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venerdì 9 gennaio 2026

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

Peterson taglia un traguardo emblematico: ci racconta il suo viaggio tra tante esperienze, di vita, di sport e professionali. Il ricordo commosso di Marco Bonamico e di Mabel Bocchi, la rivalità e il rispetto reciproco con Bianchini e Tanjevic.

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

L’Italia e l’Olimpia Milano erano nel suo destino: nati nello stesso giorno. A stretto contatto con gli emigrati italiani in Cile, è arrivato quasi per caso nel nostro paese per prendere il posto di coach Rollie Massimino alla Virtus Bologna. Da americano d’Italia afferma «il confine cestistico tra Stati Uniti e il resto del mondo si sta assottigliando».


di Giovanni Bocciero*

 

«A 70 anni sono stato omaggiato da La Gazzetta dello Sport; gli 80 li ho festeggiati alla sala Buzzati del gruppo Rcs; per i 90 i miei manager hanno pensato bene di fare un docufilm che raccontasse la mia vita». Un personaggio, in tutti i sensi. Dan Peterson non potrà mai essere semplicemente un allenatore, oppure un telecronista. Poliedrico e sempre sorridente, ironico, il suo arrivo in Italia è stato una finestra aperta sugli Stati Uniti. E ora, tagliato un traguardo così importante, si racconta, spiegando anche come è nata un'iniziativa brillante e doverosa sulla vita del coach, o meglio dell'uomo, che è entrato nella fantasia di tutti gli appassionati del basket italiano anche con frasi ("Amici sportivi", "Mamma butta la pasta") rimaste iconiche.

«Ogni volta mi hanno organizzato qualcosa in più - ha dichiarato il coach -, stavolta si è pensato di fare un docufilm come ce ne sono stati altri su Sandro Gamba e Dino Meneghin. Questa è stata l’idea. Il docufilm ha diversi scopi, e sarà proiettato in 1200 cinema in tutta Italia. Poi per tre anni sarà visibile su Amazon Prime, e allo stesso tempo è disponibile per tutte le società di basket e in generale per le società sportive, perché vogliamo arrivare ai giovani e raggiungere il più ampio pubblico attraverso un’esposizione enorme».

«Ad ogni mio ex giocatore, da Mario Martini a Renato Villalta, Dino Meneghin, Roberto Premier, Vittorio Gallinari, Franco Boselli, hanno chiesto di fare una mia imitazione con una frase cult come ‘amici sportivi’. Il docufilm non è stato un lavoro di grande serietà, ma soprattutto una cosa allegra, fatto con il sorriso, con lo spirito di divertimento. Io sono soltanto l’oggetto del film, che è rilassante, e sono d’accordo sull’idea con la quale è stato realizzato».

Il documentario racconta la vita di Dan Peterson, iniziando ben prima del suo arrivo in Italia avvenuto nel 1973. «Si parla della mia infanzia in America, anche se è un breve flash perché il film è fatto per il pubblico italiano e abbiamo dato importanza agli anni che ho trascorso sia alla Virtus che all’Olimpia. Parliamo anche del Cile, che è stata una tappa importante per me, ma non di tutto perché è stato raccolto troppo materiale. Il regista mi ha spiegato che generalmente per un docufilm si fanno al massimo dieci interviste, lui ne ha fatte 20, e quindi non c’era spazio per tutto».

Quando ha allenato la nazionale cilena, l’Italia era già nel destino del coach. In Sud America infatti, fece amicizia con Renato Raggio, figlio di emigrati liguri e fondatore della Società sportiva italiana di Valparaiso. «Da Valparaiso faceva parte della mia squadra Jorge Ferrari, dal cognome italianissimo. Avevo Lorenzo Pardo, che però era di razza Inca, scuro di carnagione. Ho avuto Oscar Furnoni, ma in generale c’è stata un’importante emigrazione italiana in Cile, molto più che in Argentina. Quella nazionale aveva comunque una grande mescolanza, tra italiani, spagnoli, tedeschi, slavi, e il numero uno di sempre, Juan Guillermo Thompson, cognome inglese ovviamente».

