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domenica 30 marzo 2025

Tiro da tre punti, croce e delizia

Tiro da tre punti, croce e delizia: Dan Peterson ha aperto la discussione chiedendone l'abolizione. Della Valle, Ruzzier e Veronesi fanno fronte comune: abolendolo si darebbe molto più peso alla fisicità degli atleti

Generazioni a confronto sul canestro della discordia

di Giovanni Bocciero e Alvise Baldan*

 

1984, A LIVELLO INTERNAZIONALE viene introdotto il tiro da tre punti nella pallacanestro. L’arco semiellittico viene disegnato su ogni campo da gioco, e il tirare con conseguente realizzazione vale un punto in più rispetto al semplice appoggio al tabellone o al tiro dalla media distanza. Una novità, una evoluzione, con tutti i suoi pregi e difetti. Questa invenzione, in realtà, era già stata sperimentata anni prima negli Stati Uniti, in particolare al college. È da anni che si discute di un suo forte abuso, a discapito del gioco che rende il basket il più bello sport al mondo. Dan Peterson ha recentemente dichiarato che lo abolirebbe, e a riguardo abbiamo ascoltato giocatori e allenatori, attuali e del passato, che su questa affermazione sono ampiamente divisi.

Amedeo Della Valle

Cosa pensi in merito alla dichiarazione di Dan Peterson che abolirebbe il tiro da tre punti?

«Ci sta che ognuno dica la propria opinione. Secondo me, la sua è stata una sorta di provocazione che credo sia difficile possa trovare un seguito nel basket moderno. Se togliamo il tiro da tre punti, forse, molto probabilmente le partite diventano un susseguirsi di spallate vicino al canestro. Quindi è evidente che la pensi diversamente rispetto a questo argomento».

Da tiratore, cosa ti passa per la testa se realizzi un filotto di canestri da tre punti, o al contrario ne sbagli tanti di seguito?

«Chiaramente come per qualsiasi cosa, quando funziona e va bene è molto più facile continuare a farle. Quando invece diventa complicato è molto più difficile ripeterlo. Penso però, che la forza di un tiratore s veda proprio nel momento di difficoltà, nel continuare a tirare e non rifiutare conclusioni. Quello è il più grande segno di un eccellente tiratore, che può fare una serata da 8/8 ma può farne anche una da 0/8».

Quale potrebbe essere un aggiustamento per far incidere magari meno il tiro da tre punti?

«Ad oggi proverei innanzitutto ad allargare il campo, visto gli atleti che calcano i campi. La pallacanestro potrebbe giovare di questa modifica, ma non dobbiamo dimenticare che il gioco è in continua evoluzione. Infatti, oggi stiamo vivendo la fase del tiro da tre punti, in passato altri stili di gioco, e in futuro cambierà ancora in base alle tendenze del momento».

Michele Ruzzier

Dan Peterson abolirebbe il tiro da tre punti, tu cosa ne pensi?

«Io personalmente non lo abolirei, e non la trovo una cosa giusta perché è l’evoluzione della pallacanestro. Rappresenta per ogni squadra un’arma in più, a maggior ragione per la fisicità che si vede oggi su un campo. Un giocatore deve tirare per forza bene da tre punti per cercare di aprire le difese. Il basket è uno sport in continua evoluzione, completo così com’è con il tiro da tre punti».

Il tiro da tre punti è ormai trasversale, nel senso che è un’arma sia per un esterno che per un lungo?

«È un’arma sulla quale c’è bisogno comunque di lavorarci. E se diventi bravo, è giusto che la sfrutti a tuo vantaggio. Ed oggi non dipende neppure dai ruoli. Prima, magari, il tiro da tre era usato di più dalle guardie, ma oggi lo possono fare anche ragazzi di 2,20 metri. E credo che sia una cosa positiva, e non certo negativa».

Quanto influenza segnare o sbagliare una serie consecutiva di conclusioni?

«Non so esattamente in che percentuale, ma oltre all’allenamento il tiro è tanto mentale. Se segni una tripla e ti capita subito un altro tiro aperto, che è giusto, devi prenderlo assolutamente. Dall’altro lato, anche se ne hai sbagliati un paio prima, ma la squadra costruisce un buon tiro e la palla arriva a te, è comunque da prendere. Magari sentirai il pallone pesare un po’ di più, ma è certamente giusto tirare».

Hai giocato con Marco Belinelli, uno dei migliori tiratori italiani in assoluto, cosa ci puoi raccontare di lui?

«Quando ero alla Virtus lo guardavo con gli occhi a cuoricino, perché era davvero uno spettacolo vederlo anche solo in allenamento. Non l’ho mai visto fare esercizi particolari per allenare il suo tiro. Semplicemente ha una mentalità diversa, pensa di segnare ogni singolo tiro che prende. Questo fa di lui un pericolo costante, perché anche se ha sbagliato i tre tiri precedenti, prenderà il quarto con la stessa sicurezza di chi è in striscia positiva».

Giovanni Veronesi

Abolire il tiro da tre punti, per Peterson, gioverebbe al basket. Per te?

«È normale che rispetto al basket di Peterson oggi si giochi un’altra pallacanestro. Ci sono spaziature e situazioni diverse, complice l’evoluzione del gioco. Ovvio che non cambierei nulla».

Cos’è che differenzia un tiratore, che segni o sbagli?

«Per un tiratore è importante non perdere mai la fiducia, perché altrimenti non può neppure definirsi un tiratore. E infatti, ci sono tanti giocatori che hanno magari vissuto soltanto un periodo felice. Nel mio caso posso dire di avere avuto sempre grande fiducia, sia da parte di allenatori e compagni che a livello personale nei miei mezzi. Poi è naturale che ci sono momenti positivi e altri negativi, ma bisogna sempre avere il coraggio di continuare a tirare, senza esagerare».

