venerdì 10 settembre 2021

Emoni Bates e Jalen Duren, si punta in alto a Memphis

 Emoni Bates e Jalen Duren, si punta in alto a Memphis


di Giovanni Bocciero*


Non c’è una squadra in tutto il college basketball affascinante come Memphis. I reclutamenti di Jalen Duren prima e di Emoni Bates qualche settimana dopo hanno riacceso l’attenzione nei confronti dell’università allenata da Penny Hardaway. Ma come si inseriranno nello scacchiere dei Tigers i due nuovi fenomeni sbarcati sulle rive del Mississippi?

Bates, idea point guard

La scelta di Memphis da parte di Bates è stata una decisione quasi rivoluzionaria. Sin da adolescente è un fenomeno generazione per la combinazione di mezzi fisici e capacità tecniche. Essendo capace di crearsi da solo il tiro e potendo sparare da ogni parte del campo sarà senz’altro un’ulteriore bocca da fuoco per Hardaway. Ma il tecnico vuole fare di più.


Sì, Bates ha scelto Memphis perché convinto dal coach a giocare parecchio da point guard. Un ruolo in cui è rimasto il solo Alex Lomax. Ma è un’idea che per la verità stride, e non poco, con le caratteristiche della squadra. I Tigers sono stati insuperabili nella propria metà campo (primi in assoluto nel paese con un Adj Efficiency Defense di 86.4, e da top 5 l'anno precedente con 89.1), ma in quella offensiva hanno dimostrato di non avere un briciolo di gioco ed organizzazione. Un dato? Un Turnover Percentage di 21.7 che l’anno scorso li posizionava al numero 308 nella nazione.

L’esperimento PG sembra inoltre cozzare anche con il modo di giocare del ragazzo. Non è un segreto che Bates sia un accentratore. Al liceo ha sempre tirato qualsiasi cosa gli passasse per le mani, anche per mancanza di compagni all’altezza. Al Nike Peach Jam, in nove partite ha avuto le medie di 20 punti, 5.2 rimbalzi e 1.4 recuperi, tirando con il 37.8% dal campo ed il 30.2% da tre su 53 tentativi. Inoltre ha avuto lo stesso numero di assist e di palle perse: 25. Bene e male allo stesso tempo. Insomma, leggendo queste statistiche, viene normale storcere il naso. Ma c’è un però che conferma la solitudine menzionata poco sopra.


Nella stessa manifestazione ha anche indossato la maglia del Team Final, insieme al neo compagno Duren. Ebbene lo staff tecnico della squadra è rimasto particolarmente colpito dalla sua disponibilità ad ascoltare e di mettersi a disposizione. Aspetti positivi che spetterà ad Hardaway sfruttare al meglio, come le sue qualità di passatore. Perché Bates, pur utilizzando poco questo fondamentale, ha dimostrato di avere un’ottima visione di gioco. E se è vero che in Ncaa genererà tanta attenzione su di sé in attacco, è facile pensare che possa liberare i compagni. Sarà forse questo l’aspetto del gioco sul quale sarà maggiormente valutato.

Duren e Bates compagni con Team Final


Duren, il centro di gravità

Memphis potrà schierare anche il centro Duren, osservato speciale degli scout Nba per la combinazione di stazza fisica, atletismo e dinamicità. Dopotutto stiamo parlando di un 2.10 metri per 104 kg con un wingspan da 228 cm, che può mettere palla a terra e attaccare fronte a canestro. È abituato a dominare i tabelloni, e potrà essere l’àncora della già ben messa difesa Tiger.

Rispetto al compagno Bates, che potrà essere eleggibile al Draft solo dal 2023, Duren è un prospetto da top 10 alla prossima selezione. E se la stagione andrà secondo i piani, punta deciso alla prima scelta assoluta. Per lui parlano soprattutto le statiche. Secondo Cerebro Sports, al Nike Eybl ha viaggiato alle medie di 23.6 punti, 15.1 rimbalzi, 3.3 assist e 4 stoppate col 57.4% di tiro reale sui 40 minuti. Cifre impressionanti.

Intimidatore d’area e grande stoppatore, è veloce nei movimenti e rapido di piedi, ed ha un ottimo controllo del corpo. Per qualche scout è Nba-ready, e il paragone che va per la maggiore è quello con Chris Webber. Ai Tiger andrà a sostituire Moussa Cissé che ha deciso di trasferirsi ad Oklahoma State, ma non sarà affatto un semplice rimpiazzo.


Essendo molto efficace spalle a canestro e in post basso, sarà interessante vederlo giocare in coppia con Deandre Williams, il giocatore più versatile di coach Hardaway. Un’ala tuttofare che potrebbe accendere Duren con delle giocate alto-basso potenzialmente immarcabili per le difese avversarie. Insomma a Memphis la tavola è apparecchiata per una grande stagione. Sta ai protagonisti mantenere le attese.



