sabato 23 gennaio 2021

Serie A2. La scalata di Monaldi riprende da Napoli

Nella GeVi è guidato da Sacripanti, il Ct con cui ha vinto l’oro europeo con l’U20 sette anni fa

La scalata di Monaldi riprende da Napoli

“Questa è una città che merita tanto, e per me è un’emozione essere il capitano di una squadra che ha molte potenzialità”, ma non parla di promozione per scaramanzia


di Giovanni Bocciero*


Una carriera giovanile vissuta da stella nascente, con tanti premi individuali messi sulle mensole e da mostrare con orgoglio. Da grande, ovunque ha giocato ha lasciato il segno, non solo con giocate come quella Chieti che regalò la salvezza in A2 ma anche e soprattutto con i gesti da bravo ragazzo. Oggi Diego Monaldi è un giocatore cardine della GeVi Napoli pronta ad assalire il campionato di A2. E lui come sempre non si sta facendo trovare impreparato.

Ma avvolgiamo il nastro, a quando Diego aveva circa dieci anni e come un po’ tutti i ragazzini sognava di diventare famoso dando i calci ad un pallone. «Prima ero effettivamente un calciatore - ha esordito -. Ho giocato due anni a calcio ma poi ho smesso. Allora mio padre, che ha giocato a pallacanestro nelle minors e poi è rimasto nell’ambiente come dirigente della Virtus Aprilia, mi ha suggerito di provare a fare basket anche perché si trattava di uno sport sempre con la palla. Lì è sbocciato l’amore. Ho mosso i primi passi cestistici nella squadra della mia città ed oggi posso dire di praticare questo sport grazie a mio padre».

Diego Monaldi vuole riconquistare la serie A
riportando Napoli tra le grandi
Da Aprilia al gotha del basket giovanile il passo è davvero breve. E c'è sempre di mezzo lo zampino del papà che lo ha accompagnato ad un provino per la Virtus Roma fingendo che fosse una partita di beneficenza. «Sono arrivato a Roma che avevo dodici anni, ed ho giocato lì per due stagioni. Poi è arrivata la chiamata della Montepaschi Siena che ha dato il via a tutto il mio percorso da giocatore vero». Ha partecipato da protagonista, e il più delle volte con annate superiori, a tante finali nazionali vincendo lo scudetto U15 e U17. Ha fatto anche incetta di premi individuali perché quando era più giovane giocava soprattutto da guardia, ed in attacco era a dir poco stellare. Sono infatti diverse le prestazioni importanti che ne hanno accompagnato la crescita, come i 37 punti al prestigioso Trofeo Zanatta. «Quando ero più piccolo ero un realizzatore, e per questo giocavo molto di più guardia rispetto che playmaker. Tale scelta era dettata anche dal fatto che quando ero ancora un under - ha spiegato il ragazzo - fisicamente ero più predisposto a fare la guardia. Poi crescendo ho dovuto un attimo riassestare il ruolo e pian piano ho iniziato il percorso principale nel playmaking. Senza togliere che posso ancora giocare da guardia all’occorrenza».

Il presente di Diego Monaldi si chiama Napoli. Una città nella quale è arrivato due estati fa rinunciando addirittura alla serie A, convinto di sposare un progetto ambizioso. Una città nella quale si è subito ambientato, capendola sino nel profondo perché «questo è un popolo che va vissuto, e finché non si vivono determinate situazioni o luoghi non ci si rende conto. Napoli merita tanto - ha raccontato il play - e le persone che la abitano meritano altrettanto. Sarò forse ripetitivo, ma a Napoli sin dall’anno scorso mi sono trovato molto bene. E intendo sia con i napoletani che con il club. C’è una sorta di sintonia particolare e tra l’altro sono davvero emozionato ed entusiasta di poter rappresentare da capitano questa squadra e la città. Con Napoli è nata anche una certa responsabilità, che se vogliamo possiamo definirla una vera missione. Mi auguro, ed è il mio sogno nel cassetto, di riuscire a riportarla nella categoria che merita».

Il campo sta confermando tutto ciò che si diceva di buono sulla squadra sin dall’estate, ma la strada è ancora molto lunga. «Siamo una squadra che può ancora crescere, e lo può fare davvero tanto. In primis perché il roster è nuovo e dobbiamo ancora amalgamarci. E poi perché proprio il valore e le caratteristiche dei singoli fanno pensare che possiamo migliorare tanto. Comunque più giochiamo e più ci conosciamo, e questa cosa potrà aiutarci tanto nell’arco della stagione».

Il play ha già rubato il cuore ai tifosi
napoletani: tutta questione di nome.
Diego sotto il Vesuvio è garanzia d’amore
Nonostante qualche difficoltà avuta in Supercoppa, da quando ha avuto inizio il campionato il ruolino di marcia della formazione azzurra è positivo. Non solo in termini di risultati ma anche di prestazioni. «Abbiamo giocato delle ottime prestazioni, rispettando i pronostici e giocando in maniera solida contro avversarie comunque non facili. Ma il campionato è ancora molto lungo - ha rammentato Monaldi - e dobbiamo continuare su questa strada, pensando gara dopo gara. Se dovessimo riuscire a fare questo, magari più avanti possiamo toglierci delle belle soddisfazioni». Il riferimento è chiaro alla promozione, ma evidentemente il play si è così calato nell’ambiente partenopeo che ha fatto propria anche la scaramanzia.

