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sabato 15 novembre 2025

80 anni. Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Ha compiuto 80 anni. Pozzo di scienza cestistica e miniera di aneddoti, racconta la sua carriera, di successi in ogni ruolo

Charlie Recalcati, l'uomo di tutte le stagioni

Introdotto alla pallacanestro da una leva di Arnaldo Taurisano, con Cantù ha vinto quasi tutto. Diventato quasi per caso coach nell'esperienza a Parma, è tra i più vincenti della serie A e della nazionale.

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. che ha spinto a fare il corso da allenatore. Sul suo recente addio all'Italia del Poz: «Lascia a Banchi quello che ho lasciato io nel 2009»

di Giovanni Bocciero*

 

Patrimonio della pallacanestro italiana, rappresenta una stella polare da ammirare. Questo è Carlo Recalcati, che poco più di un mese fa ha compiuto 80 anni, e da quando era adolescente li ha trascorsi da prima con un pallone a spicchi tra le mani, e poi a dare indicazioni dalla panchina. Un mito per l’Italia del basket, prima da giocatore poi da allenatore, portando in campo eleganza innata e competenza acquisita.

Riavvolgendo il nastro della vita di Charlie Recalcati, iniziamo dalla fine e dalla sua ultima fatica, quella letteraria, che insieme all’amico ed ex compagno Cesare Angeletti l’ha visto ricordare Arnaldo Taurisano con un libro. «Tau era un pignolo e ricercatore, per questo non si limitava come fanno tutti a dire che il basket è nato da Naismith, ma è andato in fondo e trovato le idee dalle quali lo stesso Naismith ha preso spunto. Lo raccontiamo nella prima parte del libro, insieme all’evolversi delle regole del gioco. La seconda parte invece, è un vero e proprio trattato di tecnica per spiegare la costruzione della sua difesa, con raddoppi a tutto campo e rotazione dei giocatori. Una difesa molto dispendiosa che aveva la sua efficacia e che ho provato in prima persona quando allenato da lui».

Taurisano come esempio di vita. «Ho imparato tutto da lui. A 12 anni non conoscevo il basket, poi al Centro giovanile Pavoniano di Milano è arrivato per fare una leva con i ragazzi del quartiere, mi ha insegnato i fondamentali e a 15 anni già mi faceva giocare con la prima squadra in Promozione. Ci siamo ritrovati a Cantù, e quando è stato nominato capo allenatore io sono stato per dieci anni capitano. Insomma, mi ha preso adolescente e mi ha accompagnato sino alla maturità, per questo è inevitabile che abbia influito nella mia formazione. Abbiamo avuto un percorso di crescita parallelo. Da lui ho sicuramente appreso l’essere autorevole e non necessariamente autoritario».

Nel 1980, a Parma, si è però realizzato l’episodio spartiacque della vita di Recalcati. «Arrivai l’anno prima in una squadra costruita per essere promossa, con giocatori esperti e io quello di punta, ma mi fratturai il malleolo e per due mesi sono stato fuori. Quando sono rientrato il campionato era compromesso. L’anno successivo la proprietà decise di confermare solo me come veterano, e costruì un roster prendendo ragazzi da vari settori giovanili. Dovevamo salvarci e avrei dovuto solo giocare, ma a dieci giorni dall’inizio della preparazione l’allenatore si dimise e mi chiesero se volessi fare anche da tecnico. Avevo delle perplessità, perché già mi stavo preparando al dopo basket con un’attività assicurativa. Una chiacchierata molto producente con l’assistente, il professor Antonio Ievolella, mi spinse a ricoprire il doppio ruolo».

«L’anno dopo avevo già pronto un contratto a Bergamo come giocatore. La squadra però non fu promossa, e così cambiarono le strategie della società, che mi chiese se volessi allenare piuttosto che giocare. Con tanti miei ex compagni in squadra, vincemmo due campionati consecutivi venendo promossi dalla serie B alla serie A. Ma devo ringraziare Parma - ha ricordato Recalcati - per quell’esperienza che mi ha introdotto a fare l’allenatore». Nel 1984 è ritornato a Cantù nelle vesti di tecnico, dopo i lunghi 17 anni trascorsi da giocatore nei quali ha vinto due scudetti e ben sette trofei internazionali. Era un’altra epoca però, la società costretta a cedere giocatori importanti per rientrare nei costi, come Antonello Riva, rimase comunque competitiva tanto in ambito nazionale quanto continentale.

