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sabato 15 novembre 2025

80 anni. Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Ha compiuto 80 anni. Pozzo di scienza cestistica e miniera di aneddoti, racconta la sua carriera, di successi in ogni ruolo

Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Introdotto alla pallacanestro da una leva di Arnaldo Taurisano, con Cantù ha vinto quasi tutto. Diventato quasi per caso coach nell'esperienza a Parma, è tra i più vincenti della serie A e della nazionale.

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. che ha spinto a fare il corso da allenatore. Sul suo recente addio all'Italia del Poz: «Lascia a Banchi quello che ho lasciato io nel 2009»

di Giovanni Bocciero*

 

Patrimonio della pallacanestro italiana, rappresenta una stella polare da ammirare. Questo è Carlo Recalcati, che poco più di un mese fa ha compiuto 80 anni, e da quando era adolescente li ha trascorsi da prima con un pallone a spicchi tra le mani, e poi a dare indicazioni dalla panchina. Un mito per l’Italia del basket, prima da giocatore poi da allenatore, portando in campo eleganza innata e competenza acquisita.

Riavvolgendo il nastro della vita di Charlie Recalcati, iniziamo dalla fine e dalla sua ultima fatica, quella letteraria, che insieme all’amico ed ex compagno Cesare Angeletti l’ha visto ricordare Arnaldo Taurisano con un libro. «Tau era un pignolo e ricercatore, per questo non si limitava come fanno tutti a dire che il basket è nato da Naismith, ma è andato in fondo e trovato le idee dalle quali lo stesso Naismith ha preso spunto. Lo raccontiamo nella prima parte del libro, insieme all’evolversi delle regole del gioco. La seconda parte invece, è un vero e proprio trattato di tecnica per spiegare la costruzione della sua difesa, con raddoppi a tutto campo e rotazione dei giocatori. Una difesa molto dispendiosa che aveva la sua efficacia e che ho provato in prima persona quando allenato da lui».

Taurisano come esempio di vita. «Ho imparato tutto da lui. A 12 anni non conoscevo il basket, poi al Centro giovanile Pavoniano di Milano è arrivato per fare una leva con i ragazzi del quartiere, mi ha insegnato i fondamentali e a 15 anni già mi faceva giocare con la prima squadra in Promozione. Ci siamo ritrovati a Cantù, e quando è stato nominato capo allenatore io sono stato per dieci anni capitano. Insomma, mi ha preso adolescente e mi ha accompagnato sino alla maturità, per questo è inevitabile che abbia influito nella mia formazione. Abbiamo avuto un percorso di crescita parallelo. Da lui ho sicuramente appreso l’essere autorevole e non necessariamente autoritario».

Nel 1980, a Parma, si è però realizzato l’episodio spartiacque della vita di Recalcati. «Arrivai l’anno prima in una squadra costruita per essere promossa, con giocatori esperti e io quello di punta, ma mi fratturai il malleolo e per due mesi sono stato fuori. Quando sono rientrato il campionato era compromesso. L’anno successivo la proprietà decise di confermare solo me come veterano, e costruì un roster prendendo ragazzi da vari settori giovanili. Dovevamo salvarci e avrei dovuto solo giocare, ma a dieci giorni dall’inizio della preparazione l’allenatore si dimise e mi chiesero se volessi fare anche da tecnico. Avevo delle perplessità, perché già mi stavo preparando al dopo basket con un’attività assicurativa. Una chiacchierata molto producente con l’assistente, il professor Antonio Ievolella, mi spinse a ricoprire il doppio ruolo».

«L’anno dopo avevo già pronto un contratto a Bergamo come giocatore. La squadra però non fu promossa, e così cambiarono le strategie della società, che mi chiese se volessi allenare piuttosto che giocare. Con tanti miei ex compagni in squadra, vincemmo due campionati consecutivi venendo promossi dalla serie B alla serie A. Ma devo ringraziare Parma - ha ricordato Recalcati - per quell’esperienza che mi ha introdotto a fare l’allenatore». Nel 1984 è ritornato a Cantù nelle vesti di tecnico, dopo i lunghi 17 anni trascorsi da giocatore nei quali ha vinto due scudetti e ben sette trofei internazionali. Era un’altra epoca però, la società costretta a cedere giocatori importanti per rientrare nei costi, come Antonello Riva, rimase comunque competitiva tanto in ambito nazionale quanto continentale.

La successiva esperienza di Reggio Calabria è stata positiva tanto dal punto di vista tecnico quanto da quello umano. «In quei cinque anni la mia famiglia è stata circondata dal calore dei reggini. Per noi milanesi è difficile esternare certe manifestazioni d’affetto, anche se le abbiamo dentro». Archiviata in pochi mesi la sfortunata avventura con l’Arese, Recalcati è ripartito da Bergamo in serie B perché «non mi piacquero una serie di proposte di club della A che non avevano programmi ben precisi». Nel 1997 non può rifiutare la chiamata di Varese, dove al secondo anno vince lo storico scudetto della stella. Nel 1999 invece, quando «ero già a Malaga, dove stavo scegliendo casa prima di firmare il contratto, mi arrivò la proposta della Fortitudo». Con l’Aquila è tricolore al primo tentativo.

Quel successo gli spalanca le porte della nazionale italiana, della quale è ct fino al 2009. Per le prime stagioni in maniera esclusiva, perché «credo che bisogni rendersi conto della situazione interna del movimento. Bisogna imparare a conoscere le dinamiche di gestione della federazione, gli uffici, la politica delle elezioni. È bene che il ct sia informato e capisca ciò che avviene. Quegli anni sono stati di formazione, e tecnicamente bisognava anche pensare al futuro, ad un ricambio generazionale della squadra. Considerato quanto giocavano poco gli italiani, già all’allora, era necessario seguire anche i campionati di LegaDue e serie B per capire cosa potessero offrire. Dopo due anni di ricerca abbiamo trovato Soragna, e successivamente in un raduno di giocatori che militavano solo in cadetteria abbiamo scoperto Poeta».

Nell’estate del 2003 si divide tra nazionale e club, perché va ad allenare Siena. «Sono stati tre anni molto intensi, non ho mai avuto un giorno di pausa. Per esempio, non ho mai visto né il palio di luglio né quello di agosto, perché appena finivo i playoff con Siena partivo con l’Italia. E quando a settembre inoltrato terminavo con la nazionale, ricominciavo con Siena. È chiaro che dovevo avere persone di fiducia da ambo le parti, sia a livello dirigenziale che nello staff tecnico, come Frates in azzurro e Pianigiani al club. Nonostante non mi fossi mai riposato per tre anni, avevo la giusta serenità».

Nonostante le fatiche del doppio incarico, a Siena vince lo scudetto al primo colpo, e con la nazionale prima il bronzo all’Europeo e poi quella storica medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene, tirando fuori il meglio di quella selezione. «Nei due anni precedenti avevamo fatto tanti raduni e disputato tante partite. Ho aggiustato la squadra strada facendo, perché all’Europeo l’escluso di lusso fu Pozzecco, che in quella nazionale centrava poco. Invece per l’Olimpiade avevo maturato l’idea che Basile dovesse giocare solo da guardia, e dunque dovendo rimodulare un po’ tutti i ruoli fu escluso De Pol. Sono state scelte dure, ma essere ct significa anche dover mettere da parte l’affetto. Sono decisioni che ti costano dal punto di vista umano ma che rendono da quello tecnico».

Per il Mondiale in Giappone del 2006, e il successivo Europeo 2007, Recalcati già immagina la nazionale del futuro. «Bisogna avere una visione a lungo termine, e quando cambi non puoi pensare di ottenere risultati nell’immediato. Così, per quelle competizioni, iniziai a rinunciare a qualche giocatore maturo per inserire qualche giovane. Con me hanno esordito Gallinari, Belinelli che giocò una gara stratosferica contro gli Stati Uniti, e poi Bargnani, Datome. Non erano atleti pronti, ma volevamo creare qualcosa di buono per il futuro. Mi subentrò Pianigiani, che guidò quella nazionale piena di talento ma non capace di raccogliere risultati. Capita purtroppo».