In precampionato coach Pino Sacripanti lo ha spesso utilizzato in coppia con Josh Mayo, fermo ai box nelle prime partite ufficiali. Non una novità per il ragazzo di Aprilia che nella sua carriera ha spesso condiviso il backcourt con l’americano di turno. Un’opzione tattica che può esaltare le caratteristiche di entrambi gli atleti e della quale Napoli può solo beneficiare. «Josh è una pedina molto importante per noi. Di sicuro poterci mettere in campo insieme è una fortuna ed anche una possibilità sia per noi che per il coach. Anche lui ha caratteristiche realizzative e il giocare insieme dipende molto da come si imposta il gioco. Quando siamo in campo non ci mettiamo d’accordo - ha rivelato Monaldi -, nel senso che chi è più vicino alla palla se la va a prendere mentre l’altro apre il campo giocando da guardia. Con il fatto che entrambi possiamo dividerci tra play e guardia penso che sia proprio un’ottima combinazione. Questo ci permette di giocare molto bene insieme e può essere un’arma in più che il coach può usare all’interno del suo sistema di gioco».

Il play è uno dei giocatori più apprezzati dalla tifoseria, e lui non nasconde di ricambiare tutto questo affetto. «Mi è spesso capitato di essere riconosciuto per strada così come mi è capitato di vedere i ragazzi che vanno a giocare nei campetti indossando la mia maglietta o comunque la canotta del club. Queste cose le ho vissute da bambino perché anch’io facevo le stesse cose, ma rivederle adesso che sono un giocatore mi riempie il cuore. Napoli è una città che a mio avviso può dare tanto. Già lo ha fatto in passato soprattutto a livello calcistico, ma anche per quanto riguarda la pallacanestro ha una tradizione molto importante. Quindi, con tutto il cuore - ha detto Monaldi - darò il massimo per cercare di portare Napoli in serie A».

Nelle scorse settimane la città ha vissuto il lutto di Diego Armando Maradona, che ha trascinato Napoli alle più belle vittorie sportive facendola riscattare anche dal punto di vista sociale. «Maradona è una leggenda mondiale, e senza mezzi termini è il calcio - ha commentato il capitano della GeVi -. A mio modesto avviso quando si parla di calcio il suo nome ci sarà sempre. Riguardo alla sua scomparsa, e come ha reagito la città, penso che descriva perfettamente il calore che Napoli può dare. Si è visto l’attaccamento che i napoletani hanno nei suoi confronti, non solo per il giocatore ma anche per la persona che è stata. Io ero piccolo e non ho vissuto realmente su pelle tutte le emozioni che è riuscito a regalare, ma purtroppo con la sua scomparsa Napoli ha tirato fuori tutto quello che lui ha dato quando era qui. E credo che tutto ciò sia stato veramente molto emozionante, e a me ha toccato davvero nel profondo».

A 27 anni cerca il salto di qualità
sotto la guida di coach Sacripanti
Da un azzurro all’altro, Diego Monaldi ha fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili dall’U16 alla Sperimentale, e proprio con il suo attuale allenatore ha vinto la medaglia d’oro agli Europei U20 del 2013. «Con coach Sacripanti credo di aver vissuto un’esperienza fantastica ed unica, perché la vincita di quell’oro è stata un’emozione indimenticabile. Prima dello scorso anno l’ho avuto solo in quell’avventura azzurra. Ovviamente con lui mi trovo bene. Da lui ho imparato tante cose e mi auguro di poterne imparare sempre di più. C’è un rapporto di fiducia che penso all’interno di una squadra e di un club sia fondamentale». In nazionale maggiore si sta assistendo ad un cambio generazionale, e forse ciò è ancor più evidente in cabina di regia. Per questo Diego strizza l’occhio al Ct Meo Sacchetti e non si pone limiti. «Per quanto riguarda la nazionale mi auguro che magari un giorno possa avere l’opportunità di essere convocato. Sicuramente ci spero, e lavoro comunque ogni giorno per centrare anche questo obiettivo. Lo auguro a me stesso e farò di tutto per poter raggiungere anche questo traguardo».

Fuori dal campo Diego si definisce una persona abbastanza tranquilla, a cui piace «ascoltare musica, leggere libri e ogni tanto giocare alle solite console che si possono ben immaginare. Mi piace anche approfondire l’ambito economico, nel senso che cerco di apprendere nozioni su questa tematica». Ma una volta appese le scarpette al chiodo, cosa farà? «Questa è una bella domanda, ma al momento non ho una risposta. Sto facendo diverse cose in contemporanea con la carriera da giocatore ma un’idea ben precisa non ce l’ho. Più che altro diciamo che ancora non me la sono posta e non ho neppure la voglia di stare tanto a pensarci. Non so se mi vedo come un allenatore, ma sicuramente mi piacerebbe rimanere all’interno del mondo del basket. Alla fine è la tua stessa vita, e questo sport ti lascia così tante cose che magari un giorno puoi trasmetterle a tua volta ad altri. Quindi rimanere nell’ambiente sicuro mi piacerebbe. Ho fatto anche un corso per dirigente lo scorso anno, giusto per avere un’ulteriore freccia in faretra nel momento in cui la mia carriera finirà. Così a quel punto - ha concluso Monaldi - potrò decidere con più calma e tranquillità».



* per la rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 17 dicembre 2020

Serie B. La Sebastiani è tornata e con Ndoja e Righetti punta a crescere in fretta

Il campionato cadetto si arricchisce e a Rieti risveglia antichi ricordi e nuovi entusiasmi

La Sebastiani è tornata e con Ndoja e Righetti punta a crescere in fretta

Progetto ambizioso e senza badare a spese quello di Roberto Pietropaoli che ha rilevato il titolo di Valmontone: «Voglio subito la A2»


di Giovanni Bocciero*


È RITORNATO sul panorama cestistico nazionale un nome che ha fatto la storia della pallacanestro italiana: Sebastiani. A Rieti di certo non manca il basket visto che in A2 vi gioca la NPC, ma da quest’anno gli appassionati reatini potranno tornare anche a seguire una formazione in serie B che dalla denominazione ricorda la lunga tradizione cittadina, con la disputa di due semifinali scudetto e la vittoria di una Coppa Korac a fine anni ‘70.

