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mercoledì 12 maggio 2021

Speciale. Trent'anni fa lo Scudetto di Caserta

La Stella del Sud - Il 21 maggio 1991 Marcelletti, Gentile ed Esposito portavano per la prima volta al Sud il titolo italiano battendo la Philips di Mike D'Antoni

JUVE CASERTA, LO SCUDETTO DEL RISCATTO

Il presidente dell'epoca Gianfranco Maggiò, il coach Franco Marcelletti e il capitano Nando Gentile, rievocano l'impresa della squadra che superò le tradizionali potenze del Nord a coronamento di cinque anni esaltanti. Una storia che inizia per la passione e il coraggio di Giovanni Maggiò e con un Palasport costruito in soli cento giorni

Tanjevic, Sarti, Giannoni gli altri artefici di un miracolo costruito valorizzando i talenti locali. La svolta si ebbe rinunciando ad Oscar e Glouchkov e dando fiducia a Marcelletti, un altro casertano. Orgoglio per il glorioso passato, amarezza per un presente modesto, ma Gentile è al lavoro per restituire alla città le emozioni di un tempo.



di Giovanni Bocciero*



Il roster dei Campioni d'Italia (Foto archivio Carlo Giannoni)
Sergio Donadoni (guardia, 1969, 200 cm), Tellis Frank (ala, 1965, 207 cm), Cristiano Fazzi (play, 1972, 181 cm), Francesco Longobardi (guardia, 1969, 200 cm), Massimiliano Rizzo (centro, 1969, 204 cm), Giacomantonio Tufano (centro, 1969, 208 cm), Vincenzo Esposito (guardia, 1969, 194 cm), Sandro Dell'Agnello (ala, 1961, 203 cm), Ferdinando Gentile (play, 1967, 190 cm), Charles Shackleford (centro, 1966, 207 cm), Allenatore Franco Marcelletti, Assistente Maurizio Bartocci, impiegati anche Damiano Faggiano, Giuseppe Falco, Claudio Acunzo, Luigi Vertaldi e Virgilio Vitiello


21 MAGGIO 1991. Non c’è casertano che non sappia cosa è successo quel giorno. Una data che si ricorda come il proprio compleanno. Quel giorno rappresenta un pezzo di storia per la città di Caserta che festeggiava la vittoria dello scudetto grazie all’impresa della Juve. Un obiettivo rincorso a lungo e raggiunto come il finale di un libro giallo. Tutti conosciamo tutto a riguardo. A distanza di trent’anni però, questo è un anniversario davvero importante, intriso di orgoglio ma anche di malinconia, con la speranza di poter tornare a rivivere emozioni di quel genere. Un avvenimento rappresentativo, oggi più che mai, come l’emblema della piccola provincia italiana che riesce a competere e addirittura a vincere contro le corazzate soprattutto del Nord Italia. Quel trionfo è stato reso possibile grazie alla visione di un uomo, il Cavaliere Giovanni Maggiò, che ha trascinato i propri collaboratori e investito nella costruzione del PalaMaggiò. Impianto imprescindibile per i risultati raggiunti dalla Juve Caserta e per questo un tutt’uno con il tricolore.
«Più passano gli anni e più ci si rende conto che - ha esordito Gianfranco Maggiò - è stato fatto qualcosa di straordinario. Naturalmente c’è orgoglio e soddisfazione per aver realizzato un vero e proprio sogno. E man mano che passano gli anni, appunto, si capisce meglio la portata di ciò che è stato realizzato. Non posso nascondere che oltre all’orgoglio per quanto è stato fatto c’è anche una certa amarezza nel vedere che il teatro dove è stato realizzato tutto ciò, ovvero il PalaMaggiò, è stato in qualche modo abbandonato. Dico questo perché le due cose sono collegate. Lo scudetto, ovvero il sogno raggiunto, non si sarebbe realizzato senza quell’impianto».

