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venerdì 9 gennaio 2026

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

Peterson taglia un traguardo emblematico: ci racconta il suo viaggio tra tante esperienze, di vita, di sport e professionali. Il ricordo commosso di Marco Bonamico e di Mabel Bocchi, la rivalità e il rispetto reciproco con Bianchini e Tanjevic.

Amici sportivi, i 90 anni di Dan Peterson

L’Italia e l’Olimpia Milano erano nel suo destino: nati nello stesso giorno. A stretto contatto con gli emigrati italiani in Cile, è arrivato quasi per caso nel nostro paese per prendere il posto di coach Rollie Massimino alla Virtus Bologna. Da americano d’Italia afferma «il confine cestistico tra Stati Uniti e il resto del mondo si sta assottigliando».


di Giovanni Bocciero*

 

«A 70 anni sono stato omaggiato da La Gazzetta dello Sport; gli 80 li ho festeggiati alla sala Buzzati del gruppo Rcs; per i 90 i miei manager hanno pensato bene di fare un docufilm che raccontasse la mia vita». Un personaggio, in tutti i sensi. Dan Peterson non potrà mai essere semplicemente un allenatore, oppure un telecronista. Poliedrico e sempre sorridente, ironico, il suo arrivo in Italia è stato una finestra aperta sugli Stati Uniti. E ora, tagliato un traguardo così importante, si racconta, spiegando anche come è nata un'iniziativa brillante e doverosa sulla vita del coach, o meglio dell'uomo, che è entrato nella fantasia di tutti gli appassionati del basket italiano anche con frasi ("Amici sportivi", "Mamma butta la pasta") rimaste iconiche.

«Ogni volta mi hanno organizzato qualcosa in più - ha dichiarato il coach -, stavolta si è pensato di fare un docufilm come ce ne sono stati altri su Sandro Gamba e Dino Meneghin. Questa è stata l’idea. Il docufilm ha diversi scopi, e sarà proiettato in 1200 cinema in tutta Italia. Poi per tre anni sarà visibile su Amazon Prime, e allo stesso tempo è disponibile per tutte le società di basket e in generale per le società sportive, perché vogliamo arrivare ai giovani e raggiungere il più ampio pubblico attraverso un’esposizione enorme».

«Ad ogni mio ex giocatore, da Mario Martini a Renato Villalta, Dino Meneghin, Roberto Premier, Vittorio Gallinari, Franco Boselli, hanno chiesto di fare una mia imitazione con una frase cult come ‘amici sportivi’. Il docufilm non è stato un lavoro di grande serietà, ma soprattutto una cosa allegra, fatto con il sorriso, con lo spirito di divertimento. Io sono soltanto l’oggetto del film, che è rilassante, e sono d’accordo sull’idea con la quale è stato realizzato».

Il documentario racconta la vita di Dan Peterson, iniziando ben prima del suo arrivo in Italia avvenuto nel 1973. «Si parla della mia infanzia in America, anche se è un breve flash perché il film è fatto per il pubblico italiano e abbiamo dato importanza agli anni che ho trascorso sia alla Virtus che all’Olimpia. Parliamo anche del Cile, che è stata una tappa importante per me, ma non di tutto perché è stato raccolto troppo materiale. Il regista mi ha spiegato che generalmente per un docufilm si fanno al massimo dieci interviste, lui ne ha fatte 20, e quindi non c’era spazio per tutto».

Quando ha allenato la nazionale cilena, l’Italia era già nel destino del coach. In Sud America infatti, fece amicizia con Renato Raggio, figlio di emigrati liguri e fondatore della Società sportiva italiana di Valparaiso. «Da Valparaiso faceva parte della mia squadra Jorge Ferrari, dal cognome italianissimo. Avevo Lorenzo Pardo, che però era di razza Inca, scuro di carnagione. Ho avuto Oscar Furnoni, ma in generale c’è stata un’importante emigrazione italiana in Cile, molto più che in Argentina. Quella nazionale aveva comunque una grande mescolanza, tra italiani, spagnoli, tedeschi, slavi, e il numero uno di sempre, Juan Guillermo Thompson, cognome inglese ovviamente».

Poi finalmente l’Italia. «Nel ’73 ho capito che poteva esserci la rivoluzione in Cile. Circa un anno prima avevo fatto una tournée negli Stati Uniti: 40 partite in 40 giorni contro squadre di college. Qualche mese dopo ritorno in America per trovare un accordo con un’università per allenare nella stagione successiva. Incontro Chuck Daly, coach del Dream Team del ’92 e all’epoca dell’università della Pennsylvania. Ci conoscevamo per i nostri trascorsi da vice a Michigan State e Duke. È lui che mi propose di allenare in Europa, senza menzionare l’Italia, perché il suo vice allenatore Rollie Massimino aveva firmato un precontratto con la Virtus con clausola d’uscita in caso di ingaggio come capo allenatore in Ncaa. Lo prese Villanova, con cui ha vinto il titolo nell’85, e quindi non andava più a Bologna».

Dopo un susseguirsi di chiamate, tra cui ad un avvocato di New York al quale il coach aveva inviato il curriculum, spunta l’opportunità alla Virtus Bologna, la cui proprietà «aveva promesso di avere un allenatore americano. Ai tempi c’era un solo giocatore straniero, e quello della Virtus era John Fultz, che aveva come avvocato proprio Richard Keenan, a cui avevo mandato il mio curriculum. Il patron Gianluigi Porelli, disperato per aver perso Massimino, si rivolge proprio all’avvocato newyorkese per trovare un altro coach. Keenan mi propone, e il patron risponde “me lo mandi”».

Con Bologna è subito amore. «La Virtus mi manda il biglietto e arrivo dopo quattro giorni. Parlo con Porelli che era un fenomeno, mi offrono tanti di quei soldi che non avevo mai visto. Vedo il palazzo dello sport, bellissimo. Vedo la squadra fare allenamento con il vice allenatore Ettore Zuccheri, un roster di talento, e firmo il contratto». In cinque anni, tra i suoi giocatori alle V nere, c’è anche Marco Bonamico. «Ci ha fatto vincere lo scudetto del ’76, a Varese, con la sua difesa su Bob Morse. Un lottatore, un ‘marine’, uno dei più grandi rimbalzisti che abbia mai allenato. Era in quintetto base per me già a 17 anni, una gioia fare il suo coach. Dava sempre il cento per cento ed era autoironico: “Se porto la testa, sono un giocatore da nazionale; se no, sono forse da serie C”. La sua scomparsa mi ha addolorato».

Una catena di probabilità, una serie di combinazioni che sembrano proprio un film, hanno portato Dan Peterson in Italia. Ma il suo destino era all’Olimpia Milano. Lui che è nato il 9 gennaio del 1936, lo stesso giorno in cui è stato fondato il club meneghino. «Io nasco, loro fondano. Una coincidenza incredibile, le probabilità sono infinite». Arriva a Milano nell’estate del ’78, ma «Cesare Rubini già l’anno prima mi aveva contattato. Poi è Toni Cappellari a chiamarmi, ma fino al termine dei playoff non parlo con nessuno. Finita la stagione, chiedo a Porelli il permesso di parlare con l’Olimpia, e il presidente che era molto sensibile mi ha detto: “Mi dispiace perderti, ma se ti vuole Milano devi andare”».

Siede sulla panchina dell’Olimpia dal ’78 all’87, vince ben otto trofei nazionali ed internazionali, ma al primo anno perde la finale scudetto proprio contro la Virtus. «Ero contento per loro, ma non per me che avevo perso». In quegli anni si è scontrato più volte con Valerio Bianchini e Boscia Tanjevic, due tecnici leggendari. Chi è stato il più difficile da affrontare? «È impossibile dirlo. Ho giocato di più contro Bianchini, ma entrambi sapevano indirizzare la propria squadra, dargli una missione, caricarla emotivamente. Ricordo che Tanjevic venne a sbancare il palasport di San Siro facendo partire in quintetto il suo decimo uomo delle rotazioni».

«Era il coraggio che li accomunava e li distingueva. Tanjevic ha fatto esordire in serie A Nando Gentile ed Enzo Esposito a 15 anni. Bianchini nell’88, a campionato in corso, cambia i due americani ingaggiando Darren Daye e Darwin Cook, e vince lo scudetto con Pesaro. Parliamo di uomini che non avevano paura di niente. Non contemplavano la possibilità di perdere, non faceva parte della loro mentalità. Non ho mai allenato contro due tecnici più bravi di loro ad intuire le scelte giuste da fare durante la partita. Come dicono negli Stati Uniti, a prendere la temperatura della gara. Erano lì per vincere, avevano il coraggio di rischiare, e sapevano leggere alla grande l’andamento della partita. Contro di loro non potevi guadagnare un millimetro di terreno. E con loro due inserisco anche Arnaldo Taurisano e Sandro Gamba, allenatori che facevano una categoria a parte. Delle leggende».

