domenica 27 maggio 2018

Lasciateli giocare. Intervista a coach Andrea Capobianco

Il nuovo brillante comportamento degli azzurrini al torneo di Mannheim rilancia un annoso problema

Capobianco: «Ma più che all'età pensiamo alla formazione»

Dopo il terzo posto nello "Schweitzer", battuti solo dall'Australia, il ct entra nel dibattito sul maggiore spazio da dare ai giovani, sottolineando le vere difficoltà



di Giovanni Bocciero*


ROMA. Un detto recita «le parole più belle sono i fatti». Possiamo senz’altro dire che questa espressione è il mantra che accompagna Andrea Capobianco nel suo lavoro. Al tecnico azzurro sono legati i più importanti successi delle selezioni nazionali giovanili degli ultimi anni. La vittoria nel 2014 al torneo di Mannheim e il secondo posto nel 2017 al Mondiale under 19 sono certamente solo quelli più brillanti. Forse nessuno meglio di lui conosce bene i tanti ragazzi che stanno venendo alla ribalta nazionale, pur destreggiandosi per il momento soltanto in categorie minori. Questo fa riflettere se guardiamo altrove, ci interroghiamo sul perché non vengano lasciati giocare in serie A. Una domanda, o problema, che si pongono addetti ai lavori e appassionati, non certo coach Capobianco.
«Le cose vanno analizzate molto in profondità, e questo vuol dire conoscere la storia della pallacanestro italiana. Dai Nando Gentile o gli Enzo Esposito che sedicenni già giocavano in serie A sono passati oltre 3o anni. Adesso in massima serie non si gioca a vent’anni, e lo hanno dimostrato tanti campioni. Questo riguarda il percorso formativo dei ragazzi, che non si deve mai fermare e certamente non deve rallentare a 20 anni, ma deve continuare ad avere una proiezione. Oggi personalmente non vedo questa grande problematica nel non far giocare i giovani diciottenni in serie A, altresì vedo la problematica di continuare a lavorare con loro. I fenomeni come Luka Doncic capitano raramente, e per questo credo che bisogna rispettare il percorso formativo dei nostri ragazzi. La cosa sulla quale davvero dobbiamo concentrarci è quella di far continuare a crescere i giovani».
“E’ importante formare i giocatori, non mandarli in campo prima possibile.
I Gentile e gli Esposito appartengono ad altri tempi”
Il concetto espresso dal responsabile tecnico del Comitato Nazionale Allenatori è di certo condivisibile. Ma questo lo diventa meno se prendiamo ad esempio Leonardo Totè che proprio alcune settimane fa si è dichiarato per il draft Nba. La giovane ala nel 2015 vinse il premio di Mvp all’European All Star Game della Fiba dedicato ai migliori prospetti under 18. In quella stessa partita partecipò anche il transalpino Frank Ntilikina senza destare alcun interesse. Due anni dopo però, mentre il francese viene selezionato da New York, l’azzurro è in A2 a Verona senza particolarmente brillare. Sorge spontanea la domanda perché Totè sembra aver smesso di crescere cestisticamente?
«La motivazione non la posso sapere - ha risposto Capobianco -, ma sicuramente posso dire una cosa: tra il prospetto Nba e il giocatore medio c’è una fascia di giocatori validi. Purtroppo noi siamo abituati a ragionare proiettati al primo o al quindicesimo posto, e invece ci sono anche il secondo, il terzo, il quarto. Con questo voglio dire che so per certo che Totè sta facendo un grandissimo lavoro con Luca Dalmonte, e penso che un giorno possa arrivare a giocare a certi livelli. Lui è un ’97, diamogli tempo».
Il torneo di Mannheim ha sempre significato parecchio per l’Italia, che nella bacheca è seconda con quattro vittorie alle spalle dei soli Stati Uniti che ne hanno vinti ben dieci. La manifestazione, giunta quest’anno alla sua 29esima edizione e intitolata al teologo e medico nonché premio Nobel Albert Schweitzer, è a tutti gli effetti un mundialito dedicato all’under 18 che l’Italbasket ha vinto nel ’66, ‘69 e ’83. A quelle vittorie hanno contribuito giocatori come Dino Meneghin e Antonello Riva che successivamente si sono affermati come grandi campioni azzurri. Quindi un bel trampolino di lancio, così come nel 2014 si sono messi in mostra Federico Mussini e Diego Flaccadori.
“Il processo formativo di un giocatore non si ferma a vent’anni:
il problema è continuare a lavorare anche dopo”
«Quella fu la mia seconda esperienza a Mannheim. Flaccadori si rivelò un fenomeno, mentre Mussini tutti ce lo invidiavano. Diamo a questi ragazzi il tempo di crescere non solo per l’età, ma soprattutto lavorando duro secondo un proprio percorso formativo così come facevano anche i ventenni di venti anni fa». Eppure non può passare inosservata la decisione del playmaker reggiano di lasciare la serie A per scendere in A2 a Trieste. «Posso dire quello che penso - ha continuato Capobianco -, e sicuramente lui e la società avranno valutato tante cose prima di fare questa scelta. Per me Mussini può diventare un grande giocatore, e lo dico sia per le sue doti umane che per le capacità tecniche. È normale che non deve assuefarsi su alcune cose, e conoscendolo so per certo che non lo farà».
L’impressione che si ha da fuori, però, è quella che i Danilo Gallinari, Marco Belinelli, ultima Cecilia Zandalasini, siano più delle rose nate nel deserto che i frutti di una scuola. «Purtroppo noi italiani abbiamo la mentalità di guardare l’orto del vicino e non il nostro. I fatti però dicono che noi esportiamo allenatori come Ettore Messina, Sergio Scariolo, Andrea Trinchieri, Luca Banchi, Simone Pianigiani, e quindi credo che la scuola italiana sia di un livello spaventoso. Non tutto è perfetto, ma i risultati che stanno ottenendo nelle ultime stagioni le varie nazionali giovanili erano anni che non venivano raggiunti. Questo significa che gli allenatori giovanili lavorano bene e permettono a tanti nostri ragazzi di arrivare a giocare ad alto livello. Oggi al femminile abbiamo Giorgia Sottana che gioca in un club prestigioso come il Fenerbahce, e Cecilia Zandalasini che è andata in Wnba seppur giocando poco. Da quanto non avevamo giocatrici in giro per il mondo? Almeno da un decennio con Raffaella Masciadri e Chicca Macchi. Al maschile abbiamo Gigi Datome e Niccolò Melli che giocano al Fenerbahce, squadra campione d’Europa, e questo non ci capitava da Gianluca Basile e Gregor Fucka al Barcellona. Non voglio dire che tutto è oro, però non dobbiamo neppure essere distruttivi. Piuttosto che rilevare solo le cose negative dobbiamo vivere con più entusiasmo le cose belle. Quell’entusiasmo che questi ragazzi ci regalano».
Di emozioni coach Capobianco ne ha vissute tante sulla panchina dell’Italia, e tra le più importanti vi sono di certo quelle provate in occasione del secondo posto raggiunto l’estate scorsa al Mondiale under 19. Un risultato incredibile che ha visto tra i principali artefici il giovane Tommaso Oxilia. Proprio come un cane che si morde la coda, non possiamo porci la domanda del perché la Virtus Bologna abbia deciso di mandarlo in A2 piuttosto che concedergli spazio in massima serie. «Io ho allenato in serie A, e so che di continuo bisogna fare delle scelte. Conoscendo bene dirigenza e staff della Virtus, persone degne di rispetto, so che le loro decisioni vengono fatte con attenzione per cercare di avere un domani una soluzione migliore. Penso che chi è dentro la situazione provi a fare la scelta migliore e più ponderata per il futuro del ragazzo, in questo caso di Oxilia. Bisognerebbe studiare un po’ la storia degli esordi dei giocatori».
“Abbiamo ottimi tecnici e dopo tanti anni anche ragazzi e ragazze che
giocano all’estero: la scuola italiana non è poi così male…”
E allora per cercare di comprendere queste scelte che ai più fanno storcere il naso, abbiamo studiato alcuni esordi dell’ultima Italbasket vincente, quella d’argento alle Olimpiadi del 2004. Spulciando nelle carriere di alcuni giocatori si viene a conoscenza che Gianluca Basile a 21 anni esordì in Nazionale e un anno dopo venne promosso in A con Reggio Emilia; Gianmarco Pozzecco a 20 anni era in B ad Udine, la sua carriera svoltò due anni dopo a Varese mentre l’esordio in Nazionale arrivò a 25 anni; Matteo Soragna esordì in A con Pistoia a 21 anni dopo aver giocato in B a Cremona, e vi ritornò soltanto a 26 anni in quel di Biella; Massimo Bulleri a 18 anni andò a Treviso, giusto il tempo dell’esordio in A e venne mandato in prestito nelle categorie minori a Ozzano, Mestre e Forlì.
Insomma, proprio come scritto all’inizio «a me piace parlare con i fatti, e le parole devono accompagnare i fatti. I fatti dicono che l’Italia dopo 31 anni è tornata a vincere il torneo di Mannheim e raggiunto tre podi consecutivi, mai successo prima - ha continuato Capobianco -. È tornata a medaglia ai Mondiali con il gruppo classe ’98, e due dei ragazzi sono entrati nel miglior quintetto (Tommaso Oxilia e Lorenzo Bucarelli, ndr). Della stessa annata ’98 abbiamo Davide Moretti che è arrivato terzo all’Europeo ed è stato inserito nel miglior quintetto della manifestazione. Noi dobbiamo mettere i fatti davanti alle parole, e questi sono fatti. Sono gli esempi di come questi ragazzi lavorano bene quotidianamente con allenatori preparati».
“Quote under anche in serie A? Non entro nel merito, ma io credo
agli schemi solo se servono a valorizzare le persone”
Ci si sta dibattendo se inserire quote under anche in massima serie, e volevamo sapere il pensiero del commissario tecnico azzurro a tal proposito. «Io ho massima fiducia nelle persone, per questo credo che chi debba prendere delle decisioni, giuste o sbagliate che siano, le prenda semplicemente per il bene di alcune situazioni. Non credo che ci si alzi la mattina e si voglia fare il bene o il male. Possono anche essere sbagliate, ma dietro c’è sicuramente uno studio che ha portato ad una tale decisione. Detto ciò non entro nel merito della cosa semplicemente perché non è mia competenza. Io mi limito ad allenare. Posso dire che per me gli schemi sono importanti, ma sono delle cornici al cui interno agiscono i giocatori in piena autonomia. Credo molto di più al miglioramento del giocatore che allo schema, credo più alla persona che allo strumento da utilizzare. La cosa più importante è sempre quella di valorizzare le persone e non gli strumenti, ma se questi servono a valorizzare le persone allora ben vengano».


