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giovedì 4 aprile 2024

Alle radici della Coppa Italia della GeVi Napoli

Difesa arcigna e rapidità in attacco le armi preferite del coach croato, già sperimentate con la nazionale polacca riportata ai vertici europei

La scuola di Novosel nelle scelte di Milicic

Dal vecchio e glorioso Napoli del grande tecnico scomparso l'anno scorso, passando per la Coppa Italia vinta nel 2006 con Mimmo Morena capitano


di Giovanni Bocciero*


C’È UN SOTTILE FILO ROSSO che unisce il passato ed il presente del Napoli Basket, e che con grande timidezza prova a guardare al futuro. Ovviamente l’attuale centro di gravità non può che essere coach Igor Milicic, che ha portato una ventata di aria fresca al club partenopeo. Dopo due stagioni con la salvezza in serie A raggiunta a denti stretti, il progetto societario questa estate ha svoltato. Sì, perché è parso chiaro sin da subito che il presidente Federico Grassi un’altra annata in apnea non l’avrebbe voluta vivere.

Per evitare un altro campionato per deboli di cuore, era necessario provare a fare un salto di qualità fuori dal campo. Ecco allora la scelta di Alessandro Dalla Salda in qualità di amministratore delegato, seguito poi da Pedro Llompart nel ruolo di responsabile dell’area sportiva, sino ad entrare nel dettaglio dell’area tecnica con la panchina affidata al croato Milicic, salito alla guida di un roster completamente rinnovato.

BAMBOLE RUSSE. Tre scelte che si sono incastrate quasi come fossero delle bambole russe. Stessa forma, stessa consistenza, solo grandezze diverse derivanti dal ruolo ricoperto ma differenti dal punto di vista di osservazione. Naturalmente se si fa un discorso di organizzazione, di strategia, ovvio che il lavoro di Dalla Salda non può passare inosservato. Ha ristrutturato l’organigramma della società e diviso le responsabilità in macro aree. Tra l’altro, sue le parole all’atto di insediamento sul potenziale di una realtà come Napoli, unica nel panorama italiano per bacino d’utenza a poter aspirare a competere con due “franchigie europee” come Olimpia Milano e Virtus Bologna.

Se invece l’attenzione si sposta dalla stanza dei bottini al campo - quello più visibile ed ovviamente più ricercato dal pubblico - gli occhi non possono che essere puntati su Igor Milicic. L’allenatore è il principale fautore del miracolo all’ultima Final Eight di Coppa Italia. Un successo arrivato 18 anni dopo quello del 2006 dell’allora SSB Napoli. Ma soprattutto sull’onda della vittoria dello scudetto nel calcio, che ha riaffermato la città di Napoli ai più alti livelli sportivi nazionali.

MILICIC STYLE. Milicic è arrivato a Napoli un po’ come un oggetto misterioso. Certo, di lui si parlava bene soprattutto dopo l’exploit che ha avuto con la Polonia ad Eurobasket 2022. Una competizione nella quale ha saputo guidare la nazionale ad uno storico quarto posto, con Michal Sokolowski - del quale parleremo più avanti - e Mateusz Ponitka che in campo ha giganteggiato. E proprio in virtù di quella esposizione mediatica, il giocatore ha poi rescisso prima dell’inizio del campionato con la Reggiana di Dalla Salda - che ci aveva visto lungo - per accasarsi al Panathinaikos. Quella Polonia ha superato la Slovenia, campione in carica, detronizzando Luka Doncic e compagni ai quarti di finale, con una prestazione nel pieno stile del basket offerto da Milicic.

Una pallacanestro decisamente a passo con i tempi, fatta di una arcigna difesa ed un attacco pungente che entrato in ritmo è poi difficile da contenere. Per chi non si ricordi, in quel quarto all’Europeo la nazionale polacca ha segnato 58 punti nel solo primo tempo, con un perentorio parziale da 22-2. Giocare con una difesa asfissiante ed un attacco veloce porta comunque a spendere tante energie. È per questo impossibile reggere 40’ con questa intensità, quindi bisogna mettere in conto anche il più classico dei passaggi a vuoto. Non a caso la Slovenia quella gara l’aveva ribaltata con un parziale di 24-6, prima di subire il ritorno polacco per il definitivo 90-87.

CORSI E RICORSI STORICI. Facciamo però un passo indietro, e ritorniamo a quel sottile filo rosso. E sì, perché prima di Milicic c’era già stato un altro allenatore di origine croata che aveva entusiasmato il popolo napoletano appassionato di pallacanestro. Stiamo parlando di Mirko Novosel, una leggenda del basket mondiale che è scomparso l’estate scorsa. Allenatore di Napoli dal 1988 al 1990, dopo aver vinto praticamente ogni cosa con la Jugoslavia ed il Cibona Zagabria, il suo modo di intendere e giocare la pallacanestro hanno influenzato generazioni di allenatori.

Senza ombra di dubbio è stato un precursore, perché Novosel ci teneva al fondamentale del tiro, prim’ancora che si arrivasse alla moderna esagerazione delle triple dei giorni nostri. Questa visione però, già all’epoca induceva le sue squadre a giocare allargando quanto più possibile il campo, e non solo per tirare ma in modo da poter sfruttare gli ampi spazi che si creavano per attaccare ed arrivare al ferro.

Tanti sono stati i giocatori napoletani formati dal modo di giocare a basket di Novosel. Uno su tutti Mimmo Morena, storico capitano del Basket Napoli che nel 2006 ha alzato la Coppa Italia a Forlì. Un successo che non viene ricordato adesso solo perché un’altra squadra partenopea è riuscita in questa impresa. Questo è bene ricordarlo. Quella Napoli era una formazione da album dei ricordi della serie A. E Morena era il classico lungo atipico, che toccato da Novosel a fronte dei suoi 210 cm d’altezza aveva delle mani fatate che lo rendevano forse addirittura più pericoloso nel tiro dalla distanza, piedi a terra, che non sotto canestro.


LA STORIA SI RIPETE. La Napoli del presidente Maione e di coach Bucchi contava in campo su Sesay, Morandais, Stefansson, Rocca, Spinelli, Cittadini, Larranaga e soprattutto Lynn Greer, il folletto di Philadelphia. A guardarla oggi, questa formazione ha tante similitudini con quella attuale, ed ovviamente tanto del proprio gioco assomiglia a quello predicato dall’inizio della stagione da Milicic. In particolare non si può non vedere in Jacob Pullen la freddezza che aveva appunto Greer. In un’amichevole dell’epoca, coach Marcelletti che allenava a Caserta rimase sbigottito nel vedere il giocatore di Philadelphia, a tal punto da esporsi a definirlo il miglior giocatore del campionato. Non ci andò per nulla lontano. Pullen per certi versi lo ricorda parecchio in campo, decisivo quando è necessario. Anche alla Final Eight di Torino, quando sembrava eclissato, ha mandato a bersaglio due triple vitali, prima nel supplementare in semifinale con Reggio Emilia, e poi nell’ultimo atto contro Milano compiendo il controsorpasso nel tiratissimo finale.

UNA FOTO DAL CAMPO. Ad inizio stagione era stata posta una domanda piuttosto chiara al coach croato, ovvero se esistesse uno stile Milicic che potesse spiegare il modo di giocare delle sue squadre ai tifosi che non lo conoscessero. La risposta fu semplice e chiara, senza veli: «Non so se esiste un vero stile perché faccio fare un po’ di tutto. Quello che cerco è di ottenere il massimo dai giocatori. In squadra abbiamo molti tiratori, per questo vogliamo giocare velocemente per creare opportunità di tiro. Oltre al fatto che abbiamo un centro che corre bene il campo, e che assieme ai buoni playmaker può giocare in velocità. La cosa principale per me, però, è che la mia squadra deve giocare una difesa solida». È l’esatta fotografia della partita della Polonia contro la Slovenia, e di quello che ha fatto vedere Napoli in questa prima parte di stagione. Parentesi Coppa Italia compresa.