Una pallacanestro d’altri tempi, giocata in maniera diversa ma anche vissuta con un altro tipo di approccio. Anche dal punto di vista della comunicazione. Si diceva sempre quello che si pensava, senza peli sulla lingua, ma con grande rispetto. «Il maestro era Bianchini, ma anche Tanjevic aveva un grande rapporto con la stampa. Bianchini scriveva per Giganti del basket, ragionava come un giornalista, e lo chiamavo l’assassino del sabato sera perché rilasciava le interviste contro di me o Milano il sabato sera. La domenica usciva il giornale e non avevo il tempo per risponderlo perché il giorno stesso dovevamo giocare. Invece Tanjevic andava a ristorante con i giornalisti, beveva qualcosa con loro e magari fumava un sigaro mentre parlavano fino alle sei del mattino. Si faceva amare».

Restando in tema allenatori, ma più di attualità, a Milano ci sono state le dimissioni di Ettore Messina. Una notizia dal grande clamore che ha lasciato sgomenti davvero tanti appassionati non solo dell’Olimpia. «La notizia mi ha preso di sorpresa, anzi, diciamo pure molto di sorpresa. La società ha gestito molto bene questa decisione di Messina, con Peppe Poeta che è pronto per il ruolo. Sfruttando anche la pausa delle nazionali, hanno fatto questo cambio quasi in dolore. Ovvio che la perdita di un allenatore con quel curriculum è uno shock, però tutto è avvenuto in maniera molto professionale, facendo il meglio possibile. Vediamo cosa succede. Ovviamente sono legato a Milano, ma voglio vedere entrambe le squadre italiane andare bene in Eurolega. Anzi, vorrei vedere più squadre italiane giocare nella massima competizione europea. Così come vorrei rivedere anche Roma con una squadra in serie A, chiunque essa sia, basta che si tratti di una formazione romana. Nel basket italiano ci vuole un polo nord e un polo sud, ci vogliono assolutamente Milano e Roma».

Per quanto si è visto all’ultima Olimpiade, il confine tra Stati Uniti ed Europa si sta assottigliando sempre di più. Crede che ormai si sia arrivato ad una sorta di livellamento, o comunque gli Stati Uniti sono sempre un gradino più su? «Vediamo come andrà l’Olimpiade di Los Angeles nel 2028, perché è comodo dimenticare che gli Stati Uniti hanno vinto l’oro a Parigi dopo essere stati anche sotto di 18 punti contro la Serbia nell’ultimo quarto. Poi hanno vinto, ma la vera differenza è che la Serbia ha 7 milioni di abitanti, mentre gli Stati Uniti ne ha 337. Quindi, se la Serbia con 7 milioni di abitanti può sfidare gli Stati Uniti e ridurre il divario, è un segnale. Adesso in Nba vogliono fare un All Star Game fra giocatori americani e non americani, vediamo cosa succede, ma credo che il resto del mondo stia ormai pareggiando il valore, il talento».

Nella carriera di Dan Peterson l’ironia è stata la chiave per superare anche le difficoltà, i momenti negativi. «Non solo l’ironia ma anche l’equilibrio, perché non mi sono mai esaltato troppo per una vittoria e neppure depresso per una sconfitta. E poi non ho mai dimenticato che non sono un genio, sono i giocatori che vanno in campo, sono loro che giocano. Dovevo allenare loro, dovevo allenare la partita, non pensare agli avversari. C’è molto pragmatismo americano in questo concetto».

Un ultimo pensiero va a Mabel Bocchi, un’icona del basket femminile che ci ha lasciato proprio recentemente. «È stata una giocatrice avanti di 50 anni rispetto al basket femminile. Coordinata come una saltatrice di salto in alto, o una farfalla della ginnastica ritmica. Ovviamente una grande atleta, con elevazione, corsa, rapidità, reattività, riflessi. Aggiungiamo un quoziente di intelligenza cestistica straordinaria e una determinazione da leonessa. Il risultato di tutto ciò? La migliore giocatrice italiana di ogni tempo, con tutto il rispetto per Catarina Pollini e Mara Fullin. Bocchi è stata una campionessa nata, lottatrice feroce. E poi era un’atleta completa, poteva giocare in qualsiasi ruolo, forse anche al livello più basso del basket maschile. Faccio fatica a rendermi conto che non ci sia più».


Il parere sulla dibattuta Nba Europe

La futura e ormai prossima Nba Europe non convince del tutto coach Dan Peterson. «Se vogliono venire in Europa per portare via l’Olimpia Milano ed il Real Madrid dall’Eurolega e dai campionati nazionali, non penso che sarà ben accettato dai tifosi. Avevano proposto la Super League nel calcio, e proprio i tifosi hanno fatto un grande baccano per non averla. E poi, vengono per sviluppare i giovani? C’è l’esempio dell’Nba in Cina, dove sono andati a giocare tanti ex giocatore della lega, tutti americani, che prendono tanti se non tutti i tiri, e la nazionale cinese è in caduta».


* per la rivista Basket Magazine

sabato 4 novembre 2023

Gandini: il basket torna nella vita degli italiani

Gli obiettivi della Lega: competitività, innovazione e un feeling maggiore con tutti gli sportivi

Gandini: il basket torna nella vita degli italiani

Una Serie A più spettacolare con atleti e tecnici importanti e il traino della Nazionale


di Giovanni Bocciero*

 

UNA NUOVA STAGIONE è iniziata, con la LBA vogliosa di continuare a crescere e diventare sempre più ambiziosa. «Una Lega altamente competitiva, ed un campionato che - esordisce il presidente Umberto Gandini - attiri più interesse sia per gli appassionati che per gli sponsor. Ma soprattutto, un campionato che diventi sempre più parte integrante della vita degli sportivi italiani, che non siano necessariamente soltanto gli appassionati o praticanti della pallacanestro, ma in generale tutta quella fetta più ampia di coloro che hanno interesse per il nostro sport e che devono appassionarsi pian piano alle nostre squadre».

Il presidente LBA durante la premiazione della Supercoppa 2023
che è stata un grande successo di pubblico

Ovviamente gli obiettivi da raggiungere passano anche per la competitività del campionato. «Non sono un tecnico a tal punto da poter giudicare sulla carta le formazioni - continua il numero uno della LBA - che prendono il via in campionato. Posso però far notare che tutte e sedici le squadre hanno ben interpretato la fase di costruzione del roster durante il mercato. Milano e Bologna che sono impegnate in Eurolega hanno una squadra molto profonda ed hanno intrapreso la loro strada portando giocatori di grande livello. Milano ha preso Mirotic ed ha due campioni del mondo nel proprio roster. Bologna adesso ha Banchi come guida tecnica che è stato il miglior coach dei Mondiali, e non concordo su un ridimensionamento del progetto perché hanno operato in maniera oculata secondo i limiti che si sono posti. Poi ci sono tutte le squadre ben attrezzate e che saranno impegnate in Europa come Venezia, Tortona che ha alzato ulteriormente l’asticella, Varese e Brindisi che devono conquistarsi sul campo l’accesso ai gironi di BCL, Sassari e Trento che sono una costante a livello internazionale. Quello che però interessa di più alla LBA è, che pur sapendo che i budget spesso e volentieri scendono in campo, da qui alla fine del girone d’andata che qualifica per la Final Eight di Coppa Italia, e poi al termine della regular season che qualifica per i playoff, tutti giocheranno al massimo delle loro possibilità».

L’inizio del campionato è stato scosso dal rifiuto del brasiliano Caboclo di unirsi a Venezia nonostante il contratto firmato in estate. «In questa vicenda è chiaro che la Lega farà tutto ciò che è in suo potere per sostenere il club - afferma Gandini - in quella che diventa una battaglia legale sia sportiva che civile tra due parti. Una di queste è il giocatore che evidentemente pare indifendibile. La giustizia farà il suo corso, come per altro è già successo in altri casi come lo scorso anno tra Verona e Selden. Sono certo che le ragioni della Reyer verranno premiate. Adesso hanno il problema di sostituire l’atleta, magari con un giocatore per l’immediato aspettando i tagli dei training camp della Nba per vedere chi possa essere utile».

Restando in tema di giustizia sportiva, come evitare a monte un caso Varese come lo scorso anno? «La giustizia sportiva ha il suo corso indipendente, così come la Procura Federale. È stata segnalata una violazione delle norme che non era possibile accertare in altro modo, e la giustizia ha seguito quelli che sono i suoi tempi. Credo che innanzitutto questo caso abbia insegnato che, qualora ce ne fosse bisogno, le regole vanno sempre rispettate e i regolamenti vanno applicati alla lettera. Confido - auspica il presidente - sul fatto che non sia questa una fattispecie che possa ripetersi. D’altro canto, ogni discorso sull’eventuale riforma della giustizia sportiva non è un tema che riguarda solo la pallacanestro, come abbiamo avuto modo di vedere per tutta l’estate col calcio».

