunciare a qualche giocatore maturo per inserire qualche giovane. Con me hanno esordito Gallinari, Belinelli che giocò una gara stratosferica contro gli Stati Uniti, e poi Bargnani, Datome. Non erano atleti pronti, ma volevamo creare qualcosa di buono per il futuro. Mi subentrò Pianigiani, che guidò quella nazionale piena di talento ma non capace di raccogliere risultati. Capita purtroppo».

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. «Caratterialmente siamo all’opposto, ma ci siamo capiti subito e ci siamo accettati, che è la cosa più preziosa. Da giocatore il mio compito non era gestirlo, perché non lo gestisci uno come lui. Dovevo far capire ai compagni che se avesse espresso tutto il suo talento, l’intera squadra ne avrebbe avuto un vantaggio. Diedi libero sfogo al suo modo di fare basket, che si completava con Meneghin dedito al lavoro, sempre sul pezzo e dalle grandi doti atletiche e difensive, visto che difendeva anche per lui. Quando ha smesso di giocare, aveva iniziato a fare il dirigente ma io volevo che facesse l’allenatore. C’ho messo due anni per fargli fare il corso a Bormio rinunciando a venti giorni di vacanza a Formentera. Il novembre successivo, Capo d’Orlando lo ha chiamato».

E proprio al Poz, Recalcati ha lasciato la sua eredità. «Desideravo a fine carriera fare un passaggio del testimone tra me e uno dei miei assistenti. Quando si è paventata la possibilità di Pozzecco ct dell’Italia, si è ricordato di una chiacchierata che avevamo fatto e mi ha voluto come senior assistant. Potevo fare l’assistente solo di un capo allenatore che si fidasse ciecamente di me, che mi rispettasse come persona sapendo che non gli avrei mai potuto fare le scarpe. Altrimenti sarei diventato scomodo per un allenatore che non mi conoscesse profondamente. Col Poz non si è mai realizzato nei club, ma addirittura in nazionale».

Ma qual è l’eredità che il Poz lascia dopo la nazionale? «Ha iniziato a ringiovanire la squadra, e quindi ha lasciato quello che ho lasciato io nel 2009. Oggi tutti ammirano Diouf, sul quale ha iniziato a lavorare tre anni fa. Ma pochi sanno che lo ha proposto lui a Mrsic al Breogan, perché andasse a giocare per un coach che conosceva e che sapeva lo avesse fatto lavorare in un certo modo. Trento ha imposto Niang come grande talento, ma la visione del Poz è stata quella del coraggio di buttarlo nella mischia, e ne ha subito raccolto i frutti. Come Procida e Spagnolo, che ha voluto sin dall’inizio della sua esperienza azzurra, dando un’iniezione di freschezza tecnica ed atletica».

Adesso, però, tocca a Banchi continuare il lavoro. «Ha fatto molto bene sia da coach nei club che come ct della Lettonia. Ha esperienza ed ha il taglio giusto per ricoprire questo incarico. Torno però al mio concetto precedente, ovvero che sarebbe bene che per un paio d’anni facesse solo il tecnico della nazionale per capire l’organizzazione della federazione, andare a fondo nel movimento e comprendere cosa possono offrire i settori giovanili».

Giunti alla fine di questa storia, dobbiamo lasciarvi con un ultimo appuntamento. Perché quello che avete potuto immaginare leggendo queste righe, lo potrete presto vedere tramite la realizzazione di un docufilm. Infatti, Recalcati è stato anche attore protagonista «nell’interpretare me stesso, tra vecchi video e filmati che testimoniano le tappe di Cantù, Parma, Bergamo, Reggio Calabria, Varese, Bologna, Siena e Venezia. Sarà la storia della mia vita, e spero proprio che sia un bel film».

