venerdì 29 maggio 2020

I video di Basket Timeout: G-League Ep. I

I video di Basket Timeout: G-League Ep. I

Nell'ultimo periodo la G-League è salita alla ribalta delle cronache per aver ingaggiato i migliori liceali strappandoli alla Ncaa. Ma quanto la conoscete come campionato e chi vi ha giocato in passato? Con l'amico Domenico Landolfo una panoramica tra storia e presente. 


BASKET. L'inchiesta: Si torna in campo solo con il pubblico

Per Lega Nazionale e Lega Femminile il danno economico può essere esiziale

Si torna in campo solo con il pubblico

Braccio di ferro tra Giba e LNP per il taglio dei compensi.
Marzoli: «Non possono pagare solo gli atleti. Ma ricominciamo al più presto»


di Giovanni Bocciero*


L’emergenza Covid-19 ha congelato in toto la stagione sportiva, e la FIP è stata tra le prime federazioni a prendere la drastica decisione di sospendere qualsivoglia attività. Tirato un trattino sui campionati 2019/20, adesso bisogna fare i conti con i danni, soprattutto economici, che questo ha comportato, e rimboccarsi le maniche per garantire un futuro quanto più chiaro e sicuro possibile per tutto il movimento.
«Abbiamo trasmesso alla FIP la volontà della maggioranza dei club - ha esordito il presidente LNP Pietro Basciano -. La Serie B è stata dichiarata conclusa a seguito dell’emergenza sanitaria sempre più grave. Il 13 marzo l’85% delle società restava in attesa di sviluppi o confidava nel poter ripartire. Due settimane dopo il 70% era a favore della chiusura. In A2 prevaleva ancora una linea attendista, ma subordinata alla richiesta di tornare in campo solo a porte aperte essendo i proventi della biglietteria fondamentali. Non è stato possibile».
La sospensione della stagione ha causato danni economici, e molte sono le preoccupazioni per il futuro. «Come per tutte le realtà sportive - ha continuato il presidente LNP -, la sospensione ha creato una situazione anomala e senza precedenti. Abbiamo rapporti consolidati con partner commerciali e televisivi, e ripartiremo da lì. La possibile riduzione degli investimenti da parte delle aziende, invece, è un’eventualità che tocca tutti gli ambiti degli sport che si reggono sulle sponsorizzazioni. Una realtà con cui si doveva fare i conti prima del Covid-19. Solo quando le aziende, e di conseguenza l’economia, si rimetteranno in marcia capiremo la portata reale di questa crisi. Diventerà fondamentale saper gestire le risorse». Ma che stagione sarà la prossima? «Con LBA è stato indicato il 15 giugno come data per consentire ai club un eventuale riposizionamento in un campionato diverso dal proprio. Così come tra A2 e B. Riposizionamenti e ripescaggi dipenderanno dalle vacanze di organico ed al mantenimento del numero pari di squadre. Strutture e formule saranno valutate solo noto il numero delle partecipanti. Intanto abbiamo ottenuto il posticipo di iscrizione e del pagamento della prima rata del campionato 2020/21 al 31 luglio, e dal direttivo LNP è emerso, all’unanimità, che il prossimo campionato dovrà svolgersi a porte aperte, subordinando la data di inizio a questa condizione».
Pietro Basciano e la LNP non vogliono saperne di ripartire a porte
chiuse. "La ricetta per ripartire è una sola: la sostenibilità dei club.
E questo potrebbe portare a un basket più virtuoso".
Pur tra le difficoltà bisognerà ripartire con l’applicazione di misure ad-hoc, magari diminuzione di squadre e più incentivi per l’utilizzo degli italiani? «Le squadre di A2, già ridotte da 32 a 28 per alzare la qualità, non aumenteranno. Dovessero ridursi valuteremo le ricadute. Quanto ai NAS, apriremo un tavolo di lavoro, con la partecipazione delle componenti interessate, per un riesame della normativa. La ricetta per ripartire è una sola: la sostenibilità dei club. Questo porterebbe ad avere un sistema-basket più virtuoso». Al centro della ripartenza non possono non esserci i giocatori, che lo scorso 1 maggio hanno lanciato una protesta via social chiedendo maggiori tutele. «Le ultime settimane sono state solo di polemica e non hanno permesso chiarimenti. È necessario un dialogo. Noi lo abbiamo aperto, ma ci siamo imbattuti in interlocutori che non hanno dimostrato interesse nell’ascoltare le nostre proposte. Conosciamo bene gli atleti - ha concluso il presidente LNP - e siamo disponibili ad ascoltare e costruire un percorso insieme».
Come detto, al centro della ripartenza dell’intero movimento gli atleti sono imprescindibili. «L’emergenza ha cambiato il mondo della pallacanestro e lo sport in generale. Credo che l’obiettivo, non solo della Giba - ha dichiarato il presidente Alessandro Marzoli -, sia quello di riprendere a giocare il prima possibile ma con la sicurezza che si possa fare nelle giuste condizioni. L’anno che verrà sarà diverso dal solito. Se riusciremo a trovare le giuste chiavi credo che il basket potrà essere motivo di ripartenza, anche sociale, perché il pubblico non vede l’ora di ritornare a vedere e a parlare di basket giocato».
In questo momento di emergenza si sta molto discutendo delle tutele contrattuali dei giocatori e della proposta di un ritorno al dilettantismo per l’A1. «Come pallacanestro siamo stati precursori di un accordo nazionale giocatori-club per una riduzione consensuale degli importi rimanenti. Si è trattato di reciproche rinunce tra le parti - ha continuato il presidente Giba – con gli atleti che militano in LBA che hanno rinunciato a parte dei loro compensi. Diverso il discorso per i dilettanti, dove non c’è stata una simile sensibilità da parte della LNP. Non possono essere gli atleti, che fanno dello sport un’attività esclusiva o prevalente, e che non guadagnano grosse cifre, a doverci rimettere di più. Nonostante la sensibilità dei giocatori, anche al femminile, in alcune realtà dilettantistiche non abbiamo visto attenzione. Non c’è, poi, alcuno spazio per poter ipotizzare un ritorno al dilettantismo in A1. Sarebbe un danno grave con ripercussioni economiche. Il professionismo - ha osservato Marzoli - permette di avere campioni come Teodosic, che invece con un sistema dilettantistico non potremmo permetterci. È chiaro che il costo del lavoro professionistico nello sport è molto alto, ed è giusto che ci sia una diversa fiscalità ed una minore tassazione».
Massimo Protani illustra i problemi del basket femminile post
pandemia. "Siamo stati i primi a fermarci, torneremo in condizioni
di assoluta sicurezza: lo dobbiamo alle nostre ragazze"
L’opinione sulle proposte di ristrutturazione dei campionati e degli obblighi di utilizzo dei giocatori? «L’organizzazione dei campionati è rimessa ovviamente a federazione e leghe, che decideranno le formule migliori in base alle disposizioni legislative su mobilità e possibilità di contatto tra atleti. Sarebbe bello che tutte le partite si possano svolgere con il pubblico, ma almeno nella prima fase potrebbe non essere possibile. Per il numero dei giocatori che possono essere tesserati, magari in un momento di difficoltà negli spostamenti è l’occasione per investire su atleti di formazione che non hanno ancora avuto possibilità di confrontarsi al massimo livello. Questo potrebbe essere utile in ottica nazionale - ha concluso il presidente Giba -, per questo mi piace l’idea di Cremona di una squadra a trazione italiana».
Ovviamente anche la lega femminile è attenta ai temi che sono sul tavolo in questo periodo. «Siamo stati i primi, come LBF, a sospendere l’attività dopo varie considerazioni - ha dichiarato il presidente Massimo Protani -. Abbiamo capito che era difficile tornare a giocare senza mettere in pericolo la salute, e in particolare ci siamo soffermati sulla responsabilità che poi sarebbe ricaduta sui presidenti delle società. Non abbiamo forzato la mano aspettando la ripresa, e abbiamo avuto ragione visto che le tempistiche si stanno protraendo sempre più. Le perdite sono molteplici e a tutti i livelli. Quello che ci inorgoglisce è che quasi tutti gli accordi di sponsorizzazione sono stati rispettati». Quali saranno i passi da compiere per il futuro? «Bisognerà fare grandi sacrifici per stare accanto alle società affiliate. Per quanto riguarda la struttura dei campionati cercheremo di mantenere la formula dell’A1 a 14 e dell’A2 a 28 squadre. L’emergenza ha messo e metterà a dura prova l’economia, e questo comporterà un bagno di sangue per tutti. Le nostre realtà dovranno essere aiutate da federazione e lega. Vogliamo tornare a giocare, e siamo convinti che è prioritario riportare la gente nei palazzetti. Alle bambine del minibasket e del settore giovanile dovremo dare la giusta sicurezza e tranquillità per riprendere l’attività. Il nostro movimento si fonda su quest’aspetto – ha concluso il presidente LBF Protani -, che ha una valenza sociale».