La LBA sta immaginando di espandersi, e questo significa anche portare all’estero i propri eventi. «Questo può riguardare solo ed esclusivamente la Supercoppa - chiarisce Gandini -, che è una manifestazione della lega in accordo con la federazione. Si tratta dell’unica competizione esportabile in quanto cambia sede a seconda di vari fattori, e quindi in un’ipotetica idea potrebbe essere disputata anche all’estero. Lo stiamo valutando, ci sono discorsi in essere per nuovi mercati nei quali la pallacanestro italiana, o quella in generale, necessita di nuovi sviluppi, e quindi stiamo attenti e monitoriamo. Per quanto riguarda le altre competizioni il campionato è escluso così come la Coppa Italia. Per la Final Eight 2024 torniamo a Torino, una sede che ci ha dato grandi soddisfazioni. Cercheremo di replicare, e dove è possibili migliorare, ciò che abbiamo offerto nello scorso febbraio. La prima novità è che apriamo, in accordo con la LBF, alla Final Four di Coppa Italia femminile che sarà giocata in contemporanea alla Final Eight maschile».

L'imponente immagine dei 12.500 del Pala Alpitour alle Final Eight
dell'anno scorso: LBA punta a fare il bis anche in questa stagione

Lo scorso anno a Torino si è organizzato un evento quasi perfetto. Ma dove si può migliorare? «Nel nostro piccolo stiamo copiando quelli che sono i migliori esempi che ci possono essere. Non pensiamo di inventare nulla. Siamo però anche capaci di creare dei trend, perché ad esempio dopo la Final Eight di Torino una lega importante come l’ACB, la competizione per club più importante a livello domestico in Europa, ci ha chiamato per chiederci informazioni guardando al nostro evento come un esempio da seguire. Questo ci fa molto piacere. Continuiamo ad investire nello sviluppo, nell’allargamento della fan base per arrivare soprattutto alle nuove generazioni - sottolinea ancora Gandini - che hanno una fruizione del prodotto sportivo diversa dai loro padri o dai fratelli maggiori. Fermo restando che il prodotto è fruibile per chiunque a tantissimi livelli. Attraverso l’attività dei club è fruibile ovviamente dal vivo nei palazzetti, con le campagne abbonamenti e la politica dei prezzi. È disponibile online su tablet e smartphone così come sul satellite ed in chiaro. Per i più giovani e smaliziati abbiamo i social e tutta la produzione digital. La cosa più importante però, è che quando c’è la passione questa rimane e non sono preoccupato di perdere il pubblico più affezionato cresciuto con la pallacanestro negli ultimi venti, trenta o quarant’anni. Preferisco lavorare sull’aggiungerne altro di pubblico, pensando anche ad un ricambio che purtroppo è inevitabile in ogni ciclo della vita».

La Serie A vede sempre più club e coach ostaggi del risultato, e per questo giovani come Mannion, Spagnolo, Procida, Diouf, emigrano all’estero per trovare una loro dimensione. «Purtroppo non credo che sia una sorpresa. Parte del percorso di crescita di questi ragazzi comprende per vari motivi una, o più tappe, all’estero. Vuoi per uscire dalla comfort zone, per misurarsi con campionati diversi, e anche per guide tecniche che valutano diversamente lo status delle prestazioni. Così non mi sorprende neppure che tanti altri giovani, dei quali non parliamo, vadano a studiare negli Stati Uniti, così da abbinare una crescita tecnica anche un’educazione superiore rispetto a quella che potrebbero avere nel nostro paese, dove purtroppo l’accoppiata studio-sport dà tantissimi grattacapi. Non mi sorprende neanche che gli allenatori dei club abbiano una grandissima attenzione a vincere le partite, a centrare posizioni che gli permettano di vincere trofei, di qualificarsi in Europa o alle Final Eight, o di conquistare la salvezza. Questo non deve sorprendere. Poi però c’è l’attitudine personale, sia dei tecnici che degli atleti. Credo che in linea generale i giocatori che meritano, indipendentemente dall’età o dal passaporto, giocano. Poi ci sono altre cose che maturano in maniera diversa - evidenzia il presidente LBA -, come la personalità, la capacità di assumersi responsabilità, e questo spesso è meglio affrontarlo in un’altra realtà. E valuto positivamente tutto ciò perché poi si tratta di atleti che arrivano alla nostra nazionale».

Parlando di Italbasket, come valuta i quarti di finale raggiunti al Mondiale? «La Nazionale ha fatto benissimo, facendo un percorso straordinario. Concordo con il ct Pozzecco, secondo il quale ciò che ha fatto l’Italia nelle Filippine ha convinto il paese intero che potevamo battere gli Stati Uniti. Ritengo che questa sia una fotografia fedelissima, perché così come abbiamo poi sofferto per i 37 punti di scarto, nei giorni precedenti alla gara l’opinione pubblica riteneva che si potesse fare il miracolo. Questo credo che sia un tiolo di merito per la Nazionale che ha risvegliato attenzione sul movimento, che con le prestazioni ha portato vantaggi anche ai club con risvolti positivi sulle attività commerciali e sull’attenzione a loro riservata. Adesso la Nazionale avrà da affrontare dei cambiamenti - analizza Gandini -, dal ritiro di Datome ai giocatori di punta che avranno un ulteriore anno. Avremo un Preolimpico estremamente difficile sulla carta, per questo da preparare al meglio. E sono convinto che le squadre di Serie A daranno alla Nazionale il supporto necessario affinché si possa avere una rosa di giocatori potenzialmente più ampia, di interesse e pronta così da permettere al ct di avere possibilità di scelta su chi convocare».

L'Italia alla World Cup ha appassionato:
i club continueranno a sostenerla

Ultima chiosa sulle elezioni Fip. «Per quanto riguarda il discorso sulla politica federale e la sua guida non dobbiamo preoccuparci. Dobbiamo affrontare tutta la stagione 2023/24, il pre e post Olimpiadi, parte della 2024/25 prima di affrontare nuove elezioni e quindi abbiamo tempo per questo discorso. Quello che posso dire è che sicuramente la guida solida e duratura del presidente Petrucci ci porta a pensare che l’eventuale successione, qualora fosse necessaria - conclude Gandini -, sarà affrontata nei tempi e nei modi dovuti».


* per la rivista Basket Magazine

mercoledì 11 novembre 2020

Vuelle Pesaro. Il ritorno all'antico risveglia la passione

Repesa e Delfino possono rilanciare la Vuelle dopo le ultime sofferte annate

Il ritorno all'antico risveglia la passione

Un coach importante e un ex protagonista della Nba: Pesaro riscopre il fascino dei grandi nomi


di Giovanni Bocciero*


STAGIONI scarse di risultati, poche risorse economiche a disposizione, e un tifo caldo a sostenere quanto a criticare l’operato di squadra e società. Questa è Pesaro, piazza storica della pallacanestro italiana che quest’anno, nonostante l’emergenza Covid, ha deciso di rilanciarsi sul palcoscenico nazionale. E lo ha fatto calando due pezzi grossi, in panchina e sul campo: Jasmin Repesa e Carlos Delfino, nomi altisonanti che ricordano quelli a cui la città marchigiana era stata abituata per decenni, in un passato che oggi appare troppo remoto e il presente senza nulla in comune, come fosse un altro mondo.

Se il curriculum di Jasmin Repesa - preceduto dalla buona tradizione con il basket croato della VL da Aza Petrovic (fratello di Drazen, immenso campione Nba, scomparso prematuramente in un incidente stradale) e Pero Skansi - parla di 10 campionati e 10 trofei vinti tra Croazia, Italia e Turchia. Carlos Delfino chiama 9 anni di Nba, un oro e un bronzo olimpici, un oro e un argento ai campionati americani. Al coach che guidò la Fortitudo - eterna rivale dei pesaresi, e pure Carlito è un ex dell'Aquila, vedi il destino! - allo scudetto '05 è stato affidato il compito di risollevare le sorti della Vuelle, che ha vissuto le ultime otto annate in perenne apnea riuscendo a conservare la serie A spesso e volentieri solo all’ultima occasione utile.

«L’arrivo di Repesa può significare sicuramente una ripresa, ma per parlare di rilancio bisogna ancora aspettare - ha esordito il giornalista Massimo Carboni -. Questa ripresa è incominciata con il più grande acquisto che la Vuelle potesse fare, ovvero affidando il ruolo di coach a Repesa. Lui è uno di quegli allenatori sui quali si può fare un investimento sicuro, perché credo che fra le tante caratteristiche positive ne abbia due particolarmente importanti. La prima è che sa leggere le partite in maniera efficace, in quanto determina una tattica da perseguire anche e soprattutto in base ai giocatori che ha a disposizione. Non è un coach che chiede a un giocatore qualcosa che non riesce a fare, o che non sa fare, per limiti tecnici o caratteriali. Questa sua capacità di lettura - ha continuato l’ex inviato di Radio Rai - è notevole, ed è un punto assolutamente positivo perché sa cosa chiedere in base al materiale umano che ha a disposizione. L’altro punto è la grande capacità di saper lavorare sui giovani. Questa versione di Pesaro è un misto tra giocatori esperti e più giovani, e la gioventù è materiale sul quale Repesa sa lavorare meglio di chiunque altro suo collega. La ripresa credo che parta da questi due aspetti, e poi si potrà anche arrivare ad un vero e proprio rilancio».