La Real Sebastiani Rieti (che grazie al benestare della famiglia Di Fazi ha ottenuto l’autorizzazione per l’utilizzo del nome) è nata dalla volontà di Roberto Pietropaoli, fino a pochi mesi fa patron della compagine di calcio a 5. Attività cessata a causa del sequestro del palasport dove disputava le partite casalinghe. Oggi il basket, perché? «La pallacanestro è stata la mia vita - ha esordito Pietropaoli -, perché quando ero giovane ho addirittura fatto le radiocronache delle partite della Sebastiani. In realtà è strano che avessi fatto il futsal». La nuova società che ha grandi ambizioni ha iniziato con l’acquisto di un titolo. «Rieti ha rilevato il titolo sportivo di Valmontone, dove ero diesse da qualche stagione - ha dichiarato Paolo Moretti (Aggiornamento: il diesse Moretti ha rescisso il contratto l'1 dicembre scorso ed al suo posto è stato ingaggiato Domenico Zampolini nelle vesti di general manager) -, e sono stato travolto dal vulcanico patron che mi ha voluto per questo nuovo corso».

«Il progetto nasce per arrivare in serie A - ha chiarito Pietropaoli -, dove merita di stare la Sebastiani. La massima categoria è un impegno economico enorme per la nostra città, ma l’idea è quella di ritornarci e anche di ben figurare per la storia e i risultati raggiunti nel passato. È chiaro che oggi sono tempi diversi, ma credo che una discreta A1 a Rieti si possa fare». Le fondamenta del progetto vedono alcuni imprenditori romani affiancare Pietropaoli. «Sono un commercialista, e chi oggi mi dà una mano sono miei clienti. Gran parte del sacrificio economico lo faccio io - ha continuato il patron -, ma per il loro aiuto non posso che ringraziarli».

Roberto Pietropaoli (foto ufficio stampa Real Sebastiani) 

La nascita di questa nuova realtà ha comunque creato un dualismo con il club già presente in città ed operante dal 2011. Una convivenza che riguarda in particolar modo l’utilizzo del PalaSojourner. «Il palasport è chiuso per lavori di ristrutturazione, ma contemporaneamente è stato emanato un bando per la gestione - ha raccontato il diesse Moretti - che è stato vinto dalla NPC. Noi chiediamo di giocare in alternanza. Nel frattempo la proprietà ha deciso di costruirsi una casa propria, individuando una tensostruttura inserita in un centro sportivo al centro della città. Nel giro di venti giorni abbiamo montato parquet, canestri, e svolgiamo tutta la nostra attività lì, compresa quella giovanile che prevede la collaborazione con il club La Foresta Rieti. Le partite di Supercoppa le abbiamo giocate a Ferentino, mentre per il campionato abbiamo indicato sede di gioco Valmontone, sperando di avere disponibile il PalaSojourner. Anche perché non abbiamo bisogno di utilizzarlo per gli allenamenti ma solo per le gare». «Per l’uso del palasport dobbiamo trovare un punto d’incontro con il gestore - ha continuato Pietropaoli -, e spero che prevalga il buonsenso perché una società come la nostra, che disputa il campionato di B, non può giocare fuori città. Per evitare qualsiasi tipo di discussione ci siamo fatti la nostra casa, così come tanti club di serie A. Mi sono preso in affitto per 15 anni questa tensostruttura. L’abbiamo messa a nuovo, con tanto di palestra, e sarà il punto di riferimento di tutta la nostra attività».

Dalle parole di Roberto Pietropaoli si capisce che non ha nessuna intenzione di fare una “guerra cittadina”, ma anzi, ha un messaggio per tutti i reatini. «Li invito a seguire entrambe le realtà. Nella mia professione ho imparato che la concorrenza spesso stimola, fa crescere, e fa venire fuori quella voglia di superarsi. Quindi credo che tutti devono fare il proprio, nessuno deve remare contro. È giusto che a Rieti si esulti se fa risultato la NPC, così come se lo fa la Sebastiani. Poi è logico che ci sarà chi è più simpatizzante dell’una o dell’altra, ma parliamo sempre e solo della città di Rieti. Ed io che ci sono nato, cresciuto, ci vivo e la amo, penso che sia un orgoglio, chiunque vinca».

Juan Marcos Casini (foto ufficio stampa Real Sebastiani)

Il roster reatino è stato allestito con atleti forti, esperti e di ben altra serie, come il veterano Juan Marcos Casini, tre stagioni all’NPC Rieti e ora capitano della Sebastiani, mentre sono scesi di categoria l’esterno Federico Loschi, il centro Marco Di Pizzo, e gli ultimi innesti Andrea Traini e Klaudio Ndoja. Completano la squadra, che si presenta lunga e profonda, giocatori dai lunghi trascorsi in cadetteria e sempre protagonisti come le guardie Riccardo Bottioni e Manuel Diomede, e i lunghi Mathias Drigo ed Enzo Cena. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per vedere una Rieti dominare il proprio girone e puntare dritta alla promozione. Ambizione per nulla nascosta. «Dobbiamo andare di corsa in A2 - ha sentenziato il patron -. Questo deve essere solo un anno di transizione. Non credo che la società, con un roster del genere, possa rimanere un altro anno in B. Ho voluto ingaggiare giocatori anche di categoria superiore con contratti pluriennali proprio per vincere subito e avere una base già pronta per la prossima stagione. Poi è logico che il campo è sovrano, e non è detto che se fai la squadra più forte vinci. Non è sempre un’equazione così scontata, però se non si fa una squadra di livello non puoi neppure aspettarti di vincere. Io ho fatto il mio - ha concluso Pietropaoli -, adesso il resto lo dovrà fare la squadra».