* per la rivista BASKET MAGAZINE

lunedì 20 aprile 2020

I dollari della G-League risolvono il problema "pagamenti" al college


Di Nico Landolfo e Giovanni Bocciero

Non è un caso, non lo è di certo e le tracce sembrano far pensare ad un piano ben architettato. Altrettanto inverosimile è che la rivoluzione americana del mondo sportivo arrivi nel momento in cui si devono massimizzare i guadagni perché tutto il mondo – e parecchi stipendi con esso – sono belli che messi in freezer. La scelta di coach Sam Mitchell per la franchigiadella California del Sud della G-League, una delle "special ones" che avranno calendario speciale e soprattutto che vedranno tra le proprie fila i top prospect delle HS che non sceglieranno il college. Quindi sarà l’ex coach dei Raptors – anche coach dell’anno NBA nel 2007 - a supervisionare la maturazione cestistica di Jalen Green, colui che ha scavalcato il muro, l’asteroide che distrugge le fondamenta giurassiche delle certezze del basket “fatto in casa” made in USA. Non è buttata lì la scelta di Mitchell, uno che era stato sputato dalla NBA (3° giro, 54ma scelta di Houston al draft 1985), che ha dovuto guadagnarsi da vivere tra campionati militari, la Francia (a Montpellier sotto coach Pierre Galle) e soprattutto la vecchia CBA (Wisconsin Flyers e Rapid City Thrillers), ossia la vecchia lega di sviluppo. Sarà questo, sarà altro, prima ad Indiana che poi soprattutto a Minnesota, il suo ruolo è importante, ma anche e soprattutto quello di mentoring di giovani prospetti. E se il nome di Kevin Garnett, che divenne il suo protetto nell’anno da rookie, può essere indicativo, si capisce perché il Commissioner Shareef Abdul-Rahim abbia pensato proprio all’ex coach di Andrea Bargnani a Toronto – tra i tanti allenatori senza pino su cui sedere – per la sua prima nuova franchigia della “nuova era” targata G-League.


Non è un caso la scelta di Mitchell, a maggior ragione per i suoi precedenti. Un incarico, quello cucitogli su misura come un abito, che assomiglia ad un ponte tra il liceo ed il professionismo così da bypassare appositamente il college. Solo un anno fa, infatti, Mitchell era assistant coach di Penny Hardaway a Memphis. Università che quest’anno si è accaparrata le prestazioni del miglior prospetto degli States James Wiseman, e altri cinque prospetti della Espn top 100. Il reclutamento di Wiseman è poi finito sotto inchiesta, con squalifica del giocatore che ha deciso di lasciare anzitempo l'università e prepararsi individualmente per il prossimo draft che lo vedrà essere chiamato con una delle prime tre scelte. La domanda che bisogna porsi, adesso, è però un altra. La Ncaa sopravvivrà senza i top prospect? La risposta: sì. Le storiche rivalità, la March Madness, sono troppo coinvolgenti ed appassionanti, e poi alla fine vince sempre l'università con il miglior sistema di gioco e non quella con i talenti. E allora c'è da pensare. Se è vero che il tutto sembra così ben architettato, non può esserci che ci sia il placet della stessa Ncaa. E allora altro che "dito medio della NBA". Insomma, così facendo la commissione del college si toglierebbe una volta per tutte l'incombenza di dover stare appresso a questi giovani talenti e indagare se vi siano stati dei "pagamenti" o meno nella scelta del college. A pensar male si fa peccato ma spesso si indovina.



venerdì 20 marzo 2020

Nazionale - L'Italbasket del futuro

Belle indicazioni dalla prima finestra internazionale degli azzurri: battute largamente Russia ed Estonia, il Ct Sacchetti può sorridere

Con Ricci, Spissu e Vitali nasce l'Italia del futuro

A giugno nel Preolimpico ancora in campo la vecchia guardia, ma per l'Eurobasket 2021 la Nazionale sarà profondamente rinnovata. Positivo l'esordio, a soli 17 anni e un mese, del giovane Spagnolo, è piaciuta l'intensità espressa dalla squadra, la solidità in difesa, la fantasia in attacco e la voglia di divertirsi.



di Giovanni Bocciero*



Un Italbasket giovane, frizzante, divertente e intensa ha raccolto due belle vittorie nella prima finestra delle qualificazioni all’Europeo 2021 di Berlino. Seppur queste affermazioni a poco contino sportivamente parlando, visto che la Nazionale azzurra è di diritto già qualificata alla competizione continentale essendo l’Italia uno dei quattro paesi ospitati la fase finale, le prestazioni possono invece far sorridere e non poco il Ct Meo Sacchetti.

IL RITORNO A NAPOLI. Il viaggio di questa nuova versione della Nazionale di basket ha avuto inizio a Napoli, dove è stata affrontata e battuta la Russia. Un ritorno degli azzurri atteso da ben 51 anni nella città capoluogo di regione, che ha risposto presente riempiendo il PalaBarbuto e facendo sentire tutto il proprio calore. Mancava da troppo tempo l’Italia al Sud, da quella sconfitta del 1969 contro la Spagna valevole per il terzo posto all’Europeo, e si spera che possa essere benaugurante per la crescita del gruppo che ha avuto tra le proprie fila tanti esordienti (sei contro la Russia: Marco Spissu, Michele Ruzzier, Matteo Spagnolo, Giordano Bortolani, Nicola Akele e Matteo Tambone). Anche e soprattutto per scelta di Sacchetti, che ha preferito seguire la filosofia della linea verde senza però voler sentir parlare di Nazionale sperimentale. È importante allargare la base dei giocatori da cui poter attingere, e lo si può fare soltanto alzando il livello. E a Napoli si è vista una Nazionale giovane e volenterosa, che dopo aver superato un approccio alla gara piuttosto teso ha sciorinato una prestazione in pieno stile ‘run and gun’.
Ma soprattutto hanno colpito due fattori: l’intensità e il divertimento. Sul primo, c’è da sottolineare come ogni giocatore andato in campo non faceva abbassare l’intensità proposta in difesa dalla squadra. Ognuno ha portato il proprio mattoncino, e spesso quando si difende bene si tende ad attaccare meglio. E infatti gli Azzurri offensivamente sono stati quasi debordanti, facendo ottime letture, colpendo dalla lunga distanza e passandosi il pallone con il sorriso stampato sul volto. Insomma, si vedeva che erano proprio loro i primi a divertirsi, e di conseguenza a far divertire il pubblico napoletano che ha festeggiato la vittoria intonando un cavallo di battaglia: ‘O surdato ‘nnammurato.

