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sabato 9 agosto 2025

La stagione a bordo campo di Andrea Meneghin: «Meno scontata del previsto, con qualche italiano in più in evidenza»

La stagione vista a bordo campo da Andrea Meneghin: «Meno scontata del previsto, con qualche italiano in più in evidenza»

«La Virtus cresciuta nel finale, Milano scollata e confusa»

«Brescia ha rispecchiato l'ewsperienza di Poeta in campo. Trento una meravigliosa sorpresa grazie alla filosofia del club. Trapani e Trieste meravigliose guastafeste, Venezia e Tortona hanno deluso. In Italia si fatica a vedere di buon occhio proprietà straniere. In bocca al lupo a Napoli e Rizzetta, a Varese il progetto ha comunque lanciato giovani interessanti anche in ottica nazionale»


di Giovanni Bocciero*


L’epilogo del campionato di serie A è stato meno scontato del pronostico, anche se lo scudetto alla fine è rimasto sull’A1 ed ha preso la direzione di Bologna dopo tre anni dominati da Milano. Fatale, ancora una volta, la maledizione della Supercoppa, che non aiuta per niente chi inizia la stagione alzando al cielo il primo trofeo dell’anno.

«Complimenti alla Virtus per come ha affrontato i playoff, per come è cresciuta dopo la delusione dell’Eurolega - il commento di Andrea Meneghin -, in un ambiente dove pesano le sconfitte e ci si aspettano sempre grandi risultati. In un momento di forma non ottimale, Banchi ha fatto una scelta coraggiosa dando le dimissioni e capendo che non riusciva a dare più nulla alla squadra per farla esprimere al meglio. L’arrivo di Ivanovic ha riattivato il talento e la fisicità di Bologna, anche in virtù di alcune scelte di mercato, accorciando le rotazioni e prendendo un giocatore come Taylor che è risultato un innesto vincente».

«Insomma, una stagione finita nel migliore dei modi per un gruppo di campioni che ha mentalità vincente, senza dimenticare la questione Polonara che evidentemente loro sapevano già da molto prima. Un evento che può scombussolarti ma che ha fatto emergere l’eccezionale lavoro di squadra della Virtus più che il singolo individuo. Shengelia ha strameritato il premio di Mvp, ma Bologna ha stupito dal punto di vista dell’organizzazione difensiva, offensiva e di opzioni».

Milano ha invece rappresentato l’altra faccia della medaglia delle due grandi. «Sono sempre stato dell’idea che l’Olimpia si potesse concedere il lusso, tra virgolette, di poter perdere qualche partita in più. Avendo quel roster da Eurolega con potenziale, secondo i più esperti, per arrivare sino alla Final four, poneva il vantaggio del fattore campo come non una priorità - l’analisi dell’oggi commentatore tv -, poi dimostrato anche in passato. È mancata serenità, forse compattezza di squadra, al di là degli infortuni coi quali si sono dovuti fare i conti ed in particolare con quello di Nebo, sul quale si era affidato parecchio peso difensivo».

«Si è trovato un assetto di emergenza, con Leday e Mirotic che hanno fatto impazzire e messo in crisi le difese avversarie, salvo poi, come spesso succede a questo livello, venire colpiti nel punto debole di quella coppia mettendola in difficoltà. E così quel filotto di vittorie consecutive anche in campo europeo non è stato replicato nella seconda parte della stagione, mancando ancora una volta i playoff in Eurolega».

«L’Olimpia si è così potuta concentrare solo sul campionato, ma non ci è arrivata come sperava. Tanti giocatori per scelta tecnica, che bisognerebbe chiedere a Messina, non sono stati utilizzati o usati col contagocce, vedi Caruso piuttosto che Tonut, e ti hanno portato a competere con una Virtus allo stremo delle energie, con un calo di tensione, non avendo risposte da diversi giocatori, e con problemi tecnici in campo che hanno esaltato i meriti degli avversari».

Una scelta ha riguardato anche rinunciare a Melli, che poi ha vinto l’Eurolega col Fenerbahce. «Coincidenze, fatti, conseguenze, ognuno può vederli come vuole. Melli inseguiva l’Eurolega da tutta la propria carriera, e finalmente è riuscito a raggiungerla. Non so neanche quantificare la sua gioia nell’alzare quel trofeo. Per quanto riguarda Messina, non si possono negare che ha avuto delle difficoltà nel gestire alcuni giocatori e dargli fiducia. Quello che ho notato dall’esterno, è che la squadra tante volte è sembrata scollata sia in attacco che in difesa, confusa».

E proprio perché squadra e tecnico sono sembrate spesso due entità differenti, con il ritorno di Poeta si va delineando un altro futuro. «In qualunque sport di squadra c’è sempre un concorso di colpa su queste situazioni, proprio perché c’è necessità di avere unità d’intenti. Fortunatamente, chi ancora oggi lavora meglio insieme ed è focalizzato all’unisono riesce a portare a casa il risultato. Obiettivamente, non posso sapere quale fosse la situazione all’interno dello spogliatoio di Milano, ma certamente non è sembrata determinata come in altre occasioni e in altre annate. Da fuori è sembrato che non ci fosse la giusta armonia tra staff e giocatori, tant’è che nelle difficoltà si è reagito in maniera diversa rispetto alla Virtus».

Veniamo ai vinti, quella Brescia giunta sino in finale al primo anno da head coach di Poeta. «Nel loro modo di giocare si è vista tutta l’esperienza da giocatore di Poeta. Ha messo tutti nelle migliori condizioni per potersi esprimere, con gerarchie definite e tanta semplicità e passione. Seppur con un roster poco lungo, la squadra ha trovato il suo equilibrio grazie anche ad atleti che sanno giocare. Nel corso della stagione hanno lavorato bene e approfittato delle settimane senza impegni europei per recuperare gli acciacchi fisici».

«E poi si vedeva che andavano in palestra per divertirsi, e questo rende tutto più bello nonostante la fatica - la chiosa di Meneghin -. Inevitabilmente i risultati e le gioie poi arrivano. Un traguardo storico come la finale scudetto, credo possa essere paragonata alla vittoria della Coppa Italia seppur con un sapore diverso, ma con tutta l’energia e l’entusiasmo dell’ambiente. Reputo che il segreto di Poeta così come per tutto lo staff, al di là del fatto che in qualunque momento è sempre rimasto calmo, sia stato di mettere i giocatori nelle migliori condizioni possibili coprendo i difetti e amplificando ed esaltando i punti di forza».

La serie A ci ha regalato anche due matricole terribili. «Le due neopromosse Trapani e Trieste sono state delle meravigliose sorprese, perché hanno disputato un campionato spettacolare. Ai siciliani è mancata lucidità in semifinale, però ciò non toglie l’esaltante cavalcata arrivando a giocarsi il primo posto in stagione regolare, esprimendo un gioco spumeggiante, divertente, aggressivo, spettacolare, che ha esaltato diversi protagonisti ed in particolare il gran lavoro di Repesa. Molto bene anche Trieste, che però ha trovato sul proprio cammino Brescia, ed è andata avanti anche in Coppa Italia pur avendo un giocatore importante come Ross fuori per infortunio. Sono arrivati ad un passo dal giocarsi la finale facendo tremare Trento sino all’ultimo».

Ecco Trento, che ha vinto la Coppa Italia e fatto incetta di premi individuali: ben cinque. «Trento assolutamente una nota lieta grazie alla filosofia della società. Per gli investimenti fatti, il mix di gioventù e veterani, e l’idea di giocare sempre le coppe europee, ha permesso di coronare un sogno con la Coppa Italia. Vinta soffrendo, sin dal quarto con Reggio Emilia, prima del trionfo con Milano. Trento ha espresso un gioco aggressivo, bello, mai banale, esaltando l’atletismo ed i giovani, studiati con un lavoro di scouting alle spalle strepitoso».

«Senza nulla togliere alle qualità di Galbiati che ha saputo fare non bene, ma benissimo - la valutazione di Meneghin -, con il rammarico forse di aver disputato i playoff non al completo per una serie di infortuni che hanno un po’ stravolto l’identità della squadra. Adesso sotto con una nuova sfida, perché la squadra deve essere ricostruita, ed è stata affidata ad un altro grande allenatore come Cancellieri».