Poi finalmente l’Italia. «Nel ’73 ho capito che poteva esserci la rivoluzione in Cile. Circa un anno prima avevo fatto una tournée negli Stati Uniti: 40 partite in 40 giorni contro squadre di college. Qualche mese dopo ritorno in America per trovare un accordo con un’università per allenare nella stagione successiva. Incontro Chuck Daly, coach del Dream Team del ’92 e all’epoca dell’università della Pennsylvania. Ci conoscevamo per i nostri trascorsi da vice a Michigan State e Duke. È lui che mi propose di allenare in Europa, senza menzionare l’Italia, perché il suo vice allenatore Rollie Massimino aveva firmato un precontratto con la Virtus con clausola d’uscita in caso di ingaggio come capo allenatore in Ncaa. Lo prese Villanova, con cui ha vinto il titolo nell’85, e quindi non andava più a Bologna».

Dopo un susseguirsi di chiamate, tra cui ad un avvocato di New York al quale il coach aveva inviato il curriculum, spunta l’opportunità alla Virtus Bologna, la cui proprietà «aveva promesso di avere un allenatore americano. Ai tempi c’era un solo giocatore straniero, e quello della Virtus era John Fultz, che aveva come avvocato proprio Richard Keenan, a cui avevo mandato il mio curriculum. Il patron Gianluigi Porelli, disperato per aver perso Massimino, si rivolge proprio all’avvocato newyorkese per trovare un altro coach. Keenan mi propone, e il patron risponde “me lo mandi”».

Con Bologna è subito amore. «La Virtus mi manda il biglietto e arrivo dopo quattro giorni. Parlo con Porelli che era un fenomeno, mi offrono tanti di quei soldi che non avevo mai visto. Vedo il palazzo dello sport, bellissimo. Vedo la squadra fare allenamento con il vice allenatore Ettore Zuccheri, un roster di talento, e firmo il contratto». In cinque anni, tra i suoi giocatori alle V nere, c’è anche Marco Bonamico. «Ci ha fatto vincere lo scudetto del ’76, a Varese, con la sua difesa su Bob Morse. Un lottatore, un ‘marine’, uno dei più grandi rimbalzisti che abbia mai allenato. Era in quintetto base per me già a 17 anni, una gioia fare il suo coach. Dava sempre il cento per cento ed era autoironico: “Se porto la testa, sono un giocatore da nazionale; se no, sono forse da serie C”. La sua scomparsa mi ha addolorato».

Una catena di probabilità, una serie di combinazioni che sembrano proprio un film, hanno portato Dan Peterson in Italia. Ma il suo destino era all’Olimpia Milano. Lui che è nato il 9 gennaio del 1936, lo stesso giorno in cui è stato fondato il club meneghino. «Io nasco, loro fondano. Una coincidenza incredibile, le probabilità sono infinite». Arriva a Milano nell’estate del ’78, ma «Cesare Rubini già l’anno prima mi aveva contattato. Poi è Toni Cappellari a chiamarmi, ma fino al termine dei playoff non parlo con nessuno. Finita la stagione, chiedo a Porelli il permesso di parlare con l’Olimpia, e il presidente che era molto sensibile mi ha detto: “Mi dispiace perderti, ma se ti vuole Milano devi andare”».

Siede sulla panchina dell’Olimpia dal ’78 all’87, vince ben otto trofei nazionali ed internazionali, ma al primo anno perde la finale scudetto proprio contro la Virtus. «Ero contento per loro, ma non per me che avevo perso». In quegli anni si è scontrato più volte con Valerio Bianchini e Boscia Tanjevic, due tecnici leggendari. Chi è stato il più difficile da affrontare? «È impossibile dirlo. Ho giocato di più contro Bianchini, ma entrambi sapevano indirizzare la propria squadra, dargli una missione, caricarla emotivamente. Ricordo che Tanjevic venne a sbancare il palasport di San Siro facendo partire in quintetto il suo decimo uomo delle rotazioni».

«Era il coraggio che li accomunava e li distingueva. Tanjevic ha fatto esordire in serie A Nando Gentile ed Enzo Esposito a 15 anni. Bianchini nell’88, a campionato in corso, cambia i due americani ingaggiando Darren Daye e Darwin Cook, e vince lo scudetto con Pesaro. Parliamo di uomini che non avevano paura di niente. Non contemplavano la possibilità di perdere, non faceva parte della loro mentalità. Non ho mai allenato contro due tecnici più bravi di loro ad intuire le scelte giuste da fare durante la partita. Come dicono negli Stati Uniti, a prendere la temperatura della gara. Erano lì per vincere, avevano il coraggio di rischiare, e sapevano leggere alla grande l’andamento della partita. Contro di loro non potevi guadagnare un millimetro di terreno. E con loro due inserisco anche Arnaldo Taurisano e Sandro Gamba, allenatori che facevano una categoria a parte. Delle leggende».