IL PALAZZO, COSTRUITO IN CENTO GIORNI pur di garantire la serie A alla squadra e alimentare quel sogno nel quale ha creduto da pioniere Giovanni Maggiò. Il presidente visionario che purtroppo, come altri protagonisti della scalata della Juve Caserta, non ha potuto festeggiare il successo perché strappato alla vita. «Lo scudetto è soprattutto di mio padre - ha smorzato Gianfranco Maggiò -, perché se non ci fosse stato lui, con il suo coraggio, con la sua capacità di trascinare i collaboratori, con l’intuizione di realizzare il PalaMaggiò non saremmo mai arrivati a quel punto. Detto ciò, una delle più grandi soddisfazioni che ricordo quando abbiamo vinto è quella della premiazione, che avvenne a Caserta nel mese di settembre perché prima non si premiava a fine gara. Ebbene, a questa premiazione parteciparono molti degli atleti che avevano giocato per la Juve Caserta addirittura in serie C. Segno che quando si raggiunge un risultato del genere il merito è di tutti quelli che hanno lavorato per tale obiettivo. C’è stato un pianeta, ovvero Giovanni Maggiò, intorno al quale hanno girato molti satelliti che hanno contribuito ad illuminare la scena. Alcuni si sono elevati al di sopra degli altri, come Tanjevic che è stato un pilastro fondamentale, così come Oscar che ha tracciato la strada ai giovani, così come i dirigenti Sarti e Giannoni che sono stati importanti nella costruzione dell’intera società».
L’unica amarezza può essere derivante dal fatto che quel trionfo ha rappresentato l’apice di un percorso lungo e faticoso, piuttosto che l’inizio di una serie di altri importanti successi. «Lo scudetto è stato raggiunto dopo vent’anni di lavoro, di sacrifici, ed era inevitabile che quel successo rappresentasse l’apice di tutto. In seguito qualche errore può essere stato commesso - ha continuato Gianfranco Maggiò -, ma resto dell’idea che l’entrata della pallacanestro nel professionismo con la legge del ‘91, coincisa proprio con la vittoria del nostro scudetto; e poi la sentenza Bosman del ‘94 abbiano tarpato le ali ad una società come la nostra che aveva fondato tutta la sua attività sul settore giovanile, e dunque sulla crescita dei ragazzi in casa. Queste nuove normative e regolamentazioni hanno vanificato la nostra programmazione facendo lievitare i costi. Noi avevamo anche l’onere del fabbricato sulla gestione della società e quindi praticamente quello che poteva essere un punto di arrivo, ma contemporaneamente un punto di partenza per il futuro, è andato in contro a delle difficoltà di natura imprevedibile che hanno fatalmente modificato in maniera quasi irreversibile tutto il programma che era stato fatto».

Il gm Giancarlo Sarti, il presidente Gianfranco Maggiò,
il coach Franco Marcelletti (Foto archivio Carlo Giannoni)

ALLA PARI DEGLI ATLETI IN CAMPO, il PalaMaggiò è stato un pezzo del puzzle che ha permesso alla società bianconera di raggiungere le vette del basket italiano ed europeo. E non si può scindere dalla vittoria dello scudetto. «Ricordo perfettamente che quando incontrai i dirigenti del Real Madrid ad Atene per la finale di Coppa delle Coppe - ha rivelato ancora Gianfranco Maggiò - loro ci dissero che ammiravano la nostra società non solo per la squadra di livello ma soprattutto per il fatto che ci eravamo dotati di un nostro palazzo molto avveniristico e funzionale per l’epoca».
Ed è proprio per garantire un futuro all’impianto che Gianfranco Maggiò ha ricoperto nelle ultime stagioni il ruolo di presidente onorario della Juve Caserta. Mentre oggi, da osservatore esterno, guarda con fiducia al nuovo club cittadino della JC Academy impegnato in C Silver. «Ho ricoperto quel ruolo nella vecchia società con la speranza di riuscire in qualche modo a dare una mano alla risoluzione del problema legato al PalaMaggiò. Purtroppo non ci sono riuscito e ne sono dispiaciuto. In questo momento non ho nessuna paura che la pallacanestro possa perdersi a Caserta perché sono molto fiducioso della nuova società del presidente Farinaro, persona serie e dalla grande passione ed etica. Finalmente vedo la Juve Caserta in buone mani. Anche se si deve ripartire dalla serie C, ricostruendo l’attività giovanile, il presidente e i suoi collaboratori hanno le capacità, l’umiltà e l’ambizione per riuscirci. Bisogna avere pazienza perché non si può fare tutto dalla sera alla mattina».