 

Il profilo

Recalcati è nato l’11 settembre 1945 a Milano, dove ha iniziato a giocare a basket. Da giocatore ha scritto la storia di Cantù, con cui ha giocato per 17 anni vincendo 2 scudetti, 3 Coppe Korac, 1 Coppa Intercontinentale e 3 Coppe delle Coppe. Ha inoltre collezionato 166 presenze con l’Italia (18esimo di sempre) dal 1967 al 1976, mettendo a segno 1245 punti che lo rendono il 20esimo nella classifica all-time, e vincendo due medaglie di bronzo agli Europei del 1971 e del 1975. Ha disputato le Olimpiadi del 1968 e del 1976, ed il Mondiale del 1970. Appese le scarpette al chiodo è diventato allenatore, con una carriera ultra quarantennale che l’ha portato a sedere su dieci panchine di differenti club, oltre a quella della nazionale. Recalcati è il coach più vincente della serie A, con 546 partite vinte in carriera, ed è diventato il secondo tecnico a vincere tre scudetti con tre squadre diverse dopo Bianchini: con Varese quello della stella (1998/99), e con Fortitudo Bologna (1999/00) e Siena (2003-04) al primo tentativo. I ricordi più belli però, sono legati alla sua esperienza sulla panchina dell’Italia, guidata per 242 volte (secondo di sempre dietro Gamba) dal 2001 al 2009, vincendo il bronzo europeo nel 2003 e soprattutto lo storico argento olimpico di Atene 2004.


giovedì 24 ottobre 2024

Mezzo secolo per Reggio Emilia, dove Kobe imparò a giocare a basket

Tra tanti alti e pochi bassi, la Pallacanestro Reggiana festeggia i suoi primi cinquant'anni di vita 

Mezzo secolo per Reggio Emilia

Dove Kobe imparò a giocare a basket

Da Montecchi a Basile, da Frosini a Faye, il ritratto di una città accogliente, speciale, innamorata della pallacanestro. Enrico Prandi: «Nati come fucina di giovani talenti. A capo della società da sempre imprenditori reggiani. La svolta nel 1978». Le perle le due finali scudetto del 2015 e 2016


di Giovanni Bocciero*


50 anni portati bene, è proprio il caso di dirlo. La Pallacanestro Reggiana è un esempio fulgido di quella provincia italiana che ha regalato storie meravigliose al basket nostrano. Un club sano, mai fallito nell’arco del suo percorso, da imitare sotto tutti i punti di vista, e specialmente per come lavora coi giovani.

«Il primo pensiero corre alla fondazione ed alla nascita di mia figlia - ha ricordato Enrico Prandi, fondatore ed ex presidente della società e poi commissioner della Lega Basket dal 2002-2007 -, motivo per cui fu posticipata da giugno al 3 settembre del 1974. Il progetto alla base della Reggiana non era certo quello di fondare un club che arrivasse a disputare la serie A. Volevamo altresì che la città avesse una sua squadra, e che potesse attirare qualche sponsor per permettere una florida attività giovanile così da diventare vivaio per i club maggiori presenti nei dintorni. Strada facendo trovare delle intese era difficile, così ci siamo tenuti i giovani e vincendo sul campo un campionato dopo l’altro siamo arrivati sino allo spareggio per l’A2». Era il 1982, si giocava a Udine contro Pavia.

Con l’ex presidente della Reggiana abbiamo fatto qualche passo indietro, alle origini del basket in città. «A Reggio Emilia c’era una latente passione per la pallacanestro sin dal dopoguerra, che poi è diventata tradizione coinvolgendo la provincia intera. Mancava però una squadra che potesse convogliare questo patrimonio. Infatti, già all’inizio degli anni ’80 contavamo 1500 abbonati».

Prandi ricorda anche un momento spartiacque. «Una tappa fondamentale è stato il primo campionato di serie B nel 1978/79, che ci mise difronte ad una categoria in cui capimmo che con le sole forze locali non potevamo fare di più. Così, in un’ottica di crescita costante, ci guardammo intorno e con l’intento di potenziare la squadra cominciammo a prendere giocatori provenienti da altre città. In virtù della rinuncia all’A1 della Fernet Tonic, terza squadra di Bologna, cogliemmo l’opportunità di prendere Mario Ghiacci».

A chi ha vissuto da protagonista questi 50 anni, in tante vesti diverse e oggi più che mai tifoso, abbiamo chiesto il quintetto simbolo della Reggiana. «Scegliere cinque giocatori non è facile. Di sicuro non può mancare Pino Brumatti, così come Bob Morse e Mike Mitchell. Senza voler trascurare nessuno, e restando nell’arco temporale della mia presidenza - ha sottolineato Prandi -, dico due nazionali come Piero Montecchi e Gianluca Basile. Ma la squadra che ha fatto le due finali scudetto andrebbe presa in toto».

