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domenica 24 agosto 2025

Orgoglio azzurro, Ricci: «Un passo alla volta ma vogliamo una medaglia»

Una laurea in matematica, le attività solidali in Tanzania, il ruolo nel Coni, un possibile futuro politico: il capitano dell'Olimpia ci racconta il sogno azzurro

Ricci: «Un passo alla volta ma vogliamo una medaglia»

Uomo di grande personalità, ha idee chiare e tanta fiducia sugli azzurri. «Non parlo di DiVincenzo e di chi non c’è, ma a Mannion dico di tornare più affamato. I risultati delle ragazze di Capobianco e delle giovanili maschili sono di ispirazione anche per noi. Dobbiamo credere di più nei giovani italiani, permettergli di sbagliare. Con Amani Education ripago ciò che il basket mi ha dato, dopo un percorso di gavetta che rifarei tutto da capo. In Giunta Coni metterò l’atleta al centro»


di Giovanni Bocciero*

 

Lo scorso 23 luglio è iniziato il lungo percorso che porterà l’Italia a disputare l’Europeo 2025. La notizia che ha scosso i tifosi azzurri, al di là del pensiero per Achille Polonara, è l’assenza per infortunio di Donte DiVincenzo. «Nella mia esperienza ho sempre parlato di chi c'è - ha esordito Pippo Ricci -, e non di chi non c'è. Vedo la squadra che si sta allenando bene, che s'impegna e che ha fame. Stiamo facendo tutto quello che è necessario per prepararci al meglio, in attesa che arrivino Gallinari e Thompson. Sarà un percorso difficile, ma noi che siamo qui ci siamo sia con la testa che col corpo, abbiamo l'obiettivo comune di arrivare in fondo e sogniamo in grande».

Non c’è DiVincenzo, e allora come naturalizzato ecco Darius Thompson, che oltre ad aver giocato in Italia ha affrontato l’ala azzurra più volte in Eurolega. Ma cosa potrò dare alla nazionale? «Ognuno di noi deve togliere qualcosa a sé stesso per darlo alla squadra. Lo stiamo facendo, e visto che Thompson si aggregherà per la prima volta al gruppo lo aiuteremo per farlo ambientare. Correre, difendere, giocare con energia e passarci il pallone sono il nostro dna, e lui sicuramente è un giocatore di altissimo livello che può darci tanta fisicità e difesa».

Non ci sarà neppure Nico Mannion, scelta forse condivisa con lo staff tecnico italiano. Compagni di squadra all’Olimpia, Ricci spera «che sarà ancora più affamato di prima. Non entro nel merito delle scelte, però una cosa che sicuramente non deve perdere è la voglia di lavorare, di ritornare, parlando di Milano per la prossima stagione, con la voglia di vincere lo scudetto ed altri trofei. Visto che veniamo, purtroppo, da un'annata che non è andata bene».

Passato, presente e futuro, tra Milano e Italia, Peppe Poeta è quasi un comun denominatore. In particolare dopo la meravigliosa ultima stagione con Brescia che lo rivedrà tornare all’Olimpia. «Poeta è un amico stretto. Abbiamo legato molto nei due anni che è stato a Milano, e quest'anno l'ho seguito ed ho anche fatto il tifo per lui. Personalmente sono contento ritorni all’Olimpia, perché ho un rapporto particolare, è un ragazzo vero che si merita tanto. Ha dimostrato che il suo futuro è quello di fare l'allenatore. Abbiamo parlato molto, e ci siamo confrontati anche su quello che sarà l'anno che ci aspetterà».

Giampaolo Ricci alla Trentino Basket Cup, Foto Marco Brondi / Ciamillo-Castoria

Nella prima fase dell’Europeo a Limassol, l’Italia affronterò Grecia, Spagna, Bosnia, Georgia e Cipro. «Il girone è difficile, ed ogni partita sarà una guerra. Dobbiamo arrivare pronti anche per giocare più impegni in poco tempo, perché non escludo che tutte le gare possano decidersi nel finale. Noi saremo agguerriti, ma lo saranno anche gli altri, e quindi possiamo vincerle tutte così come perderle. Per questo pensiamo ad una partita alla volta - ha continuato Ricci -, un giorno per volta, consapevoli di dover preparare i match anche tatticamente. Poi sarà necessario mettere cuore e energia. Il livello è molto alto, e ne abbiamo parlato dal primo giorno del raduno, dobbiamo prepararci per essere pronti quando conterà».

