martedì 30 ottobre 2018

L'incredibile ascesa di Alfonzo McKinnie


L’ala è passata dalla seconda categoria lussemburghese ai Warriors



L’ascesa di Alfonzo McKinnie ha davvero dell’incredibile, e per certi versi fa commuovere. Oggi sta vivendo quel sogno di essere un giocatore Nba sin da bambino, dopo averlo inseguito facendo molti sacrifici. Diciamoci la verità, però, non stiamo difronte ad un talento cristallino. Nato nel 1992 a Chicago, non ha vissuto appieno quella che è stata l’escalation dei Bulls guidati da Michael Jordan. Ma da nativo della città del vento è cresciuto aspirando di arrivare a quel livello. Dopo il liceo va al college per frequentare prima l’Eastern Illinois e poi la Green Bay, dove subisce due infortuni al menisco. Al draft Nba del 2015 non viene minimamente calcolato dalle franchigie professionistiche, anche perché i numeri recitano 7.1 punti e 5.1 rimbalzi. Ma oltre alle mere cifre, come già detto, non sembra avere i tratti di un talento fuori dal normale. Così come spesso succede per i giovani giocatori americani, trova sistemazione in Europa, e precisamente nel roster dei Pirates dell’East Side, formazione che disputa il secondo campionato del Lussemburgo. Non immaginiamo quale possa essere il livello medio del torneo, e così Alfonzo chiude la stagione con 26 punti ad allacciata di scarpe. Trova il tempo di farsi una piccola vacanza-gioco ai Rayos de Hermosillo con i quali perde la finale per il titolo messicano, e subito riprova la carta Nba. Si autofinanzia con 175 dollari un provino con i Windy City Bulls, la franchigia satellite in G League dei Chicago Bulls, ed ottiene un posto in squadra. Sono comunque poche le soddisfazioni, eppure l’estate successiva viene firmato dai Toronto Raptors che gli fanno giocare 14 match in Nba, esordendo proprio contro Chicago. Viene per lo più assegnato ai Raptors 905, la squadra di G League affiliata alla franchigia canadese, e dopo un anno viene tagliato. Insomma due esperienze non proprio esaltanti e gratificanti. Ma lui non ha smesso di sognare, c’ha creduto sempre e adesso sta vivendo questo sogno con i Golden State Warriors. Certo, l’ambiente nella Baia assomiglia tanto ad un mondo fantastico, magari chiunque di noi potrebbe tentare di andare lì a giocare, e giocare per davvero tra i professionisti. Tanto come compagni di squadra hai Steph Curry che domenica notte a Brooklyn ha stabilito il record di sette partite consecutive con 5 o più triple realizzate, o Klay Thompson che stanotte ha stabilito contro i Bulls - neanche a farla apposta - il record di 14 triple mandate a segno in una singola gara. E poi c’è sempre Kevin Durant. Insomma, sarebbe facile per chiunque giocare insieme a loro. Ma non va sottovalutata l’abnegazione di McKinnie. Non a caso coach Steve Kerr ha dichiarato che dopo i provini estivi lo ha voluto fortemente in squadra perché è un ragazzo che lavora duro, e che deve essere preso d’esempio per i ragazzi più giovani perché non ha smesso mai di inseguire il suo sogno. Giusto per inciso, nella vittoria contro Chicago che passerà alla storia per le 14 triple di Thompson, Alfonzo ha confezionato una doppia-doppia da 19 punti e 10 rimbalzi. Complimenti!

giovedì 25 ottobre 2018

Universiadi 2019 e impianti sportivi a Napoli

Intervista al presidente della FIP Campania Manfredo Fucile in merito alla problematica delle strutture sportive a Napoli, dal PalaArgento che resta un sogno al PalaCollana al centro di una controversia, al PalaBarbuto e al PalaVesuvio che saranno ristrutturati pesantemente grazie ai finanziamenti delle Universiadi.




lunedì 15 ottobre 2018

Il Senatore Barbaro: la candidatura Milano-Cortina grande opportunità per il paese

Il Senatore Barbaro: la candidatura Milano-Cortina grande opportunità per il paese


di Giovanni Bocciero




Il senatore della Lega, Claudio Barbaro domenica scorsa ha presenziato alla IV edizione della “Alvignano Corre”, competizione podistica valevole quale campionato italiano dell’ASI Nazionale, ente di promozione sportiva di cui è presidente. In occasione della manifestazione svoltasi nel comune dell’alto casertano, ne abbiamo approfittato per intervistarlo riguardo diversi temi che interessano l’intero movimento sportivo nazionale. CONTINUA A LEGGERE SU SPORTECONOMY


venerdì 12 ottobre 2018

Non è mondo per giovani. Sono 18 gli U22 nei roster di serie A

Troppo esiguo il numero degli under aggregati alle prime squadre, è necessario un cambio di rotta

Sono appena dieci i ventenni nei roster di serie A

Tra i vice campioni del mondo del 2017, solo Okeke, Mezzanotte e Pajola trovano posto nelle squadre del massimo campionato. Sono 18 gli under 22