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. «Caratterialmente siamo all’opposto, ma ci siamo capiti subito e ci siamo accettati, che è la cosa più preziosa. Da giocatore il mio compito non era gestirlo, perché non lo gestisci uno come lui. Dovevo far capire ai compagni che se avesse espresso tutto il suo talento, l’intera squadra ne avrebbe avuto un vantaggio. Diedi libero sfogo al suo modo di fare basket, che si completava con Meneghin dedito al lavoro, sempre sul pezzo e dalle grandi doti atletiche e difensive, visto che difendeva anche per lui. Quando ha smesso di giocare, aveva iniziato a fare il dirigente ma io volevo che facesse l’allenatore. C’ho messo due anni per fargli fare il corso a Bormio rinunciando a venti giorni di vacanza a Formentera. Il novembre successivo, Capo d’Orlando lo ha chiamato».

E proprio al Poz, Recalcati ha lasciato la sua eredità. «Desideravo a fine carriera fare un passaggio del testimone tra me e uno dei miei assistenti. Quando si è paventata la possibilità di Pozzecco ct dell’Italia, si è ricordato di una chiacchierata che avevamo fatto e mi ha voluto come senior assistant. Potevo fare l’assistente solo di un capo allenatore che si fidasse ciecamente di me, che mi rispettasse come persona sapendo che non gli avrei mai potuto fare le scarpe. Altrimenti sarei diventato scomodo per un allenatore che non mi conoscesse profondamente. Col Poz non si è mai realizzato nei club, ma addirittura in nazionale».

Ma qual è l’eredità che il Poz lascia dopo la nazionale? «Ha iniziato a ringiovanire la squadra, e quindi ha lasciato quello che ho lasciato io nel 2009. Oggi tutti ammirano Diouf, sul quale ha iniziato a lavorare tre anni fa. Ma pochi sanno che lo ha proposto lui a Mrsic al Breogan, perché andasse a giocare per un coach che conosceva e che sapeva lo avesse fatto lavorare in un certo modo. Trento ha imposto Niang come grande talento, ma la visione del Poz è stata quella del coraggio di buttarlo nella mischia, e ne ha subito raccolto i frutti. Come Procida e Spagnolo, che ha voluto sin dall’inizio della sua esperienza azzurra, dando un’iniezione di freschezza tecnica ed atletica».

Adesso, però, tocca a Banchi continuare il lavoro. «Ha fatto molto bene sia da coach nei club che come ct della Lettonia. Ha esperienza ed ha il taglio giusto per ricoprire questo incarico. Torno però al mio concetto precedente, ovvero che sarebbe bene che per un paio d’anni facesse solo il tecnico della nazionale per capire l’organizzazione della federazione, andare a fondo nel movimento e comprendere cosa possono offrire i settori giovanili».

Giunti alla fine di questa storia, dobbiamo lasciarvi con un ultimo appuntamento. Perché quello che avete potuto immaginare leggendo queste righe, lo potrete presto vedere tramite la realizzazione di un docufilm. Infatti, Recalcati è stato anche attore protagonista «nell’interpretare me stesso, tra vecchi video e filmati che testimoniano le tappe di Cantù, Parma, Bergamo, Reggio Calabria, Varese, Bologna, Siena e Venezia. Sarà la storia della mia vita, e spero proprio che sia un bel film».

 

Il profilo

Recalcati è nato l’11 settembre 1945 a Milano, dove ha iniziato a giocare a basket. Da giocatore ha scritto la storia di Cantù, con cui ha giocato per 17 anni vincendo 2 scudetti, 3 Coppe Korac, 1 Coppa Intercontinentale e 3 Coppe delle Coppe. Ha inoltre collezionato 166 presenze con l’Italia (18esimo di sempre) dal 1967 al 1976, mettendo a segno 1245 punti che lo rendono il 20esimo nella classifica all-time, e vincendo due medaglie di bronzo agli Europei del 1971 e del 1975. Ha disputato le Olimpiadi del 1968 e del 1976, ed il Mondiale del 1970. Appese le scarpette al chiodo è diventato allenatore, con una carriera ultra quarantennale che l’ha portato a sedere su dieci panchine di differenti club, oltre a quella della nazionale. Recalcati è il coach più vincente della serie A, con 546 partite vinte in carriera, ed è diventato il secondo tecnico a vincere tre scudetti con tre squadre diverse dopo Bianchini: con Varese quello della stella (1998/99), e con Fortitudo Bologna (1999/00) e Siena (2003-04) al primo tentativo. I ricordi più belli però, sono legati alla sua esperienza sulla panchina dell’Italia, guidata per 242 volte (secondo di sempre dietro Gamba) dal 2001 al 2009, vincendo il bronzo europeo nel 2003 e soprattutto lo storico argento olimpico di Atene 2004.


domenica 15 dicembre 2024

L'uomo nuovo: Basile e la leggenda del bisnonno pescatore

Portato in Italia da Tortona, con Orzinuovi ed ora a Cantù si è imposto conquistando, con la cittadinanza, anche l'azzurro

Basile e la leggenda del bisnonno pescatore

Dall'emigrazione nel Wisconsin dell'avo palermitano, alla crescita in una grande famiglia di cestisti, all'incontro con Riccardo Fois che gli ha proposto un futuro da italiano. L'esordio da protagonista nel successo di Reykjavik della nazionale gli ha cambiato la carriera e propone nuovi interessanti scenari al club canturino. «Felice di aver ritrovato Brienza, orgoglioso della maglia azzurra». Ala forte o centro, punta sulla sua versatilità. «Posso migliorare, non è questo il momento di porsi limiti»


di Giovanni Bocciero*

 

SOLTANTO LO SCORSO MESE di ottobre si è aggiudicato il premio di Mvp straniero del campionato di serie A2 indossando la casacca di Cantù. Avendo però esordito nell’ultima finestra Fiba per le nazionali con la maglia azzurra, è diventato a tutti gli effetti italiano. Grant Basile è senza dubbio il cestista più chiacchierato di questo periodo in Italia. E con ragione, visto che può essere tanto utile alla nostra nazionale. Come ha già ampiamente dimostrato.

Innanzitutto però, va assimilato quanto prima l’italiano. «Lo sto imparando - ha detto ridacchiando il diretto interessato -, ma è difficile per me coniugare in maniera veloce i verbi. Cerco di ascoltare il più possibile e lo capisco se mi parlano piano. A tutti i tifosi posso solo dire che mi sto impegnando tanto per affrettare i tempi, ma devo ancora continuare a migliorare».


Proprio come sul parquet, perché Basile ha l’ambizione di diventare la miglior versione di sé stesso lungo i 28 metri per 15. «Ogni volta che avrò l'opportunità di giocare per la nazionale penso che sarà un onore. È qualcosa che spero di continuare a fare con grande soddisfazione. In Italia voglio scalare ogni vetta, e per adesso la priorità è vincere il campionato di A2. Sarebbe fantastico riuscirci, e vedere cosa mi aspetta l'anno prossimo. L’obiettivo è diventare il miglior giocatore che posso essere, così da aiutare i miei compagni a diventare una squadra vincente».

Provando a guardare già al futuro, questo gli varrà tanto per la nazionale quanto per il club. Una cosa è certa, lo potrà fare da giocatore italiano, uno status che cambierà completamente la sua carriera da adesso in poi. «Sì, certo. Ovviamente è di grande aiuto essere considerato e poter giocare da italiano. Sarà di sicuro molto utile per il prosieguo della mia carriera».

AVVOLGIAMO IL NASTRO DELLA STORIA. Il bisnonno Nicola, umile pescatore palermitano, circa un secolo fa emigra negli Stati Uniti e si stabilisce nel Wisconsin. La pallacanestro diventa subito lo sport di famiglia. Il nonno Gianluca si appassiona e si cimenta a fare l’allenatore. Papà Michael e mamma Lisa ci giocano, e quando il padre smette inizia anche lui ad allenare. Grant, che ha tre sorelle - di cui una gemella - e un fratello, ne segue le orme.