S’inizia subito contro la Grecia di Giannis Antetokounmpo, partita già decisiva? «La prima partita è quella più difficile, più emotiva, in cui chiunque deve rompere il ghiaccio. Questo non esonera neppure la Grecia e Antetokounmpo, ma puntiamo molto sull'entusiasmo e per questo le amichevoli di preparazione ci serviranno da termometro sia tecnicamente che emotivamente. Non so se sarà una partita decisiva, perché tutte lo potranno essere».

Visto come è finito il campionato contro la Virtus Bologna, ci sarà una rivincita contro Shengelia e la sua Georgia? «In realtà no, perché Shengelia ha meritato di vincere lo scudetto ed il premio di Mvp, ed alla fine il campo è giudice supremo. Da capitano dell'Olimpia, questo dovrà servirci da lezione perché non siamo stati pronti quando è servito, ma in nazionale è tutto un altro discorso e non si possono fare paragoni».

Ma in generale, che Europeo si aspetta l’ala azzurra? «Ci saranno tante squadre underdog, e mi aspetto la sorpresa. Mi piacerebbe che questo ruolo spetti proprio a noi. Sono d'accordo con chi dice che questa competizione è la più equilibrata, perché ci sono 24 squadre tutte forti allo stesso livello. Al Mondiale così come all'Olimpiade è possibile prendere un'avversaria cuscinetto. Per questo è complicato ma anche bello competere contro alcuni dei giocatori più forti d'Europa e del mondo. Abbiamo ancora un po' di amaro in bocca per come è terminata nel 2022».

Non solo l’Europeo del 2022 contro la Francia, perché nelle ultime competizioni, dall’Olimpiade 2021 al Mondiale 2023, l’Italia è sempre uscita ai quarti. Uno scoglio che si vorrà superare in questa entusiasmante estate azzurra che ha già portato in dote il bronzo della nazionale femminile e l’oro dell’U20 maschile. «Le ragazze sono state di grandissima ispirazione. Non tanto per la medaglia conquistata, anche se vincere è sempre bello, ma per come hanno giocato e condiviso quel periodo vissuto insieme. Le abbiamo seguite e ci hanno dato tanta energia, e sicuramente proveremo a ripetere il loro percorso».

«Uguale il discorso per l'under 20 - ha proseguito Ricci -, perché vedere dei ragazzi con la maglietta Italia alzare un trofeo ti dà ulteriore motivazione. Non credo sia pressione, ma voglia di fare bene e sognare una medaglia. Penso che però dobbiamo restare con i piedi per terra, ai quarti prima di tutto dobbiamo arrivarci. Sono uno scoglio che da tanto tempo non riusciamo a superare, ma se restiamo concentrati qualcosa di bello può accadere».

E aggiungiamoci anche l’U18 maschile, mentre scriviamo arrivata in semifinale a distanza di nove anni dall’ultima medaglia, di cui fa parte l’espatriato talento Diego Garavaglia. «Crediamo troppo poco negli italiani, e gli diamo poca possibilità di sbagliare. Bisognerebbe cambiare questo modo di fare. Andare via, all'estero, è sicuramente una cosa coraggiosa. Penso a Garavaglia ma vale per tutti, ha deciso di firmare a Ulm e adesso dovrà riguadagnarsi tutto di nuovo. Ti rimetti in gioco, e in un modo o nell'altro sono esperienze che ti fanno crescere. Il messaggio per tutti noi dev’essere di farli giocare di più, perché i risultati ti fanno capire che giovani di livello ci sono».

Una tendenza, quella di gettare i giovani nella mischia, che forse stona tra nazionale e club. Non a caso il ct Gianmarco Pozzecco ha varato un’Italia giovanissima nell’ultima finestra Fiba di febbraio. Un percorso, per la verità, già iniziato ai tempi di Meo Sacchetti. «Sia Sacchetti che Pozzecco sono due allenatori speciali, che ti trasmettono tanto e coltivano la tua fiducia. Quando veniamo in nazionale c'è una magia che si accende, e penso che anche i giovani che esordiscono tornano nelle loro squadre più motivati. Vai oltre e superi i tuoi limiti, e vedi atleti come Sarr o Niang che continuano a migliorare. Forse loro stessi non vedono questo aspetto, ma noi dall'esterno ce ne accorgiamo».