IL CORAGGIO DI SACCHETTI. Coach Sacchetti non è certo persona restia ad accettare le sfide, e lo ha dimostrato nella sua carriera da allenatore di club. Una carriera fatta di tanta gavetta iniziata nelle serie minori. Ha dimostrando sul campo il suo coraggio nel prendere certe scelte, conquistandosi il rispetto e la panchina azzurra. E anche a Napoli ha continuato a far vedere tutto il coraggio che ha, facendo esordire il giovanissimo Matteo Spagnolo.
Il ragazzo in forza al Real Madrid ha così indossato la maglia azzurra all’età di 17 anni, 1 mese e 14 giorni, risultando il terzo più giovane che ha giocato in Nazionale maggiore dopo Vinicio Nesti (16 anni, 3 mesi e 4 giorni) nel 1948 e Dino Meneghin (16 anni, 8 mesi e 3 giorni) nel 1966. Inoltre Sacchetti ha eguagliato lo storico Ct azzurro Elliot Van Zandt facendo esordire due minorenni in prima squadra. Oltre Spagnolo l’altro è Nico Mannion (17 anni, 3 mesi e 17 giorni) nel 2018. Ebbene per l’ex Stella Azzurra non poteva esserci forse palcoscenico migliore. Lui, un figlio del Sud, brindisino di nascita che esordisce a Napoli, con il pubblico che gli ha intonato cori festanti ad ogni tocco di pallone, e che è esploso in un boato quando con personalità ha segnato il suo primo canestro. Ovviamente nel post gara il Ct ha subito voluto smorzare i facili entusiasmi: «È un ‘bimbo’, lasciamolo crescere. Se sarà, diventerà un ottimo giocatore».

IL GIUSTO ATTEGGIAMENTO. «Noi italiani siamo abituati a cullarci sugli allori. Sarà importante vedere l’atteggiamento dei ragazzi nella prossima partita», aveva avvertito Sacchetti dopo la bella affermazione di Napoli, magari ricordandosi della debacle in Olanda dopo l’ottima prestazione contro la Croazia nella finestra FIBA dell’estate 2018. Questa volta gli azzurri hanno reagito bene nella trasferta in Estonia, centrando la vittoria e giocando con maturità. Si è vista un’Italia meno divertente e gioiosa rispetto alla gara precedente ma più solida e quadrata che ha saputo ribaltare il risultato in un ambiente di certo ostico. E in una tale circostanza era logico affidarsi a quei giocatori più esperti, come il capitano di giornata Michele Vitali e Giampaolo Ricci, tra i migliori anche contro la Russia. Si sono presi le loro responsabilità, segnando i canestri decisivi, gestendo i possessi importanti e coinvolgendo i compagni.
Nonostante i tanti, forse troppi rimbalzi offensivi concessi agli avversari, gli azzurri hanno difeso bene, precisi e attenti. In attacco si sono viste ancora ottime letture, azioni costruite con passaggi e movimenti senza palla. E addirittura si è vista anche un po’ di fisicità (forse il neo perenne della Nazionale) con i vari Nicola Akele e Simone Fontecchio. Quest’ultimo ha ritrovato l’azzurro e in queste due gare ha dimostrato che può dire la sua. Ma davvero tutti, dal primo all’ultimo, si sono resi utili alla causa. È senz’altro questa la miglior risposta per Sacchetti, il giusto atteggiamento con il quale costruire qualcosa di nuovo.

L’OBIETTIVO A BREVE TERMINE. Il cammino verso l’Eurobasket 2021 è iniziato con due belle affermazioni, ma l’obiettivo a breve termine della Nazionale è senz’altro il Preolimpico del prossimo 24-28 giugno. A Belgrado i primi ostacoli degli azzurri saranno Senegal e Portorico, ed è pronosticabile una finale contro i padroni di casa della Serbia. Nonostante le tante giovani promesse, per quella competizione l’Italia non potrà fare assolutamente a meno di giocatori del calibro di Danilo Gallinari, Nicolò Melli, Gigi Datome, Marco Belinelli, ma anche di Alessandro Gentile, Awudu Abass e Stefano Tonut tanto per citare tre che erano stati inseriti nella lista dei 24 convocati per questa finestra FIBA, e nemmeno dei “milanesi” Amedeo Della Valle, Jeff Brooks e Paul Biligha. Insomma stiamo parlando forse di un’altra squadra, totalmente differente da quella vista contro Russia ed Estonia, che in entrambe le versioni presenta un unico grande punto interrogativo: la cabina di regia.
Con l’addio all’azzurro di Daniel Hackett, e il rapporto non idilliaco tra il Ct e Luca Vitali e Ariel Filloy, bisogna trovare un play adatto al compito che possa reggere la pressione. Marco Spissu ha esordito molto bene, viaggiando nelle due gare alle medie di 9.5 punti, 9 assist e 16 di efficienza, e sembra il principale indiziato a ricoprire tale ruolo. Andrea De Nicolao, anche lui tra i 24 convocati, sembra funzionare meglio da backup, così come le giovani stelline al di là dell’oceano Nico Mannion e Davide Moretti che sembrano più delle combo-guards che registi puri. Senza dimenticare Federico Mussini che possiede tutte le qualità del caso, ma che deve ritrovare la consapevolezza dei propri mezzi.
E poi la Federazione e il Gm Salvatore Trainotti stanno lavorando per poter convocare al Preolimpico anche gli italo-americani Donte DiVincenzo, sempre più protagonista in NBA, e Paolo Banchero, tra i migliori cinque prospetti liceali degli Stati Uniti per la classe 2021.

A questo punto ci auguriamo che se la Nazionale ha ritrovato Napoli dopo 51 anni, e l’ha fatto con una bella vittoria; che possa ritrovare anche la qualificazione all’Olimpiade dalla quale manca da ben 16 anni. Si trattava infatti dell’edizione dei Giochi di Atene, quando l’Italia fu capace di conquistare addirittura la medaglia d’argento. E lo fece con un gruppo coeso, che lavorava sodo e che aveva coraggio da vendere. Proprio come Meo Sacchetti.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 18 marzo 2020

La vita in Italia di Kobe Bryant - La leggenda è nata a Rieti

Il suo primo coach: "Passione illimitata,
è nata qui la Mamba-Mentality"

La leggenda di Kobe è nata a Rieti, dove approdò a sei anni e dove è rimasto semplicemente "il figlio di Joe"


di Giovanni Bocciero*


RIETI - Il viaggio di Kobe Bryant in Italia ha avuto inizio alle pendici del Terminillo, quando aveva soltanto sei anni. Seguendo i trasferimenti del papà Joe ha poi fatto su e giù per la nostra penisola, ma è a Rieti che è nata la leggenda del Black Mamba. Dal 1984 al 1986 ha frequentato le scuole primarie di Lisciano e il palasport di Campoloniano. Alla sua scomparsa la città ha vissuto giorni molto tristi, proprio come quando 15 anni fa vi fu la dipartita del beniamino Willie Sojourner, al quale è stato poi intitolato il palazzetto.
«È come se fosse morto uno di famiglia - ha detto il suo primo allenatore in Italia, Gioacchino Fusacchia -. Era un figlio adottivo di Rieti». La tifoseria reatina e la NPC Rieti, con la partecipazione del Comune e della Provincia di Rieti, lo hanno ricordato nella gara dello scorso 5 febbraio con una cerimonia che ha visto l’apposizione della maglia numero 24 dei Lakers al soffitto del palasport dove Kobe ha mosso i primi passi da cestista. Inoltre, sembra sia stato già avviato l’iter per l’intitolazione di una strada cittadina al figlio di Joe.
Il tributo del PalaSojourner di Rieti, dove Kobe ha vissuto i primi anni
della sua infanzia. Fusacchia: "Restava ad allenarsi per ore anche con
i più grandi e non gli si poteva dire niente: era il figlio del mitico Joe" 
Sì, perché anche se Kobe ha avuto una carriera molto più prestigiosa del papà, a Rieti rimarrà sempre il figlio di Joe. «A quell’età non si può capire se un ragazzo diventerà qualcuno - ha continuato Fusacchia -, quindi è inutile fare un certo tipo di affermazioni. Di sicuro rispetto a tanti suoi coetanei aveva una passione illimitata, che con il tempo è poi diventata la sua più grande ossessione fino a plasmare la Mamba mentality. Quando veniva in palestra faceva allenamento con il suo gruppo, e poi rimaneva anche con i gruppi giovanili più grandi. Giocava per diverse ore consecutive, senza tregua, e non gli si poteva dire nulla perché era il figlio del mitico Joe».
Quando non era impegnato a scuola o in palestra si incamminava verso il campetto degli Stimmatini dove continuava a tirare imperterrito ad un canestro. Eppure quelle strade, una volta lasciate, non l’hanno visto mai fare ritorno. Con Rieti è mancato quell’imprinting tanto che il giornalista Luigi Ricci ha messo addirittura in discussione se se la ricordasse. La città avrebbe voluto essere più partecipe nella vita del Black Mamba, tanto che sembra nel 2003 il Comune abbia tentato di conferirgli un riconoscimento andando fino a Los Angeles ma senza riuscire a combinare la cosa per i suoi molteplici impegni.
Nonostante ciò, la città può senz’altro fregiarsi del ruolo di plantageneta della leggenda Bryant, come sempre ricorda Ricci. È qui che Kobe ha iniziato a giocare a pallacanestro e ad imparare l’italiano prima di girovagare per la nostra penisola. Quell’italiano che gli apparteneva così tanto che quando ha fatto ritorno negli Stati Uniti non riusciva più a capire lo slang dei giovani afroamericani. «L’ho visto per l’ultima volta a Torino, quattro o cinque anni dopo che se ne andò - ha detto Fusacchia -, ad un torneo giovanile quando giocava a Reggio Emilia. Fu carino a venire a salutarci e fare delle foto con i suoi vecchi compagni. Purtroppo è vero che a Rieti non ha più coltivato le amicizie, ma bisogna comunque considerare che era un bambino e i suoi ricordi non erano così nitidi come altrove. Sarebbe potuto ritornare se il papà Joe fosse diventato allenatore della Sebastiani tempo fa. Ma so per certo, tramite quella che fu l’interprete della mamma Pamela qui in città e che ha continuato ad avere rapporti con la famiglia Bryant a distanza di anni - ha concluso l’allenatore -, che sarebbe voluto ritornare in ogni caso».


