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giovedì 18 maggio 2023

A quarant'anni di distanza il ricordo dell'oro di Nantes

Le parole dei protagonisti di quell'impresa, l'emozione che ancora suscita in chi l'ha vissuta regalando al nostro sport e agli appassionati di basket la prima grande vittoria europea

A quarant'anni di distanza il ricordo dell'oro di Nantes

Brunamonti, Gilardi, Riva, Sacchetti e Villalta raccontano: «Eravamo amici dentro e fuori dal campo. Abbiamo indicato la strada: dopo di noi una scia di successi per almeno vent'anni»


di Giovanni Bocciero*

 

NANTES ’83 rimarrà per sempre il successo che ha tracciato la strada per l’Italia dei canestri. Il primo grande appuntamento nel quale la nazionale riuscì a salire sul tetto d’Europa imponendosi sull’Est Europa, che con Jugoslavia e Unione Sovietica aveva sempre dominato la competizione. Nelle parole dei protagonisti in campo si può avvertire ancora oggi, a distanza di 40 anni, un’emozione indescrivibile.

«Nonostante i tanti anni l’emozione è sempre molto grande, perché è stata una tappa fondamentale della carriera mia e dei miei compagni - ha esordito Roberto Brunamonti -. Era il primo Europeo che vincevamo, e lo vincemmo in maniera meritata e da imbattuti». «L’emozione è quella di esser stati parte di una squadra che ha compiuto un’impresa della quale se ne parla ancora - ha commentato Enrico Gilardi -. Fortunatamente quella vittoria è stata poi replicata, ma noi siamo stati i primi ad ottenere un risultato che a quei tempi era inimmaginabile che potesse essere alla nostra portata». «Non ce n’è solo una ma sono tante le emozioni provate in quel Europeo - ha ricordato Antonello Riva -. Dalla vittoria in volata all’esordio contro la Spagna alla famosa rissa con la Jugoslavia, un turbinio di sensazioni che ci ha aiutato ad avere una crescita costante nell’arco del torneo». «È una delle poche vittorie da giocatore - ha dichiarato Sacchetti -, ed è per me una cosa indimenticabile. Quando abbiamo festeggiato ho preso una botta all’occhio, ed è per questo che nelle foto porto sempre gli occhiali». «La corsa di Caglieris col pallone sotto al braccio e la commozione di Aldo Giordani - ha rammentato Renato Villalta - sono momenti indimenticabili».

Quell’Italia del ct Sandro Gamba, con gran parte dei protagonisti a formare uno zoccolo duro, arrivava dall’argento alle Olimpiadi di Mosca del 1980, quelle del boicottaggio statunitense. All’Europeo dell’81 si classificò quinta e per questo non partecipò al Mondiale dell’anno successivo. Durante la preparazione perse due volte contro la Jugoslavia, con cui ci fu una vera e propria resa dei conti con la vittoria nella famigerata gara della rissa durante il girone di qualificazione. Girone inaugurato con un’altra sofferta vittoria contro la Spagna, avversaria ribattuta poi in finale. Un’impresa che per il movimento italiano «ha rappresentato un punto di partenza - secondo Brunamonti -. Per la pallacanestro italiana ha significato entrare nell’olimpo delle nazioni che potevano fregiarsi di determinate vittorie e medaglie. Siamo stati la generazione che ha indicato la strada, e ne è seguita una scia sulla quale si sono susseguite altre grandi nazionali che hanno rinverdito e ripetuto quei successi con altrettanto merito ed importanza». «Quel successo ha dato fama e pubblicità a tutto il movimento - secondo Villalta -. Tutti i giornali ne parlavano, e i tifosi ci aspettarono al rientro a Milano. È vero che venivamo dall’argento di Mosca, ma l’oro ha un sapore particolare». «Eravamo partiti un po’ sfiduciati perché la preparazione non era stata il massimo - ha ricordato Sacchetti -, nonostante sulla carta eravamo un’ottima squadra. Poi la vittoria rocambolesca con la Spagna ha acceso in noi una fiamma, e sull’onda di quella spinta abbiamo costruito la vittoria con la quale abbiamo aperto una porta importante per tutto il movimento»». «Quel successo è stato da traino anche se in quegli anni abbiamo toccato l’apice con il nostro movimento anche a livello di club - ha riflettuto Riva -. Il basket si è avvicinato tanto alle persone ed è entrato nelle case degli italiani quasi ad eguagliare il calcio».