Non solo Eurolega, non solo Milano e Bologna. Altri club hanno disputato le coppe europee con risultati non sempre lusinghieri. E il doppio impegno alla lunga si è fatto sentire. «Per Tortona alti e bassi in campionato, e quando sembrava aver trovato la dritta via ha avuto qualche scivolone di troppo. Anche la stagione europea bene fino ad un certo punto. Annata sotto le aspettative perché ci si aspettava di più. Però siccome c’è stata tanta competizione, con Trapani e Trieste che hanno fatto le guastafeste togliendo due posizioni, hanno messo in difficoltà quelle dietro, tra cui Tortona, ma anche Venezia e Reggio Emilia».

«Gli emiliani hanno conquistato i playoff con qualche turno d’anticipo, e a tratti sono stati devastanti. Credevo potessero vincere la Coppa Italia per come hanno giocato 35’ contro Trento. Poi sono state decisive un paio di giocate di talento dei trentini. Nel finale di stagione gli acciacchi hanno compromesso anche il cammino in Bcl, ma hanno giocato un basket molto europeo con quella durezza difensiva e il tatticismo di Priftis. Venezia ha invece deluso più di tutti, nonostante i tanti infortuni che gli ha impedito di giocare spesso senza la formazione titolare. Con quel roster ci si aspettava che facesse di più. È andata vicina all’impresa con Bologna in gara 5, e conquistati i playoff di Eurocup, ma per il potenziale poteva e doveva andare più avanti e invece si è spesso persa nei dettagli».

Un’altra proprietà straniera si è appena affacciata nel nostro paese, a Napoli. Esperienze, queste, piuttosto alterne e non sempre foriere di buoni risultati. «In Italia è difficile operare per una proprietà straniera, perché siamo un po’ tutti abituati alle grandi famiglie o al mecenate di turno, imprenditori del posto e magari anche tifosi. La storia del nostro basket - ha rammentato il commentatore tv - è sempre stata segnata da squadre abbinate a illustri marchi. Per il tifoso italiano c’è sempre il timore che una proprietà estera possa non far funzionare tutto bene».

«Però vedi Trieste, dove la pallacanestro è rinata sposando perfettamente i valori della città e trovando feeling con i tifosi che è la cosa principale. Dare solidità, fare investimenti, portare giocatori con nome ma efficienti in campo è essenziale. Da contraltare a Pistoia si è visto un anno disastroso, dove la proprietà ha lasciato cuori infranti. Le altre hanno sempre fatto il massimo, come Scola a Varese ad esempio. Ma si tratta di una piazza non semplice. Sbagliando s’impara e, pur facendo tutto in buona fede è importante crescere, capire e non ripetere gli stessi errori».

«Però la stessa Varese sta investendo molto sui giovani, vedi Librizzi o Assui, che giocano e permettono anche di creare identità e attaccamento. E questo senza un budget di prim’ordine. La società è presente e cerca di fare il meglio possibile, ottenendo il massimo risultato ottimizzando i costi. La passione e il pubblico arrivano dai risultati, e Napoli non può trascendere da questo. Adesso bisogna vedere l’operato della nuova proprietà con Rizzetta in testa, ma già la firma di Magro come allenatore mi sembra un ottimo inizio».

Cosa ha lasciato questo campionato in ottica nazionale? «Le risposte degli italiani ci sono state, ed anche parecchie. Per il discorso nazionale però, a volte non bastano i grandi numeri, perché bisogna che ci si sposi con l’idea di gioco dell’allenatore, e con l’identità e la struttura del gruppo. Gli italiani hanno dimostrato di essere pronti in caso di chiamata, ma sono tante piccole cose, soprattutto caratteriali, che comportano una convocazione».

«Logico che più profili abbiamo meglio è per il bene della nazionale». E allora Della Valle? «La meriterebbe, e so che culla così tanto il sogno dell’Olimpiade che si è reso disponibile per il 3x3 per rappresentare l’Italia. Se Pozzecco dovesse chiamarlo - ha concluso l’ex medaglia d’oro europea a Parigi 1999 -, immagino che lui correrebbe di corsa senza creare problemi. Ma è il coach e lo staff a decidere».


* per la rivista Basket Magazine



domenica 30 marzo 2025

Tiro da tre punti, croce e delizia

Tiro da tre punti, croce e delizia: Dan Peterson ha aperto la discussione chiedendone l'abolizione. Della Valle, Ruzzier e Veronesi fanno fronte comune: abolendolo si darebbe molto più peso alla fisicità degli atleti

Generazioni a confronto sul canestro della discordia

di Giovanni Bocciero e Alvise Baldan*

 

1984, A LIVELLO INTERNAZIONALE viene introdotto il tiro da tre punti nella pallacanestro. L’arco semiellittico viene disegnato su ogni campo da gioco, e il tirare con conseguente realizzazione vale un punto in più rispetto al semplice appoggio al tabellone o al tiro dalla media distanza. Una novità, una evoluzione, con tutti i suoi pregi e difetti. Questa invenzione, in realtà, era già stata sperimentata anni prima negli Stati Uniti, in particolare al college. È da anni che si discute di un suo forte abuso, a discapito del gioco che rende il basket il più bello sport al mondo. Dan Peterson ha recentemente dichiarato che lo abolirebbe, e a riguardo abbiamo ascoltato giocatori e allenatori, attuali e del passato, che su questa affermazione sono ampiamente divisi.

Amedeo Della Valle

Cosa pensi in merito alla dichiarazione di Dan Peterson che abolirebbe il tiro da tre punti?

«Ci sta che ognuno dica la propria opinione. Secondo me, la sua è stata una sorta di provocazione che credo sia difficile possa trovare un seguito nel basket moderno. Se togliamo il tiro da tre punti, forse, molto probabilmente le partite diventano un susseguirsi di spallate vicino al canestro. Quindi è evidente che la pensi diversamente rispetto a questo argomento».

Da tiratore, cosa ti passa per la testa se realizzi un filotto di canestri da tre punti, o al contrario ne sbagli tanti di seguito?

«Chiaramente come per qualsiasi cosa, quando funziona e va bene è molto più facile continuare a farle. Quando invece diventa complicato è molto più difficile ripeterlo. Penso però, che la forza di un tiratore s veda proprio nel momento di difficoltà, nel continuare a tirare e non rifiutare conclusioni. Quello è il più grande segno di un eccellente tiratore, che può fare una serata da 8/8 ma può farne anche una da 0/8».

Quale potrebbe essere un aggiustamento per far incidere magari meno il tiro da tre punti?

«Ad oggi proverei innanzitutto ad allargare il campo, visto gli atleti che calcano i campi. La pallacanestro potrebbe giovare di questa modifica, ma non dobbiamo dimenticare che il gioco è in continua evoluzione. Infatti, oggi stiamo vivendo la fase del tiro da tre punti, in passato altri stili di gioco, e in futuro cambierà ancora in base alle tendenze del momento».

Michele Ruzzier

Dan Peterson abolirebbe il tiro da tre punti, tu cosa ne pensi?

«Io personalmente non lo abolirei, e non la trovo una cosa giusta perché è l’evoluzione della pallacanestro. Rappresenta per ogni squadra un’arma in più, a maggior ragione per la fisicità che si vede oggi su un campo. Un giocatore deve tirare per forza bene da tre punti per cercare di aprire le difese. Il basket è uno sport in continua evoluzione, completo così com’è con il tiro da tre punti».

Il tiro da tre punti è ormai trasversale, nel senso che è un’arma sia per un esterno che per un lungo?

«È un’arma sulla quale c’è bisogno comunque di lavorarci. E se diventi bravo, è giusto che la sfrutti a tuo vantaggio. Ed oggi non dipende neppure dai ruoli. Prima, magari, il tiro da tre era usato di più dalle guardie, ma oggi lo possono fare anche ragazzi di 2,20 metri. E credo che sia una cosa positiva, e non certo negativa».

Quanto influenza segnare o sbagliare una serie consecutiva di conclusioni?

«Non so esattamente in che percentuale, ma oltre all’allenamento il tiro è tanto mentale. Se segni una tripla e ti capita subito un altro tiro aperto, che è giusto, devi prenderlo assolutamente. Dall’altro lato, anche se ne hai sbagliati un paio prima, ma la squadra costruisce un buon tiro e la palla arriva a te, è comunque da prendere. Magari sentirai il pallone pesare un po’ di più, ma è certamente giusto tirare».

Hai giocato con Marco Belinelli, uno dei migliori tiratori italiani in assoluto, cosa ci puoi raccontare di lui?