Ricci ha fatto la cosiddetta gavetta, e «il consiglio è di lavorare duro e avere pazienza. Se vali l'occasione arriverà, bisogna sfruttarla. Sono arrivato in serie A così come in nazionale in ritardo, ma ripeterei tutto il percorso. Ho fatto le giuste tappe al momento giusto, magari se fossi arrivato più giovane a Milano o in azzurro non sarei stato pronto per affrontare le diverse situazioni. Oggi, nell'era dei social, si vuole tutto e subito, ma in realtà bisogna impegnarsi e magari sbattere più volte la testa».

Non è solo un uomo di campo, perché «nella mia vita sono stato sempre curioso, per questo ho fatto più di una cosa. Il corso di laurea l'ho iniziato perché a 18 anni non ero un promesso giocatore di Eurolega o serie A, quindi non mi bastava fare una sola cosa. Così come il progetto Amani Education in Africa, che è nato nel 2022 da un'idea dei miei genitori che sono stati per due anni medici volontari. Ho sentito una specie di chiamata, ed ho avviato questo progetto che si basa sull'educare e dare un'opportunità a ragazzini che altrimenti non ce l'avrebbero. Noi giocatori, per la nostra notorietà, possiamo lanciare un messaggio perché le persone ci ascoltano e ci seguono».

«Mi piace condividere quello che penso, e usare il basket per mandare un messaggio diverso è quello che volevo fare. In tre anni abbiamo tirato su una scuola con 97 studenti dove prima c'erano solo mattoni e sterpaglie. Ci sono più di cento persone che animano quel luogo in Tanzania, e per il nuovo anno scolastico avremo 69 nuovi iscritti. Sono stato lì un paio di settimane fa, e queste cose mi rendono vivo e mi fanno capire che sono le cose giuste da fare». Per questo suo progetto gli è stato assegnato il premio Reverberi - Oscar del basket nella categoria solidarietà. «Non mi aspettavo di vincerlo, ma significa che quello che sto facendo, che stiamo facendo con tutto il team di Amani, sta arrivando alle persone. Inutile dire che sono onorato».

Proprio perché Ricci è impegnato anche fuori dal campo, si è cimentato in una nuova stimolante avventura, venendo eletto quale rappresentante degli atleti nella Giunta Coni. «Si è trattato di una opportunità che ho colto al volo. Sono una persona curiosa, come già detto, e questa esperienza sarà per me di ascolto e apprendimento. Noi atleti dobbiamo essere al centro, e in questi quattro anni proverò a fare il mio meglio. Tante federazioni e tante regioni d'Italia fanno più fatica ad esprimersi, e per me che vengo dall'Abruzzo so che un ragazzo ha meno possibilità rispetto a chi nasce a Bologna, Milano o Roma. Per questo proverò a dare voce a chi si sente messo da parte. Vedremo se in futuro sarà fattibile una carriera politica».

Pippo Ricci e l'azzurro

Nato il 27 settembre 1991, a Chieti, Pippo Ricci veste la maglia azzurra dal 2011. Prima con l’U20, poi con la nazionale sperimentale e addirittura una veloce esperienza nel 3x3. Ha esordito con la nazionale maggiore il 29 novembre del 2018, a Brescia, nel match di qualificazione al Mondiale cinese del 2019 contro la Lituania. Da lì in poi ha collezionato 65 presenze e 434 punti realizzati. Ha partecipato all’Olimpiade di Tokyo del 2021, all’Europeo giocato a Milano e Berlino del 2022, al Mondiale in Filippine, Indonesia e Giappone del 2023, e al Preolimpico di Portorico del 2024.




sabato 9 agosto 2025

La stagione a bordo campo di Andrea Meneghin: «Meno scontata del previsto, con qualche italiano in più in evidenza»

La stagione vista a bordo campo da Andrea Meneghin: «Meno scontata del previsto, con qualche italiano in più in evidenza»

«La Virtus cresciuta nel finale, Milano scollata e confusa»

«Brescia ha rispecchiato l'ewsperienza di Poeta in campo. Trento una meravigliosa sorpresa grazie alla filosofia del club. Trapani e Trieste meravigliose guastafeste, Venezia e Tortona hanno deluso. In Italia si fatica a vedere di buon occhio proprietà straniere. In bocca al lupo a Napoli e Rizzetta, a Varese il progetto ha comunque lanciato giovani interessanti anche in ottica nazionale»


di Giovanni Bocciero*


L’epilogo del campionato di serie A è stato meno scontato del pronostico, anche se lo scudetto alla fine è rimasto sull’A1 ed ha preso la direzione di Bologna dopo tre anni dominati da Milano. Fatale, ancora una volta, la maledizione della Supercoppa, che non aiuta per niente chi inizia la stagione alzando al cielo il primo trofeo dell’anno.