È in questo contesto che il dirigente Llompart con il direttore sportivo Giuseppe Liguori sono andati alla ricerca dei giocatori giusti da inserire nello scacchiere azzurro a disposizione dell’allenatore. Costruita prima la base italiana con Alessandro Lever, Giovanni De Nicolao insignito del ruolo di capitano, e Michele Ebeling, poi si è pensato all’ossatura della squadra con gli ingaggi di Tomislav Zubcic, Tariq Owens, Jacob Pullen, Tyler Ennis, Markel Brown rinforzo di dicembre e Michal Sokolowski.

Ognuno con le giuste caratteristiche per interpretare la pallacanestro dell’allenatore e per questo utile alla causa. Basti pensare alla bidimensionalità di Zubcic, grande protagonista ad inizio stagione, o a Owens che si è calato alla perfezione nel ruolo di “signore degli anelli”, o ancora a Pullen decisivo in più d’una occasione così come Ennis che con le sue qualità di grande passatore (è primo nella classifica degli assist) è il vero fulcro del gioco di Napoli.

IL PRETORIANO. E poi c’è lui, Sokolowski, lasciato per ultimo ma in realtà il primo colpo di mercato del club azzurro di questa estate. Già in Italia in quel di Treviso, è il pretoriano di coach Milicic che gli ha affidato un ruolo importante nella nazionale polacca e che già la passata stagione lo ha voluto con sé nell’avventura al Besiktas. Non è un caso se il classe ’92 di Varsavia è tra i giocatori con il più alto minutaggio dell’intero campionato. Si sbatte sempre e comunque in campo, rendendosi prezioso in tanti modi diversi: si getta a terra per recuperare un pallone, si lancia in aria per spizzare un rimbalzo, segna una tripla preziosa oppure semplicemente difende forte. Ecco, se chiedessimo a Milicic quale sia il suo giocatore ideale, molto probabilmente risponderebbe facendo il nome di Sokolowski piuttosto che elencare una serie di caratteristiche.

Con la vittoria della Coppa Italia il coach ha fatto breccia nel cuore dei tifosi napoletani, che lo hanno osannato al rientro della squadra alla stazione di Napoli. È riuscito a compattare un gruppo di giocatori che sembra giocare innanzitutto per la città. Lo si apprezza nelle parole dei protagonisti, che spesso sottolineano di voler regalare delle gioie ai napoletani. Non è un aspetto ininfluente o secondario, ma descrive anche il lavoro che il tecnico sta svolgendo nello spogliatoio.

IL FUTURO È L’EUROLEGA. Cosa riserverà il futuro è ancora presto per dirlo. «Sono stati sei anni duri fino ad oggi - le parole recenti del presidente Grassi -, tutti dicevano che nel giro di mesi saremmo falliti come le precedenti società. Vincere in questa città è più importante che farlo in altri posti. Speriamo di qualificarci per i playoff, nei quali proveremo eventualmente a dire la nostra, consapevoli che abbiamo un roster ridotto rispetto alle corazzate».

La società è forte e stabile dal punto di vista economico, ed ha dimostrato di poter puntare ad avviare un progetto che possa regalare altre soddisfazioni e soprattutto duraturo nel tempo. Il vero quesito è se Igor Milicic sarà ancora sulla panchina di Napoli. Non ci sono voci di corridoio in tal senso, è ancora troppo prematuro. Ma per quello che sta facendo il tecnico croato, non potrà rimanere ancora a lungo indifferente ad una compagine di grande livello europeo, magari già in Eurolega.

PROFILO

Igor Milicic è nato a Slavonski Brod, in Croazia, nel 1976. Ex cestista, dopo gli inizi a Rijeka e Spalato si è trasferito in Polonia. Ha giocato anche in Grecia e Turchia, ma gli ultimi sei anni di carriera li ha trascorsi nuovamente in Polonia tra Prokom Sopot e Azs Koszalin. Proprio in quest’ultima, appese le scarpette al chiodo nel 2014, inizia ad allenare. Passa poi al Wloclawek con cui vince tutto: due campionati, una coppa nazionale e una supercoppa polacca. Presa la cittadinanza, dal 2021 è ct della rispettiva nazionale. Prima di arrivare la scorsa estate a Napoli, ha allenato anche lo Stal Ostrow, dove ha vinto un’altra Polska Liga ed una Coppa di Polonia, ed il Besiktas.


*per la rivista Basket Magazine

giovedì 29 febbraio 2024

L'anno da sogno in "Napoli nel Cuor3"

L'anno da sogno in "Napoli nel Cuor3"

Storia di identità e di passione

QUANDO SI VINCE AL SUD si prova una sensazione differente rispetto al successo di una squadra del Nord. Lo ha dimostrato anche l’ultimo scudetto conquistato dal Napoli. E tra calcio e basket cambia poco la sostanza, perché nelle vittorie di questi due sport ci sono più di una similitudine. Lo scudetto del Napoli, il terzo della propria storia, è stato raccontato nel libro “Napoli nel Cuor3 Identità e passione”, edito da Graus Edizioni, opera prima del nostro collaboratore Giovanni Bocciero, nativo di Maddaloni e cestista fino al midollo. Prestato al romanzo ed al calcio, Bocciero ha ripercorso la trionfale cavalcata degli azzurri di Spalletti in un volume dove oltre ai risultati traspirano altri due valori importanti: l’identità e la passione. L’identità di un popolo, quello napoletano, che viene raccontato con gli occhi di un emigrato che attraverso aneddoti ed esperienze uniche ha cercato di unire quel sentimento che tiene legate le persone dalle stesse origini. La passione è invece quel fuoco che arde in continuazione, e che rappresenta senza alcun dubbio l’anima di una città, che attraverso il successo sportivo è salita alla ribalta delle cronache nazionali per la sua eterna bellezza.



NELLE PAGINE DEL ROMANZO, infatti, si cerca di raccontare con minuzia del dettaglio come Napoli si sia vestita a festa per questo traguardo che in quelle terre coincide con il riscatto sociale. Volendo trovare un parallelo con la pallacanestro, non possiamo non ritornare a quel 1991, quando era la Juvecaserta degli Esposito e Gentile a conquistare il tricolore contro Milano. E se per i primi due scudetti del Napoli c’era una figura che ‘oscurava’ tutti gli altri, ovvero quel fenomeno che rispondeva al nome di Diego Armando Maradona, il successo della passata stagione ha visto una squadra molto più simile a quella Juvecaserta. Una compagine dove ognuno ha portato il suo prezioso e fondamentale contributo: le reti di Osimhen, i dribbling di Kvaratskhelia, la regia di Lobotka, le parate di Meret, la leadership di Di Lorenzo. Quel successo di soli pochi mesi fa sembra già appartenere alla storia per l’andamento del campionato attuale da parte degli azzurri. Ed è proprio quello che invece non ci auguriamo noi. Perché sull’onda emotiva delle vittorie è tutta la città che ne deve beneficiare a livello di impiantistica sportiva, un tema sempre più al centro dell’attività di base. Basti guardare a Caserta, dove il PalaMaggiò ed il PalaPiccolo sono alle prese con interventi strutturali e l’odierna squadra di serie B è costretta ad emigrare in quel di Maddaloni ed Aversa con non poche difficoltà logistiche per allenarsi e disputare le partite.

