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sabato 1 luglio 2023

Operazione Manila: 45 anni fa Italia beffata allo scadere

L'Italia chiuse al quarto posto beffata da un tiro allo scadere del brasiliano

45 anni fa il canestro di Marcel spense la gioia azzurra

Il ricordo di Marzorati: «Battemmo anche gli Usa e fu un buon Mondiale guastato da quell'ultimo episodio quando, dopo il sorpasso di Bonamico, pensavamo di avere già la medaglia di bronzo al collo»


di Giovanni Bocciero*


L’Italbasket, ancora alla caccia della sua prima medaglia ad un Mondiale, si presenterà in quel di Manila dove è andata più vicina al grande risultato nel lontano 1978. Se l’Italia dei canestri ha infatti festeggiato nell’arco della sua storia per i metalli d’oro, d’argento e di bronzo di Europei ed Olimpiadi, in bacheca manca una posizione sul podio alla Coppa del Mondo. Ipotizzare gli azzurri a medaglia alla prossima competizione iridata di Filippine, Indonesia e Giappone è alquanto difficile, se non addirittura impossibile. Ma nella magia di Manila si spera che tutto possa accadere, proprio come al Mondiale del ‘78, al quale l’Italia vi partecipava dopo essere già arrivata ai piedi del podio nel ’70.

A Manila gli azzurri furono invitati proprio dalla federazione filippina, non essendosi qualificati per l’edizione del ’74, e per l’Italbasket quel Mondiale «è stato un torneo abbastanza buono dal punto di vista dei risultati - ha commentato Pierluigi Marzorati -, tranne che per l’ultima partita persa contro il Brasile con un tiro dalla distanza allo scadere che ci ha fatto perdere la medaglia di bronzo. Quel risultato ha segnato il futuro della nazionale. Dopo quel Mondiale, e l’Europeo dell’anno successivo giocato in Italia con fase finale a Torino, al quale non partecipai perché impegnato con la laurea - ha ricordato l’ex playmaker azzurro -, il presidente della federazione decise di cambiare il ct, anche perché Giancarlo Primo era stato per dieci anni l’allenatore della nazionale. Se avessimo vinto quel bronzo, però, di sicuro si sarebbe continuato con lui in panchina. L’arrivo di Sandro Gamba ha portato un rinnovamento che ha creato un ciclo abbastanza vincente con un argento olimpico e un oro europeo. Però mi preme non dimenticare Primo, perché con lui abbiamo vinto due bronzi europei nel ‘71 e nel ’75, e purtroppo c’è sfuggito quel bronzo ai Mondiali di Manila che grida ancora vendetta».

La formazione azzurra nell'amara Manila 1978. In basso, secondo da destra,
Pierluigi Marzorati, 70 anni, icona della nostra pallacanestro

La formula di quella competizione vedeva la campione in carica Unione Sovietica e il paese ospitate Filippine già qualificate al gruppo finale da otto squadre, completato dalle prime due classificate dei tre gironi eliminatori. L’Italia, composta da una formazione con i pilastri Meneghin, Marzorati e Bariviera, mise in evidenza un buon gioco di squadra con diversi protagonista di partita in partita. All’esordio gli azzurri hanno battuto il Portorico 93-80 (Bariviera 24 punti), perso con il Brasile 84-88 (Meneghin 22) e vinto in maniera larga con la Cina 125-95 (Marzorati e Bariviera 24). La prima vittoria nel girone finale è arrivato di misura contro gli Stati Uniti 81-80 (Della Fiori 20). Dopo il ko con la favorita Jugoslavia 76-108, Carraro con 20 punti ha guidato gli azzurri a battere l’Australia per 87-69. Battuta anche le Filippine 112-75 (Bariviera 25), l’Italia ha ceduto all’Unione Sovietica per 69-79 (Carraro 18) prima di superare il Canada 100-83 (Meneghin 23). Tra le novità della nuova formula mondiale, c’era quella dello spareggio tra prima e seconda, e terza e quarta per decretare il podio. Gli azzurri hanno così affrontato il Brasile per la medaglia di bronzo. Negli ultimi secondi il canestro di Bonamico sembrava aver fatto vincere la nazionale italiana, che però distratta da precoci festeggiamenti ha lasciato libero Marcel che dalla grande distanza ha segnato con un tiro dell’Ave Maria: 85-86, ultimo gradino del podio agli avversari e azzurri rimasti a bocca asciutta.

«Sono passati 45 anni, ma una cosa che ricordo in maniera scherzosa è l’incontro con la Cina - ha rammentato ancora Marzorati -. La formazione avversaria presentava il centro Mu Tiezhu, alto 2.28 metri, con due mani enormi che quando aveva il pallone sembrava giocasse con un’arancia. Ovviamente lo ha dovuto marcare per gran parte della partita Dino Meneghin, che ridendoci su ha sempre detto che fosse di cemento armato perché non riusciva a spostarlo. La Cina era anche una buona squadra, preparata tecnicamente, con giocatori nella media dell’1.90. Per quanto riguarda l’ambiente invece, quello che mi ha più colpito è stata l’umidità. Erano i primi di ottobre, c’erano i monsoni e si giocava con un’umidità del 90% e passa - ha sottolineato l’ex play -, si faceva fatica addirittura a respirare. Per il cibo già all’epoca c’era l’usanza di portarsi prodotti da casa come la pasta. Certo spostarsi in Asia comportava mangiare tanto riso, ad esempio, ma non c’erano difficoltà a reperire gli spaghetti o la carne».