Ora la palla passa a coach Alex Righetti, alla sua terza esperienza da capo allenatore in B dopo Tiber Roma e Valmontone, che è voglioso di fare bene in una piazza storica. «Rieti ha un passato importante, ed è chiaro che arrivare in una società che riprende il nome della Sebastiani è uno stimolo per chiunque. Abbiamo la fortuna di vivere in una città che parla di pallacanestro, che è appassionata, dove tra l’altro vi sono due squadre che hanno giocato entrambe le ultime Final Eight di Supercoppa. Credo che di questo si debba essere orgogliosi, perché altrimenti si parla solo della rivalità tra la Sebastiani e l’NPC, e non che entrambe - ha osservato Righetti - portano in giro per l’Italia il nome della città».

L’ex argento ad Atene 2004 sa che bisogna lavorare duro per raggiungere l’obiettivo promozione. «L’avventura è iniziata molto bene. Siamo una squadra nata questa estate ma il progetto è molto ambizioso. Sarà un percorso importante e difficile, perché quando ci sono obiettivi di questo genere non è mai facile. La passione e la voglia di fare bene sono però la base per cercare di ambire ai risultati. Tutto questo c’è - ha continuato il coach -, e siamo contenti di vivere una realtà che ci dà stimoli ogni giorno. Adesso non ci resta che lavorare duro evitando di farci prendere dalla pressione, che alla lunga può diventare deleteria e farci perdere lucidità».

Alex Righetti (foto ufficio stampa Real Sebastiani)

Bisogna considerare anche il momento storico, con la pandemia in atto che potrà condizionare e non poco il regolare svolgimento del campionato. «Sarà una stagione diversa in tutto, dalla programmazione ai tamponi che dovremo fare, alle eventuali situazioni che ogni squadra dovrà affrontare. All’attenzione che dovranno avere tutti i componenti della squadra nel quotidiano, perché un comportamento superficiale può compromettere una o più partite. Non sto qui a dire cosa bisogna fare e cosa no, ma posso dire che bisogna essere responsabili. Ci saranno dei casi, ma se stiamo attenti e usiamo le giuste precauzioni possono essere limitati. Per il campionato, spero che un caso di positività si possa trattare come un infortunio. Ovvio che chi risulta positivo deve avere un trattamento di riguardo - ha concluso Righetti -, ma fermarci ogni volta che succede qualcosa ha poco senso». E Rieti, che ha disputato la Final Eight con ben tre assenze connesse al Covid, ha già constatato una eventualità di questo genere.

Mentre scriviamo la società è tentata dall’ingaggiare il centro Marco Cusin. Ma per il momento il colpo grosso del mercato è stato Klaudio Ndoja. «Ho scelto Rieti per la storia e la tradizione, e perché ci sono poche realtà che progettano per il futuro. Nella mia carriera ho sempre cercato di scegliere progetti importanti, e qui a Rieti c’è un modo di fare le cose molto professionale, che mi sento di dire migliore di tante realtà di A e A2. Mi interessava far parte di qualcosa che andasse al di là della serie. Non mi è mai dispiaciuto sporcarmi le mani scendendo di categoria - ha proseguito l’ala italo-albanese - e fare un passo indietro per poterne poi fare due in avanti. Questo è ciò che mi ha spinto a fare questa scelta, unita ovviamente alla serietà del patron Pietropaoli, che ha dimostrato di saper raggiungere traguardi importanti seppur in un altro sport. E siccome l’obiettivo mio e della società è quello di vincere, non è stato difficile accettare». Rieti è tra le favorite della cadetteria. Ma cosa potrà dare Ndoja? «È chiaro che partiamo per vincere. Questo fa sì che ci sia grande responsabilità e consapevolezza più che pressione. Sappiamo che squadra è stata costruita e conosciamo i nostri obiettivi. Abbiamo la fortuna di poter continuare a giocare nonostante il periodo, e sono certo che i risultati arriveranno. Non so cosa posso dare in più alla squadra. So però che tutti insieme vogliamo regalare la vittoria alla società e alla città. Cosa possiamo dare singolarmente - ha concluso Ndoja - è poco importante. Conta il risultato finale della squadra».



* per la rivista BASKET MAGAZINE

martedì 17 novembre 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Riccardo Pratesi

Intervista esclusiva a Riccardo Pratesi, giornalista de La Gazzetta dello Sport, con il quale abbiamo affrontato diversi argomenti legati agli Stati Uniti. Dalla sua esperienza diretta negli States al prossimo draft Nba con il nostro Nico Mannion nonché il mercato piuttosto in fibrillazione. Ma anche la bolla di Orlando e la prossima stagione Ncaa in attesa di Paolo Banchero.



mercoledì 11 novembre 2020

Nel ricordo di Romano Piccolo, riviviamo un pezzo di storia di Caserta

di Giovanni Bocciero*

Questo anno a Caserta sarà ricordato non solo per la pandemia da Covid, ma anche e soprattutto per la scomparsa prima della Juvecaserta (fallita per la terza volta in 22 anni) e poi di Romano Piccolo. Una vera e propria istituzione, un’eccellenza casertana, nonché tra i fondatori del club bianconero nel 1951. Ma sarebbe riduttivo considerarlo solo il padre putativo dell’unica formazione del Sud Italia ad essere riuscita a vincere uno scudetto nel basket. Messaggi di cordoglio per la sua dipartita sono giunti, tra gli altri, dal presidente federale Gianni Petrucci e dal giornalista Flavio Tranquillo.

«Romano è stato un uomo di basket - ha esordito Nando Gentile -. Ha creato la pallacanestro a Caserta, che prima di lui non si conosceva. Ed è stato il primo a mettere su una struttura societaria come la Juvecaserta. E poi si è interessato tanto dell'attività femminile. Insomma ha vissuto la sua vita per questo sport. Ricordo quando ero un ragazzo delle giovanili bianconere e lui allenava la Zinzi, e abbiamo fatto tante volte delle amichevoli. È stata una persona che ha fatto tanto per la città, che si è interessato sempre e solo al bene della pallacanestro. Ha vissuto totalmente la sua vita cercando di fare il possibile per la crescita dei giovani e del basket casertano».