QUANDO SI LAVORA BENE si può vincere anche al Sud. E non parliamo di dover avere a disposizione risorse economiche infinite, ma di saper spendere quel tanto che si ha in maniera oculata affinché si creino le condizioni per poter aspirare alla vittoria. Proprio come sta succedendo al Napoli Basket, per trovare un altro parallelo con il libro “Napoli nel Cuor3” di Bocciero, che questa estate ha affidato la gestione ad un dirigente competente quale Alessandro Dalla Salda. Si è così costruita una squadra che, in controtendenza con la stagione calcistica, sta infiammando il popolo azzurro che di domenica in domenica riempie fino allo stremo il PalaBarbuto, oggi Fruit Village Arena. E la passione che i tifosi dimostrano, non solo da quest’anno, meriterebbe un impianto decisamente più grande e a passo con i tempi. Considerato che a poche decine di metri c’è lo scheletro del maestoso e storico PalArgento, più volte tirato in ballo per progetti di ricostruzione, sarebbe proprio il momento giusto per dare alla squadra ed ai suoi appassionati una casa degna del suo nome.

Recensione su Basket Magazine

sabato 27 maggio 2023

Riccardo Rossato: «Massimo impegno e non mollare mai, così si arriva»

Intervista al capitano dello Scafati Basket, che è riuscito a spuntarla nella corsa salvezza nel campionato di serie A. Con Riccardo Rossato abbiamo parlato delle sue esperienze, di come è andata la stagione con l'esordio in Lba, dei playoff e dei temi caldi di questi giorni.



giovedì 18 maggio 2023

Biagio Sergio: «Mai dimenticare le proprie origini»

Con il capitano della JuveCaserta 2021 parliamo della nuova avventura in bianconero, dell'andamento del campionato di serie B e delle esperienze avute nell'arco della sua carriera, ricordando la grande tradizione della pallacanestro campana


Cuore Napoli - Virtus Cassino, semifinale serie B 2016/17





martedì 3 gennaio 2023

Il video racconto: Scafati sotterra Napoli 96-61

Scafati sotterra Napoli 96-61



Giovanni Bocciero*


SCAFATI-NAPOLI 96-61

PARZIALI: 21-15; 40-29; 73-47.

SCAFATI: Stone 10, Thompson 4, Okoye 21, Caiazza 1, Mian, Pinkins 24, De Laurentiis n.e., Rossato 7, Imbrò 4, Butjankovs 4, Tchintcharauli, Logan 21. All. Caja, Ass. Ciarpella.

NAPOLI: Zerini 3, Howard 14, Johnson 3, Michineau 9, Dellosto 3, Davis 6, Uglietti 6, Williams 8, Stewart 9, Zanotti, Sinagra n.e., Grassi n.e.. All. Buscaglia, Ass. Pancotto.

ARBITRI: Carmelo Lo Guzzo di Pisa, Lorenzo Baldini di Firenze e Daniele Valleriani di Ferentino (FR).

Nella bolgia del PalaMangano, strapieno, è andato in scena il derby campano di serie A tra Scafati e Napoli. Un derby che mancava dal 3 maggio 2017, quando Avellino sfidò e battè Caserta per 79-75. Compagni di squadra con la casacca degli irpini Logan e Zerini, oggi rivali. Per una gara tra le due compagini in questione, in massima serie, bisogna addirittura ritornare al 13 aprile 2008, quando Napoli battè al PalaBarbuto Scafati per 69-59. Al termine di quella stagione però, gli azzurri furono estromessi dal campionato e gli scafatesi da fanalino di coda retrocessero.

Primo tempo

Pronti via, sono i padroni di casa che prendono subito in mano le redini del gioco. Anche senza tirare particolarmente bene, gli uomini di coach Caja mettono punti a referto con un Pinkins ispirato, che ad inizio secondo quarto già è in doppia cifra, mentre appena dopo l'intervallo scollina quota 20 punti personali. Napoli fatica a trovare la via del canestro, anche e soprattutto perché sbatte più volte contro il muro difensivo eretto dagli avversari. A rimpinguare il bottino ospite è colui che non ti aspetti, quel Michineau che riesce un paio di volte a penetrare nel cuore dell'area scafatese, segnando o guadagnandosi i liberi. La verve offensiva del solito Howard permettono a Napoli di rimanere quantomeno incollata col punteggio, ma l'esterno è stato troppo altalenante per prendersi in spalle la squadra nei momenti di grande difficoltà. E se Williams fosse stato più preciso ai liberi si poteva anche limare qualcosa in più allo svantaggio arrivato al massimo sul 38-25 proprio sul finire del primo tempo. Una distanza scavata da quel genio di Stone che mettendosi in proprio ha mandato a bersaglio una tripla con la quale ha raggiunto la doppia cifra personale e gasato l'intero impianto.

Secondo tempo

Sugli spalti è stata una contesa anche tra tifoserie, mentre in campo Scafati è entrata ancor più decisa dopo l'intervallo. Logan, dopo aver sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, infila la prima tripla di serata dando il là al parziale casalingo (+30 sul 66-36 al 26'), segnando 16 punti in poco più di 6' di gioco. Stone, nella ripresa non ha più segnato, ma in compenso è arrivato a 11 assist rendendosi artefice della migliore azione difensiva: recuperata palla, ha condotto la transizione e regalato un cioccolatino ad Okoye che ha schiacciato a due mani. Pubblico in visibilio e gara che ha preso una direzione piuttosto decisa. Con lo stesso Okoye che ha infilato due triple, e Pinkins che ha tirato giù 11 rimbalzi. Il resto del match è stato praticamente garbage time, con Napoli che ha provato a limare il passivo. Ma con un Johnson peggiore in assoluto ed impalpabile per tutta la contesa, non è riuscito neppure quello. Mentre invece Logan con uno step-back dall'arco ha fissato il parziale sul 93-53. Nel finale c'è stata gloria anche per il giovane Caiazza, a segno dalla linea della carità a completare la serata magica per Scafati.

Post partita

Dopo la pesante sconfitta, Napoli si è chiusa in silenzio stampa e l'esperienza di coach Buscaglia - che non ha certo ricevuto le risposte giuste dalla squadra - sembra essere arrivata al capolinea. Ma i problemi della compagine azzurra non sembrano essere solo mentali, ma è evidente che ci sono delle lacune nel roster in termini di talento e leadership. Coach Caja ha invece elogiato i suoi giocatori e la società, per essere intervenuta in maniera celere in sede di mercato. Ma il tecnico non vuole fare voli pindarici, «guardo chi abbiamo dietro e non chi c'è davanti. Siamo una neopromossa e dobbiamo pensare a salvarci. Sono arrivato che eravamo ultimi, quindi la Final Eight di Coppa Italia non è un nostro obiettivo. Prima capiamo che dobbiamo trovare il nostro equilibrio, il nostro sistema di gioco, e prima riusciremo a migliorare ancora di più».


sabato 23 gennaio 2021

Serie A2. La scalata di Monaldi riprende da Napoli

Nella GeVi è guidato da Sacripanti, il Ct con cui ha vinto l’oro europeo con l’U20 sette anni fa

La scalata di Monaldi riprende da Napoli

“Questa è una città che merita tanto, e per me è un’emozione essere il capitano di una squadra che ha molte potenzialità”, ma non parla di promozione per scaramanzia


di Giovanni Bocciero*


Una carriera giovanile vissuta da stella nascente, con tanti premi individuali messi sulle mensole e da mostrare con orgoglio. Da grande, ovunque ha giocato ha lasciato il segno, non solo con giocate come quella Chieti che regalò la salvezza in A2 ma anche e soprattutto con i gesti da bravo ragazzo. Oggi Diego Monaldi è un giocatore cardine della GeVi Napoli pronta ad assalire il campionato di A2. E lui come sempre non si sta facendo trovare impreparato.

Ma avvolgiamo il nastro, a quando Diego aveva circa dieci anni e come un po’ tutti i ragazzini sognava di diventare famoso dando i calci ad un pallone. «Prima ero effettivamente un calciatore - ha esordito -. Ho giocato due anni a calcio ma poi ho smesso. Allora mio padre, che ha giocato a pallacanestro nelle minors e poi è rimasto nell’ambiente come dirigente della Virtus Aprilia, mi ha suggerito di provare a fare basket anche perché si trattava di uno sport sempre con la palla. Lì è sbocciato l’amore. Ho mosso i primi passi cestistici nella squadra della mia città ed oggi posso dire di praticare questo sport grazie a mio padre».