Il sorteggio della World Cup 2023 ha visto l’Italbasket inserita nel girone A insieme ad Angola, alla Repubblica Dominicana di Karl Anthony Towns e alle Filippine padrona di casa di Jordan Clarkson. Per questo la nazionale giocherà all’Araneta Coliseum di Quezon City a Manila. Struttura inaugurata nel 1960 e già location del Mondiale del ‘78. Sia l’Angola che le Filippine sono state avversarie degli azzurri anche al Mondiale del 2019 in Cina. Contro entrambe hanno vinto piuttosto nettamente: 92-61 contro gli angolani, quinta vittoria in altrettanti precedenti; 108-62 contro i filippini, per la vittoria più larga nei nove precedenti. Due i confronti con la Repubblica Dominica; il primo nel settembre 1978, un’amichevole vinta dagli azzurri per 87-66 proprio in vista dei Mondiali; il secondo il 3 luglio 2021, al Preolimpico di Belgrado, un 79-59 che spianò la strada verso la finale che poi catapultò la squadra allenata dal ct Meo Sacchetti ai Giochi olimpici di Tokyo. Assodato che il girone della prossima competizione iridata è abbordabile, s’inizia il 25 agosto contro l’Angola, il 27 sfida ai dominicani e ultima gara del gruppo il 29 con le Filippine. Meglio non lasciare nulla al caso per la seconda fase in cui s’incroceranno le migliori due del girone B, ovvero Serbia, Cina, Portorico e Sud Sudan, da affrontare rispettivamente l’1 e 3 settembre portandosi dietro i risultati già acquisiti. Ma sarà ancor più importante arrivare primi nella seconda fase, perché se si dovesse arrivare secondi nel girone I, ai quarti di finale - da giocare il 5 settembre - ci potrebbe essere l’accoppiamento con gli Stati Uniti.

«Con quest’ultima generazione, a cavallo tra il termine dell’era Sacchetti e l’inizio di quella Pozzecco, si intravede qualcosa di positivo. Spero che vada avanti questo processo di maturazione - ha continuato Marzorati - e che tutti i giocatori che sono fisicamente a posto e che sono vogliosi di indossare l’azzurro siano a disposizione. Adesso però, più che pensare ad un discorso di medaglie, l’importante è affrontare bene il primo girone eliminatorio. Bisogna superarlo da primi, anche se non sarà facile. Parlo per esperienza, partire bene in una competizione permette alla squadra di acquisire autostima e fiducia. Sentimenti che, seppur sappiamo che alla fine le rotazioni sono spesso precluse a otto, forse nove giocatori, si propagano anche a coloro che vedono poco il campo e gli permette di essere pronti quando chiamati nel momento del bisogno». Dopo l’ultimo Europeo sarà la seconda manifestazione alla quale l’Italbasket parteciperà con Gianmarco Pozzecco in qualità di ct. «La sua nomina è una bella sfida. Avrà una seconda opportunità, anche se la squadra non ha certamente il talento di altre nazionali. Credo però che in questo momento non bisogna pretendere troppo da lui e dalla squadra, ma più che altro volere un miglioramento dal punto di vista del gioco e della posizione - ha analizzato l’ex azzurro -, ma non esclusivamente della medaglia. Il Mondiale è una competizione che permette di incontrare nazionali provenienti da altri continenti e spesso difficili da affrontare. Certo, non bisogna dimenticare che il risultato è importante anche in funzione della qualificazione per le Olimpiadi di Parigi del prossimo anno».

Fare bene alla competizione iridata non sarà solo il frutto di una semplice somma di talento, ma è indispensabile creare quella chimica giusta che permetta anche di andare oltre i propri limiti. Come è spesso accaduto con le nazionali dei cicli vincenti. «I risultati che l’Italia ha ottenuto in passato sono sempre stati figli di un lavoro di più anni. È quello che oggi nella pallacanestro italiana è penalizzante. Ovvero, il fatto che non solo ogni anno si cambia l’assetto della squadra, ma addirittura durante la stessa stagione ci sono giocatori che vanno via e altri che arrivano. Questo è l’esatto contrario di come bisogna lavorare per vincere - ha ancora analizzato il play -. Ogni anno bisogna aggiungere qualcosa, e non togliere, mantenendo un assetto di squadra che permetta di avere un nucleo base che crei continuità e soprattutto affiatamento. Questo vale tanto per i club quanto per la nazionale. Andando avanti nel corso degli anni, con un ciclo di tre o quattro stagioni, si devono pretendere dei risultati perché si spera che la squadra abbia definito il suo valore così da poter puntare ad una zona medaglie».

Oggi la nazionale italiana è composta soprattutto da due blocchi ben definiti, di Olimpia Milano e Virtus Bologna, forse un fattore per riuscire ad arrivare ad una alchimia migliore in breve tempo. «È una cosa che è sempre successa, basta vedere gli anni del bipolo Milano e Varese, oppure Cantù, e allora diventava un tripolo. È sicuramente una cosa vantaggiosa, ma la differenza è che noi non avevamo giocatori all’estero. Questo implica che durante le finestre diversi atleti, che sono importanti ed utili nell’economia della squadra, non possono esserci. Bisogna dunque cercare di ottimizzare il tempo a disposizione per il ct, ma - ha concluso Marzorati - è certamente una complicanza e non una facilitazione».

Così a Manila 45 anni fa

ITALIA-BRASILE 85-86 (45-50)

ITALIA: Caglieris 2, Iellini, Carraro 8, Ferracini, Della Fiori 2, Bariviera 21, Bonamico 8, Meneghin 13, Villalta, Vecchiato 4, Marzorati 6, Bertolotti 21. All. Primo.

BRASILE: Marcelo Vido, Fausto 6, Ubiratan, Carioquinha 12, Helio Rubens 4, Marquinho 12, Gilson 12, Marcel 22, Adilson, Agra, Oscar 18, Robertao. All. Vidal.

CLASSIFICA FINALE: 1. Jugoslavia, 2. Urss, 3. Brasile, 4. Italia, 5. Usa, 6. Canada, 7. Australia, 8. Filippine, 9. Cecoslovacchia, 10. Portorico, 11. Cina, 12. Rep. Dominicana, 13. Sud Corea, 14. Senegal. 