* per il sito web BasketballNcaa.com

domenica 15 agosto 2021

Emoni Bates ha preferito il college al professionismo

 Emoni Bates ha preferito il college al professionismo


di Giovanni Bocciero *


Emoni Bates non sembrava destinato a calcare i parquet Ncaa, ma qualcosa ha cambiato gli scenari del suo recruiting aprendo a questa possibilità che si è tramutata in realtà con la scelta di Mmephis. Quel “qualcosa” è l’introduzione del NIL (acronimo di name, image, likeness), ovvero lo strumento che permetterà ai giocatori del college di guadagnare attraverso i propri diritti d’immagine.

Un fenomeno sin da adolescente

Bates attira l’attenzione dei media nazionali da quando è un dodicenne. Ad un torneo AAU si rende protagonista con una doppia doppia da 28 punti e 12 rimbalzi. Solo pochi mesi dopo cresce di dieci centimetri, il che lo porta ad un’altezza di 1.95 m, e riceve persino la prima offerta di borsa di studio da DePaul.

Al liceo si iscrive alla Lincoln HS ed esordisce con un’altra doppia doppia da 32 punti e 15 rimbalzi. Per tutta la stagione domina e infine segna il game winner che vale la finale di Stato. L’anno da sophomore è quello della consacrazione, non solo per i 63 punti segnati in una partita. Inizia con Sports Illustrated che gli concede la copertina, cosa che non accadeva per un liceale dai tempi di LeBron James. Finisce vincendo il Gatorade National Player of the Year diventando il primo sophomore della storia ad aggiudicarselo.

Emoni Bates, un fenomeno mediatico

L’estate scorsa è stata molto movimentata per il giovane Emoni. Mentre il papà, l’ex cestista Elgin Bates, ha fondato la Ypsi Prep Academy per prepararlo al meglio in vista della carriera da professionista, il ragazzo ha scioccato tutti annunciando il suo impegno con Michigan State (ironia della sorte, è nato all’ospedale di Ann Arbor nel campus dei rivali di Michigan). Con due anni di anticipo, questa decisione ha sollevato non poche maldicenze. La principale è stata quella che ipotizzava il suo impegno con gli Spartans come l’inizio di una sorta di collaborazione non ufficiale tra l’università di coach Tom Izzo e l’accademia di papà Bates.

Il talento di una nuova era

Nonostante la scelta dell’università, le possibilità di vedere Bates giocare con gli Spartans sono state da sempre basse. Questo perché il ragazzo sarebbe potuto essere il primo liceale dal 2006 a rendersi eleggibile per il draft Nba. Se infatti la lega avesse eliminato, come preannunciato, la regola degli ‘one and done’, il ragazzo avrebbe saltato il college e aperto la nuova era dei ‘prep to pro’, come Kobe Bryant o Kevin Garnett. Ed è per questo che i principali atenei come Duke o Kentucky non si sono prodigate più di tanto nel suo reclutamento.

La questione ‘one and done’ è invece attualmente in stallo tra tutte le parti coinvolte, e forse non se ne riparlerà prima della ridiscussione del contratto collettivo nel 2025. Scartata dunque l’ipotesi del salto immediato in Nba, il ragazzo non si è comunque arreso alla possibilità di monetizzare da subito. Dopotutto in molti lo considerano un talento generazionale, paragonato per stile, capacità e versatilità a Kevin Durant (2.06 m d’altezza con un wingspan da 208 cm e un range di tiro infinito) e con la stessa fama di uno Zion Williamson di alcuni anni fa.

All'inizio di agosto è anche arrivata la notizia del suo riclassificamento. Questo vuol dire che si diplomerà con un anno d’anticipo rispetto ai canonici quattro anni di liceo dell’istruzione americana. Ciononostante, compiendo 19 anni solo a gennaio 2023 non potrà rendersi eleggibile per il draft 2022. Questo significa che dovrà disputare due anni di college, o optare l'estate prossima per una esperienza già professionistica come quella della G League.

Il NIL per un cambio di rotta

Come prevedibile, lo scorso aprile ha strappato la lettera d’impegno con Michigan State ed ha aperto alla possibilità di firmare un contratto da professionista. Sul tavolo l’offerta della G League, che oltre a voler diventare un serbatoio diretto della Nba ha anche alzato di gran lunga i compensi minimi ai giocatori. Insomma, era quasi una certezza che Bates saltasse l’università. Ma la recente approvazione del NIL, però, ha cambiato i programmi del ragazzo. Infatti, con l’opportunità di guadagnare giocando al college ha di fatto preferito provare l'avventura in Ncaa invece di snobbarla del tutto.

Pensate solo che tra le sue opzioni vi era anche il campionato australiano, l’Nbl, quello che è stato il palcoscenico di LaMelo Ball due anni fa. Un campionato che offre gli stessi standard, per impianti, stipendi e competitività, oltre alla lingua, degli Stati Uniti, e per questo meta di diversi prospetti americani. Ma la sua scelta di giocare al college, a maggior ragione adesso che lo potrebbe vedere giocare due stagioni dopo il riclassificamento, può essere in qualche modo rivoluzionaria. Metterà l’anima in pace a coloro che vogliono vedere ‘fallire’ il sistema Ncaa?