Proprio a Montecchi e Basile, il primo giocatore biancorosso dal 1982-87 e poi di nuovo dal 1995-98, il secondo suo compagno di squadra nei tre anni e mezzo dal 1995-99, abbiamo chiesto cosa significa Reggio Emilia. «In una sola parola, è casa mia - ha detto Montecchi -, dove sono nato, cresciuto, diventato grande. Anche se per anni ho vissuto lontano, le mie radici sono ben salde. E questo vale anche per la squadra, naturalmente, non solo personale».

«Per me è dove tutto è nato - ha esordito Basile -, dove mi è stata data l’opportunità di realizzare il mio sogno. Sono arrivato che avevo 18 anni, per giocare con la squadra Juniores. Mi hanno accolto in maniera superlativa, e li ringrazio ancora oggi. Ero un ragazzo che andava via da una realtà che non gli poteva offrire nulla. Grazie alle persone che mi hanno voluto bene, il trasferimento non è stato difficile. Potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è. Mi presentai con un polso fratturato ma mi è stata data l’occasione di esprimermi al meglio».

«Una storia che dura da mezzo secolo è di grandissima eccellenza - ha continuato Montecchi - sotto tutti i punti di vista: umano, sportivo, valoriale. I grandi risultati del club sono coincisi con la sua serietà in un percorso nel quale ha saputo trovare imprenditori che la accompagnassero nel modo giusto per rimanere sempre ad altissimo livello».

La storia della Reggiana è fatta di alti e bassi, di speranze e grandi delusioni. Ma facendo anche di necessità virtù, è stata scritta con pagine indelebili. «Quando la squadra retrocesse in A2 - ha ricordato Basile -, ci fu una nuova cordata che acquistò la società che era a rischio fallimento. Così il club decise di allestire un roster con un paio di veterani più i ragazzi del vivaio, con Giordano Consolini come allenatore, mio coach delle giovanili».

«Nell’arco di questi 50 anni ne sono passati di giocatori: grandi, meno bravi, fortunati o sfortunati - ha rievocato invece Montecchi -, di ogni paese. Basta vedere le foto dei singoli anni per farsi un’idea». Come allora dimenticare Joe Bryant, ma soprattutto il piccolissimo Kobe, che a Reggio Emilia ha trascorso gli anni dell’adolescenza e per questo vi era legatissimo. Fuori dal PalaBigi campeggia un murale a ricordare proprio il fenomeno dei Lakers.

Alessandro Frosini è stato nella città del Tricolore dal 2009-2020, prima da giocatore e poi da novello direttore sportivo. «Il club vive in simbiosi con la città. Non ce ne sono così tanti di luoghi in giro per l’Italia, nonostante c’è passione per la pallacanestro un po’ ovunque. Quello di Reggio Emilia è un modo di essere, tu puoi essere chiunque: un tifoso, un dirigente, un giocatore delle giovanili o uno sponsor, ma sei Reggio Emilia».

«Ho scelto la Reggiana - ha proseguito Frosini -, perché per esigenze personali dovevo riavvicinarmi alla mia famiglia. Cercavo un club con la giusta situazione, dove si potesse giocare una pallacanestro di un certo livello con un progetto serio. È stata la prima volta che non sono passato per il mio procuratore, ma ho telefonato direttamente il capo allenatore che era Alessandro Ramagli. Gli ho detto che sapevo stessero cercando il quarto lungo, e mi sono così proposto. Lui mi rispose che non sarei stato un rincalzo, ma il titolare. A me poco interessava in quel momento, volevo solo continuare a giocare arrivato alla soglia dei 37 anni. La trattativa si concluse con quella stessa chiacchierata».

È così che nasce la sua avventura a Reggio Emilia, in un club serio ed ambizioso con la voglia di ritornare in serie A e che poi è arrivato a giocarsi due finali scudetto consecutive, nel 2015 e 2016. «Dopo due anni da giocatori ho proseguito per altri nove da direttore sportivo. Anche nella nuova veste la cosa è nata strada facendo, con alcuni incastri che mi hanno favorito. E posso dire che negli ultimi sei mesi della mia carriera ho rivestito praticamente entrambi i ruoli, grazie anche al rapporto instaurato con Dalla Salda, e - ha concluso Frosini - in una stagione molto difficile in cui la squadra si salvò all’ultima giornata».