Una pallacanestro d’altri tempi, giocata in maniera diversa ma anche vissuta con un altro tipo di approccio. Anche dal punto di vista della comunicazione. Si diceva sempre quello che si pensava, senza peli sulla lingua, ma con grande rispetto. «Il maestro era Bianchini, ma anche Tanjevic aveva un grande rapporto con la stampa. Bianchini scriveva per Giganti del basket, ragionava come un giornalista, e lo chiamavo l’assassino del sabato sera perché rilasciava le interviste contro di me o Milano il sabato sera. La domenica usciva il giornale e non avevo il tempo per risponderlo perché il giorno stesso dovevamo giocare. Invece Tanjevic andava a ristorante con i giornalisti, beveva qualcosa con loro e magari fumava un sigaro mentre parlavano fino alle sei del mattino. Si faceva amare».

Restando in tema allenatori, ma più di attualità, a Milano ci sono state le dimissioni di Ettore Messina. Una notizia dal grande clamore che ha lasciato sgomenti davvero tanti appassionati non solo dell’Olimpia. «La notizia mi ha preso di sorpresa, anzi, diciamo pure molto di sorpresa. La società ha gestito molto bene questa decisione di Messina, con Peppe Poeta che è pronto per il ruolo. Sfruttando anche la pausa delle nazionali, hanno fatto questo cambio quasi in dolore. Ovvio che la perdita di un allenatore con quel curriculum è uno shock, però tutto è avvenuto in maniera molto professionale, facendo il meglio possibile. Vediamo cosa succede. Ovviamente sono legato a Milano, ma voglio vedere entrambe le squadre italiane andare bene in Eurolega. Anzi, vorrei vedere più squadre italiane giocare nella massima competizione europea. Così come vorrei rivedere anche Roma con una squadra in serie A, chiunque essa sia, basta che si tratti di una formazione romana. Nel basket italiano ci vuole un polo nord e un polo sud, ci vogliono assolutamente Milano e Roma».

Per quanto si è visto all’ultima Olimpiade, il confine tra Stati Uniti ed Europa si sta assottigliando sempre di più. Crede che ormai si sia arrivato ad una sorta di livellamento, o comunque gli Stati Uniti sono sempre un gradino più su? «Vediamo come andrà l’Olimpiade di Los Angeles nel 2028, perché è comodo dimenticare che gli Stati Uniti hanno vinto l’oro a Parigi dopo essere stati anche sotto di 18 punti contro la Serbia nell’ultimo quarto. Poi hanno vinto, ma la vera differenza è che la Serbia ha 7 milioni di abitanti, mentre gli Stati Uniti ne ha 337. Quindi, se la Serbia con 7 milioni di abitanti può sfidare gli Stati Uniti e ridurre il divario, è un segnale. Adesso in Nba vogliono fare un All Star Game fra giocatori americani e non americani, vediamo cosa succede, ma credo che il resto del mondo stia ormai pareggiando il valore, il talento».

Nella carriera di Dan Peterson l’ironia è stata la chiave per superare anche le difficoltà, i momenti negativi. «Non solo l’ironia ma anche l’equilibrio, perché non mi sono mai esaltato troppo per una vittoria e neppure depresso per una sconfitta. E poi non ho mai dimenticato che non sono un genio, sono i giocatori che vanno in campo, sono loro che giocano. Dovevo allenare loro, dovevo allenare la partita, non pensare agli avversari. C’è molto pragmatismo americano in questo concetto».

Un ultimo pensiero va a Mabel Bocchi, un’icona del basket femminile che ci ha lasciato proprio recentemente. «È stata una giocatrice avanti di 50 anni rispetto al basket femminile. Coordinata come una saltatrice di salto in alto, o una farfalla della ginnastica ritmica. Ovviamente una grande atleta, con elevazione, corsa, rapidità, reattività, riflessi. Aggiungiamo un quoziente di intelligenza cestistica straordinaria e una determinazione da leonessa. Il risultato di tutto ciò? La migliore giocatrice italiana di ogni tempo, con tutto il rispetto per Catarina Pollini e Mara Fullin. Bocchi è stata una campionessa nata, lottatrice feroce. E poi era un’atleta completa, poteva giocare in qualsiasi ruolo, forse anche al livello più basso del basket maschile. Faccio fatica a rendermi conto che non ci sia più».