All’high school si ritrova proprio il papà come coach, che lo instrada anche se sembra non ce ne fosse bisogno. Infatti l’adolescente Grant si fa subito notare con la sua Pewaukee. Vince due titoli interstatali chiudendo le stagioni con una doppia doppia di media: prima 13.6 punti e 11.5 rimbalzi, poi 24.9 e 15. Piazza anche una incredibile prestazione da 29 punti e 23 rimbalzi, con tanto di canestro della vittoria, contro la Whitnall di un certo Tyler Herro.

Sbarca al college, va alla Wright State in Ohio, e in tre anni fa lievitare sempre di più le sue statistiche personali, contribuendo fattivamente alla storica qualificazione dei Raiders al primo turno del torneo Ncaa. Arriva però la sconfitta per mano di Arizona, nel cui staff tecnico c’è l’italiano Riccardo Fois. È questo il crocevia che apre nuovi orizzonti a Basile. Fois dal 2012 è negli Stati Uniti, diventa coach analist di Gonzaga e nel 2017 entra a far parte dello staff dell’Italia guidata da Ettore Messina con il duplice quanto strategico ruolo, per conto della Fip, di osservatore in America di giocatori dalle origini italiane.

Nel post partita i due parlano, il tecnico gli propone la possibilità di vestire l’azzurro che all’atleta stuzzica. È forse il colpo di fulmine. Vengono avviate le pratiche per ottenere la cittadinanza italiana, e nell’estate del 2023, dopo essere arrivato a Tortona, ha avuto il primo vero contatto con l’Italbasket. Ha infatti disputato le due amichevoli con il Green Team di coach Edoardo Casalone in Spagna, contro la selezione iberica. Due prestazioni da 19 punti e 11 rimbalzi.

E 19 sono stati anche i punti realizzati all’esordio assoluto con la nazionale maggiore nell’impegno ufficiale contro l’Islanda a Reykjavik. Una prima che da regolamento gli ha fatto acquisire lo status di italiano, pur non avendo la formazione classica che si guadagna attraverso il percorso del settore giovanile. Ma soprattutto un numero, il 19, che si ripete, e che neanche a farla apposta è il giorno della sua nascita.

UN SEGNO DEL DESTINO. «Sinceramente non me ne sono reso neanche conto - ha riflettuto l’italoamericano, che ovunque gioca indossa il numero 21, disponibilità permettendo -. Certo che è una cosa pazzesca, pensandoci adesso. Posso solo dire che con il Green Team è stata una bellissima esperienza. È stato fantastico poter conoscere e giocare con alcuni di quei ragazzi. L’ambiente in cui si gioca permette che succedano cose inaspettate, e per quanto riguarda la ricorrenza di quel preciso numero, dico che semplicemente a volte le cose funzionano perfettamente».

Nella pallacanestro moderna, Basile è considerato un lungo che può destreggiarsi tra l’ala grande ed il centro, sia perché è capace di aprire il campo con il tiro dall’arco, sia perché ha la stazza per marcare i lunghi avversari. Ma se glielo si chiede, risponde che «è probabilmente una delle cose migliori del mio gioco. Almeno credo. Il fatto di poter ricoprire entrambi i ruoli, a seconda dell'incontro, degli abbinamenti e in base alle situazioni, mi rende versatile. È qualcosa in cui eccello».

Si può dire che è dunque la versatilità la tua miglior qualità? «Penso proprio di sì. Come ho detto, è una grande abilità essere in grado di giocare sia dentro che fuori dall’area. Questo fa sì che le difese debbano fare fatica a capire come vogliono difendere, se decidere di marcarmi sul tiro oppure se scegliere di cambiare per evitare la penetrazione. Saper fare un po' di tutto in base alla zona del campo in cui mi trovo, è fondamentale».

Grant è un ragazzo semplice, ha la testa attaccata al collo e lo sguardo ben puntato sui suoi obiettivi. Come lo si vede, così è. Non ha infatti nessun talento nascosto. «Penso che in campo, ripeto, sono semplicemente un giocatore versatile in grado di fare un po' tutto, che si allena molto. Fuori dal campo invece, guardo tanta pallacanestro per apprendere e capire il più possibile. Non ho davvero abilità nascoste».

Se del ct Gianmarco Pozzecco apprezza la schiettezza, e soprattutto la sintonia che crea con i giocatori per il suo passato con le scarpette ai piedi, un comun denominatore della ancor primordiale avventura italiana di Basile è senz’altro coach Nicola Brienza. Il tecnico lo ha infatti prima allenato a Pistoia, ad inizio della passata stagione, mentre quest’anno lo ha fortemente voluto con sé nell’esperienza a Cantù. Pur spendendo un tesseramento da straniero.

«Lui è fantastico, è stato grandioso per me - ha detto con grande entusiasmo l’italoamericano - poter giocare per qualcuno con cui ho avvertito sin da subito grande familiarità. L'anno scorso è stato un anno molto duro, tanto che ho giocato per quattro squadre diverse». La stagione l’ha iniziata prima da aggregato a Tortona, poi è stato mandato in prestito a Pistoia. Poche fugaci apparizioni e il resto dell’anno l’ha trascorso ad Orzinuovi. Infine ha concluso nella lega estiva canadese con i Saskatchewan Rattlers.

«Questo ha rappresentato una sfida per me. Non avere stabilità è stato difficile. Però adesso è molto bello aver ritrovato un allenatore come Brienza. Stiamo parlando di uno dei migliori tecnici presenti in Italia, e non è un caso che abbia vinto proprio il premio di coach dell'anno nella passata stagione. È un allenatore dal grande talento, ed è fantastico poter giocare per lui».


LA SCELTA DI CANTÙ è stata ponderata attentamente dal giocatore e dal suo entourage. Tortona c’ha investito dall’inizio, e l’estate scorsa gli ha anche proposto un rinnovo del contratto. Cosa che per la verità sarebbe stato automatico se Basile avesse ottenuto lo status di italiano a giugno 2024. Forse il club piemontese sperava che ciò accadesse, e invece c’è stato bisogno di aspettare il mese di novembre. Di firmare ed essere mandato in prestito, seppur in serie A, non ne voleva sapere il ragazzo. Allettato da una sistemazione stabile, così come ci ha detto qualche riga più su.

E allora ecco che nel frattempo si è presentata Cantù, che ha deciso di puntarci forte proponendogli un ruolo da protagonista in una squadra di altissimo livello che ambisce alla promozione. E che adesso, vedendo lo status di Basile cambiare, può addirittura rafforzarsi sul mercato individuando uno straniero che può diventare la ciliegina sulla torta.

Sicuro è che Grant in Italia si sente a casa, e forse non solo per le sue radici. Da famiglia numerosa, ha scherzato sul fatto che il Natale lo festeggiava con cento persone a tavola, sottolineando quella tradizione tutta italiana. In campo, invece, porta quell’etica del lavoro appresa sin da giovanissimo agli ordini del padre-coach. Ma soprattutto, cerca di trasmettere ai compagni quella leadership che ne ha fatto addirittura materia di studio in un master frequentato all’università di Blacksburg.

Ma la Nba è un tuo obiettivo? «Penso che in questo momento la priorità è continuare a scalare il basket europeo - ha tagliato netto Basile -. Ho ancora molta strada da fare, ma non voglio pormi limiti a dove posso giocare. Adesso è fondamentale per me cercare di trovare il modo per vincere la serie A2 e, poi spero, riuscire ad avere un impatto in massima categoria. È in questo modo che voglio salire di livello come giocatore».