* per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 22 gennaio 2020

Cultura sportiva! Dove e come si insegna?

Cultura sportiva!
Dove e come si insegna?


La tradizione sportiva italiana è lunga quasi quanto la sua storia. In quasi tutti gli sport, sia individuali che di squadra, l’Italia può vantare numerosi successi. Tuttavia la tradizione e le vittorie spesso non sono accompagnate da atteggiamenti consoni ad una cultura sportiva.
Questo dislivello tra successi e comportamenti ha un grande responsabile nella mancanza di un programma politico sportivo che comprenda normative adatte e mirate a sviluppare la cultura dello sport, che ha radicato nelle persone che praticano attività agonistiche o che semplicemente le seguono una visione distorta di ciò che è realmente lo sport e soprattutto di come lo si dovrebbe vivere.

Cos’è la cultura? La cultura è un concetto ampio e dalle diverse sfaccettature. Il suo significato lessico è “insieme delle conoscenze relative a una particolare disciplina”. La cultura è quindi sapere. In sociologia, invece, per cultura si intende “l’insieme dei valori, simboli, modelli di comportamento e attività materiali che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale”. Quindi la cultura è anche valori. E grazie appunto al sapere e ai valori la cultura è simile ad un ponte fra ciò che è l’uomo e ciò che può diventare. Quindi la cultura è anche potenzialità. Ma la cultura è anche il prodotto di un processo di apprendimento e non qualcosa di innato. Pensiamo all’incontro fra culture diverse. Insomma la cultura è anche costruzione.

Lo sport è cultura? Lo sport possiede senz’altro tutti questi elementi: sapere, valori, potenzialità e costruzione. Sapere: conoscere il movimento fisico, gli stili di vita sani, le regole di uno sport. E fa parte del sapere anche imparare a conoscere se stessi e gli altri attraverso lo sport. Platone diceva che “si può scoprire di più una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione”. Valori: impegno, divertimento, coraggio, solidarietà, entusiasmo, salute, forza, rispetto delle regole e degli altri, gioco di squadra, vittoria, miglioramento, sono solo alcuni dei valori esistenti. A seconda del nostro sistema di valori le nostre azioni potranno essere molto diverse. Potenzialità: allo sport si conferisce una valenza pedagogica particolare. Le Nazioni Unite nel 2005 hanno promosso l’Anno Internazionale dello Sport e dell’Educazione Fisica che ha affermato che lo sport è “componente essenziale della nostra società perché trasmette le regole fondamentali della vita sociale ed è portatore di valori educativi”. Costruzione: Nelson Mandela diceva che “lo sport ha il potere di cambiare il mondo, di suscitare emozioni, di ricongiungere le persone, di risvegliare la speranza dove prima c’era solo disperazione”. Ad avvalorare ciò c'è un dato: aderiscono al Comitato Olimpico Internazionale 205 federazioni nazionali, mentre alle Nazioni Unite solo 192 paesi. Queste qualità, con regole e comportamenti di tutti gli attori coinvolti, possono contribuire a formare quella che possiamo chiamare cultura sportiva.

In Italia lo sport è considerato cultura? Attraverso lo sport si può educare un Paese. Gli antichi greci lo consideravano una palestra di vita, mentre per gli americani è il mezzo per il riscatto sociale. In Italia è visto come un divertimento, un passatempo, una scusa per evadere dai problemi quotidiani. Tutto nobile, tutto giusto, tutto consentito. L'aspetto negativo è quando una manifestazione sportiva diventa la valvola di sfogo delle proprie frustrazioni.

Dove si apprende la cultura sportiva? La risposta a questa domanda è la stessa di dove si apprende la cultura in generale. A scuola, ma anche dagli sportivi stessi. E soprattutto nelle ore di educazione fisica. “Educazione”, appunto. Le domande che forse dovremmo porci sono: quanti di noi sono stati davvero educati dalle ore di sport a scuola? Quanti possono affermare di aver appreso lezioni di vita utili per la quotidianità? Lo sport è uno dei massimi veicoli di aggregazione sociale, insegna il sacrificio e il rispetto che dovrebbero essere alla base di ogni società.

Lo sport è cultura. Secondo il Libro bianco dello Sport 2007 della Commissione Europea, lo sport ha quattro dimensioni: agonistico, preventivo, educativo, ricreativo. Oltre a migliorare la salute dei cittadini, ha una dimensione educativa e svolge un ruolo sociale, culturale e ricreativo. Pensate all’Universiade che solo lo scorso luglio si è svolta a Napoli e in tutta la Campania. Una metafora di università e stadio, il binomio perfetto di cultura e sport. In Italia il problema della mancanza di cultura sportiva si traduce nell’avversario che non è un rivale, ma un nemico; e si va allo stadio per offendere e non per sostenere. Lo sport è davvero cultura perché infondo non è solo un gioco, ma un vero e proprio stile di vita.

Tre sono le espressioni tipiche della condizione umana secondo la filosofia: il gioco, il rito e il mito. Possiamo definire lo sport la versione moderna e organizzata del gioco. Al gioco succede il rito, come per la religione, che è rappresentato da una gara. Il gioco e il rito sono le forme culturali legate all’azione, al corpo, alla prestazione. Il terzo stadio è il mito, pensate all’odierno idolo sportivo che non rispecchia lo stile di vita del popolo, perché tende ad imporre il proprio modello a tutte le altre persone. Come si veste, cosa utilizza, dove va, tutto diviene fenomeno da seguire. E questo non esclude neppure i comportamenti fuori e dentro il campo. C’è dunque il rischio, da parte dello sport, di contribuire al fenomeno della idolatria, così da ritrovarci una società riflesso dello sport e non lo sport riflesso della società.

Nello sport di alta prestazione, che è poi quello che maggiormente influenza lo spettatore sportivo, stanno contribuendo alla sua continua evoluzione l’impatto economico della sport industry, l’innovazione tecnologica e il peso dei media, che sono arrivati, ad esempio, a cambiare a seconda delle proprie esigenze le stesse regole dello sport. Sport e business sono strettamente legati verso il successo ad ogni costo. Lo sport, oggi, premia la cultura del successo, che sacrifica l’elemento del gioco in favore del risultato, che va raggiunto a qualunque costo, anche e soprattutto per gli interessi economici ad esso legati.