«Complimenti alla Virtus per come ha affrontato i playoff, per come è cresciuta dopo la delusione dell’Eurolega - il commento di Andrea Meneghin -, in un ambiente dove pesano le sconfitte e ci si aspettano sempre grandi risultati. In un momento di forma non ottimale, Banchi ha fatto una scelta coraggiosa dando le dimissioni e capendo che non riusciva a dare più nulla alla squadra per farla esprimere al meglio. L’arrivo di Ivanovic ha riattivato il talento e la fisicità di Bologna, anche in virtù di alcune scelte di mercato, accorciando le rotazioni e prendendo un giocatore come Taylor che è risultato un innesto vincente».

«Insomma, una stagione finita nel migliore dei modi per un gruppo di campioni che ha mentalità vincente, senza dimenticare la questione Polonara che evidentemente loro sapevano già da molto prima. Un evento che può scombussolarti ma che ha fatto emergere l’eccezionale lavoro di squadra della Virtus più che il singolo individuo. Shengelia ha strameritato il premio di Mvp, ma Bologna ha stupito dal punto di vista dell’organizzazione difensiva, offensiva e di opzioni».

Milano ha invece rappresentato l’altra faccia della medaglia delle due grandi. «Sono sempre stato dell’idea che l’Olimpia si potesse concedere il lusso, tra virgolette, di poter perdere qualche partita in più. Avendo quel roster da Eurolega con potenziale, secondo i più esperti, per arrivare sino alla Final four, poneva il vantaggio del fattore campo come non una priorità - l’analisi dell’oggi commentatore tv -, poi dimostrato anche in passato. È mancata serenità, forse compattezza di squadra, al di là degli infortuni coi quali si sono dovuti fare i conti ed in particolare con quello di Nebo, sul quale si era affidato parecchio peso difensivo».

«Si è trovato un assetto di emergenza, con Leday e Mirotic che hanno fatto impazzire e messo in crisi le difese avversarie, salvo poi, come spesso succede a questo livello, venire colpiti nel punto debole di quella coppia mettendola in difficoltà. E così quel filotto di vittorie consecutive anche in campo europeo non è stato replicato nella seconda parte della stagione, mancando ancora una volta i playoff in Eurolega».

«L’Olimpia si è così potuta concentrare solo sul campionato, ma non ci è arrivata come sperava. Tanti giocatori per scelta tecnica, che bisognerebbe chiedere a Messina, non sono stati utilizzati o usati col contagocce, vedi Caruso piuttosto che Tonut, e ti hanno portato a competere con una Virtus allo stremo delle energie, con un calo di tensione, non avendo risposte da diversi giocatori, e con problemi tecnici in campo che hanno esaltato i meriti degli avversari».

Una scelta ha riguardato anche rinunciare a Melli, che poi ha vinto l’Eurolega col Fenerbahce. «Coincidenze, fatti, conseguenze, ognuno può vederli come vuole. Melli inseguiva l’Eurolega da tutta la propria carriera, e finalmente è riuscito a raggiungerla. Non so neanche quantificare la sua gioia nell’alzare quel trofeo. Per quanto riguarda Messina, non si possono negare che ha avuto delle difficoltà nel gestire alcuni giocatori e dargli fiducia. Quello che ho notato dall’esterno, è che la squadra tante volte è sembrata scollata sia in attacco che in difesa, confusa».

E proprio perché squadra e tecnico sono sembrate spesso due entità differenti, con il ritorno di Poeta si va delineando un altro futuro. «In qualunque sport di squadra c’è sempre un concorso di colpa su queste situazioni, proprio perché c’è necessità di avere unità d’intenti. Fortunatamente, chi ancora oggi lavora meglio insieme ed è focalizzato all’unisono riesce a portare a casa il risultato. Obiettivamente, non posso sapere quale fosse la situazione all’interno dello spogliatoio di Milano, ma certamente non è sembrata determinata come in altre occasioni e in altre annate. Da fuori è sembrato che non ci fosse la giusta armonia tra staff e giocatori, tant’è che nelle difficoltà si è reagito in maniera diversa rispetto alla Virtus».