«Quando ero alla Virtus lo guardavo con gli occhi a cuoricino, perché era davvero uno spettacolo vederlo anche solo in allenamento. Non l’ho mai visto fare esercizi particolari per allenare il suo tiro. Semplicemente ha una mentalità diversa, pensa di segnare ogni singolo tiro che prende. Questo fa di lui un pericolo costante, perché anche se ha sbagliato i tre tiri precedenti, prenderà il quarto con la stessa sicurezza di chi è in striscia positiva».

Giovanni Veronesi

Abolire il tiro da tre punti, per Peterson, gioverebbe al basket. Per te?

«È normale che rispetto al basket di Peterson oggi si giochi un’altra pallacanestro. Ci sono spaziature e situazioni diverse, complice l’evoluzione del gioco. Ovvio che non cambierei nulla».

Cos’è che differenzia un tiratore, che segni o sbagli?

«Per un tiratore è importante non perdere mai la fiducia, perché altrimenti non può neppure definirsi un tiratore. E infatti, ci sono tanti giocatori che hanno magari vissuto soltanto un periodo felice. Nel mio caso posso dire di avere avuto sempre grande fiducia, sia da parte di allenatori e compagni che a livello personale nei miei mezzi. Poi è naturale che ci sono momenti positivi e altri negativi, ma bisogna sempre avere il coraggio di continuare a tirare, senza esagerare».

Il tiro da tre punti serve più allo spettacolo che al gioco?

«Credo che bisogna fare una distinzione tra il basket che si vede in Nba e quello in Europa. In America effettivamente si tira tanto da tre punti, e il più delle volte in situazioni del tutto estemporanee al gioco. In Europa no, perché anche se si abusa del tiro da tre, questo rientra più in un contesto di costruzione del gioco. O almeno questo è il mio pensiero. Poi ovvio, se la pallacanestro ha un successo planetario ed è seguita in tutto il mondo è anche per giocatori come Steph Curry e Klay Thompson che sono tra i migliori interpreti del tiro da tre punti».

Valerio Bianchini

Qual è il suo pensiero riguardo all’uso del tiro da tre punti nella pallacanestro di oggi?

«Il tiro da tre punti lo ricordo addirittura come un’innovazione che fece l’Aba (American Basketball Association, lega professionistica americana di pallacanestro tra il 1967 ed il 1976, ndr), usandolo inizialmente in circostanze speciali, come per esempio cercare di recuperare alla fine della partita. All’inizio non era considerato un elemento istituzionale del gioco, era un elemento normale. Ricordo che nell’84/85 Mike D’Antoni, che normalmente non era un gran attaccante, grazie ai blocchi di Dino Meneghin cominciò a tirare con i piedi per terra perché i difensori uscivano poco, restando così schiacciati sul blocco. Iniziò così ad avere più coraggio, più iniziativa, diventando un tiratore dall’arco. Per molti anni il tiro da tre punti rimase utilizzato in certe circostanze, non nel modo ossessivo odierno. Addirittura anche i lunghi cominciarono, tramite il pick and roll, a preferire il tiro da più lontano piuttosto di un appoggio da dentro il pitturato. Questo sinceramente rende il gioco un po' noioso, ripetitivo. Gli allenatori hanno smesso di fare ricerca, di fare sperimentazione. Nel basket classico il gioco delle squadre in campo veniva immediatamente identificato per l'allenatore che lo governava. Per esempio il gioco di Guerrieri, di Zorzi, di Peterson. C'era molta più coerenza tra la teoria del gioco di un allenatore rispetto all’esecuzione in campo. Adesso, invece, c’è un’omologazione dove la maggior parte gioca allo stesso modo. C'è da dire, però, che la pallacanestro ha reso ancora più imprevedibile le partite. L’altra faccia di questa medaglia è che non c’è più meritocrazia, tu puoi giocare benissimo ma se hai scarse percentuali al tiro da tre perdi la partita contro uno che sta giocando male ma con buone percentuali da tre. A portare a questa deriva tecnica un po' insensata è stata la Fiba e il suo regolamento, perché il basket concettualmente è sempre stato un gioco che ogni quattro anni cambiava il suo regolamento. Il gioco si adeguava allo sviluppo sociale dell'area popolare in cui era inserito e variava soprattutto in relazione ai marchingegni tecnici. La Fiba si riduce a seguire l’Nba, ma senza una ragione. Nello smile, nei trenta secondi, nello stesso tiro da tre, non seguendola, però, nei tre secondi difensivi che sono importanti per consentire la penetrazione nell’uno contro uno. Attualmente il gioco si sta riducendo sempre di più all’uso scriteriato del pick and roll, alla cancellazione del lavoro in post, sia alto che basso, ed al rifugio nel tiro da tre. Certamente non è questo il vero basket».

Nelle sue esperienze tra Cantù e Roma, ha vinto due scudetti e due Coppe dei Campioni senza il tiro dalla lunga distanza. Dopo l’introduzione di questa nuova regola è stato più facile o più difficile allenare?

«È stato più facile allenare perché il tiro da tre era utilizzato senza, tuttavia, diventarne dipendenti. Adesso per gli allenatori è più facile. Non insegnano più i movimenti sofisticati del post basso ai pivot, per passare più volte la palla fuori per un tiro da tre. Dal punto di vista estetico è una cosa inguardabile, però la situazione è questa. Conta solo l’uno contro uno, il gesto spettacolare della superstar della squadra».

Ha un aneddoto da raccontarci legato al tiro da tre punti?

«Quello più clamoroso fu con la Virtus Roma, durante la stagione 1990/91, quando eravamo sotto di due punti contro Caserta ad un secondo dalla fine. Ricordo una rimessa a bordo campo per Maurizio Ragazzi che, ricevuta la palla a tre metri dalla nostra linea di fondo, segnò il canestro della vittoria».

Bogdan Tanjevic

Cosa ne pensa del tiro da tre punti?

«Il mio pensiero è molto simile a quello di Dan Peterson. Penso sia meglio il vecchio modo di giocare piuttosto che il continuo aumento del tiro dalla lunga distanza. Si è arrivati addirittura a parlare dell’inserimento del tiro da quattro. Negli ultimi vent’anni i giocatori sono diventati dei grandi tiratori e le distanze, soprattutto grazie all’atletismo, sono diventate facili da eseguire. In Nba fino a trent’anni fa esistevano solo tre o quattro tiratori nel campionato. Adesso sono diventati centocinquanta. Un pro può essere legato ai giocatori europei, un esempio di tecnica di tiro e di precisione che arrivarono ad un livello fantastico di capacità del tiro dalla lunga distanza. Dei contro, invece, possono essere il poco gioco sotto canestro, il mancato utilizzo dei pivot, le poche penetrazioni ed il tiro da quattro metri dei campioni come Jordan e Dalipagic. In passato i grandi tiratori non si concentravano esclusivamente sul tiro da tre punti e il gioco era molto più interessante, più affascinante. Adesso si è talmente fissati nel trovare qualcuno di libero fuori dall’arco, di scaricargli la palla anche quando sarebbe molto più intelligente segnare due punti sicuri. La linea dei tre punti la chiamo il “bordo della piscina”, come se ci fosse dell’acqua dentro. Non bisogna entrarci troppo. Questa furia di tirare e di correre in avanti non la vedo bene. Mi piace di più il basket di prima».

Il tiro da tre punti è diventato una sorta di arma offensiva, diciamo, troppo abusata, troppo utilizzata?

«Troppo abusata, non c'è dubbio. Si vedono molte squadre che tirano più da tre punti che da due. Così il gioco diventa meno attrattivo. In poche parole non bisogna focalizzarsi troppo sul tiro da tre. Per fare un esempio, quando Dalipagic segnò settanta punti lo fece con soli quattro canestri da tre punti in tutta la partita. Poteva tranquillamente essere il capocannoniere Nba, se ci fosse andato».

Antonello Riva

Qual è la sua opinione sul tiro da tre punti?

«Nei primi anni ci fu un grande clamore che richiamò tanta attenzione attorno a questa nuova regola, al nostro movimento.

Se poi, dopo tanto tempo, dobbiamo analizzare se è stato un pro o contro, i dubbi sono aumentati. Una cosa su tutti: il gioco è stato veramente stravolto e in maniera netta. Mi ricordo gli anni in cui giocavo a Milano quando era allenata da Mike D’Antoni. Lui sosteneva che statisticamente non conveniva andare a tirare da due ma conveniva tentare più tiri possibili dalla linea dell’arco. Ed è proprio questo, come stavo dicendo, che ha stravolto il modo di giocare. Il tiro da due, il cercare di andare vicino al canestro è praticamente quasi sparito. Poi, ecco, bisogna vedere se è effettivamente più spettacolare, più bello da vedersi oggi, o se era più bello un tempo quando non c’era il tiro da tre e si cercava di costruire maggiormente il gioco d'attacco».