Emoni Bates ha scelto Memphis come sua destinazione collegiale

Bates con questa clamorosamente decisione di accettare la borsa di studio di Memphis potrebbe dar vita ad un netto cambio di rotta. Nella sua margherita di scelte vi era anche il ritorno di fiamma di Michigan State che ci ha sperato sul serio. Ma l'offerta dei Tigers di coach Penny Hardaway, che solo qualche settimana prima hanno reclutato anche il roccioso centro Jalen Duren, si presentava troppo allettante per farsela sfuggire. Queste due aggiunte rendono Memphis, vincitrice del NIT nella passata stagione, tra le pretendenti al titolo quest'anno. Mentre la decisione di Bates, condizionata di sicuro dall'introduzione del NIL, ha fatto riacquistare grande interesse alla Ncaa agli occhi dei migliori prospetti liceali.


* per il sito web BasketballNcaa.com

sabato 31 luglio 2021

Michigan, tra la cultura di Howard e il top recruiting

Michigan, tra la cultura di Howard e il top recruiting


di Giovanni Bocciero*


Quando nel 2019 coach John Beilein aveva lasciato Michigan dopo dodici anni e due finali Ncaa (2013 e 2018), rilanciando un programma che aveva forse toccato il fondo, i tifosi erano caduti quasi in depressione. La scelta del nuovo allenatore era ricaduta su Juwan Howard, un esordiente che però conosce molto bene l’ambiente essendo stato protagonista degli iconici Fab Five che, con la doppia finale del 1992 e 1993, avevano rappresentato l’apice della storia dell’università di Ann Arbor.


La cultura del lavoro

Le incognite riguardanti questo matrimonio erano davvero tante. Due anni dopo, quella scelta si è rivelata più che azzeccata. Con il suo lavoro certosino, il coach è stato capace non solo di mantenere la squadra sugli stessi livelli, ma addirittura di alzare l’asticella. E lo ha fatto portando la sua cultura del lavoro.

Quella cultura forse appresa da assistente ai Miami Heat e della quale ha parlato anche il commentatore Bill Raftery. Lavoro, impegno, sacrificio, gruppo: sono queste le parole chiave che contraddistinguono il percorso di Howard in panchina, allenatore capace di motivare come pochi i propri ragazzi. Ancor di più se si tratta del suo miglior giocatore, che sta disputando una brutta partita, come accaduto ad Isaiah Livers contro Oakland.


La cosa incredibile è che sia riuscito a trasferire il suo modus operandi in questi due anni particolarmente complicati a causa del Covid. Con meno occasioni di allenamento, e spesso sedute individuali, è riuscito a creare un gruppo coeso ed affiatato. Questo suo repentino successo è in parte dovuto anche alla felice scelta di farsi affiancare da un tecnico esperto come Phil Martelli. Questa decisione, forse, fa percepire ancor di più l’intelligenza di Howard, che ha guidato i Wolverines ad un meritato seed no. 1 all’ultimo Torneo Ncaa, primo in assoluto ad affrontare un Torneo Ncaa da testa di serie prima da giocatore e poi da allenatore.




Il miglior reclutamento del paese

Il salto di qualità con Howard si è visto sin da subito nel recruiting. La grande abilità di Beilein era quella di scovare i giovani talenti e farli sviluppare. Il miglior esempio è forse Trey Burke. Considerato no. 84 della classe 2011 di Espn, nel 2013 ha trascinato i Wolverines alla finale Ncaa e ricevuto il premio di AP Player of the Year. Al successivo draft è stato chiamato con la scelta no. 9.

Howard invece, anche grazie alla sua carriera da atleta in Nba, ha attirato sin da subito l’attenzione dei migliori talenti liceali. Lo scorso anno ha reclutato Hunter Dickinson (no. 41) e soprattutto Isaiah Todd (no. 15). Quest’ultimo ha però preferito andare a giocare nell’Ignite Team della G League, per altro dimostrando di essere ancora un talento molto acerbo. Quest’anno il coach si è superato, portando i Wolverines in cima alla classifica del reclutamento grazie agli arrivi di Caleb Houstan (no. 6), Moussa Diabaté (no. 11), Frankie Collins (no. 36) e Kobe Bufkin (no. 38). Tra l’altro stabilendo un altro record.

Tre delle migliori 4 reclute di questa classe dei Wolverines
sono state selezionate per il McDonald’s All American

Ma Howard non è il tipo di allenatore pronto a costruire una squadra di giovani fenomeni, alla Kentucky o come nelle ultime versioni di Duke. Lui ha appreso da assistente in Nba quanto sia necessario avere l’esperienza dalla propria parte, e dunque quanto siano importanti per i successi di un gruppo gli atleti veterani. È per questo che non tralascia il transfer portal, dal quale sia l’anno scorso - con Mike Smith e Chaundee Brown - che quest’anno ha pescato i giocatori adatti e necessari per completare il roster.

La Michigan che verrà

L’ultimo transfer per i Wolverines è DeVante’ Jones, play della Louisiana proveniente da Coastal Carolina dove ha vinto il premio di POY della Sun Belt. Ragazzo dall’indubbio talento che ha partecipato al camp della G League e che solo poche settimana fa ha deciso di non dichiararsi più per il draft. Sarà di certo un perno della squadra del prossimo anno, e gli sarà chiesto un contributo a tutto tondo.