di Giovanni Bocciero*



Questo campionato non è per gli italiani, a maggior ragione se giovani. Se stessimo scrivendo un poema cestistico potrebbe essere questa la giusta locuzione introduttiva. Come un cane che si morde la coda torniamo sul problema dello scarso utilizzo dei nostri giovani in serie A. Un trend che si riflette sulla nazionale tanto che il ct Meo Sacchetti per le ultime convocazioni è stato costretto ad attingere anche dal campionato di A2. Numeri davvero esigui quelli che raccontano di appena dieci under 20 aggregati ai roster, meno di uno a squadra. Numeri che prendono più corpo se allarghiamo il range agli under 22, salendo così a 18 elementi. Un dato comunque insufficiente per un movimento che deve inesorabilmente ripartire dalla linea verde.
ANDREA MEZZANOTTE, NEO ACQUISTO DI TRENTO
IN MAGLIA AZZURRA AL MONDIALE U19 DEL 2017
Anche nella pallacanestro come nel mondo del lavoro sembra che i giovani per realizzarsi e trovare spazio decidano di emigrare. Basti pensare che quest’anno saranno 17 gli azzurri che giocheranno negli Stati Uniti tra Ncaa e junior college. Non a caso la federazione ha avviato una collaborazione con Riccardo Fois, assistant coach di Gonzaga University, per monitorare tutti questi ragazzi oltreoceano. Certamente sarà un’esperienza che li arricchirà tecnicamente quanto umanamente, con la speranza che al loro ritorno possano rinvigorire le fila della nazionale.
Fa male però constatare che dell’Italia under 19 vice campione del mondo due stagioni fa, solo in tre militano in massima categoria. Stiamo parlando dei classe ‘98 David Okeke a Torino, elogiato da coach Larry Brown come possibile prospetto Nba, e Andrea Mezzanotte a Trento che assaporerà per la prima volta la massima serie dopo anni di gavetta a Treviglio; e del classe ’99 Alessandro Pajola a Bologna che cercherà di conquistare quanti più minuti possibili. Questi atleti insieme a Leonardo Candi (classe ‘97) sono tra i favoriti a succedere come miglior under 22 del campionato a Diego Flaccadori, unico capace di vincere tre volte il premio.
MATTEO SPAGNOLO, PROSPETTO DEL 2003
TRASFERITOSI IN ESTATE AL REAL MADRID
E gli altri giovani italiani? Ci si attende l’exploit da Riccardo Bolpin (altro ‘97) ritornato in A a Pistoia, mentre può trovare spazio e far bene il 2000 Luca Conti passato in estate da Trento a Pesaro. Poi bisogna purtroppo guardare all’A2 o addirittura all’estero. Nel secondo campionato militano i vari classe ’98 Tommaso Oxilia, Lorenzo Bucarelli, Lorenzo Penna, Riccardo Visconti, e i 2000 Mattia Palumbo, Matteo Laganà e Federico Miaschi, ai quali però nessuno ha voluto offrire un posto e dei minuti importanti in serie A. Mentre invece rivolgendoci all’estero ci sono tre dei nostri migliori under 18: i 2002 Sasha Grant al Bayern Monaco e Lorenzo Guerrieri al Barcellona, e il 2003 Matteo Spagnolo al Real Madrid. E non fa sorridere che in Italia solo Pesaro ha aggregato alla prima squadra il 2001 Nicolas Alessandrini.
Questi giovani espatri sono segno che i nostri allenatori sono preparati e competenti nel formare i talenti, ma devono anche trovare il coraggio di metterli in campo e non farli svernare tra giovanili e categorie minori. Il gap con le altre nazioni è proprio che i pari età stranieri hanno più minuti da “pro” nelle gambe. Ad esempio in Francia giocatori poco più che ventenni sono già i leader delle proprie squadre e si dichiarano con cognizione per il draft Nba, per non parlare degli atleti dell’Est Europa che rimpinguano club di ogni paese, compresi quelli italiani.


LE NOMINATION DI BM - I TOP 5
1) Leonardo Candi - Grissin Bon R. Emilia - play - 21 anni - 190 cm
2) Alessandro Pajola - Segafredo Bologna - play - 19 194 cm
3) David Okeke - Auxilium Torino - ala - 20 - 203 cm
4) Andrea Mezzanotte - Dolomiti Energia Trento - ala - 20 - 208 cm
5) Luca Conti - Victoria Libertas Pesaro - ala - 18 - 195 cm



* dalla rivista BASKET MAGAZINE

James è la stella tra debutti assoluti e clamorosi ritorni

Mike e i suoi fratelli - I dieci campioni che danno forma ai roster della serie A per una stagione da bridivi

James è la stella tra debutti assoluti e clamorosi ritorni


Nuotatori mancati, mascelle rotte, tatuaggi e squalifiche monstre: dieci ritratti dei protagonisti che si daranno battaglia sui parquet italiani


di Giovanni Bocciero*


Il mercato anche quest’anno ha portato in Italia tanti giocatori stranieri. Alcuni alla loro prima esperienza, altri di ritorno dopo aver lasciato un buon ricordo o semplicemente essersi trovati bene. L’arrivo di questi volti nuovi rappresenta un po’ la cartina di tornasole del livello della nostra serie A, che negli ultimi anni di certo non ha brillato. Quest’anno la tendenza sembra essersi invertita, con l’ingaggio di atleti di grande qualità.

TESSUTI PREGIATI. Senza alcun dubbio Milano è la principale destinazione per i migliori stranieri a livello europeo, e questa estate la compagine meneghina è riuscita a mettere le mani su un vero top player: Mike James. Il playmaker americano è uno di quelli che si è dovuto sudare tutto in carriera. Già al liceo si mise in mostra guidando la propria scuola al successo statale. Eppure le offerte universitarie che gli giunsero provenivano solo da college di division III, non proprio Kansas o Duke insomma. Infastidito ripiegò su uno junior college dove viaggiò a 26 punti di media.
MILANO INSEGUE IL BIS SCUDETTO CON LA CLASSE
DI MIKE JAMES E NEMANJA NEDOVIC
Le sue qualità realizzative non sono in discussione, eppure le uniche porte che gli si aprirono una volta laureatosi a Lamar University sono state quelle dell’Europa. Un’Europa neppure troppo aristocratica, tanto che si è ritrovato ad Omegna nella nostra A2. Con il lavoro e la caparbietà però, il passo dal Piemonte ai Phoenix Suns via Panathinaikos è stato breve, e adesso cercherà di fare grande le “scarpette rosse” in giro per il Vecchio Continente.
In questa mission avrà il supporto del serbo Nemanja Nedovic, altro ex Nba che è cresciuto in Italia. Infatti il papà è stato un giocatore di pallamano per la squadra di Ascoli Piceno, ed il piccolo Nemanja dopo aver provato lo sport del padre, il tennis ed aver addirittura avuto un’offerta dalla federazione del nuoto per concorrere per il tricolore, si è follemente innamorato della palla a spicchi. Prospetto sin da giovane, è stato compagno di Steph Curry ai Golden State Warriors prima di ritornare in Europa dove ha trovato la sua dimensione. Rispetto a James è meno realizzatore, ma grazie alla sua intelligenza può essere un play aggiunto per coach Simone Pianigiani.