Lei pensa, dunque, che sia diventato una sorta di arma offensiva un po' troppo abusata?

«Sì, in particolar modo perché questa linea non è così lontana dall’Nba. Vediamo diversi giocatori tirare da addirittura nove o ancora più metri. Mantenerla così com’è, oggi in Italia, è troppo utilizzata. Penso, tuttavia, che per lo spettacolo e per gli spettatori, vedere un tiro o un canestro da tre sia sempre un gesto tecnico spettacolare, anche se ha tolto un pochino la vera essenza, la vera sostanza della pallacanestro».

Se lei fosse un giocatore di questi tempi, si adatterebbe al modo di giocare attuale, ad un ritmo più elevato e a un numero maggiore di tiri da tre punti, o cercherebbe di rimanere al gioco di qualche anno fa, dove il tiro da tre punti non era così esasperato e si puntava un po' di più al gioco tecnico?

«No, è naturale che bisogna sempre adeguarsi ai tempi. Se fossi un giocatore di questi tempi mi adeguerei sicuramente alle nuove situazioni. Però vedo che alcune volte i giocatori, che potrebbero fare un arresto e tiro tranquillo dai tre, quattro metri, vanno dritti al ferro o cercano la soluzione nel tiro dalla lunga distanza. Negli anni passati, si utilizzava la finta da tre punti, un palleggio, due palleggi ed un arresto, ripeto a tre o quattro metri. Questo movimento oggi è sparito completamente».

Un’ultima domanda: ha un aneddoto su questo argomento da raccontare?

«Mi ricordo ancora benissimo la prima partita quando era appena entrato in vigore. Era la prima partita del campionato 1984/85, successivo alle Olimpiadi di Los Angeles, quando con Cantù andai a giocare a Pesaro che al tempo aveva un allenatore americano che si era messo a difendere a zona. Non mi sembrava vero e quel giorno realizzai nove o dieci canestri da tre punti. Da un momento all’altro ci aspettavamo che Pesaro passasse a difendere individualmente, invece continuò con la difesa a zona. Era la prima partita, la prima volta che venivano conteggiati i tiri al di là dell'arco. Era, in poche parole, una novità».

Nonostante le differenti posizioni, le statistiche ci possono offrire degli spunti interessanti. Perché non sempre tirare e segnare tanto ti permette di vincere. Trento e Varese, ad esempio, sono le due squadre della serie A che hanno terminato il maggior numero di partite con almeno dieci triple segnate, eppure le posizioni in classifica sono molto differenti. In media una giusta percentuale dall’arco che si può ritenere positiva è del 35%, che significa poco più di una realizzazione su tre tentativi. Eppure con due canestri su tre dalla media distanza o addirittura più vicino al canestro, e dunque con una probabilità maggiore di riuscire a segnare, frutterebbe 4 punti. Che batterebbero i 3 realizzati dall’arco.

* per la rivista Basket Magazine

venerdì 16 febbraio 2024

CJ Massinburg, sesto uomo extra lusso

Il segreto della grande stagione della Germani sta anche nel miglior sesto uomo del campionato

CJ Massinburg, a Brescia one million dollars man

Grandi numeri in carriera ma poca attenzione dalla Nba «che resta il mio obiettivo. Faccio quello che il coach mi chiede, ma segnare mi piace di più»


di Giovanni Bocciero*


DALLE PORTE IN FACCIA al colpaccio da un milione di dollari. La carriera di CJ Massinburg, guardia della Leonessa Brescia, si può sin qui riassumere nel detto che ciò che non ti uccide ti fortifica. Temprato dalle esperienze avute, il 26enne è senz’altro l’arma in più della Germani di coach Alessandro Magro. Nato a Dallas, la quarta area metropolitana più popolosa degli Stati Uniti, e nell’ultimo decennio tra le città in più rapida crescita del paese, come qualsiasi adolescente americano «da piccolo ho anche giocato a football americano e baseball, ma - ha raccontato Massinburg - la mia passione e il mio amore sono sempre stati la pallacanestro». E con quella palla a spicchi in mano c’ha sempre saputo fare. Non a caso ha lasciato la South Oak Cliff High School come uno dei migliori giocatori della propria storia, e nell’ultimo anno da studente ha avuto una media di 22.3 punti ad allacciata di scarpe. La prima difficoltà sul suo percorso si presenta quando c’è da scegliere l’università. O meglio, non si deve porre questo problema perché di offerte di borsa di studio per la Division I della Ncaa non ne riceve neppure una. Insomma, il suo cammino si presenta subito arduo e in salita.

SENZA FILE di scout davanti alla porta di casa, si aggrega ad una selezione di giocatori senior nata per caso che inizia a viaggiare per gli Stati Uniti con l’unico scopo di mettersi in mostra così da attirare l’attenzione. CJ ci riesce, tant’è che lo staff tecnico della University at Buffalo decide di offrirgli un posto in squadra.

Quella tra le fila dei Bulls è forse l’avventura che ne marchierà a vita la carriera cestistica. È infatti al college che Massinburg si fa notare a livello nazionale, acquistando quella notorietà necessaria per costruirsi il futuro. Disputa quattro anni in crescendo, dal 2015 al 2019, sia a livello personale che di squadra, diventando un giocatore chiave in uscita dalla panchina. Da freshman si conquista un posto nel miglior quintetto dei novizi grazie alle medie di 11.3 punti e 4.1 rimbalzi. Da sophomore aumenta la produzione offensiva a 14.5 punti, mentre al terzo anno conquista il quintetto titolare e guida la squadra alla conquista della regular season e del torneo della Mid-American Conference, segnando 19 punti nell’incredibile successo contro Arizona al torneo Ncaa.

Nell’ultima stagione con Buffalo dà il meglio di sé. Con 18.5 punti di media è il primo marcatore della squadra diventando uno dei migliori cinque della storia dell’università; trascina i Bulls nella classifica top 25 della nazione per quasi tutta l’annata, risultando l’apice mai raggiunto dal college; e viene nominato Mvp della conference e addirittura miglior giocatore della decade dal quotidiano locale dell’area di Buffalo, che comprende ad esempio anche un’università come St. Bonaventure. Nonostante un record da 31 vittorie in 34 partite, il torneo Ncaa s’interrompe al secondo turno contro la Texas Tech di Davide Moretti capace di arrivare fino alla finale, poi persa contro Virginia.

«Il college è stata una bellissima esperienza - ha ricordato CJ -, e la March Madness mi ricorda molto la Coppa Italia». L’avventura in maglia Bulls l’ha condivisa con Nick Perkins e Wes Clarke, giocatori visti qui in Italia con le casacche di Brindisi, Cantù e Venezia. «Io, Wes e Nick siamo buoni amici, e ci sentiamo ancora spesso».

ACCLAMATO ma non abbastanza per entrare dalla porta principale della Nba. Infatti, la notte del draft 2019 nessuna delle franchigie spende una delle 60 scelte per selezionarlo. «Sono stato triste per cinque minuti. Poi il mio agente mi ha chiamato e mi ha detto che i Brooklyn Nets mi volevano con un contratto da dieci giorni, e questo mi ha fatto tornare di nuovo felice».

Viene aggregato alla formazione della G-League di Long Island, e la prestazione da 28 punti, 6 rimbalzi e 3 assist contro Delaware rimarrà forse la migliore della sua carriera. Due stagioni nella lega di sviluppo, con 10.9 punti, 4.8 rimbalzi e 2.3 assist di media e qualche infortunio, sono sufficienti per indurlo a varcare l’oceano accettando le mire di Limoges che individua in lui il rinforzo giusto per aspirare sempre più in alto. Anche se il sogno resta l’Nba, perché «giocare ai massimi livelli - ha detto CJ - sarebbe fantastico», riconosce che «il basket all’estero ha dato a me e alla mia famiglia grandi opportunità».