In effetti se l’oro di Nantes era la prima grande affermazione della nazionale azzurra, le squadre italiane avevano già vinto tanto in Europa. Varese dal 1970 aveva disputato dieci finali consecutive di Coppa Campioni, vincendone 5, Cantù fece la doppietta nell’82 ed ’83 in un derby con Milano, e Roma vinse nell’84. Milano, Cantù e Varese conquistarono ininterrottamente la Coppa Saporta dal 1976 all’81, e Pesaro alzò quella dell’83. In Coppa Korac si affermò Rieti nell’80, nell’85 ci fu il derby tra Milano e Varese e nell’86 quello tra Roma e Caserta. Insomma, «la questione di fondo è che i giocatori italiani avevano un maggiore minutaggio nelle coppe europee - ha continuato Riva -. Eravamo fortunati avendo solo due stranieri, così da avere più opportunità per maturare, per fare esperienza e per crescere a livello internazionale».

Non solo però la possibilità di giocare, «quel gruppo ha rappresentato la capacità di mettere insieme generazioni differenti - ha rimarcato Gilardi -. C’erano i Meneghin e i Marzorati che di storia in nazionale ne avevano già percorsa; c’erano dei giovani come me, Riva e Brunamonti sui quali si poteva contare per il futuro; e poi ragazzi come Caglieris o Sacchetti che non erano stati valorizzati a dovere nel passato. Ne uscì fuori un mix ben riuscito grazie anche alle capacità di ognuno di noi di mettersi a disposizione e di rispettarsi l’un l’altro. Questa tale diversità è diventata un’omogeneità che è stato il nostro segreto». «Quella squadra si fondava su un gruppo unito - secondo Sacchetti -, e per come era strutturata era facile giocare insieme. Ma ha dovuto comunque lottare, ha rischiato, e compattandosi ha portato a casa il risultato». «Eravamo amici in campo ma anche fuori. Ci fidavamo l’uno dell’altro - secondo Villalta - grazie anche alla sapiente conduzione di Gamba. Avevamo il senso di rappresentare l’Italia, una cosa che ai nostri tempi voleva dire il massimo dell’ambizione per un atleta. E la lite con la Jugoslavia ci cementò».

La nazionale di Nantes era composta anche da nuclei di giocatori che già giocavano insieme nei club, come i virtussini Bonamico, Brunamonti e Villalta, la coppia canturina Marzorati-Riva, e il terzetto di Torino composto da Sacchetti, Vecchiato e Caglieris. Un aspetto che riguarda anche l’attuale nazionale, composta per la maggiore da atleti di Olimpia e Virtus. «È ed era una casualità - ha commentato Villalta -. I migliori giocatori si raggruppano nelle migliori squadre, ma all’epoca il campionato italiano era più omogeneo da questo punto di vista». «Credo fortemente nelle scelte dettate da caratteristiche tecniche ed umane dei singoli e non nei blocchi dei club - secondo Gilardi -. I giocatori di quella nazionale erano gli elementi migliori per costituire un gruppo che avesse una ben definita identità tecnica. Avevamo trovato la nostra quadratura anche nel saper cambiare modo di giocare in base agli elementi che venivano chiamati in causa. Ogni giocatore aveva le sue caratteristiche, e in base alle situazioni tutti venivano valorizzati, creando delle miscele completamente diverse in ogni gara».

Di fatto Marzorati segnò il canestro della vittoria con la Spagna all’esordio, Meneghin giganteggiò con la Grecia, Riva bersagliò la Francia, Gilardi tagliò a fette la Jugoslavia nel match della rissa, e Villalta fu il miglior marcatore della finale. E nonostante l’Italia conquistò la medaglia d’oro, il miglior quintetto dell’Europeo contava gli spagnoli Corbalan e San Epifanio, il greco Galis, il ‘sovietico’ Sabonis ed il ceco Kropilak. «Non eravamo dipendenti da un singolo, ma a rotazione avevamo un protagonista diverso - ha continuato Gilardi -. Nel nostro gioco non c’era spazio per far emerge l’individualità ma ognuno doveva portare il proprio contributo».