EXPO LOMBARDIA. Sempre in Lombardia, e precisamente a Cantù, è tornato un giocatore che conosce molto bene il nostro campionato: Tony Mitchell. L’ala che ha addirittura vinto il premio di Mvp quando vestiva la casacca di Trento vorrà trascinare i brianzoli nella speranza che si rigeneri dopo le ultime stagioni un po’ opache. Tutti ci auguriamo di ritornare ad ammirare quello straordinario atleta, che però circa un anno fa è stato squalificato per l’intera stagione del campionato australiano per aver lanciato la palla addosso all’arbitro. E scavando nel suo passato si scopre che non è stato l’unico gesto inconsueto, perché anche all’università dell’Alabama fu espulso per comportamento irrispettoso.
TORNA TONY MITCHELL, IL TERZO ATTO A CANTU':
SARA' L'MVP VISTO A TRENTO O LA METEORA DI SASSARI?
Restando nella stessa regione, Brescia ha messo a segno il colpo Jordan Hamilton mentre Cremona ha ingaggiato l’intrigante Peyton Aldridge. Hamilton arriva in Italia con l’ambizione di prendere il posto da go-to-guy lasciato da Marcus Landry. Le potenzialità ci sono, e non mancano neppure le motivazioni. Infatti l’ex Denver Nuggets sin da piccolissimo ha sempre lottato per raggiungere i propri obiettivi. Si narra che quando aveva dieci anni già si confrontasse con ragazzi più grandi in diversi playground del sobborgo di Los Angeles. E non lo faceva per pavoneggiarsi, ma semplicemente perché spinto dalla voglia di guadagnarsi il rispetto.
Invece per Aldridge la pallacanestro è stata una vera e propria dichiarazione d’amore. Il lungo scelto da coach Meo Sacchetti non era portato solo per il basket, tanto che all’high school si dilettava a giocare anche a football. Addirittura è stato seguito a lungo dal mitico coach di Alabama Nick Saban, che lo voleva come quarterback della sua squadra. Nulla da fare, perché terminata la scuola Aldridge ha deciso di accettare l’offerta di Davidson, college che fu di quel Curry. Cremona non poteva fare ingaggio migliore, perché il nativo dell’Ohio è giocatore a cui piace molto giocare sul perimetro grazie ad un’ottima mano. Inoltre non si tira mai indietro, tanto che in passato ha giocato con la mascella rotta pur di non mancare ad un prestigioso torneo giovanile.

SAPORE DI NBA. Il football stava per strappare al basket un altro giocatore come Norris Cole. L’ex Miami Heat, due volte campione Nba, aveva ricevuto anche una borsa di studio ma fortunatamente ha scelto quella di Cleveland State per la pallacanestro. Oltretutto all’ultimo anno si rese protagonista di una partita monstre da 41 punti, 20 rimbalzi e 9 assist. Nonostante fosse portato per lo sport, la famiglia ha preteso ed ottenuto che studiasse e pregasse. Il neo play di Avellino è infatti molto religioso e tiene alla propria famiglia, così come il nuovo volto di Torino Tony Carr.
Il nativo di Philadelphia è alla sua prima esperienza da professionista dopo essere stato scelto all’ultimo draft Nba da New Orleans con la chiamata numero 51. Atleta longilineo ma dal grande impatto offensivo, è una scommessa ma anche la punta di diamante della squadra di coach Larry Brown che lo ha voluto fortemente. Ha sempre giocato nella sua città sino al college, e quindi questo sarà un vero banco di prova per lui. Pur lontano dalla famiglia ha due tatuaggi che gliela faranno sempre ricordare. Uno è il ritratto della nonna e l’altro è l’insegnamento del nonno: “dare to be great”.

STAGIONE DI RITORNI: BANKS RITROVA COACH VITUCCI A
BRINDISI. TRA STONE E VENEZIA UN AMORE TRICOLORE
VECCHIE CONOSCENZE. Tra i volti nuovi ci sono anche giocatori che riabbracceranno vecchi allenatori, o che torneranno a vestire la maglia con cui hanno già vinto. Nel primo caso stiamo parlando di Adrian Banks, guardia alla sua quinta esperienza in serie A. È stato portato la prima volta a Varese da Frank Vitucci nel 2012, poi lo stesso tecnico lo volle nel 2014 ad Avellino e adesso gli affiderà la leadership della nuova Brindisi.
Diverso il discorso per Julyan Stone che ritorna per la terza volta sempre a Venezia. La prima esperienza la fece nella stagione 2014/15, ripetuta nel 2017 dove fu grande protagonista dello scudetto. L’estate scorsa sarebbe dovuto rimanere in laguna, ma rescisse il contratto per avvicinarsi al padre malato e così trovò sistemazione agli Charlotte Hornets. Adesso che il padre si è ripreso, ha deciso di iniziare il terzo capitolo di questa autentica storia d’amore col club orogranata.