«Il rilancio di Pesaro è basato sul fatto che ha preso un grande allenatore quale è Repesa - ha invece dichiarato coach Valerio Bianchini -. Nelle ultime stagioni la squadra ha sempre avuto tecnici modesti, che non riuscivano ad influire sullo sviluppo della società. Il suo arrivo credo che rappresenti un’evoluzione, perché non solo è un uomo di alta rappresentanza nel mondo del basket, ma darà sicuramente un’impronta forte all’organizzazione, come per la costruzione di una squadra degna della serie A, cosa che prima non accadeva. Questa evoluzione naturalmente comporta che la società si sia adeguata alle sue esigenze. Tutto ciò è molto positivo, e il pubblico sopraffino di Pesaro - ha concluso il Vate -, che per anni è stato costretto a soffrire, finalmente adesso può godersi una squadra in grado di competere con le altre».

L’ala argentina Carlos Delfino, nonostante i suoi 38 anni e gli acciacchi fisici è stato il colpo del mercato estivo. A lui si sono aggiunti altri giocatori d’esperienza come Ariel Filloy o Tyler Cain, e scommesse interessanti quali Justin Robinson oltre ai giovani da lanciare Henri Drell e Marko Filipovity.

«A Pesaro è cambiata l’aria questa estate, c’è un entusiasmo diverso - ha commentato la giornalista Camilla Cataldo - che non si respirava da molto tempo. Il paradosso è che chiaramente nessuno può entrare al palazzetto, e mi auguro che la situazione futura cambi in positivo. Questa è la pecca e la preoccupazione principale per l’annata più del risultato del campo perché ci sarebbe un buco di 500 mila euro che va coperto. La società non ha mai fatto il passo più lungo della gamba, e quest’anno ha provato ad alzare un po’ l’asticella. Si spera dunque che in qualche maniera si riesca a coprire questo investimento. Per quanto riguarda la squadra si è andati al di là di ogni aspettativa. Giocatori come Cain, Delfino o Filloy erano impensabili solo pochi mesi fa. È stata importante la volontà in estate di mantenere la categoria perché a giugno sembrava che si potesse fare un passo indietro, e invece i consorziati hanno voluto riprovarci tutti uniti e compatti. È stata una spinta grande, un valore aggiunto, un passo in più proprio del gruppo consorziato nel quale è scattato qualcosa che ha fatto la differenza. Da lì si è deciso di puntare su una figura come Repesa che - ha continuato la giornalista del Corriere Adriatico - è venuto a Pesaro accettando una sfida nuova nella sua carriera a livello sia di obiettivi che di risorse. Ha pesato l’amicizia con Ario Costa, ma non ha avuto pretese fuori dal budget della Vuelle, ed alla fine ha deciso di cavalcare questa avventura che l’ha visto firmare addirittura un contratto triennale. Repesa rappresenta la ciliegia sulla torta di questo progetto, e insieme hanno costruito una squadra che per qualità non era pensabile, con giocatori più conosciuti, che hanno già vinto, in controtendenza col recente passato in cui si puntava più sui rookie. Quest’anno si vuol provare a puntare a qualcosa di più di una salvezza risicata. Poi a detta di tutti, e anche secondo me, il livello medio del campionato si è alzato con tutte le squadre che si sono rinforzate rispetto ad un anno fa e con due retrocessioni i rischi sono maggiori. Quello che si è visto sin qui è un qualcosa di diverso, perché c’è una squadra vera, ci si diverte, si lotta e si vede una pallacanestro di livello. Anche il ritorno di Walter Magnifico, in questo senso, è un’operazione che è stata accolta favorevolmente dalla piazza - ha concluso Cataldo - e che ha rappresentato un riconciliarsi al cento per cento con i tifosi e ripartire tutti uniti in questa nuova avventura. Insomma gli ingredienti per fare bene ci sono davvero tutti».

I successi degli scudetti ’88 e ’90, e prim’ancora la Coppa delle Coppe dell’83 e la Coppa Italia dell’85, senza dimenticare l’ultimo trionfo della Coppa Italia del ’92, sono soltanto un lontano ricordo per una piazza che, nelle parole degli intervistati, ha dei tifosi con una grande peculiarità: l’essere fedeli, sempre e comunque. «Chiamiamola passione, chiamiamolo tifo caldo, ma la caratteristica principale della tifoseria pesarese - ha sottolineato Carboni - è la fedeltà. Quando arriva il risultato così come la stagione tribolata, con un piede più in A2 che in A1, il pubblico è sempre lì. Ovvio che è anche autorizzato ad arrabbiarsi quando le cose vanno male, quando la società non può rispondere a quelle che sono le esigenze della piazza. Però è fedele, e questo sta a significare che spinti dalla passione, dall’amore per la maglia, è sempre presente e pronto ad incitare. Diciamo che il pubblico pesarese è come quella moglie che perdona il marito quando rientra tardi a casa».

«Dati i miei trascorsi posso solo immaginare l’umore della piazza. La partecipazione e la grande competenza dei tifosi pesaresi è notoria, così come la loro personalità - ha commentato Bianchini -, che evidentemente sono capaci di esaltarti nel momento della vittoria e criticarti in quello della sconfitta. Però restano sempre fedeli. Non dimentichiamoci che Pesaro anche in queste ultime stagioni difficili, soprattutto l’anno scorso quando non si vedeva una vittoria neppure a pagarla, ha sempre avuto almeno 4 mila spettatori. Si tratta di un pubblico che molte città invidierebbero».

«Pesaro è una piazza appassionata nel bene e nel male. I tifosi sono intenditori, non a caso si dice che in città ci siano 100 mila allenatori, quanto gli abitanti - ha ricordato Cataldo -, perché si mastica pallacanestro da una vita. Ancora si ricordano i tempi di Daye e Cook, e certamente sono stati abituati bene nonostante sia passato davvero tanto tempo. Quindi nel bene o nel male c’è sempre entusiasmo, con uno zoccolo duro sempre presente al palazzo, e quest’anno c’è stato questo evidente cambio di prospettiva garantito dall’arrivo di Repesa. È pur vero che si va molto dietro al risultato, ma la carica che c’è oggi non la si vedeva da molto tempo. Si è visto anche un bel modo di lavorare, con grande carica, e questo è una cosa che i tifosi poi riconoscono».

E proprio l’emergenza Covid, con l’ingresso solo parzialmente garantito nei palazzetti è un handicap non indifferente, che potrà avere ripercussioni soprattutto economiche. Non a caso mentre scriviamo la Vuelle, che può vedere vanificato il buon lavoro fatto in estate, sta pensando di giocare a Rimini per sfruttare l’ordinanza dell’Emilia-Romagna sulla maggiore percentuale d’ingresso degli spettatori.

«La Vuelle sa che il pubblico è ogni anno il principale sponsor della società, con circa 4-500 mila euro derivanti dagli spettatori - ha ricordato Camilla Cataldo -, e magari quest’anno si sarebbe potuto toccare il record degli abbonati almeno per gli ultimi anni. Non ci saremmo meravigliati se in alcune partite il palazzo si fosse riempito. Lo abbiamo visto proprio l’anno scorso durante la Coppa Italia, quando lo spettacolo era all’altezza, c’è stato il tutto esaurito per tutti i giorni della manifestazione. È stato un colpo d’occhio notevole che testimonia le potenzialità del bacino pesarese. La società non ha mai fatto passi più lunghi della gamba. Non hanno mai chiuso un bilancio in rosso. In qualche modo credo che sopperiranno, magari i consorziati si guarderanno intorno per cercare nuovi soci, o in tasca per ripianare il disavanzo. Ma ci si augura che in parte possa essere riaperto il palazzetto agli spettatori. Mi rendo conto che le difficoltà sono enormi - ha concluso Cataldo -, e si naviga davvero a vista».


* per la rivista BASKET MAGAZINE

martedì 27 ottobre 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Marco Atripaldi

Intervista esclusiva a Marco Atripaldi, club manager della Pallacanestro Biella, con il quale abbiamo parlato dell'attività cestistica riguardo all'ultimo Dpcm del 25 ottobre 2020, dell'emergenza Covid che sta portando conseguenza economiche a livello di botteghino e non solo, di serie A e A2, settore giovanile, governance sportiva e tanto altro.



sabato 1 agosto 2020

Scenari futuri per il "sistema basket" tricolore. Idea canale tematico

di Giovanni Bocciero*

L’emergenza Coronavirus sta mettendo in grande difficoltà il mondo della pallacanestro. Non solo la stagione è stata sospesa anzitempo, ciò che preoccupa adesso è come riprenderà l’attività agonistica. Il calcio, pur barcollando all’inizio, ha ripreso a giocare. Una condizione, ed una volontà, legata in particolare ai diritti televisivi che sono una gran miniera d’oro per tutto il sistema calcistico. Ma l’emergenza ha messo a dura prova l’intero tessuto imprenditoriale/aziendale, i cui effetti non sono ancora del tutto calcolabili. Diritti tv e aziende, due fattori che caratterizzano a loro modo il sistema calcio e quello basket. Vediamo perché.

La Serie A di calcio percepisce, e percepirà, dai soli diritti televisivi circa 1,34 miliardi di euro annui (includendovi i diritti venduti all’estero) sino al 2021. Diverso il discorso per la prima divisione di pallacanestro, perché circa i 2/3 dei 109 milioni e rotti di ricavi dell’anno 2019 provengono dalle sponsorizzazioni. In questo caso i diritti tv si aggirano sui 2,8 milioni di euro.