Il tiro da tre punti serve più allo spettacolo che al gioco?

«Credo che bisogna fare una distinzione tra il basket che si vede in Nba e quello in Europa. In America effettivamente si tira tanto da tre punti, e il più delle volte in situazioni del tutto estemporanee al gioco. In Europa no, perché anche se si abusa del tiro da tre, questo rientra più in un contesto di costruzione del gioco. O almeno questo è il mio pensiero. Poi ovvio, se la pallacanestro ha un successo planetario ed è seguita in tutto il mondo è anche per giocatori come Steph Curry e Klay Thompson che sono tra i migliori interpreti del tiro da tre punti».

Valerio Bianchini

Qual è il suo pensiero riguardo all’uso del tiro da tre punti nella pallacanestro di oggi?

«Il tiro da tre punti lo ricordo addirittura come un’innovazione che fece l’Aba (American Basketball Association, lega professionistica americana di pallacanestro tra il 1967 ed il 1976, ndr), usandolo inizialmente in circostanze speciali, come per esempio cercare di recuperare alla fine della partita. All’inizio non era considerato un elemento istituzionale del gioco, era un elemento normale. Ricordo che nell’84/85 Mike D’Antoni, che normalmente non era un gran attaccante, grazie ai blocchi di Dino Meneghin cominciò a tirare con i piedi per terra perché i difensori uscivano poco, restando così schiacciati sul blocco. Iniziò così ad avere più coraggio, più iniziativa, diventando un tiratore dall’arco. Per molti anni il tiro da tre punti rimase utilizzato in certe circostanze, non nel modo ossessivo odierno. Addirittura anche i lunghi cominciarono, tramite il pick and roll, a preferire il tiro da più lontano piuttosto di un appoggio da dentro il pitturato. Questo sinceramente rende il gioco un po' noioso, ripetitivo. Gli allenatori hanno smesso di fare ricerca, di fare sperimentazione. Nel basket classico il gioco delle squadre in campo veniva immediatamente identificato per l'allenatore che lo governava. Per esempio il gioco di Guerrieri, di Zorzi, di Peterson. C'era molta più coerenza tra la teoria del gioco di un allenatore rispetto all’esecuzione in campo. Adesso, invece, c’è un’omologazione dove la maggior parte gioca allo stesso modo. C'è da dire, però, che la pallacanestro ha reso ancora più imprevedibile le partite. L’altra faccia di questa medaglia è che non c’è più meritocrazia, tu puoi giocare benissimo ma se hai scarse percentuali al tiro da tre perdi la partita contro uno che sta giocando male ma con buone percentuali da tre. A portare a questa deriva tecnica un po' insensata è stata la Fiba e il suo regolamento, perché il basket concettualmente è sempre stato un gioco che ogni quattro anni cambiava il suo regolamento. Il gioco si adeguava allo sviluppo sociale dell'area popolare in cui era inserito e variava soprattutto in relazione ai marchingegni tecnici. La Fiba si riduce a seguire l’Nba, ma senza una ragione. Nello smile, nei trenta secondi, nello stesso tiro da tre, non seguendola, però, nei tre secondi difensivi che sono importanti per consentire la penetrazione nell’uno contro uno. Attualmente il gioco si sta riducendo sempre di più all’uso scriteriato del pick and roll, alla cancellazione del lavoro in post, sia alto che basso, ed al rifugio nel tiro da tre. Certamente non è questo il vero basket».

Nelle sue esperienze tra Cantù e Roma, ha vinto due scudetti e due Coppe dei Campioni senza il tiro dalla lunga distanza. Dopo l’introduzione di questa nuova regola è stato più facile o più difficile allenare?

«È stato più facile allenare perché il tiro da tre era utilizzato senza, tuttavia, diventarne dipendenti. Adesso per gli allenatori è più facile. Non insegnano più i movimenti sofisticati del post basso ai pivot, per passare più volte la palla fuori per un tiro da tre. Dal punto di vista estetico è una cosa inguardabile, però la situazione è questa. Conta solo l’uno contro uno, il gesto spettacolare della superstar della squadra».

Ha un aneddoto da raccontarci legato al tiro da tre punti?

«Quello più clamoroso fu con la Virtus Roma, durante la stagione 1990/91, quando eravamo sotto di due punti contro Caserta ad un secondo dalla fine. Ricordo una rimessa a bordo campo per Maurizio Ragazzi che, ricevuta la palla a tre metri dalla nostra linea di fondo, segnò il canestro della vittoria».

Bogdan Tanjevic

Cosa ne pensa del tiro da tre punti?

«Il mio pensiero è molto simile a quello di Dan Peterson. Penso sia meglio il vecchio modo di giocare piuttosto che il continuo aumento del tiro dalla lunga distanza. Si è arrivati addirittura a parlare dell’inserimento del tiro da quattro. Negli ultimi vent’anni i giocatori sono diventati dei grandi tiratori e le distanze, soprattutto grazie all’atletismo, sono diventate facili da eseguire. In Nba fino a trent’anni fa esistevano solo tre o quattro tiratori nel campionato. Adesso sono diventati centocinquanta. Un pro può essere legato ai giocatori europei, un esempio di tecnica di tiro e di precisione che arrivarono ad un livello fantastico di capacità del tiro dalla lunga distanza. Dei contro, invece, possono essere il poco gioco sotto canestro, il mancato utilizzo dei pivot, le poche penetrazioni ed il tiro da quattro metri dei campioni come Jordan e Dalipagic. In passato i grandi tiratori non si concentravano esclusivamente sul tiro da tre punti e il gioco era molto più interessante, più affascinante. Adesso si è talmente fissati nel trovare qualcuno di libero fuori dall’arco, di scaricargli la palla anche quando sarebbe molto più intelligente segnare due punti sicuri. La linea dei tre punti la chiamo il “bordo della piscina”, come se ci fosse dell’acqua dentro. Non bisogna entrarci troppo. Questa furia di tirare e di correre in avanti non la vedo bene. Mi piace di più il basket di prima».