La successiva esperienza di Reggio Calabria è stata positiva tanto dal punto di vista tecnico quanto da quello umano. «In quei cinque anni la mia famiglia è stata circondata dal calore dei reggini. Per noi milanesi è difficile esternare certe manifestazioni d’affetto, anche se le abbiamo dentro». Archiviata in pochi mesi la sfortunata avventura con l’Arese, Recalcati è ripartito da Bergamo in serie B perché «non mi piacquero una serie di proposte di club della A che non avevano programmi ben precisi». Nel 1997 non può rifiutare la chiamata di Varese, dove al secondo anno vince lo storico scudetto della stella. Nel 1999 invece, quando «ero già a Malaga, dove stavo scegliendo casa prima di firmare il contratto, mi arrivò la proposta della Fortitudo». Con l’Aquila è tricolore al primo tentativo.

Quel successo gli spalanca le porte della nazionale italiana, della quale è ct fino al 2009. Per le prime stagioni in maniera esclusiva, perché «credo che bisogni rendersi conto della situazione interna del movimento. Bisogna imparare a conoscere le dinamiche di gestione della federazione, gli uffici, la politica delle elezioni. È bene che il ct sia informato e capisca ciò che avviene. Quegli anni sono stati di formazione, e tecnicamente bisognava anche pensare al futuro, ad un ricambio generazionale della squadra. Considerato quanto giocavano poco gli italiani, già all’allora, era necessario seguire anche i campionati di LegaDue e serie B per capire cosa potessero offrire. Dopo due anni di ricerca abbiamo trovato Soragna, e successivamente in un raduno di giocatori che militavano solo in cadetteria abbiamo scoperto Poeta».

Nell’estate del 2003 si divide tra nazionale e club, perché va ad allenare Siena. «Sono stati tre anni molto intensi, non ho mai avuto un giorno di pausa. Per esempio, non ho mai visto né il palio di luglio né quello di agosto, perché appena finivo i playoff con Siena partivo con l’Italia. E quando a settembre inoltrato terminavo con la nazionale, ricominciavo con Siena. È chiaro che dovevo avere persone di fiducia da ambo le parti, sia a livello dirigenziale che nello staff tecnico, come Frates in azzurro e Pianigiani al club. Nonostante non mi fossi mai riposato per tre anni, avevo la giusta serenità».

Nonostante le fatiche del doppio incarico, a Siena vince lo scudetto al primo colpo, e con la nazionale prima il bronzo all’Europeo e poi quella storica medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene, tirando fuori il meglio di quella selezione. «Nei due anni precedenti avevamo fatto tanti raduni e disputato tante partite. Ho aggiustato la squadra strada facendo, perché all’Europeo l’escluso di lusso fu Pozzecco, che in quella nazionale centrava poco. Invece per l’Olimpiade avevo maturato l’idea che Basile dovesse giocare solo da guardia, e dunque dovendo rimodulare un po’ tutti i ruoli fu escluso De Pol. Sono state scelte dure, ma essere ct significa anche dover mettere da parte l’affetto. Sono decisioni che ti costano dal punto di vista umano ma che rendono da quello tecnico».

Per il Mondiale in Giappone del 2006, e il successivo Europeo 2007, Recalcati già immagina la nazionale del futuro. «Bisogna avere una visione a lungo termine, e quando cambi non puoi pensare di ottenere risultati nell’immediato. Così, per quelle competizioni, iniziai a rinunciare a qualche giocatore maturo per inserire qualche giovane. Con me hanno esordito Gallinari, Belinelli che giocò una gara stratosferica contro gli Stati Uniti, e poi Bargnani, Datome. Non erano atleti pronti, ma volevamo creare qualcosa di buono per il futuro. Mi subentrò Pianigiani, che guidò quella nazionale piena di talento ma non capace di raccogliere risultati. Capita purtroppo».