83 anni, nato a Piacenza perché il padre militare era di stanza lì ma casertano doc, è stato giocatore, allenatore, dirigente, presidente, addirittura procuratore, e poi giornalista e scrittore, facendo dello sport e della pallacanestro in particolare uno stile di vita. Sin da ragazzo si è contraddistinto quale portiere della Casertana, impegnato a mantenere inviolata la porta della squadra rossoblù. Poi insieme ai fratelli Corrado e Santino ha preferito buttare il pallone in una retina, dando vita allo Sporting Club Juventus Caserta. Il basket è arrivato in città intorno al 1945, insieme ai soldati americani, e quel gioco in qualche modo ha ammaliato la famiglia Piccolo.

Romano ha giocare, poi allenato, infine organizzato l’attività della società che nel 1971 ha visto l’ingresso dell’imprenditore Giovanni Maggiò. Negli anni ‘70 si è rivelato un autentico pioniere quando ha creato a Caserta anche la prima squadra femminile. Era la Zinzi Basket, così denominata per via dello sponsor, e partendo da zero, e dalla serie C, ha raggiunto la massima categoria in appena cinque stagioni. Nel 1984, nel ruolo di general manager, ha ripetuto l’impresa di raggiungere la serie A disputando il campionato con una squadra composta interamente da juniores.

«Il mio rapporto con Romano era intenso - ha dichiarato Teresa Antonucci, ex giocatrice della Zinzi -, quasi familiare per diversi intrecci anche extra cestistici. Non abbiamo mai smesso di sentirci, ci telefonavamo regolarmente. Questo rapporto dal 1968, quando insieme a tante bambine abbiamo iniziato il minibasket, non è mai finito. Teneva molto al gruppo. Parecchie di noi sono state davvero cresciute da lui da quando eravamo piccole fino all’adolescenza. Poi man mano il gruppo si è andato sfoltendo e si sono aggiunge altre ragazze che anche grazie al suo saper fare si sono subito inserite. Era molto abile nel coinvolgere. E poi era un affabulatore, sapeva intrattenere con i suoi tanti racconti e aneddoti».

«Nel periodo in cui allenava il basket femminile - ha ricordato Nando Gentile - ha iniziato a giocare mia sorella Imma. Lei è cresciuta grazie agli insegnamenti di Romano, e tante volte ci siamo confrontati per capire cosa fosse meglio per la sua carriera. Per mia sorella è stato anche un manager».

Tanti progetti hanno portato il marchio di Romano Piccolo, che da grande appassionato della pallacanestro seguiva qualsiasi cosa, dalla Nba alle minors, senza fare alcuna distinzione ma sempre con l’occhio di chi vuol imparare qualcosa di nuovo. E poi trasmetteva una passione che inesorabilmente ti contagiava.

«Aveva una passione smodata per l’America. Ricordo che andò a fare un viaggio - ha rivelato Teresa Antonucci -, e al ritorno ci portò delle sopra maglia dei Lakers che all’epoca erano gialle e bordeaux, che noi indossavamo nonostante avessimo il completo da gara rosso. Queste sopra maglia portavano il nostro cognome, ma siccome erano state fatte in America non tutti erano scritti correttamente e questa cosa ci faceva sorridere. Eravamo però orgogliose di averle e ne facevamo bella mostra quando andavamo in giro per i campi».

Dopo aver fondato la Juvecaserta, sempre insieme ai fratelli, ha dato vita alla Little Basket, nome azzeccato visto che era la traduzione di Piccolo in inglese. Praticamente la squadra di famiglia che ha disputato qualche campionato di serie D e che è diventata punto di riferimento cittadino dell’attività cestistica dopo il primo fallimento della Juvecaserta del 1998. I figli Valerio e Gianluca hanno giocato e poi allenato, così come il nipote Francesco che ha condiviso con lo zio Romano non solo la passione per il basket ma anche quella per la scrittura, tanto da essere diventato un importante scrittore e sceneggiatore vincitore del premio Strega e del David di Donatello.

Romano è stata una persona poliedrica, ed ha vissuto l’ascesa della Juvecaserta, poi diventata campione d’Italia nel 1991, in qualità di giornalista per la rivista Superbasket diretta da Aldo Giordani che lo considerava “il decano dei miei collaboratori”. È stato anche dipendente e poi proprietario di una concessionaria d’automobili, ma quello del giornalista è stato un mestiere che ha ricoperto in maniera a dir poco perfetta. Conciliava la conoscenza avanzata del gioco con la capacità di scrittura sopraffina. Per questo ha scritto anche per diverse riviste e quotidiani sia locali che nazionali. Ha inoltre pubblicato alcuni libri sulla storia della Juvecaserta (ripubblicato in più edizioni) e soprattutto sulla città di Caserta che amava alla follia. E per farlo ha studiato la storia, perché in qualsiasi aspetto della vita credeva che solo conoscendo la storia si potevano affrontare i problemi del presente.

«Romano era un conoscitore del basket - ha commentato Nando Gentile -, e questo ha fatto sì che da giornalista abbia scritto con dati soprattutto tecnici. Per tutta la sua vita è stato sul campo, e la passione che aveva lo ha fatto essere innanzitutto un tifoso. E questo gli ha permesso di svolgere il suo lavoro con grande amore».

Proprio come una persona illuminata, Romano in qualità di dirigente ha preceduto i tempi capendo che spesso è meglio unire le forze piuttosto che dividersi. E così quando ha vissuto un momento di impasse con la Zinzi, allenando e procacciando anche le risorse, ha deciso di fondersi con il Basket Vomero. E fu in quel momento che si gettarono le basi della Phard che ha vinto prima l’EuroCup nel 2004/05 e poi lo scudetto nel 2006/07. Era il 1997 ed insieme all’allora presidente Gianfranco Gallo ha costituito una formazione egualmente composta da giovanissime casertane e napoletane.