Dopo Nantes c’è stato un secondo ciclo vincente per la nazionale, quello a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, che prima con Tanjevic e poi con Recalcati come ct arrivò a bissare la vittoria dell’Europeo nel 1999 a Parigi e la conquista della medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene 2004. Ci si aspettavano successi anche dalla nazionale degli Nba, quella che poteva contare sui vari Bargnani, Gallinari, Belinelli, Datome, Gentile ed Hackett, e invece quella squadra fallì addirittura il Pre-olimpico di Torino del 2016. «Il discorso da fare è ampio e profondo - secondo Riva -. Mi riduco a dire che quel ciclo non ha portato risultati perché in Nba si gioca un basket differente. È stato sempre difficile, sia per i giocatori riadattarsi al gioco europeo, che per gli allenatori riuscire a metterli insieme a chi giocava nel nostro campionato». «Quella squadra potenzialmente molto forte non ha ottenuto risultati perché lo sport insegna che non è mai semplice - ha detto Sacchetti -. Adesso dobbiamo guardare avanti e seppur il periodo difficile non ci si deve accontentare di qualificazioni e piazzamenti».

In vista dei prossimi Mondiali «le prospettive sono molto buone - il parere di Brunamonti -. Vedo un gruppo, uno zoccolo duro, che dopo aver riconquistato l’Olimpiade sta dimostrando grande compattezza, sulla stessa lunghezza d’onda dell’allenatore, e con dei giovani che possono dare continuità al gruppo e a questa generazione». «Il gruppo è affiatato. Ci manca un centro - l’analisi di Sacchetti -, ma nonostante ciò siamo arrivati quasi a conquistare una medaglia agli ultimi Europei. Sono convinto che possiamo fare un exploit. Il passaggio successivo è capire cosa ci aspetta dal futuro quando passerà anche la generazione dei Melli». «Molto dipenderà da come si evolverà la situazione legata a Banchero - secondo Riva -, che è un giocatore che sposta gli equilibri. Per quanto riguarda Pozzecco, credo sia l’uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto. C’era bisogno di qualcuno che richiamasse interesse intorno alla nazionale anche fuori dal campo». «C’è un aspetto sul quale non mi capacito - la chiosa di Villalta -. Per noi la nazionale era un obiettivo, oggi è per molti addirittura una scocciatura. Vedere atleti che rinunciano alla maglia azzurra perché devono riposarsi non è accettabile».


* per la rivista Basket Magazine

mercoledì 16 giugno 2021

Torna la Lazio, il basket romano rialza la testa

Un campione d'Europa e vicecampione olimpico alla base del progetto che rilancia i colori biancocelesti anche nel basket

Torna la Lazio, il basket romano rialza la testa

Con la Lazio Basketball ATG 1932, Enrico Gilardi, cresciuto con Giancarlo Asteo, vuole riproporre la filosofia tecnica del suo vecchio maestro crescendo giovani che possano affermarsi nella propria città. "L'idea è di far riscoprire a Roma un nome storico, che anche nella pallacanestro è stata una importante realtà". I colori bianconcelesti in campo fin dal 1932, la presentazione di lancio al Muro Torto, la vecchia sede della gloriosa Ginnastica Roma dove la Lazio disputò la prima partita della sua storia


di Giovanni Bocciero*



RILANCIO E IDENTITÀ. Sono queste le due parole che meglio si legano alla Lazio Basketball ATG, la nuova realtà cestistica che vuole riportare in auge un nome storico e una tradizione importante della pallacanestro romana. Tra i promotori di questo rilancio, un ex atleta biancoceleste ed emblema della romanità, ovvero Enrico Gilardi. Con la gloriosa Pallacanestro Lazio 1932 ha esordito diciottenne in serie A nel 1975, alla corte del maestro Giancarlo Asteo. Poi ha giocato per Stella Azzurra e soprattutto Banco di Roma con cui ha vinto tutto ciò che c’era da vincere: lo scudetto del 1983, la Coppa dei Campioni e quella Intercontinentale del 1984, e per finire la Coppa Korac del 1986.

«Il fatto di aver giocato nella Lazio è stato il motivo per cui sono stato contattato - ha esordito Gilardi - e mi è stato chiesto se volessi partecipare a questo progetto di rilancio e costruzione di una nuova realtà che si chiamerà Lazio Basketball ATG, acronimo di Accademia tecnica giovanile e che va a legarsi al progetto al quale ho lavorato con il Comitato FIP Lazio negli ultimi sedici anni».