* per la rivista Basket Magazine

giovedì 18 maggio 2023

Biagio Sergio: «Mai dimenticare le proprie origini»

Con il capitano della JuveCaserta 2021 parliamo della nuova avventura in bianconero, dell'andamento del campionato di serie B e delle esperienze avute nell'arco della sua carriera, ricordando la grande tradizione della pallacanestro campana


Cuore Napoli - Virtus Cassino, semifinale serie B 2016/17





sabato 22 aprile 2023

La leggenda Oscar Schmidt: «La mia vita è un racconto di favole»

 

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta
Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021


di Giovanni Bocciero*


Oscar Daniel Bezerra Schmidt, meglio conosciuto semplicemente come Oscar, e soprannominato ‘Mao Santa’ e ‘O’Rey do triple’, è colui che detiene il record di maggior punti segnati in carriera a livello globale. Basterebbe questo incipit per descrivere il cecchino brasiliano che tanto ha fatto in Italia negli otto anni trascorsi a Caserta a partire dal 1982, e nelle successive tre stagioni di militanza con Pavia. Oltre un decennio nel quale ha stregato ogni appassionato di pallacanestro. Arrivato da sconosciuto, voluto fortemente da coach Boscia Tanjevic, c’ha messo poco a guadagnarsi titoli a nove colonne sull’allora carta stampata con aggettivi quali ‘mitraglia’ o ‘bombardiere’.

Oggi non è un mistero che la Liga Acb sia di gran lunga il campionato europeo più competitivo ed apprezzato. Ma negli anni ’80, questo primato apparteneva senza alcun dubbio alla Serie A, non a caso «il mio sogno era di giocare in Italia - ha esordito Oscar -, perché se fossi andato in Nba non avrei potuto giocare con la nazionale. Tanjevic, che avevo affrontato in Coppa Intercontinentale, è rimasto impressionato da me e quando è arrivato a Caserta ha chiesto di prendermi alla proprietà. Mi sono ambientato subito perché la pallacanestro è uguale dappertutto, e ovunque giocassi volevo soltanto fare bene. Conosco il gioco e per questo volevo il pallone in mano perché sapevo cosa dovevo farci. Essere stato allenato da Tanjevic è stata una grande esperienza per me. Credo che chiunque lo avrebbe voluto come allenatore, e per questo mi sento fortunato. Mi ha insegnato una cosa che ho usato fino alla fine della mia carriera: il giro dorsale. Era un movimento che aveva visto fare a Jack Sikma. Boscia me lo ha insegnato, e la prima volta che l’ho messo in pratica l’ho visto esultare in panchina. A lui devo tantissimo». Nonostante i meriti riconosciuti al tecnico slavo, quando fu introdotto il tiro da tre punti tra i due ci sono stati degli screzi perché Oscar, da buon tiratore, ne abusava un po’ troppo. «Ne abusavo perché facevo canestro. Se la metti devi tirare, ma per farlo ti devi allenare tanto. E l’esercitarmi tanto mi ha permesso di avere sempre una grande facilità nel fare canestro». Dopotutto ‘Mao Santa’ è famigerato per non credere nel talento per grazia ricevuta ma solo nel duro lavoro in palestra.

Ritornato a Caserta qualche settimana fa, in occasione del lancio della docuserie ‘Scugnizzi per sempre’ che racconterà di quegli splendidi anni, Oscar è ritornato al vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro - oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, considerati i padri putativi della pallacanestro casertana -, dove ha mosso i primi passi casertani. Eppure, «non ricordavo il palasport perché ha subito delle migliorie. Quasi non ci credevo perché è di sicuro più bello adesso. Ho avuto modo di vedere la partita contro Roseto, ho visto un bel pubblico caloroso, che mi ha accolto benissimo, e dopo sono andato a cena con la squadra. Sono sempre rimasto legato alla città, al cavaliere Giovanni Maggiò che ha costruito il palasport di Castel Morrone in cento giorni - ha ricordato il cecchino brasiliano -, una persona incredibile che ha permesso l’inizio della nostra scalata. Non ci sono parole per descrivere cosa ha fatto. Ho giocato a Caserta otto fantastici anni, e sono stato felice che abbiano vinto lo scudetto». Una cosa incredibile è che, seppur Oscar non sia riuscito a vincere il tricolore con i bianconeri, è impossibile scindere il suo nome da quel successo. Segno dell’affetto che il popolo casertano nutre nei suoi confronti, e allo stesso tempo di quanto il giocatore abbia segnato quelle memorabili stagioni. «Ricordo tutto della città, ho tanti amici, ho addirittura battezzato un ragazzo casertano. Posso dire che mi manca la vita di Caserta. Spesso parlo con mia moglie Cristina del fatto che la città seppur piccola fosse il posto ideale dove vivere. E quando ci ritorniamo andiamo a vedere tutti i luoghi che frequentavamo. Se non me ne fossi andato ci sarei rimasto per tutta la vita».

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta, riceve una maglia celebrativa
dall'ex compagno Nando Gentile - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Dalle parole del brasiliano traspira una passione che arde ancora oggi. Una passione che spesso, invece, manca ai giovani professionisti, schiacciati troppe volte dalla pressione per un gioco che è di sicuro mutato insieme al mondo odierno. E questo fa sì che diversi siano i giocatori che gettino la spugna, mettendo fine a carriere che sembravano luminose. «Se si decide di giocare ad uno sport come la pallacanestro bisogna dedicarsi completamente ad esso. Se invece i ragazzi gettano la spugna così facilmente non sono amanti dello sport. Lo sport è fatto per gente vera, che sopporta la pressione. Io stesso l’ho dovuta sopportare con tifosi, dirigenti e giornalisti tremendi, ma sono sopravvissuto ed ho vinto tutto quello che potevo vincere».