L'UOMO NUOVO

Nato il 19 aprile del 2000, a Pewaukee, nel Wisconsin, Grant Basile è un lungo dinamico e alquanto atletico di 206 cm per 107 kg. Portato in Italia da Tortona nella primavera del 2023, lo scorso anno ad Orzinuovi ha viaggiato a 20.9 punti, 9.7 rimbalzi e 1.7 stoppate in 21 presenze tra regular season e fase ad orologio. Quest’anno, sempre in serie A2, gioca per Cantù, ha 18.4 punti con il 60% da 2 ed il 36% da 3, 6.4 rimbalzi e 1.3 assist di media. Nell’ultimo anno di Ncaa, con Virginia Tech, ha avuto 16.4 punti e 5.4 rimbalzi a partita, facendo registrare due gare consecutive da 30 punti e addirittura tre in stagione, diventando il primo Hokie a riuscirci.


*per la rivista Basket Magazine


giovedì 4 aprile 2024

L'addio di David, il professor Logan in pensione

Decisione improvvisa ma irremovibile per l’esterno di Chicago che spiega i motivi di una "fuga" improvvisa

Il professor Logan va in pensione

Giunto in Italia 19 anni fa chiamato da Pavia, nel nostro Paese ne ha trascorsi oltre la metà trovandovi la sua isola felice: «Mi sono goduto ogni istante da voi. Non so quando, ma tornerò»


di Giovanni Bocciero*

 

DUE MESSAGGI, uno prima della corsa in aeroporto e un altro successivo, e via dritto negli Stati Uniti. Senza voltarsi indietro, per quello che non si sapeva se fosse solo un arrivederci o un addio definitivo. Era il 29 gennaio, due giorni dopo il successo interno di Scafati contro Treviso. David Logan s’imbarca su un aereo per fare ritorno a casa apparentemente senza spiegazioni, tutto riassunto in quei messaggini inviati al general manager Alessandro Giuliani e al direttore sportivo Nicola Egidio.

Nel cuore della notte il primo whatsapp: «Devo andare negli Stati Uniti per una situazione famigliare». Poi quando i dirigenti gialloblù cercano di mettersi in contatto con il giocatore, il secondo messaggio: «Sto bene, ti contatterò una volta arrivato a casa». Da lì in poi cala il silenzio, mentre ovviamente inizia il tram tram della notizia. C’è addirittura chi specula sulla causa di questa fuga nel mancato versamento degli stipendi. Nulla di più lontano dalla realtà dei fatti, su cui si esprime direttamente il patron del sodalizio campano, Nello Longobardi: «I più maliziosi hanno pensato a stipendi non corrisposti: il 20 gennaio ha ricevuto la mensilità prevista, come tutti gli altri».

Nelle ore successive si è cercato di fare luce su questo vero e proprio caso, che non ha portato però a nessuna spiegazione. «David ha lasciato le chiavi dell’auto al proprietario della casa dov’era in affitto - ha dichiarato il presidente gialloblù - ed è volato in America. A nessuno ha comunicato questa necessità, non conosciamo i motivi. Con David ho un rapporto splendido, ogni martedì è da me in azienda per prendere un tè. Lo aspettavo anche questa settimana. Sono sorpreso, amareggiato. Pur essendo introverso, David mi ha volentieri confidato questioni personali. Anche questa volta lo avrei ascoltato e sicuramente avrei parlato con lo staff per consentirgli di tornare negli Stati Uniti così da risolvere qualsiasi situazione».

L’ANNUNCIO SHOCK… Dopo giorni di supposizioni e domande senza risposte, c’ha pensato lo stesso giocatore a risolvere il mistero che stava tenendo in ansia tutta la pallacanestro italiana, preoccupata per quello che potesse essere successo all’atleta americano sparito così all’improvviso. Da un giorno all’altro. Senza molte spiegazioni e ulteriori dettagli di quello che in realtà era un addio.

Il primo febbraio, Logan ha fatto sapere attraverso il profilo social dell’agenzia del suo agente John Foster di volersi ritirare dal basket giocato. «A questo punto della mia carriera penso di aver fatto tutto ciò che potevo nel gioco della pallacanestro. Voglio ringraziare mia moglie e i miei figli per avermi sempre supportato negli anni. Voglio ringraziare il mio agente e tutte le squadre per cui ho giocato in questi anni. Spesso quando pensi che sei alla fine di qualcosa, sei all’inizio di qualcos’altro. Mi ritiro dallo sport che amo».

…CHE COVAVA DA TEMPO. Questa decisione è arrivata come un fulmine a ciel sereno, perché presa in corso di stagione e perché in campo il nativo di Chicago stava ancora dicendo la sua. Ma in realtà era un qualcosa che covava da tempo, sin dall’estate. Non è una novità, infatti, che prima di rinnovare l’ingaggio con Scafati il giocatore si sia preso del tempo. Il direttore tecnico Enrico Longobardi proprio ad inizio stagione raccontava alla nostra rivista di come abbiano aspettato Logan, che dopo la parentesi di Cantù voleva smettere. Interloquendo però con il procuratore, per capire se magari fosse solo dovuto alla stanchezza dell’annata, hanno atteso qualche settimana prima di concludere l’accordo.

La piazza campana, pur se sta disputando una stagione molto positiva, strizzando l’occhio alla zona playoff e mantenendo a debita distanza la zona calda della classifica, ha affrontato bene diverse situazioni che le sono capitate tra capo e collo. Perché non solo c’è stato l’addio improvviso di Logan al quale si è messo una pezza piuttosto velocemente con l’ingaggio di Gerry Blakes; ma poco prima Scafati era stata costretta a sostituire coach Pino Sacripanti con Matteo Boniciolli a causa di questioni di salute.

David Logan in maglia Pavia con Danilo Gallinari 
19 ANNI: DA PAVIA A SCAFATI. «Ho condiviso la mia decisione con i compagni di squadra, e parlo tutt’ora con molti di loro», le prime parole di David Logan dopo l’annuncio che lo ha visto appendere le scarpette al chiodo a 41 anni, compiuti lo scorso 26 dicembre. Ha iniziato la carriera da professionista a Pavia, nel 2005, e delle 19 stagioni trascorse sul parquet la metà le ha vissute nel nostro paese. «Da quando ho incominciato a Pavia all’ultima esperienza a Scafati, nel corso di questi 19 anni, sono diventato sicuramente un giocatore migliore».

La passata stagione l’esterno statunitense ha trascinato alla salvezza la formazione gialloblù, mettendo canestri decisivi in serie per le importanti vittorie contro Brindisi, Pesaro e Brescia. In occasione proprio del successo di Pesaro, coach Sacripanti si era lasciato andare a delle dichiarazioni entusiastiche e piuttosto forti nel post gara: «Quando hai un giocatore come David l’allenatore non conta. Ti siedi in panchina e preghi che continui a segnare».

A tal proposito il cecchino ha semplicemente detto che durante le gare «ho sempre cercato di giocare con la massima sicurezza, facendo tutto quello che mi riusciva meglio. Quando si sta in campo la cosa fondamentale è rimanere in partita e non farsi distrarre oppure perdere la concentrazione». Taciturno ma chirurgico, tanto in campo quanto fuori, si è conquistato a ragione il soprannome di “professore”. «Il nickname me l’hanno dato i tifosi quando giocavo a Sassari. E devo dire che mi piace tanto».

L’ISOLA DEL TESORO. E proprio a Sassari ha marchiato a fuoco la sua incredibile carriera, protagonista dello storico triplete in maglia Dinamo nell’annata 2014/15. Appena atterrato sull’isola conquista la Supercoppa con 11 punti e 5.5 assist di media. Poi alza la Coppa Italia venendo nominato Mvp della manifestazione. Infine trascina la squadra allo Scudetto con una serie di prestazioni superlative nell’arco dei playoff: dai 27 punti in gara 4 dei quarti contro Trento, ai 7 punti decisivi nell’81-86 dopo un supplementare in gara 7 di semifinale al Forum di Assago contro Milano, alle pazzesche triple nel 115-108 dopo tre overtime di gara 6 di finale contro Reggio Emilia.