Il parere sulla dibattuta Nba Europe

La futura e ormai prossima Nba Europe non convince del tutto coach Dan Peterson. «Se vogliono venire in Europa per portare via l’Olimpia Milano ed il Real Madrid dall’Eurolega e dai campionati nazionali, non penso che sarà ben accettato dai tifosi. Avevano proposto la Super League nel calcio, e proprio i tifosi hanno fatto un grande baccano per non averla. E poi, vengono per sviluppare i giovani? C’è l’esempio dell’Nba in Cina, dove sono andati a giocare tanti ex giocatore della lega, tutti americani, che prendono tanti se non tutti i tiri, e la nazionale cinese è in caduta».


* per la rivista Basket Magazine

domenica 30 marzo 2025

Tiro da tre punti, croce e delizia

Tiro da tre punti, croce e delizia: Dan Peterson ha aperto la discussione chiedendone l'abolizione. Della Valle, Ruzzier e Veronesi fanno fronte comune: abolendolo si darebbe molto più peso alla fisicità degli atleti

Generazioni a confronto sul canestro della discordia

di Giovanni Bocciero e Alvise Baldan*

 

1984, A LIVELLO INTERNAZIONALE viene introdotto il tiro da tre punti nella pallacanestro. L’arco semiellittico viene disegnato su ogni campo da gioco, e il tirare con conseguente realizzazione vale un punto in più rispetto al semplice appoggio al tabellone o al tiro dalla media distanza. Una novità, una evoluzione, con tutti i suoi pregi e difetti. Questa invenzione, in realtà, era già stata sperimentata anni prima negli Stati Uniti, in particolare al college. È da anni che si discute di un suo forte abuso, a discapito del gioco che rende il basket il più bello sport al mondo. Dan Peterson ha recentemente dichiarato che lo abolirebbe, e a riguardo abbiamo ascoltato giocatori e allenatori, attuali e del passato, che su questa affermazione sono ampiamente divisi.

Amedeo Della Valle

Cosa pensi in merito alla dichiarazione di Dan Peterson che abolirebbe il tiro da tre punti?

«Ci sta che ognuno dica la propria opinione. Secondo me, la sua è stata una sorta di provocazione che credo sia difficile possa trovare un seguito nel basket moderno. Se togliamo il tiro da tre punti, forse, molto probabilmente le partite diventano un susseguirsi di spallate vicino al canestro. Quindi è evidente che la pensi diversamente rispetto a questo argomento».

Da tiratore, cosa ti passa per la testa se realizzi un filotto di canestri da tre punti, o al contrario ne sbagli tanti di seguito?

«Chiaramente come per qualsiasi cosa, quando funziona e va bene è molto più facile continuare a farle. Quando invece diventa complicato è molto più difficile ripeterlo. Penso però, che la forza di un tiratore s veda proprio nel momento di difficoltà, nel continuare a tirare e non rifiutare conclusioni. Quello è il più grande segno di un eccellente tiratore, che può fare una serata da 8/8 ma può farne anche una da 0/8».

Quale potrebbe essere un aggiustamento per far incidere magari meno il tiro da tre punti?

«Ad oggi proverei innanzitutto ad allargare il campo, visto gli atleti che calcano i campi. La pallacanestro potrebbe giovare di questa modifica, ma non dobbiamo dimenticare che il gioco è in continua evoluzione. Infatti, oggi stiamo vivendo la fase del tiro da tre punti, in passato altri stili di gioco, e in futuro cambierà ancora in base alle tendenze del momento».

Michele Ruzzier

Dan Peterson abolirebbe il tiro da tre punti, tu cosa ne pensi?

«Io personalmente non lo abolirei, e non la trovo una cosa giusta perché è l’evoluzione della pallacanestro. Rappresenta per ogni squadra un’arma in più, a maggior ragione per la fisicità che si vede oggi su un campo. Un giocatore deve tirare per forza bene da tre punti per cercare di aprire le difese. Il basket è uno sport in continua evoluzione, completo così com’è con il tiro da tre punti».

