mercoledì 16 giugno 2021

Torna la Lazio, il basket romano rialza la testa

Un campione d'Europa e vicecampione olimpico alla base del progetto che rilancia i colori biancocelesti anche nel basket

Torna la Lazio, il basket romano rialza la testa

Con la Lazio Basketball ATG 1932, Enrico Gilardi, cresciuto con Giancarlo Asteo, vuole riproporre la filosofia tecnica del suo vecchio maestro crescendo giovani che possano affermarsi nella propria città. "L'idea è di far riscoprire a Roma un nome storico, che anche nella pallacanestro è stata una importante realtà". I colori bianconcelesti in campo fin dal 1932, la presentazione di lancio al Muro Torto, la vecchia sede della gloriosa Ginnastica Roma dove la Lazio disputò la prima partita della sua storia


di Giovanni Bocciero*



RILANCIO E IDENTITÀ. Sono queste le due parole che meglio si legano alla Lazio Basketball ATG, la nuova realtà cestistica che vuole riportare in auge un nome storico e una tradizione importante della pallacanestro romana. Tra i promotori di questo rilancio, un ex atleta biancoceleste ed emblema della romanità, ovvero Enrico Gilardi. Con la gloriosa Pallacanestro Lazio 1932 ha esordito diciottenne in serie A nel 1975, alla corte del maestro Giancarlo Asteo. Poi ha giocato per Stella Azzurra e soprattutto Banco di Roma con cui ha vinto tutto ciò che c’era da vincere: lo scudetto del 1983, la Coppa dei Campioni e quella Intercontinentale del 1984, e per finire la Coppa Korac del 1986.

«Il fatto di aver giocato nella Lazio è stato il motivo per cui sono stato contattato - ha esordito Gilardi - e mi è stato chiesto se volessi partecipare a questo progetto di rilancio e costruzione di una nuova realtà che si chiamerà Lazio Basketball ATG, acronimo di Accademia tecnica giovanile e che va a legarsi al progetto al quale ho lavorato con il Comitato FIP Lazio negli ultimi sedici anni».

Enrico Gilardi, 64 anni, nell'Italia
Basket Hall of Fame dal 2016
Gilardi nella nuova realtà ricoprirà il ruolo di general manager, mentre Luigi Capasso, con trascorsi in Virtus Roma, NPC Rieti ed Eurobasket Roma oltre che nel calcio tra Napoli e Fiorentina, sarà il presidente. Tra i soci vi è Giampaolo Bocci, figlio di Eraldo ultimo presidente della storica Lazio 1932 radiata dalla FIP nel 2005, mentre Giovanni Tassi, altro ex atleta biancoceleste ricoprirà il ruolo di team manager. Per fare chiarezza, la Lazio Basketball ATG ha rilevato il titolo della Nuova Lazio Pallacanestro, società che comunque continuerà la propria attività a livello giovanile. Eppure si è cercato di unire le forze coinvolgendo anche l’altra società della S.S. Lazio Basket, perché «la prima idea di chi si è fatto promotore del rilancio nel basket del nome Lazio - ha chiarito Gilardi - è stato quello di mettere intorno ad un tavolo entrambe le realtà, proponendo di creare un progetto comune. La S.S. Lazio Basket però non ha ritenuto interessante poter intraprendere questa strada insieme. Per cui l’unico club rimasto è stata la Nuova Lazio Pall. che si è messa a disposizione sin da subito permettendo la costituzione di questa nuova realtà».

LA LAZIO BASKETBALL ATG si affaccia sul panorama cestistico romano in un periodo piuttosto delicato, sia per la ripresa generale dell’attività post pandemia, sia per il fallimento del massimo club cittadino quale era la Virtus Roma. «Il progetto nasce dall’idea che la città di Roma possa riscoprire un nome storico come quello della Lazio, che anche nella pallacanestro è stata una importante realtà con trascorsi in massima serie. Già ci stavamo muovendo prima dello scoppio della pandemia da Covid, quindi - ha specificato l’ex giocatore che con la Nazionale italiana ha vinto l’argento alle Olimpiadi di Mosca 1980 e un oro ed un argento agli Europei del 1983 e 1985 - questa rinascita non va affatto legata al fallimento della Virtus. Come nuova realtà ci stiamo organizzando per iniziare al meglio quando tutte le attività sportive ripartiranno con l’obiettivo da una parte di rilanciare la pallacanestro a Roma, e dall’altra di rispolverare il nome Lazio che significa tradizione, e che all’interno di una città come Roma crea anche una faziosità comunque molto più forte e sentita dal punto di vista calcistico che non nel basket».

Avendo rilevato la Nuova Lazio Pall., la Lazio Basketball ATG dovrebbe disputare il campionato di serie C Silver anche se qualcosa in termini di titoli sportivi potrebbe mutare nelle prossime settimane. «Nonostante le ambizioni bisogna essere realisti, quindi - ha spiegato Gilardi - non credo saremo pronti per una serie B ma forse disputeremo una C Gold. Il bello dello sport è anche quello di conquistarsi i meriti sul campo, e non solo comprando titoli sportivi». Al di là della categoria che giocherà la squadra senior, la dirigenza biancoceleste vuole puntare fattivamente sui giovani. «Come realtà nuova non avremo da subito un vivaio ben strutturato rispetto ad altre società romane. Vogliamo però che i giovani romani siano protagonisti in una squadra della città. Negli anni abbiamo visto tante promesse andare via non per giocare in serie A, cosa che avrei accettato - ha dichiarato Gilardi -, ma soltanto per disputare campionati giovanili di livello in altre piazze. Noi ci poniamo l’obiettivo di offrire ai ragazzi l’opportunità di continuare a crescere a Roma così da creare un gruppo d’identità romana forte».

Enrico Gilardi con Mattia Palumbo
OGGIGIORNO si sente spesso parlare di nuovi progetti che si fondano sui giovani. Il problema è passare dalle parole ai fatti, ed Enrico Gilardi sa perfettamente come si fa visto il suo impegno con i centri di addestramento tecnico giovanile della FIP Lazio. «Attraverso il progetto della federazione regionale ho potuto seguire tante annate giovanili e vedere centinaia di ragazzi. Ad esempio Mattia Palumbo è un’eccellenza, ed io avrei preferito che avesse avuto l’opportunità di giocare nella massima squadra della città invece di andare a fare esperienza fuori. Certo, oggi i meccanismi intorno al basket sono cambiati, ma cercheremo comunque di offrire un’occasione ai ragazzi».

Per riuscire in questo lavoro, sarà importante mettere in rete tanti piccoli club. «Assolutamente sì, e ci proveremo attraverso l’aggregazione di questi club che magari sono meno strutturati per vari motivi senza però soffocare le loro singole identità. Le società che lavorano sui ragazzi facendo tanti sacrifici vanno rispettate - ha commentato Gilardi -, vedendogli garantiti i propri diritti di formazione. Speriamo di avere a che fare con una nuova generazione di dirigenti e allenatori lungimiranti che possano pensare che attraverso un progetto comune si può arrivare a fare il bene dei ragazzi. Così facendo sono convinto che a beneficiarne saranno anche le stesse società. Possiamo dire che al momento come Lazio Basketball ATG ci presentiamo quasi come fossimo una realtà no profit, sperando che si colga lo spirito e il concetto di questa idea senza invidia per nessuno. Ribadisco che l’obiettivo unico è quello di mettersi a disposizione per la crescita dei ragazzi. A me piace dare indietro quello che ho ricevuto dalla pallacanestro, e credo che la migliore soluzione per poterlo fare sia quello di mettersi al servizio dei più giovani».

All'avversario della Jollycolombani di Forlì, non resta che
guardare l'appoggio a canestro di Enrico Gilardi
IL NUOVO CORSO della Lazio Basketball ATG è stato presentato ufficialmente il 5 giugno nella sede della Ginnastica Roma, data e luogo storici avendo la Lazio nel 1932 disputato proprio al campo del Muro Torto la prima partita ufficiale. Eppure il neonato club è ancora alla ricerca di una ‘casa’ in città. «La situazione a Roma è delicata perché non vi sono strutture dove poter giocare la serie A, e le altre sono poche. Ad esempio per giocare al PalaEur ci vogliono 20 mila euro a partita, il che rappresenta un vero harakiri economico-finanziario per chiunque. Per questo, per adesso, la nostra casa madre è Riano. Siamo però in trattativa - ha rivelato ancora il nuovo general manager biancoceleste - con alcune strutture cittadine per poter fare attività dentro Roma. Ma potremo parlarne solo quando avremo definito gli accordi che stiamo per stipulare. Tutto ciò augurandoci di avere a disposizione il PalaTiziano nel giro di qualche anno».

Una domanda però è più che legittima, ovvero dove si posizionerà la nuova realtà laziale nel panorama cestistico della capitale? «Nel rispetto di tutte le società che gravitano su Roma, ci poniamo con la consapevolezza che tranne la Stella Azzurra e l’Eurobasket che si sono guadagnate sul campo la stima di tutti, nessuno ha le potenzialità di sostegno e spinta che ha una società che si associa al mondo Lazio - ha risposto Gilardi -. Vogliamo ricreare l’identità biancoceleste, ciò vorrà dire che giocare con la Lazio tornerà a significare di aver giocato per una società importante della città. E sono convinto che il nome Lazio può diventare un veicolo d’immagine prestigioso e positivo in maniera trasversale».