È dunque fondamentale saper riconoscere la differenza tra la vittoria, che deve essere perseguita e rincorsa fino alla fine, e la sconfitta, che deve essere accettata come parte integrante del gioco. Deve essere valutata la prestazione e non il risultato. Si tratta di mentalità ed educazione. Lo sport è uno strumento importante per accrescere e indirizzare le persone verso determinati comportamenti. E non stiamo parlando del futuro del giovane sportivo, ma del futuro del giovane cittadino.

La formazione di una cultura sportiva mira a sviluppare una mentalità vincente, non solo un vincitore da podio o da medaglia d’oro. Chi riesce a sviluppare una tale mentalità impara dall’esperienza sportiva a conoscere se stesso, i propri limiti e le proprie potenzialità. Acquisisce una capacità di apprendimento che gli permette di perseguire un miglioramento continuo. Dovremmo quindi ridefinire il concetto di successo e di vittoria domandandoci “come abbiamo corso?”, e non “come siamo arrivati?”. Vincere allora può voler significare non solo essere il migliore, ma anche fare del proprio meglio.

Bisogna essere spinti dal fair play, che non è una regola come le altre. Il fair play impone il rispetto delle regole del gioco ma anche delle regole non scritte e universali dell’umanità. Il fair play non vuole mai una vittoria a qualsiasi prezzo, bensì vuole il rispetto per l’avversario, i compagni e l’arbitro. E il fair play è ciò che unisce il dilettante e il professionista, che sull’aspetto morale devono essere uguali in tutto e per tutto.

Tutti conoscono le battute ciniche “vincere non è importante. È l’unica cosa” o “il secondo è il primo degli ultimi”. Forse però è meno nota la definizione “successo è il participio passato del verbo succedere”. Così l’orgoglio viene ridimensionato. Le sconfitte sono sicuramente più numerose delle vittorie. Allora uno dei valori educativi fondamentali dello sport è quello di imparare a perdere con grazia.

È utopia sognare una cultura sportiva? Forse il semplice fatto di sognarla è già un primo passo verso una sua più ampia diffusione. Non a caso il giornalista uruguaiano Eduardo Galeano diceva, riguardo all’utopia: “L’utopia è come l’orizzonte. Mi avvicino di due passi, si allontana di due passi. Faccio dieci passi e si sposta di dieci passi. Per quanto cammini, mai lo raggiungerò. Dunque a cosa serve l’utopia? A camminare”.

Il giramondo - Mekel...angelo, il re degli assist

Cresciuto nelle giovanili del Maccabi, ha poi vinto per due volte il titolo israeliano soffiandolo al club di Tel Aviv
Mekel...angelo, il re degli assist
Ha giocato in sei Paesi diversi, due produttive stagioni in Ncaa, due anni in Nba



di Giovanni Bocciero*



UN AUTENTICO GIRAMONDO che anche attraverso la pallacanestro ha potuto dare sfogo ad uno dei suoi maggiori hobby, quello di viaggiare. Gal Mekel da Ramat HaSharon, classe 1988, ha militato in tanti campionati diversi e vissuto esperienze così differenti l’una dall’altra che lo si potrebbe quasi definire un cittadino del mondo. Ma non mettente in dubbio il suo attaccamento per la Nazionale, perché lui è un israeliano orgoglioso.
Cresciuto in una famiglia molto numerosa (ha quattro fratelli e due sorelle, ndr), sin da adolescente alla Alliance High School di Tel Aviv ha praticato diversi sport, come il basket ed il tennis. Il primo è poi diventato il suo lavoro, il secondo solo un passatempo estivo. La scelta di dedicarsi completamente alla pallacanestro è stata una normale conseguenza dei primi successi raggiunti con la palla a spicchi tra le mani. Mettendosi in mostra prima tra le fila dell’Hapoel Tel Aviv e poi dell’A.S. Ramat HaSharon ha attirato l’attenzione del colosso israeliano Maccabi, col quale a 17 anni ha messo in bacheca il titolo del campionato giovanile 2005/06. Contemporaneamente iniziava ad essere anche un perno della formazione under 18 dell’Israele, con la quale al prestigioso torneo Albert Schweitzer si è fatto conoscere al mondo intero. Dall’altra parte dell’oceano ha fatto clamore la sua prestazione da 29 punti e 6 assist realizzata contro l’equipe statunitense, e così diversi college si sono fatti avanti offrendogli una borsa di studio. Providence, Southern California ma soprattutto Wichita State. Ha accettato l’offerta di quest’ultima, e con gli Shockers ha disputato due stagioni in Ncaa che sono state altamente formative in ambito sociale, culturale e cestistico. Non a caso ancora oggi la reputa una dei momenti decisivi della sua carriera. «La decisione di andare a giocare in un college americano - ha recentemente dichiarato Mekel in una intervista -, dopo aver militato nelle giovanili del Maccabi, credo sia stato il modo migliore per attenuare l’impatto nel passaggio dalle giovanili al professionismo. Oltre ad essere stata una grande esperienza, personalmente mi ha molto aiutato e credo che per chiunque sia una scelta da fare».

UN RAGAZZO INCONTENTABILE. In oltre dodici anni di carriera ha giocato in sei paesi diversi perché essendo uno che non si accontenta facilmente spesso e volentieri ha deciso di cambiare casacca anche a stagione in corso. Lo ha fatto per avere maggiore spazio ma anche per accettare sfide che in pochi si sarebbero sognati di affrontare. Come quando appena ritornato dall’esperienza negli Stati Uniti ha richiesto in ben due circostanze di essere ceduto alla dirigenza del Maccabi Tel Aviv. Era insofferente all’idea di giocare poco e sapeva di poter dare tantissimo. Così la società lo ha prestato all’Hapoel Gilboa, e lì ha praticamente fatto sfracelli. Nel 2009 ha vinto il premio di giovane promessa del campionato israeliano, mentre nel 2010 ha trascinato la squadra al titolo nazionale battendo in finale proprio il Maccabi, con cui aveva iniziato la stagione. Un anno dopo, pur senza riuscire a ripetersi col Gilboa ha vinto il premio di Mvp del campionato.
Re degli assist, Gal Mekel un playmaker di valore internazionale
A 23 anni è arrivato per la prima volta in Italia, a Treviso, e dopo una stagione sembrava essere arrivato il momento giusto per provare a solcare di nuovo l’oceano. C’era stato un abboccamento con gli Utah Jazz, ma poi ha deciso di firmare con il Maccabi Haifa e miglior scelta non poteva fare. La squadra era ambiziosa e Mekel si è rivelato la ciliegina sulla torta. Da incorniciare la sua prestazione da 21 punti e 7 assist che ha fatto registrare nella finale del campionato ancora contro il Maccabi, che è valsa titolo e di nuovo premio di Mvp. La maggior parte dei buoni giocatori israeliani giocano almeno qualche anno col blasonato Maccabi di Tel Aviv, lui invece si è rivelato una sorta di nemico pubblico. «Ho sempre voluto giocare per squadre che mi dessero fiducia - ha continuato a rivela Mekel -. Non accade spesso che il Maccabi non vinca il campionato israeliano, ed è stato incredibile batterlo due volte con due squadre diverse. È stato qualcosa di veramente fantastico, che ha dato speranza agli altri giocatori che il Maccabi non è l’unico posto dove giocare e che ci sono altri ottimi club in Israele. Purtroppo a volte le cose nella vita semplicemente non funzionano, e il destino ha voluto che io e il Maccabi non fossimo fatti l’uno per l’altra».
Dopo l’impresa con il Maccabi Haifa è approdato in Nba diventando il secondo giocatore israeliano di sempre a giocare nel campionato statunitense dopo Omri Casspi. Prima ha indossato la casacca dei Dallas Mavericks e poi quella dei New Orleans Pelicans. Ma purtroppo nella lega americana non gli è andata bene, e così nel febbraio del 2015 è ritornato in Europa per vestire prima la maglia dei russi del Nizhny Novgorod e poi quella dei serbi della Stella Rossa. A gennaio del 2016 si è trasferito di nuovo, firmando per la terza volta con il Maccabi Tel Aviv, con cui, questa volta, ha vinto la Coppa d’Israele nel 2016 e nel 2017. È stato poi ingaggiato dal Gran Canaria, l’anno dopo dallo Zenit San Pietroburgo, e l’estate scorsa è tornato in Italia.