Una delle finali perse dalla Juvecaserta è quella di 34 anni fa, contro il Real Madrid in Coppa delle Coppe. Forse la partita più bella che si sia mai vista su di un campo da basket. «Quella gara mi ha lasciato un rammarico incredibile. Nando Gentile doveva tirare un 1+1 ai tiri liberi con zero secondi sul cronometro, ma non li ha tirati perché gli arbitri non si sono voluti mettere contro il Real Madrid. Ho visto e rivisto decine di volte quell’ultima azione, e l’arbitro ha fischiato fallo, però poi ha cambiato idea. Per me rimarrà la più grande delusione che ho avuto in Italia. Giocavamo contro uno squadrone, e noi eravamo al top della nostra forma consapevoli che potevamo vincere. Eravamo senza alcun dubbio le due migliori squadre che si potessero affrontare». Una sfida nella sfida, perché ad Oscar che segnò 44 punti replicò Drazen Petrovic con ben 62. «Era un tremendo giocatore - ha ricordato il brasiliano -, un qualcosa di anormale. Aveva già giocato il Mondiale del 1986 nel quale fu eletto miglior giocatore della competizione. Anche per questo volevo sfidarlo e volevo batterlo. Sapeva giocare a pallacanestro come nessun’altro, ed era destinato ad essere il miglior giocatore anche della Nba. Non lo è stato solo perché non lo hanno lasciato giocare. Con lui seduto in panchina gli preferivano Terry Porter. Ma per favore».

Era un’altra Nba, nella quale Oscar non ha giocato per via delle restrizioni che prima non permettevano ai giocatori di poter giocare con le proprie nazionali. E se il brasiliano non avesse più giocato con la nazionale ci saremmo persi la finale dei Giochi panamericani del 1987, nella quale la sua squadra batté ad Indianapolis gli Stati Uniti dando il là all’utilizzo dei giocatori professionisti. Ma nonostante quel successo, il sogno nel cassetto mai raggiunto da ‘O Rey do triple’ è proprio legato alla formazione verdeoro, perché «avrei voluto vincere un’Olimpiade. Con la vittoria del Panamericano eravamo saliti di livello. L’anno successo siamo andati alla manifestazione olimpica a Seul. Ai quarti incontrammo l’Unione Sovietica che poi sarebbe diventata campione. Io purtroppo ho sbagliato l’ultimo tiro, e quel momento non lo dimenticherò mai. I miei compagni avevano così tanta fiducia in me che non credevano potessi fallire». Oltre a quelle restrizioni per le nazionali, anche il campionato americano ha sdoganato certe consuetudini dando più fiducia agli europei che sono sempre più protagonisti, da Jokic ad Antetokounmpo a Doncic. «La pallacanestro si è evoluta, e questi ragazzi sono dei grandissimi giocatori. In particolare mi piace molto guardare Doncic, che è una cosa incredibile. Sa fare delle cose che non riesco a spiegarmi e credo che possa diventare il miglior giocatore della Nba, perché ne ha le capacità ed è rispettato». La pallacanestro ormai è universale, per questo è molto apprezzata anche l’Eurolega che ha raggiunto un livello quasi pari a quello della ‘lega più famosa del mondo’. «La guardo molto volentieri. Quando faccio zapping in tv e mi capita di passare su una partita europea chiamo subito mia moglie e la guardiamo insieme. Vedo ogni cosa che riguardi il basket, e questo è fondamentale per un vero appassionato. Se ci sono differenze tra Nba ed Eurolega? Negli Stati Uniti si tira tanto da tre punti. Quando io ho fatto il camp nel 1984 non era così, ma oggi Golden State insegna che senza saper segnare dall’arco non si può vincere».

Oscar è una leggenda della pallacanestro anche e soprattutto per quel suo record di 49.737 punti segnati. Ma se LeBron ha recentemente superato il primato di 38.387 punti realizzati in Nba da Abdul-Jabbar, è lecito domandarsi se ci sarà mai qualcuno capace di scalzare il brasiliano da questo suo trono. «Credo proprio di sì - la risposta del diretto interessato -, perché i record esistono proprio per essere battuti. Anzi, spero che qualcuno lo batta. Sono ovviamente contento di aver realizzato questo record, perché nella pallacanestro si ricordano poche cose. Però quando riesci in qualcosa di così importante a livello mondiale, non è semplice. Sono sicuro che un giorno, anche per via del tanto utilizzo del tiro da tre punti, qualcuno come Doncic, Klay Thompson o Steph Curry riuscirà a superarmi».

Oscar Schmidt al PalaPiccolo di Caserta durante il match
contro Roseto - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Da leggenda dello sport globale, ha giocato e conosciuto altre leggende come lui. Il già citato Petrovic è solo un esempio. Negli anni in cui ha militato a Caserta ha incontrato ad esempio Diego Armando Maradona. «Lui era un giocatore tremendo come Petrovic. Un giorno uno dei giocatori del Napoli mi disse che anche quando stava male, loro potevano sempre contare su di lui. Sapevano che lo avrebbero trovato lì in campo a lottare fianco a fianco, qualsiasi cosa succedesse». Rivale dell’argentino un suo connazionale come Pelè, venuto a mancare recentemente. «Lui era di un altro pianeta. Ha fermato una guerra perché entrambi i paesi volevano vederlo giocare (il riferimento è alla guerra del Biafra, in Nigeria, dove ci fu un conflitto tra governo centrale e l’autoproclamatasi regione separatista. Sulla questione però, alcuni studiosi sconfessano questa versione del ‘cessate il fuoco’ per assistere ad una partita di Pelè e del suo Santos in tournée in Africa). È stato una cosa incredibile dentro e fuori dal campo. Di lui mi ricordo tante cose, come il dribbling fulmineo. È stato un idolo per tutto il Brasile, ed ovviamente anche il mio».