TOP SCORER. Altra storia interessante è quella del tiratore ingaggiato da Bologna, Kevin Punter. Scorer di razza, ha segnato tanto ovunque ha giocato, e lo scorso anno ha trascinato l’Aek Atene alla vittoria della Champions League. Eppure gli scarsi voti scolastici gli stavano per far abbandonare il basket. Per accedere alle università della division I ha frequentato una prep school lontano da casa. Al termine dell’anno accademico i risultati dei test non erano sufficienti, e così in preda al panico ha telefonato alla mamma dicendo che avrebbe abbandonato questo sogno. Per fortuna ci ha ripensato ed è arrivato a primeggiare al college con Tennessee, dove ha anche lavorato per sistemare la sua meccanica di tiro, oggi molto efficace.


LE NOMINATION DI BM - I TOP 10
1) Mike James - AX Armani Milano - play - 28 anni - 183 cm
2) Tony Mitchell - Red October Cantù - ala - 29 - 198 cm
3) Nemanja Nedovic - AX Armani Milano - guardia - 27 - 193 cm
4) Norris Cole - Sidigas Avellino - play - 30 - 188 cm
5) Adrian Banks - Happy Casa Brindisi - guardia - 32 - 191 cm
6) Tony Carr - Fiat Torino - guardia - 21 - 196 cm
7) Jordan Hamilton - Germani Brescia - ala - 28 - 201 cm
8) Julyan Stone - Umana Venezia - play - 30 - 198 cm
9) Kevin Punter - Segafredo Bologna - guardia - 25 - 190 cm
10) Peyton Aldridge - Vanoli Cremona - ala - 23 - 203 cm



* dalla rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 27 settembre 2018

Bianchini su nazionale, Tanjevic, gli Nba e riforme

Bianchini su nazionale, Tanjevic, gli Nba e riforme



Interessante intervista al leggendario coach Valerio Bianchini in merito alle prestazioni della nazionali di Meo Sacchetti, alle riforme proposte da Boscia Tanjevic e alle accuse e utilizzo dei giocatori Nba.




lunedì 13 agosto 2018

Come riformare il basket italiano...

Come riformare il basket italiano


Prendendo spunto da una domanda posta da un utente Facebook nel gruppo de La Giornata Tipo, ho pensato di scrivere questo articolo cercando di analizzare le varie idee espresse da altri utenti affinché si possa risanare la nostra tanto amata pallacanestro. Una mission complicata, per qualcuno a dir poco impossibile, eppure dalla passione di noi tanti appassionati può nascere qualcosa di davvero importante. Magari potremo essere insieme da spunto per la federazione. Chissà. Innanzitutto permettetemi di ringraziare Luigi, Flavio, Carlo, Raffaello, Paolo, Martino, Andrea, Nicola, Luca, Fabio, Michele e tutti gli altri che hanno lasciato un semplice commento alla discussione. Ripeto, è dalla fusione dei loro pensieri che nasce questo articolo che vuol cercare di fare solo bene a tutto il movimento della palla a spicchi italiano. Per riformare il nostro basket bisogna inevitabilmente iniziare dal minibasket, passare per le giovanili così da arrivare al livello senior. Tre macro-aree sulle quali in diverso modo bisogna intervenire.

LA BASE DELLA PIRAMIDE. Alla base della pallacanestro c'è ovviamente il minibasket. Un suo ampliamento vorrebbe significare l'allargamento della base. E se è vero che il professionismo rappresenta la punta della piramide, quanto più la base si allarga tanto più la piramide si alza. Di conseguenza il livello della Nazionale maggiore dovrebbe aumentare. A parole è tutto bello e così facile da realizzare, nei fatti ci sono mille difficoltà ad iniziare dalle scuole. Si necessita di un vero e proprio investimento economico nel minibasket da parte della stessa federazione, ma con il pieno coinvolgimento delle scuole che devono rappresentare il bacino principale dal quale abbeverarsi. Un'idea avanzata e parecchio apprezzata è quella di spostare tutta l'attività di educazione fisica al pomeriggio e organizzare tali ore per tipologie di sport e non per classe. Così si garantirebbe ad ogni singolo bambino di praticare lo sport che preferisce. 
DA AZZURRA LANCIANO
Una tale riorganizzazione non va pensata solo in ottica pallacanestro, ma di salute. Bene che negli ultimi 15 anni la fascia d'età tra i 6 e i 10 anni abbia guadagnato circa il 5% di praticanti, male invece che a partire dagli 11 anni si registri il fenomeno del drop out, con più di un ragazzo su due che abbandona qualsivoglia attività fisica, arrivando ai 18 anni con poco più di un ragazzo su tre che svolge attività sportiva continuativa. Ecco, in questa ottica la federazione dovrebbe avere la lungimiranza di inserirsi in questo scenario e offrire una possibile soluzione del problema con iniziative, eventi, manifestazioni che facciano guadagnare tesserati e appassionati. Sarebbe bello poter creare un percorso sportivo-scolastico in stile Stati Uniti, con le scuole protagoniste dello sviluppo fisico ed educativo dei ragazzi. Ma purtroppo sia per nostra cultura, sia per evidenti difficoltà economiche da parte degli istituti scolastici, tutto ciò è soltanto una chimera. Si può però provvedere ad un cambiamento che parta da impianti e strutture. Vedere le palestre scolastiche aperte e gratuite a chiunque voglia fare due tiri a canestro, oppure una maggiore proliferazione di campetti all'aperto nei parchi pubblici può senz'altro invogliare più bambini, ragazzi, persone ad avvicinarsi al nostro sport. La federazione deve senz'altro fare la sua parte, con investimenti, convenzioni, agevolazioni da stipulare anche con i ministeri interessati. Impensabile? Magari sì, ma perché non provarci!