Veniamo ai vinti, quella Brescia giunta sino in finale al primo anno da head coach di Poeta. «Nel loro modo di giocare si è vista tutta l’esperienza da giocatore di Poeta. Ha messo tutti nelle migliori condizioni per potersi esprimere, con gerarchie definite e tanta semplicità e passione. Seppur con un roster poco lungo, la squadra ha trovato il suo equilibrio grazie anche ad atleti che sanno giocare. Nel corso della stagione hanno lavorato bene e approfittato delle settimane senza impegni europei per recuperare gli acciacchi fisici».

«E poi si vedeva che andavano in palestra per divertirsi, e questo rende tutto più bello nonostante la fatica - la chiosa di Meneghin -. Inevitabilmente i risultati e le gioie poi arrivano. Un traguardo storico come la finale scudetto, credo possa essere paragonata alla vittoria della Coppa Italia seppur con un sapore diverso, ma con tutta l’energia e l’entusiasmo dell’ambiente. Reputo che il segreto di Poeta così come per tutto lo staff, al di là del fatto che in qualunque momento è sempre rimasto calmo, sia stato di mettere i giocatori nelle migliori condizioni possibili coprendo i difetti e amplificando ed esaltando i punti di forza».

La serie A ci ha regalato anche due matricole terribili. «Le due neopromosse Trapani e Trieste sono state delle meravigliose sorprese, perché hanno disputato un campionato spettacolare. Ai siciliani è mancata lucidità in semifinale, però ciò non toglie l’esaltante cavalcata arrivando a giocarsi il primo posto in stagione regolare, esprimendo un gioco spumeggiante, divertente, aggressivo, spettacolare, che ha esaltato diversi protagonisti ed in particolare il gran lavoro di Repesa. Molto bene anche Trieste, che però ha trovato sul proprio cammino Brescia, ed è andata avanti anche in Coppa Italia pur avendo un giocatore importante come Ross fuori per infortunio. Sono arrivati ad un passo dal giocarsi la finale facendo tremare Trento sino all’ultimo».

Ecco Trento, che ha vinto la Coppa Italia e fatto incetta di premi individuali: ben cinque. «Trento assolutamente una nota lieta grazie alla filosofia della società. Per gli investimenti fatti, il mix di gioventù e veterani, e l’idea di giocare sempre le coppe europee, ha permesso di coronare un sogno con la Coppa Italia. Vinta soffrendo, sin dal quarto con Reggio Emilia, prima del trionfo con Milano. Trento ha espresso un gioco aggressivo, bello, mai banale, esaltando l’atletismo ed i giovani, studiati con un lavoro di scouting alle spalle strepitoso».

«Senza nulla togliere alle qualità di Galbiati che ha saputo fare non bene, ma benissimo - la valutazione di Meneghin -, con il rammarico forse di aver disputato i playoff non al completo per una serie di infortuni che hanno un po’ stravolto l’identità della squadra. Adesso sotto con una nuova sfida, perché la squadra deve essere ricostruita, ed è stata affidata ad un altro grande allenatore come Cancellieri».

Non solo Eurolega, non solo Milano e Bologna. Altri club hanno disputato le coppe europee con risultati non sempre lusinghieri. E il doppio impegno alla lunga si è fatto sentire. «Per Tortona alti e bassi in campionato, e quando sembrava aver trovato la dritta via ha avuto qualche scivolone di troppo. Anche la stagione europea bene fino ad un certo punto. Annata sotto le aspettative perché ci si aspettava di più. Però siccome c’è stata tanta competizione, con Trapani e Trieste che hanno fatto le guastafeste togliendo due posizioni, hanno messo in difficoltà quelle dietro, tra cui Tortona, ma anche Venezia e Reggio Emilia».

«Gli emiliani hanno conquistato i playoff con qualche turno d’anticipo, e a tratti sono stati devastanti. Credevo potessero vincere la Coppa Italia per come hanno giocato 35’ contro Trento. Poi sono state decisive un paio di giocate di talento dei trentini. Nel finale di stagione gli acciacchi hanno compromesso anche il cammino in Bcl, ma hanno giocato un basket molto europeo con quella durezza difensiva e il tatticismo di Priftis. Venezia ha invece deluso più di tutti, nonostante i tanti infortuni che gli ha impedito di giocare spesso senza la formazione titolare. Con quel roster ci si aspettava che facesse di più. È andata vicina all’impresa con Bologna in gara 5, e conquistati i playoff di Eurocup, ma per il potenziale poteva e doveva andare più avanti e invece si è spesso persa nei dettagli».