Il tiro da tre punti è ormai trasversale, nel senso che è un’arma sia per un esterno che per un lungo?

«È un’arma sulla quale c’è bisogno comunque di lavorarci. E se diventi bravo, è giusto che la sfrutti a tuo vantaggio. Ed oggi non dipende neppure dai ruoli. Prima, magari, il tiro da tre era usato di più dalle guardie, ma oggi lo possono fare anche ragazzi di 2,20 metri. E credo che sia una cosa positiva, e non certo negativa».

Quanto influenza segnare o sbagliare una serie consecutiva di conclusioni?

«Non so esattamente in che percentuale, ma oltre all’allenamento il tiro è tanto mentale. Se segni una tripla e ti capita subito un altro tiro aperto, che è giusto, devi prenderlo assolutamente. Dall’altro lato, anche se ne hai sbagliati un paio prima, ma la squadra costruisce un buon tiro e la palla arriva a te, è comunque da prendere. Magari sentirai il pallone pesare un po’ di più, ma è certamente giusto tirare».

Hai giocato con Marco Belinelli, uno dei migliori tiratori italiani in assoluto, cosa ci puoi raccontare di lui?

«Quando ero alla Virtus lo guardavo con gli occhi a cuoricino, perché era davvero uno spettacolo vederlo anche solo in allenamento. Non l’ho mai visto fare esercizi particolari per allenare il suo tiro. Semplicemente ha una mentalità diversa, pensa di segnare ogni singolo tiro che prende. Questo fa di lui un pericolo costante, perché anche se ha sbagliato i tre tiri precedenti, prenderà il quarto con la stessa sicurezza di chi è in striscia positiva».

Giovanni Veronesi

Abolire il tiro da tre punti, per Peterson, gioverebbe al basket. Per te?

«È normale che rispetto al basket di Peterson oggi si giochi un’altra pallacanestro. Ci sono spaziature e situazioni diverse, complice l’evoluzione del gioco. Ovvio che non cambierei nulla».

Cos’è che differenzia un tiratore, che segni o sbagli?

«Per un tiratore è importante non perdere mai la fiducia, perché altrimenti non può neppure definirsi un tiratore. E infatti, ci sono tanti giocatori che hanno magari vissuto soltanto un periodo felice. Nel mio caso posso dire di avere avuto sempre grande fiducia, sia da parte di allenatori e compagni che a livello personale nei miei mezzi. Poi è naturale che ci sono momenti positivi e altri negativi, ma bisogna sempre avere il coraggio di continuare a tirare, senza esagerare».

Il tiro da tre punti serve più allo spettacolo che al gioco?

«Credo che bisogna fare una distinzione tra il basket che si vede in Nba e quello in Europa. In America effettivamente si tira tanto da tre punti, e il più delle volte in situazioni del tutto estemporanee al gioco. In Europa no, perché anche se si abusa del tiro da tre, questo rientra più in un contesto di costruzione del gioco. O almeno questo è il mio pensiero. Poi ovvio, se la pallacanestro ha un successo planetario ed è seguita in tutto il mondo è anche per giocatori come Steph Curry e Klay Thompson che sono tra i migliori interpreti del tiro da tre punti».

Valerio Bianchini

Qual è il suo pensiero riguardo all’uso del tiro da tre punti nella pallacanestro di oggi?