Al fianco di Jones, nel backcourt ci sarà il veterano Eli Brooks, il quale disputerà il suo quinto ed ultimo anno al college, mentre in area ritornerà il prospetto Dickinson. Anche il centro nominato freshman dell’anno della Big Ten ha infatti deciso di non rendersi eleggibile per il draft, ma di ritornare ad Ann Arbor e continuare a lavorare con l’aspirazione di essere selezionato in lottery l’anno prossimo.

Non solo ritorni ma anche e soprattutto addii per i Wolverines, ovvero quelli di Livers, Smith, Brown e Franz Wagner in odore di lottery (scelto da Orlando con la pick 8). Si tratta di tre quinti dello starting five e del sesto uomo, ma questo non vuol dire che Michigan non sia attrezzata. C’è grande attesa intorno a Houstan, considerato uno dei migliori attaccanti e tiratori del liceo, nonché trascinatore del Canada ai Mondiali Under 19, così come per il francese Diabaté, lungo atletico e dinamico.


Infine si spera nell’esplosione di Zeb Jackson, combo guard sophomore, che ha avuto un basso minutaggio lo scorso anno ma che sta lavorando tanto in questa offseason per guadagnare stima agli occhi del coach, seguendo i consigli di un ex beniamino dei tifosi come Zavier Simpson.

Nei primi due anni la squadra di Howard, senza troppi estimatori, ha finito per stupire tutti. Stiamo a vedere se davvero non c’è due senza tre.


* per il sito web BasketballNcaa.com

Transfer Portal, cos’è e come cambia la Ncaa

Transfer Portal, cos’è e come cambia la Ncaa


di Giovanni Bocciero*


Il transfer portal sta rivoluzionando il mondo della Ncaa come lo conosciamo. Quando un giocatore decide di voler cambiare università, non deve fare altro che inserire il proprio nome in questo elenco ed aspettare l’offerta che ritiene più giusta. In pratica, come fosse un nuovo reclutamento.

Già l’anno scorso era stato introdotto un anno extra (rispetto ai canonici quattro) a causa del Covid per chi aveva giocato nel 2020. Una ottima opportunità per provare a mettersi in mostra altrove. Un’ulteriore accelerata all’aumento degli iscritti al portal è stata data dalla decisione della Ncaa di abolire l’anno di sospensione derivante dal trasferimento. Insomma, se oggi un giocatore decide di cambiare squadra, non deve più osservare uno anno di stop forzato ma è da subito arruolabile.

Sia chiaro, ciò avviene solo al primo trasferimento. Ma diamo due numeri per capire l’entità di questa decisione ormai nell’aria da tempo. Il transfer portal è stato introdotto nel 2018, e all’inizio ha contato circa 700 atleti iscritti a questo database. Quest’anno sono invece oltre 1400 gli iscritti, e non è sbagliato pensare che possano soltanto aumentare.

Quentin Grimes, leader dei Houston Cougars

Ma perché un giocatore dovrebbe scegliere di trasferirsi? Le motivazioni possono essere tante e diverse. Prendiamo gli esempi di Quentin Grimes che a Kansas non ha vissuto l’esperienza che si aspettava, o di MaCio Teague che ha scelto Baylor perché voleva qualcosa di più. Spesso invece un giocatore segue semplicemente il coach con il quale si è trovato bene, proprio come accaduto a Keve Aluma.

Questo portale, secondo la Ncaa, ha l’obiettivo di rendere trasparente ciò che accade durante la offseason con i trasferimenti. Un coach può infatti contattare un giocatore solo quando è iscritto all’elenco, e mai prima. Inoltre, grazie ad aggiornamenti in tempo reale, gli atleti e gli allenatori possono seguire passo passo il reclutamento. E se un ragazzo non è contento dell’interesse nei propri confronti, può decidere di togliere il proprio nome dal portal e rimanere lì dov’è. Come ha appena fatto Mac McClung che resterà a Texas Tech.

Offseason in stile Nba con tante incertezze

Con la decisione della Ncaa di abolire l’anno di sospensione per il primo trasferimento, non sono mancate le critiche. Per gli addetti ai lavori si assisterà ad una vera e propria offseason in stile Nba.

Per il telecronista Dick Vitale l’anno di stop dovrebbe essere abolito solo nei casi di atleti che cambiano squadra per via dell’esonero del coach. Ovvero, il trasferimento in questo caso sarebbe giustificato. Matt Painter, tecnico di Purdue e membro del Comitato allenatori, ha addirittura scritto una lettera alla Ncaa spiegando che tale decisione rappresenterà un problema non da poco: “Il turnover annuale del roster avrà meno certezze per gli atleti stessi. E come allenatore, sarà più difficile guidare un programma in modo efficace”.