Lungo la sua carriera si è più volte riproposto il rapporto con Pozzecco. «Caratterialmente siamo all’opposto, ma ci siamo capiti subito e ci siamo accettati, che è la cosa più preziosa. Da giocatore il mio compito non era gestirlo, perché non lo gestisci uno come lui. Dovevo far capire ai compagni che se avesse espresso tutto il suo talento, l’intera squadra ne avrebbe avuto un vantaggio. Diedi libero sfogo al suo modo di fare basket, che si completava con Meneghin dedito al lavoro, sempre sul pezzo e dalle grandi doti atletiche e difensive, visto che difendeva anche per lui. Quando ha smesso di giocare, aveva iniziato a fare il dirigente ma io volevo che facesse l’allenatore. C’ho messo due anni per fargli fare il corso a Bormio rinunciando a venti giorni di vacanza a Formentera. Il novembre successivo, Capo d’Orlando lo ha chiamato».

E proprio al Poz, Recalcati ha lasciato la sua eredità. «Desideravo a fine carriera fare un passaggio del testimone tra me e uno dei miei assistenti. Quando si è paventata la possibilità di Pozzecco ct dell’Italia, si è ricordato di una chiacchierata che avevamo fatto e mi ha voluto come senior assistant. Potevo fare l’assistente solo di un capo allenatore che si fidasse ciecamente di me, che mi rispettasse come persona sapendo che non gli avrei mai potuto fare le scarpe. Altrimenti sarei diventato scomodo per un allenatore che non mi conoscesse profondamente. Col Poz non si è mai realizzato nei club, ma addirittura in nazionale».

Ma qual è l’eredità che il Poz lascia dopo la nazionale? «Ha iniziato a ringiovanire la squadra, e quindi ha lasciato quello che ho lasciato io nel 2009. Oggi tutti ammirano Diouf, sul quale ha iniziato a lavorare tre anni fa. Ma pochi sanno che lo ha proposto lui a Mrsic al Breogan, perché andasse a giocare per un coach che conosceva e che sapeva lo avesse fatto lavorare in un certo modo. Trento ha imposto Niang come grande talento, ma la visione del Poz è stata quella del coraggio di buttarlo nella mischia, e ne ha subito raccolto i frutti. Come Procida e Spagnolo, che ha voluto sin dall’inizio della sua esperienza azzurra, dando un’iniezione di freschezza tecnica ed atletica».

Adesso, però, tocca a Banchi continuare il lavoro. «Ha fatto molto bene sia da coach nei club che come ct della Lettonia. Ha esperienza ed ha il taglio giusto per ricoprire questo incarico. Torno però al mio concetto precedente, ovvero che sarebbe bene che per un paio d’anni facesse solo il tecnico della nazionale per capire l’organizzazione della federazione, andare a fondo nel movimento e comprendere cosa possono offrire i settori giovanili».

Giunti alla fine di questa storia, dobbiamo lasciarvi con un ultimo appuntamento. Perché quello che avete potuto immaginare leggendo queste righe, lo potrete presto vedere tramite la realizzazione di un docufilm. Infatti, Recalcati è stato anche attore protagonista «nell’interpretare me stesso, tra vecchi video e filmati che testimoniano le tappe di Cantù, Parma, Bergamo, Reggio Calabria, Varese, Bologna, Siena e Venezia. Sarà la storia della mia vita, e spero proprio che sia un bel film».