Un’altra proprietà straniera si è appena affacciata nel nostro paese, a Napoli. Esperienze, queste, piuttosto alterne e non sempre foriere di buoni risultati. «In Italia è difficile operare per una proprietà straniera, perché siamo un po’ tutti abituati alle grandi famiglie o al mecenate di turno, imprenditori del posto e magari anche tifosi. La storia del nostro basket - ha rammentato il commentatore tv - è sempre stata segnata da squadre abbinate a illustri marchi. Per il tifoso italiano c’è sempre il timore che una proprietà estera possa non far funzionare tutto bene».

«Però vedi Trieste, dove la pallacanestro è rinata sposando perfettamente i valori della città e trovando feeling con i tifosi che è la cosa principale. Dare solidità, fare investimenti, portare giocatori con nome ma efficienti in campo è essenziale. Da contraltare a Pistoia si è visto un anno disastroso, dove la proprietà ha lasciato cuori infranti. Le altre hanno sempre fatto il massimo, come Scola a Varese ad esempio. Ma si tratta di una piazza non semplice. Sbagliando s’impara e, pur facendo tutto in buona fede è importante crescere, capire e non ripetere gli stessi errori».

«Però la stessa Varese sta investendo molto sui giovani, vedi Librizzi o Assui, che giocano e permettono anche di creare identità e attaccamento. E questo senza un budget di prim’ordine. La società è presente e cerca di fare il meglio possibile, ottenendo il massimo risultato ottimizzando i costi. La passione e il pubblico arrivano dai risultati, e Napoli non può trascendere da questo. Adesso bisogna vedere l’operato della nuova proprietà con Rizzetta in testa, ma già la firma di Magro come allenatore mi sembra un ottimo inizio».

Cosa ha lasciato questo campionato in ottica nazionale? «Le risposte degli italiani ci sono state, ed anche parecchie. Per il discorso nazionale però, a volte non bastano i grandi numeri, perché bisogna che ci si sposi con l’idea di gioco dell’allenatore, e con l’identità e la struttura del gruppo. Gli italiani hanno dimostrato di essere pronti in caso di chiamata, ma sono tante piccole cose, soprattutto caratteriali, che comportano una convocazione».

«Logico che più profili abbiamo meglio è per il bene della nazionale». E allora Della Valle? «La meriterebbe, e so che culla così tanto il sogno dell’Olimpiade che si è reso disponibile per il 3x3 per rappresentare l’Italia. Se Pozzecco dovesse chiamarlo - ha concluso l’ex medaglia d’oro europea a Parigi 1999 -, immagino che lui correrebbe di corsa senza creare problemi. Ma è il coach e lo staff a decidere».


* per la rivista Basket Magazine



mercoledì 17 marzo 2021

Serie B. Amoroso: "Non ho rimpianti ma ora mi conosco meglio"

 A 40 anni Valerio è tornato a Roseto dove mosse nel 1998 i primi passi di una carriera lunga ma meno ricca dei risultati che avrebbe meritato

Amoroso: "Non ho rimpianti

ma ora mi conosco meglio"

Carattere di fuoco, senza peli sulla lingua, spesso scomodo, ammette: "Sono fatto così, e certe volte avrei dovuto reagire in maniera diversa". Ma questa è anche la sua forza, che l'ha portato a farsi apprezzare più nei piccoli centri che nelle metropoli: "Perché lì c'è più passione e più disponibilità a conoscerti come realmente sei, dandoti fiducia"


di Giovanni Bocciero*


DA ROSETO A ROSETO. Nel mezzo una carriera lunga 23 stagioni. A 40 anni Valerio Amoroso è ancora in prima linea, a dare battaglia come se fosse il primo giorno. E con la Pallacanestro Roseto, impegnata in serie B, non si pone limiti. «Siamo partiti abbastanza bene ma si può fare sempre meglio - ha esordito l’atleta -, anche perché in squadra ci sono ragazzi in gamba che si impegnano dalla mattina alla sera. Mi aspetto un’ottima annata perché comunque abbiamo tanto talento e c’è la possibilità di poter fare davvero bene. Roseto poi è una piazza che in questo momento ha bisogno di rialzare la testa. Viene da due anni di Stella Azzurra nei quali ci si è un po’ disaffezionati al basket perché i tifosi non sentivano propria la squadra. La mancanza di pubblico è pesante perché qui si può arrivare anche a 4 mila spettatori. Non c’è questa forza in più che ci spinge, però a differenza di quando ho avuto la mia prima esperienza sono passati tanti anni e sono cambiate tante cose, ad iniziare da come si gioca. Prima si respirava un’aria diversa - ha continuato Valerio - perché c’era il tifo organizzato e se camminavi per strada la gente ti fermava. Oggi c’è un distacco ancora più marcato anche a causa del Covid che ha stravolto un po’ tutto».