LA VITTORIA DELLO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha avuto il merito di avere come protagonisti tanti casertani, dal coach Franco Marcelletti al play Nando Gentile, alla guardia Enzo Esposito, a Sergio Donadoni. Persone che non solo competevano per vincere, ma anche per portare in alto il nome della propria città.
«È stata una grande soddisfazione, ancor più grande per me che sono casertano - ha esordito Marcelletti -, perché abbiamo fatto qualcosa paragonato ad un miracolo, ma che di miracolo ha ben poco. Per arrivare a quello scudetto ci sono stati anni e anni di duro lavoro, nei quali abbiamo affrontato e battuto avversarie come Milano, Roma, Cantù, Pesaro. Tutte squadre che giocavano una pallacanestro di altissimo livello. E se ci siamo riusciti è grazie al progetto iniziato dal presidente Giovanni Maggiò che ha garantito la costruzione del palazzo senza il quale non si sarebbe potuto giocare in serie A».
Il percorso della Juve Caserta è stata una gran bella avventura, destinata però come tutti i cicli a finire. «Negli anni di Tanjevic, con la promozione in A, e poi successivamente con me siamo sempre stati tra le prime in classifica arrivando a giocarci tante finali. Non so se dopo la vittoria dello scudetto si sarebbe potuto fare di meglio - ha spiegato Marcelletti -, perché comunque essere costanti comporta tanti costi e la famiglia Maggiò ha fatto davvero tanto. Quasi ogni grande piazza del nostro basket ha affrontato momenti difficili ed è dovuta ripartire dal basso. Ricordo che Gianfranco Maggiò rifiutò offerte stellari da Roma per Gentile, tutto per realizzare il sogno scudetto. La scomparsa del cartellino nel ‘96, ha rappresentato di sicuro uno svantaggio per una società come Caserta che puntava molto sulla valorizzazione dei giovani ritenuti un patrimonio».
In città l’amore per la pallacanestro non potrà mai scomparire, neppure a distanza di anni. Ne è convinto Marcelletti che «parlo con tanti amici casertani e la passione per la pallacanestro non scompare. Oggi in città oltre alla nuova società ci sono tanti piccoli centri minibasket che mantengono vivo questo sentimento. Quindi la cultura cestistica non abbandonerà mai la città, anche perché se stiamo a parlare dello scudetto dopo trent’anni significa che il seme che abbiamo piantato è ancora vivo. Ma per ritornare ai fasti del passato c’è bisogna di giovani dirigenti e giovani allenatori che facciano crescere giovani giocatori».

Nando Gentile, scugnizzo trascinatore della Juve Caserta tricolore
(Foto archivio Carlo Giannoni)

LO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha forse davvero poco di miracoloso, ma resta purtroppo un successo unico nel suo genere. «Dopo trent’anni si parla ancora di quello scudetto perché è stato un evento unico - ha commentato Gentile -, rimasto indelebile per tutti noi che l’abbiamo vissuto in prima persona e che è rimasto dentro a tante persone che ci hanno sostenuto».
Gentile era l’astro nascente, frutto di un lavoro encomiabile con il settore giovanile. «La vittoria del campionato del ‘91 è stato il risultato dei sacrifici e del lavoro di anni. Punti cardine di tutto ciò la costruzione del palazzetto e il lavoro di crescita su ragazzi casertani e campani - ha continuato l’ex playmaker - come eravamo tanti di noi. Nell’arco degli anni siamo passati anche attraverso delle sconfitte, e l’apice è stato sicuramente quel trionfo. Poi è successo quello che è successo».
Oggi Gentile è impegnato in prima persona nella JC Academy, con l’obiettivo di preservare il patrimonio cestistico cittadino. «Sono passati trent’anni ed è normale che siano cambiate tante cose, dalle singole situazioni alle persone stesse. Le società sono cambiate ma credo che la voglia della gente di fare ancora pallacanestro a Caserta non è diminuita. Vedo che c’è ancora tanta passione, ed è quello che stiamo cercando di fare noi con l’Academy, ricostruendo la vecchia impronta dello storico club. È difficile rifare tutto ciò che è stato fatto perché si trattava di un momento particolare. L’importante ora è che ci sia la voglia di fare, di costruire, di lavorare. Lo sport è dedizione - ha concluso Gentile -, e Caserta se lo merita perché è una città che ha sempre vissuto di basket».



PROTAGONISTI - Dell’Agnello: Per Caserta e per il Sud ha rappresentato il colpo del secolo 

Cresciuto in casa ma venuto da lontano, per questo casertano d’adozione, Sandro Dell’Agnello è stato tra i principali protagonisti del tricolore.
«Di quello scudetto se n’è parlato così tante volte che credo non si possa dire nulla che non si sappia già. L’emozione per quel successo - ha dichiarato Dell’Agnello - è stata grande anche e soprattutto perché eravamo una squadra identificata completamente nella città che, fino a quel momento, non aveva vinto niente di importante. Per Caserta, ma per il Sud intero, ha rappresentato il colpo del secolo».
Un successo reso possibile grazie a tutta una serie di fattori. «Lo scudetto è stato l’apice perché grazie a Giovanni Maggiò, alla società e a chi ha lavorato in quegli anni tra allenatori e giocatori, hanno costruito una squadra che partendo dall’A2 ha primeggiato in Italia. Il pizzico di fortuna è stato avere in roster due giocatori importanti nati a Caserta (chiaro riferimento a Gentile ed Esposito). La cosa fantastica sarebbe stato se quella vittoria avesse rappresentato il punto di partenza per altri successi. Purtroppo le vicende societarie e i risultati degli anni successivi hanno impedito tutto ciò».
La passione del tifo è ovviamente influenzata dai risultati. Lo sa bene Dell’Agnello che a Caserta è ritornato nelle vesti di allenatore. «Come qualunque città che perde uno sport di primo livello è possibile che possa esserci una dispersione della passione. Negli anni in cui sono ritornato a Caserta per allenare ho avvertito che la passione e l’attaccamento al basket erano comunque vivi. Paragonarli a quegli anni - ha concluso Dell’Agnello - è però impossibile».