Con questi numeri si capisce come il modello di business delle due leghe sia diametralmente opposto. E se l’emergenza ha messo in ginocchio le aziende, aspettiamoci il crollo del modello di business del basket basato, appunto, sulle sponsorizzazioni. Da questo punto di vista il recente stop sulla proposta conosciuta come “credito d’imposta per le sponsorizzazioni” potrebbe rendere ancora più difficile il reperimento di fondi per i club. Inoltre, l’incertezza che influenza l’avvio della prossima stagione, riguardo alla presenza o meno del pubblico nei palazzetti, andrebbe ad intaccare la 2a principale fonte d’entrata, ovvero il botteghino.


Non ci voleva di certo questa premessa per inquadrare lo stato dell’arte di un movimento che conosce perfettamente le sue difficoltà. Ed è un peccato che questa emergenza sanitaria si sia manifestata proprio a metà di questa stagione che stava segnando l’inizio di una nuova primavera per la pallacanestro della massima serie, con pubblico e incassi in netta crescita.

I 2/3 del totale dei ricavi provengono dagli sponsor: si parla quindi di una cifra intorno ai 75 milioni di euro. Dati alla mano, nel massimo campionato italiano di basket gli sponsor sono di fondamentale importanza per garantire ai club il supporto economico necessario. E per le società, il termine “sponsor” può risultare riduttivo, visto l’impegno profuso da chi, associando il proprio marchio a una squadra, ne è spesso anche proprietario o azionista di riferimento. Inoltre, anche se l’impatto dei diritti tv è aumentato del 30% (grazie alla cessione dei diritti esteri a Eurosport, che insieme alla Rai trasmette il campionato in Italia), per un ammontare di circa 2,8 milioni annui fino al 2020, il volume d’affari è “negativo” rispetto al campionato francese che per i diritti interni guadagna 3 milioni a stagione, ed è distante anni luce da Spagna e Turchia. Infatti la Liga ACB da Movistar guadagna 10 milioni di euro, mentre la BSL turca, con il contratto siglato con Turk Telekom, guadagna più di 12 milioni di euro.

In questo senso la nuova governance della Lega Basket A dovrà subito affrontare un tema molto caldo, ovvero il bando per i diritti tv del prossimo triennio. La partnership con Eurosport, siglata nella stagione 2017/18, ha consentito una fruizione delle partite sia in tv che in streaming, permettendo alla Lega tricolore di sfruttare tutto il proprio potenziale. L’audience tv media si è mantenuta sui 120 mila spettatori a partita, mentre nel solo girone d’andata di quest’anno si era passati a 127.965 spettatori con Eurosport che ha fatto segnare un aumento del 39,8% di spettatori a partita per la diretta settimanale. Certo parliamo della massima serie, ma sono interessanti anche altri numeri per capire il bacino d’utenza dal quale la pallacanestro italiana potrebbe attingere. Ad esempio la Lega Basket A (LBA), guidata da pochi mesi dal neo presidente Umberto Gandini, ha trasmesso in diretta sulla pagina Facebook la Next Gen Cup, la competizione dedicata a formazioni Under18. Questo “format” ha fatto registrare ben 9.800 spettatori a partita. Una fan base di livello, se si considera che si tratta solo di settore giovanile, che comunque ha confermato l’audience crescente sui canali social: +19,8% su Instagram, +5,6% su Facebook e +4,4% su Twitter.

Per il futuro, prossimo e lontano, bisognerà focalizzarsi su alcuni punti cardine per la valorizzazione del prodotto basket. Come riuscire però ad accrescere la visibilità? Magari lanciando definitivamente un canale tematico in chiaro con un palinsesto dove poter trasmettere tutta la pallacanestro tricolore. È nei momenti di “crisi” che una scelta ritenuta avventata può rivelarsi una mossa visionaria. Abbiamo anche l’esempio piuttosto audace di Super Tennis. Il bilancio della Sportcast srl, società che gestisce il canale tematico, al 31 dicembre 2018 ha fatto segnare un valore della produzione (10.123.546,00) in crescita dal 2014, passando dal 31% al 42%. Il peso percentuale dei ricavi rispetto alla controllante si è ridotto al 68% essendo 6.863.880,00. In cinque anni di attività (2014-2018), l’ascolto medio si è tenuto sostanzialmente uguale, con un picco nel 2015 di 15.370 mentre negli anni 2017 e 2018 si è aggirato poco oltre i 14 mila spettatori.

La pallacanestro ha una fan base diversa e crediamo più ampia rispetto al tennis, quindi perché non lavorare affinché l’idea di un canale tematico sul basket diventi davvero realtà dopo averne discusso anni addietro, così da riportare la pallacanestro nelle case di milioni di appassionati che non avranno bisogno di pagare un abbonamento per guardarlo?


* per SPORTECONOMY

venerdì 17 luglio 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Luigi Gresta

Intervista esclusiva a coach Luigi Gresta, con il quale abbiamo approfondito i temi legati agli italiani e a come è visto il basket italiano all'estero, le competizioni europee, il mercato e la Nazionale, le capacità di scouting e l'esperienza in Ncaa.


lunedì 6 luglio 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Mario Boni

Intervista esclusiva a Mario Boni, vicepresidente Giba, con il quale abbiamo parlato di temi caldi post emergenza, come utilizzo dei giocatori italiani, la proposta di legge sul credito d'imposta per le sponsorizzazioni respinta, l'incognita dei palazzetti ancora chiusi al pubblico all'inizio della prossima stagione, ma anche del mercato piuttosto vivace e delle affermazioni europee dei club italiani negli ultimi anni.


martedì 30 giugno 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Cesare Pancotto

Intervista esclusiva a coach Cesare Pancotto, con il quale abbiamo parlato del ritorno all'attività dopo l'emergenza, di come cambia il metodo di lavoro e dell'approccio con i giocatori, e della possibilità di un maggiore utilizzo dei giovani italiani nel prossimo campionato.


mercoledì 22 gennaio 2020

Il giramondo - Mekel...angelo, il re degli assist

Cresciuto nelle giovanili del Maccabi, ha poi vinto per due volte il titolo israeliano soffiandolo al club di Tel Aviv
Mekel...angelo, il re degli assist
Ha giocato in sei Paesi diversi, due produttive stagioni in Ncaa, due anni in Nba



di Giovanni Bocciero*



UN AUTENTICO GIRAMONDO che anche attraverso la pallacanestro ha potuto dare sfogo ad uno dei suoi maggiori hobby, quello di viaggiare. Gal Mekel da Ramat HaSharon, classe 1988, ha militato in tanti campionati diversi e vissuto esperienze così differenti l’una dall’altra che lo si potrebbe quasi definire un cittadino del mondo. Ma non mettente in dubbio il suo attaccamento per la Nazionale, perché lui è un israeliano orgoglioso.
Cresciuto in una famiglia molto numerosa (ha quattro fratelli e due sorelle, ndr), sin da adolescente alla Alliance High School di Tel Aviv ha praticato diversi sport, come il basket ed il tennis. Il primo è poi diventato il suo lavoro, il secondo solo un passatempo estivo. La scelta di dedicarsi completamente alla pallacanestro è stata una normale conseguenza dei primi successi raggiunti con la palla a spicchi tra le mani. Mettendosi in mostra prima tra le fila dell’Hapoel Tel Aviv e poi dell’A.S. Ramat HaSharon ha attirato l’attenzione del colosso israeliano Maccabi, col quale a 17 anni ha messo in bacheca il titolo del campionato giovanile 2005/06. Contemporaneamente iniziava ad essere anche un perno della formazione under 18 dell’Israele, con la quale al prestigioso torneo Albert Schweitzer si è fatto conoscere al mondo intero. Dall’altra parte dell’oceano ha fatto clamore la sua prestazione da 29 punti e 6 assist realizzata contro l’equipe statunitense, e così diversi college si sono fatti avanti offrendogli una borsa di studio. Providence, Southern California ma soprattutto Wichita State. Ha accettato l’offerta di quest’ultima, e con gli Shockers ha disputato due stagioni in Ncaa che sono state altamente formative in ambito sociale, culturale e cestistico. Non a caso ancora oggi la reputa una dei momenti decisivi della sua carriera. «La decisione di andare a giocare in un college americano - ha recentemente dichiarato Mekel in una intervista -, dopo aver militato nelle giovanili del Maccabi, credo sia stato il modo migliore per attenuare l’impatto nel passaggio dalle giovanili al professionismo. Oltre ad essere stata una grande esperienza, personalmente mi ha molto aiutato e credo che per chiunque sia una scelta da fare».