Valerio Amoroso, 40 anni, Roseto ha puntato su un amato
cavallo di ritorno per il rilancio (foto Tommarelli)
Amoroso è arrivato a Roseto la prima volta nel 1998, e vi è rimasto sino al 2002 facendo l’esordio in A1. La squadra era stata appena promossa in A2 e si stava rilanciando dopo i fasti degli anni ’50. Nel 2000 centra la storica promozione in massima serie, dove vi rimane per sei campionati consecutivi. Nell’estate del 2006, causa problemi economici, la società viene estromessa dalla A. Riparte nel 2008 dalla LegaDue grazie al trasferimento del titolo di Fabriano, ma a fine stagione retrocede e fallisce di nuovo. Con il nome Roseto Sharks riparte dalla C2, e grazie a promozioni e ripescaggi il club ci impiega quattro anni per ritornare in A2. Nelle ultime due stagioni ha collaborato con la Stella Azzurra Roma per formare dei roster con giovani talenti. Ma l’estate scorsa è terminato questo connubio, e così si è dato vita ad un consorzio che ha rilevato il titolo sportivo di Lecco. E quest’anno si festeggia un secolo di pallacanestro, che è arrivata in città nel 1921.

L’ala napoletana, che a Roseto era arrivato come astro nascente, oggi è tra i pilastri della squadra di coach Tony Trullo. Ma non chiamatelo chioccia, perché «questo ruolo spetta al capitano Antonio Ruggiero. È lui che ci fa da mentore, da leader in campo e fuori. È lui la figura di riferimento a cui guardiamo». Lui preferisce impegnarsi a dare il suo contributo. «A me piace lottare, mettermi in gioco, lavorare e farlo per bene. È ciò che faccio da una vita. Quando i momenti sono difficili e c’è da combattere, di sicuro io do il meglio di me perché mi piace stare in quelle situazioni. Sono a mio agio». Ma proprio questa sua grinta lo ha portato spesso ad essere odiato dal pubblico avversario. «In realtà a volte non piaccio neppure a quello di casa - ha puntualizzato Valerio -. A Caserta, mentre giocavo per la Juve, facevano cori contro mia madre. Ma io gioco per me, per quello che faccio e che sono. Magari per questo è più facile odiarmi».

DA SAN SEBASTIANO AL VESUVIO alla serie A, cosa serve per riuscire in una parabola come la tua? «Credo che quello che ho vissuto io non lo vivano i ragazzi di oggi, dove tutto è più semplice, più leggero. Alla loro età avevo meno possibilità, ma buttavo l’anima ogni giorno. Si poteva sbagliare davvero poco perché c’era più competizione e c’erano persone meno competenti. Con il tempo ho capito e apprezzato cosa significasse lavorare - ha continuato Amoroso -, e che il talento non basta per arrivare a certi livelli. Adesso invece di competenza ce n’è tanta e basta informarsi per cercare il posto giusto dove giocare. Al contrario, è diminuita la passione e c’è difficoltà a trovare ragazzi che vogliano davvero sacrificarsi». Forse è questo il marchio di fabbrica che permette al suo amico Poeta di essere ancora decisivo in A. «Peppe è un grande giocatore e se lo merita. Sta fisicamente molto bene, ma si impegna tanto e lo si vede da come gioca. Se però dei vecchietti come noi riescono ancora a fare la differenza in determinate categorie vorrà pur dire qualcosa. Il basket è certamente cambiato, ma se in meglio o in peggio non ne ho idea».