NUOVI E VECCHI RECORD. Da come si evince, la carriera di Mekel è stata segnata da alcune prestazioni che ne hanno tracciato il percorso di crescita. Da israeliano orgoglioso ha sempre risposto presente alla chiamata della Nazionale disputando quattro edizioni dell’Europeo e venendo insignito nell’ultima competizione del grado di capitano. «Abbiamo una grande tradizione - ha dichiarato il giocatore -, e per me rappresentare la mia nazione è un onore». La gara perfetta con Israele l’ha giocata nel 2014, in occasioni delle qualificazioni all’Eurobasket contro Montenegro. Chiuse con una tripla-doppia da 14 punti, 11 rimbalzi e 11 assist che negli Stati Uniti gli valse il soprannome di “Mekelangelo”. Una partita a tuttotondo che non ha fatto altro che sottolineare le sue principali caratteristiche di giocare completo: realizzatore mortifero e passatore geniale. Proprio come quelli che sono stati i suoi modelli. Da giovane cercava di imitare Sarunas Jasikevicius, col quale può senz’altro condividere la poca fortuna in Nba; poi è rimasto incantato da Steve Nash che ha avuto l’occasione di seguire da vicino quando è stato in America. «Giocava nel mio ruolo ed era molto creativo. Mi ha senz’altro ispirato come giocatore».
Alcune settimane fa con la Pallacanestro Reggiana ha smazzato ben 14 assist nella vittoria contro Cremona, così da riscrivere il record della società e iscrivendosi di diritto nella sua storia. Con quella performance si è avvicinato al suo record personale di 16 stabilito nel 2016 con il Maccabi. Ma certamente quelle cestistiche sono qualità non superiori a quelle umane. A Reggio Emilia infatti lo stanno iniziando a conoscere anche come la persona magnifica che è fuori dal campo, e questo logicamente non può che far piacere. Con quella faccia d’angelo che si ritrova ha addirittura intrapreso una breve carriera da modello per la casa di moda israeliana Renoir. Imbeccato dalla moglie Danyelle Sims (figlia dell’ex cestista Willie Sims, ndr) che fa invece la modella per mestiere, si è cimentato in questa esperienza. «Sono stati due anni molto divertenti - ha rivelato Mekel - che mi sono piaciuti tanto». Questo dimostra che non ha certamente paura dei riflettori, deve solo trovare l’ambiente giusto dove emergere. E sin qui, con la maturità raggiunte, Reggio Emilia lo può diventare.




* per la rivista BASKET MAGAZINE

Il ritorno - Il viaggio di Petteway ricomincia a Pistoia

Dopo l'esaltante stagione in Toscana, le deludenti esperienze a Nanterre e Salonicco
Il viaggio di Petteway ricomincia a Pistoia
"Ho colto al volo questa opportunità: è come iniziare da zero. Salvezza? Possiamo fare di più"


di Giovanni Bocciero*


PISTOIA. Si dice che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Questa può essere la metafora giusta per Terran Petteway, l’ala polivalente che questa stagione ha deciso di ritornare a Pistoia per ritrovare un po’ di serenità nella sua carriera. Lui arrivò in Toscana, direttamente da oltreoceano, nell’estate del 2016 dopo aver provato a farsi largo in Nba e fortemente voluto da Enzo Esposito. In quella stagione mise in mostra tutto il suo talento, facendo registrare addirittura una prestazione da 43 punti con 10/14 da 3. Grazie anche alla sua esplosione Pistoia raggiunse i playoff coronando così l’ennesimo ottimo campionato. Sembravano aprirsi per lui le porte della pallacanestro d’élite, ma prima Nanterre (con cui esordisce in Champions League, ndr), poi al Paok Salonicco e lo scorso anno a Sassari, raccoglie delle delusioni che ne tarpano le ali. Non si sa se l’assassino torni sul luogo del delitto perché sia un pazzo, o perché sia furbo. Petteway è sicuramente tornato a Pistoia perché è l’ambiente dove può tornare a mostrare tutto il suo potenziale.
Dopotutto è cresciuto a pane e basket. «Ho cominciato a giocare a pallacanestro all’età di circa cinque anni - ha esordito -, spinto dal fatto che si trattava di una cosa di famiglia visto che anche i miei fratelli ci giocavano. Ho provato a giocare anche a football americano, ma il basket è sempre stata una costante per me». E se gli domandate cos’è che più gli piace del gioco, vi risponderà senza esitazione: «La competitività. Ogni volta devi competere contro qualcuno. Questo significa metterti alla prova, affrontare delle sfide, e lo devi fare davanti al pubblico. Questo è quello che preferisco del gioco».
Terran ha deciso di tornare a... casa. "Avevo un ricordo bellissimo
della città e dei suoi tifosi, l'ambiente migliore per mettermi alla
prova dopo due anni insoddisfacenti".
Nella sua carriera non ha avuto un avversario che davvero lo abbia impensierito più del dovuto, e neppure un punto di riferimento da emulare. «Ho giocato contro tanti giocatori, sia nelle varie pre-season Nba alle quali ho preso parte che giocando qui in Europa, che non saprei dire un avversario in particolare. È davvero difficile sceglierne solo uno». «Non ho un personaggio sportivo a cui mi ispiri in particolare forse perché - ha rivelato Petteway - perché non guardo molte partite nel tempo libero, ma mi dedico ad altro. Ad esempio quando non sono impegnato con gli allenamenti o le partite mi piace stare in famiglia e giocare alla playstation con gli amici. Cose normali che mi distraggono dalla routine». Senz’altro gli piace di più il rapporto umano vissuto che quello virtuale. Proprio per questo «non mi piacciono molto i social media, perché secondo me nell’usarli si nascondono più aspetti negativi che positivi. Per questo non li uso a meno che non debba proprio».
In campo è un ragazzo serio, abituato a fare i fatti, che si fa apprezzare soprattutto per questo. Fuori dal campo appare riservato, quasi introverso. Prega tutti i giorni ma «non direi di essere una persona religiosa, anche se posso affermare di credere in Dio. Non sono però un frequentatore assiduo della chiesa». Condanna ovviamente il razzismo anche se non è mai stato soggetto. «Fortunatamente non mi è mai successo personalmente di essere al centro di un episodio di razzismo. A volte sono stato fischiato insieme alla squadra, ma si è trattato di nulla di grave». L’anno prossimo negli Stati Uniti si voterà per il nuovo presidente e, quello attuale ovvero Donald Trump non è molto simpatico soprattutto agli atleti di colore per tanti suoi gesti ed esternazioni al limite proprio del razzismo. Su questo argomento Petteway è stato davvero di poche parole, perché alla domanda su cosa pensasse del presidente americano ha risposto con un secco «no comment». Altro grande tema di attualità è quello riguardante l’ambiente, e su questo ha risposto: «Non ho un’idea precisa, ma ovviamente capisco che è importante la salvaguardia del nostro pianeta».
Nell’ascoltare le sue risposte si capisce che si tratta di un ragazzo con la testa sulle spalle, che ha dei profondi valori. Ma non fatevi ingannare dal suo percorso di studi, perché la laurea in studi etnici che potrebbe incuriosire molti è stata una scelta molto ben oculata: «Se devo essere onesto, era la cosa più semplice da poter studiare». Inoltre è molto autocritico e sa perfettamente quali sono i suoi difetti: «Come tutti i giocatori, credo che ci sia sempre qualcosa su cui dover lavorare e migliorare. Io personalmente ho tante cose da migliorare - ha raccontato -, non solo una. La mia forza, però, credo sia quella di cercare di giocare per la squadra. Ci sto lavorando tanto, soprattutto dal punto di vista della mentalità. Voglio rimanere sempre positivo e trasferire questa positività agli altri».
Abbiamo detto che Pistoia solo tre anni fa sembrava la sua rampa di lancio. Lui che ha avuto un’ottima carriera collegiale all’università del Nebraska, tanto da provare anche a giocarsi le proprie carte in ottica Nba. Purtroppo il campionato professionistico americano non lo ha mai preso, finora, davvero in considerazione. Per questo ha ripiegato sul Vecchio Continente dove le varie esperienze che ha vissuto lo hanno forgiato più dal punto di vista mentale che da quello tecnico. E se gli domandante se è soddisfatto della sua attuale carriera, non aspettatevi parole dolci. «Sono grato per le opportunità che ho avuto sin qui, ma in realtà non sono ancora felice della strada intrapresa nella mia carriera. Nelle ultime due stagioni mi sono ritrovato a dover rescindere il contratto che avevo con le squadre, quindi non posso dire che siano stati anni positivi per me». Proprio per questo ha deciso di tornare a Pistoia, dove sembrava stesse spiccando il volo. «L’essere ritornato a Pistoia è stata un’opportunità per iniziare da zero, per mettermi alla prova. Sono grato di poter essere tornato qui, e che la società abbia creduto in me. Avevo dei bellissimi ricordi del campionato, della città, e soprattutto dei tifosi e, davvero, non posso che essere felice di essere tornato».
In questo primo scorcio di stagione si è percepito quanto Petteway sia stato segnato dagli ultimi anni non proprio esaltanti. Non a caso non è più quel giocatore accentratore che, forse, guardava più alle sue statistiche personali che alle prestazioni della squadra; ma sembra aver capito quanto sia importante rendere partecipi tutti i compagni tant’è che sono lievitate le assist che distribuisce. «Negli anni sono maturato molto. Soprattutto dopo le ultime due stagioni nelle quali sono stato tagliato, ho avuto tanto tempo per pensare a come reagire. E questo credo che mi abbia permesso di crescere sotto il punto di vista della leadership. Inoltre ho potuto lavorare tanto per migliorare alcuni aspetti del mio gioco. Oggi cerco di coinvolgere di più i miei compagni, anche perché tutti si aspettano che prenda il pallone e tiri. Sto lavorando per cercare di maturare ancora di più, e credo di essere sulla buona strada».
Quando lui giocò a Pistoia, nel 2016/17, è stato anche l’ultimo campionato il club è riuscito a raggiungere i playoff. Da tre stagioni infatti l’obiettivo primario è la salvezza. «Non possiamo pensare troppo al futuro - ha continuato Petteway -, ma dobbiamo concentrarci su ogni singolo giorno. Di questo ne parliamo molto nello spogliatoio. Dobbiamo pensare ad una partita alla volta, e vedere solo alla fine dove ci avrà portato questa mentalità. Ma una cosa la posso dire, ovvero che pensiamo davvero di poter fare bene in questo campionato». L’amalgama tra i giocatori, e l’unione d’intenti con l’allenatore Michele Carrea sono punti fondamentali per raggiungere i risultati. «Io e il coach abbiamo un buon feeling. Su alcune cose siamo d’accordo, su altre meno, ma non abbiamo mai avuto problemi a parlare, a confrontarci. Lavoriamo bene insieme e sono molto felice di questo rapporto che c’è tra di noi».
Oggi pensa a Pistoia, e alla salvezza. Ma quando smetterà di fare il giocatore, cosa vorrà fare Petteway? «Voglio senza alcun dubbio rimanere nell’ambiente, e ci spero tanto. Ho dedicato tutta la mia vita alla pallacanestro e voglio che continui a farne parte anche in futuro. Non importa se nel ruolo di allenatore o anche in altri modi, questo si vedrà più in là». Avendo giocato sia in Italia che in Francia, però, non potevamo non sottoporgli la domanda su quale due due paesi preferisce: «Senza alcun dubbio l’Italia, che è un paese fantastico. La Francia non mi è piaciuta molto, la trovo troppo lontana dal mio modo di essere. Anche e soprattutto per questo sono tornato molto volentieri in Italia».