Sandro Dell'Agnello nella finale con Milano
(Foto archivio Carlo Giannoni)

PROTAGONISTI - Donadoni: Eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro

Se c’è un giocatore che ha davvero vissuto, e contribuito, alla crescita della Juve Caserta questo è Sergio Donadoni. All’inizio degli anni ‘70 era già nel giro della prima squadra dopo essersi messo in mostra tra le fila delle compagini giovanili.
«La vittoria dello scudetto è stata una grande soddisfazione. Ho sempre preso le cose come una sfida personale perché voglioso di dimostrare quanto valevo. Sapevo - ha detto Donadoni - di non poter essere un giocatore di punta, ma facevo molto bene il mio lavoro da sesto uomo. Di ricordi ce ne sono tanti ed indelebili, ma eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro e che sapeva quello che voleva fare».
Donadoni ha vissuto diverse fasi della propria carriera con la casacca bianconera, ed è piuttosto convinto nel dire che «la vera svolta arrivò, come cambio di mentalità, con Tanjevic e Sarti. Si alzò la qualità del lavoro, e bisognava sottostare a certe regole di sportività ed educazione. Il continuo miglioramento è stato eclatante».
Il suo legame con Giovanni Maggiò era forte, perché «per me è stato un secondo padre, e nelle scaramucce che abbiamo avuto mi ha impartito lezioni di vita». Ed è proprio il modo di lavorare del Cavaliere che ha permesso l’incredibile escalation della società. «Maggiò voleva che i giovani crescessero ma non a danno dei risultati della squadra. E far crescere bene i ragazzi rappresentava un patrimonio per la società. Non nascondo che all’epoca giocatori come Premier, Villalta, Brunamonti - ha rivelato Donadoni -, avrebbero fatto carte false per giocare a Caserta».



* Per la rivista BASKET MAGAZINE

domenica 19 novembre 2017

Il silenzio della Reggia

Game Over - Viaggio nelle domeniche vuote della città della pallacanestro
Il silenzio della Reggia
Caserta senza basket: da Romano Piccolo a Nando Gentile, da Carlo Barbagallo a Francesco Gervasio e Michele De Simone, testimonianze di un "lutto" sportivo che addolora l'intera comunità

di Giovanni Bocciero*


CASERTA. L’esclusione della Juve Caserta dal campionato di serie A ha preso le sembianze di un fulmine a ciel sereno. I tifosi stavano sognando per la costruzione del roster, dopo l’ingaggio di Ryan Arcidiacono. E invece dalla sera alla mattina si sono ritrovati senza più una squadra per cui soffrire. La testimonianza di cosa è la Juve Caserta per un casertano, l’ha data implicitamente coach Franco Marcelletti. Interpellato sulla vicenda non ha rilasciato dichiarazioni perché «il momento è triste e non c'è nulla da dire. È una cosa che mi colpisce». La città di Caserta vive per la seconda volta questo dramma, dopo quello del 1998. Le dinamiche sono diverse, naturalmente, ma il sentimento non può che essere identico per chi è cresciuto a pane e basket come Romano Piccolo.
Piccolo: "Pena enorme. La grandezza di Maggiò fu quella di avere al fianco
persone di grande spessore. Quanto pressapochismo oggi..."