UN RAGAZZO INCONTENTABILE. In oltre dodici anni di carriera ha giocato in sei paesi diversi perché essendo uno che non si accontenta facilmente spesso e volentieri ha deciso di cambiare casacca anche a stagione in corso. Lo ha fatto per avere maggiore spazio ma anche per accettare sfide che in pochi si sarebbero sognati di affrontare. Come quando appena ritornato dall’esperienza negli Stati Uniti ha richiesto in ben due circostanze di essere ceduto alla dirigenza del Maccabi Tel Aviv. Era insofferente all’idea di giocare poco e sapeva di poter dare tantissimo. Così la società lo ha prestato all’Hapoel Gilboa, e lì ha praticamente fatto sfracelli. Nel 2009 ha vinto il premio di giovane promessa del campionato israeliano, mentre nel 2010 ha trascinato la squadra al titolo nazionale battendo in finale proprio il Maccabi, con cui aveva iniziato la stagione. Un anno dopo, pur senza riuscire a ripetersi col Gilboa ha vinto il premio di Mvp del campionato.
Re degli assist, Gal Mekel un playmaker di valore internazionale
A 23 anni è arrivato per la prima volta in Italia, a Treviso, e dopo una stagione sembrava essere arrivato il momento giusto per provare a solcare di nuovo l’oceano. C’era stato un abboccamento con gli Utah Jazz, ma poi ha deciso di firmare con il Maccabi Haifa e miglior scelta non poteva fare. La squadra era ambiziosa e Mekel si è rivelato la ciliegina sulla torta. Da incorniciare la sua prestazione da 21 punti e 7 assist che ha fatto registrare nella finale del campionato ancora contro il Maccabi, che è valsa titolo e di nuovo premio di Mvp. La maggior parte dei buoni giocatori israeliani giocano almeno qualche anno col blasonato Maccabi di Tel Aviv, lui invece si è rivelato una sorta di nemico pubblico. «Ho sempre voluto giocare per squadre che mi dessero fiducia - ha continuato a rivela Mekel -. Non accade spesso che il Maccabi non vinca il campionato israeliano, ed è stato incredibile batterlo due volte con due squadre diverse. È stato qualcosa di veramente fantastico, che ha dato speranza agli altri giocatori che il Maccabi non è l’unico posto dove giocare e che ci sono altri ottimi club in Israele. Purtroppo a volte le cose nella vita semplicemente non funzionano, e il destino ha voluto che io e il Maccabi non fossimo fatti l’uno per l’altra».
Dopo l’impresa con il Maccabi Haifa è approdato in Nba diventando il secondo giocatore israeliano di sempre a giocare nel campionato statunitense dopo Omri Casspi. Prima ha indossato la casacca dei Dallas Mavericks e poi quella dei New Orleans Pelicans. Ma purtroppo nella lega americana non gli è andata bene, e così nel febbraio del 2015 è ritornato in Europa per vestire prima la maglia dei russi del Nizhny Novgorod e poi quella dei serbi della Stella Rossa. A gennaio del 2016 si è trasferito di nuovo, firmando per la terza volta con il Maccabi Tel Aviv, con cui, questa volta, ha vinto la Coppa d’Israele nel 2016 e nel 2017. È stato poi ingaggiato dal Gran Canaria, l’anno dopo dallo Zenit San Pietroburgo, e l’estate scorsa è tornato in Italia.

NUOVI E VECCHI RECORD. Da come si evince, la carriera di Mekel è stata segnata da alcune prestazioni che ne hanno tracciato il percorso di crescita. Da israeliano orgoglioso ha sempre risposto presente alla chiamata della Nazionale disputando quattro edizioni dell’Europeo e venendo insignito nell’ultima competizione del grado di capitano. «Abbiamo una grande tradizione - ha dichiarato il giocatore -, e per me rappresentare la mia nazione è un onore». La gara perfetta con Israele l’ha giocata nel 2014, in occasioni delle qualificazioni all’Eurobasket contro Montenegro. Chiuse con una tripla-doppia da 14 punti, 11 rimbalzi e 11 assist che negli Stati Uniti gli valse il soprannome di “Mekelangelo”. Una partita a tuttotondo che non ha fatto altro che sottolineare le sue principali caratteristiche di giocare completo: realizzatore mortifero e passatore geniale. Proprio come quelli che sono stati i suoi modelli. Da giovane cercava di imitare Sarunas Jasikevicius, col quale può senz’altro condividere la poca fortuna in Nba; poi è rimasto incantato da Steve Nash che ha avuto l’occasione di seguire da vicino quando è stato in America. «Giocava nel mio ruolo ed era molto creativo. Mi ha senz’altro ispirato come giocatore».
Alcune settimane fa con la Pallacanestro Reggiana ha smazzato ben 14 assist nella vittoria contro Cremona, così da riscrivere il record della società e iscrivendosi di diritto nella sua storia. Con quella performance si è avvicinato al suo record personale di 16 stabilito nel 2016 con il Maccabi. Ma certamente quelle cestistiche sono qualità non superiori a quelle umane. A Reggio Emilia infatti lo stanno iniziando a conoscere anche come la persona magnifica che è fuori dal campo, e questo logicamente non può che far piacere. Con quella faccia d’angelo che si ritrova ha addirittura intrapreso una breve carriera da modello per la casa di moda israeliana Renoir. Imbeccato dalla moglie Danyelle Sims (figlia dell’ex cestista Willie Sims, ndr) che fa invece la modella per mestiere, si è cimentato in questa esperienza. «Sono stati due anni molto divertenti - ha rivelato Mekel - che mi sono piaciuti tanto». Questo dimostra che non ha certamente paura dei riflettori, deve solo trovare l’ambiente giusto dove emergere. E sin qui, con la maturità raggiunte, Reggio Emilia lo può diventare.




* per la rivista BASKET MAGAZINE

Il ritorno - Il viaggio di Petteway ricomincia a Pistoia

Dopo l'esaltante stagione in Toscana, le deludenti esperienze a Nanterre e Salonicco
Il viaggio di Petteway ricomincia a Pistoia
"Ho colto al volo questa opportunità: è come iniziare da zero. Salvezza? Possiamo fare di più"