L’attività della Lazio Basketball ATG inizierà senza l’affiliazione alla Polisportiva Lazio, cosa di cui al momento può fregiarsi la S.S. Lazio Basket che milita nel campionato di Promozione. Ma Gilardi è stato chiaro anche a tal proposito: «Vogliamo lavorare con grande umiltà ma con la decisa convinzione in ciò che facciamo. E riguardo ad una futura affiliazione, ambiamo a questa opportunità ma vogliamo essere valutati per il lavoro che svolgeremo da qui a tre anni». Come si può ben capire, la storia della Pallacanestro Lazio 1932 è rivendicata da più società. Per questo è anche lecito domandarsi se in futuro si vorrà riabilitare lo storico codice FIP del club radiato nel 2005. «Posso affermare che non rientra tra le nostre intenzioni - ha risposto deciso Gilardi -, perché vogliamo riproporre la storia della Lazio ma attraverso un percorso del tutto nuovo. Il progetto prevede massima serietà e soprattutto dignità. E non sarà di certo un codice che ci identificherà per quello che siamo, e che vogliamo essere».



* per la rivista BASKET MAGAZINE

Basket Minors. Ale Gentile torna alle origini, nella sua Maddaloni partitella tra amici

Basket. L'Olympia Maddaloni ha ospitato Alessandro Gentile per una partita tra amici

Lo sport è vita, aggregazione, inclusione, amicizia. Quante volte avete pronunciato o solo sentito dire queste affermazioni. Magari ai più suona addirittura come uno slogan vuoto, come quella pubblicità vista e rivista in televisione. Nulla di più sbagliato. Davvero. Capita che una sera del mese di giugno, nonostante le difficoltà che ormai tutti stiamo vivendo in questo periodo di Covid, un gruppo di amici ancora riesca a riunirsi in palestra per il solo gusto di giocare a pallacanestro. Il campionato di Promozione al quale sono iscritti non è stato disputato, eppure da febbraio i ragazzi dell'Olympia Basket Maddaloni non smettono di allenarsi. Per il gusto di farlo appunto, di sentire il pallone rimbalzare, per ascoltare il 'ciuff' ad ogni canestro, e non importano la fatica, il sudore e i sacrifici da fare per stare lì, in palestra.

Tra gli amici di questi ragazzi, compagno d'infanzia e soprattutto di squadra quando ancora si giocava a livello giovanile, c'è anche Alessandro Gentile. E allora è un attimo. Tra amici di lunga data ci si sente e ci si messaggia ancora. Alessandro ora è a casa perché ha deciso spontaneamente di finire anzitempo la stagione agonistica dopo aver contratto il Covid in quel di Madrid, dove stava giocando con l'Estudiantes. E allora un messaggio per chiedere come stai, presto si tramuta in un invio a fare allenamento. L'ok di Alessandro avvia un tam tam tra gli amici che vede presto unirsi anche Domenico Marzaioli, in forza da due anni alla Scandone Avellino.

Tutto organizzato dunque, appuntamento come da routine al PalaFeudo, la palestra della scuola elementare Brancaccio dove ha avuto inizio l'escalation dell'allora Artus Maddaloni. Neanche a dirlo che tra i venti ragazzi in campo tutti vantano un'esperienza in quello che all'inizio degli anni 2000 era uno dei più floridi vivai della regione Campania e del Sud Italia. Venti ragazzi compresi tra i 35 e i 21 anni - tra i quali anche Francesco Della Peruta e Ivano Ragnino che hanno indossato nelle ultime stagioni la casacca della Pall. San Michele Maddaloni tra serie B e C Gold - e che insieme contano la partecipazione a ben 5 Finali nazionali, ovviamente di diversa categoria ed annata, e svariati altri titoli a carattere regionale.

Tra crossover, tiri dai nove metri, passaggi no-look, difese dure, sorrisi, pacche sulle spalle e sfottò mai così ben accetti, è andata in scena un'amichevole spettacolo con l'assenza purtroppo del pubblico, in rispetto di quelle che sono le disposizioni anti-Covid. Ma siam convinti che qualche giocata avrebbe strappato applausi a scena aperta. Insomma si è svolta una serata di divertimento, che si è avvicinata a quella normalità che da mesi ormai ci sembra solo un lontano ricordo, inseguendo quella innata passione per la pallacanestro. Ma soprattutto tra amici veri. L'Olympia Basket Maddaloni è nata proprio fondandosi su questi valori. E poco importa la categoria, l'importante è sentire sempre il rumore di quel pallone che rimbalza.



mercoledì 12 maggio 2021

Speciale. Trent'anni fa lo Scudetto di Caserta

La Stella del Sud - Il 21 maggio 1991 Marcelletti, Gentile ed Esposito portavano per la prima volta al Sud il titolo italiano battendo la Philips di Mike D'Antoni

JUVE CASERTA, LO SCUDETTO DEL RISCATTO

Il presidente dell'epoca Gianfranco Maggiò, il coach Franco Marcelletti e il capitano Nando Gentile, rievocano l'impresa della squadra che superò le tradizionali potenze del Nord a coronamento di cinque anni esaltanti. Una storia che inizia per la passione e il coraggio di Giovanni Maggiò e con un Palasport costruito in soli cento giorni

Tanjevic, Sarti, Giannoni gli altri artefici di un miracolo costruito valorizzando i talenti locali. La svolta si ebbe rinunciando ad Oscar e Glouchkov e dando fiducia a Marcelletti, un altro casertano. Orgoglio per il glorioso passato, amarezza per un presente modesto, ma Gentile è al lavoro per restituire alla città le emozioni di un tempo.



di Giovanni Bocciero*



Il roster dei Campioni d'Italia (Foto archivio Carlo Giannoni)
Sergio Donadoni (guardia, 1969, 200 cm), Tellis Frank (ala, 1965, 207 cm), Cristiano Fazzi (play, 1972, 181 cm), Francesco Longobardi (guardia, 1969, 200 cm), Massimiliano Rizzo (centro, 1969, 204 cm), Giacomantonio Tufano (centro, 1969, 208 cm), Vincenzo Esposito (guardia, 1969, 194 cm), Sandro Dell'Agnello (ala, 1961, 203 cm), Ferdinando Gentile (play, 1967, 190 cm), Charles Shackleford (centro, 1966, 207 cm), Allenatore Franco Marcelletti, Assistente Maurizio Bartocci, impiegati anche Damiano Faggiano, Giuseppe Falco, Claudio Acunzo, Luigi Vertaldi e Virgilio Vitiello


21 MAGGIO 1991. Non c’è casertano che non sappia cosa è successo quel giorno. Una data che si ricorda come il proprio compleanno. Quel giorno rappresenta un pezzo di storia per la città di Caserta che festeggiava la vittoria dello scudetto grazie all’impresa della Juve. Un obiettivo rincorso a lungo e raggiunto come il finale di un libro giallo. Tutti conosciamo tutto a riguardo. A distanza di trent’anni però, questo è un anniversario davvero importante, intriso di orgoglio ma anche di malinconia, con la speranza di poter tornare a rivivere emozioni di quel genere. Un avvenimento rappresentativo, oggi più che mai, come l’emblema della piccola provincia italiana che riesce a competere e addirittura a vincere contro le corazzate soprattutto del Nord Italia. Quel trionfo è stato reso possibile grazie alla visione di un uomo, il Cavaliere Giovanni Maggiò, che ha trascinato i propri collaboratori e investito nella costruzione del PalaMaggiò. Impianto imprescindibile per i risultati raggiunti dalla Juve Caserta e per questo un tutt’uno con il tricolore.
«Più passano gli anni e più ci si rende conto che - ha esordito Gianfranco Maggiò - è stato fatto qualcosa di straordinario. Naturalmente c’è orgoglio e soddisfazione per aver realizzato un vero e proprio sogno. E man mano che passano gli anni, appunto, si capisce meglio la portata di ciò che è stato realizzato. Non posso nascondere che oltre all’orgoglio per quanto è stato fatto c’è anche una certa amarezza nel vedere che il teatro dove è stato realizzato tutto ciò, ovvero il PalaMaggiò, è stato in qualche modo abbandonato. Dico questo perché le due cose sono collegate. Lo scudetto, ovvero il sogno raggiunto, non si sarebbe realizzato senza quell’impianto».