«Il tiro da tre punti lo ricordo addirittura come un’innovazione che fece l’Aba (American Basketball Association, lega professionistica americana di pallacanestro tra il 1967 ed il 1976, ndr), usandolo inizialmente in circostanze speciali, come per esempio cercare di recuperare alla fine della partita. All’inizio non era considerato un elemento istituzionale del gioco, era un elemento normale. Ricordo che nell’84/85 Mike D’Antoni, che normalmente non era un gran attaccante, grazie ai blocchi di Dino Meneghin cominciò a tirare con i piedi per terra perché i difensori uscivano poco, restando così schiacciati sul blocco. Iniziò così ad avere più coraggio, più iniziativa, diventando un tiratore dall’arco. Per molti anni il tiro da tre punti rimase utilizzato in certe circostanze, non nel modo ossessivo odierno. Addirittura anche i lunghi cominciarono, tramite il pick and roll, a preferire il tiro da più lontano piuttosto di un appoggio da dentro il pitturato. Questo sinceramente rende il gioco un po' noioso, ripetitivo. Gli allenatori hanno smesso di fare ricerca, di fare sperimentazione. Nel basket classico il gioco delle squadre in campo veniva immediatamente identificato per l'allenatore che lo governava. Per esempio il gioco di Guerrieri, di Zorzi, di Peterson. C'era molta più coerenza tra la teoria del gioco di un allenatore rispetto all’esecuzione in campo. Adesso, invece, c’è un’omologazione dove la maggior parte gioca allo stesso modo. C'è da dire, però, che la pallacanestro ha reso ancora più imprevedibile le partite. L’altra faccia di questa medaglia è che non c’è più meritocrazia, tu puoi giocare benissimo ma se hai scarse percentuali al tiro da tre perdi la partita contro uno che sta giocando male ma con buone percentuali da tre. A portare a questa deriva tecnica un po' insensata è stata la Fiba e il suo regolamento, perché il basket concettualmente è sempre stato un gioco che ogni quattro anni cambiava il suo regolamento. Il gioco si adeguava allo sviluppo sociale dell'area popolare in cui era inserito e variava soprattutto in relazione ai marchingegni tecnici. La Fiba si riduce a seguire l’Nba, ma senza una ragione. Nello smile, nei trenta secondi, nello stesso tiro da tre, non seguendola, però, nei tre secondi difensivi che sono importanti per consentire la penetrazione nell’uno contro uno. Attualmente il gioco si sta riducendo sempre di più all’uso scriteriato del pick and roll, alla cancellazione del lavoro in post, sia alto che basso, ed al rifugio nel tiro da tre. Certamente non è questo il vero basket».

Nelle sue esperienze tra Cantù e Roma, ha vinto due scudetti e due Coppe dei Campioni senza il tiro dalla lunga distanza. Dopo l’introduzione di questa nuova regola è stato più facile o più difficile allenare?

«È stato più facile allenare perché il tiro da tre era utilizzato senza, tuttavia, diventarne dipendenti. Adesso per gli allenatori è più facile. Non insegnano più i movimenti sofisticati del post basso ai pivot, per passare più volte la palla fuori per un tiro da tre. Dal punto di vista estetico è una cosa inguardabile, però la situazione è questa. Conta solo l’uno contro uno, il gesto spettacolare della superstar della squadra».

Ha un aneddoto da raccontarci legato al tiro da tre punti?

«Quello più clamoroso fu con la Virtus Roma, durante la stagione 1990/91, quando eravamo sotto di due punti contro Caserta ad un secondo dalla fine. Ricordo una rimessa a bordo campo per Maurizio Ragazzi che, ricevuta la palla a tre metri dalla nostra linea di fondo, segnò il canestro della vittoria».

Bogdan Tanjevic

Cosa ne pensa del tiro da tre punti?

«Il mio pensiero è molto simile a quello di Dan Peterson. Penso sia meglio il vecchio modo di giocare piuttosto che il continuo aumento del tiro dalla lunga distanza. Si è arrivati addirittura a parlare dell’inserimento del tiro da quattro. Negli ultimi vent’anni i giocatori sono diventati dei grandi tiratori e le distanze, soprattutto grazie all’atletismo, sono diventate facili da eseguire. In Nba fino a trent’anni fa esistevano solo tre o quattro tiratori nel campionato. Adesso sono diventati centocinquanta. Un pro può essere legato ai giocatori europei, un esempio di tecnica di tiro e di precisione che arrivarono ad un livello fantastico di capacità del tiro dalla lunga distanza. Dei contro, invece, possono essere il poco gioco sotto canestro, il mancato utilizzo dei pivot, le poche penetrazioni ed il tiro da quattro metri dei campioni come Jordan e Dalipagic. In passato i grandi tiratori non si concentravano esclusivamente sul tiro da tre punti e il gioco era molto più interessante, più affascinante. Adesso si è talmente fissati nel trovare qualcuno di libero fuori dall’arco, di scaricargli la palla anche quando sarebbe molto più intelligente segnare due punti sicuri. La linea dei tre punti la chiamo il “bordo della piscina”, come se ci fosse dell’acqua dentro. Non bisogna entrarci troppo. Questa furia di tirare e di correre in avanti non la vedo bene. Mi piace di più il basket di prima».

Il tiro da tre punti è diventato una sorta di arma offensiva, diciamo, troppo abusata, troppo utilizzata?