Nel finale di stagione del 2017 ha giocato per undici partite ad Avellino, dove era arrivato dopo aver iniziato in Lituania al Lietuvos Rytas. Dopo aver girovagato per mezza Europa, prende e va a giocare in Corea del Sud. Quella scelta, a 36 anni, sembrava essere un po’ il suo viale del tramonto, ma nel febbraio del 2019 fa ritorno in Italia per non lasciarla più. Ed anche in questa circostanza, nonostante il pedigree, riparte addirittura da Treviso in serie A2, dove «sono andato con l’unico obiettivo - ha dichiarato Logan - di riportare la squadra in massima serie».

Dopo una seconda avventura a Sassari nel 2021/22, la stagione successiva resta free agent per tutta l’estate prima di venire ingaggiato a campionato iniziato da Scafati, con la cui maglia stabilisce qualche record. Con la salvezza conquistata sul campo, decide di terminare la stagione scendendo nuovamente di categoria per disputare i playoff promozione tra le fila di Cantù. «Ho deciso di accettare l’offerta per lo stesso discorso che ho fatto con Treviso, riportare Cantù in serie A - ha continuato l’americano -. Mi sono convinto dopo averne parlato a lungo con coach Sacchetti», tecnico col quale ha un rapporto fantastico dopo aver vinto insieme il triplete a Sassari.

L’ITALIA NEL CUORE. Ovunque lo hanno apprezzato nel nostro paese, che sia stato beniamino o avversario. Dopotutto un talento cristallino come lui può solo che essere applaudito. «Non c’è un campo in particolare più caloroso di un altro - ha riflettuto l’esterno di Chicago -. In quasi tutti i palasport italiani si può respirare la grande passione. Però se proprio devo dirne uno, allora scelgo Bologna sia quando ho giocato contro la Virtus che contro la Fortitudo».

I nove punti nella gara di Scafati contro la sua ex Treviso sono stati il suo ultimo palcoscenico. Per quello che è stato David Logan sul parquet, si sarebbe meritato una serata speciale con tanto di standing ovation da parte di una tifoseria che lo ha idolatrato sin dal primo giorno. Ma per carattere lui non è fatto per stare sotto i riflettori per ciò che non sia infilare il pallone nel cesto. E per il futuro «ancora non ho pensato a cosa farò, non ho davvero nulla in programma. Ora voglio solo rilassarmi e trascorrere le giornate con la mia famiglia. Ho qualche idea su cui riflettere ma nulla di definito e certo».

Adesso non ci rimane che far ammirare alle giovani generazioni qualche filmato delle sue inimitabili prestazioni, incisive ma pacate, mai sopra le righe. E sarà sempre un piacere poterlo vedere ritornare in Italia. «Mi sono goduto ogni istante di questi dieci anni che ho vissuto lì. Mi piace tutto del paese e soprattutto il cibo. Non so precisamente quando ritornerò, ma sicuramente in occasione di qualche partita dei playoff o anche per una competizione come la Coppa Italia».

 

PROFILO

David Logan, classe 1982, è partito dai Greyhounds di Indianapolis, piccolo college di Division II, e da senior ha avuto 28.6 punti di media e vinto il titolo di giocatore dell’anno. Dopo la prima esperienza da ‘pro’ a Pavia e una comparsata in G-League, ha girato l’Europa ed il mondo: Polonia, Spagna, Grecia, Israele, Germania, Lituania, Francia e Corea del Sud. In serie A ha diversi record: 37 punti segnati nel 2016 con Sassari contro Reggio Emilia; 9 triple segnate nel 2023 con Scafati contro Verona; in carriera ha segnato 3585 punti, 660 triple, ed è l’unico con Mario Boni ad aver segnato almeno 29 punti a più di 40 anni. Dodici i trofei messi in bacheca e cinque i diversi premi di Mvp conquistati.


* per la rivista Basket Magazine

martedì 30 giugno 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Cesare Pancotto

Intervista esclusiva a coach Cesare Pancotto, con il quale abbiamo parlato del ritorno all'attività dopo l'emergenza, di come cambia il metodo di lavoro e dell'approccio con i giocatori, e della possibilità di un maggiore utilizzo dei giovani italiani nel prossimo campionato.


venerdì 12 ottobre 2018

James è la stella tra debutti assoluti e clamorosi ritorni

Mike e i suoi fratelli - I dieci campioni che danno forma ai roster della serie A per una stagione da bridivi

James è la stella tra debutti assoluti e clamorosi ritorni


Nuotatori mancati, mascelle rotte, tatuaggi e squalifiche monstre: dieci ritratti dei protagonisti che si daranno battaglia sui parquet italiani


di Giovanni Bocciero*


Il mercato anche quest’anno ha portato in Italia tanti giocatori stranieri. Alcuni alla loro prima esperienza, altri di ritorno dopo aver lasciato un buon ricordo o semplicemente essersi trovati bene. L’arrivo di questi volti nuovi rappresenta un po’ la cartina di tornasole del livello della nostra serie A, che negli ultimi anni di certo non ha brillato. Quest’anno la tendenza sembra essersi invertita, con l’ingaggio di atleti di grande qualità.

TESSUTI PREGIATI. Senza alcun dubbio Milano è la principale destinazione per i migliori stranieri a livello europeo, e questa estate la compagine meneghina è riuscita a mettere le mani su un vero top player: Mike James. Il playmaker americano è uno di quelli che si è dovuto sudare tutto in carriera. Già al liceo si mise in mostra guidando la propria scuola al successo statale. Eppure le offerte universitarie che gli giunsero provenivano solo da college di division III, non proprio Kansas o Duke insomma. Infastidito ripiegò su uno junior college dove viaggiò a 26 punti di media.
MILANO INSEGUE IL BIS SCUDETTO CON LA CLASSE
DI MIKE JAMES E NEMANJA NEDOVIC
Le sue qualità realizzative non sono in discussione, eppure le uniche porte che gli si aprirono una volta laureatosi a Lamar University sono state quelle dell’Europa. Un’Europa neppure troppo aristocratica, tanto che si è ritrovato ad Omegna nella nostra A2. Con il lavoro e la caparbietà però, il passo dal Piemonte ai Phoenix Suns via Panathinaikos è stato breve, e adesso cercherà di fare grande le “scarpette rosse” in giro per il Vecchio Continente.
In questa mission avrà il supporto del serbo Nemanja Nedovic, altro ex Nba che è cresciuto in Italia. Infatti il papà è stato un giocatore di pallamano per la squadra di Ascoli Piceno, ed il piccolo Nemanja dopo aver provato lo sport del padre, il tennis ed aver addirittura avuto un’offerta dalla federazione del nuoto per concorrere per il tricolore, si è follemente innamorato della palla a spicchi. Prospetto sin da giovane, è stato compagno di Steph Curry ai Golden State Warriors prima di ritornare in Europa dove ha trovato la sua dimensione. Rispetto a James è meno realizzatore, ma grazie alla sua intelligenza può essere un play aggiunto per coach Simone Pianigiani.

EXPO LOMBARDIA. Sempre in Lombardia, e precisamente a Cantù, è tornato un giocatore che conosce molto bene il nostro campionato: Tony Mitchell. L’ala che ha addirittura vinto il premio di Mvp quando vestiva la casacca di Trento vorrà trascinare i brianzoli nella speranza che si rigeneri dopo le ultime stagioni un po’ opache. Tutti ci auguriamo di ritornare ad ammirare quello straordinario atleta, che però circa un anno fa è stato squalificato per l’intera stagione del campionato australiano per aver lanciato la palla addosso all’arbitro. E scavando nel suo passato si scopre che non è stato l’unico gesto inconsueto, perché anche all’università dell’Alabama fu espulso per comportamento irrispettoso.
TORNA TONY MITCHELL, IL TERZO ATTO A CANTU':
SARA' L'MVP VISTO A TRENTO O LA METEORA DI SASSARI?
Restando nella stessa regione, Brescia ha messo a segno il colpo Jordan Hamilton mentre Cremona ha ingaggiato l’intrigante Peyton Aldridge. Hamilton arriva in Italia con l’ambizione di prendere il posto da go-to-guy lasciato da Marcus Landry. Le potenzialità ci sono, e non mancano neppure le motivazioni. Infatti l’ex Denver Nuggets sin da piccolissimo ha sempre lottato per raggiungere i propri obiettivi. Si narra che quando aveva dieci anni già si confrontasse con ragazzi più grandi in diversi playground del sobborgo di Los Angeles. E non lo faceva per pavoneggiarsi, ma semplicemente perché spinto dalla voglia di guadagnarsi il rispetto.
Invece per Aldridge la pallacanestro è stata una vera e propria dichiarazione d’amore. Il lungo scelto da coach Meo Sacchetti non era portato solo per il basket, tanto che all’high school si dilettava a giocare anche a football. Addirittura è stato seguito a lungo dal mitico coach di Alabama Nick Saban, che lo voleva come quarterback della sua squadra. Nulla da fare, perché terminata la scuola Aldridge ha deciso di accettare l’offerta di Davidson, college che fu di quel Curry. Cremona non poteva fare ingaggio migliore, perché il nativo dell’Ohio è giocatore a cui piace molto giocare sul perimetro grazie ad un’ottima mano. Inoltre non si tira mai indietro, tanto che in passato ha giocato con la mascella rotta pur di non mancare ad un prestigioso torneo giovanile.