Diego Monaldi vuole riconquistare la serie A
riportando Napoli tra le grandi
Da Aprilia al gotha del basket giovanile il passo è davvero breve. E c'è sempre di mezzo lo zampino del papà che lo ha accompagnato ad un provino per la Virtus Roma fingendo che fosse una partita di beneficenza. «Sono arrivato a Roma che avevo dodici anni, ed ho giocato lì per due stagioni. Poi è arrivata la chiamata della Montepaschi Siena che ha dato il via a tutto il mio percorso da giocatore vero». Ha partecipato da protagonista, e il più delle volte con annate superiori, a tante finali nazionali vincendo lo scudetto U15 e U17. Ha fatto anche incetta di premi individuali perché quando era più giovane giocava soprattutto da guardia, ed in attacco era a dir poco stellare. Sono infatti diverse le prestazioni importanti che ne hanno accompagnato la crescita, come i 37 punti al prestigioso Trofeo Zanatta. «Quando ero più piccolo ero un realizzatore, e per questo giocavo molto di più guardia rispetto che playmaker. Tale scelta era dettata anche dal fatto che quando ero ancora un under - ha spiegato il ragazzo - fisicamente ero più predisposto a fare la guardia. Poi crescendo ho dovuto un attimo riassestare il ruolo e pian piano ho iniziato il percorso principale nel playmaking. Senza togliere che posso ancora giocare da guardia all’occorrenza».

Il presente di Diego Monaldi si chiama Napoli. Una città nella quale è arrivato due estati fa rinunciando addirittura alla serie A, convinto di sposare un progetto ambizioso. Una città nella quale si è subito ambientato, capendola sino nel profondo perché «questo è un popolo che va vissuto, e finché non si vivono determinate situazioni o luoghi non ci si rende conto. Napoli merita tanto - ha raccontato il play - e le persone che la abitano meritano altrettanto. Sarò forse ripetitivo, ma a Napoli sin dall’anno scorso mi sono trovato molto bene. E intendo sia con i napoletani che con il club. C’è una sorta di sintonia particolare e tra l’altro sono davvero emozionato ed entusiasta di poter rappresentare da capitano questa squadra e la città. Con Napoli è nata anche una certa responsabilità, che se vogliamo possiamo definirla una vera missione. Mi auguro, ed è il mio sogno nel cassetto, di riuscire a riportarla nella categoria che merita».

Il campo sta confermando tutto ciò che si diceva di buono sulla squadra sin dall’estate, ma la strada è ancora molto lunga. «Siamo una squadra che può ancora crescere, e lo può fare davvero tanto. In primis perché il roster è nuovo e dobbiamo ancora amalgamarci. E poi perché proprio il valore e le caratteristiche dei singoli fanno pensare che possiamo migliorare tanto. Comunque più giochiamo e più ci conosciamo, e questa cosa potrà aiutarci tanto nell’arco della stagione».

Il play ha già rubato il cuore ai tifosi
napoletani: tutta questione di nome.
Diego sotto il Vesuvio è garanzia d’amore
Nonostante qualche difficoltà avuta in Supercoppa, da quando ha avuto inizio il campionato il ruolino di marcia della formazione azzurra è positivo. Non solo in termini di risultati ma anche di prestazioni. «Abbiamo giocato delle ottime prestazioni, rispettando i pronostici e giocando in maniera solida contro avversarie comunque non facili. Ma il campionato è ancora molto lungo - ha rammentato Monaldi - e dobbiamo continuare su questa strada, pensando gara dopo gara. Se dovessimo riuscire a fare questo, magari più avanti possiamo toglierci delle belle soddisfazioni». Il riferimento è chiaro alla promozione, ma evidentemente il play si è così calato nell’ambiente partenopeo che ha fatto propria anche la scaramanzia.

In precampionato coach Pino Sacripanti lo ha spesso utilizzato in coppia con Josh Mayo, fermo ai box nelle prime partite ufficiali. Non una novità per il ragazzo di Aprilia che nella sua carriera ha spesso condiviso il backcourt con l’americano di turno. Un’opzione tattica che può esaltare le caratteristiche di entrambi gli atleti e della quale Napoli può solo beneficiare. «Josh è una pedina molto importante per noi. Di sicuro poterci mettere in campo insieme è una fortuna ed anche una possibilità sia per noi che per il coach. Anche lui ha caratteristiche realizzative e il giocare insieme dipende molto da come si imposta il gioco. Quando siamo in campo non ci mettiamo d’accordo - ha rivelato Monaldi -, nel senso che chi è più vicino alla palla se la va a prendere mentre l’altro apre il campo giocando da guardia. Con il fatto che entrambi possiamo dividerci tra play e guardia penso che sia proprio un’ottima combinazione. Questo ci permette di giocare molto bene insieme e può essere un’arma in più che il coach può usare all’interno del suo sistema di gioco».

Il play è uno dei giocatori più apprezzati dalla tifoseria, e lui non nasconde di ricambiare tutto questo affetto. «Mi è spesso capitato di essere riconosciuto per strada così come mi è capitato di vedere i ragazzi che vanno a giocare nei campetti indossando la mia maglietta o comunque la canotta del club. Queste cose le ho vissute da bambino perché anch’io facevo le stesse cose, ma rivederle adesso che sono un giocatore mi riempie il cuore. Napoli è una città che a mio avviso può dare tanto. Già lo ha fatto in passato soprattutto a livello calcistico, ma anche per quanto riguarda la pallacanestro ha una tradizione molto importante. Quindi, con tutto il cuore - ha detto Monaldi - darò il massimo per cercare di portare Napoli in serie A».

Nelle scorse settimane la città ha vissuto il lutto di Diego Armando Maradona, che ha trascinato Napoli alle più belle vittorie sportive facendola riscattare anche dal punto di vista sociale. «Maradona è una leggenda mondiale, e senza mezzi termini è il calcio - ha commentato il capitano della GeVi -. A mio modesto avviso quando si parla di calcio il suo nome ci sarà sempre. Riguardo alla sua scomparsa, e come ha reagito la città, penso che descriva perfettamente il calore che Napoli può dare. Si è visto l’attaccamento che i napoletani hanno nei suoi confronti, non solo per il giocatore ma anche per la persona che è stata. Io ero piccolo e non ho vissuto realmente su pelle tutte le emozioni che è riuscito a regalare, ma purtroppo con la sua scomparsa Napoli ha tirato fuori tutto quello che lui ha dato quando era qui. E credo che tutto ciò sia stato veramente molto emozionante, e a me ha toccato davvero nel profondo».

A 27 anni cerca il salto di qualità
sotto la guida di coach Sacripanti
Da un azzurro all’altro, Diego Monaldi ha fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili dall’U16 alla Sperimentale, e proprio con il suo attuale allenatore ha vinto la medaglia d’oro agli Europei U20 del 2013. «Con coach Sacripanti credo di aver vissuto un’esperienza fantastica ed unica, perché la vincita di quell’oro è stata un’emozione indimenticabile. Prima dello scorso anno l’ho avuto solo in quell’avventura azzurra. Ovviamente con lui mi trovo bene. Da lui ho imparato tante cose e mi auguro di poterne imparare sempre di più. C’è un rapporto di fiducia che penso all’interno di una squadra e di un club sia fondamentale». In nazionale maggiore si sta assistendo ad un cambio generazionale, e forse ciò è ancor più evidente in cabina di regia. Per questo Diego strizza l’occhio al Ct Meo Sacchetti e non si pone limiti. «Per quanto riguarda la nazionale mi auguro che magari un giorno possa avere l’opportunità di essere convocato. Sicuramente ci spero, e lavoro comunque ogni giorno per centrare anche questo obiettivo. Lo auguro a me stesso e farò di tutto per poter raggiungere anche questo traguardo».