Non solo il sogno scudetto, negli anni sono stati tanti i giovani formatisi in biancorosso. La lista, piuttosto lunga, comprende alcuni come Nicolò Melli, Angelo Gigli, Federico Mussini, Giovanni Pini, Riccardo Cervi, Momo Diouf. Negli anni 2000, nell’Italbasket del ct Carlo Recalcati, giocavano quattro giocatori passati per Reggio Emilia: oltre a Basile e Gigli, Marco Mordente e Giorgio Boscagin. E addirittura, nella stagione 2014-15, la Reggiana guidata da coach Max Menetti in panchina e Andrea Cinciarini in campo, è stata l’unica società di serie A ad avere il minutaggio degli italiani superiore a quello degli stranieri.

L’ultimo prospetto lanciato la passata stagione è Momo Faye. «Sono arrivato a Reggio Emilia che conoscevo poco, solo quello che mi hanno raccontato, soprattutto di come lavorano con i giovani per farli crescere e diventare professionisti. Sono stato subito ben accolto, mi sono adattato alla città ed alle persone. Tutti mi hanno aiutato con la scuola e ad imparare l’italiano».

«Sulla storia del club ovviamente non so tutto, ma mi sono informato il più possibile. Sono attratto dai tanti giocatori famosi che hanno giocato a Reggio Emilia, come Amedeo Della Valle, Achille Polonara, e questo mi trasmette le motivazioni di dare ancora di più. Mi piacciono tanto i tifosi, che sono molto attaccati al basket, ed ogni sabato o domenica vengono numerosi al palazzetto. Questo è fantastico, perché anche quando ti incontrano in giro per la città - ha concluso Faye - ti dimostrano tutto il loro affetto».

In questi 50 anni, comun denominatore è stato il PalaBigi, il palazzo che ha visto la crescita e l’evoluzione della società. «È il punto fermo dell’attività e dei tifosi - ha commentato Montecchi -. Immagino che le proprietà che si sono succedute nel corso degli anni non siano così d’accordo, perché con un impianto più grande si sarebbe potuto avere un altro respiro. Però un palazzetto così, anche se vintage, acquisisce un grande fascino».

«Il PalaBigi è un’istituzione, e anche se ormai molto datato seppur ristrutturato ed ampliato, continua a svolgere quel ruolo di fortino per la squadra - ha detto Frosini -. Rappresenta la grande forza della società ma anche un limite, perché nel momento in cui siamo riusciti ad arrivare a livelli altissimi giocandoci le finali scudetto, aver avuto l’opportunità di giocare in un impianto con maggiore capacità avrebbe fatto sì che l’evento fosse seguito da molte più persone».

«L’unica cosa che posso augurare alla Reggiana, oltre ad altri cinquant’anni di attività - ha concluso Montecchi -, è di riuscire in quel miracolo soltanto sfiorato di vincere almeno uno scudetto che sarebbe un fiore all’occhiello per tutti i reggiani». Stesso pensiero anche per Prandi, che c’ha tenuto a sottolineare come le «le proprietà che si sono succedute siano state sempre reggiane. E quest’ultima con Veronica Bartoli è illuminata per la nascente ‘Casa biancorossa’».

Italbasket, la prima ufficiale al PalaBigi contro l’Islanda

Come omaggio per i 50 anni di storia della Pallacanestro Reggiana, la Fip ha indicato come sede di gioco della prossima partita dell’Italbasket proprio Reggio Emilia, a distanza di 24 anni dall’ultima apparizione. Gli azzurri del ct Gianmarco Pozzecco sfideranno l’Islanda al PalaBigi, lunedì 25 novembre 2024. Si tratta della quarta partita del girone di qualificazione all’Eurobasket 2025. La nazionale ha già messo in carniere due vittorie nella finestra dello scorso febbraio, con la Turchia per 87-80 a Pesaro, e in Ungheria per 62-83. Prima della gara di Reggio Emilia, gli azzurri giocheranno in Islanda, a Reykjavík, il 22 novembre 2024. Al PalaBigi si tratta della prima partita ufficiale della nazionale, che aveva disputato due amichevoli in passato. Il 6 gennaio 1978, con la Turchia per la Coppa Decio Scuri (107-77 per gli azzurri); e il 26 febbraio 2000, con la Francia, altra vittoria per 69-65.