 

Il profilo

Recalcati è nato l’11 settembre 1945 a Milano, dove ha iniziato a giocare a basket. Da giocatore ha scritto la storia di Cantù, con cui ha giocato per 17 anni vincendo 2 scudetti, 3 Coppe Korac, 1 Coppa Intercontinentale e 3 Coppe delle Coppe. Ha inoltre collezionato 166 presenze con l’Italia (18esimo di sempre) dal 1967 al 1976, mettendo a segno 1245 punti che lo rendono il 20esimo nella classifica all-time, e vincendo due medaglie di bronzo agli Europei del 1971 e del 1975. Ha disputato le Olimpiadi del 1968 e del 1976, ed il Mondiale del 1970. Appese le scarpette al chiodo è diventato allenatore, con una carriera ultra quarantennale che l’ha portato a sedere su dieci panchine di differenti club, oltre a quella della nazionale. Recalcati è il coach più vincente della serie A, con 546 partite vinte in carriera, ed è diventato il secondo tecnico a vincere tre scudetti con tre squadre diverse dopo Bianchini: con Varese quello della stella (1998/99), e con Fortitudo Bologna (1999/00) e Siena (2003-04) al primo tentativo. I ricordi più belli però, sono legati alla sua esperienza sulla panchina dell’Italia, guidata per 242 volte (secondo di sempre dietro Gamba) dal 2001 al 2009, vincendo il bronzo europeo nel 2003 e soprattutto lo storico argento olimpico di Atene 2004.


martedì 12 marzo 2024

Bortolani, quanto amore dopo tanto viaggiare

Ventitré anni, siciliano di nascita, ma cresciuto a Milano nel vivaio dell'Olimpia, sta finalmente cogliendo i frutti di un lungo lavoro

Bortolani, quanto amore dopo tanto viaggiare

Dopo sei anni in giro per l'Italia con una sfortunata puntata in Spagna, è tornato a casa entrando nel cuore dei tifosi con una serie di grandi prove nel momento più difficile dell'Armani


di Giovanni Boccciero*


Giordano Bortolani sta ripagando la fiducia dell’Olimpia. Cresciuto nel settore giovanile, è stato mandato sempre in prestito, forse troppe volte. Chi lo ha allenato ha sempre creduto in lui. Tiratore puro, bello da vedere ed efficace, rappresenta il futuro dell’Italia. Bisogna sapere aspettare. Nell’epoca del tutto e subito questa espressione ha un sapore quasi strano. Un proverbio cinese riferisce che “a chi sa attendere, il tempo apre ogni porta”, rimandando all’importanza di una virtù, ormai quasi dimenticata: quella della pazienza. Oggigiorno non si riconosce più alcun valore alla pazienza, nonostante essa sia essenziale. Magari potremmo chiedere a Giordano Bortolani se ha avuto la giusta pazienza nell’attendere il suo momento per esprimersi in casacca Olimpia Milano.

Giocoforza, volente o nolente, coach Ettore Messina l’ha buttato nella mischia e lui si è fatto trovare pronto. Ed è proprio questa un’altra virtù che spesso passa inosservata quando si discute sui giovani da lanciare, quella della prontezza. Perché è facile dire che i giovani vanno fatti giocare, ma allo stesso tempo questi devono essere pronti a cogliere l’attimo. È ovvio che l’errore è permesso, ma ciò di cui proprio non possono fare a meno è l’attitudine a reggere il campo.

FATTO QUESTO PREMABOLO, concentriamoci su Giordano Bortolani, che è di sicuro un gioiellino che non scopriamo oggi. Cresciuto nel settore giovanile della stessa Olimpia Milano, si è definito un ‘siciliano trapiantato a Milano’. All’anagrafe il suo luogo di nascita è Sant’Agata di Militello, provincia di Messina, ma il capoluogo lombardo è senz’altro la sua città. Figlio d’arte, papà Lorenzo ha giocato a Capo d’Orlando. È lì che ha conosciuto mamma Anna Maria. I genitori si sono poi trasferiti all’ombra della Madonnina. Per questo Giordano è mezzo siciliano e mezzo milanese, dove ha iniziato prima a frequentare la scuola e poi a giocare a pallacanestro al centro Schuster proprio come il papà.