Tornando al basket, Oscar non nasconde che «ho sempre voluto giocare con i migliori, perché è così che potevo migliorare. Quindi avrei voluto giocare con Jordan, con Bryant, con Magic. Ma se devo sceglierne uno solo dico Bird, un bianco che non sapeva saltare, non sapeva correre, ma che giocava meglio di tutti». Contro Michael Jordan fu avversario in una storica amichevole tra Caserta e Trieste nell’agosto del 1985, con ‘Air’ che frantumò il tabellone in vetro per la troppa foga di schiacciare. «Lo vedevo muoversi in campo ed ho pensato che fosse un ottimo giocatore. Si capiva che avrebbe dominato in Nba - ricorda Oscar - perché era un predestinato. È stato fantastico poter giocare contro di lui». Bryant invece non l’ha affrontato in campo ma l’ha conosciuto. «Ho parlato per la prima volta con lui in Cina, perché ero andato a vedere un allenamento della nazionale americana, e mi ha confessato che ero un suo idolo. Per me Jordan non è stato migliore di Bryant, perché anche lui era fortissimo. Giocava in una maniera feroce e tirava molto perché segnava anche molto. La differenza tra i due sta soltanto in un titolo vinto in meno da Kobe».

La carriera di Oscar è stata costellata di successi ed anche di qualche delusione. Ma soprattutto dalla malattia. Per ben due volte è stato sottoposto ad intervento chirurgico per un tumore al cervello. Eppure non perde il sorriso, e spesso usa la sua esperienza in conferenze motivazionali. «A volte penso che la mia vita sia un racconto di favole, perché la mia carriera è stata incredibile. Ancora oggi se cammino per strada ci sono persone che si fermano e che vogliono fare una fotografia con me. Per tutto questo devo molto all’Italia e a coach Tanjevic, perché mi hanno fatto migliorare come giocatore e mi hanno permesso di rimanere conosciuto. Con Caserta ho giocato diverse finali, ma abbiamo vinto solo la promozione in A e la Coppa Italia. Questo è il mio più grande rammarico - ha concluso Oscar - perché ancora oggi non capisco come in Brasile vincevo tutto mentre in Italia no».


*L'esclusiva video intervista integrale


Qui l'articolo per Basket Magazine

giovedì 16 febbraio 2017

La storia siamo noi: Oscar, l'uomo che rifiutò la NBA

La storia siamo noi: Oscar, l'uomo che rifiutò la NBA

Scelto nel 1984, disse no ai Nets per non rinunciare alla Nazionale brasiliana. Chiamato da Tanjevic, con i suoi canestri scrisse la leggenda della JuveCaserta.



di Giovanni Bocciero*


CASERTA - Lo scorso 18 dicembre il leggendario Oscar Daniel Bezerra Schmidt è ritornato a Caserta dopo ben tredici anni dalla sua ultima visita. Quella volta, l’8 dicembre del 2003, lo faceva per dire ufficialmente addio alla pallacanestro giocata con l’“Oscar Game”, kermesse alla quale parteciparono tanti ex atleti con cui il bomber brasiliano ha giocato insieme o da avversario. A distanza di tredici anni, con una battaglia vinta contro il tumore al cervello non del tutto archiviata, è ritornato a calcare il legno del PalaMaggiò.
Questa volta però, non c’erano compagni o avversari ad attenderlo, la scena è stata tutta per lui. Un autentico “Oscar Day” in cui l’idolo bianconero degli anni ’80 ha potuto salutare il suo pubblico, quello composto da persone con i capelli bianchi che hanno vissuto gli anni d’oro del campione carioca; ma anche dai più giovani che magari di Oscar giocatore hanno visto poco o nulla, ma che attraverso i ricordi di amici e parenti oppure tramite immagini piuttosto datate sanno tutto sulla sua vita cestistica.
Primatista mondiale con 49.737 punti segnati, per tutti è Mao Santa.
"Frutto dell'allenamento, il talento non basta". (Foto Elvio Iodice)
Oscar può essere definito senza troppa presunzione un vero e proprio “eroe dei due mondi”, anche se in Italia non è riuscito ad alzare lo stesso numero di trofei che invece lo hanno reso celebre sin da giovanissimo in patria. Successi frutto unicamente della sua filosofia, ovvero quella che per arrivare a toccare i più alti livelli della pallacanestro bisogna lavorare duramente e soprattutto quotidianamente in palestra. Bisogna ripetere, ripetere e ancora ripetere gesti e movimenti affinché questi diventino così scontati e naturali da farli come se si bevesse un bicchiere d’acqua. Da questo punto di vista la Mao Santa è stato un grande esempio che tantissimi giovani cestisti dovrebbero prendere come modello se vogliono sfondare come giocatori professionisti.
Il campione che “piangeva e segnava”, così lo definì coach Boscia Tanjevic quando indicò il rinforzo per la sua JuveCaserta al general manager Giancarlo Sarti. Perché Oscar prima ancora che un atleta era un uomo dal grande sentimento, che faceva ciò che più gli piaceva con passione e amore. Un amore viscerale che lo ha portato a rifiutare addirittura le avance della NBA e l’offerta milionaria del Real Madrid per restare a Caserta, al fianco del Cavaliere Giovanni Maggiò.
Nel primo caso il brasiliano, al pari di Drazen Dalipagic, Dino Meneghin e qualche altro campione del passato, anche recente come Dejan Bodiroga, è da considerarsi a tutti gli effetti uno dei più grandi a non aver mai calcato i palcoscenici della lega professionistica americana. E giusto per rendere l’idea, già dal 1984 si sarebbe potuto iniziare a parlare di un cecchino pazzesco che tirava e soprattutto segnava tiri incredibili e da distanze siderali alla Stephen Curry.
E se invece si fosse concretizzato il suo passaggio alle merengues, si sarebbe costituita una delle coppie più illegali mai viste su di un parquet quantomeno del Vecchio Continente, con lui, “O Rey do triple”, ed “il Mozart dei canestri”, Drazen Petrovic. Non a caso i due si esibirono da avversari in una delle partite che hanno fatto la storia della pallacanestro mondiale, la finale di Coppa delle Coppe tra Real Madrid e JuveCaserta nella quale in due segnarono la bellezza di 106 punti. Quel match del 1989 sarebbe stato, però, il preludio alla separazione tra Oscar e Caserta. Un divorzio mai digerito dal fuoriclasse che a distanza di anni ci tiene ancora a sottolineare come sia stato tradito da coloro con i quali condivideva lo spogliatoio.
"A Maggiò e Tanjevic devo tutto. Caserta mi ha trasformato in meglio anche
come persona: indimenticabile". (Foto Elvio Iodice)
L’uomo, il precursore, l’amore e la devozione. Perché, appunto, lui non era un qualsiasi campione giunto soltanto per vincere delle partite. Con Caserta e per Caserta sarebbe, forse, rimasto a vita a giocare, dopotutto lui si era integrato sin da subito nella piccola realtà del Mezzogiorno d’Italia, era diventato uno scugnizzo proprio come i vari Nando Gentile ed Enzo Esposito, e a ritmo di samba aveva fatto innamorare e si era allo stesso tempo innamorato di una intera popolazione, della quale adesso più che mai è parte integrante avendo avuto la cittadinanza onoraria.
Oscar aveva trascinato con la sua leadership ed il suo carisma la JuveCaserta dall’A2 sino al tetto d’Europa, facendola competere alla pari con i più blasonati club del contesto nazionale quanto di quello continentale. Un’avventura che lo ha portato in un certo senso ad essere eletto a simbolo di un riscatto che va ben oltre il solo ambito sportivo, ma che ha toccato evidentemente anche quello sociale. Un atleta che partito da San Paolo è diventato leggenda all’ombra della Reggia.