I campioni del passato: "La JuveCaserta non era soltanto la partita della
domenica, ma la discussione di una settimana intera"
PIl fratello Santino fondò nel 1951 la Juve Caserta perché innamoratosi dei canestri dei soldati americani. «Provo un dolore terrificante perché non è possibile ciò che è successo - ha esordito Piccolo -. Talmente che mi manca la squadra ho sognato di fare un sei al Superenalotto, così da comprare un titolo sportivo. E ti dico di più. Poco tempo fa - ha raccontato lo scrittore - di questa cosa ne ho parlato con Giancarlo Sarti, al quale ho detto che la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata quella di prenderlo come gm. Nonostante l’età». La formazione bianconera è stata esclusa per un errore, certamente evitabile se «ci si fosse circondati di persone competenti. La grandezza di Giovanni Maggiò fu quella di avere al fianco persone come Sarti e Boscia Tanjevic. Per questo devo fare una critica a Raffaele Iavazzi, perché è stato pressappochista e presuntuoso. Io mi ero offerto - ha rivelato Piccolo - per fare da collaboratore in maniera totalmente gratuita. Se avesse avuto un problema lo avrei potuto consigliare. Ma questa mia richiesta non ha mai ricevuto risposta. L’ho difeso sui media per la volontà che ha dimostrato, ma ha peccato di presunzione. Ancora non mi capacito, ad esempio, di come Gino Guastaferro non fosse a conoscenza della parte amministrativa rispetto a quella cestistica. Un general manager per lavorare bene deve essere a conoscenza di tutto, dalla a alla z». Lo scrittore ne avrebbe di consigli da dispensare. «Se solo mi avessero interpellato sui guai giudiziari, avrei subito alzato il telefono e chiamato l’avvocato Roberto Afeltra. È colui che ha inventato la legalità nel basket. Ai tempi in cui ero presidente della Zinzi Caserta avrò avuto almeno una decina di lodi, ma grazie al suo lavoro non ne ho perso nemmeno uno. Probabilmente avrebbe potuto risolvere parecchi problemi alla Juve Caserta. Ma ripeto, sono stati così presuntuosi da non affidarsi a persone che avessero esperienza». Piccolo vorrebbe tornare a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. «Bisogna ringraziare tutti quelli che si sono alternati alla guida della società dopo la sua rinascita, perché hanno permesso a tutti noi casertani di esistere. E dico che era meglio continuare ad avere delle squadre dai risultati balbettanti piuttosto che non avere più nulla. Dico questo perché se le cose vanno male possono sempre migliorare». Non può mancare un monito per il futuro: «La città di Caserta deve imparare ad essere meno critica. Ripartendo dal basso dovrà sostenere il possibile la squadra. Perché - ha concluso Piccolo - la Juve Caserta ritornerà».

I campioni del passato
Da chi l’ha fondata a chi ha scritto le pagine degli anni d’oro. Nando Gentile e Sergio Donadoni sono stati tra i protagonisti della Juve Caserta che vinceva in Italia e stupiva in Europa a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90. «Che sia diverso rispetto al 1998 - ha dichiarato Gentile - importa poco. La verità è che non c’è più la pallacanestro. Questa è la peggior cosa». «La mia Juve Caserta è morta nel ‘98 - ha esordito invece Donadoni -. Tutto ciò che è venuto dopo, con i vari personaggi che si sono susseguiti non rappresentavano la storia che io, come tutti gli altri di quel periodo, abbiamo scritto». Il pensiero su cosa rappresenti la Juve Caserta per il casertano è però unanime per i due campioni. «So per certo che per un casertano non avere una squadra in serie A è tutto - ha detto Gentile -. La pallacanestro per la città non è solo la partita della domenica, ma rappresentava la discussione dell’intera settimana. Le possibilità per ricominciare ci sono, ma bisogna farlo con le mosse giuste senza commettere gli stessi errori. Quest’anno purtroppo sarà una stagione d’astinenza, speriamo in quelli futuri». «La Juve Caserta ha sempre contato per il casertano perché è un patrimonio di questa città. Patrimonio che con il passare degli anni ha perso il suo valore. La Juve Caserta era giudicata esclusivamente per il risultato sportivo, mentre - ha sottolineato Donadoni - quello che trasmetteva Maggiò era un patrimonio di valori, come l’educazione e la cultura sportiva. Tanti obietteranno che sono cambiati i tempi, ma credo che sulla competenza della dirigenza non vi siano paragoni. E non tutto può essere riportato ai soldi». Bisogna tornare con idee chiare. «Il futuro deve essere il settore giovanile, parte importante - ha evidenziato Gentile - di una società. È la componente su cui bisogna investire a prescindere da che ci sia o meno una squadra in massima serie. È necessario lavorare bene affinché cresca il vivaio e pure i ragazzi». «Mi auguro che la pallacanestro torni presto a Caserta - ha aggiunto Donadoni -, perché in città questo sport ha rappresentato sempre un qualcosa di positivo e di sociale».

I vecchi dirigenti
I vecchi dirigenti: "La fame di basket è evidente se una squadra di serie C
richiama 800 spettatori. Bisogna ricominciare dai giovani"