In Francia ci rimane una stagione, fa registrare 14.4 punti, 4.3 rimbalzi, 3.5 assist e 15.3 di valutazione, e questo basta per convincere Brescia a fargli firmare un contratto biennale nell’estate del 2022. «I campionati sono più simili che diversi. Una differenza è che quello italiano è più tattico, mentre quello francese è più atletico». Prima di approdare in quella che ai tempi dell’Antica Roma era conosciuta come Brixia, si cimenta nel Basketball Tournament, il torneo estivo ad eliminazione diretta che elettrizza l’America mettendo in palio un milione di dollari alla squadra vincitrice. Gioca con la formazione Blue Collar U, che annovera ex alunni di Buffalo tra cui anche gli ex compagni Perkins e Clarke, con i quali conquista il ricco montepremi ricevendo anche il premio di Mvp.

SBARCA A BRESCIA con la voglia di chi vuole mangiarsi il mondo, rispecchiando in toto l’anima della città che non a caso è denominata la Leonessa d’Italia. La stagione precedente Brescia ha disputato un campionato stratosferico, con Amedeo Della Valle nominato Mvp e Magro coach dell’anno. CJ è un’aggiunta preziosa ad un roster che riprende da dove aveva lasciato, prima di inanellare sette sconfitte consecutive da precipitare in zona retrocessione. La società non si lascia prendere da colpi di testa, decide di proseguire con l’allenatore e coglie un’importante successo nella Final Eight di Coppa Italia giocata a Torino, superando l’Olimpia Milano ai quarti e la Virtus Bologna in finale così da alzare al cielo il primo storico trofeo. «Magro è un grande allenatore, una mente cestistica molto intelligente e, soprattutto - ha sottolineato la guardia -, una brava persona. L’anno scorso ci disse in uno dei momenti brutti della stagione: “finché avete fiato nei polmoni dovete continuare a lottare”. Questo ci ha aiutato dopo le brutte sconfitte».

Per il secondo anno in maglia Germani, Massinburg ha trascorso l’intera estate ad allenarsi duramente tra Dallas e Buffalo: «ho lavorato così tanto da farmi venire la tendinite. Ma non volevo mancare l’occasione di presentarmi al meglio all’avvio della nuova stagione».

DIVENTATO UN PILASTRO della squadra, «non sono stupito del nostro rendimento particolarmente buono - ha evidenziato il numero 5 -. Quest’anno abbiamo fatto tesoro di tutte le lezioni subite l’anno scorso per fare una grande stagione tanto da spingerci al primo posto». Ma se gli si chiede qual è la principale differenza di questo cambio di rotta, non esita ad indicare «l’aggiunta di tre ragazzi chiave come Bilan, Burrell e Christon. Anche quelli confermati stanno rispondendo molto bene, perché un anno in più insieme significa più chimica».

Brescia ha cercato di ben figurare sin dalla Supercoppa, ospitatain casa, ma la Virtus ha impartito una dura lezione anche se poi in campionato la musica è stata diversa. «Ogni sconfitta che abbiamo subito è stata una lezione diversa da imparare. Ad ogni sconfitta penso che siamo migliorati come squadra e come gruppo, anche attraverso la delusione della partita».

Poi Massinburg riflette anche sul livello delle principali favorite, ovvero Bologna e Milano. «Sono squadre di livello Eurolega che hanno la stazza e la fisicità per essere prepotenti. Devi essere pronto quando affronti questo tipo di avversari. Se non sei pronto o se sei intimidito perderai. Se sei pronto e fiducioso, puoi giocare proprio come fosse una qualsiasi altra partita». Ed è con questa convinzione che guardando al futuro dice che: «uno dei miei obiettivi principali è giocare in Eurolega. Mi sento pronto. Affronto ogni giorno con l’obiettivo di migliorare sempre. L’ho fatto dall’high school al college, l’ho fatto in G-League».

Proprio come succedeva a Buffalo, coach Magro lo utilizza in uscita dalla panchina. E Massinburg con le sue qualità tecniche, la capacità di spaccare la partita e l’efficacia dimostrata, riesce spesso e volentieri ed essere decisivo. CJ è l’arma segreta della Leonessa, non è egoista e non vuole sempre il pallone tra le mani. «È difficile dire quale sia la mia migliore abilità, perché io scendo in campo con la mentalità di fare tutto ciò che è necessario per la mia squadra. Se c’è bisogno che segni, segno, così come di difendere, prendere un rimbalzo o fare un passaggio. Possiedo gli strumenti per influenzare il gioco in diversi modi, ma se dovessi sceglierne uno prediligo sicuramente segnare».

Con il suo fondamentale apporto, e con una delle valutazioni di plus/minus migliori dell’intera Serie A, è stato nominato sesto uomo del mese di novembre. E proprio contro la Virtus Bologna ha firmato i suoi massimi stagionali con i 27 punti e il 31 di valutazione. E pensare che a Brescia di concorrenza sugli esterni ce n’è fin troppa, tra lui, Christon, Della Valle, Petrucelli e Cournooh. «Giocare con guardie così brave e intercambiabili rende il gioco molto più semplice. Tutti possiamo ruotare e giochiamo in modo altruistico con l’obiettivo comune di vincere».

Ed ha raccontato che «non mi piace fare trash talking con gli avversari. Mi piace invece farlo con i miei compagni di squadra quando siamo in allenamento. Ad esempio, io e John (Petrucelli, ndr) giochiamo uno contro l’altro, e siccome è un ottimo difensore quando gli segno mi piace punzecchiarlo perché non sono molti i giocatori che riescono a segnare contro di lui. Tutti i miei compagni di squadra sono fantastici, e i ragazzi più esperti sanno sempre dare il consiglio giusto».

FUORI DAL CAMPO non fa cose molto diverse da chiunque altro. «Mi piace giocare a bowling, ascolto musica e gioco a ping pong». Prova a vivere la città, «che è bella, con gente simpatica e tifosi appassionati». E se gli si chiede cosa pensa di fare una volta aver smesso col basket giocato, risponde secco che «voglio allenare, voglio avere un impatto positivo nella vita dei giovani che crescendo riescono ad emergere».

Il giocatore al quale si ispira è «LeBron James, per la sua longevità, la sua capacità di gestire la pressione con classe e il suo impatto fuori dal campo», anche e soprattutto su temi sociali quali il razzismo, che per fortuna «non ho mai sperimentato con episodi diretti». Massinburg ride alla domanda se vede James come candidato alla presidenza degli Stati Uniti: «no, spero che non si candidi mai alla presidenza. Viene già criticato per ogni cosa che fa». Diverso il discorso di vederlo capitanare Team Usa alle prossime Olimpiadi, «spero proprio di sì, sarebbe una bella cosa da vedere perché è alla fine della sua carriera». E se lo augura anche per vedere tornare al successo gli States dopo non aver vinto l’ultimo Mondiale. «Pensavo che gli Stati Uniti avrebbero vinto. La mia seconda scelta era l’Australia, ma per la Germania è stata una vittoria impressionante».

PROFILO

Christian Jalon Massinburg, meglio conosciuto come CJ, è nato a Dallas il 14 aprile del 1997. Gioca nel ruolo di guardia ed è alto 1.96 metri per 92 kg. Cresciuto nella città natia, ha giocato quattro anni al college con i Buffalo Bulls. Non scelto dalla Nba al draft 2019, ha militato per due stagioni in G-League con i Long Island Nets prima di firmare nell’estate del 2021 per Limoges. Dopo un solo campionato in Francia, è arrivata la chiamata di Brescia che lo ha ingaggiato con un contratto biennale. La scorsa stagione è stato gran protagonista nella vittoria in quel di Torino della Coppa Italia, e quest’anno ha ritoccato il suo massimo in punti: 27.


* per la rivista Basket Magazine

lunedì 21 marzo 2022

World Cup. Italbasket, quanta fatica

Italbasket, quanta fatica

La qualificazione alla World Cup è ancora a rischio: per la sicurezza dovrà battere a luglio l'Olanda


di Giovanni Bocciero*


La Nazionale italiana del ct Meo Sacchetti ha chiuso la seconda finestra per le qualificazioni alla Fiba World Cup 2023 con una vittoria ed una sconfitta, che sommate allo stesso record della prima fanno due vittorie e altrettante sconfitte. Un percorso che allo stato attuale non soddisfa il tecnico, che è stato chiaro nel dire che ci manca un successo. Se in trasferta contro la Russia era preventivabile ritornare con zero punti, la stessa cosa non doveva succedere nella partita disputata in Islanda. E invece purtroppo la “brutta figura”, così come è stata etichettata un po’ da tutti, dall’allenatore al presidente federale Gianni Petrucci, è avvenuta. Per fortuna non c’è stato alcun contraccolpo, visto che la contesa del PalaDozza ha visto gli azzurri rimettere quanto meno la situazione in pari.