TERZO PODIO CONSECUTIVO PER I RAGAZZI DI CAPOBIANCO

Terzo podio consecutivo a Mannheim per l’Italia di Andrea Capobianco, dopo l’oro del 2014 e il bronzo del 2016, è arrivata una nuova medaglia di bronzo per gli azzurrini che hanno chiuso bissando il successo sulla Russia (Miaschi e Palumbo: 32 punti per entrambi nell’89-78 conclusivo e 15 rimbalzi per il romano) dopo aver ceduto solo all’Australia in semifinale. Lo “Schweitzer”, vero mundialito under 18 che si disputa con cadenza biennale, è andato per la seconda volta consecutiva alla Germania. Miaschi è stato il migliore realizzatore del torneo con 160 punti, Palumbo il miglior rimbalzista (70). Gli altri azzurri: Costi, Dieng, Conti, Laganà, Czumbel, Graziani, Dellosto, Da Campo, Battistuzzi, Ladurner.


L’UNDER 18 AGLI EUROPEI IN AGOSTO IN LETTONIA

Dal 28 luglio al 5 agosto la Nazionale under 18 di coach Capobianco sarà impegnata agli Europei che si svolgeranno in Lettonia. Le città ospitanti saranno Ventspils, Liepaja e Riga. Gli azzurrini sono inseriti nel gruppo A insieme a Croazia, Grecia e i padroni di casa. Il terzo posto raccolto al torneo di Mannheim pone l’Italia tra le migliori selezioni. A Bari il 3 e 4 agosto ci saranno invece le qualificazioni per la Fiba Europe Cup 3x3 sia a livello maschile che femminile. Le squadre qualificate si contenderanno a Debrecen (Ungheria) dal 31 agosto al 2 settembre il titolo continentale. La Nazionale maschile under 18 prenderà poi parte ad ottobre alle Olimpiadi giovanili di 3x3 a Buenos Aires.