LA SCHEDA
Terran Petteway è nato l’8 ottobre del 1992 a Galveston, in Texas. Al liceo ha guidato la locale squadra dei Tornados venendo nominato due volte quale Offensive player of the year e guadagnandosi un posto tra i dieci migliori talenti dello stato. Per questo sceglie di andare all’università di Texas Tech, quella di Davide Moretti, ma dopo un anno appena si trasferisce all’università del Nebraska dove si mette in luce come uno dei migliori marcatori della Big Ten. Dopo un anno trascorso in G-League si trasferisce a Pistoia e inizia a girare per l’Europa: Nanterre, Paok Salonicco, Sassari.



* per la rivista BASKET MAGAZINE

sabato 23 novembre 2019

Basket serie A2. Su la testa: Caserta e Napoli

Protagonista in serie A in tante delle stagioni precedenti, la regione riparte con due squadre che, nel torneo cadetto, si affiancano a Scafati

Napoli e Caserta piazze storiche, torna la Campania

Dopo il fallimento di Avellino, che riparte dalla serie B, le due squadre, dopo 'promozioni' diverse, si riaffacciano guidate da Pino Sacripanti e da un'icona come Nando Gentile


di Giovanni Bocciero*



UNA NUOVA STAGIONE si sta aprendo per la Campania dei canestri, sotto ogni punto di vista. Sicuramente ha colpito l’esclusione dalla massima serie della Scandone Avellino, che proprio all’ultimo giorno si è potuta presentare all’avvìo della serie B superando il blocco del mercato causato dal lodo esecutivo per le commissioni di Norris Cole ed altre azioni legali. Ma, mentre in Irpinia hanno di che soffrire dopo le ultime ambiziose annate - e augurandosi tempi migliori -, ritornano sul palcoscenico dell’A2 sia Napoli che Caserta. Percorsi differenti e soprattutto “promozioni” diverse, ma quel che conta è che la Campania dei canestri può ritornare a fare affidamento su due piazze storiche, che affiancheranno nel secondo campionato nazionale l’ormai consolidata Scafati.