Altra argomentazione critica è quella riguardante il futuro degli stessi giocatori. Siamo certi che un ragazzo che lascia la squadra ‘x’ troverà un migliore ambiente nella squadra ‘y’? Ma soprattutto, si è certi che un giocatore non di primo livello riesca comunque a trovare un’altra borsa di studio? Questi sono gli interrogativi che alcuni addetti ai lavori si pongono. E non hanno neppure tutti i torti.

I giocatori acquistano più potere

Questo strumento rappresenta però anche un’opportunità: è innegabile infatti che gli atleti ora abbiano maggior potere. Infatti, prima del 2018 ci si poteva comunque trasferire ma la prassi era molto più complessa. Un giocatore doveva chiedere l’autorizzazione al coach per parlare con altre squadre. Se l’allenatore non acconsentiva poteva rivolgersi al direttore atletico, e come ultima spiaggia ad un comitato d’ateneo. Con il transfer portal un atleta non è costretto a ricevere nessuna autorizzazione, ma può recarsi direttamente in segreteria e richiedere d’inserire il proprio nome nel portale.

Dal punto di vista dei direttori atletici, ma anche dei coach, si va molto a semplificare il lavoro di reclutamento. Attraverso il transfer portal, gli allenatori possono reclutare giocatori per il proprio programma semplicemente consultando questo enorme database. Un’occasione in più per avvicinare anche qualche atleta di livello, scontento dell’esperienza collegiale sin lì vissuta, ma allo stesso tempo voglioso di dimostrare il proprio potenziale in un ambiente più piccolo e con meno riflettori addosso.

L’alba di un “nuovo” reclutamento

A cascata, come una logica conseguenza, cambierà il modo di reclutare dalle high schools. Esclusi i liceali 5-stelle, che faranno sempre e comunque gola, cosa succederà per tutti gli altri? Adam Berkowitz che gestisce un’organizzazione di New York che mette in contatto le università con i liceali all’ultimo anno, ha detto che tante scuole gli hanno riferito che preferiranno completare le squadre tramite il portale piuttosto che reclutare freshmen.

Insomma questo transfer portal è destinato a cambiare - o forse già lo ha fatto - lo sport universitario. Come? Forse ancora non è chiaro, e a tante domande ancora non vi sono risposte.


* per il sito web BasketballNcaa.com

sabato 24 luglio 2021

Basket. Olimpiade Tokyo 2020. Analisi delle avversarie dell'Italia

 Girone difficile ma non impossibile, l'appuntamento è all'alba del 25 luglio per la prima palla a due

Esordio con la Germania

L'osso duro è l'Australia

Tedeschi già affrontati un mese fa, ma senza Gallinari, Mannion e Tonut. Wagner e Voigtmann gli elementi più pericolosi in una partita subito decisiva. Mills, Dellavedova e Ingles danno qualità alla squadra oceanica. La Nigeria con tanti Nba a roster è dotata di grande agonismo e atleticità


di Giovanni Bocciero*



L’IMPRESA DI BELGRADO resterà negli annali. Dopo 17 lunghissimi anni la Nazionale italiana di pallacanestro è ritornata alle Olimpiadi, ma c’è poco tempo per festeggiare. Tokyo è già dietro l’angolo, e il Ct Meo Sacchetti con il suo staff deve già studiare le avversarie che li attendono in Giappone. Precisiamo che il sorteggio dei tre raggruppamenti è avvenuto lo scorso 2 febbraio, e dunque con la vittoria del torneo Preolimpico gli azzurri sono stati inseriti automaticamente nel girone B con Australia, Nigeria e Germania.

L’esordio dell’Italia è fissato per la mattina del 25 luglio, alle ore 6:40 (13:40 a Tokyo, 7 ore di fuso orario) contro i tedeschi, anch’essi passati per le forche caudine del Preolimpico. In quel di Spalato la nazionale teutonica ha superato in semifinale i padroni di casa della Croazia e poi il Brasile in finale. Durante la preparazione le due squadre, con diverse assenze, già si sono affrontate nel torneo di Amburgo. A spuntarla in quell’occasione è stata la Germania con il punteggio di 91-79, a causa di un terzo quarto tremendo degli azzurri. Sarà di sicuro un’altra storia in Giappone, perché sarà un’Italia decisamente diversa. Innanzitutto con un Danilo Gallinari in più, ultimo innesto azzurro dopo la lunga cavalcata playoff con Atlanta, e soprattutto con Nico Mannion e Stefano Tonut che in quella partita sono rimasti fuori per scelta tecnica. Chissà che Sacchetti non ci abbia visto lungo provando a non scoprire troppo le carte contro quelli che potevano, allora, e che sono, adesso, avversari diretti alle Olimpiadi. La Germania invece è quasi identica a quella sfida. Squadra solida, che alterna il gioco dentro e fuori grazie ai buoni tiratori e ai lunghi di sostanza. Moritz Wagner, ala degli Orlando Magic, è stato il grande protagonista della vittoria contro il Brasile colpendo sia dall’arco che con le incursioni al ferro. Il quintetto collaudato prevede da play Maodo Lo, fresco campione di Germania con l’Alba Berlino insieme a Simone Fontecchio, con al fianco Andreas Obst e da ala piccola Niels Giffey dello Zalgiris. I due lunghi invece sono Johannes Thiemann, altro vincitore con l’Alba, e Johannes Voigtmann del Cska Mosca. Le migliori soluzioni dalla panchina, oltre al già citato Wagner, sono il play dei Washington Wizards di oltre 2 metri Isaac Bonga, con il quale potrebbero nascere dei mismatch complicati. Il pacchetto lunghi annovera l’ostico Danilo Barthel e Robin Benzing, che oltre ad essere 2.10 è pericoloso da 3 punti. Bisogna state attenti anche a Joshiko Saibou che se prende confidenza col canestro può diventare un indemoniato. Mentre scriviamo c’è l’incognita di Dennis Schroder (alla fine non convocato, ndr), con il quale la federazione tedesca deve trovare un accordo per l’assicurazione sugli infortuni. Indubbiamente una sua convocazione in extremis cambierebbe volto alla Germania, con il Ct Henrik Rodl che potrebbe sacrificare uno tra le ali Jan Niklas Wimberg e Lukas Wank per completare il roster a sua disposizione.