*: per il mensile BASKET MAGAZINE

venerdì 25 maggio 2018

2019 NBA Mock Draft



First Round - update: 20/06/2019

1. New Orleans Pelicans

Zion Williamson (SF - Freshman - Duke)

La chiamata numero 1 è fin troppo ovvia. Zion è un franchise player, ed è l'ideale sotto tutti i punti di vista per il dopo Davis.

2. Memphis Grizzlies

Ja Morant (PG - Sophomore - Murray State)

Un po' come per i Pelicans, i Grizzlies hanno tra le mani il giocatore del dopo Conley. Le caratteristiche non sono esattamente le stesse (Morant è meno play puro ma più realizzatore e con ottimo atletismo), ma è l'atleta da cui ripartire.

3. New York Knicks

RJ Barrett (SG - Freshman - Duke)

Altro draft di passione per la franchigia della 'Big Apple'. Avrebbero voluto, e sperato in altro (Zion!), ma dovranno accontentarsi di Barrett. Che poi accontentarsi sembra quasi dispregiativo, e invece...

4. New Orleans Pelicans

Rui Hachimura (PF - Junior - Gonzaga)

Qui sembra iniziare davvero il draft. Cosa faranno i Pelicans con la scelta n.4 ricevuta dai Lakers? Quasi sicuramente punteranno su di un'ala, e Hachimura potrebbe essere intrigante per il potenziale e anche per il marketing...

5. Cleveland Cavaliers

Jarrett Culver (SG - Sophomore - Texas Tech)

Cleveland deve ricostruire, e per questo ha scelto coach John Beilein famoso al college per il suo attacco veloce e con tanto tiro da 3. Culver sembra il profilo giusto per iniziare ad assemblare un roster per il futuro.

6. Phoenix Suns

De'Andre Hunter (PF - Sophomore - Virginia)

E arriviamo ai Suns, in perenne ricostruzione (ahimè!). Se tutto va come fin qui descritto, con la 6 potrebbero mettere le mani su Hunter che per caratteristiche si completerebbe con Ayton in un'ipotetica giovane front-line. Ipotizzando che vogliano arrivare ad un play tramite trade (Lonzo Ball?) o in free-agency (D'Angelo Russell?).

7. Chicago Bulls

Darius Garland (PG - Freshman - Vanderbilt)

Sempre per il gioco del domino, alla 7 Chicago potrebbe puntare su Garland così da togliere compiti di playmaking a LaVine e valutare davvero Dunn.

8. Atlanta Hawks

Bol Bol (C - Freshman - Oregon)

Dagli Hawks mi aspetto la sorpresa: Bol Bol. Non è poi una gran scommessa, perché prima dell'infortunio ad Oregon stava facendo benissimo. Lo danno piuttosto in basso, ma Atlanta potrebbe stupire e dargli il tempo necessario per crescere fisicamente.

9. Washington Wizards

Jaxson Hayes (PF - Freshman - Texas)

Sembra che la franchigia della capitale possa andare su di un lungo, e allora è molto probabile la scelta di Hayes tra i giocatori più in luce nell'ultima stagione collegiale.

10. Atlanta Hwks

Cam Reddish (SF - Freshman - Duke)

Dopo due scelte ritocca agli Hawks, e questa volta potrebbero decidere di scegliere un esterno prototipo delle point-forward con tiro (quest'anno altalenante!) dall'arco.

11. Minnesota T-Wolves

Nickeil Alexander-Walker (SG - Sophomore - Virginia Tech)

Con Wiggins in vendita i T-Wolves potrebbero decidere di optare per un giocatore che possa servire tanto in attacco quanto in difesa. Chi meglio di Nickeil, pronto a stupire e ad avere una stagione in crescendo come il cugino Shai ai Clippers?

12. Charlotte Hornets

Coby White (PG - Freshman - North Carolina)

Più combo che play puro, Coby White potrebbe rappresentare una bella coppia con Kemba Walker. Due nani pronti a correre e a bombardare il canestro avversario dall'arco. L'idea intriga.

13. Miami Heat

Nassir Little (SF - Freshman - North Carolina)

Giunti a questo punto si deve iniziare a guardare soprattutto al talento rimasto disponibile. E Miami potrebbe ritrovarsi Nassir Little, potenziale enorme ma ancora molto acerbo.

14. Boston Celtics

PJ Washington (PF - Sophomore - Kentucky)

I Celtics attraverseranno un'estate davvero molto calda. Con questo draft dovranno rimettere gran parte delle basi di un progetto che, forse, sta naufragando. Washington potrebbe essere un bell'innesto per coach Brad Stevens.

15. Detroit Pistons

Sekou Doumbouya (SF - Francia - Limoges)

Occhio ai Pistons che potrebbero decidere di prendere chiunque. Cosa gli serve? Forse tutto o forse niente. Alla fine potrebbero optare anche per la scelta europea, come Doumbouya.

16. Orlando Magic

Keldon Johnson (SG - Freshman - Kentucky)

Orlando ha scelto negli ultimi anni giocatori lunghi, lunghissimi, propensi alla difesa. Quest'anno potrebbe essere il momento di aggiungere un giocatore sì dalle braccia comunque di una certa lunghezza ma offensivamente non grezzo, ma di primo livello.

17. Atlanta Hawks

Kevin Porter (SF - Freshman - Southern California)

Ancora Atlanta! Dopo un lungo e un esterno tecnico, alla 17 potrebbe scegliere un esterno tutta dinamite. Porter è atletico e dinamico, e sa fare spettacolo. Questo basterebbe per il momento, visto che alle vittorie sarebbero anteposti i biglietti. Per il momento...

18. Indiana Pacers

Romeo Langford (SG - Freshman - Indiana)

Langford ha avuto una stagione non esaltante, ma un figlio dell'Indiana non può che fare gola ai Pacers. Il matrimonio sembrerebbe perfetto.