La chiamata dell’Olimpia è arrivata molto presto. Nel gennaio del 2012 ha fatto un provino per l’Under 13, e quella maglia non se l’è più tolta da dosso. A quell’età Giordano non si prendeva troppo sul serio, ma come ogni bambino sognava un giorno di giocare in prima squadra. Il primo passo è stato diventare campione d’Italia con l’Under 14; sei anni dopo, nel gennaio del 2018, è arrivato l’esordio e il primo canestro in Serie A, in una partita dal sapore particolare contro Capo d’Orlando. Chissà cosa avrà provato nel segnare la tripla in step back.

L’ASCESA È STATA QUASI FULMINEA, tanto da conquistare anche l’azzurro delle giovanili. Nell’estate del 2018 arriva la prima convocazione con l’Italia per l’Europeo Under 18 disputato in Lettonia. «Ritengo che Giordano sia paragonabile ai più grandi giocatori che ho allenato - ha esordito Andrea Capobianco -, perché ha una facilità di fare canestro devastante e può segnare in mille modi diversi. Per questo è uno di quei giocatori che piacerebbe sempre allenare. L’ho sempre utilizzato come una vera guardia. Credo che sia già tra gli italiani più importanti, che può ulteriormente migliorare anche perché sta facendo un percorso formativo in un club come Milano e con un allenatore come Messina che rappresentano il meglio che si possa avere. Nessuno di noi ha la palla magica, ma credo che Giordano sarà un giocatore prezioso per il futuro dell’Italia. Lo sta dimostrando cosa è capace di fare. Poi una carriera dipende come sempre da tanti fattori».

Un infortunio gli ha costretto a saltare l’edizione del torneo di Mannheim, riconosciuto da tutti come un Mondiale giovanile per la qualità delle nazionali partecipanti, ed è stato escluso solo all’ultimo taglio per l’Europeo Under 20. «Già quando veniva in nazionale avevo delle richieste maggiori per Giordano - ha continuato Capobianco -. Questo perché, pur sembrando antipatico, avevo delle grandi aspettative e credevo fortemente in lui. Può sembrare un ragazzo dal carattere chiuso, ma in fondo è di cuore ed ha tanta voglia di fare. Ed è per questo che con lui si è spesso esigenti. Alle prime convocazioni, a 17 anni, avrei detto che doveva acquisire ancor più sicurezza nel modo di giocare. Quando un giocatore è forte deve essere anche capace di mettere in pratica questa sua forza. Penso che grazie alle esperienze fatte stia crescendo, e si vede giorno dopo giorno come stia lavorando per continuare a migliorare».

IL PUNTO PIU’ ALTO DELLA SUA CARRIERA, sin qui, l’ha certamente raggiunto nell’anno in cui ha giocato a Treviso. Disputando la BCL è stato premiato quale ‘Best Young Player’ della manifestazione. Un riconoscimento non casuale. «Giordano è qualcosa di abbastanza unico - ha detto Max Menetti, allenatore di quella Treviso -. È un ragazzo estremamente semplice, sincero, trasparente, e in maniera franca dice sempre quello che pensa nel bene e nel male. Dal punto di vista tecnico è un giocatore con un tiro naturale così bello ed efficace, che non ho dubbi che sia uno dei migliori tiratori d’Europa. Finalmente sta trovando spazio anche in Eurolega, e questo dà la cifra del suo talento. Gli gioverà trovare continuità nel giocare stabilmente in una squadra, perché ha cambiato troppe città e troppi allenatori in poco tempo. Gli auguro che possa rimanere a lungo a Milano, perché questo gli darà un grande vantaggio in questa fase in cui sta trovando continuità anche nel rendimento».

Incrociate le spade con Manresa, in quella stessa stagione europea, è proprio il club iberico che lo prende nell’estate del 2022. «Con Manresa, che con coach Pedro Martinez giocava una pallacanestro celestiale, credo che sia stato sfortunato - ha analizzato ancora Menetti -. Quella stagione il club rifondò completamente la squadra, fu un anno difficile tant’è che si salvarono all’ultimo cambiando circa una ventina di giocatori. Quindi, al di là dell’impatto nella pallacanestro estera che non è comunque mai semplice, credo che sia capitato nell’annata sbagliata. E da giocatore giovane, per la prima volta all’estero, ne risenti. In ottica Italbasket il ct Pozzecco saprà toccare le corde giuste anche rispetto ad una sua crescita caratteriale. So che Gianmarco lo apprezza, e credo che diventerà un atleta azzurro in pianta stabile. Sta raggiungendo adesso la sua maturazione, sta entrando ora nel suo momento migliore e auspico che avrà il suo spazio».