I COSTI DA ABBATTERE. Veniamo adesso alla parte più consistente dell'attività delle società, ovvero quella legata ai campionati da disputare e dunque ai costi da sostenere. È innegabile che la federazione deve cercare di non immaginare i club come delle vacche da mungere, ma piuttosto degli utenti ai quali offrire servizi. Ergo, vista anche la particolare situazione economica che vive il paese, sarebbe un gesto di buonsenso abbassare tutti i costi legati a iscrizioni, tesseramenti, tasse gara e via discorrendo. 
DA BASKET INCONTRO
Questo permetterebbe ai dirigenti di concentrarsi solo sull'attività cestistica piuttosto che rincorrere sponsor per trovare le risorse necessarie a sopravvivere (che è comunque una cosa da fare ma non dedicandoci l'intera giornata). Questa è una cosa che si può realizzare, perché non ci sono attori esterni ai quali dare retta o convincere. Ci vuole solo buona volontà nell'attuarlo. Una costola della voce spese è il vincolo dei giocatori, disciplina che a gran voce si richiede di regolamentare meglio. Forse non nella forma ma nella sostanza. Il parametro Nas andrebbe abolito per i tesseramenti nei campionati regionali proprio per cercare di venire incontro alle società che fanno salti mortali per restare in vita. Vedersi eliminati costi di tesseramento permetterebbe di costruire roster all'altezza della categoria, e come detto in precedenza permetterebbe comunque di avere una base quanto più ampia possibile nella terra di mezzo del semiprofessionismo. Quanti ragazzi nel salto dal giovanile al senior si perdono? Purtroppo tanti! Bisogna invece che il movimento abbia quella continuità nei propri numeri. Forse non è un caso che la pallacanestro secondo i dati Coni del 2016 sia scesa al quarto posto delle discipline con il maggior numero di praticanti, superata dal tennis e sempre dietro a calcio e pallavolo. Importanti sono anche le collaborazioni tra club, che nelle ultime stagioni si stanno intensificando e stanno portando anche a risultati interessanti. Mettere in comune risorse, atleti, energie per creare una fitta rete di partnership è la miglior strada da intraprendere. Ed anche in questo caso bisogna superare quel malcostume tutto italiano nel voler coltivare il proprio orticello in maniera maniacale.

UN MODELLO DA SEGUIRE. Con la diminuzione delle spese le società possono concentrarsi esclusivamente sul lavoro in palestra, tornando ad investire nel settore giovanile e facendo attenzione a toccare degli ulteriori tasti come preparazione, educazione, competitività. Il fulcro di tutto ciò sono i coach, coloro i quali devono rappresentare il giusto mix tra preparazione tecnico-tattica, rapporto umano e risultati sportivi. Non è facile trovare tutto questo in una sola persona, e il lavoro e l'esperienza possono fare la differenza. Una cosa che bisogna provare ad inculcare ai ragazzi sin da giovanissimi è l'intensità del gioco, come espresso anche da coach Maurizio Mondoni. Se guardiamo dall'altra parte dell'oceano, gli americani con le proprie selezioni giovanili si differenziano proprio perché giocano con due o tre marce in più rispetto a chiunque altro. Spesso invece capita di vedere in Italia delle partite giovanili dove si gioca con ritmi da campionati amatoriali. Nulla di più sbagliato. Guai poi a mettere i risultati avanti a tutto. Se un ragazzo non è portato o non ha le potenzialità per diventare un fenomeno - anche se per l'età non si possono fare tali valutazioni a cuor leggero - non deve essere escluso ma piuttosto incluso, perché potrà diventare l'arbitro o l'allenatore del futuro, restando fedele al basket e diventando una risorsa per il movimento. Questo non significa che non bisogna spingersi oltre i propri limiti, per questo il coach deve avere quel tatto per capire con chi può forzare la mano e con chi invece deve andarci più leggero. La costituzione di seconde squadre può essere la soluzione, così come è importante un continuo colloquio con le famiglie affinché si faccia capire ai genitori quanto sia vitale il percorso che i ragazzi devono compiere. Vincere non sempre è la soluzione a tutti i problemi. Diversi mesi fa in un'intervista a coach Andrea Capobianco ho affrontato proprio il problema di quei ragazzi che dopo aver vinto tanto e subito da giovani, lasciano perché da senior non si accontentano solo di partecipare. 
DA PALLACANESTRO REGGIANA
Quindi oltre a dargli gli strumenti per giocare a pallacanestro, bisogna anche dargli gli strumenti per saper affrontare la vita. Addentrandoci in una questione prettamente tecnico-tattica, bisogna tirare in ballo la pallavolo che è spesso indicata come la disciplina che ci ruba i ragazzi di due metri e passa, ma bisogna farsi un esame di coscienza. Quanti ragazzi più alti della media in tenera età vengono messi sotto canestro dagli allenatori senza che apprendano davvero appieno il gioco della pallacanestro e con l'unico obiettivo di vincere qualche partita in più? Purtroppo succede quasi in tutte le nostre palestre. E allora che c'entra la pallavolo? Per come è strutturato il gioco e per come ho potuto osservare in alcuni allenamenti di questa disciplina, i giocatori alti o bassi che siano ricoprono ogni posizione imparando a fare tutto in campo. E dunque ritorna l'importanza di avere coach preparati e pazienti, vogliosi di lavorare e che sappiano trasferire passione ai ragazzi. Ma che soprattutto gli diano quegli strumenti per saper fare di tutto in campo.