Fuori dal campo Diego si definisce una persona abbastanza tranquilla, a cui piace «ascoltare musica, leggere libri e ogni tanto giocare alle solite console che si possono ben immaginare. Mi piace anche approfondire l’ambito economico, nel senso che cerco di apprendere nozioni su questa tematica». Ma una volta appese le scarpette al chiodo, cosa farà? «Questa è una bella domanda, ma al momento non ho una risposta. Sto facendo diverse cose in contemporanea con la carriera da giocatore ma un’idea ben precisa non ce l’ho. Più che altro diciamo che ancora non me la sono posta e non ho neppure la voglia di stare tanto a pensarci. Non so se mi vedo come un allenatore, ma sicuramente mi piacerebbe rimanere all’interno del mondo del basket. Alla fine è la tua stessa vita, e questo sport ti lascia così tante cose che magari un giorno puoi trasmetterle a tua volta ad altri. Quindi rimanere nell’ambiente sicuro mi piacerebbe. Ho fatto anche un corso per dirigente lo scorso anno, giusto per avere un’ulteriore freccia in faretra nel momento in cui la mia carriera finirà. Così a quel punto - ha concluso Monaldi - potrò decidere con più calma e tranquillità».



* per la rivista BASKET MAGAZINE

martedì 13 ottobre 2020

Campania felice. Napoli e Scafati, derby da serie A. In B Salerno preme per salire

La corsa verso la serie A vede in prima fila le due squadre campane: ogni loro confronto quest'anno varrà doppio

Napoli e Scafati, derby da serie A

Importanti investimenti, addizioni tecniche di peso, panchine prestigiose: GeVi e Givova non hanno trascurato alcun dettaglio. Pesa nella regione la nuova delusione della Juve Caserta, mentre in serie B c'è Salerno che preme per salire, Partenope e Pozzuoli che completano il quadro ampiamente positivo della Campania ed Avellino che stringe i denti per riuscire ad esserci 


di Giovanni Bocciero*

Quest'anno il campionato di serie A2 parlerà molto campano. O almeno sono queste le premesse visto quanto hanno imbastito in sede di mercato la GeVi Napoli e la Givova Scafati. Le due formazioni si sono addirittura infastidite in alcune trattative, proprio perché aspiravano ad ingaggiare i migliori giocatori su piazza. Alla fine hanno costruito due roster molto competitivi, costosi e profondi. Con i giusti paragoni, fanno pensare al duello in massima categoria tra Olimpia Milano e Virtus Bologna. L’obiettivo per entrambe è quello di agguantare la promozione, a maggior ragione quest’anno che saranno due le squadre a festeggiare il salto in serie A.

Napoli ha investito davvero tanto, per questo ci si chiede perché non abbia accettato il ripescaggio in massima serie. «Con il budget che abbiamo speso non si poteva fare l’A1, anche perché si sarebbe passati al professionismo - ha esordito il presidente Federico Grassi - e quindi si raddoppiavano le tasse e tutti gli altri corollari che vi sono intorno. Stando ai fatti non potevamo farla solo per lottare per la salvezza perché Napoli non è piazza da bassa classifica. Abbiamo così preferito fare un’A2 di vertice e provare a conquistarla sul campo, provando anche a creare entusiasmo tra gli imprenditori napoletani che potrebbero darci una mano in futuro. Adesso avremmo rischiato di fare tre mesi di A1 e finire come tante altre società del passato - ha ammonito il massimo dirigente - perché ci mancano almeno 2 milioni di budget. Al contrario, abbiamo valutato tutto e budgettizzato l’intera stagione avendo messo già a bilancio spettanze e tasse. So che Napoli vuole l’A1, ma ci vuole tempo. Speriamo di riuscirci l’anno prossimo, così da crescere e capire anche come strutturarci per la categoria, perché oltre agli imprenditori dobbiamo crescere come società. Dobbiamo arrivare in A1 per restarci - ha concluso Grassi - e non per essere delle meteore».

Nell’ottica della crescita si è lanciato anche il progetto ‘Napoli Academy’, che vede «sei ragazzi aggregati alla prima squadra - ha detto coach Pino Sacripanti -. Stiamo facendo un buon lavoro sul settore giovanile, mi auguro che Napoli possa diventare una vera scuola di basket facendo crescere giocatori importanti». Tornando al presente, sulla carta la formazione napoletana sembra essere la grande favorita, il che inevitabilmente accresce la pressione. «Non credo tanto a ciò che si racconta - ha smorzato il tecnico -. Dobbiamo vedere in campo che squadra siamo, che squadra saremo e che squadre saranno le altre. È facile dire Napoli è la più forte, ma anche Torino, Scafati, Udine, Ravenna, Forlì lo sono. Almeno otto o nove squadre possono ambire alle due promozioni. Poi c’è sempre qualche sorpresa, così come chi può fallire, e sarà il campo a dirlo. Non credo sulla pressione da testa di serie, ma se lo saremo me la prendo volentieri perché vorrà dire che siamo forti davvero e ne sarei molto contento. Abbiamo costruito una squadra con giocatori navigati tra A1 e A2, con requisiti precisi: pronti per la categoria, atletici e fisici, e che sposassero a lungo termine il progetto. Ai giocatori chiedo di essere bravi nel saper diminuire il minutaggio ma non perdersi in efficacia, ciò che avviene quando si va in squadre con ambizione e un roster lungo. Bisogna essere capaci di dare tutto per il collettivo - ha concluso il tecnico - e meno per se stessi».

Jordan Parks (ex Treviso) e Josh Mayo (da Varese) per
Napoli una coppia da serie A. Andrea Zerini altro colpo
del ricco mercato azzurro (ufficio stampa Napoli)
Tra i volti nuovi Andrea Zerini rappresenta il diamante incastonato nella corona azzurra insieme agli americani Josh Mayo e Jordan Parks. «È stato facile scegliere Napoli perché ho parlato col coach del progetto, e mi ha illustrato le intenzioni della società e la sua volontà - ha rivelato Zerini - di come costruire la squadra. Questa è una sfida e voglio dimostrare di essere un giocatore importante aiutando la squadra a salire di categoria. C’è un po’ di pressione per essere favoriti, perché la squadra è stata costruita per un obiettivo chiaro. Sta a noi dimostrare di meritare queste pressioni, che fanno parte del gioco e stuzzicano. Con Scafati saranno delle partite toste perché anche loro sono un’ottima squadra. I derby poi - ha concluso il lungo - sono partite a sé e spero di giocarle con il pubblico perché saranno sicuramente emozionanti».

Reduce dalla passata stagione, il play Diego Monaldi non vede l’ora di incominciare. «Quest’anno la squadra si è rinforzata e l’augurio è che vista l’ottima qualità del mercato fatto ci siano tante persone a seguirci e sostenerci. Le pressioni ci sono sempre, indifferentemente se si lotta per un obiettivo o l’altro. Sappiamo cosa dobbiamo fare, quindi pensiamo partita dopo partita e a vincerne il più possibili, e a fine anno tireremo la linea per vedere che risultato abbiamo centrato. Il sogno è quello della promozione, ci sono le possibilità - ha concluso Monaldi -, ma dobbiamo lavorare duro e seguire il nostro percorso».

L’alter ego di Napoli nel girone meridionale dell’A2 sarà Scafati, che ha rilanciato il proprio progetto e vuol tornare a recitare il ruolo di protagonista. «Con il supporto dei soci Acanfora e Rossano siamo riusciti a rilanciare un progetto abbastanza ambizioso - ha esordito il patron Nello Longobardi - e che richiami alla nostra storia dopo qualche campionato di delusione. Siamo riusciti ad avere un buon budget grazie a tanti sponsor e partner. Sicuramente Napoli ha speso molto ed ha un allenatore dal prestigioso curriculum come Sacripanti. Sia noi che loro siamo due ottime squadre, ma nel nostro girone non dimenticherei Forlì, Ravenna, Ferrara, o rivali toste come Rieti e San Severo. Insomma ci sono diverse squadre molto competitive».