* per la rivista Basket Magazine

giovedì 24 agosto 2023

Basile scommette sull'Italia e sul Poz: «Bravo a cambiare visione»

VERSO IL MONDIALE 2023

Basile scommette sull'Italia e sul Poz:

«Bravo a cambiare visione»


di Giovanni Bocciero

Un oro e un bronzo europeo, ma soprattutto l'argento olimpico del 2004. Se si parla di Gianluca Basile in merito alla nazionale di pallacanestro è sicuramento uno dei giocatori più titolati. Eppure, proprio come per l'Italia gli manca nel palmares una medaglia al Mondiale. Competizione che vedrà ormai ad ore gli azzurri esordire contro l'Angola (venerdì 25 alle ore 10:00). Una squadra che ha avuto un cammino perfetto nell'avvicinamento al campionato iridato, con sette vittorie su sette amichevoli disputate contro Turchia, Cina, Serbia, Grecia, Portorico, Brasile e Nuova Zelanda. Successi arrivati anche contro avversarie di un certo livello, che però non contano assolutamente nulla in questa fase se non per far crescere l'autostima del gruppo. «Vincere non è mai semplice, perché sulla carta ci sono tante squadre forti quanto te - ha esordito Basile - o ancora di più. La cosa fondamentale è creare il concetto di squadra, e che tutti e dodici i giocatori capiscano in che contesto si trovano e il proprio ruolo. Quando tutti i meccanismi combaciano ci si può togliere tante soddisfazioni, e credo che la nazionale già dalla partecipazione all'Olimpiade con la gestione di Meo Sacchetti abbia intrapreso la giusta strada. Col Poz allo scorso Europeo si è arrivati ad un buon risultato, e si stanno comportando bene anche in queste amichevoli dove davvero giocano una buona pallacanestro. Sono una squadra atipica perché non hanno un centro di peso sotto canestro, ma c'è Nicolò Melli che è un jolly, che può difendere sui lunghi grossi, poi è dinamico ed ha la giusta intelligenza tattica. Se riescono a creare quella particolare atmosfera nello spogliatoio non dico che sono da medaglia, ma possono andare molto avanti nella competizione. Purtroppo il Mondiale è ancora più difficili degli Europei».

Basile ha vinto quello storico argento olimpico ad Atene con Gianmarco Pozzecco. Ma non solo l'azzurro, i due sono stati compagni di squadra per tre anni alla Fortitudo Bologna, e nella stagione 2013/14 il Poz è stato addirittura allenatore del Baso all'Orlandina. «Non me lo sarei mai aspettato in questo ruolo - ha confessato l'ex guardia tiratrice -, e questo è sicuramente qualcosa di positivo per lui. Credo che quello che sia riuscito a fare meglio è capire che il suo gioco, con quel talento, quella visione, era unico, e che lo poteva mettere in pratica solo lui. Quindi si è dovuto immedesimare in un contesto differente, nel quale non può aspettarsi quelle determinate cose dai giocatori. Ecco perché lo vedo molto focalizzato sui dettagli e le situazioni tattiche, cosa che da giocatore gli riuscivano per talento, perché sapeva inventare come nessun'altro. Nel suo nuovo ruolo ha dovuto capire che chi sta in campo non si chiama Pozzecco, e quindi ha dovuto imparare attraverso la lunga gavetta che ha già fatto alcune dinamiche che vanno al di fuori della sua visione. Visione che ha comunque portato a livello umano perché, essendo stato un atleta difficile da gestire, sa cosa passa per la testa di chi scende in campo e come saperlo prendere affinché possa essere tranquillo. Questo suo modo di fare crea grande fiducia nel rapporto che ha con le persone - ha sottolineato Basile -, le quali arrivano a credere fortemente in lui. Si merita tutto quello che ha raggiunto, e se a volte di sicuro esagera è perché spinto dalla passione. Nessuno può dire che non metta tutto sé stesso in quello che fa».