La sofferenza dei tifosi: "Una mazzata! Manca l'incontro con gli amici
parlando di basket prima, durante e dopo la partita"
La situazione della Juve Caserta è figlia di tante cause, principalmente economiche. Chi l’ha guidata negli ultimi anni conosce perfettamente i sacrifici che occorre fare. «Ho ricoperto la carica di presidente, ma soprattutto - ha esordito Francesco Gervasio - sono un tifoso della Juve Caserta. La seguivo sin da quando ero bambino, e per la mia generazione ha rappresentato l’aspetto più importante della città. Certamente ancora oggi la squadra è un segno distintivo per i casertani, anche se bisogna dare ragione a chi evidenziava che Caserta non è più la città del basket. Basta pensare che ogni anno superava di poco i mille abbonati quando in altre realtà mettono insieme numeri ben più importanti. Per questo è impensabile che una sola persona, con i costi che ci sono, possa reggere la società». «La Juve Caserta ha significato sempre rappresentanza del territorio - ha aggiunto Carlo Barbagallo -. Il problema riguarda l’aspetto economico. Quando tre anni fa feci la proposta di acquistarla e disputare il campionato di A2 fui preso per pazzo. Purtroppo credo di aver avuto ragione. Il mio pensiero all’epoca era quello di scendere di categoria per poter organizzare soprattutto il settore giovanile. Come Juve Caserta e non con altri nomi. È vero che ritornare in massima serie sarebbe stato complesso, ma almeno strutturavi la società nel tempo. E magari grazie a quella scelta oggi staresti disputando comunque un campionato. Il nostro territorio offre ben poco per le realtà sportive, ed è un problema che non riguarda solo il basket. È giusto ambire alle massime serie, ma è altrettanto importante capire con che tipo di imprenditoria ti devi relazionare per sostenere i progetti». «Nello sport in generale mancano i magnati degli anni ’80 - ha commentato Gervasio -, e a Caserta il tessuto imprenditoriale non dà una mano consistente». Barbagallo traccia addirittura la strada da seguire. «Alla base di un progetto futuro non potrà non esserci il settore giovanile. Il vivaio, al di là della possibilità di crearti atleti che possano giocare per la tua squadra, ti dà una spinta economica dal basso che non è indifferente. Si pensa alla retta mensile del ragazzo, ma dietro c’è tutto un indotto che passa per la vendita dei tagliandi ai familiari o l’acquisto di gadget. E se non dovesse rimanere in società, un prodotto delle proprie giovanili può sempre rivelarsi una fonte di guadagno qualora venisse tesserato per un’altra squadra. Il discorso è ampio ma indispensabile». Ha fatto scalpore la presenza di 800 persone a vedere la partita di serie C dei Cedri San Nicola. Segno inconfondibile che il pubblico ha fame di basket. «San Nicola è riuscita ad avere quel seguito per la presenza di Linton Johnson - ha chiarito Gervasio -. Per carattere sono sempre ottimista, purtroppo in questa situazione sono pessimista. Credo che Caserta possa permettersi massimo la serie B, o magari l’A2, oltre diventa difficile immaginarla». «Registrare tale affluenza per una partita delle serie minori sta a significare che Caserta risponde sempre presente quando c’è la pallacanestro. La passione per la Juve Caserta credo non svanirà mai, ma per consolidarla c’è bisogno di un progetto con persone serie, corrette, valide e soprattutto che non lo facciano per visibilità, o peggio ancora per secondi fini. Ma - ha concluso Barbagallo - solo per passione».

Il dolore dei tifosi
I tifosi più di tutti stanno soffrendo questo momento. Così abbiamo raccolto le testimonianze di due sostenitori di vecchia, Pino Greco e Giancarlo Zaza d’Aulisio. Quest’ultimo è stato particolarmente attivo perché fu tra i fondatori dell’associazione pro Juve Caserta due estati fa, mentre quest’anno ha fatto da intermediario con l’imprenditore Oreste Vigorito. «Per noi che abbiamo mangiato pane e basket non andare la domenica al PalaMaggiò - ha commentato Greco - è peggio di un lutto. Avremmo preferito andare a vedere una squadra giovanile purché in massima serie. La partita domenicale era un punto fermo, e proprio in questo inizio di campionato ne stiamo avvertendo la mancanza. Con amici e tifosi abbiamo discusso sul fatto che Caserta senza la pallacanestro è una città morta. Speriamo che la Juve Caserta torni al più presto, anche se capiamo che oggi fare basket è difficile. Gli imprenditori che si avvicinano - ha concluso Greco - lo fanno perché spinti dalla passione». «Non andare a vedere la partita è una mazzata - ha dichiarato Zaza d’Aulisio -. È triste perché manca l’incontro con gli amici per parlare di pallacanestro prima, durante e dopo la partita, oltre a chiacchierarne durante la settimana. Nelle ultime stagioni ognuno ha sbagliato in qualcosa, ma nonostante ciò avrei preferito lottare per altri cento anni per non retrocedere, piuttosto che non vedere più la Juve Caserta. Lo dico con un pizzico di recriminazione nei confronti di quella frangia di tifosi e stampa che preferiva farla scomparire. Caserta è una piccola città, quindi mi stava bene lottare per non retrocedere così come mi accontento della serie B. La rifondazione però passa da chi gestirà la società - ha interrogato Zaza d’Aulisio -. Ma le cordate sbandierate al vento, una dallo stesso sindaco Carlo Marino, dove stanno?».