Il tiro da tre punti è diventato una sorta di arma offensiva, diciamo, troppo abusata, troppo utilizzata?

«Troppo abusata, non c'è dubbio. Si vedono molte squadre che tirano più da tre punti che da due. Così il gioco diventa meno attrattivo. In poche parole non bisogna focalizzarsi troppo sul tiro da tre. Per fare un esempio, quando Dalipagic segnò settanta punti lo fece con soli quattro canestri da tre punti in tutta la partita. Poteva tranquillamente essere il capocannoniere Nba, se ci fosse andato».

Antonello Riva

Qual è la sua opinione sul tiro da tre punti?

«Nei primi anni ci fu un grande clamore che richiamò tanta attenzione attorno a questa nuova regola, al nostro movimento.

Se poi, dopo tanto tempo, dobbiamo analizzare se è stato un pro o contro, i dubbi sono aumentati. Una cosa su tutti: il gioco è stato veramente stravolto e in maniera netta. Mi ricordo gli anni in cui giocavo a Milano quando era allenata da Mike D’Antoni. Lui sosteneva che statisticamente non conveniva andare a tirare da due ma conveniva tentare più tiri possibili dalla linea dell’arco. Ed è proprio questo, come stavo dicendo, che ha stravolto il modo di giocare. Il tiro da due, il cercare di andare vicino al canestro è praticamente quasi sparito. Poi, ecco, bisogna vedere se è effettivamente più spettacolare, più bello da vedersi oggi, o se era più bello un tempo quando non c’era il tiro da tre e si cercava di costruire maggiormente il gioco d'attacco».

Lei pensa, dunque, che sia diventato una sorta di arma offensiva un po' troppo abusata?

«Sì, in particolar modo perché questa linea non è così lontana dall’Nba. Vediamo diversi giocatori tirare da addirittura nove o ancora più metri. Mantenerla così com’è, oggi in Italia, è troppo utilizzata. Penso, tuttavia, che per lo spettacolo e per gli spettatori, vedere un tiro o un canestro da tre sia sempre un gesto tecnico spettacolare, anche se ha tolto un pochino la vera essenza, la vera sostanza della pallacanestro».

Se lei fosse un giocatore di questi tempi, si adatterebbe al modo di giocare attuale, ad un ritmo più elevato e a un numero maggiore di tiri da tre punti, o cercherebbe di rimanere al gioco di qualche anno fa, dove il tiro da tre punti non era così esasperato e si puntava un po' di più al gioco tecnico?

«No, è naturale che bisogna sempre adeguarsi ai tempi. Se fossi un giocatore di questi tempi mi adeguerei sicuramente alle nuove situazioni. Però vedo che alcune volte i giocatori, che potrebbero fare un arresto e tiro tranquillo dai tre, quattro metri, vanno dritti al ferro o cercano la soluzione nel tiro dalla lunga distanza. Negli anni passati, si utilizzava la finta da tre punti, un palleggio, due palleggi ed un arresto, ripeto a tre o quattro metri. Questo movimento oggi è sparito completamente».

Un’ultima domanda: ha un aneddoto su questo argomento da raccontare?

«Mi ricordo ancora benissimo la prima partita quando era appena entrato in vigore. Era la prima partita del campionato 1984/85, successivo alle Olimpiadi di Los Angeles, quando con Cantù andai a giocare a Pesaro che al tempo aveva un allenatore americano che si era messo a difendere a zona. Non mi sembrava vero e quel giorno realizzai nove o dieci canestri da tre punti. Da un momento all’altro ci aspettavamo che Pesaro passasse a difendere individualmente, invece continuò con la difesa a zona. Era la prima partita, la prima volta che venivano conteggiati i tiri al di là dell'arco. Era, in poche parole, una novità».

Nonostante le differenti posizioni, le statistiche ci possono offrire degli spunti interessanti. Perché non sempre tirare e segnare tanto ti permette di vincere. Trento e Varese, ad esempio, sono le due squadre della serie A che hanno terminato il maggior numero di partite con almeno dieci triple segnate, eppure le posizioni in classifica sono molto differenti. In media una giusta percentuale dall’arco che si può ritenere positiva è del 35%, che significa poco più di una realizzazione su tre tentativi. Eppure con due canestri su tre dalla media distanza o addirittura più vicino al canestro, e dunque con una probabilità maggiore di riuscire a segnare, frutterebbe 4 punti. Che batterebbero i 3 realizzati dall’arco.

* per la rivista Basket Magazine

giovedì 18 maggio 2023

A quarant'anni di distanza il ricordo dell'oro di Nantes

Le parole dei protagonisti di quell'impresa, l'emozione che ancora suscita in chi l'ha vissuta regalando al nostro sport e agli appassionati di basket la prima grande vittoria europea

A quarant'anni di distanza il ricordo dell'oro di Nantes

Brunamonti, Gilardi, Riva, Sacchetti e Villalta raccontano: «Eravamo amici dentro e fuori dal campo. Abbiamo indicato la strada: dopo di noi una scia di successi per almeno vent'anni»


di Giovanni Bocciero*

 

NANTES ’83 rimarrà per sempre il successo che ha tracciato la strada per l’Italia dei canestri. Il primo grande appuntamento nel quale la nazionale riuscì a salire sul tetto d’Europa imponendosi sull’Est Europa, che con Jugoslavia e Unione Sovietica aveva sempre dominato la competizione. Nelle parole dei protagonisti in campo si può avvertire ancora oggi, a distanza di 40 anni, un’emozione indescrivibile.