QUESTIONE DI ATTEGGIAMENTO. Nessun alibi dopo la debacle islandese, ma il presidente Fip alla vigilia delle due importanti partite era ritornato su uno degli argomenti più scottanti quando si tratta delle finestre Fiba. Ovvero, la mancanza dei migliori giocatori a disposizione della Nazionale italiana. Con parole forti, il numero uno della nostra pallacanestro ha tuonato contro l’Eurolega. Uno sfogo che difficilmente troverà una soluzione, ma che forse ha avuto effetti addirittura controproducenti se guardiamo all’atteggiamento con il quale l’Italia è scesa in campo ad Hafnarfjordur. Sacchetti è stato chiaro anche in questo, quando ha detto che “abbiamo giocato 25 minuti non all’altezza”. È stato quello il peccato capitale della missione islandese. Una questione di atteggiamento che ha visto da un lato una squadra surclassata per voglia, intensità, forse addirittura intimorita dall’ambiente piccolo ma molto caloroso dell’impianto di Hafnarfjordur. Dall’altro lato invece, ed è stata una diretta conseguenza, si è permesso di galvanizzare una squadra sicuramente coriacea, ma non così talentuosa, che ha avuto nel centro Tryggvi Hlinason un vero e proprio fenomeno.

In Islanda si è rivisto anche quell’attacco dalle polveri bagnate che ha fatto accendere la spia rossa nella prima finestra contro Russia e Olanda. Soltanto via via che la partita scorreva gli azzurri hanno aggiustato un po’ le proprie percentuali. La Nazionale ha provato ad essere più incisiva, ma c’è riuscita solo a tratti e soprattutto quasi in maniera individuale. Il finale di gara dei regolamentari di Stefano Tonut sono stati fantastici ma non sufficienti per capovolgere una partita che effettivamente è stata segnata dall’inizio. Peccato, perché alla fin fine bastava davvero un ultimo sforzo, magari un poco più di attenzione, o anche quel pizzico di fortuna per portare a casa una vittoria importante quanto preziosa per il cammino verso il Mondiale di Indonesia, Giappone e Filippine.

La palla a due della sfida al PalaDozza di Bologna
NECESSITA’ DI VINCERE. La gara di ritorno disputata al PalaDozza di Bologna metteva gli azzurri spalle al muro. Nel post gara Amedeo Della Valle ha fatto riferimento proprio alla necessità di vincere. Inutile girarci intorno, l’Islanda andava battuta e fortunatamente lo è stata. Non senza sudare le proverbiali sette camicie. Soprattutto in avvio, dove praticamente si è visto quasi lo stesso canovaccio della gara disputata ad Hafnarfjordur. Gli azzurri si sono dimostrati ancora poco reattivi in difesa, e soprattutto deve essere diventato frustrante non riuscire ad arginare Hlinason che aveva ripreso praticamente da dove aveva lasciato. Nella pallacanestro una buona difesa porta ad avere un buon attacco, ma non è un segreto che per le squadre del ct Sacchetti avviene esattamente il contrario. Ovvero, se nella metà campo offensiva si segna con continuità e magari con azioni corali, ne guadagna la voglia di difendere così da mettere quei piccoli granellini negli ingranaggi dell’attacco avversario. Ed è proprio quello che è avvenuto, e così anche l’incredibile Islanda che sembrava un rebus di difficile soluzione è stata imbavagliata. Ma soprattutto, a prendersi la scena è stato Della Valle. La guardia della Germani Brescia quando mette piede sulle tavole del palazzetto di piazza Azzarita sembra assumere le sembianze di un supereroe. L’ultima volta in maglia azzurra aveva realizzato 28 punti, distruggendo le resistenze della Polonia che aveva ambiziosi di qualificarsi al Mondiale in Cina del 2019. Questa volta è riuscito ad aggirare la fisicità degli islandesi, ha anticipato i movimenti caricando di falli la difesa ma soprattutto ha lucrato con i tiri liberi. È stata quella la spinta che ha permesso di avere ragione degli avversari. Sacchetti alla precisa domanda sulle problematiche che ha creato la fisicità dell’Islanda ha risposto che “per caratteristiche sono più piccoli e rapidi di noi, e dunque anche più reattivi. Questo ha fatto sì che soprattutto all’inizio abbiamo subito diverse penetrazioni al ferro. Ma noi puntavamo a cercare di togliergli spazio per evitare che giocassero i pick and roll in cui sono bravi a servire i lunghi”.

Mentre Della Valle faceva ferro e fuoco, sia a cronometro fermo che dall’arco dei 6,25, Michele Vitali, Nico Mannion e Alessandro Pajola si sono uniti nel colpire dalla lunga distanza sgretolando pian piano le certezze con le quali gli avversari erano venuti ad affrontare questo return match. E mentre, appunto, l’attacco collezionava punti e vedeva lievitare il proprio computo totale, ne guadagnava la difesa. Lo stesso Pajola si è tuffato un paio di volte per salvare o recuperare il pallone, così come sono stati diversi i recuperi avvenuti sui passaggi da un lato all’altro nei quali l’ex fortitudino Jon Axel Gudmundsson e compagni si sono dovuti rifugiare per uscire da attacchi con poche idee.

“Rispetto alla partita in Islanda abbiamo aggiustato qualcosa - ha continuato in conferenza stampa il ct azzurro Sacchetti -. In difesa sono stati più presenti sia i lunghi ma anche i piccoli, che hanno cercato di lasciare molto meno tempo agli avversari per trovare i passaggi sotto. Abbiamo avuto sprazzi importanti in attacco con Mannion, con Della Valle che ha attraversato un periodo di fuoco, con Vitali che ha trovato una buona serie al tiro. Non potevamo fare di meglio, ma sicuramente non potevamo fare peggio rispetto alla gara giocata solo alcuni giorni fa”.

La conferenza stampa del ct Sacchetti e Della Valle
RITORNI PREZIOSI. L’Italbasket in questa finestra ha avuto tanto sia da Della Valle che da Biligha. In particolare, il primo è stato decisivo nella vittoria di Bologna, mentre il secondo è stato prezioso finché ha potuto nella sconfitta di Hafnarfjordur. La guardia della Germani Brescia nella gara disputata in Islanda ha fatto fatica a trovare il giusto ritmo in attacco, esattamente il contrario nella seconda partita della finestra. Si è caricato la Nazionale in spalle, ha provveduto a rimpinguare il punteggio azzurro quando magari si poteva far fatica in attacco. Ha portato quell’esperienza e quella leadership che erano forse mancate contro Russia e Olanda. A questo punto ci si rende conto che non si può fare a meno di lui, cosa che ha dichiarato senza mezzi termini lo stesso allenatore: “Quando ho preso la Nazionale nel percorso per la qualificazione ai Mondiali del 2019, Della Valle ci ha dato una grossa mano. Per me lui è importante, è una realtà di questa squadra ed ha giocato bene proprio come sta facendo quest’anno in campionato. In Islanda ha bucato una partita, ma ci può stare. In alcune circostanze ha esagerato ma ha anche contribuito al gioco di squadra con alcuni passaggi di gran fattura. La completezza - ha concluso Sacchetti - del suo gioco non si discute”.

Non è stato da meno l’apporto di Paul Biligha, che ha dimostrato di essere una valida alternativa ad Amedeo Tessitori come centro dell’Italia. Le qualità del giocatore dell’Armani Milano sono ben conosciute, e sono proprio quelle che purtroppo mancano al pacchetto lunghi della Nazionale. In Islanda Biligha ha fatto vedere di poter diventare un vero e proprio fattore difensivo, un’àncora alla quale aggrapparsi quando la situazione si complica e non poco. Nonostante possa essere considerato a tutti gli effetti un pivot-bonsai, per grinta e volontà non è secondo a nessuno. Dispiace quasi vederlo ammuffire sulla panchina delle ‘scarpette rosse’, ma un’altra sua qualità da evidenziare è proprio quella che gli basta essere chiamato per portare il suo contributo. E a questo punto bisogna capire se anche lui, nell’ottica del ct, diventa un tassello importante di questa Nazionale, soprattutto in vista della prossima finestra per le qualificazioni alla Fiba World Cup del 2023.