Il pensiero del giornalista
Il giornalista: "La JuveCaserta per un casertano è un punto di riferimento
insostituibile ma senza risorse adeguate difficile pensare al futuro"
Il cronista Michele De Simone ha seguito la Juve Caserta raccontandone i fasti storici, e sulle somiglianze tra il 1998 ed oggi ha dichiarato che «purtroppo sono storie che si ripetono. Come si è rinati allora si può rinascere anche oggi. Speriamo che il tempo lenisca le ferite attuali. Non so cosa potrà succedere l’anno prossimo, ma mi auguro che si verifichi qualcosa di buono così come se lo augurano tutti gli appassionati di pallacanestro. La Juve Caserta per il casertano è una bandiera, un punto di rifermo - ha aggiunto l’attuale delegato provinciale Coni -. Ovunque si vada in Italia, quando si parla della nostra città si fa subito riferimento alla Reggia, alla mozzarella ed alla Juve Caserta. Perché la squadra si identifica con il territorio». Ma quali sono le sue prospettive future? «Un nuovo progetto deve rilanciarsi con persone appassionate in grado di metterci anche risorse. Questo è indiscutibile perché altrimenti il basket di alto livello non è fattibile. Purtroppo non ci troviamo in un territorio ricco, e non capisco i paragoni che si fanno con altre città. Parliamo di realtà opposte che presentano situazioni economiche molto diverse. Quindi ci si augura che intorno ad un progetto si possano raccordare persone che abbiano risorse da investire, altrimenti - ha concluso De Simone - di cosa stiamo parlando?».

Il futuro
Caserta riparte con i giovani della JC Academy affidati a Di Meglio,
ma i tifosi contestano Iavazzi
I tifosi della Juve Caserta non si capacitano di non essere presenti sulla cartina geografica della serie A. Non avere più la squadra del cuore è un boccone amaro da digerire. In città si uniscono diversi sentimenti. Dall’amarezza di coloro che non si aspettavano una cosa del genere, a quelli che provano solo rabbia verso chi ha causato questo epilogo.
È inutile sottolineare come Raffaele Iavazzi sia finito alla gogna. Non poteva essere diversamente per colore che hanno sperato sino in fondo nel miracolo del ricorso avverso la decisione della Fip, figurarsi quelli che durante la sua presidenza hanno sempre colto l’occasione per contestare. Il desiderio di chiunque è quello di poter tornare quanto prima a sedere sulle tribune del PalaMaggiò. Fosse solo per vedere una partita di pallacanestro, anche se non della massima serie. Ma almeno per quest’anno il sogno non può avverarsi. E così si spera per l’anno venturo, quando le vicende della piazza casertana possono assumere dei nuovi risvolti.
Per il momento la Juve Caserta, seppur con la società satellite della JC Academy (diverso codice Fip, è bene spiegarlo) di proprietà di Iavazzi, farà solo attività giovanile. Iscritta ai principali campionati d’eccellenza, ha ingaggiato Vincenzo Di Meglio in qualità di responsabile dello scouting. Il settore giovanile bianconero ripartirà dal tecnico che lo scorso anno ha vinto il campionato under 20 con l’Auxilium Torino, e che vanta numerose esperienze con le nazionali giovanili.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

lunedì 10 febbraio 2014

Quando la Juvecaserta conquistò la "sua" Coppa Italia

DALLA NUOVA GAZZETTA DI CASERTA DEL 10/02/2014

L'AMARCORD Il primo successo dopo tante sconfitte in finale
Quando la Juvecaserta conquistò la "sua" Coppa Italia
La compagine di Pezza delle Noci s'impose nell'edizione del 1988 battendo dopo un supplementare gli avversari e dedicando il trofeo a Maggiò