SI ERA TRASFERITO IN SPAGNA con la convinzione di trovare migliori fortune, come fatto in precedenza da altri due ex milanesi come Nik Melli e Simone Fontecchio. Due enfant prodige del nostro basket che oltre ad essere delle belle speranze sono dovuti emigrare per ricevere la giusta attenzione. Giordano, che non è un amante dei social, preferisce la vita reale a quella virtuale, per questo si getta a capofitto nel duro lavoro in palestra. Con chiunque si parla, è un compagno di squadra con il quale si sta bene. Questo è senz’altro un vantaggio in un ambiente dove, purtroppo, sempre più l’individualità del giocatore viene messa al centro dell’attenzione, come ha avuto modo di dire anche il saggio Valerio Bianchini.

A Milano quest’anno ci è tornato per rimanerci, convinto di potersi giocare le sue opportunità, ed ha saputo sfruttare al meglio l’infortunio di Billy Baron e qualche altra defezione del roster meneghino. Dallo scorso 2 gennaio, giorno del match di Eurolega contro l’Olympiacos, ha infilato ben cinque partite consecutive in doppia cifra tra Serie A ed Europa, trascinando il gruppo italiani dell’Olimpia. Ad esempio è stato decisivo nel successo di Trento che ha permesso la qualificazione alle Final Eight di Coppa Italia. Con l’arrivo di Rodney McGruder bisognerà trovare un nuovo equilibrio, ma Giordano di sicuro non si tirerà indietro nel lottare per conquistarsi minuti importanti.

NEL FUTURO PROSSIMO c’è anche l’Italia. «Bortolani è un giocatore che ha delle caratteristiche ben precise - ha detto Charlie Recalcati, senior assistant azzurro -. Milano c’ha puntato sin da giovanissimo, blindandolo con un contratto lungo appena ha terminato il settore giovanile. È vero che poi è andato in prestito in diverse squadre, però è un giocatore sul quale l’Olimpia ha sempre creduto, e adesso sta restituendo parte di quella fiducia che il club ha riposto in lui. È una guardia dai grandi mezzi offensivi, un tiratore puro che ha la mentalità del realizzatore perché non si spaventa dopo il primo errore ma crede molto in sé stesso. Andando avanti nella sua formazione, alla pericolosità offensiva nel tiro da lontano ha aggiunto anche l’uno contro uno e lavora molto bene in penetrazione. È molto solido dal punto di vista fisico, ma deve aggiungere la stessa efficacia nell’applicazione difensiva».

Con l’Italia ha partecipato all’impresa di Caceres, dove gli azzurri hanno battuto la Spagna 68-72 nel match di qualificazione al Mondiale, per il quale poi non è stato convocato. Il prossimo obiettivo è senz’altro la partecipazione al Preolimpico di San Juan. «È un discorso prematuro. Potenzialmente sì - ha continuato Recalcati -, ma quando si costruisce una squadra nazionale bisogna tener conto di tanti fattori: la compatibilità all’interno del roster, e ciò che riesci a fare considerando la concorrenza, che qualche volta può farti preferire ed in altre circostanze no. Giordano deve vivere tutto ciò cercando di fare il meglio possibile per la propria società. Se questo lo porterà ad avere la soddisfazione di giocare per l’Italia ben venga. Ma si tratta pur sempre di un giocatore nel pieno della sua formazione, e per questo sarebbe riduttivo fare un discorso a breve termine».