ASPETTANDO ALLA FINESTRA. Archiviata questa seconda finestra delle qualificazioni con un record di due vittorie e due sconfitte, non ci resta che pensare alla prossima finestra. O magari sarebbe meglio dire di aspettare alla finestra, visto che al momento è quasi impossibile pensare ai prossimi impegni sportivi. Non solo per la tempistica, visto che si giocherà il prossimo mese di luglio, ma soprattutto per quelli che sono gli avvenimenti di attualità che stanno destabilizzando il mondo. La guerra tra Russia ed Ucraina ha in qualche modo influenzato anche le gare di qualificazione, nelle quali i protagonisti sportivi si sono resi artefici di gesti per scongiurare queste estreme soluzioni con gli slogan ‘stop war now’. Lo stesso ct Sacchetti ha indossato, nella gara del PalaDozza, una spilla dai colori giallo e blu proprio per essere vicino al popolo ucraino. Oltretutto la cosa non può che toccarci in prima persona avendo proprio la Russia nel nostro girone, e magari la stessa Ucraina in quello successivo. La Nazionale sovietica sarà proprio la prossima avversaria, con la partita fissata per il primo di luglio nel nostro paese (orario e luogo ancora da definire). Poi, gli azzurri affronteranno l’Olanda in trasferta e solo a quel punto, a conti fatti, si potrà valutare la situazione. Sono tre le squadre che si qualificheranno alla seconda fase, andando a formare un ulteriore raggruppamento a sei con le prime tre classificate del girone G, quello composto da Spagna, Georgia, Ucraina e Macedonia del Nord.


* per la rivista Basket Magazine

giovedì 17 febbraio 2022

Italbasket, le scelte di Sacchetti tra ritorni ed esclusioni

Italbasket, le scelte di Sacchetti tra ritorni ed esclusioni

di Giovanni Bocciero


Nel numero 78 della rivista di Basket Magazine, che potete trovare in edicola, abbiamo presentato il doppio confronto che a fine mese l’Italbasket del ct Meo Sacchetti dovrà sostenere contro l’Islanda (articolo che trovate in fondo). E proprio dalle parole del tecnico azzurro abbiamo cercato di stilare quella che poteva essere la lista dei convocati per questa seconda e fondamentale finestra delle qualificazioni alla Fiba World Cup 2023. L’allenatore non si era sbilanciato all’epoca dell’intervista, ma aveva sottolineato quanto guardasse al campionato della serie A per tenere in osservazione qualsiasi azzurrabile che potesse fare al caso della Nazionale.

I RITORNI. Dei 16 azzurri convocati per il doppio confronto con l’Islanda, spicca sicuramente e con merito Amedeo Della Valle. La guardia di Brescia, secondo marcatore (19.4 punti di media) e migliore per valutazione (21.5) della serie A, torna ad indossare l’azzurro dopo la parentesi della bolla per le qualificazioni all’Europeo 2022 di Perm’. Soprattutto tornerà al PalaDozza, dove fu a dir poco micidiale con 28 punti contro la Polonia per le qualificazioni al Mondiale 2019. La convocazione dell’ex Milano certifica la necessità di talento offensivo per l’Italbasket, che nella prima finestra delle qualificazioni contro Russia e Olanda ha destato qualche perplessità soprattutto dall’arco.

Insieme a Della Valle si rivede in azzurro anche Paul Biligha, la cui ultima apparizione risale appunto alla World Cup cinese. Tre anni nei quali il centro ha avuto un limitato minutaggio all’Olimpia Milano non riuscendo ad esprimersi al meglio. La sua convocazione risponde ad un altro quesito che ci si è posti all’indomani dei primi due match verso il Mondiale 2023. Innanzitutto la cronica mancanza di fisicità ed atletismo sotto le plance, al quale ci auguriamo che possa metterci una pezza al più presto Paolo Banchero. Senza voler mettere inutili pressioni sul giovane talento di Duke, bisogna guardare al presente. E Biligha è un’alternativa più che valida ad Amedeo Tessitori, àncora della Nazionale nella prima finestra.

Non solo il tiro dalla distanza e la presenza sotto canestro, perché l’ultima versione dell’Italbasket ha denotato un terza difetto: la cabina di regia. Con Mannion indisponibile, Pajola apparso in affanno, è stato adattato a fare il regista Diego Flaccadori. Cosa sulla quale sta lavorando anche a Trento agli ordini di Lele Molin, assistente di Sacchetti in Nazionale. E allora complice anche l’infortunio che costringerà Leonardo Candi a stare ancora per un po’ lontano dai campi di gioco, ha strappato la convocazione Matteo Imbrò, che ha assaporato l’azzurro con sole tre presenze in altrettante amichevoli nel 2012 e nel 2016.

LE CONFERME. Coach Sacchetti non poteva naturalmente rinunciare a quella che è l’ossatura della sua Italia, composta dal blocco ‘olimpico’ Michele Vitali, Stefano Tonut, Amedeo Tessitori, Alessandro Pajola e Nico Mannion, così come ai suoi pupilli Nicola Akele, Davide Alviti e Leonardo Totè, con quest’ultimo che però è ancora in cerca della sua prima presenza con la Nazionale maggiore. Nonostante i suoi 25 anni, l’ala della Fortitudo Bologna rientra in quel ‘young core’ che il ct sta provando a far crescere, a far evolvere, e dei quali fanno parte Matteo Spagnolo e Gabriele Procida.

Due giovani talenti nostrani, che hanno ancora troppi alti e bassi ma dal potenziale sconfinato, addirittura in odore di draft Nba. Stemperando facili entusiasmi, per entrambi questa ennesima convocazione deve rappresentare un ulteriore step del loro percorso. Completano il quadro dei sedici nominativi i due brindisini Raphael Gaspardo, altro lungo atipico che tanto piacciono al tecnico, e Mattia Udom, ala che è stato l’ultimo dei 26 esordienti dell’Italbasket sotto la guida di Sacchetti nel match dello scorso novembre contro l’Olanda.

GLI ESCLUSI. Nell’articolo che trovate sulla rivista di BM in edicola, avevamo avanzato la possibilità di vedere tre giocatori in questa seconda finestra delle qualificazioni Fiba. Diciamo ognuno paragonabile ad un diverso livello di difficoltà che si potesse concretizzare. Ebbene, ne abbiamo azzeccato solo uno, ovvero Amedeo Della Valle, quello forse più semplice. Per certi versi ritenevamo semplice anche la convocazione di Andrea Pecchia, a maggior ragione dopo il suo exploit del gennaio scorso da 28 punti e 48 di valutazione nella vittoria di Cremona contro Sassari.

Giocatore sempre un po’ borderline quando si è trattato delle convocazioni con la Nazionale maggiore, credevamo che questa volta ce l’avrebbe fatta a guadagnarsi una maglia. Ma non è stato così, anche perché il ct è stato chiaro nel dirci che sceglie in base alle necessità della squadra ma anche in base a ciò che gli piace. Deve dunque ancora sgomitare il buon Pecchia. Da un Andrea all’altro, il terzo nome che avevamo fatto è quello di Cinciarini. Seppur ormai fuori dal giro dell’Italbasket, chi meglio di lui poteva sopperire alla mancanza di leadership in regia in questo momento. E forse ci ha dato ulteriore ragione la sua ultima prestazione, ovvero la prima tripla-doppia realizzata da un giocatore italiano. Nella vittoria di domenica di Reggio Emilia contro Treviso, il play ha messo insieme 12 punti, 10 assist e 11 rimbalzi.


Conti in rosso, Sacchetti può richiamare Della Valle

di Giovanni Bocciero*

 Articolo terminato il 24 gennaio

Sul cammino della Nazionale italiana verso il mondiale del 2023 si presenta il doppio confronto con l’Islanda. Per la seconda finestra delle qualificazioni alla World Cup che si disputerà il prossimo anno in Giappone, Filippine ed Indonesia, gli azzurri del ct Meo Sacchetti avranno il compito di addomesticare la formazione della ‘terra del ghiaccio’. Contro Jon Axel Gudmundsson (che ha lasciato da un mese circa la Fortitudo Bologna), Kristinn Palsson (che è maturato nel vivaio della Stella Azzurra) e compagni, l’Italia giocherà il 24 e il 27 febbraio prossimi. Prima palla a due ad Hafnarfjordur, e sarà la prima volta per gli azzurri che in Islanda non c’hanno mai messo piede. Per la verità, contro la nazionale dell’isola del profondo nord europeo sarà solo il secondo match che giocherà l’Italia, la prima ed unica volta - con annessa vittoria - all’Eurobasket del 2015. Quel successo di Berlino che arrivò a fatica (71-64), con un Alessandro Gentile che vestì i panni di miglior marcatore con un bottino da 21 punti.