SAPORE DI NBA. Il football stava per strappare al basket un altro giocatore come Norris Cole. L’ex Miami Heat, due volte campione Nba, aveva ricevuto anche una borsa di studio ma fortunatamente ha scelto quella di Cleveland State per la pallacanestro. Oltretutto all’ultimo anno si rese protagonista di una partita monstre da 41 punti, 20 rimbalzi e 9 assist. Nonostante fosse portato per lo sport, la famiglia ha preteso ed ottenuto che studiasse e pregasse. Il neo play di Avellino è infatti molto religioso e tiene alla propria famiglia, così come il nuovo volto di Torino Tony Carr.
Il nativo di Philadelphia è alla sua prima esperienza da professionista dopo essere stato scelto all’ultimo draft Nba da New Orleans con la chiamata numero 51. Atleta longilineo ma dal grande impatto offensivo, è una scommessa ma anche la punta di diamante della squadra di coach Larry Brown che lo ha voluto fortemente. Ha sempre giocato nella sua città sino al college, e quindi questo sarà un vero banco di prova per lui. Pur lontano dalla famiglia ha due tatuaggi che gliela faranno sempre ricordare. Uno è il ritratto della nonna e l’altro è l’insegnamento del nonno: “dare to be great”.

STAGIONE DI RITORNI: BANKS RITROVA COACH VITUCCI A
BRINDISI. TRA STONE E VENEZIA UN AMORE TRICOLORE
VECCHIE CONOSCENZE. Tra i volti nuovi ci sono anche giocatori che riabbracceranno vecchi allenatori, o che torneranno a vestire la maglia con cui hanno già vinto. Nel primo caso stiamo parlando di Adrian Banks, guardia alla sua quinta esperienza in serie A. È stato portato la prima volta a Varese da Frank Vitucci nel 2012, poi lo stesso tecnico lo volle nel 2014 ad Avellino e adesso gli affiderà la leadership della nuova Brindisi.
Diverso il discorso per Julyan Stone che ritorna per la terza volta sempre a Venezia. La prima esperienza la fece nella stagione 2014/15, ripetuta nel 2017 dove fu grande protagonista dello scudetto. L’estate scorsa sarebbe dovuto rimanere in laguna, ma rescisse il contratto per avvicinarsi al padre malato e così trovò sistemazione agli Charlotte Hornets. Adesso che il padre si è ripreso, ha deciso di iniziare il terzo capitolo di questa autentica storia d’amore col club orogranata.

TOP SCORER. Altra storia interessante è quella del tiratore ingaggiato da Bologna, Kevin Punter. Scorer di razza, ha segnato tanto ovunque ha giocato, e lo scorso anno ha trascinato l’Aek Atene alla vittoria della Champions League. Eppure gli scarsi voti scolastici gli stavano per far abbandonare il basket. Per accedere alle università della division I ha frequentato una prep school lontano da casa. Al termine dell’anno accademico i risultati dei test non erano sufficienti, e così in preda al panico ha telefonato alla mamma dicendo che avrebbe abbandonato questo sogno. Per fortuna ci ha ripensato ed è arrivato a primeggiare al college con Tennessee, dove ha anche lavorato per sistemare la sua meccanica di tiro, oggi molto efficace.


LE NOMINATION DI BM - I TOP 10
1) Mike James - AX Armani Milano - play - 28 anni - 183 cm
2) Tony Mitchell - Red October Cantù - ala - 29 - 198 cm
3) Nemanja Nedovic - AX Armani Milano - guardia - 27 - 193 cm
4) Norris Cole - Sidigas Avellino - play - 30 - 188 cm
5) Adrian Banks - Happy Casa Brindisi - guardia - 32 - 191 cm
6) Tony Carr - Fiat Torino - guardia - 21 - 196 cm
7) Jordan Hamilton - Germani Brescia - ala - 28 - 201 cm
8) Julyan Stone - Umana Venezia - play - 30 - 198 cm
9) Kevin Punter - Segafredo Bologna - guardia - 25 - 190 cm
10) Peyton Aldridge - Vanoli Cremona - ala - 23 - 203 cm



* dalla rivista BASKET MAGAZINE

lunedì 14 marzo 2016

La difesa della Juvecaserta è diventata un colabrodo

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 15/03/2016

LEGA A. Coach Sandro Dell’Agnello deve correre ai ripari ricomponendo i cocci
La difesa della Juvecaserta è diventata un colabrodo

di Giovanni Bocciero

CASERTA. La Juvecaserta ritorna con zero punti in cascina dal tour in Lombardia e con il morale sotto le scarpette dopo la brutta prestazione di Cantù, che ha annebbiato la confortante prova di pochi giorni prima al Forum d’Assago. La formazione bianconera sta decisamente perdendo il treno per i playoff, con Cantù che ha compiuto il sorpasso oltre ad avere adesso il 2-0 nello scontro diretto. E da sotto sono risalite Capo d’Orlando e Pesaro che hanno vinto tra le mura amiche rispettivamente contro Torino e Sassari. Il fatto che Torino abbia ancora perso. è ovviamente una nota positiva, perché le giornate diminuiscono e le possibilità salvezza per i piemontesi si assottigliano sempre più.

DELL'AGNELLO (FOTO ELVIO IODICE)
LA DIFESA. Nelle ultime uscite della Juvecaserta è soprattutto un dato che deve preoccupare coach Sandro Dell’Agnello, ovvero la difesa, che da autentica cassaforte si è trasformata in un colabrodo. I numeri parlano chiaro: 94 punti subiti contro Pistoia, 91 contro Milano e 92 contro Cantù. Un cambiamento anche e soprattutto per l’atteggiamento in campo, contraddistinto da un “body language” che ha messo in evidenza il poco sacrificio con cui i casertani si stanno approcciando alle gare. Non uno, forse non due ma addirittura tre i passi fatti indietro da questo punto di vista.
E’ proprio una questione di gruppo, perché si sa, la difesa è frutto di un’ottimo gioco di squadra, e allora il tecnico toscano dovrà assolutamente ricomporre i cocci e ritrovare quella organizzazione difensiva che era il cavallo di battaglia di Caserta. E lo si è visto nel secondo tempo di Milano, quando l’Olimpia ha iniziato a faticare ad attaccare contro i bianconeri e la partita, all’improvviso e quasi in modo insperato, si è riaperta. L’assenza di Viktor Gaddefors, come abbiamo già scritto in precedenza, è senz’altro una causa di questa metamorfosi, ma non può essere l’unico fattore. Bisogna ritornare a lavorare sodo in palestra, ma anche lì Dell’Agnello potrebbe recriminare per via delle tante defezioni che di settimana in settimana vanno accavallandosi rendendo difficili gli allenamenti.

lunedì 23 novembre 2015

La Juvecaserta sta attraversando una fase particolare

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 24/11/2015

LEGA A. Il club di Pezza delle Noci alle prese con il mercato ha perso uno scontro diretto
La Juvecaserta sta attraversando una fase particolare

di Giovanni Bocciero

CASERTA. La rimaneggiata Juvecaserta di coach Sandro Dell’Agnello perde ancora tra le mura amiche del PalaMaggiò contro Cantù, in una sfida che per quello che si è visto sul rettangolo di gioco era sicuramente alla propria portata. Una gara evidentemente decisa dagli episodi, come lo stesso tecnico bianconero ha sottolineato in sala stampa nell’immediato post-partita.Episodi sfavorevoli ma che i casertani hanno fatto poco o nulla per cercare di capovolgere a proprio favore.