Australia quattro volte ai piedi del podio alle Olimpiadi
Il secondo match del raggruppamento si disputerà il 28 luglio con palla a due alle ore 10:20 contro l’Australia. La nazionale aborigena sarà il solito osso duro da affrontare. Il nucleo è quello che è riuscito a classificarsi quarto ai Mondiali del 2019 in Cina. Per questo tosto nonostante l’assenza della stella Ben Simmons, che ora come ora ha il morale piuttosto basso per le sue vicissitudini a Philadelphia. Ma può come sempre contare sull’esperienza maturata in tanti anni di Nba da diversi suoi rappresentanti. La cabina di regia è un affare dei veterani Patty Mills e Matt Dellavedova, entrambi vincitori di un anello. Sugli esterni agiranno Dante Exum, che è in cerca del palcoscenico che lo rivitalizzi dopo tanta panchina - causa anche infortuni - negli States, e Joe Ingles, che con i Jazz si sta affermando anno dopo anno come un giocatore completo e sempre utile. Occhi puntati anche su Josh Green, guardia tiratrice che ha giocato con Nico Mannion all’università di Arizona e che al suo primo anno tra i ‘pro’ in quel di Dallas ha condiviso lo spogliatoio per metà stagione con Nicolò Melli. A completare il pacchetto esterni Matisse Thybulle, compagno di squadra di Simmons a Philadelphia ed interessante 3&D, e quel Chris Goulding unico degli australiani con una esperienza italiana. Visto a Torino nel 2016, non ha lasciato un grandissimo ricordo nella sua breve parentesi fatta di 10 partite per 42 punti totali. Per quanto riguarda la frontline, l’Australia può contare su ben tre lunghi da 2.10 metri. Aron Baynes e Jock Landale sono quelli più rocciosi, con una dimensione interna di spicco, mentre Doup Reath, di origini sudsudanesi ed in forza alla Stella Rossa di Belgrado, è leggermente più mobile ed atletico rispetto ai compagni di reparto. Contro gli australiani sarà importante costringere i lunghi ad uscire dall’area, non solo per poterli attaccare in palleggio ma anche e soprattutto per negargli i tanti centimetri a rimbalzo dato che non è escluso che possano giocare con due dei tre citati contemporaneamente in campo. Completano il roster dei Boomers ufficializzato dal Ct Brian Goorjian, la guardia Nathan Sobey e l’ala Nickolas Kay.

Nigeria terza volta ai Giochi, mai oltre il decimo posto
L’ultima partita del girone vedrà l’Italia affrontare la Nigeria il 31 luglio alle ore 6:40. Alla terza partecipazione consecutiva ai Giochi, la nazionale africana dallo scorso anno ha affidato la guida tecnica a coach Mike Brown, l’ex capo allenatore di Cleveland e oggi vice ai Warriors, che si è cimentato con grande voglia in questa nuova avventura. Per il camp di preparazione che ha avuto luogo in California è stata diramata una lista di ben 49 atleti, tanti dei quali impegnati in Nba o con esperienza nel campionato americano. Nel complesso la Nigeria farà sicuramente molto affidamento sull’aspetto agonistico. Atletismo ed aggressività saranno i punti chiave della squadra che aspira, nelle parole del suo Ct, ad andare oltre le più rosee aspettative riscrivendo, perché no, la storia della pallacanestro africana alle Olimpiadi. Contro di loro sarà magari importante controllare il ritmo della gara, mantenendolo quanto più basso possibile. Mentre scriviamo, Brown ha ristretto a quindici il numero dei giocatori ancora impegnati per il training camp e dunque in lizza per una maglia. Tra questi ci sono il trio dei Miami Heat Precious Achiuwa, Gabe Vincent e KZ Okpala, i veterani della nazionale Ekpe Udoh, dominante in Eurolega ai tempi del Fenerbahce (adesso ingaggiato dalla Virtus Bologna, ndr), Obi Emegano, Caleb Agada, Stanley Okoye, visto per quattro anni in Italia, e Michael Gbinije. Poi c’è Jahlil Okafor che ha deciso di giocare per la Nigeria dopo essere uscito dai radar degli Stati Uniti, gli altri giocatori che militano in Nba come Josh Okogie, Chimezie Metu e Jordan Nwora che hanno fatto molto bene ai Mondiali cinesi di due anni fa, seppur l’ultimo atleta è impegnato con Milwaukee alle Finals. Completano la lista Miye Oni, Chima Moneke e Ike Iroegbu. Ha fatto molto scalpore in patria l’esclusione del 37enne veterano Ike Diogu, al quale sono legati gli ultimi grandi successi dei D’Tigers. Ma come si dice, gli anni passano per tutti.