PROFILO

Bortolani è nato il 2 dicembre del 2000. Dopo aver fatto tutta la trafila nel settore giovanile dell’Olimpia ha esordito in Serie A appena 17enne. Un anno in doppio tesseramento con Bernareggio in Serie B (10.2 punti di media), poi il club meneghino lo ha girato in prestito a Legnano (12.5 punti) e Biella (14.9) in Serie A2, a Brescia (6.2) e Treviso (11.8) in Serie A. Il 20 febbraio 2020 il ct Meo Sacchetti lo ha fatto debuttare con la nazionale maggiore (10 presenze totali), nell’incontro delle qualificazioni all’Europeo di Napoli contro la Russia. Lo scorso anno ha concluso la stagione a Verona (10 punti di media) in Serie A.


* per la rivista Basket Magazine

mercoledì 14 giugno 2023

Olimpia-Virtus 2-0, Recalcati: «La differenza la fanno le giocate dei singoli»

Olimpia-Virtus 2-0, Recalcati: «La differenza la fanno le giocate dei singoli»


di Giovanni Bocciero


Le Lba Finals vedono, dopo i primi due atti, l’EA7 Olimpia Milano condurre la serie per 2-0. Fattore campo rispettato per le ‘scarpette rosse’ di coach Ettore Messina, che hanno vinto grazie ad una difesa più solida, al tiro dalla distanza più costante e, in special modo in gara 2, ad una maggiore freddezza nel tirato rush finale. La serie adesso si sposta in casa della Virtus Segafredo Bologna, che mai doma dovrà cercare si sovvertire l’andazzo se vuole ancora provare ad avere chance di vittoria dello scudetto. Di questo ed altro ne abbiamo parlato con coach Carlo Recalcati, tecnico veterano ex ct dell’Italbasket - di cui oggi è senior assistant - che fa parte dell’esclusivo club degli allenatori capaci di vincere tre scudetti con tre club differenti (Varese 1999, Fortitudo 2000 e Siena 2004).

Come le sono sembrate le prime due partite di queste finali scudetto?

«Ho visto due partite molto equilibrate. Chiaramente sono due squadre che si equivalgono - ha esordito Recalcati -, e per questo sono stati due match abbastanza simili. Bologna si è fatta preferire in una parte della gara, poi Milano è riuscita a fare sua la partita. Direi che a grandi linee è stato rispettato ampiamente il pronostico».

In vista delle prossime gare crede che gli allenatori possano decidere di cambiare qualcosa nelle rotazioni, specialmente Sergio Scariolo?

«Dare giudizi di questo tipo, dall’esterno, è difficile. Bisogna tenere conto delle considerazioni che solo l’allenatore può fare vivendo il gruppo. Sono valutazioni che spettano a loro insieme al proprio staff. Non ho visto la Virtus soccombere, ma piuttosto giocare alla pari. Chiaro che un giocatore come Weems, ad esempio, è capace di tutto - ha analizzato l’ex ct della nazionale - e già in passato ha risolto tante partite per Bologna. Però non puoi aggiungere, e in questo caso inserire significa anche escludere. Dunque bisogna tener conto delle valutazioni che possono fare solo i tecnici che avranno analizzato le partite nei loro singoli momenti. Cambiare ti può portare a dei vantaggi, ma anche all’esclusione di un giocatore importante sotto un altro aspetto, e questa non è mai una scelta facile. Poi dipenderà anche dalle condizioni fisiche dei giocatori, di come sono usciti dalle prime due partite e se possono avere delle scorie fisiche».

Adesso cosa può cambiare con il fattore campo, e soprattutto cosa può comportare il parapiglia nel finale di gara 2?