LA PUNTA DELL'ICEBERG. E veniamo al professionismo, dove la battaglia è accesa tra i protezionisti ed i meritocratici. Un italiano di livello medio-basso costa ad una società di serie A quanto uno straniero buono. L'opinione del direttore tecnico federale Boscia Tanjevic è chiara, limitare i posti agli stranieri per liberarne agli italiani che, giocoforza, devono essere impiegati dagli allenatori. Di conseguenza immaginiamo che questa sia la linea della federazione, ovvero quella del protezionismo. Ci sono poi i paladini della meritocrazia che non guardano alla nazionalità ma pensano solo al fatto che chi abbia le caratteristiche e le potenzialità per giocare, deve giocare. Come un po' in tutte le cose, alla fine la verità sembra trovarsi nel mezzo. Piuttosto che attaccarci alle regole dovremmo pensare al bene del movimento. Una domanda alla quale non c'è purtroppo risposta ma che tante volte mi pongo è: sarebbe cambiata la nostra mentalità se nel 2015 lo scudetto l'avesse vinto Reggio Emilia con quel folto gruppo italiano? Forse sì, forse no.
DA GAZZETTA.IT
Ma senza fare retorica è palese che per vedere più italiani giocare questi devono essere preparati ad affrontare uno scenario di alto livello. Come? Grazie alla preparazione che gli deve essere impartita dai tecnici durante le giovanili. Vien da sé che con giocatori italiani all'altezza ne beneficia anche la Nazionale. Delicato il discorso della visibilità, e sinceramente non voglio prendere le parti né di chi si accontenta della trasmissione su Sky né di chi vorrebbe un ritorno alla Rai. Una cosa però voglio senz'altro esprimerla, e ancora una volta bisogna utilizzare il paragone con la pallavolo. Tale sport ha un alto seguito quando trasmessa in televisione anche e soprattutto perché fa risultato. Si è certi che trasmettere le partite della Nazionale di basket in chiaro, che non si qualifica per le Olimpiadi da ben tre edizioni, e che non raccoglie una medaglia europea o mondiale da quindici anni, avrebbe solo una parte dello stesso seguito? Forse no, forse sì! Certo è che iniziare a tornare a vincere con la Nazionale maggiore può essere da traino per il movimento, e attrarre nuovi praticanti e soprattutto sponsor. Sembra chiaro, dunque, che per riformare la pallacanestro italiana bisogna dar vita ad un vero e proprio circolo virtuoso che può essere esemplificato secondo queste poche ma necessarie attività, nelle quali la federazione deve svolgere un ruolo da protagonista: a) investire nel minibasket per allargare il numero di praticanti; b) abbassare i costi per far svolgere al meglio l'attività giovanile e semiprofessionistica; c) accrescere il livello professionistico con ricadute sulla Nazionale. Step che devono seguire una loro consequenzialità, ma che ognuno nella propria macro-area diventa decisivo per il futuro dell'intero movimento.

venerdì 6 luglio 2018

Phoenix Suns: il talento è arrivato, ora servono le vittorie

Phoenix Suns: il talento è arrivato, ora servono le vittorie

Il draft e le prime ore di free agency hanno delineato le strategie della dirigenza dei Phoenix Suns. Devin Booker è al centro di un progetto costruito su giovani di talento, ed è arrivato il momento di pensare a vincere qualche partita. Facile a dirsi, ma la dirigenza non si è distinta in questi anni per pianificazione efficace, a partire dal disastro dei tre playmaker (Goran Dragic, Eric Bledsoe e Isaiah Thomas) malamente naufragato, fino alla firma di Tyson Chandler col solo scopo di convincere LaMarcus Aldridge a scegliere Phoenix nel 2015... continua a leggere!

Warriors vs James, la storia infinita

Warriors vs James, la storia infinita


di Giovanni Bocciero*


Quattro anni dopo LeBron James è di nuovo ad un bivio: restare o partire? La prima volta che dovette prendere questa decisione fu il 2010. Dopo essere stato eliminato in semifinale della Eastern Conference da Boston lasciò Cleveland per trasferirsi a Miami con l'ossessione di vincere il suo primo titolo. Dopo quattro NBA Finals e solo due anelli conquistati, nel 2014 decise di compiere il percorso inverso tornando ad indossare la casacca dei Cavs con l'ossessione, stavolta, di vincere il titolo a casa sua. Esattamente quattro anni dopo, altre quattro NBA Finals e solo un campionato regalato alla sua gente, si ritrova a dover rispondere nuovamente alla domanda: restare o partire?

COME DA COPIONE. Alzi la mano chi si fosse aspettato un finale diverso delle finali tra Golden State e Cleveland. Il secco 4-0 con il quale i Warriors si sono laureati campioni NBA per il secondo anno consecutivo, e terzo negli ultimi quattro, ha palesato un incredibile dominio di Steph Curry e compagni. Non è bastato il James più in palla delle ultime stagioni, che qualche pausa soprattutto in gara 3 e 4 se l'è comunque presa. Non sono stati sufficienti neppure i momenti narcisistici dei ragazzi di coach Steve Kerr a rovinare lo spartito del team della Baia, che in alcuni frangenti hanno letteralmente giocato con gli avversari prima di chiudere la pratica con il killer che porta il nome di Kevin Durant, non a caso di nuovo Mvp delle finali.
I Cavaliers sono stati poca cosa per impensierire gli sfidanti. E proprio come le due facce di una stessa medaglia, dove finiscono i meriti cestistici di LeBron iniziano i suoi demeriti relazionali. Giocare con lui non è facile, nonostante le statistiche. Queste finali sono state giocate con il fantasma di Michael Jordan che aleggiava sia su James che sui Warriors. I paragoni su chi è il miglior giocatore e la miglior squadra di sempre li lasciamo volentieri a voi, anche perché non è questa la sede adatta per discuterne. Sono stati comunque ingenerosi i fischi dei tifosi dell’Ohio che hanno accompagnato gli ultimi minuti di gara 4 della propria squadra, che in maniera miracolosa è riuscita ad arrivare sin lì. E addirittura sono stati irrispettosi quando hanno infastidito la premiazione di Golden State, che ha meritato per gioco espresso e freddezza dimostrata di portare a casa il trofeo intitolato a Larry O’Brien.
I Warriors hanno dimostrato di essere una macchina perfetta, e che costruiti per vincere raramente falliscono. Soprattutto Curry e Durant hanno deliziato il palato dei milioni di appassionati sparsi in tutto il mondo. Il primo ha disputato, forse, le sue migliori NBA Finals rispettando il suo valore e segnando dei canestri dalla lunga distanza che ormai non fanno neanche più notizia. Del secondo rimarrà impressa la sua straordinaria performance in gara 3, con la quale ha sancito la vittoria per la sua squadra, e si è fatto apprezzare perché non ha mai voluto prendersi la scena. Ma davvero, per parlare di questi Golden State non si può fare a meno di nominare tutti i giocatori del roster, che portano sempre il loro prezioso quanto vitale contributo. Ormai ad Oakland è stata appresa una mentalità così vincente che pure il nuovo arrivato Jordan Bell sa come affrontare un appuntamento così importante. E le immagini che lo hanno visto ascoltare i consigli di un veterano come Andre Iguodala - monumentali le poche giocate di cui è stato protagonista al rientro - non possono che essere prese come monito per chiunque.