Giovanni Bocciero

La squadra della stagione 1987/88
CASERTA. In occasione della Final Eight di Coppa Italia, edizione 2014, vogliamo celebrare la vittoria della coppa nazionale del 1988 da parte della Juvecaserta. Il primo grande successo che vide la società di Pezza delle Noci alzare un trofeo al cielo.
In realtà, prima di quel successo ci furono altre occasioni in cui la Caserta dei canestri sarebbe potuta scendere in strada per festeggiare la conquista di un trofeo, tanti nazionale quanto europeo. Prima di quel 1988, infatti, la compagine bianconera disputò la finalissima di Coppa Italia nella stagione 1983/84, che vide impossessarsi del trofeo i padroni di casa della Granarolo Bologna, che batterono i casertani con il risultato di 80-78, con diverse attenuanti sull’arbitraggio, che fu troppo casalingo. Due stagioni dopo, quella 1985/86, Caserta addirittura arrivò fino in fondo in ben due competizioni, la Coppa Korac, giocata in gare d’andata e ritorno contro il Banco di Roma, e la serie finale per lo scudetto contro la Simac Milano. Il trofeo europeo sfuggì dalle mani degli uomini allenati da Boscia Tanjevic, che prima espugnarono il PalaMaggiò con il punteggio di 84-78, e poi vinsero tra le mura amiche per 73-72. Lo stesso accadde, purtroppo, per lo scudetto, che prese la via del capoluogo lombardo che s’impose nella serie per 2 a 1.
I festeggiamenti con capitan Nando Gentile a petto nudo
che alza la Coppa Italia al cielo
Nell’estate del 1986 ci fu il cambio al timone, che vide la staffetta sulla panchina tra il maestro Tanjevic e il casertano Franco Marcelletti, dopo i successi con le giovanili, e dopo aver lanciato  Nando Gentile ed Enzo Esposito. In quella stagione, la Juvecaserta continuò la propria ascesa continentale, fermamdosi in semifinale della Coppa Korac al cospetto della corazzata Barcellona, che in Terra di Lavoro fu sconfitto di nove punti, ma che al ritorno in Catalogna s’impose di 25. In campionato invece, dopo un inizio balbettante, i bianconeri furono protagonisti di una rincorsa che li vide giungere sino alla finalissima, dove ancora contro la Tracer Milano i casertani si arresero con un secco 3 a 0.
L’annata 1987/88 ebbe inizio con il cambio dello sponsor, da Mobilgirgi a Snaidero, e soprattutto la morte del presidentissimo Giovanni Maggiò, colpito da leucemia. La Gazzetta dello Sport titolò “Caserta piange il suo inventore”, per sottolineare l’importanza che Maggiò ebbe per la crescita della Juvecaserta. La squadra quell’anno arrivò a giocarsi la Coppa Italia, dopo aver battuto in successione Standa Reggio Calabria (97-81), Wuber Napoli (85-80), Banco di Roma (99-95) e Enichem Livorno (97-85), In finale, di scena sempre a Bologna, dovranno affrontare la Divarese Varese. I lombardi arrivarono al match senza Stefano Rusconi, e durante la partita s’infortunò Dino Boselli. Con quel pizzico di fortuna che non guasta mai, i bianconeri s’imposero dopo un supplementare per 113-100, e quel primo trofeo non poteva che essere dedicato al presidente scomparso pochi mesi prima. La squadra bella ma incompiuta, che si giocava i trofei senza mai arrivare al sodo, finalmente aveva raggiunto un traguardo.

L'INTERVISTA L'ex campione bianconero ricorda quel momento
Sergio Donadoni: «Con quella coppa capimmo di essere veramente forti»

Sergio Donadoni
CASERTA. Un protagonista della Coppa Italia fu Sergio Donadoni. «La svolta per i successi della Juvecaserta ci fu quando arrivò Maggiò, che è stato un grande - racconta Donadoni -, come persona e come dirigente. Lui e l’allora manager Giancarlo Sarti ci inculcavano quotidianamente insegnamenti sul come agire, sul come comportarsi, che erano necessari per arrivare al vertice, per essere dei veri professionisti, quando ancora non c’era il professionismo di oggi»
Quel successo ha regalato delle emozioni indimenticabili. «Quella fu la nostra prima vittoria, e in quella stagione fummo costretti a rinunciare a Georgi Glouchkov, che si ruppe il tendine d’Achille. Al suo posto arrivò Joe Arlauckas, che era un’ala grande, ma si adattò a giocare pivot. Quando pratichi uno sport, lavori sempre per raggiungere un obiettivo, e quella coppa rappresentò un pò il traguardo delle fatiche di una vita. All’epoca il basket italiano rappresentava l’elite a livello europeo, e c’erano squadre che dominavano, come quella Varese che noi riuscimmo a battere in finale».
Quella Coppa Italia fu la scintilla che portò allo scudetto tre anni dopo. «Con quel successo rompemmo il ghiaccio, e capimmo di essere realmente forti. Non che non fossimo consapevoli di esserlo - sottolinea Donadoni -, ma non era sempre facile vincere per le avversarie contro cui giocavamo. Quella vittoria ci fece comprendere  di essere dei vincenti, e riuscimmo a superare i nostri ostacoli. Ma quello era un successo partito molti anni prima».
Effettivamente già si vedevano i frutti del lavoro fatto con il settore giovanile. «Io facevo parte della prima squadra da tempo, e i giovani si alternavano e venivano da diverse città, soprattutto del sud, per allenarsi. Loro venivano seguiti con passione - conclude l’ex campione bianconero -, e gli si trasmettevano cose utili».