Scafati avrebbe potuto addirittura giocare un derby nel derby se fosse stata ripescata Salerno, che avrebbe sicuramente acceso il calore del pubblico, misure anti Covid permettendo. «È dispiaciuto per Salerno perché un derby con loro ci avrebbe portato molto interesse. Sta facendo degli ottimi campionati in B e speriamo che quanto prima possa raggiungere l’A2. Probabilmente le tempistiche hanno permesso a Lega e Federazione - ha commentato il patron scafatese - di fare una scelta diversa da quella del buonsenso, che ci ha costretto ad un girone da 13 visto che abbiamo perso strada facendo Caserta che è un’altra nobile decaduta del basket nazionale e campano. Per quanto riguarda la chiusura dei palazzetti, questo influirà molto sul nostro ambiente perché noi contiamo su uno zoccolo duro di circa 1700 tifosi. Quando siamo stati ai vertici abbiamo contato oltre 2500 spettatori. Giocare senza pubblico, purtroppo, è come andare a mare senza prendere il sole. Però da questo punto di vista dobbiamo anche seguire delle linee guida tecniche, scientifiche e mediche. C’è l’intenzione di riaprire parzialmente le strutture sportive al chiuso, però per capire davvero il da farsi sarà importante l’evolversi della situazione Coronavirus delle prossime settimane - ha concluso Longobardi - così da garantire una capienza minima in percentuale a quella che è la capienza totale delle strutture».

Con Tommaso Marino assieme a Charles Thomas, Scafati
ha ricostruito il duo che lo scorso anno aveva trascinato
Ravenna a dominare e che in A2 farà la differenza
(ufficio stampa Scafati)

Tra gli acquisti estivi della formazione gialloblù spiccano il funambolico play Tommaso Marino, e l’esterno campano Luigi Sergio, compagni di squadra con l’altro volto nuovo Charles Thomas nella Ravenna capolista del girone Est lo scorso anno. «Scafati è ambiziosa e l’ho scelta - ha dichiarato Marino - perché sono ad un punto della mia carriera dove mi interessa provare a vincere un trofeo importante che sia una soddisfazione di squadra. Quindi il motivo per cui sono qui è per provare a fare una stagione vincente come successo lo scorso anno a Ravenna. Poi arrivare alla vittoria è difficile, e bisogna che si allineino tante cose. L’ambiente è fantastico, molti compagni li conoscevo già, mentre i membri della società mi hanno accolto benissimo. Non posso lamentarmi. Nel nostro girone Napoli ha fatto una squadra molto forte con l’obiettivo dichiarato di salire. So che il derby è una partita molto sentita, alla quale i tifosi e la società tengono molto, ma non mi piace caricarmi o caricare i compagni di ulteriore pressione. Le partite del campionato sono tante e quelle contro Napoli valgono due punti come contro chiunque altro. È ovvio che sappiamo il valore del match - ha concluso Marino -, ma se avremo la giusta mentalità le affronteremo tutte come contro di loro».

«Scafati è stata una delle società più pronte sul mercato - ha dichiarato Sergio -, dimostrandosi attiva nel programmare la stagione e questo mi ha colpito. È stata la marcia in più nello sceglierla. Accettando quest’offerta mi sono avvicinato a casa (è di Maddaloni, ndr) anche se non era una priorità. Vengo da delle stagioni positive con bei risultati e campionati coinvolgenti. L’obiettivo è quello di continuare su questa strada e mi auguro di poter fare altrettanto bene qui a Scafati, dove darò tutto. Insieme a Napoli abbiamo attrezzato delle squadre importanti, competitive, che proveranno a fare davvero bene. So che qui il derby è una partita dal sapore particolare. L’obiettivo però sarà quello di cercare di fare il migliore percorso e arrivare il più lontano possibile - ha concluso l’ala - raggiungendo traguardi ambiziosi oltre alle singole partite».


Da contraltare
, per due piazze come Napoli e Scafati che si sfregano le mani in attesa di vedere le rispettive squadre scendere in campo, c’è un’altra città campana che era al nastro di partenza dell’A2 e che purtroppo ha avuto l’ennesima delusione sportiva, ovvero Caserta. Il cambio di proprietà non ha permesso allo storico club casertano di salvare il titolo, con un bilancio che presentava troppi debiti pregressi che si aggiravano intorno ai 400 mila euro. «La gestione ultimamente ha avuto un alone di mistero - ha commentato l’ex Luigi Sergio -. Quando c’è stato il passaggio di proprietà gli addetti ai lavori non l’hanno visto di buon occhio e purtroppo non è andata a finire bene. Non so di chi possano essere le responsabilità di questa situazione, so però che Caserta è città che tiene al basket e merita palcoscenici importanti. Serve creare un progetto che abbia una certa continuità e solidità».

Adesso bisognerà ripartire dal basso, di nuovo, con la Juvecaserta Academy che fungeva da serbatoio al settore giovanile bianconero e che quest’anno si è iscritta in serie C Silver. Nuova proprietà anche in questo caso, con Nando Gentile in qualità di responsabile tecnico. La società che giocherà nel vecchio palasport di viale Medaglie d’Oro ha avuto la benedizione di Gianfranco Maggiò, ma adesso bisognerà far innamorare di nuovo i tifosi che dopo l’ennesima delusione sembra non vogliano più sentir parlare di pallacanestro. La passione però è un richiamo forte, non a caso appena tre anni fa, quando la Juvecaserta fu esclusa dal campionato di serie A, per il derby di serie C tra San Nicola e Maddaloni (città limitrofe al capoluogo) si ebbero oltre 2 mila spettatori all’andata e al ritorno. Al campo, anche in questo caso, l’ardua sentenza.

Anche la serie B vedrà la Campania grande protagonista. Quattro le formazioni al via, tra queste la Virtus Arechi Salerno candidata a recitare un ruolo da primattore. La compagine salernitana si è vista respingere la domanda di ripescaggio per l’A2 preferendo rimanere con un organico di 27 squadre. «Nessuno ha capito la scelta di un campionato dispari - ha esordito il ds Pino Corvo -. Abbiamo fatto il versamento nei termini ma presentato domanda di ripescaggio in ritardo perché abbiamo saputo solo il 28 luglio che Caserta era in difficoltà e che si sarebbe potuto liberare un posto. Una società come la nostra, che ha un importante budget per la B e da tre anni investe tanto per fare il salto di categoria doveva quantomeno provarci».

La dirigenza salernitana ha costruito un roster di prim’ordine e, nonostante un po’ di cautela, vuole l’A2. Il ritorno di Roberto Maggio e gli innesti di categoria superiore o dalla grande esperienza come Marco Cardillo, Antonio De Fabritiis e Massimo Rezzano certificano le ambizioni. «Pensare alla promozione è prematuro - ha continuato Corvo -, lo abbiamo assaggiato sulla nostra pelle un paio di volte quanto sia difficile questo campionato».


La formula della B quest’anno non prevede più la Final Four ma quattro promozioni dirette alle vincitrici dei tabelloni playoff. «Sono state allestite squadre molto forti come Rieti, Matera, Taranto, Nardò, per questo il campionato - ha esordito coach Adolfo Parrillo - sarà di una competitività molto alta per le prime sei-sette posizioni. Chiaramente dobbiamo essere tra le prime in assoluto perché abbiamo costruito una squadra con giocatori di alto livello. Il presidente Nello Renzullo ha dimostrato un’altra volta quanto tenga alla pallacanestro, speriamo di toglierci qualche bella soddisfazione».

Per Parrillo nessuna delusione per la mancata A2, ma solo tanta voglia di dimostrare sul campo la propria forza così da far affezionare sempre più i salernitani. «La società ha lanciato il messaggio che se ci fosse stato bisogno noi eravamo pronti. Vediamo se riusciamo a conquistarla sul campo. Non sarà semplice e ci aspettiamo il massimo sostegno dai tifosi. Il palazzetto di Capriglia non è centralissimo eppure l’affetto non è mancato. Speriamo che quanto prima si torni a giocare col pubblico, perché - ha concluso Parrillo - gli spettatori rappresentano un forte stimolo per tutti noi».