di Giovanni Bocciero*


PISTOIA. Si dice che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Questa può essere la metafora giusta per Terran Petteway, l’ala polivalente che questa stagione ha deciso di ritornare a Pistoia per ritrovare un po’ di serenità nella sua carriera. Lui arrivò in Toscana, direttamente da oltreoceano, nell’estate del 2016 dopo aver provato a farsi largo in Nba e fortemente voluto da Enzo Esposito. In quella stagione mise in mostra tutto il suo talento, facendo registrare addirittura una prestazione da 43 punti con 10/14 da 3. Grazie anche alla sua esplosione Pistoia raggiunse i playoff coronando così l’ennesimo ottimo campionato. Sembravano aprirsi per lui le porte della pallacanestro d’élite, ma prima Nanterre (con cui esordisce in Champions League, ndr), poi al Paok Salonicco e lo scorso anno a Sassari, raccoglie delle delusioni che ne tarpano le ali. Non si sa se l’assassino torni sul luogo del delitto perché sia un pazzo, o perché sia furbo. Petteway è sicuramente tornato a Pistoia perché è l’ambiente dove può tornare a mostrare tutto il suo potenziale.
Dopotutto è cresciuto a pane e basket. «Ho cominciato a giocare a pallacanestro all’età di circa cinque anni - ha esordito -, spinto dal fatto che si trattava di una cosa di famiglia visto che anche i miei fratelli ci giocavano. Ho provato a giocare anche a football americano, ma il basket è sempre stata una costante per me». E se gli domandate cos’è che più gli piace del gioco, vi risponderà senza esitazione: «La competitività. Ogni volta devi competere contro qualcuno. Questo significa metterti alla prova, affrontare delle sfide, e lo devi fare davanti al pubblico. Questo è quello che preferisco del gioco».
Terran ha deciso di tornare a... casa. "Avevo un ricordo bellissimo
della città e dei suoi tifosi, l'ambiente migliore per mettermi alla
prova dopo due anni insoddisfacenti".
Nella sua carriera non ha avuto un avversario che davvero lo abbia impensierito più del dovuto, e neppure un punto di riferimento da emulare. «Ho giocato contro tanti giocatori, sia nelle varie pre-season Nba alle quali ho preso parte che giocando qui in Europa, che non saprei dire un avversario in particolare. È davvero difficile sceglierne solo uno». «Non ho un personaggio sportivo a cui mi ispiri in particolare forse perché - ha rivelato Petteway - perché non guardo molte partite nel tempo libero, ma mi dedico ad altro. Ad esempio quando non sono impegnato con gli allenamenti o le partite mi piace stare in famiglia e giocare alla playstation con gli amici. Cose normali che mi distraggono dalla routine». Senz’altro gli piace di più il rapporto umano vissuto che quello virtuale. Proprio per questo «non mi piacciono molto i social media, perché secondo me nell’usarli si nascondono più aspetti negativi che positivi. Per questo non li uso a meno che non debba proprio».
In campo è un ragazzo serio, abituato a fare i fatti, che si fa apprezzare soprattutto per questo. Fuori dal campo appare riservato, quasi introverso. Prega tutti i giorni ma «non direi di essere una persona religiosa, anche se posso affermare di credere in Dio. Non sono però un frequentatore assiduo della chiesa». Condanna ovviamente il razzismo anche se non è mai stato soggetto. «Fortunatamente non mi è mai successo personalmente di essere al centro di un episodio di razzismo. A volte sono stato fischiato insieme alla squadra, ma si è trattato di nulla di grave». L’anno prossimo negli Stati Uniti si voterà per il nuovo presidente e, quello attuale ovvero Donald Trump non è molto simpatico soprattutto agli atleti di colore per tanti suoi gesti ed esternazioni al limite proprio del razzismo. Su questo argomento Petteway è stato davvero di poche parole, perché alla domanda su cosa pensasse del presidente americano ha risposto con un secco «no comment». Altro grande tema di attualità è quello riguardante l’ambiente, e su questo ha risposto: «Non ho un’idea precisa, ma ovviamente capisco che è importante la salvaguardia del nostro pianeta».
Nell’ascoltare le sue risposte si capisce che si tratta di un ragazzo con la testa sulle spalle, che ha dei profondi valori. Ma non fatevi ingannare dal suo percorso di studi, perché la laurea in studi etnici che potrebbe incuriosire molti è stata una scelta molto ben oculata: «Se devo essere onesto, era la cosa più semplice da poter studiare». Inoltre è molto autocritico e sa perfettamente quali sono i suoi difetti: «Come tutti i giocatori, credo che ci sia sempre qualcosa su cui dover lavorare e migliorare. Io personalmente ho tante cose da migliorare - ha raccontato -, non solo una. La mia forza, però, credo sia quella di cercare di giocare per la squadra. Ci sto lavorando tanto, soprattutto dal punto di vista della mentalità. Voglio rimanere sempre positivo e trasferire questa positività agli altri».
Abbiamo detto che Pistoia solo tre anni fa sembrava la sua rampa di lancio. Lui che ha avuto un’ottima carriera collegiale all’università del Nebraska, tanto da provare anche a giocarsi le proprie carte in ottica Nba. Purtroppo il campionato professionistico americano non lo ha mai preso, finora, davvero in considerazione. Per questo ha ripiegato sul Vecchio Continente dove le varie esperienze che ha vissuto lo hanno forgiato più dal punto di vista mentale che da quello tecnico. E se gli domandante se è soddisfatto della sua attuale carriera, non aspettatevi parole dolci. «Sono grato per le opportunità che ho avuto sin qui, ma in realtà non sono ancora felice della strada intrapresa nella mia carriera. Nelle ultime due stagioni mi sono ritrovato a dover rescindere il contratto che avevo con le squadre, quindi non posso dire che siano stati anni positivi per me». Proprio per questo ha deciso di tornare a Pistoia, dove sembrava stesse spiccando il volo. «L’essere ritornato a Pistoia è stata un’opportunità per iniziare da zero, per mettermi alla prova. Sono grato di poter essere tornato qui, e che la società abbia creduto in me. Avevo dei bellissimi ricordi del campionato, della città, e soprattutto dei tifosi e, davvero, non posso che essere felice di essere tornato».
In questo primo scorcio di stagione si è percepito quanto Petteway sia stato segnato dagli ultimi anni non proprio esaltanti. Non a caso non è più quel giocatore accentratore che, forse, guardava più alle sue statistiche personali che alle prestazioni della squadra; ma sembra aver capito quanto sia importante rendere partecipi tutti i compagni tant’è che sono lievitate le assist che distribuisce. «Negli anni sono maturato molto. Soprattutto dopo le ultime due stagioni nelle quali sono stato tagliato, ho avuto tanto tempo per pensare a come reagire. E questo credo che mi abbia permesso di crescere sotto il punto di vista della leadership. Inoltre ho potuto lavorare tanto per migliorare alcuni aspetti del mio gioco. Oggi cerco di coinvolgere di più i miei compagni, anche perché tutti si aspettano che prenda il pallone e tiri. Sto lavorando per cercare di maturare ancora di più, e credo di essere sulla buona strada».
Quando lui giocò a Pistoia, nel 2016/17, è stato anche l’ultimo campionato il club è riuscito a raggiungere i playoff. Da tre stagioni infatti l’obiettivo primario è la salvezza. «Non possiamo pensare troppo al futuro - ha continuato Petteway -, ma dobbiamo concentrarci su ogni singolo giorno. Di questo ne parliamo molto nello spogliatoio. Dobbiamo pensare ad una partita alla volta, e vedere solo alla fine dove ci avrà portato questa mentalità. Ma una cosa la posso dire, ovvero che pensiamo davvero di poter fare bene in questo campionato». L’amalgama tra i giocatori, e l’unione d’intenti con l’allenatore Michele Carrea sono punti fondamentali per raggiungere i risultati. «Io e il coach abbiamo un buon feeling. Su alcune cose siamo d’accordo, su altre meno, ma non abbiamo mai avuto problemi a parlare, a confrontarci. Lavoriamo bene insieme e sono molto felice di questo rapporto che c’è tra di noi».
Oggi pensa a Pistoia, e alla salvezza. Ma quando smetterà di fare il giocatore, cosa vorrà fare Petteway? «Voglio senza alcun dubbio rimanere nell’ambiente, e ci spero tanto. Ho dedicato tutta la mia vita alla pallacanestro e voglio che continui a farne parte anche in futuro. Non importa se nel ruolo di allenatore o anche in altri modi, questo si vedrà più in là». Avendo giocato sia in Italia che in Francia, però, non potevamo non sottoporgli la domanda su quale due due paesi preferisce: «Senza alcun dubbio l’Italia, che è un paese fantastico. La Francia non mi è piaciuta molto, la trovo troppo lontana dal mio modo di essere. Anche e soprattutto per questo sono tornato molto volentieri in Italia».

LA SCHEDA
Terran Petteway è nato l’8 ottobre del 1992 a Galveston, in Texas. Al liceo ha guidato la locale squadra dei Tornados venendo nominato due volte quale Offensive player of the year e guadagnandosi un posto tra i dieci migliori talenti dello stato. Per questo sceglie di andare all’università di Texas Tech, quella di Davide Moretti, ma dopo un anno appena si trasferisce all’università del Nebraska dove si mette in luce come uno dei migliori marcatori della Big Ten. Dopo un anno trascorso in G-League si trasferisce a Pistoia e inizia a girare per l’Europa: Nanterre, Paok Salonicco, Sassari.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 30 gennaio 2019

Trento, con Craft è partita la rincorsa

Anche quest'anno un avvio difficile, poi il recupero. Nelle ultime due stagioni l'inseguimento si è concluso con la finale scudetto: un precedente che stimola