SCONTRI DIRETTI. Che la Juvecaserta abbia l’obiettivo di una salvezza tranquilla, lo sanno anche le pietre. E certamente non si può chiedere di più ad una squadra che fin qui è riuscita a giocare forse una sola partita a ranghi completi. Ciò che si può additare è il fatto che i bianconeri hanno perso tra le mura del PalaMaggiò, che in questa situazione dovrebbe essere un vero e proprio fortino, prima con Torino e poi con Cantù, che classifica alla mano  sono due potenziali dirette concorrenti per quella salvezza. La sconfitta con Torino alla seconda giornata è passa forse troppo inosservata, considerando che i piemontesi dopo quella vittoria sono riusciti a battere soltanto Milano nel momento forse di maggiore difficoltà per Alessandro Gentile e compagni. Diverso il k.o. con Cantù, che è vero fin qui ha stazionato soltanto nella parte bassa della graduatoria, ma è stata anche capace di perdere soltanto dopo un supplementare in quel di Reggio Emilia e appare ancora tutta in fase di rodaggio. Ancor di più visto l’arrivo del nuovo azionista di maggioranza Dmitry Gerasimenko che ha portato in dote un bel po’ di budget.


INTRECCI DI MERCATO. Archiviata la sconfitta con i brianzoli, la società di Pezza delle Noci deve al più presto venire a capo della situazione mercato. In una intervista patron Lello Iavazzi ha dichiarato apertamente che con l’addio di Valerio Amoroso si passerà dalla formula del 5+5 al 3+4+5. Proprio Amoroso, che ha rescisso per motivi personali, potrebbe essere un rinforzo di Cantù. A questo punto sarebbe facile pensare che il lungo napoletano non abbia lasciato Caserta nè per motivi personali, nè per dei disagi con lo staff tecnico ed in particolare con il coach. Ma forse la vera ragione è tutta economica. Leggasi l’avvento di Gerasimenko in Brianza. A pensar male spesso s’indovina. E allora un possibile rinforzo per la Juvecaserta potrebbe essere Dejan Ivanov, un cavallo di ritorno all’ombra della Reggia, la cui esperienza a Torino è arrivata ai titoli di coda. Per il momento tra la società di Pezza delle Noci e l’entourage dell’atleta c’è stato soltanto un abboccamento, ma nelle prossime ore si potrebbe arrivare anche alla conclusione dell’affare. Con il passaggio alla formula del 3+4+5 non sarà l’unico movimento di mercato per i bianconeri. Infatti ormai ha le ore contate Muhammad El Amin, che non è riuscito ad esprimersi al meglio con la scusante di non aver potuto giocare nella posizione a lui prediletta prima, e l’essere stato spedito in tribuna quando invece sarebbe potuto essere schierato nel suo ruolo dopo. Con il suo taglio il front office bianconera cercherà una guardia tiratrice comunitaria oppure Cotonou. Da sottolineare che con il passaggio dal 5+5 al 3+4+5 Caserta dovrà pagare una luxury tax da 40 mila euro.

sabato 21 novembre 2015

Caserta in emergenza affronta Cantù

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 22/11/2015

LEGA A. La formazione bianconera di coach Dell’Agnello dovrà fare ancora di necessità virtù
Caserta in emergenza affronta Cantù

di Giovanni Bocciero

CASERTA. La Juvecaserta dopo una settimana piuttosto difficile dal punto di vista emotivo ritornerà in campo nella sfida interna di questo pomeriggio in cui avrà di fronte una Cantù che ha una striscia aperta di due successi consecutivi tra campionato e coppa, e che arriverà al PalaMaggiò con la determinazione di voler continuare il filotto. Due stati d’animo completamente differenti che devono costringere per forza di cose ad una energetica reazione da parte dei bianconeri che avranno ancora una volta, come dall’inizio di questa stagione, delle rotazioni cortissime. Con l’addio di Amoroso infatti, il reparto lunghi di coach Dell’Agnello conterà soltanto Jones e Hunt, con Gaddefors che sarà costretto ad agire da ‘4’ tattico, e con Ingrosso che dopo la gara con Milano potrà rivedere per scampoli di partita il campo, giusto per far rifiatare per qualche minuto i compagni.
E proprio per quel che riguarda la batteria di lunghi Cantù è più che fornita, potendo contare sui vari Berggren, Abass, Ross, Wojciechovski e l’ex di turno Tessitori. Lo staff tecnico casertano dovrà dunque chiedere gli straordinari a tutti i propri effettivi, forse anche a capitan Ghiacci che dopo la partita da incorniciare nella sua Bologna non ha calcato il parquet ne contro Capo d’Orlando ne tanto meno a Pistoia. Cantù è squadra comunque da prendere con le pinze, non inganni la posizione in classifica e i soli quattro punti fin qui conquistati. Messa una pezza in cabina di regia con Langston Hall che teoricamente lascerà il posto a Walter Hodge, il nemico numero uno potrebbe essere quel Brady Heslip che se si arma dall’arco dei 6,75 può diventare inarrestabile. Un intrigo di mercato vorrebbe Amoroso proprio alla corte di coach Corbani, che con l’arrivo del nuovo azionista Gerasimenko potrà potenziare il proprio roster. E in uscita ci sarebbe Ross, colui che nello scorso maggio fu l’autentico castigatore della Juvecaserta nel match-salvezza contro Pesaro. Chissà che rivedendo il bianconero non possa ritrovare lo smalto migliore.

venerdì 20 novembre 2015

Caserta dovrà ritornare sul mercato ma prima testa a Cantù

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 21/11/2015

LEGA A. Il club di Pezza delle Noci dovrà ritornare sul mercato ma prima testa a Cantù
Juvecaserta, è divorzio con Valerio Amoroso

di Giovanni Bocciero

CASERTA. Un fulmine a ciel sereno che cambia le carte in tavola per la Juvecaserta. Ovviamente ci stiamo riferendo alla rescissione tra il club di Pezza delle Noci e Valerio Amoroso, la fine di un matrimonio che sembrava si stesse consolidando dopo i precedenti certamente non semplici tra l’atleta nativo di Cercola e la tifoseria bianconera. Amoroso è un nomade della nostra pallacanestro, ha cambiato nell’arco della sua carriera, iniziata nel lontano 1998, ben nove casacche diverse: Roseto, Scafati, Bologna sponda Virtus, Montegranaro, Teramo, Pesaro, Torino, Pistoia e per ultima Caserta, con una media di poco inferiore ai due anni passati in ogni piazza con anche ritorni di fiamma, come a Bologna sei anni dopo o Montegranaro quattro anni dopo la prima esperienza,
Amoroso è un giocatore particolare, dal carattere sicuramente non facile, napoletano verace per certi versi, che si ama o si odia, le mezze misure con lui non esistono. Dipende dai punti di vista ovviamente, perché quando è il portacolori della propria squadra non lo si può che osannare per la grinta, la caparbietà, l’impegno, l’abnegazione che ci mette sempre e comunque. Se si è dall’altra parte della barricata invece, diventa il nemico pubblico numero uno, il bersaglio per cori ed offese, ed è anche per questo che il suo approdo all’ombra della Reggia non era stato visto di buon occhio, a causa dei suoi trascorsi negativi contro la Juvecaserta.
E’ inappuntabile che Amoroso abbia dato tutto quello che aveva in questa avventura a tinte bianco e nere, decisivo nella vittoria di Bologna contro la sua ex squadra, così come in altre circostanze in cui affrontava il suo passato, vedi Torino prima e Pistoia poi, non abbia disputato la sua miglior gara. Ma per energia e voglia gli si può contestare davvero poco. Il divorzio è sopraggiunto per motivi personali del giocatore, almeno questa recita la nota ufficiale della società e dello stesso atleta. Spifferi però, indicano che tra Amoroso e lo staff tecnico, in particolare coach Sandro Dell’Agnello, ci siano stati dei dissidi, forse in occasione proprio dell’ultima partita di campionato che hanno portato l’ala a saltare gli allenamenti di tutta la settimana. Fatto sta questo addio farà ritornare la Juvecaserta sul mercato per sistemare il proprio roster, ma adesso testa solo a Cantù.