IL PALAZZO, COSTRUITO IN CENTO GIORNI pur di garantire la serie A alla squadra e alimentare quel sogno nel quale ha creduto da pioniere Giovanni Maggiò. Il presidente visionario che purtroppo, come altri protagonisti della scalata della Juve Caserta, non ha potuto festeggiare il successo perché strappato alla vita. «Lo scudetto è soprattutto di mio padre - ha smorzato Gianfranco Maggiò -, perché se non ci fosse stato lui, con il suo coraggio, con la sua capacità di trascinare i collaboratori, con l’intuizione di realizzare il PalaMaggiò non saremmo mai arrivati a quel punto. Detto ciò, una delle più grandi soddisfazioni che ricordo quando abbiamo vinto è quella della premiazione, che avvenne a Caserta nel mese di settembre perché prima non si premiava a fine gara. Ebbene, a questa premiazione parteciparono molti degli atleti che avevano giocato per la Juve Caserta addirittura in serie C. Segno che quando si raggiunge un risultato del genere il merito è di tutti quelli che hanno lavorato per tale obiettivo. C’è stato un pianeta, ovvero Giovanni Maggiò, intorno al quale hanno girato molti satelliti che hanno contribuito ad illuminare la scena. Alcuni si sono elevati al di sopra degli altri, come Tanjevic che è stato un pilastro fondamentale, così come Oscar che ha tracciato la strada ai giovani, così come i dirigenti Sarti e Giannoni che sono stati importanti nella costruzione dell’intera società».
L’unica amarezza può essere derivante dal fatto che quel trionfo ha rappresentato l’apice di un percorso lungo e faticoso, piuttosto che l’inizio di una serie di altri importanti successi. «Lo scudetto è stato raggiunto dopo vent’anni di lavoro, di sacrifici, ed era inevitabile che quel successo rappresentasse l’apice di tutto. In seguito qualche errore può essere stato commesso - ha continuato Gianfranco Maggiò -, ma resto dell’idea che l’entrata della pallacanestro nel professionismo con la legge del ‘91, coincisa proprio con la vittoria del nostro scudetto; e poi la sentenza Bosman del ‘94 abbiano tarpato le ali ad una società come la nostra che aveva fondato tutta la sua attività sul settore giovanile, e dunque sulla crescita dei ragazzi in casa. Queste nuove normative e regolamentazioni hanno vanificato la nostra programmazione facendo lievitare i costi. Noi avevamo anche l’onere del fabbricato sulla gestione della società e quindi praticamente quello che poteva essere un punto di arrivo, ma contemporaneamente un punto di partenza per il futuro, è andato in contro a delle difficoltà di natura imprevedibile che hanno fatalmente modificato in maniera quasi irreversibile tutto il programma che era stato fatto».

Il gm Giancarlo Sarti, il presidente Gianfranco Maggiò,
il coach Franco Marcelletti (Foto archivio Carlo Giannoni)

ALLA PARI DEGLI ATLETI IN CAMPO, il PalaMaggiò è stato un pezzo del puzzle che ha permesso alla società bianconera di raggiungere le vette del basket italiano ed europeo. E non si può scindere dalla vittoria dello scudetto. «Ricordo perfettamente che quando incontrai i dirigenti del Real Madrid ad Atene per la finale di Coppa delle Coppe - ha rivelato ancora Gianfranco Maggiò - loro ci dissero che ammiravano la nostra società non solo per la squadra di livello ma soprattutto per il fatto che ci eravamo dotati di un nostro palazzo molto avveniristico e funzionale per l’epoca».
Ed è proprio per garantire un futuro all’impianto che Gianfranco Maggiò ha ricoperto nelle ultime stagioni il ruolo di presidente onorario della Juve Caserta. Mentre oggi, da osservatore esterno, guarda con fiducia al nuovo club cittadino della JC Academy impegnato in C Silver. «Ho ricoperto quel ruolo nella vecchia società con la speranza di riuscire in qualche modo a dare una mano alla risoluzione del problema legato al PalaMaggiò. Purtroppo non ci sono riuscito e ne sono dispiaciuto. In questo momento non ho nessuna paura che la pallacanestro possa perdersi a Caserta perché sono molto fiducioso della nuova società del presidente Farinaro, persona serie e dalla grande passione ed etica. Finalmente vedo la Juve Caserta in buone mani. Anche se si deve ripartire dalla serie C, ricostruendo l’attività giovanile, il presidente e i suoi collaboratori hanno le capacità, l’umiltà e l’ambizione per riuscirci. Bisogna avere pazienza perché non si può fare tutto dalla sera alla mattina».

LA VITTORIA DELLO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha avuto il merito di avere come protagonisti tanti casertani, dal coach Franco Marcelletti al play Nando Gentile, alla guardia Enzo Esposito, a Sergio Donadoni. Persone che non solo competevano per vincere, ma anche per portare in alto il nome della propria città.
«È stata una grande soddisfazione, ancor più grande per me che sono casertano - ha esordito Marcelletti -, perché abbiamo fatto qualcosa paragonato ad un miracolo, ma che di miracolo ha ben poco. Per arrivare a quello scudetto ci sono stati anni e anni di duro lavoro, nei quali abbiamo affrontato e battuto avversarie come Milano, Roma, Cantù, Pesaro. Tutte squadre che giocavano una pallacanestro di altissimo livello. E se ci siamo riusciti è grazie al progetto iniziato dal presidente Giovanni Maggiò che ha garantito la costruzione del palazzo senza il quale non si sarebbe potuto giocare in serie A».
Il percorso della Juve Caserta è stata una gran bella avventura, destinata però come tutti i cicli a finire. «Negli anni di Tanjevic, con la promozione in A, e poi successivamente con me siamo sempre stati tra le prime in classifica arrivando a giocarci tante finali. Non so se dopo la vittoria dello scudetto si sarebbe potuto fare di meglio - ha spiegato Marcelletti -, perché comunque essere costanti comporta tanti costi e la famiglia Maggiò ha fatto davvero tanto. Quasi ogni grande piazza del nostro basket ha affrontato momenti difficili ed è dovuta ripartire dal basso. Ricordo che Gianfranco Maggiò rifiutò offerte stellari da Roma per Gentile, tutto per realizzare il sogno scudetto. La scomparsa del cartellino nel ‘96, ha rappresentato di sicuro uno svantaggio per una società come Caserta che puntava molto sulla valorizzazione dei giovani ritenuti un patrimonio».
In città l’amore per la pallacanestro non potrà mai scomparire, neppure a distanza di anni. Ne è convinto Marcelletti che «parlo con tanti amici casertani e la passione per la pallacanestro non scompare. Oggi in città oltre alla nuova società ci sono tanti piccoli centri minibasket che mantengono vivo questo sentimento. Quindi la cultura cestistica non abbandonerà mai la città, anche perché se stiamo a parlare dello scudetto dopo trent’anni significa che il seme che abbiamo piantato è ancora vivo. Ma per ritornare ai fasti del passato c’è bisogna di giovani dirigenti e giovani allenatori che facciano crescere giovani giocatori».

Nando Gentile, scugnizzo trascinatore della Juve Caserta tricolore
(Foto archivio Carlo Giannoni)

LO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha forse davvero poco di miracoloso, ma resta purtroppo un successo unico nel suo genere. «Dopo trent’anni si parla ancora di quello scudetto perché è stato un evento unico - ha commentato Gentile -, rimasto indelebile per tutti noi che l’abbiamo vissuto in prima persona e che è rimasto dentro a tante persone che ci hanno sostenuto».
Gentile era l’astro nascente, frutto di un lavoro encomiabile con il settore giovanile. «La vittoria del campionato del ‘91 è stato il risultato dei sacrifici e del lavoro di anni. Punti cardine di tutto ciò la costruzione del palazzetto e il lavoro di crescita su ragazzi casertani e campani - ha continuato l’ex playmaker - come eravamo tanti di noi. Nell’arco degli anni siamo passati anche attraverso delle sconfitte, e l’apice è stato sicuramente quel trionfo. Poi è successo quello che è successo».
Oggi Gentile è impegnato in prima persona nella JC Academy, con l’obiettivo di preservare il patrimonio cestistico cittadino. «Sono passati trent’anni ed è normale che siano cambiate tante cose, dalle singole situazioni alle persone stesse. Le società sono cambiate ma credo che la voglia della gente di fare ancora pallacanestro a Caserta non è diminuita. Vedo che c’è ancora tanta passione, ed è quello che stiamo cercando di fare noi con l’Academy, ricostruendo la vecchia impronta dello storico club. È difficile rifare tutto ciò che è stato fatto perché si trattava di un momento particolare. L’importante ora è che ci sia la voglia di fare, di costruire, di lavorare. Lo sport è dedizione - ha concluso Gentile -, e Caserta se lo merita perché è una città che ha sempre vissuto di basket».