Pozzecco è stato chiaro sin dall'inizio del raduno. Ha convocato quei giocatori con i quali intende portare avanti un progetto duraturo nel tempo, perché è importante anche a livello di nazionale costruire un gruppo che si conosca quanto più possibile a maggior ragione con le poche occasioni per ritrovarsi. «Se non si crea mentalità nel gruppo si fa fatica pensare di poter non solo sognare una medaglia, ma persino di essere competitivi. La mentalità è ciò che ti rende forte, che ti dà sicurezza, e si costruisce nell'arco degli anni e anche dalle sconfitte. Come il quarto di finale perso contro la Francia dell'estate scorsa. Vedendo come giocano, e considerando che sono comunque tutti dei bravi ragazzi dal punto di vista comportamentale - ha continuato Basile -, credo che la mentalità sia quella giusta. Si percepisce che tutti vogliono fare bene e che nessuno esce fuori dal coro. Si stanno preparando al meglio, sono convinti di poter far bene, e poi dal traguardo del podio sei spesso diviso da una linea sottile che a volte dipende anche dalla fortuna negli incroci. Bisogna guardare una partita per volta e vedere cosa succede».

Il Mondiale sarà l'ultimo palcoscenico da giocatore per Gigi Datome, capitano dell'Italbasket che pur emozionatosi per aver vinto due bronzi europei a livello giovanile con l'U18 e l'U20, non ha conquistato nessuna medaglia con la nazionale maggiore. Chiudere la carriera con l'azzurro indosso e magari sul podio sarebbe un sogno. «Già indossare la maglia azzurra e sentire l'inno ti tocca nel profondo - ha riflettuto l'ex Fortitudo e Barcellona -, si prova orgoglio e soddisfazione per essere arrivato in quel contesto, che è il sogno da bambino. Una serie di cose che ti appagano sicuramente. Il ritiro è una cosa molto soggettiva, non c'è un'età che sia una data di scadenza. Per quello che ho provato io ai miei tempi, il corpo non mi reggeva più come una volta. Vedi ragazzi più veloci, subisci più infortuni, e quindi bisogna iniziare a tirare le somme valutando i pro e i contro nel continuare la carriera. Credo che Datome stia soffrendo almeno da due anni di diversi infortuni che gli hanno fatto giocare molte meno partite, anche se quando poi è in campo fa la differenza con la sua presenza. Gara 7 delle ultime finali scudetto sono un grande esempio. Ma arrivati a questo punto, solo lui poteva prendere una decisione riguardo questa cosa. Per quello che ha fatto, e per la persona che è, c'è solo da alzarsi in piedi per applaudirlo».

Per un Datome che prenderà parte al suo ultimo ballo, ci sono diversi giovani alla loro prima grande esperienza con l'Italia. Parliamo ovviamente di Momo Diouf, Gabriele Procida e Matteo Spagnolo, rigorosamente in ordine di data di nascita essendo un 2001, un 2002 ed un 2003. Segno questo che il Poz non ha paura a lanciare dei giovanissimi. «L'età non è importante, perché ricordo che ai miei tempi Ricky Rubio aveva solo 17 anni ma era già in nazionale e addirittura comandava in campo. E' solo una questione di mentalità e di voler fare bene, e la crescita che hanno avuto Spagnolo e Procida fa ben sperare per il futuro dell'Italia. Voglio però anche lanciare un messaggio a chi è stato tagliato per ultimo o sta nel giro della nazionale, ovvero che un giocatore deve lavorare per migliorarsi sempre, così da presentarsi al prossimo raduno più forte. E' solo il lavoro che ti fa guadagnare sicurezza e prendere coscienza dei propri mezzi, così che si possano raggiungere certi livelli». Ma vede in qualcuno i nuovi Baso e Poz? «Questa domanda non ha risposta. Ogni giocatore ha una sua mentalità ed un suo talento. Ma non mi soffermerei neppure sui singoli, perché anche ai nostri tempi - ha concluso Basile - la forza del gruppo era l'insieme dei giocatori ognuno con la mentalità giusta».