SCURO IN VOLTO. Terminata la decisiva gara 4 LeBron James ha imboccato immediatamente la via degli spogliatoi, abbracciando prima la madre e poi baciando la moglie, per scomparire dietro le porte. Il viso diceva tutto o quasi. Rammaricato per l'ennesima sconfitta in finale; frustrato perché nella storia di questo sport dovrà condividere la sua era con i Warriors; pensieroso per il prossimo futuro che lo attende: restare o partire? Inutile dire che ha la fila fuori la porta di casa, e che si è guadagnato il potere di decidere dove andare a giocare. In molti farebbero carte false per firmarlo, ma solo pochi possono permettergli di vincere domani, che è la cosa alla quale mira.
Decidere di restare a Cleveland non è affatto semplice, sotto vari punti di vista. In primis per l'ambiente, visto che il rapporto tra James e il proprietario Dan Gilbert non è mai stato idilliaco, e lo è ancor meno oggi. In secondo luogo il roster, che è ingolfato in termini di salary cap ma non è all'altezza delle altre contender. Sono complessivamente oltre 95 i milioni che percepiranno per i prossimi due anni i vari Kevin Love, George Hill, Tristan Thompson, J.R. Smith, Kyle Korver e Jordan Clarkson. E fa ridere che il solo Love, a tratti, è stato da sostegno a LeBron.

INTRECCI DI MERCATO. Di certo James non scioglierà il nodo del suo futuro molto presto, ma si limiterà a stare alla finestra e capire come si muoveranno da una parte i free-agent, o meglio dire Paul George (ufficiale il suo rinnovo ad Oklahoma City, ndr); e dall’altra i Cavaliers. Per convincerlo a restare la dirigenza di Cleveland pare abbia messo gli occhi su Kemba Walker e soprattutto Kawhi Leonard, ormai in rottura con coach Gregg Popovich. Arrivassero loro due nell’Ohio la questione si farebbe parecchio interessante, ma in termini di contropartite sono davvero poche le opzioni. Il problema, inoltre, è che se per arrivare al primo non dovrebbero esserci grandi complicazioni visto che Charlotte sembra in fase di rebuilding, per il secondo la questione si fa molto più complessa. Due i principali motivi. Gli Spurs sarebbero disposti a perderlo da free-agent l’estate prossima; il diretto interessato ha chiesto di essere ceduto o ai Lakers o ai Clippers, essendo lui di Riverside.

E qui nascono gli intrecci di mercato che vorrebbero James in procinto di trasferirsi nella Città degli Angeli (ufficiale dallo scorso primo luglio, ndr). La famiglia, ed in particolare la moglie, ha già da tempo benedetto tale trasloco. Firmando con i gialloviola Lebron non solo andrebbe in un roster giovane con giocatori talentuosi, ma potrebbe ritrovarsi come compagni di squadra il già citato Leonard e George. Quest’ultimo è dall’estate scorsa che ha fatto capire di voler andare a giocare ai Lakers, essendo di Palmdale, e adesso ha il potere di farlo. I Lakers hanno inoltre i mezzi per strappare Leonard a San Antonio, così da calare il tris d’assi.




* per il mensile BASKET MAGAZINE. Scritto il 22/06/2018

domenica 17 giugno 2018

L'Italia dei canestri a due velocità: Caserta

Caserta riparte per la terza volta
Unica società ad aver vinto uno scudetto a sud di Roma, la JC rinasce dopo il traumatico epilogo della scorsa estate. Ma la città è scettica