«Nonostante i tanti anni l’emozione è sempre molto grande, perché è stata una tappa fondamentale della carriera mia e dei miei compagni - ha esordito Roberto Brunamonti -. Era il primo Europeo che vincevamo, e lo vincemmo in maniera meritata e da imbattuti». «L’emozione è quella di esser stati parte di una squadra che ha compiuto un’impresa della quale se ne parla ancora - ha commentato Enrico Gilardi -. Fortunatamente quella vittoria è stata poi replicata, ma noi siamo stati i primi ad ottenere un risultato che a quei tempi era inimmaginabile che potesse essere alla nostra portata». «Non ce n’è solo una ma sono tante le emozioni provate in quel Europeo - ha ricordato Antonello Riva -. Dalla vittoria in volata all’esordio contro la Spagna alla famosa rissa con la Jugoslavia, un turbinio di sensazioni che ci ha aiutato ad avere una crescita costante nell’arco del torneo». «È una delle poche vittorie da giocatore - ha dichiarato Sacchetti -, ed è per me una cosa indimenticabile. Quando abbiamo festeggiato ho preso una botta all’occhio, ed è per questo che nelle foto porto sempre gli occhiali». «La corsa di Caglieris col pallone sotto al braccio e la commozione di Aldo Giordani - ha rammentato Renato Villalta - sono momenti indimenticabili».

Quell’Italia del ct Sandro Gamba, con gran parte dei protagonisti a formare uno zoccolo duro, arrivava dall’argento alle Olimpiadi di Mosca del 1980, quelle del boicottaggio statunitense. All’Europeo dell’81 si classificò quinta e per questo non partecipò al Mondiale dell’anno successivo. Durante la preparazione perse due volte contro la Jugoslavia, con cui ci fu una vera e propria resa dei conti con la vittoria nella famigerata gara della rissa durante il girone di qualificazione. Girone inaugurato con un’altra sofferta vittoria contro la Spagna, avversaria ribattuta poi in finale. Un’impresa che per il movimento italiano «ha rappresentato un punto di partenza - secondo Brunamonti -. Per la pallacanestro italiana ha significato entrare nell’olimpo delle nazioni che potevano fregiarsi di determinate vittorie e medaglie. Siamo stati la generazione che ha indicato la strada, e ne è seguita una scia sulla quale si sono susseguite altre grandi nazionali che hanno rinverdito e ripetuto quei successi con altrettanto merito ed importanza». «Quel successo ha dato fama e pubblicità a tutto il movimento - secondo Villalta -. Tutti i giornali ne parlavano, e i tifosi ci aspettarono al rientro a Milano. È vero che venivamo dall’argento di Mosca, ma l’oro ha un sapore particolare». «Eravamo partiti un po’ sfiduciati perché la preparazione non era stata il massimo - ha ricordato Sacchetti -, nonostante sulla carta eravamo un’ottima squadra. Poi la vittoria rocambolesca con la Spagna ha acceso in noi una fiamma, e sull’onda di quella spinta abbiamo costruito la vittoria con la quale abbiamo aperto una porta importante per tutto il movimento»». «Quel successo è stato da traino anche se in quegli anni abbiamo toccato l’apice con il nostro movimento anche a livello di club - ha riflettuto Riva -. Il basket si è avvicinato tanto alle persone ed è entrato nelle case degli italiani quasi ad eguagliare il calcio».

In effetti se l’oro di Nantes era la prima grande affermazione della nazionale azzurra, le squadre italiane avevano già vinto tanto in Europa. Varese dal 1970 aveva disputato dieci finali consecutive di Coppa Campioni, vincendone 5, Cantù fece la doppietta nell’82 ed ’83 in un derby con Milano, e Roma vinse nell’84. Milano, Cantù e Varese conquistarono ininterrottamente la Coppa Saporta dal 1976 all’81, e Pesaro alzò quella dell’83. In Coppa Korac si affermò Rieti nell’80, nell’85 ci fu il derby tra Milano e Varese e nell’86 quello tra Roma e Caserta. Insomma, «la questione di fondo è che i giocatori italiani avevano un maggiore minutaggio nelle coppe europee - ha continuato Riva -. Eravamo fortunati avendo solo due stranieri, così da avere più opportunità per maturare, per fare esperienza e per crescere a livello internazionale».

Non solo però la possibilità di giocare, «quel gruppo ha rappresentato la capacità di mettere insieme generazioni differenti - ha rimarcato Gilardi -. C’erano i Meneghin e i Marzorati che di storia in nazionale ne avevano già percorsa; c’erano dei giovani come me, Riva e Brunamonti sui quali si poteva contare per il futuro; e poi ragazzi come Caglieris o Sacchetti che non erano stati valorizzati a dovere nel passato. Ne uscì fuori un mix ben riuscito grazie anche alle capacità di ognuno di noi di mettersi a disposizione e di rispettarsi l’un l’altro. Questa tale diversità è diventata un’omogeneità che è stato il nostro segreto». «Quella squadra si fondava su un gruppo unito - secondo Sacchetti -, e per come era strutturata era facile giocare insieme. Ma ha dovuto comunque lottare, ha rischiato, e compattandosi ha portato a casa il risultato». «Eravamo amici in campo ma anche fuori. Ci fidavamo l’uno dell’altro - secondo Villalta - grazie anche alla sapiente conduzione di Gamba. Avevamo il senso di rappresentare l’Italia, una cosa che ai nostri tempi voleva dire il massimo dell’ambizione per un atleta. E la lite con la Jugoslavia ci cementò».