Magari non sarà una diretta avversaria per le prime posizioni, ma anche la Partenope Sant’Antimo si appresta a ben figurare al suo secondo campionato cadetto. A disposizione del confermato coach Enzo Patrizio vi saranno il veterano Biagio Sergio protagonista già nella passata stagione, il santantimese doc Carlo Cantone ritornato a casa dopo aver girato e vinto in tutta Italia, e diversi atleti interessanti come il nazionale bulgaro Nikolaj Vangelov.

Più indietro nella griglia di preseason la Virtus Pozzuoli del tecnico Mariano Gentile, che ha allestito un gruppo molto giovane infarcito con prospetti sia locali che provenienti dall’estero. L’obiettivo è una tranquilla salvezza, con qualche incursione come la più classica delle guastafeste.

Infine vi è la Scandone Avellino, al momento in cui scriviamo ancora in alto mare. La compagine ha formalizzato regolarmente l’iscrizione al campionato, ma è in forte ritardo per quel che riguarda la costruzione di staff e roster, con il ruolo di coach che dovrebbe essere ancora rivestito da Gianluca De Gennaro. Se le sensazioni per la disputa del campionato sono comunque positive, diversa è la situazione societaria con la volontà di archiviare quanto prima le beghe giudiziarie della casa madre Sidigas e scindersi completamente così da salvare la storia del club. Ciò sarà possibile solo con il placet di tribunale, azienda e creditori che, con tale scelta, si vanterebbero solo sulla parte aziendale, ovvero Sidigas. «Con De Cesare senza poteri decisionali per la Scandone da maggio 2019, in società si è convinti che nell’anno si risolverà la questione giuridico-sportiva - ha commentato il giornalista Carmine Quaglia -. Ciò significherebbe lasciarsi alle spalle le difficoltà degli ultimi anni così da essere ‘puri’ dal punto di vista sportivo e tornare a ragionare su una nuova proprietà e creare le condizioni per riorganizzarsi».


* per la rivista Basket Magazine

 

domenica 4 ottobre 2020

11° Trofeo Irtet e 1° Memorial "Davide Ancilotto". Video integrali di tutte le partite

1° Trofeo Irtet "Davide Ancilotto" cat. U15 Eccellenza

Finale 3°-4° posto

One Team vs Napoli Basket 62-48 (Partita)

Finale 1°-2° posto

Stella Azzurra vs Kioko Caserta 96-69 (Partita)

Semifinali 11° Trofeo Irtet

Gevi Napoli Basket vs Stella Azzurra Roma 85-54 (Partita)

Allianz San Severo vs Virtus Arechi Salerno 87-61 (Partita)

Finale 3°-4° posto

Stella Azzurra Roma vs Virtus Arechi Salerno 99-81 (1°tempo - 2°tempo)

Tabellini
Roma: Thompson Jr. 43, Giordano 11, Visintin 2, Cipolla 2, Ghirlanda, Innocenti, Laster 8, Fokou 5, Menalo 16, Nikolic 4, Thioune 4, Ndzie 4, All. D'Arcangeli.
Salerno: Tortù 8, Gallo 9, De Fabritiis 11, Cardillo 11, Mennella 8, Valentini 25, Di Donato 2, Peluso, D'Amico 2, Dabangdata 5, All. Parrillo.

Finale 1°-2° posto

Gevi Napoli Basket vs Allianz San Severo 104-72 (Partita)

Tabellini
Napoli: Zerini 15, Matera, Iannuzzi 4, Klacar 3, Tolino, Parks 19, Sandri 6, Marini 18, Mayo 9, Uglietti 9, Lombardi 8, Monaldi 13, All. Sacripanti.
San Severo: Mortellaro 9, Antelli 2, Angelucci, Buffo, Contento 3, Pavicevic 2, Di Donato 19, Jones 12, Ikangi 6, Ogide 19, All. Lardo.

mercoledì 23 settembre 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Alessandro Cittadini

Intervista esclusiva ad Alessandro Cittadini, ex centro della Nazionale italiana che a 40 anni ha deciso di ritornare a giocare con la Cestistica Civitavecchia in serie C Gold. Con il giocatore cresciuto nella Fortitudo Bologna abbiamo parlato dell'amore per la pallacanestro, e ripercorso alcune tappe della sua carriera confrontandole con il presente, tra serie A, A2 e competizioni europee.




sabato 23 novembre 2019

Basket serie A2. Su la testa: Caserta e Napoli

Protagonista in serie A in tante delle stagioni precedenti, la regione riparte con due squadre che, nel torneo cadetto, si affiancano a Scafati

Napoli e Caserta piazze storiche, torna la Campania

Dopo il fallimento di Avellino, che riparte dalla serie B, le due squadre, dopo 'promozioni' diverse, si riaffacciano guidate da Pino Sacripanti e da un'icona come Nando Gentile


di Giovanni Bocciero*



UNA NUOVA STAGIONE si sta aprendo per la Campania dei canestri, sotto ogni punto di vista. Sicuramente ha colpito l’esclusione dalla massima serie della Scandone Avellino, che proprio all’ultimo giorno si è potuta presentare all’avvìo della serie B superando il blocco del mercato causato dal lodo esecutivo per le commissioni di Norris Cole ed altre azioni legali. Ma, mentre in Irpinia hanno di che soffrire dopo le ultime ambiziose annate - e augurandosi tempi migliori -, ritornano sul palcoscenico dell’A2 sia Napoli che Caserta. Percorsi differenti e soprattutto “promozioni” diverse, ma quel che conta è che la Campania dei canestri può ritornare a fare affidamento su due piazze storiche, che affiancheranno nel secondo campionato nazionale l’ormai consolidata Scafati.

UNA NAPOLI NUOVA DI ZECCA. La formazione del capoluogo di regione ritrova la serie A2 ad appena un anno di distanza dalla retrocessione in serie B, e soprattutto ritrova come impianto di gioco il PalaBarbuto. Dopo essere stata costretta ad esiliare al palasport di Casalnuovo, la GeVi Napoli Basket è tornata a giocare in città ma ha avuto un inizio di campionato più che tribolato. A pagarne immediatamente le spese è stato il coach, Gianluca Lulli, reo di non essere stato capace di compattare la squadra nelle prime due gare con relative sconfitte. Per il nuovo corso il presidente Federico Grassi non ha badato a spese, e così dopo aver acquistato il titolo sportivo di Legnano ha sottolineato l’ambizione della società facendo firmare un contratto triennale al tecnico Pino Sacripanti, di ritorno in Campania per la terza volta dopo le esperienze a Caserta prima (2009/13) e ad Avellino poi (2015/18).
Terrence Roderick, il 'Maradona' del basket napoletano in azione
Ambizione del presidente rimarcata con la costruzione della squadra, in cui tassello dopo tassello ha sempre più impreziosito il mosaico azzurro. Il quintetto è di prim’ordine, con il miglior straniero che l’A2 abbia mai visto in Terrence Roderick; il playmaker Diego Monaldi prelevato dalla serie A; due solide ali come Daniele Sandri e Stefano Spizzichini; e il centro statunitense Brandon Sherrod anche lui rodato in questo campionato ma subito messo in discussione dal neo coach che come primo rinforzo ha proprio chiesto un lungo. Ad impreziosire la panchina invece, c’è l’esterno Massimo Chessa.
La squadra assemblata è assolutamente da playoff, se non di più, e quest’anno avrà anche un palazzetto all’altezza. Grazie all’Universiade disputata a Napoli nel mese di luglio scorso, il PalaBarbuto è stato messo a nuovo. Dagli spalti al parquet passando per gli spogliatoi, la struttura che sorge difronte allo storico PalaArgento vivrà una seconda vita, offrendo ben altri servizi al pubblico. Nonostante ciò non mancano alcune carenze, come ad esempio i tabelloni elettronici noleggiati per la kermesse internazionale invece di essere acquistati, e dei quali sembra essersene fatto carico la stessa società. Certamente con queste premesse non dovrebbe essere complicato raggiungere il tutto esaurito ad ogni gara, visto che soltanto tre anni fa (la stagione della promozione sul campo in A2, ndr) l’impianto di viale Giochi del Mediterraneo era strapieno. A dimostrazione che il popolo napoletano è sì innamorato del “pallone” ma è anche affezionato alla palla a spicchi. Il tutto però è direttamente proporzionato ai risultati e all’atteggiamento dei giocatori, come già è stato dimostrato con l’esonero di Lulli.
Passando a faccende che riguardano esclusivamente il campo, invece, il veterano e capitano Francesco Guarino ha espresso la voglia di regalare la vittoria di un campionato alla città di Napoli, così come Roderick ha forse l’ambizione di consacrarsi definitivamente al basket che conta, dopo che proprio in terra campana (ad Agropoli nella stagione 2015/16, ndr) ha iniziato a far brillare la propria stella.
Inoltre, cosa da non sottovalutare, già dalla passata stagione il club azzurro si sta ramificando sul territorio per avviare un intrigante progetto che riguardi il settore giovanile. Alla base vi sono partnership con diverse altre società e soprattutto si è dato il via anche ad un reclutamento che guarda fuori regione. Un ottimo progetto che avvalora ancor di più la bontà del nuovo percorso cestistico avviato l’anno scorso a Napoli dal presidente Grassi. Sperando che l’intero ambiente non rimanga nuovamente scottato dalle alte ambizioni.