«Dopo aver fatto delle splendide squadre, Romano stava vivendo una fase di stallo a Caserta - ha dichiarato Gallo -. Io presi in gestione il PalaVesuvio di Ponticelli e l’idea di fondere le due realtà gli è piaciuta immediatamente. Disputava l’A2 a Caserta e trasferì tutta l’attività a Napoli dove invece facevamo settore giovanile. Furono tre anni bellissimi, ma il regalo che più di ogni altra cosa ci ha fatto è stato quello della cultura cestistica che possedeva. Lui veniva dall’epopea della Juvecaserta con allenatori quali Tanjevic e Marcelletti, con l’importanza data al settore giovanile e quella mentalità del duro lavoro. Quella cultura l’ha portata a Napoli, perché dopo i tre anni che Romano è stato con noi, la squadra fu promossa in A1, vinse per la prima volta nella storia della città lo scudetto, e abbiamo vinto altri tre scudetti giovanili. Quindi al femminile abbiamo ripetuto quell’ascesa che ha vissuto Caserta al maschile, con le dovute differenze, grazie soprattutto al seme che ha piantato lui. Questo è stato il più grande regalo che Romano ha fatto alla città di Napoli - ha concluso Gallo -, e che purtroppo per tante difficoltà sia economiche che d’impiantistica non è riuscito a realizzare a Caserta».

Nella lunga vita di Romano Piccolo sono davvero tanti i ricordi, le storie e gli aneddoti da poter raccontare. «Uno dei ricordi che più mi legano a lui è una trasferta a Patti - ha ricordato Gallo -, dove vincemmo dopo ben tre supplementari. Siccome quel campo era molto caldo per uscire siamo stati scortati dalla polizia. Oltretutto quella trasferta l’abbiamo dovuta fare in macchina perché all’ultimo momento venne meno il pullman. Lui non aveva paura di nulla e nessuno, con un atteggiamento da guascone, al quale interessava solo vincere e faceva di tutto per riuscirci».

«Una volta organizzammo a Caserta un torneo juniores al quale fu invitata la squadra campione d’Italia di Milano. In finale - ha raccontato Teresa Antonucci - incontrammo proprio loro e vincemmo la partita di un punto grazie ad un ultimo tiro nato da una nostra azione classica. Il suo commento a fine gara fu che quel match era stata una partita a scacchi tra lui e l’allenatore milanese Zigo Vasojevic. Questa cosa ci fece ridere tutte».

Chi scrive è riuscito a vivere dei momenti particolari con “zio Romano”, come affettuosamente lo chiamavamo tutti noi dell’ambiente cestistico e non per quella capacità di metterti sempre a tuo agio nel parlare con lui, come se fosse uno di famiglia. Una fortuna poter sedere proprio di fianco a lui in tribuna stampa, al posto numero 28, per tutta la stagione 2016/17. E sue sono state più volte le dichiarazioni d’amore verso la Juvecaserta rilasciate alla rivista Basket Magazine e raccolte dal sottoscritto. Dichiarazioni come quella del novembre 2017, quando la società di Pezza delle Noci era fallita per la seconda volta nella propria storia. «Provo un dolore terrificante perché non è possibile ciò che è successo - aveva commentato Romano Piccolo -. Talmente che mi manca la squadra ho sognato di fare un sei al Superenalotto, così da comprare un titolo sportivo. Io mi ero offerto - aveva rivelato - per fare da collaboratore in maniera totalmente gratuita. Ma questa mia richiesta non ha mai ricevuto risposta». Il sottoscritto ha scambiato due parole con lui in occasione dell’11° Trofeo Irtet d’inizio ottobre svolto a Caserta, perché ancora oggi in città dove c’era la pallacanestro c’era anche Romano. E ci eravamo dati appuntamento per una chiacchierata con argomento piuttosto intuibile: «Chiamami il pomeriggio perché la mattina ho da fare». Arrivederci “zio Romano”.


*per Basket Magazine

Vuelle Pesaro. Il ritorno all'antico risveglia la passione

Repesa e Delfino possono rilanciare la Vuelle dopo le ultime sofferte annate

Il ritorno all'antico risveglia la passione

Un coach importante e un ex protagonista della Nba: Pesaro riscopre il fascino dei grandi nomi


di Giovanni Bocciero*


STAGIONI scarse di risultati, poche risorse economiche a disposizione, e un tifo caldo a sostenere quanto a criticare l’operato di squadra e società. Questa è Pesaro, piazza storica della pallacanestro italiana che quest’anno, nonostante l’emergenza Covid, ha deciso di rilanciarsi sul palcoscenico nazionale. E lo ha fatto calando due pezzi grossi, in panchina e sul campo: Jasmin Repesa e Carlos Delfino, nomi altisonanti che ricordano quelli a cui la città marchigiana era stata abituata per decenni, in un passato che oggi appare troppo remoto e il presente senza nulla in comune, come fosse un altro mondo.

Se il curriculum di Jasmin Repesa - preceduto dalla buona tradizione con il basket croato della VL da Aza Petrovic (fratello di Drazen, immenso campione Nba, scomparso prematuramente in un incidente stradale) e Pero Skansi - parla di 10 campionati e 10 trofei vinti tra Croazia, Italia e Turchia. Carlos Delfino chiama 9 anni di Nba, un oro e un bronzo olimpici, un oro e un argento ai campionati americani. Al coach che guidò la Fortitudo - eterna rivale dei pesaresi, e pure Carlito è un ex dell'Aquila, vedi il destino! - allo scudetto '05 è stato affidato il compito di risollevare le sorti della Vuelle, che ha vissuto le ultime otto annate in perenne apnea riuscendo a conservare la serie A spesso e volentieri solo all’ultima occasione utile.