La nazionale di Nantes era composta anche da nuclei di giocatori che già giocavano insieme nei club, come i virtussini Bonamico, Brunamonti e Villalta, la coppia canturina Marzorati-Riva, e il terzetto di Torino composto da Sacchetti, Vecchiato e Caglieris. Un aspetto che riguarda anche l’attuale nazionale, composta per la maggiore da atleti di Olimpia e Virtus. «È ed era una casualità - ha commentato Villalta -. I migliori giocatori si raggruppano nelle migliori squadre, ma all’epoca il campionato italiano era più omogeneo da questo punto di vista». «Credo fortemente nelle scelte dettate da caratteristiche tecniche ed umane dei singoli e non nei blocchi dei club - secondo Gilardi -. I giocatori di quella nazionale erano gli elementi migliori per costituire un gruppo che avesse una ben definita identità tecnica. Avevamo trovato la nostra quadratura anche nel saper cambiare modo di giocare in base agli elementi che venivano chiamati in causa. Ogni giocatore aveva le sue caratteristiche, e in base alle situazioni tutti venivano valorizzati, creando delle miscele completamente diverse in ogni gara».

Di fatto Marzorati segnò il canestro della vittoria con la Spagna all’esordio, Meneghin giganteggiò con la Grecia, Riva bersagliò la Francia, Gilardi tagliò a fette la Jugoslavia nel match della rissa, e Villalta fu il miglior marcatore della finale. E nonostante l’Italia conquistò la medaglia d’oro, il miglior quintetto dell’Europeo contava gli spagnoli Corbalan e San Epifanio, il greco Galis, il ‘sovietico’ Sabonis ed il ceco Kropilak. «Non eravamo dipendenti da un singolo, ma a rotazione avevamo un protagonista diverso - ha continuato Gilardi -. Nel nostro gioco non c’era spazio per far emerge l’individualità ma ognuno doveva portare il proprio contributo».

Dopo Nantes c’è stato un secondo ciclo vincente per la nazionale, quello a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, che prima con Tanjevic e poi con Recalcati come ct arrivò a bissare la vittoria dell’Europeo nel 1999 a Parigi e la conquista della medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene 2004. Ci si aspettavano successi anche dalla nazionale degli Nba, quella che poteva contare sui vari Bargnani, Gallinari, Belinelli, Datome, Gentile ed Hackett, e invece quella squadra fallì addirittura il Pre-olimpico di Torino del 2016. «Il discorso da fare è ampio e profondo - secondo Riva -. Mi riduco a dire che quel ciclo non ha portato risultati perché in Nba si gioca un basket differente. È stato sempre difficile, sia per i giocatori riadattarsi al gioco europeo, che per gli allenatori riuscire a metterli insieme a chi giocava nel nostro campionato». «Quella squadra potenzialmente molto forte non ha ottenuto risultati perché lo sport insegna che non è mai semplice - ha detto Sacchetti -. Adesso dobbiamo guardare avanti e seppur il periodo difficile non ci si deve accontentare di qualificazioni e piazzamenti».

In vista dei prossimi Mondiali «le prospettive sono molto buone - il parere di Brunamonti -. Vedo un gruppo, uno zoccolo duro, che dopo aver riconquistato l’Olimpiade sta dimostrando grande compattezza, sulla stessa lunghezza d’onda dell’allenatore, e con dei giovani che possono dare continuità al gruppo e a questa generazione». «Il gruppo è affiatato. Ci manca un centro - l’analisi di Sacchetti -, ma nonostante ciò siamo arrivati quasi a conquistare una medaglia agli ultimi Europei. Sono convinto che possiamo fare un exploit. Il passaggio successivo è capire cosa ci aspetta dal futuro quando passerà anche la generazione dei Melli». «Molto dipenderà da come si evolverà la situazione legata a Banchero - secondo Riva -, che è un giocatore che sposta gli equilibri. Per quanto riguarda Pozzecco, credo sia l’uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto. C’era bisogno di qualcuno che richiamasse interesse intorno alla nazionale anche fuori dal campo». «C’è un aspetto sul quale non mi capacito - la chiosa di Villalta -. Per noi la nazionale era un obiettivo, oggi è per molti addirittura una scocciatura. Vedere atleti che rinunciano alla maglia azzurra perché devono riposarsi non è accettabile».


* per la rivista Basket Magazine

venerdì 10 marzo 2017

Il grande ritorno: Mike D'Antoni

Mike D'Antoni e le 4 vite di Arsenio Lupin


di Giovanni Bocciero*


Riva: «Mike sfortunato, ma mai un perdente»

Il grande ritorno. Nella grande stagione di Houston, il personale
riscatto di Mike dopo le delusioni e le brutte esperienze
con i New York Knicks ed i Los Angeles Lakers
Se si guardano immagini delle diverse squadre allenate da Mike D’Antoni, si farà caso che i dettami tattici sono pressoché gli stessi da anni ormai. Dagli inizi in quel di Milano e Treviso, all’approdo in NBA dove è stato seduto sulle panchine di Denver, Phoenix, New York, Lakers e Houston. Con risultati alterni ma pur senza snaturare la propria idea cestistica, ovvero quella di correre in campo aperto, difendere allo stremo e tirare velocemente. «È sempre stato il suo credo - ha rivelato Antonello Riva -. Ricordo che per aumentare i possessi offensivi avevamo messo la regola che dopo qualsiasi canestro segnato pressavamo l’avversario per ritornare immediatamente in possesso del pallone. Oppure lo obbligavamo a velocizzare il proprio attacco. Facevamo tanti esercizi in allenamento proprio per velocizzare il nostro modo di andare a canestro». Uno stile di gioco che lo ha bollato come perdente oltreoceano, fin quando non sono esplosi i Warriors. «Inutile dire che soprattutto per gli allenatori non dipende unicamente dal proprio operato, ma prima di tutto dal rendimento dei giocatori e poi soprattutto dalla situazione societaria. Credo ad esempio - ha continuato l’ex Milano - che a New York sia arrivato nel momento peggiore della franchigia a livello di struttura societaria. È semplicemente capitato al posto sbagliato nel momento sbagliato perché le qualità di Mike non si discutono dopo tutti gli anni trascorsi in Italia e in NBA. E oggigiorno lo reputo uno dei migliori allenatori al mondo». La fiducia è un aspetto imprescindibile? «Una delle qualità di Mike è quella di mettere a proprio agio i suoi giocatori. Il fatto di essere stato un grande atleta è per lui un vantaggio, perché - ha concluso il bomber - lo aiuta a capire psicologicamente il giocatore che ha di fronte».