19. San Antonio Spurs

Bruno Fernando (C - Sophomore - Maryland)

20. Boston Celtics

Tyler Herro (SG - Freshman - Kentucky)

21. Oklahoma City Thunder

Brandon Clarke (PF - Junior - Gonzaga)

22. Boston Celtics

Carsen Edwards (PG - Junior - Purdue)

23. Memphis Grizzlies

Goga Bitadze (C - Georgia - Buducnost)

24. Philadelphia 76ers

Matisse Thybulle (SF - Senior - Washington)

25. Portland Trail-Blazers

KZ Okpala (SF - Sophomore - Stanford)

26. Cleveland Cavaliers

Mfiondu Kabengele (C - Sophomore - Florida State)

27. Brooklyn Nets

Nicolas Claxton (PF - Sophomore - Georgia)

28. Golden State Warriors

Talen Horton-Tucker (SG - Freshman - Iowa State)

29. San Antonio Spurs

Luka Samanic (PF - Croazia - Olimpia Ljubiana)

30. Detroit Pistons

Luguentz Dort (SG - Freshman - Arizona State)

2020 NBA Mock Draft


First Round* - update: 06/10/2018

1. James Wiseman (PF - Freshman)

2. Cole Anthony (PG - Freshman)

3. Vernon Carey Jr. (PF - Freshman)

4. Jaden McDaniels (PF - Freshman)

5. Isaiah Stewart (C - Freshman)

6. Bryan Antoine (SG - Freshman - Villanova)

7. Jalen Smith (PF - Sophomore - Maryland)

8. Josh Green (SG - Freshman - Arizona)

9. Tyrese Maxey (PG - Freshman - Kentucky)

10. Jericho Sims (C - Junior - Texas)

11. Scottie Lewis (SG - Freshman - Florida)

12. Nick Weatherspoon (PG - Junior - Mississippi State)

13. Khalil Whitney (SF - Freshman - Kentucky)

14. Jalen Lecque (PG - Freshman - North Carolina State)

15. Darius Garland (PG - Sophomore - Vanderbilt)

16. Coby White (SG - Sophomore - North Carolina)

17. Jordan Brown (PF - Sophomore - Nevada)

18. Tyler Herro (SG - Sophomore - Kentucky)

19. Filip Petrusev (PF - Sophomore - Gonzaga)

20. D.J. Jeffries (SF - Freshman)

21. Nico Mannion (PG - Freshman - Arizona)

22. Dewan Huell (C - Senior - Miami)

23. Louis King (SF - Sophomore - Oregon)

24. Kellan Grady (PG - Junior - Davidson)

25. Jaylen Nowell (SG - Junior - Washington)

26. Devon Dotson (PG - Sophomore - Kansas)

27. Quinton Rose (SG - Senior - Temple)

28. Javonte Smart (PG - Sophomore - Louisiana State)

29. Cassius Stanley (SF - Freshman)

30. P.J. Fuller (SG - Freshman - Texas Christian)

*: il grado scolastico è da intendersi per l'anno accademico 2019/20

giovedì 24 maggio 2018

Jaren Jackson Jr., la grande scommessa

Jaren Jackson Jr., la grande scommessa

Se c’è un giocatore che dallo scorso autunno ad oggi ha scalato in maniera vertiginosa i mock draft, questo è Jaren Jackson Jr. La sua stagione è stata un crescendo, nella quale ha mostrato partita dopo partita le sue incredibili qualità. Nominato Difensore e Freshman dell’anno della Big Ten, gli scout sbavano per il suo potenziale. Un diciottenne (compirà 19 anni solo a settembre) con la capacità di proteggere il ferro che ricorda l’Anthony Davis di Kentucky, non può passare inosservato. È la grande scommessa di questo draft, l’unico che può insidiare Deandre AytonLuka Doncic e Marvin Bagley per una delle prime tre scelte.

venerdì 11 maggio 2018

Michael Porter Jr., il talento benedetto da Brandon Roy

Michael Porter Jr., il talento benedetto da Brandon Roy

Cinquantatré minuti giocati dovranno bastare agli scout Nba per valutare l’operato di Michael Porter Jr., che è stato costretto a saltare tutta la stagione a causa di un’operazione alla schiena. Se la carriera collegiale potrà dire poco o nulla sulle sue qualità, quella liceale in cui è stato allenato da Brandon Roy lo fa splendere a tal punto che circa un anno fa era considerato il prospetto #1 davanti a Deandre Ayton e Marvin Bagley. Per la combinazione di altezza, lunghezza e abilità è facile scomodare il paragone con Kevin Durant. L’infortunio sta facendo scendere le sue quotazioni, ma la Nba è sempre in cerca di ali con le sue capacità.


venerdì 4 maggio 2018

Capobianco su Palumbo, Miaschi, Totè, Mussini, Oxilia...

Capobianco su Palumbo, Miaschi, Totè, Mussini, Oxilia...

Interessante intervista al commissario tecnico italiano Andrea Capobianco in merito all'utilizzo dei giovani azzurrini in serie A dopo l'ultima esperienza del torneo di Mannheim 2018 che ha visto l'Italia giungere terza.


domenica 22 aprile 2018

Marvin Bagley, la faccia sbagliata del tweener

Marvin Bagley, la faccia sbagliata del tweener

Marvin Bagley è tra i migliori prospetti del prossimo draft, ma capirne il reale valore può essere complesso. Le sue qualità sono evidenti, così come le sue lacune. Quest’anno è stato leader di Duke per punti (21) e rimbalzi (11.1), ha chiuso con almeno 30 punti in 7 delle 33 gare stagionali e realizzato 22 doppie-doppie, incluso un incredibile 32+21. Numeri da capogiro che, oltre a essergli valsi qualche record, gli hanno regalato la doppia nomina di giocatore e freshman dell’anno nella ACC e l’inserimento nel quintetto All-America della Associated Press. La taglia, l’atletismo e lo skill-set offensivo ne fanno un oggetto del desiderio per tante franchigie in ricostruzione.


venerdì 20 aprile 2018

L'incredibile storia del pivot della Scandone che in Libia rischiò di venire giustiziato

Il tormento e l'estasi. L'incredibile storia del pivot della Scandone
che in Libia rischiò di venire giustiziato