PROTAGONISTI - Dell’Agnello: Per Caserta e per il Sud ha rappresentato il colpo del secolo 

Cresciuto in casa ma venuto da lontano, per questo casertano d’adozione, Sandro Dell’Agnello è stato tra i principali protagonisti del tricolore.
«Di quello scudetto se n’è parlato così tante volte che credo non si possa dire nulla che non si sappia già. L’emozione per quel successo - ha dichiarato Dell’Agnello - è stata grande anche e soprattutto perché eravamo una squadra identificata completamente nella città che, fino a quel momento, non aveva vinto niente di importante. Per Caserta, ma per il Sud intero, ha rappresentato il colpo del secolo».
Un successo reso possibile grazie a tutta una serie di fattori. «Lo scudetto è stato l’apice perché grazie a Giovanni Maggiò, alla società e a chi ha lavorato in quegli anni tra allenatori e giocatori, hanno costruito una squadra che partendo dall’A2 ha primeggiato in Italia. Il pizzico di fortuna è stato avere in roster due giocatori importanti nati a Caserta (chiaro riferimento a Gentile ed Esposito). La cosa fantastica sarebbe stato se quella vittoria avesse rappresentato il punto di partenza per altri successi. Purtroppo le vicende societarie e i risultati degli anni successivi hanno impedito tutto ciò».
La passione del tifo è ovviamente influenzata dai risultati. Lo sa bene Dell’Agnello che a Caserta è ritornato nelle vesti di allenatore. «Come qualunque città che perde uno sport di primo livello è possibile che possa esserci una dispersione della passione. Negli anni in cui sono ritornato a Caserta per allenare ho avvertito che la passione e l’attaccamento al basket erano comunque vivi. Paragonarli a quegli anni - ha concluso Dell’Agnello - è però impossibile».

Sandro Dell'Agnello nella finale con Milano
(Foto archivio Carlo Giannoni)

PROTAGONISTI - Donadoni: Eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro

Se c’è un giocatore che ha davvero vissuto, e contribuito, alla crescita della Juve Caserta questo è Sergio Donadoni. All’inizio degli anni ‘70 era già nel giro della prima squadra dopo essersi messo in mostra tra le fila delle compagini giovanili.
«La vittoria dello scudetto è stata una grande soddisfazione. Ho sempre preso le cose come una sfida personale perché voglioso di dimostrare quanto valevo. Sapevo - ha detto Donadoni - di non poter essere un giocatore di punta, ma facevo molto bene il mio lavoro da sesto uomo. Di ricordi ce ne sono tanti ed indelebili, ma eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro e che sapeva quello che voleva fare».
Donadoni ha vissuto diverse fasi della propria carriera con la casacca bianconera, ed è piuttosto convinto nel dire che «la vera svolta arrivò, come cambio di mentalità, con Tanjevic e Sarti. Si alzò la qualità del lavoro, e bisognava sottostare a certe regole di sportività ed educazione. Il continuo miglioramento è stato eclatante».
Il suo legame con Giovanni Maggiò era forte, perché «per me è stato un secondo padre, e nelle scaramucce che abbiamo avuto mi ha impartito lezioni di vita». Ed è proprio il modo di lavorare del Cavaliere che ha permesso l’incredibile escalation della società. «Maggiò voleva che i giovani crescessero ma non a danno dei risultati della squadra. E far crescere bene i ragazzi rappresentava un patrimonio per la società. Non nascondo che all’epoca giocatori come Premier, Villalta, Brunamonti - ha rivelato Donadoni -, avrebbero fatto carte false per giocare a Caserta».



* Per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 17 marzo 2021

Serie B. Amoroso: "Non ho rimpianti ma ora mi conosco meglio"

 A 40 anni Valerio è tornato a Roseto dove mosse nel 1998 i primi passi di una carriera lunga ma meno ricca dei risultati che avrebbe meritato

Amoroso: "Non ho rimpianti

ma ora mi conosco meglio"

Carattere di fuoco, senza peli sulla lingua, spesso scomodo, ammette: "Sono fatto così, e certe volte avrei dovuto reagire in maniera diversa". Ma questa è anche la sua forza, che l'ha portato a farsi apprezzare più nei piccoli centri che nelle metropoli: "Perché lì c'è più passione e più disponibilità a conoscerti come realmente sei, dandoti fiducia"


di Giovanni Bocciero*


DA ROSETO A ROSETO. Nel mezzo una carriera lunga 23 stagioni. A 40 anni Valerio Amoroso è ancora in prima linea, a dare battaglia come se fosse il primo giorno. E con la Pallacanestro Roseto, impegnata in serie B, non si pone limiti. «Siamo partiti abbastanza bene ma si può fare sempre meglio - ha esordito l’atleta -, anche perché in squadra ci sono ragazzi in gamba che si impegnano dalla mattina alla sera. Mi aspetto un’ottima annata perché comunque abbiamo tanto talento e c’è la possibilità di poter fare davvero bene. Roseto poi è una piazza che in questo momento ha bisogno di rialzare la testa. Viene da due anni di Stella Azzurra nei quali ci si è un po’ disaffezionati al basket perché i tifosi non sentivano propria la squadra. La mancanza di pubblico è pesante perché qui si può arrivare anche a 4 mila spettatori. Non c’è questa forza in più che ci spinge, però a differenza di quando ho avuto la mia prima esperienza sono passati tanti anni e sono cambiate tante cose, ad iniziare da come si gioca. Prima si respirava un’aria diversa - ha continuato Valerio - perché c’era il tifo organizzato e se camminavi per strada la gente ti fermava. Oggi c’è un distacco ancora più marcato anche a causa del Covid che ha stravolto un po’ tutto».

Valerio Amoroso, 40 anni, Roseto ha puntato su un amato
cavallo di ritorno per il rilancio (foto Tommarelli)
Amoroso è arrivato a Roseto la prima volta nel 1998, e vi è rimasto sino al 2002 facendo l’esordio in A1. La squadra era stata appena promossa in A2 e si stava rilanciando dopo i fasti degli anni ’50. Nel 2000 centra la storica promozione in massima serie, dove vi rimane per sei campionati consecutivi. Nell’estate del 2006, causa problemi economici, la società viene estromessa dalla A. Riparte nel 2008 dalla LegaDue grazie al trasferimento del titolo di Fabriano, ma a fine stagione retrocede e fallisce di nuovo. Con il nome Roseto Sharks riparte dalla C2, e grazie a promozioni e ripescaggi il club ci impiega quattro anni per ritornare in A2. Nelle ultime due stagioni ha collaborato con la Stella Azzurra Roma per formare dei roster con giovani talenti. Ma l’estate scorsa è terminato questo connubio, e così si è dato vita ad un consorzio che ha rilevato il titolo sportivo di Lecco. E quest’anno si festeggia un secolo di pallacanestro, che è arrivata in città nel 1921.

L’ala napoletana, che a Roseto era arrivato come astro nascente, oggi è tra i pilastri della squadra di coach Tony Trullo. Ma non chiamatelo chioccia, perché «questo ruolo spetta al capitano Antonio Ruggiero. È lui che ci fa da mentore, da leader in campo e fuori. È lui la figura di riferimento a cui guardiamo». Lui preferisce impegnarsi a dare il suo contributo. «A me piace lottare, mettermi in gioco, lavorare e farlo per bene. È ciò che faccio da una vita. Quando i momenti sono difficili e c’è da combattere, di sicuro io do il meglio di me perché mi piace stare in quelle situazioni. Sono a mio agio». Ma proprio questa sua grinta lo ha portato spesso ad essere odiato dal pubblico avversario. «In realtà a volte non piaccio neppure a quello di casa - ha puntualizzato Valerio -. A Caserta, mentre giocavo per la Juve, facevano cori contro mia madre. Ma io gioco per me, per quello che faccio e che sono. Magari per questo è più facile odiarmi».

DA SAN SEBASTIANO AL VESUVIO alla serie A, cosa serve per riuscire in una parabola come la tua? «Credo che quello che ho vissuto io non lo vivano i ragazzi di oggi, dove tutto è più semplice, più leggero. Alla loro età avevo meno possibilità, ma buttavo l’anima ogni giorno. Si poteva sbagliare davvero poco perché c’era più competizione e c’erano persone meno competenti. Con il tempo ho capito e apprezzato cosa significasse lavorare - ha continuato Amoroso -, e che il talento non basta per arrivare a certi livelli. Adesso invece di competenza ce n’è tanta e basta informarsi per cercare il posto giusto dove giocare. Al contrario, è diminuita la passione e c’è difficoltà a trovare ragazzi che vogliano davvero sacrificarsi». Forse è questo il marchio di fabbrica che permette al suo amico Poeta di essere ancora decisivo in A. «Peppe è un grande giocatore e se lo merita. Sta fisicamente molto bene, ma si impegna tanto e lo si vede da come gioca. Se però dei vecchietti come noi riescono ancora a fare la differenza in determinate categorie vorrà pur dire qualcosa. Il basket è certamente cambiato, ma se in meglio o in peggio non ne ho idea».