Pittis: «È un campione, con le sconfitte cresce»

Affinché le squadre di Mike D’Antoni rendano al massimo c’è bisogno che i giocatori dispongano della necessaria disponibilità nei suoi confronti. «Noi avevamo totale fiducia in Mike - ha dichiarato Riccardo Pittis -. Non avevamo alcun dubbio che le scelte prese fossero buone». L’ala ex Milano e Treviso fu l’oggetto della rivoluzione tattica, ovvero il primo esempio di small ball. «Sia per l’esigenza di coprire una posizione dove mancava un giocatore di ruolo, che per provare qualcosa di diverso, Mike decise di spostarmi da ‘3’ a ‘4’. L’esperimento, che era più una opzione e non una norma, funzionò talmente bene che lo ha fatto suo». Per vincere D’Antoni deve sentire che i giocatori sono con lui, perché «come in ogni situazione e per ogni persona, quando il gruppo ti segue diventa più facile mettere in pratica le tue idee. Questo ambiente - ha raccontato Pittis - si creò a Milano e Treviso, e sono certo che è così a Houston come prima ancora a Phoenix. Per quanto riguarda le esperienze di New York e Los Angeles, non è che le sue idee non abbiano funzionato, semplicemente erano delle situazioni particolari con squadre composte da giocatori estremamente difficili da gestire. E come dimostrano i risultati successivi non ha fallito solo lui. Per quanto mi riguarda, probabilmente se mi avesse messo a giocare da ‘5’ sarebbe andato bene lo stesso». Ma come può passare da due anni di inattività all’essere quasi il coach dell’anno in NBA? «Mike ha il Dna del campione, non si ferma davanti alle sconfitte ma anzi, ne trae insegnamento e si evolve. Sono particolarmente contento per lui perché so quanto ci tiene e con quale passione svolge il suo lavoro. Ha una smisurata voglia di insegnare pallacanestro e - ha concluso l’attuale telecronista Rai - di divertirsi facendo giocar bene».


Meneghin: «Maniaco del lavoro, non del sistema»

Gioie e dolori in panchina. Ha avuto stagioni felici con i Phoenix Suns
in coincidenza con l'arrivo in squadra di Steve Nash: pick and roll,
small ball, run and gun. 62-20 il record e Coach of the Year nel 2003
Il coach di Houston è stato spesso additato come fossilizzato su di un unico sistema di gioco. È realmente così? «Mike è sempre stata una persona molto flessibile - ha commentato Dino Meneghin -, non si fissa su di una cosa portandola avanti a qualunque costo. Chiaramente tutto dipende dai risultati, perché se questi arrivano con un modo di gioco allora prosegue, ma se bisogna apportare delle migliorie cambia sistema adattandosi ai giocatori che ha a disposizione. È una persona intelligente e grande conoscitore del gioco, e sa di non dover continuare se le cose vanno male. In NBA è costretto a cambiare registro e ad adattarsi. È testardo in realtà dal punto di vista del lavoro, per il resto è attento a ciò che gli succede intorno». E perché allora non è riuscito a vincere a New York e a Los Angeles? «Quegli anni sono stati difficile perché è estremamente complicato lavorare in quelle due piazze dove già soltanto arrivare secondi è un insuccesso. Ha patito certamente tutto l’ambiente, e il fatto di avere a disposizione dei giocatori che pensavano più a sé stessi che al gioco di squadra, cosa che lui predilige. Mike - ha continuato l’ex presidente FIP - riesce ad ottenere i risultati se ha tra le mani atleti che sanno mettere la squadra al primo posto, che non guardano al tabellino personale. Evidentemente quest’anno ha questo tipo di giocatori che fanno rendere al meglio il tipo di gioco che vuole». Ma per imporsi D’Antoni ha solo bisogno di vincere? «Il sogno di tutti è vincere. In America è quello dell’anello. Per fortuna in NBA non guardano soltanto alle vittorie ma ai risultati che ottieni. La consacrazione arriva se vince, ma puoi avere una buona nomea - ha concluso l’ex Milano - se riesci a far migliorare il gruppo di giocatori, trasformandoli in una squadra vera».