«L’arrivo di Repesa può significare sicuramente una ripresa, ma per parlare di rilancio bisogna ancora aspettare - ha esordito il giornalista Massimo Carboni -. Questa ripresa è incominciata con il più grande acquisto che la Vuelle potesse fare, ovvero affidando il ruolo di coach a Repesa. Lui è uno di quegli allenatori sui quali si può fare un investimento sicuro, perché credo che fra le tante caratteristiche positive ne abbia due particolarmente importanti. La prima è che sa leggere le partite in maniera efficace, in quanto determina una tattica da perseguire anche e soprattutto in base ai giocatori che ha a disposizione. Non è un coach che chiede a un giocatore qualcosa che non riesce a fare, o che non sa fare, per limiti tecnici o caratteriali. Questa sua capacità di lettura - ha continuato l’ex inviato di Radio Rai - è notevole, ed è un punto assolutamente positivo perché sa cosa chiedere in base al materiale umano che ha a disposizione. L’altro punto è la grande capacità di saper lavorare sui giovani. Questa versione di Pesaro è un misto tra giocatori esperti e più giovani, e la gioventù è materiale sul quale Repesa sa lavorare meglio di chiunque altro suo collega. La ripresa credo che parta da questi due aspetti, e poi si potrà anche arrivare ad un vero e proprio rilancio».

«Il rilancio di Pesaro è basato sul fatto che ha preso un grande allenatore quale è Repesa - ha invece dichiarato coach Valerio Bianchini -. Nelle ultime stagioni la squadra ha sempre avuto tecnici modesti, che non riuscivano ad influire sullo sviluppo della società. Il suo arrivo credo che rappresenti un’evoluzione, perché non solo è un uomo di alta rappresentanza nel mondo del basket, ma darà sicuramente un’impronta forte all’organizzazione, come per la costruzione di una squadra degna della serie A, cosa che prima non accadeva. Questa evoluzione naturalmente comporta che la società si sia adeguata alle sue esigenze. Tutto ciò è molto positivo, e il pubblico sopraffino di Pesaro - ha concluso il Vate -, che per anni è stato costretto a soffrire, finalmente adesso può godersi una squadra in grado di competere con le altre».

L’ala argentina Carlos Delfino, nonostante i suoi 38 anni e gli acciacchi fisici è stato il colpo del mercato estivo. A lui si sono aggiunti altri giocatori d’esperienza come Ariel Filloy o Tyler Cain, e scommesse interessanti quali Justin Robinson oltre ai giovani da lanciare Henri Drell e Marko Filipovity.

«A Pesaro è cambiata l’aria questa estate, c’è un entusiasmo diverso - ha commentato la giornalista Camilla Cataldo - che non si respirava da molto tempo. Il paradosso è che chiaramente nessuno può entrare al palazzetto, e mi auguro che la situazione futura cambi in positivo. Questa è la pecca e la preoccupazione principale per l’annata più del risultato del campo perché ci sarebbe un buco di 500 mila euro che va coperto. La società non ha mai fatto il passo più lungo della gamba, e quest’anno ha provato ad alzare un po’ l’asticella. Si spera dunque che in qualche maniera si riesca a coprire questo investimento. Per quanto riguarda la squadra si è andati al di là di ogni aspettativa. Giocatori come Cain, Delfino o Filloy erano impensabili solo pochi mesi fa. È stata importante la volontà in estate di mantenere la categoria perché a giugno sembrava che si potesse fare un passo indietro, e invece i consorziati hanno voluto riprovarci tutti uniti e compatti. È stata una spinta grande, un valore aggiunto, un passo in più proprio del gruppo consorziato nel quale è scattato qualcosa che ha fatto la differenza. Da lì si è deciso di puntare su una figura come Repesa che - ha continuato la giornalista del Corriere Adriatico - è venuto a Pesaro accettando una sfida nuova nella sua carriera a livello sia di obiettivi che di risorse. Ha pesato l’amicizia con Ario Costa, ma non ha avuto pretese fuori dal budget della Vuelle, ed alla fine ha deciso di cavalcare questa avventura che l’ha visto firmare addirittura un contratto triennale. Repesa rappresenta la ciliegia sulla torta di questo progetto, e insieme hanno costruito una squadra che per qualità non era pensabile, con giocatori più conosciuti, che hanno già vinto, in controtendenza col recente passato in cui si puntava più sui rookie. Quest’anno si vuol provare a puntare a qualcosa di più di una salvezza risicata. Poi a detta di tutti, e anche secondo me, il livello medio del campionato si è alzato con tutte le squadre che si sono rinforzate rispetto ad un anno fa e con due retrocessioni i rischi sono maggiori. Quello che si è visto sin qui è un qualcosa di diverso, perché c’è una squadra vera, ci si diverte, si lotta e si vede una pallacanestro di livello. Anche il ritorno di Walter Magnifico, in questo senso, è un’operazione che è stata accolta favorevolmente dalla piazza - ha concluso Cataldo - e che ha rappresentato un riconciliarsi al cento per cento con i tifosi e ripartire tutti uniti in questa nuova avventura. Insomma gli ingredienti per fare bene ci sono davvero tutti».