Per il lungo nato a Cercola in provincia di Napoli
una carriera di successi (foto Tommarelli)
Nel corso della carriera gli sono state affibbiate diverse etichette, che ne hanno condizionato il percorso, ma «non ho alcun rimpianto. Solo mi dispiace per come sono fatto. Probabilmente avrei dovuto reagire in modi diversi in determinate situazioni. Ora mi rendo conto che molti miei malumori dipendono da come sono fatto. Adesso che sono maturo è più facile gestire i colpi di testa, capire quando e perché sbrocco. Importante è chiarirsi sin dall’inizio, e purtroppo non l’ho capito prima. Questo è forse il mio più grande rammarico. Ma bisogna fare determinate esperienze anche per imparare a conoscersi meglio». In carriera ha vestito canotte prestigiose come quelle della Virtus Bologna e della Vuelle Pesaro, eppure il meglio di sé l’ha fatto vedere in provincia, a Montegranaro, a Teramo. «Forse nei posti più piccoli ho trovato persone che mi hanno voluto conoscere per quello che sono, che mi hanno ascoltato e capito. Nelle grandi metropoli, dove girano più soldi, in fin dei conti è più difficile trovare gente del genere. Anzi, ci sono persone che pensano principalmente al proprio profitto. Nelle piccole città c’è invece più passione, e con gente che mette avanti a tutto la passione e non il proprio tornaconto personale - ha evidenziato Amoroso - i rapporti cambiano. E quando si incontrano persone in gamba, che sanno capire gli altri, si guadagna fiducia. Questo è quello che ad esempio non ho trovato in Nazionale, dove infatti sono stato malissimo». Il lungo conta 40 presenze in Azzurro, ma a livello senior non è andato oltre le Qualificazioni di Euro 2009. E oggi «quello che sto vedendo, a dire la verità, non mi piace tanto. Non voglio essere negativo, ma da ciò che ricordo il Ct Sacchetti ha sempre preferito gli stranieri. Affidargli la panchina dell’Italia è stata una scelta che non mi ha fatto impazzire. Però forse sono la persona sbagliata per parlarne».

Talento e punti nelle mani: anche a 40 anni un pericolo
costante per le difese (foto Tommarelli)
Nel rapporto con gli allenatori non è sempre stato fortunato, anche perché è un ragazzo che cerca un dialogo che spesso va oltre alla semplice impartizione degli schemi di gioco. «Io ragiono sulle cose, rifletto. Ho bisogno che il coach mi spieghi e mi motivi per arrivare a credere in ciò che sto facendo, ma se non riesce a comunicarmi queste sensazioni, faccio fatica. Prima impazzivo e basta, oggi invece comunico prima di impazzire. Questo è un problema che riguarda tutti, ecco perché vado sempre alla ricerca della giusta comunicazione». Insomma ha bisogno di essere reso partecipe per dare il massimo, e questo è sinonimo di un giocatore che pur se ha vinto due titoli italiani di 1-vs-1 (battendo Marco Belinelli nel 2004), tiene al gioco di squadra. «Ci sono giocatori e giocatori. C’è chi riesce a pensare solo a se stesso e si concentra per fare bene personalmente, e c’è chi invece è alla ricerca di soddisfazioni sia personali che di squadra. Io preferisco giocare in una squadra che sia composta da giocatori altruisti, ma capisco che ci sono modi e modi di vedere la pallacanestro. Se sei individualista non riesci a vedere altro che il tuo gioco e il modo di come fare canestro. Questa non è una colpa, ma un limite. Me ne sono accorto parlandone con alcuni coach - ha sottolineato Valerio -, che diversi giocatori americani non è che non volessero, ma proprio non ci arrivavano a capire il gioco di squadra. Era come parlare arabo con loro. E dunque prendi il giocatore così com’è e lo sfrutti per il bene della squadra. Lui è contento, tutti sono contenti».

MA COSA FARA' AMOROSO una volta terminata la carriera da giocatore? «Mi piacerebbe rimanere nella pallacanestro, ma bisogna vedere un po’ di cose. In primis ciò che la vita ti offre. A me piace leggere il gioco, stare a contatto con i giocatori, gestirli, capirli. Non escludo di fare il dirigente o l’allenatore, ruoli entrambi fattibili. Bisogna però vedere cosa c’è in giro. Sto studiando per diventare allenatore, ma è tutto un work in progress. L’importante è trovare qualcuno voglioso di investire e costruire». Lui, napoletano purosangue, ha un grande cruccio che si porterà per sempre dietro. «Noi giocatori difficilmente siamo profeti in patria. Casa mia ormai è Civitanova Marche e a Napoli ci torno per trovare i genitori. Da noi c’è sempre stata la mentalità che l’atleta straniero è più forte di quello sotto casa. Quindi non ho mai avuto l’opportunità di mettermi in mostra a casa mia, cosa che mi sarebbe piaciuta tanto. Ho avuto l’occasione a Scafati, da giovane - ricorda Valerio -, ma sono andato via. A Caserta, da napoletano, l’esperienza è andata malissimo. Insomma, nel proprio luogo di nascita non si è mai visti bene quanto invece lo si è lontano, dove non ti conoscono e ti apprezzano per quello che sei».


* per la rivista BASKET MAGAZINE 

lunedì 8 febbraio 2021

Serie A2. La corsa di Thomas in fuga da Jackson

L'incredibile record del lungo di Scafati: in 13 anni ha indossato 17 maglie diverse in 10 Paesi differenti tra America, Europa ed Asia

La corsa di Thomas in fuga da Jackson

Dai playground in Mississippi al college in Arkansas. Poi il lungo viaggio che l'ha portato in Italia e oggi prova il volo verso la Serie A con la Givova



di Giovanni Bocciero*



VOCE DOPPIA E PROFONDA, senza peli sulla lingua, con un vissuto difficile, eppure con un animo sereno e senza rimpianti. Questo è Charles Thomas, il lungo di Scafati tra i migliori giocatori dell’A2 da diverse stagioni ormai. Non a caso il club del patron Nello Longobardi c’ha puntato ad occhi chiusi, convinto che lui possa essere il trascinatore della squadra che vuole conquistare la promozione. Sul campo sta rispondendo alla grande, spendendo ogni singola goccia di sudore per la causa.
Thomas in una schiacciata esplosiva (foto Givova Scafati)
Nato 35 anni fa a Jackson, Mississippi, città del sud degli Stati Uniti quasi rurale, ha trovato nella pallacanestro la sua salvezza. È cresciuto in un ambiente familiare non semplice, con i genitori poco presenti e spesso ospitato per avere un tetto sulla testa da parenti e amici. «Ho avuto una vita non così differente rispetto a quella di tanti altri giovani afroamericani - ha esordito Thomas -. Ho sempre desiderato andare via non solo dalla mia città, ma proprio dallo stato del Mississippi. E la pallacanestro è stata di fatto la mia salvezza perché mi ha permesso di lasciarmi il passato alle spalle». Forse è proprio per il fatto di non aver avuto una famiglia da spot pubblicitario che lui, invece, è molto legato alla moglie conosciuta giovanissima e ai figli. «La famiglia è una parte molto importante della mia vita - ha confermato il lungo -, ha plasmato la persona che sono ed anche il modo in cui gioco». Ha iniziato a giocare a basket al playground, e c’ha messo poco a capire che il gioco gli piaceva. «A nove anni giocavo nel quartiere, ma è a dodici che ho iniziato a praticarlo in maniera seria con una squadra - ha raccontato il numero 13 gialloblù -. Fare sport era naturale perché in famiglia un po’ tutti sono stati degli sportivi. Insieme a mio cugino li ho provati tutti, dal football al baseball. Quando però ho avuto per la prima volta la palla da basket in mano mi sono sentito bene. Ho provato subito la sensazione di competizione ed ho lavorare ogni giorno per fare sempre meglio. Sono diventato competitivo e questo mi ha permesso di andare via da casa e vedere posti nuovi». Il basket lo ha portato a giocare in tre continenti, permettendogli di viaggiare, lasciare quella casa che sentiva poco come nido, e di diventare così un cittadino del mondo. Prima tappa Fayetteville, sede dell’università dell’Arkansas. Con i Razorbacks ha giocato i canonici quattro anni di college, non da protagonista (8.9 punti e 4.6 rimbalzi in 21.6 minuti con 85 partite su 129 iniziate in quintetto), condividendo lo spogliatoio con i futuri giocatori Nba Patrick Beverly, Sonny Weems e Ronnie Brewer. Però, non è tutto oro ciò che luccica. E Fayetteville non è poi così lontana da Jackson. «Ho subito molteplici episodi di razzismo - ha rivelato Thomas -, soprattutto quando ero più giovane. E al college sono stato chiamato addirittura scimmia». Ed è per questo che strizza favorevolmente l’occhio al movimento Black Lives Matter. «Gli afroamericani fanno parte della storia degli Stati Uniti d’America, e per questo devono poter contare all’interno della comunità come chiunque altro».