domenica 23 novembre 2014

L’ex Sacripanti stende la Juvecaserta

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 23/11/2014

LEGA A. Nonostante la settima sconfitta il pubblico ha apprezzato la prestazione dei bianconeri
L’ex Sacripanti stende la Juvecaserta
Il PalaMaggiò applaude la squadra

Giovanni Bocciero

LO STELLARE PLAY TOMMASINI (FOTO CAROZZA)
CASERTA. Gara particolare ed intensa per la Juvecaserta, che nonostante la sconfitta si merita un “brava” per la voglia messa.
Dopo la palla a due arriva subito il primo boato per il rimbalzo difensivo conquistato dal neo bianconeri Ivanov. In attacco invece, arrivano due bombe consecutive di Carleton Scott (6-1), la seconda su imbeccata di Young, e allora l’ambiente ci mette davvero poco a galvanizzarsi. Cantù con il freno a mano tirato segna solo dalla lunetta, e nonostante un contropiede mangiato da Ivanov, il pivot bulgaro fa accendere il PalaMaggiò con la tripla del raddoppio (14-7 al 6’). Caserta è decisamente in palla, e così quando raggiunge il più 10 al 2’ coach Pino Sacripanti è costretto a chiamare timeout. Con una situazione falli che vede gli unici lunghi puri gravati già di falli, Markovski provvede a schierare Young da “cinque” tattico, Antonutti che fa il suo esordio da “quattro”, e con Tommasini, Gaines e Sergio ad irobbustire il reparto esterni. Questa Juvecaserta ha comunque qualcosa in più rispetto a quella vista nelle ultime due uscite casalinghe, e così con il canestro sulla sirena di Frank Gaines i bianconeri volano sul 25-13 di fine primo quarto.
La seconda frazione vede la Juvecaserta schierarsi ancora senza un pivot di ruolo. E allora subito ne approfittano gli avversari che vanno a schiacciare con Giorgi Shermadini. Dopo i primi 10’ giocati con grande intensità e soprattutto grinta, i casertani sembrano rifiatare. Complice qualche fischio di troppo, i canturini riescono a mangiucchiare qualche punto, ma grazie ad una buona fluidità offensiva Ronald Moore serve tutto solo Antonutti nel pitturato che appoggia due facili punti al vetro. Cantù sente la tensione, e prova di rabbia a trovare il canestro in qualsiasi modo il regolamento lo permetti. Il PalaMaggiò può finalmente esultare alla tripla di capitan Marco Mordente, mentre Ivanov diventa un fattore, tanto in attacco quando in difesa. La retroguardia bianconera ritrova quello smalto che manda in tilt l’attacco degli avversari, e così nasce il contropiede con schiacciata aggiunta di Michele Antonutti per il 41-25 al 17’. L’ex Eric Williams si fa sentire nel pitturato, prima schiacciando tutto solo e poi prendendo due rimbalzi offensivi grazie ai quali guadagna un viaggio in lunetta. La Juvecaserta avrebbe la possibilità dell’ultimo tiro del primo tempo, ma Moore non riesce nemmeno a tirare perché infastidito, forse con fallo, dal suo marcatore. E così si va negli spogliatoi sul punteggio di 43-35, con un vantaggio che per quello che si è visto in campo sta anche stretto alla truppa di coach Zare Markovski.
Al rientro sul parquet Cantù piazza un tremendo 9-0 di parziale per il sorpasso (43-44) con un Abass autore di 7 punti consecutivi. Con Scott che commette il suo quarto fallo, la Juvecaserta sembra aver perso il bandolo della matassa, perdendo tre palloni in attacco (2 Young e 1 Moore) e mancando di solidità in vernice. Ciò costringe a dover rimettere la coppia Andrea Michelori-Dejan Ivanov. Caserta torna in vantaggio (50-49 al 25’) ma qui sale in cattedra Sam Young, in tutti i sensi. Reo di aver commessi fallo si fa cogliere in un gesto plateale beccandosi il tecnico. Deluso si rende artefice di una capriola, fine a se stessa, che lascia stupefatto tutto il PalaMaggiò. Sulla stessa rimessa, va per terra e Paternicò gli fischia il secondo tecnico che gli vale l’espulsione. Con Young fuori, i bianconeri non demordono, prima trovano la bomba del 55 pari con ancora uno straordinario Ivanov, e poi addirittura quella del nuovo vantaggio (60-57) con un positivissimo Claudio Tommasini. Il gioco inizia a farsi maschio, coach Sacripanti chiama il minuto di sospensione ed il palazzo diventa una vera bolgia zittito dalla bomba di Stefano Gentile che manda le squadre al termine del terzo parziale sul 60 pari.
La premiata ditta Moore-Tommasini, con il primo a dispensare ed il secondo a sparare, esordisce nell’ultimo periodo di gioco con due bombe che regalano il 69-63 bianconero. Al festival del tiro pesante si iscrivono anche Antonutti, Gaines e Feldeine, e così al 36’ si è sul 75-68 Man mano che passano i minuti la gara si accende sempre di più. Gli errori, con il pallone a pesare quanto un macigno, iniziano a sommarsi da entrambe le parti, e questo punto chi sbaglia di meno è favorito per la vittoria. Moore predica calma ad ogni possesso, iniziando a giocare con il cronometro. Caserta forse già sta pensando a come festeggiare questa prima vittoria stagionale, che prima Gentile e poi Feldeini insaccano dai 6,75 ad 1’32” dalla fine (81-78). Rimessa, furto di James Feldeine e canestro del meno 1. A 20” ancora Feldeine si vede sputare la tripla del vantaggio, mentre Moore ai liberi fa 1/2: 84-82 con 11” da giocare. Johnson-Odom realizza in penetrazione ed è supplementare. Nell’overtime Cantù è a dir poco perfetta, non sbaglia nulla ed espugna il PalaMaggiò.

sabato 24 maggio 2014

Cantù con le spalle al muro

DALLA NUOVA GAZZETTA DI CASERTA DEL 24/05/2014

PLAYOFF SCUDETTO LEGA A
Cantù con le spalle al muro
Roma conduce sul 2 a 0

CASERTA. Anche la gara due della serie tra Cantù e Roma si è decisa soltanto sul rush finale. E ancora una volta a “piangere” per l’esito sono stati gli ex bianconeri Pino Sacripanti, Massimiliano Oldoini e Stefano Gentile.
La Virtus Roma, infatti, dopo essersi imposta con il risultatio di 75 a 71 nella partita d’esordio di questi playoff, ha bissato tale vittoria nella seconda gara della serie, disputata sempre al PalaPianella, espugnandolo stavolta con il risultato di 64 a 62, portando a questo punto dalla propria parte tutti i favori del pronostico, conducendo la serie per 2 a 0. Servirà una vera impresa adesso per i ragazzi di coach Sacripanti, che non avranno alcuna possibilità di errore nelle prossime due gare da disputare nella Capitale, se vogliono portare la contesa alla decisiva “bella” da giocare nuovamente tra le mura amiche, che in verità non hanno portato bene fin qui. Per Gentile dopo aver giocato solo 8 minuti nella prima sconfitta, senza segnare, in gara2 ha realizzato ben 11 punti, risultando uno dei migliori brianzoli.
GIBO