di Giovanni Bocciero*


TRENTO. “Chi ben comincia è a metà dell’opera”. Questo detto evidentemente ha un effetto contrario per la Dolomiti Energia Trento, che negli ultimi due campionati pur partendo molto a rilento ha poi saputo raddrizzare la barra arrivando addirittura a disputare due finali scudetto. C’è un altro proverbio che recita “non c’è due senza tre”, e visto che la formazione trentina anche quest’anno non ha iniziato bene, chissà che proprio nel rispetto di tale detto non possa ritrovarsi il prossimo giugno a competere ancora una volta per il tricolore.
Capiamo il perché di queste false partenze dell’Aquila, se ci sono similitudini tra le stagioni e quali possono essere le cause. Innanzitutto proviamo a capire il pensiero di un ex atleta come Tomas Ress, oggi ambassador dell’academy bianconera, nell’affrontare un avvio di stagione tutto in salita. «Per fortuna esperienze del genere non ne ho vissute da giocatore, e quindi posso solo immaginarle. Trento non è partita benissimo anche perché ha avuto degli imprevisti in pre-season che hanno ritardato tutto il processo di crescita della squadra: fisica, mentale e di unione. Poi qualche scelta è stata smentita dal campo, anche se l’innesto di Craft ha sollevato il morale». Per uscire da questo tunnel la ricetta non può che essere l’allenamento. «Ogni squadra ha l’obiettivo di far migliorare i propri giocatori - ha continuato l’ex Reyer Venezia - giorno per giorno. Coach Maurizio Buscaglia e tutto il suo staff coinvolgono i giocatori che hanno a disposizione affinché migliorino soprattutto come coesione difensiva. All’inizio hanno faticato a trovare ritmo risentendone durante la prima parte di campionato, ma pian piano - ha concluso Ress - stanno trovando continuità».
SEMPRE AI PLAYOFF NEI QUATTRO ANNI DI SERIE A, ANCHE SE NELLE
ULTIME TRE STAGIONI HA FALLITO LE FINAL EIGHT: SPECCHIO DI UNA
SQUADRA CHE MIGLIORA SEMPRE PARTITA DOPO PARTITA
Sicuramente il mercato non aiuta il club di stanza sulle rive dell’Adige, costretto ogni estate a salutare i migliori giocatori allettati da squadre più blasonate e lauti compensi. «Il grande problema di Trento è che quando prende dei giocatori - ha commentato il procuratore Riccardo Sbezzi -, questi giocano talmente bene che l’anno dopo altri club glieli tolgono. Questo fa sì che ogni anno deve ricostruire, e indovinare sempre gli atleti non è semplice. A volte può succedere che si venga a creare una situazione di difficoltà, ma la dirigenza è brava a sistemare le cose in corsa».
Il punto di vista di Sbezzi è una fotografia che inquadra molto bene la realtà, esaltando le qualità organizzative della Dolomiti Energia. «Il loro segreto è la filosofia societaria. Un club sereno, ma all’interno molto autocritico che cambia in corsa le scelte fatte, vuol dire che ha grandi capacità che alla fine premiano la squadra. Non a caso, o di riffa o di raffa, Trento si ritrova sempre nelle primissime posizioni. E non va sottovalutato che, seppur in difficoltà, sono bravi a trovare le soluzioni migliori che, come Shields, poi si rivelato addirittura un upgrade. Spesso queste situazioni sono frutto della casualità, ma non nel caso di Trento che è una società seria e competente - ha concluso Sbezzi -, che credo farà ugualmente i playoff e sarà una mina vagante».
Nonostante tre consecutivi inizi di campionato difficili, i protagonisti della società trentina non li reputano simili. «Queste partenze non si assomigliano se non per i risultati - ha esordito coach Buscaglia -. Quest’anno siamo partiti ad handicap perché abbiamo deciso di aspettare dei giocatori che non erano ancora del tutto recuperati fisicamente come Marble e Pascolo, e ovviamente questo ha significato aspettare il tempo necessario per lavorare tutti insieme. Non vogliamo certamente partire male, ma lavoriamo ogni giorno provando a fare i nostri ragionamenti su cosa e come possiamo migliorare per alzare il rendimento dei singoli e della squadra. Il nostro metodo di lavoro ha bisogno di tempo per essere assimilato, e cambiare i giocatori non aiuta»«L’unico comun denominatore è il mercato - ha replicato il giemme Trainotti - che ogni anno ci vede costretti a fare dei cambiamenti in ruoli chiave, come Shields e Sutton. Purtroppo quando si fanno delle buone stagioni i nostri giocatori più importanti ricevono offerte economiche che non possiamo permetterci, e inserire nuovi giocatori comporta che all’inizio troviamo difficoltà nell’amalgama. Le partenze delle ultime stagioni sono state condizionate soprattutto da questo aspetto, anche se poi ogni campionato è diverso dagli altri».
TOMAS RESS: "IMPREVISTI IN PRESEASON CHE HANNO RITARDATO
IL PROCESSO DI CRESCITA FISICA, MENTALE E DI UNIONE DELLA
SQUADRA, CRAFT HA RISOLLEVATO IL MORALE"
La grande forza dell’Aquila è riposta nel club, fiducioso e lungimirante. «Abbiamo la fortuna di avere una proprietà - ha continuato il giemme - che dà grande autonomia alla parte sportiva. Per noi dirigenti diventa anche più semplice prendere certe decisioni perché comunque non si ha quella pressione quotidiana che invece si può avere in altri contesti. Di conseguenza se noi dirigenti possiamo avere pazienza, questa ricade sullo staff tecnico e sui giocatori. E credo che pur non essendo un aspetto decisivo, sia sicuramente fondamentale per poter lavorare con serenità e trovare le soluzioni ai problemi che poi affiorano»«La società mette tutti nelle migliori condizioni di lavoro - ha dichiarato il coach -. Perdere non va bene e non fa piacere, ma si parla e ci si confronta. Il club ha le spalle forti da trasmettere insieme alla giusta pressione anche serenità. Non a caso nel momento peggiore della stagione, quando avevamo poche vittorie, nella logica tensione di chi non vince abbiamo sempre e solo parlato di lavorare senza dare di matto».
A Trento le scelte vengono ponderate e prese di comune accordo tra dirigenza e staff. «Nelle situazioni di difficoltà credo che i dirigenti abbiano due possibilità. La prima - ha raccontato Trainotti - è quella di prendere decisioni affrettate che alla fine servono solo per far vedere di essere operativi, cercando di tenere quieta la piazza. Farsi prendere da tensione ed emotività non è sicuramente una cosa positiva. L’altra strada è quella di fare delle scelte in funzione della squadra. Noi aspettiamo la soluzione giusta che possa permettere al roster di fare un passo avanti. La più grande fortuna di lavorare all’Aquila - ha concluso il giemme -, credo sia proprio la capacità di saper gestire queste situazioni».
La Dolomiti Energia pian piano sta risalendo la china, ma nonostante ciò coach Buscaglia non si pone obiettivi e pensa solo a vincere la prossima partita, consapevole che la priorità è la difesa. «Lavoriamo ogni giorno perché la strada è ancora molto lunga. Vogliamo cercare la quadratura e migliorare l’identità di squadra, senza dimenticare che questo è un campionato molto difficile. Siamo consapevoli di chi siamo e che dobbiamo combattere per qualsiasi cosa, anche salvarsi se ce ne fosse bisogno. Per questo, al momento, l’obiettivo è fare bene in ogni partita. E dopo uno stop dobbiamo riprendere immediatamente la corsa. Siamo ancora lontani dal tipo di squadra che vogliamo essere, al di là dei risultati. Sappiamo perfettamente che per vincere le partite bisogna difendere e passarsi il pallone, e in questo momento la nostra difesa sta crescendo anche se fa fatica in tutti gli uomini e per tutto l’arco della partita. Penso che il passo successivo, dopo aver trovato la quadra del cerchio, sia proprio quello di puntellare l’aspetto difensivo che adesso - ha concluso Buscaglia - ha buoni picchi d’intensità ma non è costante».
TRAINOTTI: "C'E' ANCHE IL FATTO CHE VALORIZZIAMO I NOSTRI
GIOCATORI CHE A FINE STAGIONE RICEVONO OFFERTE PER NOI
INSOSTENIBILI PER CUI OGNI VOLTA DOBBIAMO RICOMINCIARE DA CAPO"
Il giornalista Andrea Tosi (Gazzetta dello Sport), oltre a non spiegarsi le cause di queste false partenze, punta il dito contro la coperta corta. «È un fatto molto curioso e talmente difficile da spiegare che neppure l’allenatore ci riesce. Mi viene da pensare che probabilmente ci sia qualcosa di sbagliato nella preparazione estiva, o di voluto affinché la squadra venga fuori in primavera. Inoltre, va tenuto presente che Trento non ha mai avuto degli organici molto profondi. Per cui dovendo spremere energie sempre da quei sette-otto atleti, e disputando anche l’Eurocup, è possibile che si concordi un programma sul medio-lungo termine che nei primi mesi di campionato crea problemi di brillantezza. Ovviamente non credo che queste false partenze siano volute, semplicemente la società è consapevole di tale scelta, di tale rischio, che finora ha pagato bene».
La Dolomiti Energia non ha mai mancato l’accesso ai playoff scudetto in quattro anni di serie A, ma ha fatto sempre più fatica a qualificarsi alle Final Eight di Coppa Italia per via delle disastrose prime parti di campionato. Da questo dato arriva lo spunto. «Il club rimane uno dei migliori come struttura, con gerarchie precise e poche persone che parlano senza fare confusione. Certamente se Buscaglia avesse perso un altro paio di partite - ha analizzato il giornalista - immagino che avrebbe perso il posto di lavoro. Per sua fortuna non è stato così, e gliene va dato atto perché nel delicato ruolo dell’allenatore si assume sempre le sue responsabilità. Inoltre, mentre nei due campionati scorsi Trento è partita malino e non è riuscita a qualificarsi per la Coppa Italia, quest’anno è partita malissimo e pure è stata in piena corsa per disputarle. Per cui è tutto molto relativo». Ma l’Aquila può ripetersi ai playoff? «Un mese fa avrei risposto sicuro di no. Adesso però è in ballo per le prime otto posizioni e non mi sento di escludere che possa lottare ancora una volta per lo scudetto. Gli do - ha concluso Tosi - una possibilità».



Gli avvii stentati hanno compromesso
la qualificazione alle Final Eight

La Dolomiti Energia Trento per la terza stagione consecutiva ha avuto un inizio di campionato complicato. Nel 2016/17 dopo la sconfitta all’esordio seguirono tre successi e poi quattro battute d’arresto. Al termine del girone d’andata aveva un record di 6-9, e questo non fu sufficiente per qualificarsi alle Final Eight. Con sei vittorie in fila, nove in dieci gare, e l’innesto di Dominique Sutton, Trento chiude al quarto posto e ai playoff schiaccia 3-0 Sassari e ribalta il fattore campo con Milano (1-4). In finale perde 4-2 con Venezia.
La stagione 2017/18 inizia con due successi nei primi sette turni. Una striscia di quattro vittorie la rimette in carreggiata, però perde le ultime due gare del girone d’andata (7-8) mancando di nuovo l’accesso alla Coppa Italia. Con undici ‘doppie v’ nelle tredici giornate conclusive arriva ai playoff da quinta classificata. Con uno Shavon Shields fantasmagorico i trentini superano Avellino (1-3) e Venezia (1-3), ma perdono con Milano la finale ancora per 4-2. Quest’anno Trento ha raccolto il primo successo al sesto turno, e con il ritorno in regia di Aaron Craft ha infilato quattro vittorie consecutive che gli hanno permesso di scalare la classifica, anche se il prevedibile stop di Milano e poi il ko interno con Brindisi gli ha negato una volta di più le Final Eight.



* per il mensile BASKET MAGAZINE