Thomas in un'entrata a canestro, una bocca da fuoco per far
sognare Scafati (foto Givova Scafati) 
LA CARRIERA DA 'PRO' non nasce certamente sotto una buona stella. Diverse esperienze in pochi mesi tra Uruguay, Germania e Finlandia, senza neppure essere pagato quanto pattuito. Poi arriva in Bosnia e vince il campionato con il Siroki. Successivamente quattro stagioni in Ucraina dove con altrettante squadre rimpingua il suo palmares con la vittoria di un altro campionato, il premio di Mvp e la convocazione all’All Star Game. Ma vive anche una delle esperienze più terribili della sua vita. Dopo un diverbio con un compagno di squadra è stato minacciato dal presidente del club (non ha mai rivelato in quale squadra fosse accaduto perché ha sempre temuto per la sua incolumità e quella della sua famiglia) con una pistola, e costretto a scendere ugualmente in campo per giocare. Nel 2013 si trasferisce per breve tempo in Francia e in Bulgaria, ma è soprattutto in Medio Oriente, tra Libano e Israele, che gioca e si diverte. In tutto, in tredici stagioni ha indossato ben 17 maglie diverse e in 10 Paesi differenti. La pallacanestro non è solo un lavoro. «Il basket per me rappresenta la vita, ma non sono totalmente concentrato su di esso. È una parte di me ma non è tutto - ha spiegato il lungo -, cioè ne ho bisogno sia per sentirmi bene con me stesso che per mantenermi economicamente, ma al di fuori ho la mia famiglia». E facendo quello che gli piace è arrivato in Italia, quattro anni fa a Cantù, ed è stato amore a prima vista. «Amo viaggiare e non ho un posto preferito in particolare. In Israele ho trovato una società molto globalizzata, simile agli Stati Uniti anche perché tutti parlano inglese. L’Italia però è piena di storia, di cultura. Qui, ai tempi dell’Antica Roma, è nata la democrazia come la conosciamo oggi. E poi la passione che hanno i tifosi è inconfondibile». In Brianza gioca un anno e mezzo, ed ha vissuto un’altra esperienza non proprio indimenticabile a causa della gestione societaria da parte dell’allora proprietario Dmitrij Gerasimenko. In campo però è un guerriero, e dopo i primi mesi non semplici conquista l’affetto dei tifosi. È suo il tiro sulla sirena che permette alla squadra di espugnare Brindisi e conquistare la qualificazione alla Final Eight di Coppa Italia. Ed è sempre lui il trascinatore dei canturini capaci di estromettere dalla manifestazione tricolore la corazzata Milano già agli ottavi. Ovunque ha giocato ha lasciato un bel ricordo, e questo perché nel rettangolo di gioco non si risparmia mai. È arcigno, quasi sanguigno, e questo viene molto apprezzato da chi lo deve sostenere sugli spalti. Ma in realtà «i tifosi non mi conoscono veramente - ha commentato Thomas -. In campo mi sbatto ed esulto perché provo così tante emozioni che mi aiutano ad esprimermi al meglio. Nello spogliatoio trovo sempre diversi modi per scherzare con ognuno dei miei compagni. Ma fuori sono una persona tranquilla e faccio cose normali. Non mi reputo molto religioso ma provo comunque ad avere dei momenti spirituali, profondi». A gennaio del 2019 decide di scendere in A2 per giocare prima a Legnano e poi a Ravenna, dove se il campionato dello scorso anno non fosse stato sospeso poteva ambire non solo alla promozione in A ma anche al premio di Mvp (19.9 punti, 6.5 rimbalzi e una valutazione di 20.2 di media). Quest’anno è arrivata la chiamata di Scafati, ambiziosa come non mai. Ed ha già contribuito a scrivere una pagina di storia gialloblù con la vittoria della Supercoppa Centenario 2020, in cui è stato miglior marcatore della Givova sia in semifinale contro Ferrara (20 punti) che in finale contro Forlì (18 con 7 rimbalzi). Ma le sue prestazioni sono spesso e volentieri a tuttotondo, e lui ne va molto fiero. «Non credo di essere solo un realizzatore, oppure solo un rimbalzista, ma provo ad essere utile in ogni situazione e soprattutto ad essere sempre competitivo. L’importante è mettere tutto se stessi per aiutare la squadra a raggiungere un solo traguardo: la vittoria». Parole sincere e non solo di facciata di un ragazzo che si ispira, sportivamente parlando, al quarterback dei Green Bay Packers, Aaron Rodgers. «È il mio sportivo preferito per due qualità che possiede - ha detto il nativo di Jackson -, la capacità di leggere le situazioni di gioco, e l’abilità di migliorare i compagni di squadra».

L'americano del Mississippi è dotato di grande tecnica
e talento offensivo (foto Givova Scafati)
I COMPAGNI APPUNTO, un motivo in particolare per cui ha deciso di accettare le avance estive della formazione campana e per cui nutre grande stima. Un punto di partenza necessario per aspirare a grandi traguardi. «A Scafati ho ritrovato Randy Culpepper (tagliato a dicembre e con il quale ha giocato a Cantù), Tommaso Marino e Luigi Sergio (con i quali ha giocato lo scorso anno a Ravenna). Credo che come squadra abbiamo una grande possibilità di vincere il campionato, perché siamo di sicuro tra le più forti. Riuscire ad essere promossi in massima serie sarebbe una cosa fantastica, per noi e per l’ambiente di Scafati». Una delle principali rivali per la promozione è la GeVi Napoli, formazione contro la quale sono stati già disputati due derby ufficiali e che hanno visto vincere una gara a testa. In entrambe però Thomas è stato il miglior marcatore della Givova con 25 e 23 punti. «In campionato contro di loro ce la siamo giocata per tre quarti, poi hanno iniziato a fare le cose giuste al momento giusto - ha analizzato Thomas - e alla fine hanno meritato di vincere. Sono una squadra forte e sono avanti in classifica, ma non vediamo l’ora di affrontarli di nuovo». Si vede che ha voglia di raggiungere un altro traguardo importante nella sua carriera, lui che non ha recriminazioni per non aver mai avuto una chance in Nba e che non dà molta importanza ai successi individuali. «Il più grande successo che ho raggiunto non è quello di aver vinto un premio o un singolo campionato, piuttosto di aver aiutato tutte le squadre in cui ho giocato a raggiungere i loro obiettivi. La vittoria dei campionati o dei premi individuali non contano tanto per me quanto quello di aiutare i compagni ad alzare il loro livello di gioco». Ma una volta appese le scarpette al chiodo, cosa farà Charles Thomas? «Forse rimarrò nel mondo della pallacanestro, ma più in generale mi piacerebbe aprire una academy - ha rivelato l’ex Razorbacks - con cui poter aiutare i giocatori di qualsiasi sport a migliorare soprattutto dal punto di vista fisico».


* per la rivista BASKET MAGAZINE

sabato 23 gennaio 2021

Serie A2. La scalata di Monaldi riprende da Napoli

Nella GeVi è guidato da Sacripanti, il Ct con cui ha vinto l’oro europeo con l’U20 sette anni fa

La scalata di Monaldi riprende da Napoli

“Questa è una città che merita tanto, e per me è un’emozione essere il capitano di una squadra che ha molte potenzialità”, ma non parla di promozione per scaramanzia


di Giovanni Bocciero*


Una carriera giovanile vissuta da stella nascente, con tanti premi individuali messi sulle mensole e da mostrare con orgoglio. Da grande, ovunque ha giocato ha lasciato il segno, non solo con giocate come quella Chieti che regalò la salvezza in A2 ma anche e soprattutto con i gesti da bravo ragazzo. Oggi Diego Monaldi è un giocatore cardine della GeVi Napoli pronta ad assalire il campionato di A2. E lui come sempre non si sta facendo trovare impreparato.

Ma avvolgiamo il nastro, a quando Diego aveva circa dieci anni e come un po’ tutti i ragazzini sognava di diventare famoso dando i calci ad un pallone. «Prima ero effettivamente un calciatore - ha esordito -. Ho giocato due anni a calcio ma poi ho smesso. Allora mio padre, che ha giocato a pallacanestro nelle minors e poi è rimasto nell’ambiente come dirigente della Virtus Aprilia, mi ha suggerito di provare a fare basket anche perché si trattava di uno sport sempre con la palla. Lì è sbocciato l’amore. Ho mosso i primi passi cestistici nella squadra della mia città ed oggi posso dire di praticare questo sport grazie a mio padre».

Diego Monaldi vuole riconquistare la serie A
riportando Napoli tra le grandi
Da Aprilia al gotha del basket giovanile il passo è davvero breve. E c'è sempre di mezzo lo zampino del papà che lo ha accompagnato ad un provino per la Virtus Roma fingendo che fosse una partita di beneficenza. «Sono arrivato a Roma che avevo dodici anni, ed ho giocato lì per due stagioni. Poi è arrivata la chiamata della Montepaschi Siena che ha dato il via a tutto il mio percorso da giocatore vero». Ha partecipato da protagonista, e il più delle volte con annate superiori, a tante finali nazionali vincendo lo scudetto U15 e U17. Ha fatto anche incetta di premi individuali perché quando era più giovane giocava soprattutto da guardia, ed in attacco era a dir poco stellare. Sono infatti diverse le prestazioni importanti che ne hanno accompagnato la crescita, come i 37 punti al prestigioso Trofeo Zanatta. «Quando ero più piccolo ero un realizzatore, e per questo giocavo molto di più guardia rispetto che playmaker. Tale scelta era dettata anche dal fatto che quando ero ancora un under - ha spiegato il ragazzo - fisicamente ero più predisposto a fare la guardia. Poi crescendo ho dovuto un attimo riassestare il ruolo e pian piano ho iniziato il percorso principale nel playmaking. Senza togliere che posso ancora giocare da guardia all’occorrenza».