«Partendo dal parapiglia finale di gara 2, credo che tutti dovrebbero ritornare a fare il proprio ruolo. Questo significa che i giocatori devono giocare e devono potersi muovere in quello che è il loro ambito. E questo riguarda anche dopo il termine della partita, perché questa non si esaurisce sul rettangolo di gioco. Per questo dico che i giocatori devono potersi muovere anche nel percorso che li porta negli spogliatoi. I tifosi invece devono essere capaci di fare gli spettatori - si è così espresso Recalcati -. Per quanto riguarda il fattore campo invece, questo è importante ma non è così decisivo e determinante come si possa pensare. Chi vuol conquistare uno scudetto deve essere capace anche di vincere fuori casa e non può pensare solo di speculare sulle gare casalinghe. Dal punto di vista tattico credo che i due incontri di Bologna ricalcheranno molto quelle che sono state le prime due sfide. Le opzioni a disposizione degli allenatori sono ben note, e quindi non mi aspetto grandi cambiamenti tra gara 2 e gara 3. Certo che Milano non può solo pensare di vincere le gare in casa, così come la Virtus è chiamata a ribaltare la situazione».

Da inizio stagione, considerando tutte le competizioni, le due squadre si sono già affrontate sette volte. Quanto può fare la differenza il dettaglio?

«So che oggi è di moda parlare di dettagli, sento tante analisi sia alla vigilia che nei post partita. Credo però che la differenza la possano fare il talento e le giocate dei singoli giocatori. Senza nulla togliere alle strategie e all’importanza degli allenatori, sono le prestazioni individuali che possono determinare il risultato finale».

L’Olimpia adesso è sul 2-0: qual è il suo pronostico in questo momento?

«Milano ha fatto il suo, perché chiaramente quando inizi una serie giocando in casa è la squadra locale che rischia di più. Subire una sconfitta vuol dire perdere il fattore campo. Per il momento si è svolto tutto secondo quella che possiamo chiamare ‘logica’. Adesso - ha concluso Recalcati - se Milano poteva subire una pressione maggiore, questa ce l’avrà Bologna».

giovedì 11 febbraio 2016

PREOLIMPICO Italia, devi tornare nell’Olimpo. Nel 2009 si è toccato il fondo

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 12/02/2016

PREOLIMPICO
Italia, devi tornare nell’Olimpo
Nel 2009 si è toccato il fondo

CASERTA. Mancano poco meno di sei mesi all’evento che catalizzerà l’interesse dell’intera pallacanestro italiana, ovvero il Torneo Preolimpico di Torino. Si spera, naturalmente, che quello rappresenti soltanto una tappa di avvicinamento al vero grande obiettivo estivo: partecipare all’Olimpiade agostana di Rio 2016. Per strappare il biglietto aereo per l’altra parte del mondo, la Nazionale italiana ha una sola strada possibile da perseguire: vincere.
Eppure come già detto, Croazia prima e con molta probabilità Grecia poi, saranno degli ostacoli piuttosto ardui che in qualche modo comunque forgeranno la truppa allenata da Ettore Messina. Ct tornato a sedere sulla panchina dell’Italia dopo  la sua precedente esperienza in azzurro durata un quinquennio e conclusasi nel 1997, dopo aver vinto un’argento all’EuroBasket di Spagna 1997 ma aver fallito l’accesso alle Olimpiadi di Barcellona 1992 e Atlanta 1996. L’oro ad EuroBasket di Francia 1999 con Bogdan Tanjevic e l’argento all’Olimpiade di Atene 2004 con Carlo Recalcati sono stati gli ultimi successi di prestigio per la Nazionale, che da allora in poi ha dovuto ingoiare solo bocconi amari: incetta di noni posti agli Europei 2005 e 2007 e al Mondiale 2006, prima di mancare la qualificazione agli appuntamenti internazionali delle Olimpiadi 2008 di Pechino e 2012 di Londra, dei Mondiali 2010 in Turchia e 2014 in Spagna, e soprattutto dell’Europeo 2009 in Polonia, cosa che non succedeva dall’edizione del lontano 1961, e che ha rappresentato il punto più basso toccato in questi ultimi anni.
Simone Pianigiani, pur non portando a casa  nulla di prezioso, ha avuto il delicato compito di ricostruire un telaio degno dello spessore dell’Italia, che adesso sotto la sagace guida di Messina può tornare a vincere qualcosa di importante. Tutta la pallacanestro italiana se lo aspetta, e sarà compito di Danilo Gallinari e compagni fare in modo che si realizzi.
GIBO