Per il lungo nato a Cercola in provincia di Napoli
una carriera di successi (foto Tommarelli)
Nel corso della carriera gli sono state affibbiate diverse etichette, che ne hanno condizionato il percorso, ma «non ho alcun rimpianto. Solo mi dispiace per come sono fatto. Probabilmente avrei dovuto reagire in modi diversi in determinate situazioni. Ora mi rendo conto che molti miei malumori dipendono da come sono fatto. Adesso che sono maturo è più facile gestire i colpi di testa, capire quando e perché sbrocco. Importante è chiarirsi sin dall’inizio, e purtroppo non l’ho capito prima. Questo è forse il mio più grande rammarico. Ma bisogna fare determinate esperienze anche per imparare a conoscersi meglio». In carriera ha vestito canotte prestigiose come quelle della Virtus Bologna e della Vuelle Pesaro, eppure il meglio di sé l’ha fatto vedere in provincia, a Montegranaro, a Teramo. «Forse nei posti più piccoli ho trovato persone che mi hanno voluto conoscere per quello che sono, che mi hanno ascoltato e capito. Nelle grandi metropoli, dove girano più soldi, in fin dei conti è più difficile trovare gente del genere. Anzi, ci sono persone che pensano principalmente al proprio profitto. Nelle piccole città c’è invece più passione, e con gente che mette avanti a tutto la passione e non il proprio tornaconto personale - ha evidenziato Amoroso - i rapporti cambiano. E quando si incontrano persone in gamba, che sanno capire gli altri, si guadagna fiducia. Questo è quello che ad esempio non ho trovato in Nazionale, dove infatti sono stato malissimo». Il lungo conta 40 presenze in Azzurro, ma a livello senior non è andato oltre le Qualificazioni di Euro 2009. E oggi «quello che sto vedendo, a dire la verità, non mi piace tanto. Non voglio essere negativo, ma da ciò che ricordo il Ct Sacchetti ha sempre preferito gli stranieri. Affidargli la panchina dell’Italia è stata una scelta che non mi ha fatto impazzire. Però forse sono la persona sbagliata per parlarne».

Talento e punti nelle mani: anche a 40 anni un pericolo
costante per le difese (foto Tommarelli)
Nel rapporto con gli allenatori non è sempre stato fortunato, anche perché è un ragazzo che cerca un dialogo che spesso va oltre alla semplice impartizione degli schemi di gioco. «Io ragiono sulle cose, rifletto. Ho bisogno che il coach mi spieghi e mi motivi per arrivare a credere in ciò che sto facendo, ma se non riesce a comunicarmi queste sensazioni, faccio fatica. Prima impazzivo e basta, oggi invece comunico prima di impazzire. Questo è un problema che riguarda tutti, ecco perché vado sempre alla ricerca della giusta comunicazione». Insomma ha bisogno di essere reso partecipe per dare il massimo, e questo è sinonimo di un giocatore che pur se ha vinto due titoli italiani di 1-vs-1 (battendo Marco Belinelli nel 2004), tiene al gioco di squadra. «Ci sono giocatori e giocatori. C’è chi riesce a pensare solo a se stesso e si concentra per fare bene personalmente, e c’è chi invece è alla ricerca di soddisfazioni sia personali che di squadra. Io preferisco giocare in una squadra che sia composta da giocatori altruisti, ma capisco che ci sono modi e modi di vedere la pallacanestro. Se sei individualista non riesci a vedere altro che il tuo gioco e il modo di come fare canestro. Questa non è una colpa, ma un limite. Me ne sono accorto parlandone con alcuni coach - ha sottolineato Valerio -, che diversi giocatori americani non è che non volessero, ma proprio non ci arrivavano a capire il gioco di squadra. Era come parlare arabo con loro. E dunque prendi il giocatore così com’è e lo sfrutti per il bene della squadra. Lui è contento, tutti sono contenti».

MA COSA FARA' AMOROSO una volta terminata la carriera da giocatore? «Mi piacerebbe rimanere nella pallacanestro, ma bisogna vedere un po’ di cose. In primis ciò che la vita ti offre. A me piace leggere il gioco, stare a contatto con i giocatori, gestirli, capirli. Non escludo di fare il dirigente o l’allenatore, ruoli entrambi fattibili. Bisogna però vedere cosa c’è in giro. Sto studiando per diventare allenatore, ma è tutto un work in progress. L’importante è trovare qualcuno voglioso di investire e costruire». Lui, napoletano purosangue, ha un grande cruccio che si porterà per sempre dietro. «Noi giocatori difficilmente siamo profeti in patria. Casa mia ormai è Civitanova Marche e a Napoli ci torno per trovare i genitori. Da noi c’è sempre stata la mentalità che l’atleta straniero è più forte di quello sotto casa. Quindi non ho mai avuto l’opportunità di mettermi in mostra a casa mia, cosa che mi sarebbe piaciuta tanto. Ho avuto l’occasione a Scafati, da giovane - ricorda Valerio -, ma sono andato via. A Caserta, da napoletano, l’esperienza è andata malissimo. Insomma, nel proprio luogo di nascita non si è mai visti bene quanto invece lo si è lontano, dove non ti conoscono e ti apprezzano per quello che sei».


* per la rivista BASKET MAGAZINE