La formula dei Giochi è decisamente cambiata rispetto all’ultima partecipazione della nazionale azzurra. Con tre gruppi da quattro squadre, per accedere ai quarti di finale bisogna classificarsi nelle prime due posizioni del proprio raggruppamento oppure essere ripescati come una delle due migliori terze. Per comporre il tabellone dei quarti si procederà ad un sorteggio e da lì in poi le gare saranno ad eliminazione diretta, con la finalissima in programma alla Saitama Super Arena sabato 7 agosto.


* per la rivista Basket Magazine, chiusa il 9 luglio 2021

mercoledì 16 giugno 2021

Torna la Lazio, il basket romano rialza la testa

Un campione d'Europa e vicecampione olimpico alla base del progetto che rilancia i colori biancocelesti anche nel basket

Torna la Lazio, il basket romano rialza la testa

Con la Lazio Basketball ATG 1932, Enrico Gilardi, cresciuto con Giancarlo Asteo, vuole riproporre la filosofia tecnica del suo vecchio maestro crescendo giovani che possano affermarsi nella propria città. "L'idea è di far riscoprire a Roma un nome storico, che anche nella pallacanestro è stata una importante realtà". I colori bianconcelesti in campo fin dal 1932, la presentazione di lancio al Muro Torto, la vecchia sede della gloriosa Ginnastica Roma dove la Lazio disputò la prima partita della sua storia


di Giovanni Bocciero*



RILANCIO E IDENTITÀ. Sono queste le due parole che meglio si legano alla Lazio Basketball ATG, la nuova realtà cestistica che vuole riportare in auge un nome storico e una tradizione importante della pallacanestro romana. Tra i promotori di questo rilancio, un ex atleta biancoceleste ed emblema della romanità, ovvero Enrico Gilardi. Con la gloriosa Pallacanestro Lazio 1932 ha esordito diciottenne in serie A nel 1975, alla corte del maestro Giancarlo Asteo. Poi ha giocato per Stella Azzurra e soprattutto Banco di Roma con cui ha vinto tutto ciò che c’era da vincere: lo scudetto del 1983, la Coppa dei Campioni e quella Intercontinentale del 1984, e per finire la Coppa Korac del 1986.

«Il fatto di aver giocato nella Lazio è stato il motivo per cui sono stato contattato - ha esordito Gilardi - e mi è stato chiesto se volessi partecipare a questo progetto di rilancio e costruzione di una nuova realtà che si chiamerà Lazio Basketball ATG, acronimo di Accademia tecnica giovanile e che va a legarsi al progetto al quale ho lavorato con il Comitato FIP Lazio negli ultimi sedici anni».

Enrico Gilardi, 64 anni, nell'Italia
Basket Hall of Fame dal 2016
Gilardi nella nuova realtà ricoprirà il ruolo di general manager, mentre Luigi Capasso, con trascorsi in Virtus Roma, NPC Rieti ed Eurobasket Roma oltre che nel calcio tra Napoli e Fiorentina, sarà il presidente. Tra i soci vi è Giampaolo Bocci, figlio di Eraldo ultimo presidente della storica Lazio 1932 radiata dalla FIP nel 2005, mentre Giovanni Tassi, altro ex atleta biancoceleste ricoprirà il ruolo di team manager. Per fare chiarezza, la Lazio Basketball ATG ha rilevato il titolo della Nuova Lazio Pallacanestro, società che comunque continuerà la propria attività a livello giovanile. Eppure si è cercato di unire le forze coinvolgendo anche l’altra società della S.S. Lazio Basket, perché «la prima idea di chi si è fatto promotore del rilancio nel basket del nome Lazio - ha chiarito Gilardi - è stato quello di mettere intorno ad un tavolo entrambe le realtà, proponendo di creare un progetto comune. La S.S. Lazio Basket però non ha ritenuto interessante poter intraprendere questa strada insieme. Per cui l’unico club rimasto è stata la Nuova Lazio Pall. che si è messa a disposizione sin da subito permettendo la costituzione di questa nuova realtà».