Enrico Gilardi, 64 anni, nell'Italia
Basket Hall of Fame dal 2016
Gilardi nella nuova realtà ricoprirà il ruolo di general manager, mentre Luigi Capasso, con trascorsi in Virtus Roma, NPC Rieti ed Eurobasket Roma oltre che nel calcio tra Napoli e Fiorentina, sarà il presidente. Tra i soci vi è Giampaolo Bocci, figlio di Eraldo ultimo presidente della storica Lazio 1932 radiata dalla FIP nel 2005, mentre Giovanni Tassi, altro ex atleta biancoceleste ricoprirà il ruolo di team manager. Per fare chiarezza, la Lazio Basketball ATG ha rilevato il titolo della Nuova Lazio Pallacanestro, società che comunque continuerà la propria attività a livello giovanile. Eppure si è cercato di unire le forze coinvolgendo anche l’altra società della S.S. Lazio Basket, perché «la prima idea di chi si è fatto promotore del rilancio nel basket del nome Lazio - ha chiarito Gilardi - è stato quello di mettere intorno ad un tavolo entrambe le realtà, proponendo di creare un progetto comune. La S.S. Lazio Basket però non ha ritenuto interessante poter intraprendere questa strada insieme. Per cui l’unico club rimasto è stata la Nuova Lazio Pall. che si è messa a disposizione sin da subito permettendo la costituzione di questa nuova realtà».

LA LAZIO BASKETBALL ATG si affaccia sul panorama cestistico romano in un periodo piuttosto delicato, sia per la ripresa generale dell’attività post pandemia, sia per il fallimento del massimo club cittadino quale era la Virtus Roma. «Il progetto nasce dall’idea che la città di Roma possa riscoprire un nome storico come quello della Lazio, che anche nella pallacanestro è stata una importante realtà con trascorsi in massima serie. Già ci stavamo muovendo prima dello scoppio della pandemia da Covid, quindi - ha specificato l’ex giocatore che con la Nazionale italiana ha vinto l’argento alle Olimpiadi di Mosca 1980 e un oro ed un argento agli Europei del 1983 e 1985 - questa rinascita non va affatto legata al fallimento della Virtus. Come nuova realtà ci stiamo organizzando per iniziare al meglio quando tutte le attività sportive ripartiranno con l’obiettivo da una parte di rilanciare la pallacanestro a Roma, e dall’altra di rispolverare il nome Lazio che significa tradizione, e che all’interno di una città come Roma crea anche una faziosità comunque molto più forte e sentita dal punto di vista calcistico che non nel basket».

Avendo rilevato la Nuova Lazio Pall., la Lazio Basketball ATG dovrebbe disputare il campionato di serie C Silver anche se qualcosa in termini di titoli sportivi potrebbe mutare nelle prossime settimane. «Nonostante le ambizioni bisogna essere realisti, quindi - ha spiegato Gilardi - non credo saremo pronti per una serie B ma forse disputeremo una C Gold. Il bello dello sport è anche quello di conquistarsi i meriti sul campo, e non solo comprando titoli sportivi». Al di là della categoria che giocherà la squadra senior, la dirigenza biancoceleste vuole puntare fattivamente sui giovani. «Come realtà nuova non avremo da subito un vivaio ben strutturato rispetto ad altre società romane. Vogliamo però che i giovani romani siano protagonisti in una squadra della città. Negli anni abbiamo visto tante promesse andare via non per giocare in serie A, cosa che avrei accettato - ha dichiarato Gilardi -, ma soltanto per disputare campionati giovanili di livello in altre piazze. Noi ci poniamo l’obiettivo di offrire ai ragazzi l’opportunità di continuare a crescere a Roma così da creare un gruppo d’identità romana forte».

Enrico Gilardi con Mattia Palumbo
OGGIGIORNO si sente spesso parlare di nuovi progetti che si fondano sui giovani. Il problema è passare dalle parole ai fatti, ed Enrico Gilardi sa perfettamente come si fa visto il suo impegno con i centri di addestramento tecnico giovanile della FIP Lazio. «Attraverso il progetto della federazione regionale ho potuto seguire tante annate giovanili e vedere centinaia di ragazzi. Ad esempio Mattia Palumbo è un’eccellenza, ed io avrei preferito che avesse avuto l’opportunità di giocare nella massima squadra della città invece di andare a fare esperienza fuori. Certo, oggi i meccanismi intorno al basket sono cambiati, ma cercheremo comunque di offrire un’occasione ai ragazzi».