CASERTA TORNA A SORRIDERE. All’ombra della Reggia di Caserta è stata vissuta un’estate sui generis, ma per una volta c’è stato il lieto fine soprattutto dopo la grande delusione della passata stagione agonistica. La JuveCaserta dopo aver dominato la regular season ed esser stata poi estromessa amaramente dai playoff di serie B, ha provveduto ad un vero e proprio restyling della squadra. Via coach Massimiliano Oldoini, indicato anche ingiustamente come capro espiatorio del fallimento, si è dato il benvenuto ad una bandiera della squadra che vinse lo scudetto del 1991 come Nando Gentile. Il campionissimo di Tuoro (piuttosto attivo nelle ultime due stagioni affiancando progetti di società minori della città, ndr) ha accettato la missione di riportare il club bianconero lì dove merita, ma la tifoseria che subito si era stretta intorno al nuovo condottiero considerato più di un semplice allenatore a Pezza delle Noci non ha fatto mancare diverse critiche dopo l’inizio negativo. Dimenticando che Caserta era stata costruita per la serie B ed è stata costretta a modificare il roster in corsa, epurando quei giocatori che dall’oggi al domani non facevano più al caso del progetto tecnico.
Nando Gentile è tornato a casa come allenatore
Nonostante il destino abbia cambiato le carte in tavola, con l’Amatori Pescara che ha alzato bandiera bianca difronte al controllo della Com.Te.C. così da aprire le porte del ripescaggio in A2 alla JuveCaserta, la dirigenza ed in particolare l’amministratore delegato Antonello Nevola non si sono fatti trovare impreparati. La strategia di mercato, come detto, è inevitabilmente cambiata, eppure la dirigenza è stata capace di ingaggiare quattro giocatori di altissimo spessore per il secondo campionato nazionale come il play Marco Giuri fresco campione d’Italia con la Reyer Venezia e già beniamino del tifo casertano dopo le sue due stagioni a Caserta (2015/17); gli americani Isaiah Swann e Michael Carlson; e infine la ciliegina sulla torta rappresentata da quel Marco Cusin a lungo inseguito e alla fine convinto a scendere in A2 dopo dieci stagioni consecutive in massima serie. Sembrava tutto apparecchiato per la stagione del ritorno, con l’obiettivo adesso spostato verso una salvezza tranquilla magari togliendosi qualche piccola soddisfazione. Ma a Caserta tendenzialmente non si può mai stare tranquilli.
Due gli incidenti di percorso che stanno influenzando l’inizio di campionato della squadra di coach Gentile. Ai principi di agosto lo sponsor principale Decò ha fatto sapere che non avrebbe proseguito la partnership iniziata appena dodici mesi prima, e così la dirigenza con a capo il presidente onorario Gianfranco Maggiò si è subito attivata per reperire le risorse necessarie a sostenere la stagione. Mentre scriviamo, purtroppo, non ci sono novità positive in tal senso e sembra che la stessa amministrazione comunale ha affiancato il club per dare vita ad una rete di imprenditori che possano sostenere e supportare l’attività della JuveCaserta. Aspettiamo come evolverà la situazione sperando che alla fine qualcosa si stringa e non restino soltanto le parole. La seconda riguarda gli infortuni occorsi a Swann e Carlson. Notizie che hanno gettato un po’ nello sconforto la tifoseria, che aveva approvato all’unanimità l’ingaggio soprattutto del primo, ma che non hanno placato le critiche per le prime sconfitte in campionato. Nevola ha scandagliato il mercato in cerca del miglior sostituto possibile di Swann, ed ha messo sotto contratto un fuoriclasse come Seth Allen. Esterno più play che guardia che nonostante fosse ancora in fase di ambientamento ha già dimostrato di possedere abilità incredibili. E dopo aver giocato in Ungheria e Lituania, sembra pronto ad affermarsi nel nostro paese.
In tutto ciò è fondamentale una cosa, che il pubblico torni ad assieparsi sulle tribune del PalaMaggiò. Purtroppo è lecito dire che il tifo bianconero ha saltato il ricambio generazionale, perché sugli spalti sono pochi i padri insieme ai figli, e sono tanti o forse troppi i tifosi appartenenti alla fascia d’età mediamente molto alta. E che per di più sono pronti a giudicare al primo passo falso. Parte di essi devono però capire che la JuveCaserta è comunque una neopromossa, e che quest’anno deve avere un solo obiettivo: salvarsi il prima possibile.

LA “SOLITA” SCAFATI. A completare il tris di squadre campane in A2 c’è la onnipresente Scafati del patron Nello Longobardi, sanguigno come non mai. Il presidente scafatese non ha voluto ascoltare le sirene avellinesi per un possibile trasferimento del titolo, così come non ha voluto lasciare il club per un possibile ingresso in società alla Virtus Roma. Troppo innamorato del suo Scafati Basket che sta disputando il sesto campionato consecutivo di serie A2.
JJ Frazier a colloquio con Ion Lupusor
La formazione gialloblu è ripartita da uno zoccolo duro di giocatori come Claudio Tommasini, Marco Contento e Niccolò Ammannato. Sono ritornati Nicholas Crow e Ion Lupusor, e sono stati ingaggiati JJ Frazier che sarà il play con punti nelle mani, e Raphiael Putney ala di ritorno in Campania dopo l’esperienza a Caserta nel 2016/17. Come ogni anno Scafati appare solida e ben assemblata, ed ha tutte le potenzialità per poter disputare un campionato al di sopra della media. Non a caso ha preso parte alla Final Four di Supercoppa. Ma il patron Longobardi dopo le due sconfitte esterne arrivate all’esordio a Bergamo (del tutto rocambolesca con tiro da oltre la metà campo, ndr) e a Trapani, ha prima richiamato l’attenzione sospendendo gli stipendi e poi ha sollevato dall’incarico il tecnico Giulio Griccioli. Una scossa che servirà a scuotere l’intero ambiente soprattutto con il ritorno in panchina di coach Giovanni Perdichizzi, alla terza esperienza a Scafati dal 2015.



* per la rivista BASKET MAGAZINE. Articolo chiuso il 25 ottobre 2019