«Troppo abusata, non c'è dubbio. Si vedono molte squadre che tirano più da tre punti che da due. Così il gioco diventa meno attrattivo. In poche parole non bisogna focalizzarsi troppo sul tiro da tre. Per fare un esempio, quando Dalipagic segnò settanta punti lo fece con soli quattro canestri da tre punti in tutta la partita. Poteva tranquillamente essere il capocannoniere Nba, se ci fosse andato».

Antonello Riva

Qual è la sua opinione sul tiro da tre punti?

«Nei primi anni ci fu un grande clamore che richiamò tanta attenzione attorno a questa nuova regola, al nostro movimento.

Se poi, dopo tanto tempo, dobbiamo analizzare se è stato un pro o contro, i dubbi sono aumentati. Una cosa su tutti: il gioco è stato veramente stravolto e in maniera netta. Mi ricordo gli anni in cui giocavo a Milano quando era allenata da Mike D’Antoni. Lui sosteneva che statisticamente non conveniva andare a tirare da due ma conveniva tentare più tiri possibili dalla linea dell’arco. Ed è proprio questo, come stavo dicendo, che ha stravolto il modo di giocare. Il tiro da due, il cercare di andare vicino al canestro è praticamente quasi sparito. Poi, ecco, bisogna vedere se è effettivamente più spettacolare, più bello da vedersi oggi, o se era più bello un tempo quando non c’era il tiro da tre e si cercava di costruire maggiormente il gioco d'attacco».

Lei pensa, dunque, che sia diventato una sorta di arma offensiva un po' troppo abusata?

«Sì, in particolar modo perché questa linea non è così lontana dall’Nba. Vediamo diversi giocatori tirare da addirittura nove o ancora più metri. Mantenerla così com’è, oggi in Italia, è troppo utilizzata. Penso, tuttavia, che per lo spettacolo e per gli spettatori, vedere un tiro o un canestro da tre sia sempre un gesto tecnico spettacolare, anche se ha tolto un pochino la vera essenza, la vera sostanza della pallacanestro».

Se lei fosse un giocatore di questi tempi, si adatterebbe al modo di giocare attuale, ad un ritmo più elevato e a un numero maggiore di tiri da tre punti, o cercherebbe di rimanere al gioco di qualche anno fa, dove il tiro da tre punti non era così esasperato e si puntava un po' di più al gioco tecnico?

«No, è naturale che bisogna sempre adeguarsi ai tempi. Se fossi un giocatore di questi tempi mi adeguerei sicuramente alle nuove situazioni. Però vedo che alcune volte i giocatori, che potrebbero fare un arresto e tiro tranquillo dai tre, quattro metri, vanno dritti al ferro o cercano la soluzione nel tiro dalla lunga distanza. Negli anni passati, si utilizzava la finta da tre punti, un palleggio, due palleggi ed un arresto, ripeto a tre o quattro metri. Questo movimento oggi è sparito completamente».

Un’ultima domanda: ha un aneddoto su questo argomento da raccontare?

«Mi ricordo ancora benissimo la prima partita quando era appena entrato in vigore. Era la prima partita del campionato 1984/85, successivo alle Olimpiadi di Los Angeles, quando con Cantù andai a giocare a Pesaro che al tempo aveva un allenatore americano che si era messo a difendere a zona. Non mi sembrava vero e quel giorno realizzai nove o dieci canestri da tre punti. Da un momento all’altro ci aspettavamo che Pesaro passasse a difendere individualmente, invece continuò con la difesa a zona. Era la prima partita, la prima volta che venivano conteggiati i tiri al di là dell'arco. Era, in poche parole, una novità».

Nonostante le differenti posizioni, le statistiche ci possono offrire degli spunti interessanti. Perché non sempre tirare e segnare tanto ti permette di vincere. Trento e Varese, ad esempio, sono le due squadre della serie A che hanno terminato il maggior numero di partite con almeno dieci triple segnate, eppure le posizioni in classifica sono molto differenti. In media una giusta percentuale dall’arco che si può ritenere positiva è del 35%, che significa poco più di una realizzazione su tre tentativi. Eppure con due canestri su tre dalla media distanza o addirittura più vicino al canestro, e dunque con una probabilità maggiore di riuscire a segnare, frutterebbe 4 punti. Che batterebbero i 3 realizzati dall’arco.

* per la rivista Basket Magazine