di Giovanni Bocciero*



La Juvecaserta è stata indubbiamente la società del sud Italia che ha raggiunto i risultati sportivi più importanti. Unica formazione ad aver vinto lo scudetto al di sotto di Roma, ha legato i suoi successi al nome dell’imprenditore Giovanni Maggiò. Trasferitosi per lavoro dalla provincia bresciana all’ombra della Reggia, il Cavaliere si dimostrò un uomo passionale ma soprattutto un dirigente sportivo attento e competente. Certamente Caserta rientrò in quel momento storico in cui nella pallacanestro italiana c’erano i cosiddetti magnati che investivano somme sostanziose di denaro per vedere realizzato innanzitutto il proprio sogno, ma anche per regalare alla propria città, ai propri conterranei soddisfazioni sportive da poter sbandierare ai quattro venti.
Per fare grandi cose è necessario fare piccole cose e lasciarle crescere. Progettualità a lungo termine e cura della quotidianità sono essenziali per fare ciò, e Maggiò certamente batteva su questi due aspetti. E per portare in alto la Juvecaserta fu bravo a circondarsi delle persone giuste, come Boscia Tanjevic e Giancarlo Sarti, i quali a modo loro furono due grandi artefici del miracoloso scudetto del 1991. Trionfo che il Cavaliere non poté vivere perché venuto a mancare pochi anni prima. E così si apprezzò una sua ulteriore caratteristica, quella dell’essere lungimirante.
MAGGIO', PRESIDENTE ONORARIO NELLA NUOVA DIRIGENZA:
"VA CAPITO CHE I RISULTATI DI 30 ANNI FA SONO IRRIPETIBILI"
«Girando per la città ricevo sempre attestati di stima - ha osservato l’allora presidente del club bianconero Gianfranco Maggiò - per quel bellissimo momento che la mia famiglia ha regalato ai casertani». Poche settimane fa è stato festeggiato l’anniversario di quello storico tricolore che unisce un’intera città, un’intera provincia. «Man mano che passano gli anni mi rendo sempre più conto che quello che abbiamo realizzato è stato un qualcosa di straordinario - ha continuità Maggiò -, di cui forse all’epoca non abbiamo misurato adeguatamente la portata. E sono convinto che quello che è accaduto circa trent’anni fa è legato a tutta una serie di eventi irripetibili».
Se pensiamo ai proprietari della Juvecaserta che si sono succeduti negli ultimi quindici anni, bisogna senz’altro dire che a loro modo hanno cercato di tenere alto il nome di società e città. Non sempre ci sono riusciti, sia per problemi economici che a causa di beghe interne. Rosario Caputo è forse stato l’ultimo presidente che ha fatto davvero sognare i tifosi bianconeri, portando Caserta dopo la promozione in A ad una semifinale playoff e al preliminare di Eurolega. Per regalare quelle emozioni al popolo casertano, però, Caputo ha fatto il passo più lungo della gamba causando non pochi problemi a livello di bilancio. Con i conti perennemente in rosso Francesco Gervasio, Raffaele Iavazzi e Carlo Barbagallo hanno cercato di fare di necessità virtù, riuscendo anche a far coincidere raramente i costi con i risultati. Ma la crisi economica che ha attanagliato l’Italia, ed il Mezzogiorno in particolare, non ha risparmiato neppure le realtà sportive come la Juvecaserta.
«Il tifoso casertano è molto appassionato - ha continuato Gianfranco Maggiò -, legato alla pallacanestro tanto da andare addirittura oltre alla vicenda sportiva, perché vissuto come un mezzo di riscatto per le tante cose che non funzionano nella nostra città. Per questo quando avvengono cose come l’esclusione dal campionato dello scorso anno, viene vissuta in maniera amara, come fosse un tradimento. Devo anche dire che il tifoso casertano deve capire che con i tempi che corrono certe aspettative, definiamole esagerate, di poter rivedere una pallacanestro del calibro di quella che si è vista all’epoca dello scudetto sono impossibili. Oggi Caserta non offre potenzialità tali da poter sostenere una società che militi ad alti livelli. Bisogna stare con i piedi per terra e accontentarsi di vedere anche una squadra che non giochi in serie A - ha concluso Maggiò - e che non competa per i primi posti».
PER IL MOMENTO E' SICURA LA RIPARTENZA DALLA SERIE B,
CON UNO SGUARDO ATTENTO AD UN POSSIBILE TITOLO DI A2
Certamente l’ambiente non ha risposto appieno negli ultimi anni. Più volte alle richieste di partecipazione in massa della società la cittadinanza non ha risposto presente. Basti pensare che ogni stagione ci si fermava poco sotto i duemila abbonamenti, con un PalaMaggiò che anche nelle gare di cartello presentava diverse macchie vuote sugli spalti. Inoltre quando un manipolo di sostenitori bianconeri ha lanciato l’idea dell’azionariato popolare per supportare le spese economiche del club, fu davvero irrisoria la somma che si riuscì a raccogliere. Insomma Caserta città di basket solo a parole, e non con i fatti. Ed è proprio in questa direzione che sembra iniziare la propria attività il nuovo sodalizio che vede proprio Gianfranco Maggiò nella carica di presidente onorario, e dell’ex direttore generale Antonello Nevola nel ruolo di amministratore delegato. La Juvecaserta 3.0 ripartirà dal trasferimento di sede di Venafro che ha conservato la categoria della serie B pur passando attraverso i playout. E la tifoseria sembra già spaccarsi. In molti infatti ritengono che la società nascente non meriti fiducia, sostenendo una “cacciata dei mercanti dal tempio” visto che si paventa la presenza di Iavazzi dietro le quinte, il principale imputato per l’esclusione dell’estate scorsa.
Da questo punto di vista è senz’altro colpa della nuova dirigenza, che dalla conferenza stampa di presentazione dello scorso gennaio ancora non ha fatto capire chi sono gli imprenditori che compongono la società. La trasparenza è la principale causa di disamore da parte dei casertani per il basket. Nevola, nel frattempo, sta sondando il terreno per cercare un titolo di A2, anche se di società disposte a cederne non ce ne sono all’orizzonte. Non sono andate a buon fine le trattative con Mantova, Bergamo, Ferrara e Roseto che hanno deciso di proseguire l’attività senza nascondere difficoltà economiche. «Il mercato dei titoli è una situazione sempre in divenire - ha raccontato Nevola -, quindi monitoriamo qualsiasi cosa. Certamente abbiamo un titolo di B ed è da lì che ripartiremo. Con che tipo di aspettative dipenderà dal budget che riusciremo a costituire. Caserta è una piazza importante, e quindi sicuramente si cercherà di allestire una squadra che sia competitiva sin da subito». La cosa positiva è che in un modo o in un altro ritorna la pallacanestro in città a distanza di un anno.


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