I successi degli scudetti ’88 e ’90, e prim’ancora la Coppa delle Coppe dell’83 e la Coppa Italia dell’85, senza dimenticare l’ultimo trionfo della Coppa Italia del ’92, sono soltanto un lontano ricordo per una piazza che, nelle parole degli intervistati, ha dei tifosi con una grande peculiarità: l’essere fedeli, sempre e comunque. «Chiamiamola passione, chiamiamolo tifo caldo, ma la caratteristica principale della tifoseria pesarese - ha sottolineato Carboni - è la fedeltà. Quando arriva il risultato così come la stagione tribolata, con un piede più in A2 che in A1, il pubblico è sempre lì. Ovvio che è anche autorizzato ad arrabbiarsi quando le cose vanno male, quando la società non può rispondere a quelle che sono le esigenze della piazza. Però è fedele, e questo sta a significare che spinti dalla passione, dall’amore per la maglia, è sempre presente e pronto ad incitare. Diciamo che il pubblico pesarese è come quella moglie che perdona il marito quando rientra tardi a casa».

«Dati i miei trascorsi posso solo immaginare l’umore della piazza. La partecipazione e la grande competenza dei tifosi pesaresi è notoria, così come la loro personalità - ha commentato Bianchini -, che evidentemente sono capaci di esaltarti nel momento della vittoria e criticarti in quello della sconfitta. Però restano sempre fedeli. Non dimentichiamoci che Pesaro anche in queste ultime stagioni difficili, soprattutto l’anno scorso quando non si vedeva una vittoria neppure a pagarla, ha sempre avuto almeno 4 mila spettatori. Si tratta di un pubblico che molte città invidierebbero».

«Pesaro è una piazza appassionata nel bene e nel male. I tifosi sono intenditori, non a caso si dice che in città ci siano 100 mila allenatori, quanto gli abitanti - ha ricordato Cataldo -, perché si mastica pallacanestro da una vita. Ancora si ricordano i tempi di Daye e Cook, e certamente sono stati abituati bene nonostante sia passato davvero tanto tempo. Quindi nel bene o nel male c’è sempre entusiasmo, con uno zoccolo duro sempre presente al palazzo, e quest’anno c’è stato questo evidente cambio di prospettiva garantito dall’arrivo di Repesa. È pur vero che si va molto dietro al risultato, ma la carica che c’è oggi non la si vedeva da molto tempo. Si è visto anche un bel modo di lavorare, con grande carica, e questo è una cosa che i tifosi poi riconoscono».

E proprio l’emergenza Covid, con l’ingresso solo parzialmente garantito nei palazzetti è un handicap non indifferente, che potrà avere ripercussioni soprattutto economiche. Non a caso mentre scriviamo la Vuelle, che può vedere vanificato il buon lavoro fatto in estate, sta pensando di giocare a Rimini per sfruttare l’ordinanza dell’Emilia-Romagna sulla maggiore percentuale d’ingresso degli spettatori.

«La Vuelle sa che il pubblico è ogni anno il principale sponsor della società, con circa 4-500 mila euro derivanti dagli spettatori - ha ricordato Camilla Cataldo -, e magari quest’anno si sarebbe potuto toccare il record degli abbonati almeno per gli ultimi anni. Non ci saremmo meravigliati se in alcune partite il palazzo si fosse riempito. Lo abbiamo visto proprio l’anno scorso durante la Coppa Italia, quando lo spettacolo era all’altezza, c’è stato il tutto esaurito per tutti i giorni della manifestazione. È stato un colpo d’occhio notevole che testimonia le potenzialità del bacino pesarese. La società non ha mai fatto passi più lunghi della gamba. Non hanno mai chiuso un bilancio in rosso. In qualche modo credo che sopperiranno, magari i consorziati si guarderanno intorno per cercare nuovi soci, o in tasca per ripianare il disavanzo. Ma ci si augura che in parte possa essere riaperto il palazzetto agli spettatori. Mi rendo conto che le difficoltà sono enormi - ha concluso Cataldo -, e si naviga davvero a vista».


* per la rivista BASKET MAGAZINE

martedì 10 novembre 2020

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Intervista esclusiva ad Alex Righetti, coach della Real Sebastiani Rieti ed ex giocatore della Nazionale medaglia d'argento alle Olimpiadi di Atene 2004. Con lui abbiamo parlato di tanti argomenti riguardati il Covid, la sua carriera cestistica e i successi raggiunti, le esperienze in Azzurro, la nuova avventura da allenatore e le ambizioni di una piazza storica come Rieti.



mercoledì 4 novembre 2020

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Venuto fuori dal nulla, ma con un impatto paragonabile alla caduta di un meteorite. Dopo aver frequentato tre diverse high school, Obadiah ‘Obi’ Toppin non riceve nessuna offerta di D-I. Trascorre un anno in una prep school, qualcosa si muove, arriva Dayton e accetta di corsa. Esordisce in Ncaa a 20 anni, brillando all’interno degli schemi di coach Grant. Al primo anno è Freshman of the Year dell’A-10 ed è anche inserito nel primo quintetto – l’ultimo esordiente a fare doppietta: Lamar Odom nel 1999. Da sophomore guida i Flyers a un’annata incredibile (record 29-2) che, senza pandemia, l’avrebbe forse vista alla March Madness da seed #1. È la consacrazione di Toppin, vincitore del National College Player of the Year.

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Intervista esclusiva a Sabrina Cinili, ala del Famila Schio, con la quale abbiamo discusso delle difficoltà nel giocare dovute al Coronavirus e della salute da preservare degli atleti in generale. Ripercorrendo alcune tappe fondamentali della sua carriera abbiamo parlato anche delle esperienze all'estero, delle motivazioni che la spingono a dare sempre il massimo, dello sviluppo del basket femminile e del suo sogno nel cassetto.



martedì 27 ottobre 2020

Le interviste di Basket Timeout. Con Marco Atripaldi

Intervista esclusiva a Marco Atripaldi, club manager della Pallacanestro Biella, con il quale abbiamo parlato dell'attività cestistica riguardo all'ultimo Dpcm del 25 ottobre 2020, dell'emergenza Covid che sta portando conseguenza economiche a livello di botteghino e non solo, di serie A e A2, settore giovanile, governance sportiva e tanto altro.