Il presente di Diego Monaldi si chiama Napoli. Una città nella quale è arrivato due estati fa rinunciando addirittura alla serie A, convinto di sposare un progetto ambizioso. Una città nella quale si è subito ambientato, capendola sino nel profondo perché «questo è un popolo che va vissuto, e finché non si vivono determinate situazioni o luoghi non ci si rende conto. Napoli merita tanto - ha raccontato il play - e le persone che la abitano meritano altrettanto. Sarò forse ripetitivo, ma a Napoli sin dall’anno scorso mi sono trovato molto bene. E intendo sia con i napoletani che con il club. C’è una sorta di sintonia particolare e tra l’altro sono davvero emozionato ed entusiasta di poter rappresentare da capitano questa squadra e la città. Con Napoli è nata anche una certa responsabilità, che se vogliamo possiamo definirla una vera missione. Mi auguro, ed è il mio sogno nel cassetto, di riuscire a riportarla nella categoria che merita».

Il campo sta confermando tutto ciò che si diceva di buono sulla squadra sin dall’estate, ma la strada è ancora molto lunga. «Siamo una squadra che può ancora crescere, e lo può fare davvero tanto. In primis perché il roster è nuovo e dobbiamo ancora amalgamarci. E poi perché proprio il valore e le caratteristiche dei singoli fanno pensare che possiamo migliorare tanto. Comunque più giochiamo e più ci conosciamo, e questa cosa potrà aiutarci tanto nell’arco della stagione».

Il play ha già rubato il cuore ai tifosi
napoletani: tutta questione di nome.
Diego sotto il Vesuvio è garanzia d’amore
Nonostante qualche difficoltà avuta in Supercoppa, da quando ha avuto inizio il campionato il ruolino di marcia della formazione azzurra è positivo. Non solo in termini di risultati ma anche di prestazioni. «Abbiamo giocato delle ottime prestazioni, rispettando i pronostici e giocando in maniera solida contro avversarie comunque non facili. Ma il campionato è ancora molto lungo - ha rammentato Monaldi - e dobbiamo continuare su questa strada, pensando gara dopo gara. Se dovessimo riuscire a fare questo, magari più avanti possiamo toglierci delle belle soddisfazioni». Il riferimento è chiaro alla promozione, ma evidentemente il play si è così calato nell’ambiente partenopeo che ha fatto propria anche la scaramanzia.

In precampionato coach Pino Sacripanti lo ha spesso utilizzato in coppia con Josh Mayo, fermo ai box nelle prime partite ufficiali. Non una novità per il ragazzo di Aprilia che nella sua carriera ha spesso condiviso il backcourt con l’americano di turno. Un’opzione tattica che può esaltare le caratteristiche di entrambi gli atleti e della quale Napoli può solo beneficiare. «Josh è una pedina molto importante per noi. Di sicuro poterci mettere in campo insieme è una fortuna ed anche una possibilità sia per noi che per il coach. Anche lui ha caratteristiche realizzative e il giocare insieme dipende molto da come si imposta il gioco. Quando siamo in campo non ci mettiamo d’accordo - ha rivelato Monaldi -, nel senso che chi è più vicino alla palla se la va a prendere mentre l’altro apre il campo giocando da guardia. Con il fatto che entrambi possiamo dividerci tra play e guardia penso che sia proprio un’ottima combinazione. Questo ci permette di giocare molto bene insieme e può essere un’arma in più che il coach può usare all’interno del suo sistema di gioco».

Il play è uno dei giocatori più apprezzati dalla tifoseria, e lui non nasconde di ricambiare tutto questo affetto. «Mi è spesso capitato di essere riconosciuto per strada così come mi è capitato di vedere i ragazzi che vanno a giocare nei campetti indossando la mia maglietta o comunque la canotta del club. Queste cose le ho vissute da bambino perché anch’io facevo le stesse cose, ma rivederle adesso che sono un giocatore mi riempie il cuore. Napoli è una città che a mio avviso può dare tanto. Già lo ha fatto in passato soprattutto a livello calcistico, ma anche per quanto riguarda la pallacanestro ha una tradizione molto importante. Quindi, con tutto il cuore - ha detto Monaldi - darò il massimo per cercare di portare Napoli in serie A».

Nelle scorse settimane la città ha vissuto il lutto di Diego Armando Maradona, che ha trascinato Napoli alle più belle vittorie sportive facendola riscattare anche dal punto di vista sociale. «Maradona è una leggenda mondiale, e senza mezzi termini è il calcio - ha commentato il capitano della GeVi -. A mio modesto avviso quando si parla di calcio il suo nome ci sarà sempre. Riguardo alla sua scomparsa, e come ha reagito la città, penso che descriva perfettamente il calore che Napoli può dare. Si è visto l’attaccamento che i napoletani hanno nei suoi confronti, non solo per il giocatore ma anche per la persona che è stata. Io ero piccolo e non ho vissuto realmente su pelle tutte le emozioni che è riuscito a regalare, ma purtroppo con la sua scomparsa Napoli ha tirato fuori tutto quello che lui ha dato quando era qui. E credo che tutto ciò sia stato veramente molto emozionante, e a me ha toccato davvero nel profondo».

A 27 anni cerca il salto di qualità
sotto la guida di coach Sacripanti
Da un azzurro all’altro, Diego Monaldi ha fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili dall’U16 alla Sperimentale, e proprio con il suo attuale allenatore ha vinto la medaglia d’oro agli Europei U20 del 2013. «Con coach Sacripanti credo di aver vissuto un’esperienza fantastica ed unica, perché la vincita di quell’oro è stata un’emozione indimenticabile. Prima dello scorso anno l’ho avuto solo in quell’avventura azzurra. Ovviamente con lui mi trovo bene. Da lui ho imparato tante cose e mi auguro di poterne imparare sempre di più. C’è un rapporto di fiducia che penso all’interno di una squadra e di un club sia fondamentale». In nazionale maggiore si sta assistendo ad un cambio generazionale, e forse ciò è ancor più evidente in cabina di regia. Per questo Diego strizza l’occhio al Ct Meo Sacchetti e non si pone limiti. «Per quanto riguarda la nazionale mi auguro che magari un giorno possa avere l’opportunità di essere convocato. Sicuramente ci spero, e lavoro comunque ogni giorno per centrare anche questo obiettivo. Lo auguro a me stesso e farò di tutto per poter raggiungere anche questo traguardo».

Fuori dal campo Diego si definisce una persona abbastanza tranquilla, a cui piace «ascoltare musica, leggere libri e ogni tanto giocare alle solite console che si possono ben immaginare. Mi piace anche approfondire l’ambito economico, nel senso che cerco di apprendere nozioni su questa tematica». Ma una volta appese le scarpette al chiodo, cosa farà? «Questa è una bella domanda, ma al momento non ho una risposta. Sto facendo diverse cose in contemporanea con la carriera da giocatore ma un’idea ben precisa non ce l’ho. Più che altro diciamo che ancora non me la sono posta e non ho neppure la voglia di stare tanto a pensarci. Non so se mi vedo come un allenatore, ma sicuramente mi piacerebbe rimanere all’interno del mondo del basket. Alla fine è la tua stessa vita, e questo sport ti lascia così tante cose che magari un giorno puoi trasmetterle a tua volta ad altri. Quindi rimanere nell’ambiente sicuro mi piacerebbe. Ho fatto anche un corso per dirigente lo scorso anno, giusto per avere un’ulteriore freccia in faretra nel momento in cui la mia carriera finirà. Così a quel punto - ha concluso Monaldi - potrò decidere con più calma e tranquillità».



* per la rivista BASKET MAGAZINE

giovedì 17 dicembre 2020

Serie B. La Sebastiani è tornata e con Ndoja e Righetti punta a crescere in fretta

Il campionato cadetto si arricchisce e a Rieti risveglia antichi ricordi e nuovi entusiasmi

La Sebastiani è tornata e con Ndoja e Righetti punta a crescere in fretta

Progetto ambizioso e senza badare a spese quello di Roberto Pietropaoli che ha rilevato il titolo di Valmontone: «Voglio subito la A2»


di Giovanni Bocciero*


È RITORNATO sul panorama cestistico nazionale un nome che ha fatto la storia della pallacanestro italiana: Sebastiani. A Rieti di certo non manca il basket visto che in A2 vi gioca la NPC, ma da quest’anno gli appassionati reatini potranno tornare anche a seguire una formazione in serie B che dalla denominazione ricorda la lunga tradizione cittadina, con la disputa di due semifinali scudetto e la vittoria di una Coppa Korac a fine anni ‘70.

La Real Sebastiani Rieti (che grazie al benestare della famiglia Di Fazi ha ottenuto l’autorizzazione per l’utilizzo del nome) è nata dalla volontà di Roberto Pietropaoli, fino a pochi mesi fa patron della compagine di calcio a 5. Attività cessata a causa del sequestro del palasport dove disputava le partite casalinghe. Oggi il basket, perché? «La pallacanestro è stata la mia vita - ha esordito Pietropaoli -, perché quando ero giovane ho addirittura fatto le radiocronache delle partite della Sebastiani. In realtà è strano che avessi fatto il futsal». La nuova società che ha grandi ambizioni ha iniziato con l’acquisto di un titolo. «Rieti ha rilevato il titolo sportivo di Valmontone, dove ero diesse da qualche stagione - ha dichiarato Paolo Moretti (Aggiornamento: il diesse Moretti ha rescisso il contratto l'1 dicembre scorso ed al suo posto è stato ingaggiato Domenico Zampolini nelle vesti di general manager) -, e sono stato travolto dal vulcanico patron che mi ha voluto per questo nuovo corso».