Il lungo viaggio di Shane Lawal

Le esperienze della vita lo hanno forgiato: via dalla Nigeria, solo con la sorellina, ad appena otto anni. Poi in giro per il mondo fino all'approdo a Sassari nell'anno del "triplete"


di Giovanni Bocciero*



AVELLINO. «Non sottovalutare te stesso nel confronto con gli altri. Sono le differenze che ci rendono belli». Questo aforisma in parte rispecchia quello che è Olaseni Abdul Jelili Lawal, meglio conosciuto come Shane Lawal, un atleta non sempre considerato di alto livello e che ha dovuto faticare per ogni cosa che è riuscito a vincere nella sua carriera. Con il duro lavoro, certo, ma anche con i trascorsi di vita quotidiana che lo hanno fortificato a tal punto da non temere nessun confronto sul parquet. Appunto.
LASCIO' IL FOOTBALL PER LO SPORT DI OLAJUWON,
IL SUO MITO: "MI HA ISPIRATO AL PUNTO CHE CERCO
ANCORA DI IMITARLO" (FOTO SPORTAVELLINO.IT)
Pivot nigeriano di 208 centimetri, nato ad Abeokuta nel 1986 ma statunitense d’adozione, nella sua vita ha affrontato diversi viaggi molto particolari. Il primo quando aveva appena otto anni, con la madre che era emigrata negli Stati Uniti per trovare lavoro. Un anno dopo, una volta che si era sistemata, Shane l’ha raggiunta. «Era il 1995 - ha ricordato Lawal - ed ho affrontato quel viaggio insieme a mia sorella. Partimmo dalla Nigeria ed arrivammo ad Amsterdam, poi da Amsterdam dritto ad Atlanta. Arrivati lì ci siamo stabiliti prima a Mobile, in Alabama, poi ci siamo trasferiti a Southfield, nel Michigan». Di certo non il miglior posto dove crescere. Stando negli Stati Uniti studia e inizia a praticare sport, dà prima il football poi si converte alla pallacanestro. «Ho iniziato a giocare a basket nel 1996 perché mi innamorai di Hakeem Olajuwon, che ho guardato vincere i titoli Nba negli anni precedenti. Prima ho giocato a football, che è uno sport completamente diverso, ma il pivot degli Houston Rockets mi ha ispirato così tanto che ancora oggi, quando gioco, cerco di imitarlo». Del centro Hall of Famer ha sicuramente la statura fisica e la capacità di dominare sotto canestro. Una volta terminato il liceo, ha frequentato prima l’Oakland University per tre anni, poi ha completato gli studi alla Wayne State. Negli anni del college ha messo in mostra le sue abilità di saltatore verticale, che lo hanno reso un giocatore davvero intimidatore sopra al ferro per le numerose schiacciate e le altrettante stoppate. «Certamente la schiacciata è un aspetto del gioco che amo perché quando ti alzi per infilare il pallone nel canestro ti senti invincibile. E poi è una bella sensazione anche quando stoppi il tiro di un avversario». Ha così frantumato un po’ di record alla Wayne State realizzando la prima tripla-doppia nella storia dell’università grazie alla prestazione da 19 punti, 11 rimbalzi e 10 stoppate che realizzò contro Michigan Tech. C’è da sapere che nel passaggio da Oakland a Wayne si trasferì da un college di Division I ad uno di Division II, cosa insolita visto che si tende a fare l’opposto. «È vero che spesso accade il contrario - ha confermato il giocatore - ma questa mia scelta è stata dettata dal fatto che nella prima categoria non ho avuto le giuste opportunità per mettermi in mostra». Qui si capisce che la carriera di Lawal è tutta in salita visto che una volta terminata l’università (conseguendo la laurea in scienze motorie, ndr) ha giocato solo in campionati di basso livello.
DOPO IL COLLEGE HA GIOCATO IN QATAR, IN SPAGNA
E POI IN LIBIA NELL'ANNO DELLA RIVOLTA
CONTRO GHEDDAFI: "LI' DECISI DI SMETTERE"