Entrambe le compagini si presentano a questa finestra con una vittoria ed una sconfitta, anche se sono proprio gli islandesi a poter guardare il bicchiere mezzo pieno in virtù dell’exploit in Olanda (79-77). A maggior ragione, vincere il doppio impegno contro di loro diventa già importante per gli azzurri, all’inseguimento della Russia che dopo due gare è in testa al girone H a punteggio pieno. «Bisognerà fare attenzione alle loro guardie - avverte Sacchetti -, ma sarà ancor più importante la nostra gara. Mi aspetto più costanza nell’arco della partita, cosa che ci è mancata nell’impegno con l’Olanda. Inutile dire che dobbiamo vincere entrambe le partite con l’obiettivo di posizionarci quanto meglio in classifica». Ad ogni finestra Fiba, ritorna anche la questione riguardante i giocatori impegnati in Nba o in Eurolega che non possono essere convocati. «Purtroppo è così, ma è una cosa che accomuna tutte le nazionali. Chi non vorrebbe schierare i migliori giocatori. Noi guardiamo a chi abbiamo». Ma se c’è una caratteristica da apprezzare in questa Italbasket, evidenziata nell’ultima estate tra Preolimpico ed Olimpiade, è proprio la capacità di trarre il meglio e il massimo da chi ha a disposizione. «Abbiamo dimostrato che la nostra principale forza è nel gruppo - continua il ct -, nel quale ognuno assume un ruolo ben definito. Quindi proseguiamo su questa strada».

CABINA DI REGIA. Una strada piuttosto chiara quella tracciata dal tecnico azzurro da oltre due anni ormai. Ovvero, cambio generazionale e largo ai giovani. Eppure il percorso delle qualificazioni alla World Cup è iniziato con qualche perplessità. L’assenza di giocatori di impatto come Simone Fontecchio, Achille Polonara o l’infortunato Nico Mannion, giusto per citarne qualcuno e non i soliti noti, hanno avuto il loro peso e magari dato adito a qualche alibi. Nelle prime due gare di qualificazione si è puntato il dito soprattutto verso l’inesperienza - per età e non solo - che la Nazionale ha fatto trasparire a tratti sia nella sconfitta con la Russia (92-78), che poteva essere anche più pesante, che nella vittoria con l’Olanda (75-73), arrivata in un finale tirato che poteva essere gestito meglio. L’assenza in particolare di Mannion, che sappiamo essere anche un discreto tiratore, e la doppia opaca prestazione di Alessandro Pajola, hanno evidenziato la mancanza di un leader in cabina di regia, dove è stato provato/adattato Diego Flaccadori. E allora chissà che non possa ritornare utile Andrea Cinciarini, che a Reggio Emilia sta vivendo una seconda giovinezza. Giocatore intelligente ed esperto, miglior assistman della serie A, potrebbe proprio fare al caso dell’Italia. «Non scartiamo nessuna ipotesi - commenta ancora Sacchetti - e non precludiamo la convocazione a nessuno. Guardiamo sempre con attenzione cosa ci dice il campionato, e chi sta meglio. Nelle scelte che si fanno contano però diversi aspetti, e non solo quello tecnico. Mi riferisco a quello caratteriale, a come un atleta vive il gruppo. E poi è logico, un giocatore deve anche essere funzionale al modo in cui voglio che la squadra giochi. Mi deve piacere».

Per quanto riguarda invece la linea verde varata dal ct, che ha fatto esordire ben 26 giocatori in Nazionale maggiore, tanti dei quali davvero giovanissimi, la visione è altrettanto chiara. «Monitoriamo tanti ragazzi e siamo pronti a dargli lo spazio che si meritano. Ma una cosa è giocare nel proprio club, un’altra è scendere in campo con in dosso la maglia dell’Italia». Parole sacrosante che non devono però intimorire. Ad esempio nell’ultima finestra si è messo in mostra Nicola Akele, in particolare nell’incontro con l’Olanda, quando si è fatto trovare pronto a prendersi le sue responsabilità. Ragazzo che lavora in silenzio, ha saputo aspettare il suo momento e adesso lo immaginiamo sempre più protagonista. E chissà che non possa essere affiancato da un’altra giovane ala per il doppio confronto con l’Islanda come Andrea Pecchia. Il giocatore di Cremona si è conquistato i titoli dei giornali ad inizio 2022 con la prestazione da 28 punti e 48 di valutazione con la quale ha spinto la sua squadra a battere Sassari. A questo punto anche per lui non è impossibile strappare la convocazione.

PUNTI DALL’ARCO. Dopo la trasferta in Islanda, le due squadre si affronteranno tre giorni dopo al PalaDozza di Bologna. Inutile dire che si spera l’Italia scenda in campo con una vittoria già in tasca, e con l’obiettivo di centrare il bis. L’ultima gara che ha visto gli azzurri calpestare il parquet dello storico impianto di ‘Basket city’ è stata disputata contro la Polonia il 14 settembre del 2018. In quella occasione le due squadre si contendevano la qualificazione al mondiale da disputarsi un anno dopo in Cina. Il pubblico bolognese riempì l’impianto, sostenne la squadra con il suo tifo caloroso, cosa che non dubitiamo mancherà neppure stavolta. Ma soprattutto ci si entusiasmò nel veder brillare Amedeo Della Valle, capace quasi da solo di abbattere la resistenza polacca con una prestazione da ben 28 punti, frutto di una prova balistica dall’arco da 8/11. Altro aspetto nel quale Stefano Tonut e compagni sono stati poco efficienti in Russia e contro l’Olanda. In quella circostanza il cecchino di Brescia era stato il trascinatore dell’Italbasket (vittoria 101-82), e chissà che non possa guadagnare questa volta la convocazione per ritornare ad indossare la canotta azzurra. Lui che dopo qualche stagione sfortunata sta tornando a far vedere tutto il suo talento, tanto da essere il miglior realizzatore della serie A.

In quella stessa partita Michele Vitali non mise piede in campo. Eppure oggi è, se non il capitano, un affermato co-capitano di questa Nazionale. Un giocatore imprescindibile, capace di ricoprire più ruoli, dal protagonista al comprimario, sempre a disposizione dell’allenatore e dei compagni. «Michele è un giocatore che non ha avuto una strada semplice. Ha lavoro sodo - dice Sacchetti -, con grande impegno ed abnegazione, ed è riuscito a costruirsi la sua carriera. Ha avuto delle difficoltà ma è stato coraggioso a mettersi in discussione giocando all’estero. E oggi è il giocatore che tutti ammiriamo».

LE SCELTE DEL CT. Dunque, chi bisogna aspettarsi tra i convocati della Nazionale al raduno di Bologna del prossimo 21 febbraio? Sottolineando per l’ennesima volta che è importante centrare due successi contro l’Islanda, bisogna anche dire che non guasterebbe facendolo con un gioco convincente. Non a caso nell’ultimo aggiornamento del ranking Fiba dello scorso dicembre, l’Italia è l’unica squadra della top 20 ad aver perso una posizione a vantaggio della Lituania che è salita all’ottavo posto. Non è ciò che più c’interessa, ma è sempre un segnale. Certamente il ct Meo Sacchetti non può non partire da una base solida, ovvero dal già citato Vitali, così come il compagno di squadra veneziano Tonut, così come il blocco della Virtus Bologna composto da Pajola, Mannion ed Amedeo Tessitori. Quest’ultimo unico centro italiano di ruolo a disposizione e àncora alla quale nell’ultima finestra ci siamo aggrappati. Abbiamo citato Cinciarini e Della Valle che sembrano ormai fuori dal giro della Nazionale eppure potrebbero risultare utili in questa circostanza. Anche Akele così come Davide Alviti, con il placet di Milano, sono dei papabili convocati, a maggior ragione perché pupilli del tecnico. Magari questa volta sarà della spedizione anche Pecchia, invece di essere una riserva a casa. E poi bisognerà capire se Sacchetti vorrà provare qualche giocatore diverso rispetto allo scorso novembre. Ci vengono in mente Tommaso Baldasso, che sta però trovando poco spazio tra le fila dell’Olimpia, o ancora Davide Moretti, che sta provando a rilanciarsi in quel di Pesaro. Queste sono però scelte soggettive, che rientrano in una sfera tecnico-tattica alla quale sono il ct può rispondere secondo cognizione di causa. L’importante è che chiunque sarà convocato scenda in campo per onorare la maglia. E su questo aspetto non nutriamo dubbi.


* per la rivista Basket Magazine