«Il progetto nasce per arrivare in serie A - ha chiarito Pietropaoli -, dove merita di stare la Sebastiani. La massima categoria è un impegno economico enorme per la nostra città, ma l’idea è quella di ritornarci e anche di ben figurare per la storia e i risultati raggiunti nel passato. È chiaro che oggi sono tempi diversi, ma credo che una discreta A1 a Rieti si possa fare». Le fondamenta del progetto vedono alcuni imprenditori romani affiancare Pietropaoli. «Sono un commercialista, e chi oggi mi dà una mano sono miei clienti. Gran parte del sacrificio economico lo faccio io - ha continuato il patron -, ma per il loro aiuto non posso che ringraziarli».

Roberto Pietropaoli (foto ufficio stampa Real Sebastiani) 

La nascita di questa nuova realtà ha comunque creato un dualismo con il club già presente in città ed operante dal 2011. Una convivenza che riguarda in particolar modo l’utilizzo del PalaSojourner. «Il palasport è chiuso per lavori di ristrutturazione, ma contemporaneamente è stato emanato un bando per la gestione - ha raccontato il diesse Moretti - che è stato vinto dalla NPC. Noi chiediamo di giocare in alternanza. Nel frattempo la proprietà ha deciso di costruirsi una casa propria, individuando una tensostruttura inserita in un centro sportivo al centro della città. Nel giro di venti giorni abbiamo montato parquet, canestri, e svolgiamo tutta la nostra attività lì, compresa quella giovanile che prevede la collaborazione con il club La Foresta Rieti. Le partite di Supercoppa le abbiamo giocate a Ferentino, mentre per il campionato abbiamo indicato sede di gioco Valmontone, sperando di avere disponibile il PalaSojourner. Anche perché non abbiamo bisogno di utilizzarlo per gli allenamenti ma solo per le gare». «Per l’uso del palasport dobbiamo trovare un punto d’incontro con il gestore - ha continuato Pietropaoli -, e spero che prevalga il buonsenso perché una società come la nostra, che disputa il campionato di B, non può giocare fuori città. Per evitare qualsiasi tipo di discussione ci siamo fatti la nostra casa, così come tanti club di serie A. Mi sono preso in affitto per 15 anni questa tensostruttura. L’abbiamo messa a nuovo, con tanto di palestra, e sarà il punto di riferimento di tutta la nostra attività».

Dalle parole di Roberto Pietropaoli si capisce che non ha nessuna intenzione di fare una “guerra cittadina”, ma anzi, ha un messaggio per tutti i reatini. «Li invito a seguire entrambe le realtà. Nella mia professione ho imparato che la concorrenza spesso stimola, fa crescere, e fa venire fuori quella voglia di superarsi. Quindi credo che tutti devono fare il proprio, nessuno deve remare contro. È giusto che a Rieti si esulti se fa risultato la NPC, così come se lo fa la Sebastiani. Poi è logico che ci sarà chi è più simpatizzante dell’una o dell’altra, ma parliamo sempre e solo della città di Rieti. Ed io che ci sono nato, cresciuto, ci vivo e la amo, penso che sia un orgoglio, chiunque vinca».

Juan Marcos Casini (foto ufficio stampa Real Sebastiani)

Il roster reatino è stato allestito con atleti forti, esperti e di ben altra serie, come il veterano Juan Marcos Casini, tre stagioni all’NPC Rieti e ora capitano della Sebastiani, mentre sono scesi di categoria l’esterno Federico Loschi, il centro Marco Di Pizzo, e gli ultimi innesti Andrea Traini e Klaudio Ndoja. Completano la squadra, che si presenta lunga e profonda, giocatori dai lunghi trascorsi in cadetteria e sempre protagonisti come le guardie Riccardo Bottioni e Manuel Diomede, e i lunghi Mathias Drigo ed Enzo Cena. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per vedere una Rieti dominare il proprio girone e puntare dritta alla promozione. Ambizione per nulla nascosta. «Dobbiamo andare di corsa in A2 - ha sentenziato il patron -. Questo deve essere solo un anno di transizione. Non credo che la società, con un roster del genere, possa rimanere un altro anno in B. Ho voluto ingaggiare giocatori anche di categoria superiore con contratti pluriennali proprio per vincere subito e avere una base già pronta per la prossima stagione. Poi è logico che il campo è sovrano, e non è detto che se fai la squadra più forte vinci. Non è sempre un’equazione così scontata, però se non si fa una squadra di livello non puoi neppure aspettarti di vincere. Io ho fatto il mio - ha concluso Pietropaoli -, adesso il resto lo dovrà fare la squadra».

Ora la palla passa a coach Alex Righetti, alla sua terza esperienza da capo allenatore in B dopo Tiber Roma e Valmontone, che è voglioso di fare bene in una piazza storica. «Rieti ha un passato importante, ed è chiaro che arrivare in una società che riprende il nome della Sebastiani è uno stimolo per chiunque. Abbiamo la fortuna di vivere in una città che parla di pallacanestro, che è appassionata, dove tra l’altro vi sono due squadre che hanno giocato entrambe le ultime Final Eight di Supercoppa. Credo che di questo si debba essere orgogliosi, perché altrimenti si parla solo della rivalità tra la Sebastiani e l’NPC, e non che entrambe - ha osservato Righetti - portano in giro per l’Italia il nome della città».

L’ex argento ad Atene 2004 sa che bisogna lavorare duro per raggiungere l’obiettivo promozione. «L’avventura è iniziata molto bene. Siamo una squadra nata questa estate ma il progetto è molto ambizioso. Sarà un percorso importante e difficile, perché quando ci sono obiettivi di questo genere non è mai facile. La passione e la voglia di fare bene sono però la base per cercare di ambire ai risultati. Tutto questo c’è - ha continuato il coach -, e siamo contenti di vivere una realtà che ci dà stimoli ogni giorno. Adesso non ci resta che lavorare duro evitando di farci prendere dalla pressione, che alla lunga può diventare deleteria e farci perdere lucidità».

Alex Righetti (foto ufficio stampa Real Sebastiani)

Bisogna considerare anche il momento storico, con la pandemia in atto che potrà condizionare e non poco il regolare svolgimento del campionato. «Sarà una stagione diversa in tutto, dalla programmazione ai tamponi che dovremo fare, alle eventuali situazioni che ogni squadra dovrà affrontare. All’attenzione che dovranno avere tutti i componenti della squadra nel quotidiano, perché un comportamento superficiale può compromettere una o più partite. Non sto qui a dire cosa bisogna fare e cosa no, ma posso dire che bisogna essere responsabili. Ci saranno dei casi, ma se stiamo attenti e usiamo le giuste precauzioni possono essere limitati. Per il campionato, spero che un caso di positività si possa trattare come un infortunio. Ovvio che chi risulta positivo deve avere un trattamento di riguardo - ha concluso Righetti -, ma fermarci ogni volta che succede qualcosa ha poco senso». E Rieti, che ha disputato la Final Eight con ben tre assenze connesse al Covid, ha già constatato una eventualità di questo genere.

Mentre scriviamo la società è tentata dall’ingaggiare il centro Marco Cusin. Ma per il momento il colpo grosso del mercato è stato Klaudio Ndoja. «Ho scelto Rieti per la storia e la tradizione, e perché ci sono poche realtà che progettano per il futuro. Nella mia carriera ho sempre cercato di scegliere progetti importanti, e qui a Rieti c’è un modo di fare le cose molto professionale, che mi sento di dire migliore di tante realtà di A e A2. Mi interessava far parte di qualcosa che andasse al di là della serie. Non mi è mai dispiaciuto sporcarmi le mani scendendo di categoria - ha proseguito l’ala italo-albanese - e fare un passo indietro per poterne poi fare due in avanti. Questo è ciò che mi ha spinto a fare questa scelta, unita ovviamente alla serietà del patron Pietropaoli, che ha dimostrato di saper raggiungere traguardi importanti seppur in un altro sport. E siccome l’obiettivo mio e della società è quello di vincere, non è stato difficile accettare». Rieti è tra le favorite della cadetteria. Ma cosa potrà dare Ndoja? «È chiaro che partiamo per vincere. Questo fa sì che ci sia grande responsabilità e consapevolezza più che pressione. Sappiamo che squadra è stata costruita e conosciamo i nostri obiettivi. Abbiamo la fortuna di poter continuare a giocare nonostante il periodo, e sono certo che i risultati arriveranno. Non so cosa posso dare in più alla squadra. So però che tutti insieme vogliamo regalare la vittoria alla società e alla città. Cosa possiamo dare singolarmente - ha concluso Ndoja - è poco importante. Conta il risultato finale della squadra».



* per la rivista BASKET MAGAZINE