(FOTO SPORTAVELLINO.IT)
La sua prima esperienza da professionista lo vede impegnato in Qatar con l’Al-Arabi Doha, poi va a giocare al Guadalajara nella terza serie spagnola e successivamente all’Al-Hilal Bengasi in Libia. Quando è a giocare lì diventa suo malgrado protagonista della Primavera Araba. A causa dello scoppio della guerra civile per destituire Muhammar Gheddafi infatti, lui ed il compagno di squadra Kingsley Oguchi si ritrovano reclusi in hotel per dieci giorni senza alcun modo per comunicare e con la paura di essere giustiziati perché scambiati per dei mercenari africani. «Quello fu un momento molto particolare della mia vita. Non potendo telefonare ero preoccupato per la mia famiglia e per mia madre che era in apprensione per me. Ebbi tempo per riflettere anche sulla mia carriera sportiva, perché sentivo che non stava andando nel verso giusto, dove io speravo andasse». Lawal ha infatti pensato di appendere le scarpette al chiodo dopo quella brutta esperienza che lo vide scappare dalla Libia grazie all’intercessione dell’Ambasciata statunitense e all’esercito britannico che lo mise su di una barca che lo portò a Malta. Da lì si spostò velocemente in Egitto ed in Turchia dove prese il primo volo per New York. Senza voler fare alcuna dietrologia, quella sua esperienza è molto simile a ciò che vivono i profughi che ogni giorno scappano dall’Africa per trovare una vita migliore in Europa. Per questo gli abbiamo chiesto cosa pensa dei continui sbarchi? «Penso che se gli europei non avessero voluto avere gli africani nel proprio continente non sarebbero mai dovuti andare in Africa a rubare le preziose risorse del nostro territorio. Questo ha reso povera l’Africa portando alla situazione che i propri abitanti sono costretti ad emigrare per vivere. L’Africa era uno dei continenti più ricchi al mondo, ma dopo lo sfruttamento europeo i suoi abitanti sono stati lasciati a morire di fame e adesso vogliono soltanto sopravvivere».
UN GIUDIZIO SEVERO SUL FENOMENO DEI MIGRANTI:
"PER EVITARE GLI AFRICANI IN EUROPA, GLI EUROPEI
NON AVREBBERO DOVUTO SACCHEGGIARE L'AFRICA"
Pure se pensò di ritirarsi, passato un breve periodo tornò a giocare. Questa decisione fu dettata dalla fede. «Sono molto cristiano, e credo che tutto è possibile grazie a Dio. La fede è una parte importante della nostra vita, ma bisogna avere fiducia e perseverare in ciò che si fa. Quella esperienza mi ha reso più forte - ha rivelato il cestista -, e sono grato di essermi fermato per un po’. Conosco ragazzi che per delle avversità minori hanno smesso di giocare. So quanto si deve lavorare per ottenere qualcosa, ed io non volevo fermarmi». Dopotutto non ci si poteva aspettare una cosa diversa da chi considera gli allenamenti quasi un hobby. «Non sono una persona che gioca ai videogames, mi piace navigare in internet e uso parecchio i social, sia Instagram che Facebook. Cerco però di tenerli separati tra di loro, ad esempio Instagram lo utilizzo più per il mondo del basket, mentre su Facebook ho principalmente i membri della mia famiglia con i quali comunico costantemente. E poi mi piace allenarmi duramente in estate con tutta una serie di workout. Lo so, sono una persona folle». Se c’è una cosa folle in questo periodo, è la March Madness (lo scorso 2 aprile si è giocata la finale, ndr), tifa per qualcuno? «Ovviamente Michigan, ho studiato un anno lì e sono un loro grande fan».
Nel 2011 torna a giocare prima in seconda serie spagnola con il Clavijo, poi in A2 con la Scaligera Verona. Disputò una stagione da 15 punti e 13 rimbalzi di media, che comunque non lo fece attestare come uno dei migliori giocatori del campionato dagli addetti ai lavori. Questo giusto per precisare, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto venisse sottovalutato Lawal. Quella stagione gli valse comunque la chiamata di Matteo Boniciolli che allenava il club kazako dell’Astana. Tempo dodici mesi nei quali vinse il campionato e la coppa del Kazakistan, oltre a disputare la VTB League, e fa ritorno in Italia: lo ingaggia la Dinamo Sassari. La stagione 2014/15 è quella della consacrazione. Lawal in Sardegna si erge come uno dei centri più forti in circolazione, non solo in Italia ma in tutta Europa. È grande protagonista dello storico triplete che contro ogni pronostico vede Sassari vincere la Supercoppa sul parquet di casa contro l’Olimpia Milano; ripetersi a febbraio conquistando la Coppa Italia nella finale del PalaDesio superando ancora una volta le “scarpette rosse”; e poi farsi strada ai playoff scudetto vincendo le decisive gara-7 al Forum di Assago in semifinale contro Milano, e al PalaBigi contro Reggio Emilia che valse il tricolore. Cosa ricorda di quella meravigliosa stagione? «Innanzitutto coach Meo Sacchetti è un pazzo, nel senso buono del termine. Ciò che ho apprezzato di più in lui è stato il fatto che non cercava di cambiare il modo di giocare degli atleti, ma ci accettava per quello che eravamo e ci incoraggiava a rimanere noi stessi. In quella stagione ci motivava il fatto di non essere mai i favoriti. Ci dicevano che non avremmo potuto vincere contro Milano, e invece lo abbiamo fatto. Quando abbiamo vinto la Supercoppa ci dicevano che era soltanto la Supercoppa, poi però abbiamo vinto anche il campionato. Tutti sono rimasti increduli per quello che siamo stati capaci di realizzare».
BONICIOLLI LO VOLLE CON SE' IN KAZAKISTAN E POI CI FU
LA CHIAMATA DI SACCHETTI: "A SASSARI HO DIMOSTRATO
QUELLO CHE VALEVO. ED ORA LO SCUDETTO CON AVELLINO"
Grazie a quella incredibile annata i top club si sono accorti di Shane Lawal, e così è arrivata l’offerta da parte del Barcellona, che rappresentava una grande occasione. Purtroppo il ragazzo è stato sfortunato con la casacca blaugrana per via di una serie di infortuni tra cui quello che lo ha visto operarsi per la rottura completa del tendine rotuleo. Tra l’altro infortunio subito con la Nigeria alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016 dopo essere diventato campione d’Africa con la sua nazionale. Dopo quasi un anno dall’intervento, e visti i lunghi tempi di recupero, il Barcellona ha deciso di rescindere il contratto con il giocatore rendendolo free-agent nella scorsa estate. Per tornare a brillare aveva scelto ancora una volta l’Italia, e sembrava tutto fatto con la Virtus Bologna che poi, invece, ha fatto saltare l’affare per le sue dubbie condizioni fisiche. Ne ha allora approfittato la Scandone Avellino che ha ufficializzato il suo ingaggio pur consapevole di dover aspettare il 2018 per vederlo in campo. Adesso Lawal è tornato a calcare il parquet, e spera proprio di non fermarsi più. «Spero che possa tornare a giocare al mio livello così da portare il mio contributo alla causa di Avellino. Credo che abbiamo grandi chance di vincere il campionato, ed è importante che tutti possano contare sulla miglior condizione fisica possibile. Sarà altresì importante riuscire ad allenarsi bene tutti insieme quando arriveranno i playoff e si giocherà ogni due giorni».
In passato Lawal ha anche annusato la Nba: «Ci ho pensato, ed ho anche avuto un’opportunità quando ero al college, ma purtroppo non ha funzionato. Pazienza». Mentre per il futuro invece? «Dopo aver smesso di giocare il mio obiettivo è quello di allenare, specialmente i più giovani».