* per la rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 16 febbraio 2017

La storia siamo noi: Oscar, l'uomo che rifiutò la NBA

La storia siamo noi: Oscar, l'uomo che rifiutò la NBA

Scelto nel 1984, disse no ai Nets per non rinunciare alla Nazionale brasiliana. Chiamato da Tanjevic, con i suoi canestri scrisse la leggenda della JuveCaserta.



di Giovanni Bocciero*


CASERTA - Lo scorso 18 dicembre il leggendario Oscar Daniel Bezerra Schmidt è ritornato a Caserta dopo ben tredici anni dalla sua ultima visita. Quella volta, l’8 dicembre del 2003, lo faceva per dire ufficialmente addio alla pallacanestro giocata con l’“Oscar Game”, kermesse alla quale parteciparono tanti ex atleti con cui il bomber brasiliano ha giocato insieme o da avversario. A distanza di tredici anni, con una battaglia vinta contro il tumore al cervello non del tutto archiviata, è ritornato a calcare il legno del PalaMaggiò.
Questa volta però, non c’erano compagni o avversari ad attenderlo, la scena è stata tutta per lui. Un autentico “Oscar Day” in cui l’idolo bianconero degli anni ’80 ha potuto salutare il suo pubblico, quello composto da persone con i capelli bianchi che hanno vissuto gli anni d’oro del campione carioca; ma anche dai più giovani che magari di Oscar giocatore hanno visto poco o nulla, ma che attraverso i ricordi di amici e parenti oppure tramite immagini piuttosto datate sanno tutto sulla sua vita cestistica.
Primatista mondiale con 49.737 punti segnati, per tutti è Mao Santa.
"Frutto dell'allenamento, il talento non basta". (Foto Elvio Iodice)
Oscar può essere definito senza troppa presunzione un vero e proprio “eroe dei due mondi”, anche se in Italia non è riuscito ad alzare lo stesso numero di trofei che invece lo hanno reso celebre sin da giovanissimo in patria. Successi frutto unicamente della sua filosofia, ovvero quella che per arrivare a toccare i più alti livelli della pallacanestro bisogna lavorare duramente e soprattutto quotidianamente in palestra. Bisogna ripetere, ripetere e ancora ripetere gesti e movimenti affinché questi diventino così scontati e naturali da farli come se si bevesse un bicchiere d’acqua. Da questo punto di vista la Mao Santa è stato un grande esempio che tantissimi giovani cestisti dovrebbero prendere come modello se vogliono sfondare come giocatori professionisti.
Il campione che “piangeva e segnava”, così lo definì coach Boscia Tanjevic quando indicò il rinforzo per la sua JuveCaserta al general manager Giancarlo Sarti. Perché Oscar prima ancora che un atleta era un uomo dal grande sentimento, che faceva ciò che più gli piaceva con passione e amore. Un amore viscerale che lo ha portato a rifiutare addirittura le avance della NBA e l’offerta milionaria del Real Madrid per restare a Caserta, al fianco del Cavaliere Giovanni Maggiò.
Nel primo caso il brasiliano, al pari di Drazen Dalipagic, Dino Meneghin e qualche altro campione del passato, anche recente come Dejan Bodiroga, è da considerarsi a tutti gli effetti uno dei più grandi a non aver mai calcato i palcoscenici della lega professionistica americana. E giusto per rendere l’idea, già dal 1984 si sarebbe potuto iniziare a parlare di un cecchino pazzesco che tirava e soprattutto segnava tiri incredibili e da distanze siderali alla Stephen Curry.
E se invece si fosse concretizzato il suo passaggio alle merengues, si sarebbe costituita una delle coppie più illegali mai viste su di un parquet quantomeno del Vecchio Continente, con lui, “O Rey do triple”, ed “il Mozart dei canestri”, Drazen Petrovic. Non a caso i due si esibirono da avversari in una delle partite che hanno fatto la storia della pallacanestro mondiale, la finale di Coppa delle Coppe tra Real Madrid e JuveCaserta nella quale in due segnarono la bellezza di 106 punti. Quel match del 1989 sarebbe stato, però, il preludio alla separazione tra Oscar e Caserta. Un divorzio mai digerito dal fuoriclasse che a distanza di anni ci tiene ancora a sottolineare come sia stato tradito da coloro con i quali condivideva lo spogliatoio.
"A Maggiò e Tanjevic devo tutto. Caserta mi ha trasformato in meglio anche
come persona: indimenticabile". (Foto Elvio Iodice)
L’uomo, il precursore, l’amore e la devozione. Perché, appunto, lui non era un qualsiasi campione giunto soltanto per vincere delle partite. Con Caserta e per Caserta sarebbe, forse, rimasto a vita a giocare, dopotutto lui si era integrato sin da subito nella piccola realtà del Mezzogiorno d’Italia, era diventato uno scugnizzo proprio come i vari Nando Gentile ed Enzo Esposito, e a ritmo di samba aveva fatto innamorare e si era allo stesso tempo innamorato di una intera popolazione, della quale adesso più che mai è parte integrante avendo avuto la cittadinanza onoraria.
Oscar aveva trascinato con la sua leadership ed il suo carisma la JuveCaserta dall’A2 sino al tetto d’Europa, facendola competere alla pari con i più blasonati club del contesto nazionale quanto di quello continentale. Un’avventura che lo ha portato in un certo senso ad essere eletto a simbolo di un riscatto che va ben oltre il solo ambito sportivo, ma che ha toccato evidentemente anche quello sociale. Un atleta che partito da San Paolo è diventato leggenda all’ombra della Reggia.