A Caserta mancava dall’8 dicembre del 2003, quando ha disputato la partita d’addio al basket giocato. Rispetto a quella data ha provato delle emozioni differenti nel rivedere la città, i tifosi, gli amici?
«Sì, questa volta è stato tutto molto differente. Sono stato con la famiglia Basile tutti i giorni, ed ho potuto vedere, toccare, sentire quanto loro mi vogliono bene. È stato bello riabbracciarli, così come riabbracciare tutta Caserta».
Al pubblico casertano ha detto che avrebbe voluto tirare ancora una volta ai canestri del PalaMaggiò. Ma nel 2003 è stata l’ultima volta che ha indossato le scarpette da basket?
«Sì, è stato proprio così. Io ritengo che la pallacanestro sia una cosa seria, non un gioco, per questo non va affrontata con sufficienza».
Ha ricevuto la cittadinanza onoraria e l’inserimento nella Hall of Fame italiana. Sono riconoscimenti che un po’ già sentiva di possedere seppur non ufficialmente?
«Certo che sì. Io già mi sentivo un cittadino casertano a tutti gli effetti, mentre invece l’inserimento nell’Hall of Fame è arrivata con un po’ di ritardo, ma l’accetto con grande orgoglio e rispetto».
Chi era Oscar Schmidt prima che arrivasse a Caserta, e quanto hanno cambiato la sua vita i tanti anni trascorsi in Italia?
«Sono arrivato a Caserta che ero appena sposato con la mia Cristina, ho imparato la lingua, ho avuto due figli bellissimi, e me ne sono andato via dall’Italia che ero completamente tutta un’altra persona».
Sapendo che lei tiene moltissimo alla sua famiglia, si può dire che il Cavaliere Maggiò e coach Tanjevic siano state le due persone più importanti della sua vita?
«Assolutamente sì, gli devo davvero tanto, così come vale per alcuni amici brasiliani».
Quando giocava finiva sempre l’allenamento tirando centinaia di volte a canestro, è lì che si è costruito il suo talento?
«Senz’altro, perché io credo nel duro allenamento e non nel talento così, donato per mano divina. Un intero giorno passato in palestra dice tutto quello che sei e soprattutto cosa puoi dare e diventare».
49.737 punti realizzati, nessuno mai come lei, ancora oggi. Si sente un po’ il miglior giocatore di sempre, irraggiungibile, o crede che altri siano i veri campioni?
«No, certo che non mi sento irraggiungibile. Però c’è da dire che, giocando per tanti anni, va a finire che proprio come successo a me segni tanti punti».
"Il tiro da tre punti non è mai un abuso. Oggi c'è una squadra, i Warriors,
che gioca come ai miei tempi". (Foto Elvio Iodice)
Il tiro da tre punti era la sua specialità, ed oggi spesso ci si dibatte sulla sua troppa esagerazione. Lei cosa ne pensa a riguardo, si abusa troppo delle triple?
«Oggi c’è una squadra in NBA come Golden State che gioca esattamente come si giocava durante il periodo della mia generazione, e io posso dire soltanto belle cose su di loro, quindi non credo si abusi del tiro da tre».
È stato scelto al Draft del 1984 dai New Jersey Nets, eppure non ha mai giocato in NBA. Perché non c’è voluto andare o perché non è nata l’occasione?
«Se avessi giocato una sola partita nella NBA, non avrei potuto giocare mai più con la nazionale brasiliana, che sentivo mia, quindi sono stato costretto a fare una scelta».
Qualcosa lo ha confessato adesso, ma le è mai pesato il giudizio a Caserta che con lei in squadra non si vinceva perché era ingombrante?
«Sì, tantissimo. Bisogna però ricordare che sono venuto a Caserta dopo aver vinto tutto nella pallacanestro, tutti i trofei disponibile a cui ho partecipato con il Sírio. Boscia Tanjevic mi scelse dopo che perse la Coppa Intercontinentale contro di me e la mia squadra. Ciò di cui mi hanno accusato è soltanto la scusa di coloro che non sapevano giocare bene a pallacanestro».
Ha giocato la sua ultima partita ufficiale all’età di 45 anni. Questo testimonia tutto l’amore e la passione che prova per la pallacanestro?
«Certo che sì. Si tratta di tantissimo tempo, ed io sono stato fortunato ad aver avuto la possibilità di praticare la pallacanestro sempre ad altissimo livello».
I suoi ex compagni di squadra Esposito e Dell’Agnello sono diventati allenatori di successo. Lei se lo sarebbe mai immaginato?
«Certamente, perché uno che ha passato la vita come giocatore possiede tutto per diventare un buon allenatore».
Parliamo della famiglia Gentile. Ha seguito le ultime vicende di Alessandro e Stefano, cosa pensa delle carriere che stanno avendo i figli Nando?
«È difficile avere i figli che vogliono giocare a pallacanestro, soprattutto se si ha un padre come Nando che è stato un vero crack. Spero che possano risolvere per bene i loro diversi problemi ed imitare il papà in campo».
Lei spesso si lasciava andare alle lacrime in campo, dimostrando di essere un campione sincero, forse troppo emotivo. Ma ha mai pensato di allenare?
«Oggi faccio conferenze motivazionali per le imprese e nelle scuole. Sinceramente non penso che allenerò… per adesso».
Lei ha dovuto lottare contro il tumore. Oltre ad una leggenda del basket è diventato anche un esempio umano da seguire?
«Non mi va di essere ricordato per questo. Cioè, ho avuto una vita bellissima, se Dio mi volesse adesso non posso farci niente. Non per questo posso permettermi di piangere, devo proseguire con la cura, tenermi sotto controllo. Questo è un obbligo».
Infine, c’è un giocatore in giro per il mondo che le assomiglia, in cui lei rivede un Oscar Schmidt per modo di giocare e/o per il carattere?
«Ognuno è sé stesso, e non vedo giocatori che mi assomigliano. Da giovane ho avuto degli idoli, alcuni che mi assomigliavano e altri che neanche andavano vicini a come giocavo. Sto parlando di Ubiratan “Bira” Maciel, Bob Morse e Larry Bird».
Ha chiuso la sua carriera dopo 1289 partite e 42.044 punti segnati (403 e 13.957 in Italia, secondo dietro Antonello Riva con 14.423 punti che ha giocato 792 gare). A questi numeri aggiunge le 326 partite e i 7.693 punti segnati con la maglia oroverde del Brasile per un totale di 1615 gare disputate e, appunto, 49.737 punti: record mondiale assoluto.