Brian Sacchetti: «Tanta voglia di essere il migliore»

«Con Shane ogni allenamento era una storia, partite comprese ovviamente - ha esordito l’ex compagno di squadra Brian Sacchetti -. Ogni giorno che passavamo insieme diventava una storia da raccontare. Sicuramente nella squadra della Dinamo Sassari di quell’anno era il giocatore che più di chiunque altro dimostrò di avere tanta fame e più voglia di vincere. Aveva un forte spirito di competizione che non faceva mai mancare neppure in allenamento, e per tutto l’arco della stagione ha dato il massimo. Metteva sempre grande aggressività in tutto ciò che faceva, ed aveva l’obiettivo di dimostrare di essere il migliore e di valere tutto ciò che vincemmo quell’anno. Nello spogliatoio non parlava molto della sua infanzia, e se anche lo fece non ricordo nulla di particolare. Riguardo allo Shane persona, fuori dal campo, mi colpiva soprattutto il fatto che aveva sempre una parola per tutti, per motivarli ed incoraggiarli nella vita di tutti i giorni. E poi ai compagni li spronava a dare sempre il meglio. Ricordo che quando iniziammo i playoff aveva gli occhi infuocati, e voleva dimostrare a chiunque di essere il miglior centro in circolazione. Per me è stato il giocatore che, grazie al suo essere, ci ha portato a vincere più di tutti quello storico triplete. Dopo quella stagione trascorsa insieme a Sassari ci siamo sentiti più volte, anche quando era a Barcellona. Addirittura nella trasferta di quest’anno ad Avellino - ha rivelato l’ala oggi in forza alla Leonessa Brescia - è venuto in hotel ed abbiamo scambiato due parole ricordando diverse cose del passato. È sempre un piacere rivedere un ragazzo che ha fatto del lavoro duro in palestra il suo principale obiettivo per dimostrare di essere un giocatore importante ovunque va. L’infortunio lo ha condizionato negli ultimi anni, ma da ex compagno e soprattutto amico spero che ritorni al cento per cento della forma fisica perché è un ragazzo che innanzitutto lo merita, e poi sportivamente parlando - ha concluso Sacchetti - può essere un’arma incredibile per qualsiasi squadra che ha la fortuna di poterlo schierare».




* per il mensile BASKET MAGAZINE

sabato 10 marzo 2018

Il piccolo gigante Marques Green

Da dieci anni in Italia con sei squadre diverse, ora ha scelto la A2
Marques Green, il folletto ha stregato Jesi
Legato ad Avellino, dove è tornato quattro volte, ha voluto provare una nuova esperienza:
«Mi è piaciuta l'atmosfera che c'è intorno alla squadra»


di Giovanni Bocciero*


L’altezza è mezza bellezza, recita il proverbio. Questo non vale per Marques Green che pur dal basso dei suoi 165 cm ha tutti gli occhi su di sé quando calca il parquet, ed ha deciso di intraprendere una stuzzicante avventura in quel di Jesi. Ormai prossimo alle 36 primavere (il 18 marzo, ndr) e dopo aver incantato l’Italia a suon di giocate pazzesche, il folletto di Philadelphia ha fatto breccia nei cuori di migliaia di tifosi per quei pantaloncini che gli stanno larghi e gli arrivano quasi alle caviglie. Lui è la dimostrazione che anche se il basket può sembrare uno sport discriminatorio per l’altezza, essa non è la solo cosa che conta. «Sono tanti i giocatori di bassa statura - ha esordito Green - che mostrano che l’altezza non ha tutta questa importanza. Io non mi concentro onestamente su questo aspetto». Al play tascabile interessa un’altra parte del gioco che ritiene necessaria per vincere. «La chimica è tutto. Il modo in cui i giocatori lavorano insieme sia in attacco che in difesa è essenziale, e se tutto va per il verso giusto è come comporre una poesia. È arte per me».
"L'ALTEZZA NON E' COSI' IMPORTANTE, CONTA LA CHIMICA
DEL GRUPPO. SE TUTTO VA BENE E' COME
COMPORRE UNA POESIA"
«Ho iniziato a giocare nella mia città quando ero molto piccolo. Mio padre aveva giocato per un po’ quando era giovane e mi ha spronato anche perché tutti i bambini del mio quartiere giocavano». Molto legato alla sua città natale, ha seguito con attenzione il Superbowl in cui hanno vinto gli Eagles. «Ovviamente ho tifato per loro. È stato tutto fantastico. Volevo essere a casa solo per festeggiare». Non solo il football, Green è molto attento a tutto ciò che gli succede intorno ad iniziare dalla politica del suo paese. «La seguo molto. Siamo in una brutta situazione in questo momento con Donald Trump come presidente. Rappresenta il peggio del nostro paese e del mondo, onestamente. Apprezzo la protesta degli atleti di colore, e condivido la scelta dei tre giocatori dei Philadelphia Eagles che non sono andati alla Casa Bianca per celebrare il titolo».
Innamorato di Michael Jordan, nella sua carriera si è ispirato ad un altro folletto al quale si è inchinata mezza Nba, Allen Iverson. Come all’idolo dei Philadelphia 76ers gli va riconosciuta la qualità di capire l’importanza di dover coinvolgere i compagni di squadra nel gioco. «Ovviamente - risponde secco Green -. È molto importante ed indispensabile per raggiungere i risultati che ci si è dati». Il regista si è fatto conoscere al grande pubblico il 10 febbraio del 2008, quando guidò la Scandone Avellino alla vittoria della Coppa Italia. Ancora oggi la pagina più bella della storia del club irpino. «Quello è stato il maggior successo della mia carriera, insieme alla coppa vinta a Sassari». Quell’anno Green fu la fortuna non solo della squadra allenata da Matteo Boniciolli, ma soprattutto del compagno Eric Williams che grazie al suo supporto disputò una stagione fantastica, la migliore della sua carriera. «Non faccio nulla di particolare, solo cerco di rendere più facile il compito dei miei compagni di squadra. Dopotutto è questo il mio lavoro».
AMA JORDAN, SI ISPIRA AD IVERSON, FA IL TIFO PER GLI
EAGLES, SEGUE LA POLITICA: "CAPISCO LE PROTESTE
CONTRO TRUMP"
Nel Bel Paese ha vestito le casacche di Avellino, Pesaro, Milano, Sassari e Venezia. «Tutte squadre forti, ecco la ragione per cui sono stato lì. Ogni esperienza è stata diversa ma allo stesso tempo necessaria per il percorso di vita che ho avuto». Green ha senz’altro un record, al di là dei numeri statistici, ovvero quello di essere tornato per ben quattro volte ad indossare la maglia di Avellino. È ritornato a giocare nell’arco della sua carriera anche a Nancy e ad Ankara, segno che dove passa lascia sempre un gran ricordo. «Sono molto legato naturalmente alla città di Avellino perché mio figlio è nato lì (gioca a basket e vuole diventare professionista, ndr). Quando gioco cerco solo di fare un buon lavoro. Non sono un giocatore perfetto. L’ambiente è necessario per lavorare bene, e in quei diversi club credevano in me».
Ha giocato in Francia e Turchia, ma l’Italia ha un posto speciale nel suo cuore. «La Turchia è bella ma amo l’Italia. Mi piacciono il cibo, la cultura, l’atmosfera. E le persone naturalmente». Ma fuori dal campo che persona sei? «Sono una persona molto tranquilla. Mi piace stare in famiglia e passare il tempo con i miei figli e gli amici. Seguo altri sport al di fuori del basket, ed amo visitare i musei ed ascoltare musica. Non uso molto i social network, ai quali non accedo spesso, infatti non pubblico molte cose. Sono molto religioso, ed ho un rapporto speciale con Dio». Ma perché la decisione di scendere in A2? «Jesi si è presentata come una buona opportunità per me, e mi ha colpito l’atmosfera che c’è intorno alla squadra. Quindi ho pensato perché non provare questa esperienza». Con uno sguardo al termine della carriera «mi piacerebbe restare nel mondo della pallacanestro. Non so esattamente con che ruolo, ma vorrei continuare a fare qualcosa nel basket».