UNA NAPOLI NUOVA DI ZECCA. La formazione del capoluogo di regione ritrova la serie A2 ad appena un anno di distanza dalla retrocessione in serie B, e soprattutto ritrova come impianto di gioco il PalaBarbuto. Dopo essere stata costretta ad esiliare al palasport di Casalnuovo, la GeVi Napoli Basket è tornata a giocare in città ma ha avuto un inizio di campionato più che tribolato. A pagarne immediatamente le spese è stato il coach, Gianluca Lulli, reo di non essere stato capace di compattare la squadra nelle prime due gare con relative sconfitte. Per il nuovo corso il presidente Federico Grassi non ha badato a spese, e così dopo aver acquistato il titolo sportivo di Legnano ha sottolineato l’ambizione della società facendo firmare un contratto triennale al tecnico Pino Sacripanti, di ritorno in Campania per la terza volta dopo le esperienze a Caserta prima (2009/13) e ad Avellino poi (2015/18).
Terrence Roderick, il 'Maradona' del basket napoletano in azione
Ambizione del presidente rimarcata con la costruzione della squadra, in cui tassello dopo tassello ha sempre più impreziosito il mosaico azzurro. Il quintetto è di prim’ordine, con il miglior straniero che l’A2 abbia mai visto in Terrence Roderick; il playmaker Diego Monaldi prelevato dalla serie A; due solide ali come Daniele Sandri e Stefano Spizzichini; e il centro statunitense Brandon Sherrod anche lui rodato in questo campionato ma subito messo in discussione dal neo coach che come primo rinforzo ha proprio chiesto un lungo. Ad impreziosire la panchina invece, c’è l’esterno Massimo Chessa.
La squadra assemblata è assolutamente da playoff, se non di più, e quest’anno avrà anche un palazzetto all’altezza. Grazie all’Universiade disputata a Napoli nel mese di luglio scorso, il PalaBarbuto è stato messo a nuovo. Dagli spalti al parquet passando per gli spogliatoi, la struttura che sorge difronte allo storico PalaArgento vivrà una seconda vita, offrendo ben altri servizi al pubblico. Nonostante ciò non mancano alcune carenze, come ad esempio i tabelloni elettronici noleggiati per la kermesse internazionale invece di essere acquistati, e dei quali sembra essersene fatto carico la stessa società. Certamente con queste premesse non dovrebbe essere complicato raggiungere il tutto esaurito ad ogni gara, visto che soltanto tre anni fa (la stagione della promozione sul campo in A2, ndr) l’impianto di viale Giochi del Mediterraneo era strapieno. A dimostrazione che il popolo napoletano è sì innamorato del “pallone” ma è anche affezionato alla palla a spicchi. Il tutto però è direttamente proporzionato ai risultati e all’atteggiamento dei giocatori, come già è stato dimostrato con l’esonero di Lulli.
Passando a faccende che riguardano esclusivamente il campo, invece, il veterano e capitano Francesco Guarino ha espresso la voglia di regalare la vittoria di un campionato alla città di Napoli, così come Roderick ha forse l’ambizione di consacrarsi definitivamente al basket che conta, dopo che proprio in terra campana (ad Agropoli nella stagione 2015/16, ndr) ha iniziato a far brillare la propria stella.
Inoltre, cosa da non sottovalutare, già dalla passata stagione il club azzurro si sta ramificando sul territorio per avviare un intrigante progetto che riguardi il settore giovanile. Alla base vi sono partnership con diverse altre società e soprattutto si è dato il via anche ad un reclutamento che guarda fuori regione. Un ottimo progetto che avvalora ancor di più la bontà del nuovo percorso cestistico avviato l’anno scorso a Napoli dal presidente Grassi. Sperando che l’intero ambiente non rimanga nuovamente scottato dalle alte ambizioni.

CASERTA TORNA A SORRIDERE. All’ombra della Reggia di Caserta è stata vissuta un’estate sui generis, ma per una volta c’è stato il lieto fine soprattutto dopo la grande delusione della passata stagione agonistica. La JuveCaserta dopo aver dominato la regular season ed esser stata poi estromessa amaramente dai playoff di serie B, ha provveduto ad un vero e proprio restyling della squadra. Via coach Massimiliano Oldoini, indicato anche ingiustamente come capro espiatorio del fallimento, si è dato il benvenuto ad una bandiera della squadra che vinse lo scudetto del 1991 come Nando Gentile. Il campionissimo di Tuoro (piuttosto attivo nelle ultime due stagioni affiancando progetti di società minori della città, ndr) ha accettato la missione di riportare il club bianconero lì dove merita, ma la tifoseria che subito si era stretta intorno al nuovo condottiero considerato più di un semplice allenatore a Pezza delle Noci non ha fatto mancare diverse critiche dopo l’inizio negativo. Dimenticando che Caserta era stata costruita per la serie B ed è stata costretta a modificare il roster in corsa, epurando quei giocatori che dall’oggi al domani non facevano più al caso del progetto tecnico.
Nando Gentile è tornato a casa come allenatore
Nonostante il destino abbia cambiato le carte in tavola, con l’Amatori Pescara che ha alzato bandiera bianca difronte al controllo della Com.Te.C. così da aprire le porte del ripescaggio in A2 alla JuveCaserta, la dirigenza ed in particolare l’amministratore delegato Antonello Nevola non si sono fatti trovare impreparati. La strategia di mercato, come detto, è inevitabilmente cambiata, eppure la dirigenza è stata capace di ingaggiare quattro giocatori di altissimo spessore per il secondo campionato nazionale come il play Marco Giuri fresco campione d’Italia con la Reyer Venezia e già beniamino del tifo casertano dopo le sue due stagioni a Caserta (2015/17); gli americani Isaiah Swann e Michael Carlson; e infine la ciliegina sulla torta rappresentata da quel Marco Cusin a lungo inseguito e alla fine convinto a scendere in A2 dopo dieci stagioni consecutive in massima serie. Sembrava tutto apparecchiato per la stagione del ritorno, con l’obiettivo adesso spostato verso una salvezza tranquilla magari togliendosi qualche piccola soddisfazione. Ma a Caserta tendenzialmente non si può mai stare tranquilli.
Due gli incidenti di percorso che stanno influenzando l’inizio di campionato della squadra di coach Gentile. Ai principi di agosto lo sponsor principale Decò ha fatto sapere che non avrebbe proseguito la partnership iniziata appena dodici mesi prima, e così la dirigenza con a capo il presidente onorario Gianfranco Maggiò si è subito attivata per reperire le risorse necessarie a sostenere la stagione. Mentre scriviamo, purtroppo, non ci sono novità positive in tal senso e sembra che la stessa amministrazione comunale ha affiancato il club per dare vita ad una rete di imprenditori che possano sostenere e supportare l’attività della JuveCaserta. Aspettiamo come evolverà la situazione sperando che alla fine qualcosa si stringa e non restino soltanto le parole. La seconda riguarda gli infortuni occorsi a Swann e Carlson. Notizie che hanno gettato un po’ nello sconforto la tifoseria, che aveva approvato all’unanimità l’ingaggio soprattutto del primo, ma che non hanno placato le critiche per le prime sconfitte in campionato. Nevola ha scandagliato il mercato in cerca del miglior sostituto possibile di Swann, ed ha messo sotto contratto un fuoriclasse come Seth Allen. Esterno più play che guardia che nonostante fosse ancora in fase di ambientamento ha già dimostrato di possedere abilità incredibili. E dopo aver giocato in Ungheria e Lituania, sembra pronto ad affermarsi nel nostro paese.
In tutto ciò è fondamentale una cosa, che il pubblico torni ad assieparsi sulle tribune del PalaMaggiò. Purtroppo è lecito dire che il tifo bianconero ha saltato il ricambio generazionale, perché sugli spalti sono pochi i padri insieme ai figli, e sono tanti o forse troppi i tifosi appartenenti alla fascia d’età mediamente molto alta. E che per di più sono pronti a giudicare al primo passo falso. Parte di essi devono però capire che la JuveCaserta è comunque una neopromossa, e che quest’anno deve avere un solo obiettivo: salvarsi il prima possibile.

LA “SOLITA” SCAFATI. A completare il tris di squadre campane in A2 c’è la onnipresente Scafati del patron Nello Longobardi, sanguigno come non mai. Il presidente scafatese non ha voluto ascoltare le sirene avellinesi per un possibile trasferimento del titolo, così come non ha voluto lasciare il club per un possibile ingresso in società alla Virtus Roma. Troppo innamorato del suo Scafati Basket che sta disputando il sesto campionato consecutivo di serie A2.
JJ Frazier a colloquio con Ion Lupusor
La formazione gialloblu è ripartita da uno zoccolo duro di giocatori come Claudio Tommasini, Marco Contento e Niccolò Ammannato. Sono ritornati Nicholas Crow e Ion Lupusor, e sono stati ingaggiati JJ Frazier che sarà il play con punti nelle mani, e Raphiael Putney ala di ritorno in Campania dopo l’esperienza a Caserta nel 2016/17. Come ogni anno Scafati appare solida e ben assemblata, ed ha tutte le potenzialità per poter disputare un campionato al di sopra della media. Non a caso ha preso parte alla Final Four di Supercoppa. Ma il patron Longobardi dopo le due sconfitte esterne arrivate all’esordio a Bergamo (del tutto rocambolesca con tiro da oltre la metà campo, ndr) e a Trapani, ha prima richiamato l’attenzione sospendendo gli stipendi e poi ha sollevato dall’incarico il tecnico Giulio Griccioli. Una scossa che servirà a scuotere l’intero ambiente soprattutto con il ritorno in panchina di coach Giovanni Perdichizzi, alla terza esperienza a Scafati dal 2015.



* per la rivista BASKET MAGAZINE. Articolo chiuso il 25 ottobre 2019