* per la rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 12 gennaio 2017

E Caserta ha riabbracciato Oscar "cittadino onorario"

E Caserta ha riabbracciato Oscar "cittadino onorario"


di Giovanni Bocciero*


CASERTA - Oscar Schmidt è ritornato nella città, nel palazzetto in cui ha scritto pagine leggendarie della sua carriera, della sua storia, della Caserta cestistica e non solo. Adesso è anche a tutti gli effetti casertano doc dopo aver ricevuto la cittadinanza onoraria dal consiglio comunale, ma non abbiamo dubbi che in cuor suo già si sentiva tale.
OSCAR MENTRE HA RICEVUTO LA CITTADINANZA ONORARIA
(FOTO ELVIO IODICE)
Non a caso nel discorso che ha tenuto dinanzi al PalaMaggiò non gremito ma piuttosto commosso ha sottolineato di essere tornato a casa, tredici anni dopo quell’8 dicembre 2003, quando tenne la partita di addio alla pallacanestro giocata. Lui che è il bomber assoluto di questo sport, con oltre 49.700 punti segnati - nessuno come lui -, e che ha saputo vincere la partita più importante contro il cancro, è un vero e proprio simbolo di vita. Si è commosso tanto per l’affetto ricevuto al suo ritorno, è andato sotto la curva per ringraziare i tifosi come quando lo faceva dopo una vittoria negli anni ’80, ed ha versato quelle lacrime facendo trasparire tutta quella umanità che ne hanno distinto la sua vita. La partita della JuveCaserta contro Pesaro è quasi - e forse giustamente - passata in secondo piano, perché dopotutto la Mao Santa è tornata in città, e meritava tutta l’attenzione del caso. Oscar ha ricordato e ringraziato il Cavaliere Giovanni Maggiò e coach Boscia Tanjevic - presente per l’occasione - che lo hanno scelto e portato a Caserta quando la squadra era in A2. Scelta che non si è pentito di aver preso, perché “nella città vicino Napoli” è diventato un idolo indiscusso.




* per la rivista BASKET MAGAZINE

sabato 9 gennaio 2016

La Juvecaserta ha sempre ben figurato all’All Star Game

DALLA GAZZETTA DI CASERTA DEL 10/01/2016

AMARCORD. Sono 24 le convocazioni di atleti bianconeri
La Juvecaserta ha sempre ben figurato all’All Star Game
La partita delle stelle nostrane fu disputata nel lontano 1983 per la prima e fin qui unica volta tra le mura del PalaMaggiò