Cagnazzo: «Puntiamo alla stabilità tecnica»
Lardinelli: «Lavoriamo bene sul territorio»

L’Aurora Jesi quest’anno è in piena lotta per i playoff, ed è per raggiungere questo obiettivo che ha ingaggiato Green. «Jesi è una società che si è sempre distinta per correttezza - ha esordito coach Damiano Cagnazzo - che ha sempre fatto il passo secondo la gamba in base a quelle che sono le disponibilità economiche e la progettualità. È il 21esimo campionato di A2 che disputiamo, con una parentesi in A, e negli ultimi anni abbiamo vissuto dei momenti di crisi coincisi con la stagione in cui ci siamo salvati ai playout. La società ha lavorato per trovare una maggiore stabilità sia economica che di risultati visto che il campionato è diventato sempre più difficile con la presenza di piazze importanti. La direzione presa è quella giusta, pur mantenendo i piedi ben saldi a terra con la consapevolezza di chi siamo e di quello che si vuol fare. Di retroscena particolari sulla trattativa per Green non ce ne sono. Quando c’è stata l'occasione di prenderlo sembrava fosse più un sogno che una reale possibilità. Ci sono stati dei colloqui che mi hanno permesso di parlare con lui. Gli abbiamo fatto una corte serrata. Lo sforzo fatto dalla società ha poi permesso di garantire che si convincesse a venirci a dare una mano e siamo ovviamente contenti di questo». Da quasi dieci anni all’Aurora, tra giovanili e prima squadra, Cagnazzo è head coach di Jesi dal 2016. Sa che un giocatore con il suo pedigree può solo fare bene alla formazione jesina. «Si è approcciato alla nostra realtà come me lo aspettavo. Di solito i grandi giocatori appena arrivano si mettono a disposizione di tutti senza far valere il loro pedigree. È il loro modo di dimostrare grande leadership ed è quello che ha fatto Marques sin dal primo giorno. È stato il primo nel cercare di capire dove era arrivato e come poteva mettersi a disposizione affinché tutti riuscissero a fare un ulteriore passo in avanti. È un grande giocatore ed una persona molto intelligente, dà serenità per il modo in cui parla e nel modo con cui si relaziona, qualità necessarie per arrivare al livello al quale è arrivato lui».
L’Aurora ha una gestione che la fa essere una sorta di miracolo nel panorama italiano. «Viviamo solo di sponsorizzazioni sotto i cento mila euro - ha esordito l’amministratore unico Altero Lardinelli -. Il difficile è sicuramente mantenerle, anche se rimpiazzarne una di questa portata è semplice mentre perderne una principale è difficile da ritrovare». Fare lo sponsor a Jesi significa andare oltre il risultato del campo. «Cerchiamo di lavorare al massimo affinché le aziende siano soddisfatte perché sono l’unica cosa che ci dà un sostentamento economico, quindi dobbiamo lavorare affinché ricevano la massima visibilità. Non è un caso che le sponsorizzazioni non siano legate solo al risultato perché noi offriamo eventi ed attività con cui stiamo attenti al territorio. Abbiamo oltre 200 iscritti al settore giovanile, una foresteria con 10 ragazzi, facciamo più di 2.500 ore nelle scuole primarie, abbiamo realizzato due playground all’aperto regalati al comune, offriamo borse di studio per andare all’estero. Lavorare con il territorio è fondamentale. Lo sponsor da noi è coccolato, e spesso si tratta di amici di imprenditori già nostri sostenitori che ne coinvolgono altri. È un passaparola con il quale abbiamo costruito un pool che oggi conta 150 aziende. Sono realtà piccole ma rappresentano la nostra fortuna. La società ha vissuto due grandi crisi, l’ultima quando è andato via il main sponsor Fileni, e per questo abbiamo deciso di costruire un tessuto molto ampio alla base fatto di piccoli sponsor». L’Aurora sta sperimentando il “Club sei con noi”. «Questa iniziativa è nata per portare all’interno della società degli sponsor sottoscritti dai liberi professionisti quali medici, avvocati, notai, architetti. Persone che possono contribuire con l’acquisto di abbonamenti a prezzi maggiorati. Partecipano alla vita sociale della società, ad esempio le cene, e inoltre ricevono come pubblicità la presenza su di un totem all’ingresso del palazzetto, dei manifesti sempre all’interno dell’impianto, dei banner sul sito e le interviste sui social». Lardinelli è arrivato a Jesi nel 1997 quale responsabile marketing, e quindi conosce tutti i segreti della società. Questo modo di lavorare è un modello sostenibile anche in massima serie? «Per la fiscalità della serie A non è un progetto perseguibile. Ci sono dei costi talmente alti che con il nostro budget, e pur legando tutte le aziende del territorio, non riusciremmo a coprirli. La serie A costa più del doppio di quello che spendiamo quest’anno, e non ci sono possibilità di disputarlo se non si ha un primo sponsor».



* per il mensile BASKET MAGAZINE