Per riuscire in questo lavoro, sarà importante mettere in rete tanti piccoli club. «Assolutamente sì, e ci proveremo attraverso l’aggregazione di questi club che magari sono meno strutturati per vari motivi senza però soffocare le loro singole identità. Le società che lavorano sui ragazzi facendo tanti sacrifici vanno rispettate - ha commentato Gilardi -, vedendogli garantiti i propri diritti di formazione. Speriamo di avere a che fare con una nuova generazione di dirigenti e allenatori lungimiranti che possano pensare che attraverso un progetto comune si può arrivare a fare il bene dei ragazzi. Così facendo sono convinto che a beneficiarne saranno anche le stesse società. Possiamo dire che al momento come Lazio Basketball ATG ci presentiamo quasi come fossimo una realtà no profit, sperando che si colga lo spirito e il concetto di questa idea senza invidia per nessuno. Ribadisco che l’obiettivo unico è quello di mettersi a disposizione per la crescita dei ragazzi. A me piace dare indietro quello che ho ricevuto dalla pallacanestro, e credo che la migliore soluzione per poterlo fare sia quello di mettersi al servizio dei più giovani».

All'avversario della Jollycolombani di Forlì, non resta che
guardare l'appoggio a canestro di Enrico Gilardi
IL NUOVO CORSO della Lazio Basketball ATG è stato presentato ufficialmente il 5 giugno nella sede della Ginnastica Roma, data e luogo storici avendo la Lazio nel 1932 disputato proprio al campo del Muro Torto la prima partita ufficiale. Eppure il neonato club è ancora alla ricerca di una ‘casa’ in città. «La situazione a Roma è delicata perché non vi sono strutture dove poter giocare la serie A, e le altre sono poche. Ad esempio per giocare al PalaEur ci vogliono 20 mila euro a partita, il che rappresenta un vero harakiri economico-finanziario per chiunque. Per questo, per adesso, la nostra casa madre è Riano. Siamo però in trattativa - ha rivelato ancora il nuovo general manager biancoceleste - con alcune strutture cittadine per poter fare attività dentro Roma. Ma potremo parlarne solo quando avremo definito gli accordi che stiamo per stipulare. Tutto ciò augurandoci di avere a disposizione il PalaTiziano nel giro di qualche anno».

Una domanda però è più che legittima, ovvero dove si posizionerà la nuova realtà laziale nel panorama cestistico della capitale? «Nel rispetto di tutte le società che gravitano su Roma, ci poniamo con la consapevolezza che tranne la Stella Azzurra e l’Eurobasket che si sono guadagnate sul campo la stima di tutti, nessuno ha le potenzialità di sostegno e spinta che ha una società che si associa al mondo Lazio - ha risposto Gilardi -. Vogliamo ricreare l’identità biancoceleste, ciò vorrà dire che giocare con la Lazio tornerà a significare di aver giocato per una società importante della città. E sono convinto che il nome Lazio può diventare un veicolo d’immagine prestigioso e positivo in maniera trasversale».

L’attività della Lazio Basketball ATG inizierà senza l’affiliazione alla Polisportiva Lazio, cosa di cui al momento può fregiarsi la S.S. Lazio Basket che milita nel campionato di Promozione. Ma Gilardi è stato chiaro anche a tal proposito: «Vogliamo lavorare con grande umiltà ma con la decisa convinzione in ciò che facciamo. E riguardo ad una futura affiliazione, ambiamo a questa opportunità ma vogliamo essere valutati per il lavoro che svolgeremo da qui a tre anni». Come si può ben capire, la storia della Pallacanestro Lazio 1932 è rivendicata da più società. Per questo è anche lecito domandarsi se in futuro si vorrà riabilitare lo storico codice FIP del club radiato nel 2005. «Posso affermare che non rientra tra le nostre intenzioni - ha risposto deciso Gilardi -, perché vogliamo riproporre la storia della Lazio ma attraverso un percorso del tutto nuovo. Il progetto prevede massima serietà e soprattutto dignità. E non sarà di certo un codice che ci identificherà per quello che siamo, e che vogliamo essere».



* per la rivista BASKET MAGAZINE