A Caserta mancava dall’8 dicembre del 2003, quando ha disputato la partita d’addio al basket giocato. Rispetto a quella data ha provato delle emozioni differenti nel rivedere la città, i tifosi, gli amici?
«Sì, questa volta è stato tutto molto differente. Sono stato con la famiglia Basile tutti i giorni, ed ho potuto vedere, toccare, sentire quanto loro mi vogliono bene. È stato bello riabbracciarli, così come riabbracciare tutta Caserta».
Al pubblico casertano ha detto che avrebbe voluto tirare ancora una volta ai canestri del PalaMaggiò. Ma nel 2003 è stata l’ultima volta che ha indossato le scarpette da basket?
«Sì, è stato proprio così. Io ritengo che la pallacanestro sia una cosa seria, non un gioco, per questo non va affrontata con sufficienza».
Ha ricevuto la cittadinanza onoraria e l’inserimento nella Hall of Fame italiana. Sono riconoscimenti che un po’ già sentiva di possedere seppur non ufficialmente?
«Certo che sì. Io già mi sentivo un cittadino casertano a tutti gli effetti, mentre invece l’inserimento nell’Hall of Fame è arrivata con un po’ di ritardo, ma l’accetto con grande orgoglio e rispetto».
Chi era Oscar Schmidt prima che arrivasse a Caserta, e quanto hanno cambiato la sua vita i tanti anni trascorsi in Italia?
«Sono arrivato a Caserta che ero appena sposato con la mia Cristina, ho imparato la lingua, ho avuto due figli bellissimi, e me ne sono andato via dall’Italia che ero completamente tutta un’altra persona».
Sapendo che lei tiene moltissimo alla sua famiglia, si può dire che il Cavaliere Maggiò e coach Tanjevic siano state le due persone più importanti della sua vita?
«Assolutamente sì, gli devo davvero tanto, così come vale per alcuni amici brasiliani».
Quando giocava finiva sempre l’allenamento tirando centinaia di volte a canestro, è lì che si è costruito il suo talento?
«Senz’altro, perché io credo nel duro allenamento e non nel talento così, donato per mano divina. Un intero giorno passato in palestra dice tutto quello che sei e soprattutto cosa puoi dare e diventare».
49.737 punti realizzati, nessuno mai come lei, ancora oggi. Si sente un po’ il miglior giocatore di sempre, irraggiungibile, o crede che altri siano i veri campioni?
«No, certo che non mi sento irraggiungibile. Però c’è da dire che, giocando per tanti anni, va a finire che proprio come successo a me segni tanti punti».
"Il tiro da tre punti non è mai un abuso. Oggi c'è una squadra, i Warriors,
che gioca come ai miei tempi". (Foto Elvio Iodice)
Il tiro da tre punti era la sua specialità, ed oggi spesso ci si dibatte sulla sua troppa esagerazione. Lei cosa ne pensa a riguardo, si abusa troppo delle triple?
«Oggi c’è una squadra in NBA come Golden State che gioca esattamente come si giocava durante il periodo della mia generazione, e io posso dire soltanto belle cose su di loro, quindi non credo si abusi del tiro da tre».
È stato scelto al Draft del 1984 dai New Jersey Nets, eppure non ha mai giocato in NBA. Perché non c’è voluto andare o perché non è nata l’occasione?
«Se avessi giocato una sola partita nella NBA, non avrei potuto giocare mai più con la nazionale brasiliana, che sentivo mia, quindi sono stato costretto a fare una scelta».
Qualcosa lo ha confessato adesso, ma le è mai pesato il giudizio a Caserta che con lei in squadra non si vinceva perché era ingombrante?
«Sì, tantissimo. Bisogna però ricordare che sono venuto a Caserta dopo aver vinto tutto nella pallacanestro, tutti i trofei disponibile a cui ho partecipato con il Sírio. Boscia Tanjevic mi scelse dopo che perse la Coppa Intercontinentale contro di me e la mia squadra. Ciò di cui mi hanno accusato è soltanto la scusa di coloro che non sapevano giocare bene a pallacanestro».
Ha giocato la sua ultima partita ufficiale all’età di 45 anni. Questo testimonia tutto l’amore e la passione che prova per la pallacanestro?
«Certo che sì. Si tratta di tantissimo tempo, ed io sono stato fortunato ad aver avuto la possibilità di praticare la pallacanestro sempre ad altissimo livello».
I suoi ex compagni di squadra Esposito e Dell’Agnello sono diventati allenatori di successo. Lei se lo sarebbe mai immaginato?
«Certamente, perché uno che ha passato la vita come giocatore possiede tutto per diventare un buon allenatore».
Parliamo della famiglia Gentile. Ha seguito le ultime vicende di Alessandro e Stefano, cosa pensa delle carriere che stanno avendo i figli Nando?
«È difficile avere i figli che vogliono giocare a pallacanestro, soprattutto se si ha un padre come Nando che è stato un vero crack. Spero che possano risolvere per bene i loro diversi problemi ed imitare il papà in campo».
Lei spesso si lasciava andare alle lacrime in campo, dimostrando di essere un campione sincero, forse troppo emotivo. Ma ha mai pensato di allenare?
«Oggi faccio conferenze motivazionali per le imprese e nelle scuole. Sinceramente non penso che allenerò… per adesso».
Lei ha dovuto lottare contro il tumore. Oltre ad una leggenda del basket è diventato anche un esempio umano da seguire?
«Non mi va di essere ricordato per questo. Cioè, ho avuto una vita bellissima, se Dio mi volesse adesso non posso farci niente. Non per questo posso permettermi di piangere, devo proseguire con la cura, tenermi sotto controllo. Questo è un obbligo».
Infine, c’è un giocatore in giro per il mondo che le assomiglia, in cui lei rivede un Oscar Schmidt per modo di giocare e/o per il carattere?
«Ognuno è sé stesso, e non vedo giocatori che mi assomigliano. Da giovane ho avuto degli idoli, alcuni che mi assomigliavano e altri che neanche andavano vicini a come giocavo. Sto parlando di Ubiratan “Bira” Maciel, Bob Morse e Larry Bird».
Ha chiuso la sua carriera dopo 1289 partite e 42.044 punti segnati (403 e 13.957 in Italia, secondo dietro Antonello Riva con 14.423 punti che ha giocato 792 gare). A questi numeri aggiunge le 326 partite e i 7.693 punti segnati con la maglia oroverde del Brasile per un totale di 1615 gare disputate e, appunto, 49.737 punti: record mondiale assoluto.




* per la rivista BASKET MAGAZINE