di Giovanni Bocciero

CASERTA. L’All Star Game Italia, la partita delle stelle nostrane che si disputerà questo pomeriggio a Trento, è arrivato alla sua 30esima edizione. La prima fu disputata il 12 maggio del 1982, e nell’arco degli anni ha cambiato più volte il format. Infatti, alle origini si sfidavano le rappresentative del campionato di A1 e di A2, che all’epoca vedevano le prime quattro del secondo torneo partecipare addirittura ai playoff scudetto. Dal 1989 erano l’una contro l’altra delle rappresentative territoriali, ovvero Sud contro Nord. Nel 1992 e 1993 invece, la Serie A e la Liga ACB spagnola organizzarono la kermesse insieme, con due squadre a rappresentare la crème de la crème dei rispettivi campionati. Su questa falsariga, nel 1994 la manifestazioni si ampliò e ci fu un triangolare tra Serie A, Liga ACB e Pro A francese. Dal 1996 entrò in gioco la Nazionale italiana, la cui prima presenza si ebbe già nel 1991, che sfidava di volta in volta il Team All Stars del campionato, con la sola edizione del 2005 che vide affrontarsi due squadre di All Stars per beneficenza. Dal 2007 al 2010 la partita delle stelle non si disputò, mentre dal 2011 è ritornato questo appuntamento folcloristico della pallacanestro italiana. 
FOTO FILAURO
La seconda edizione dell’All Star Game, giocato il 9 febbraio del 1983, si disputò al PalaMaggiò di Castel Morrone. Fin qui si tratta del primo ed unico appuntamento disputato nel “palazzo dei cento giorni”, e quella edizione vide il team dell’A1 guidata dall’Mvp del match Clyde Bradshaw e da Mike D’Antoni imporsi per 137-121 sul team dell’A2 allenato dal tecnico della Juvecaserta, Bogdan Tanjevic, e tra le cui fila militavano i bianconeri Oscar Schmidt, che realizzò 20 punti, e Zoran Slavnic. In totale il club di Pezza delle Noci ha avuto ben 24 convocazioni di propri atleti per questo speciale evento, ed il maggior numero di presenze le ha proprio la “Mao Santa” con sette, che ha realizzato complessivamente 193 punti, per 27,6 di media. Di seguito nel dettaglio tutti i bianconeri convocati nelle singole edizioni: Lorenzo Carraro (1982), Oscar Schmidt (1983, 1984, 1985, 1986, 1987, 1988 e 1989), Zoran Slavnic (1983), Marcel De Souza (1984), Mike Davis (1985), Horacio Lopez (1985), Ferdinando Gentile (1991), Mychal Thompson (1991), Greg Anderson (1992), Bill McCaffrey (1994), Jumaine Jones (2011), Andre Smith (2012), Stefano Gentile (2013), Michele Vitali (2014), Jeff Brooks (2014), Chris Roberts (2014), Micah Downs (2016) e Dario Hunt (2016). Tre invece le panchine che hanno parlato casertano con Bogdan Tanjevic (1983) e Franco Marcelletti (1989 e 1991).
La gara da tre punti la cui prima volta si è avuta nel 1986, ha visto Oscar Schmidt vincerla consecutivamente dal 1987 al 1989, mentre il premio di Mvp della partita lo hanno vinto in due: Oscar Schmidt (1987) uno dei tre atleti nella storia a compiere l’accoppiata con la gara del tiro da tre, e Stefano Gentile (2013) che l’anno dopo fece il bis seppur con la maglia di Cantù. Nel 1998, all’All Star Game di Napoli, il premio di Mvp fu alzato dal casertano doc Enzo Esposito che indossava la canotta dell’Andrea Costa Imola.

martedì 25 marzo 2014

Caserta, mobilitati per la “Mao Santa”

DALLA NUOVA GAZZETTA DI CASERTA DEL 26/03/2014

L'APPELLO. D’Ambrosio è volenteroso a voler fare un collegamento skype tra il PalaMaggiò e San Paolo
Caserta, mobilitati per la “Mao Santa”

CASERTA. Nell’ultimo mese circa, più volte si è parlato del mitico Oscar Schmidt, e delle sue condizioni di salute. Si è scritto e detto tanto sul campione brasiliano che ha indossato la casacca della Juvecaserta per ben otto anni, dalla stagione 1982 a quella 1990. Diverse sono state le testimonianze d’affetto, che la stessa “Mao Santa” ha ringraziato pubblicamente. Il calore non è mai mancato qui, nella città all’ombra della Reggia, ma noi vogliamo dare seguito a queste testimonianze d’affetto con un singolare appello. Il protagonista di questa richiesta è Luigi D’Ambrosio, presidente della Pallacanestro Casagiove, nonchè tifoso della società di Pezza delle Noci. Ebbene, D’Ambrosio sabato sera ha presentato il suo personale appello sul mezzo di comunicazione più fruibile e diretto che al momento esista, il social network Facebook. Il post che ha scritto recitava: “Qualcuno sa come si possa fare per mettere in piedi un collegamento skype con la casa di Oscar su maxi schermi un'ora prima di una partita della Juvecaserta? Lo chiedo a tutti i miei amici che amano questo sport e che possono fare qualcosa, in termini economici ed in termini organizzativi. Il “re” non sta bene e secondo me non gli dispiacerebbe sentire i casertani ancora una volta urlare il suo nome. Fatevi sentire. Si può fare e non costa molto. Io sono pronto a fare la mia parte”.
Luigi D'Ambrosio
Letto il post, che ha attirato comunque tanta curiosità, abbiamo sentito il diretto interessato, ripetiamo tifoso della Juvecaserta sin da giovane, tanto da essere a bordocampo nella finale di Coppa delle Coppe disputata ad Atene nel 1989 tra la formazione casertana guidata in panchina da Marcelletti e sul parquet da Gentile e Oscar, e il Real Madrid di un’altra leggenda come Drazen Petrovic.
Come le è venuta questa idea?
«Semplicemente perché ho la fortuna di essere una persona che - ha dichiarato D’Ambrosio - ha vissuto quel tempo, che ama il basket e che pensa che se oggi in tanti amano questo sport da queste parti è anche perché abbiamo visto quel ragazzo brasiliano diventare degno della Hall of Fame della pallacanestro».
Ha avuto modo di sentire personalmente Oscar, o ha letto le varie notizie sulla sua salute?
«Sono in contatto - ha rivelato il presidente del Casagiove - con persone che gli sono vicine e so che sta attraversando un periodo infelice».
Quanto varrebbe emotivamente per Oscar un tale gesto, e soprattutto come pensa Caserta possa rispondere a questo suo appello?
«Penso che ad Oscar possa solo far piacere sentire che qui nessuno lo ha dimenticato. E come Caserta possa rispondere l'ho già detto. Qualche maxi schermo ed una connessione internet. Poi - ha concluso D’Ambrosio -, non ho dubbi su quante voci si faranno sentire fino a San Paolo».
GIBO