LA LAZIO BASKETBALL ATG si affaccia sul panorama cestistico romano in un periodo piuttosto delicato, sia per la ripresa generale dell’attività post pandemia, sia per il fallimento del massimo club cittadino quale era la Virtus Roma. «Il progetto nasce dall’idea che la città di Roma possa riscoprire un nome storico come quello della Lazio, che anche nella pallacanestro è stata una importante realtà con trascorsi in massima serie. Già ci stavamo muovendo prima dello scoppio della pandemia da Covid, quindi - ha specificato l’ex giocatore che con la Nazionale italiana ha vinto l’argento alle Olimpiadi di Mosca 1980 e un oro ed un argento agli Europei del 1983 e 1985 - questa rinascita non va affatto legata al fallimento della Virtus. Come nuova realtà ci stiamo organizzando per iniziare al meglio quando tutte le attività sportive ripartiranno con l’obiettivo da una parte di rilanciare la pallacanestro a Roma, e dall’altra di rispolverare il nome Lazio che significa tradizione, e che all’interno di una città come Roma crea anche una faziosità comunque molto più forte e sentita dal punto di vista calcistico che non nel basket».

Avendo rilevato la Nuova Lazio Pall., la Lazio Basketball ATG dovrebbe disputare il campionato di serie C Silver anche se qualcosa in termini di titoli sportivi potrebbe mutare nelle prossime settimane. «Nonostante le ambizioni bisogna essere realisti, quindi - ha spiegato Gilardi - non credo saremo pronti per una serie B ma forse disputeremo una C Gold. Il bello dello sport è anche quello di conquistarsi i meriti sul campo, e non solo comprando titoli sportivi». Al di là della categoria che giocherà la squadra senior, la dirigenza biancoceleste vuole puntare fattivamente sui giovani. «Come realtà nuova non avremo da subito un vivaio ben strutturato rispetto ad altre società romane. Vogliamo però che i giovani romani siano protagonisti in una squadra della città. Negli anni abbiamo visto tante promesse andare via non per giocare in serie A, cosa che avrei accettato - ha dichiarato Gilardi -, ma soltanto per disputare campionati giovanili di livello in altre piazze. Noi ci poniamo l’obiettivo di offrire ai ragazzi l’opportunità di continuare a crescere a Roma così da creare un gruppo d’identità romana forte».

Enrico Gilardi con Mattia Palumbo
OGGIGIORNO si sente spesso parlare di nuovi progetti che si fondano sui giovani. Il problema è passare dalle parole ai fatti, ed Enrico Gilardi sa perfettamente come si fa visto il suo impegno con i centri di addestramento tecnico giovanile della FIP Lazio. «Attraverso il progetto della federazione regionale ho potuto seguire tante annate giovanili e vedere centinaia di ragazzi. Ad esempio Mattia Palumbo è un’eccellenza, ed io avrei preferito che avesse avuto l’opportunità di giocare nella massima squadra della città invece di andare a fare esperienza fuori. Certo, oggi i meccanismi intorno al basket sono cambiati, ma cercheremo comunque di offrire un’occasione ai ragazzi».

Per riuscire in questo lavoro, sarà importante mettere in rete tanti piccoli club. «Assolutamente sì, e ci proveremo attraverso l’aggregazione di questi club che magari sono meno strutturati per vari motivi senza però soffocare le loro singole identità. Le società che lavorano sui ragazzi facendo tanti sacrifici vanno rispettate - ha commentato Gilardi -, vedendogli garantiti i propri diritti di formazione. Speriamo di avere a che fare con una nuova generazione di dirigenti e allenatori lungimiranti che possano pensare che attraverso un progetto comune si può arrivare a fare il bene dei ragazzi. Così facendo sono convinto che a beneficiarne saranno anche le stesse società. Possiamo dire che al momento come Lazio Basketball ATG ci presentiamo quasi come fossimo una realtà no profit, sperando che si colga lo spirito e il concetto di questa idea senza invidia per nessuno. Ribadisco che l’obiettivo unico è quello di mettersi a disposizione per la crescita dei ragazzi. A me piace dare indietro quello che ho ricevuto dalla pallacanestro, e credo che la migliore soluzione per poterlo fare sia quello di mettersi al servizio dei più giovani».

All'avversario della Jollycolombani di Forlì, non resta che
guardare l'appoggio a canestro di Enrico Gilardi
IL NUOVO CORSO della Lazio Basketball ATG è stato presentato ufficialmente il 5 giugno nella sede della Ginnastica Roma, data e luogo storici avendo la Lazio nel 1932 disputato proprio al campo del Muro Torto la prima partita ufficiale. Eppure il neonato club è ancora alla ricerca di una ‘casa’ in città. «La situazione a Roma è delicata perché non vi sono strutture dove poter giocare la serie A, e le altre sono poche. Ad esempio per giocare al PalaEur ci vogliono 20 mila euro a partita, il che rappresenta un vero harakiri economico-finanziario per chiunque. Per questo, per adesso, la nostra casa madre è Riano. Siamo però in trattativa - ha rivelato ancora il nuovo general manager biancoceleste - con alcune strutture cittadine per poter fare attività dentro Roma. Ma potremo parlarne solo quando avremo definito gli accordi che stiamo per stipulare. Tutto ciò augurandoci di avere a disposizione il PalaTiziano nel giro di qualche anno».

Una domanda però è più che legittima, ovvero dove si posizionerà la nuova realtà laziale nel panorama cestistico della capitale? «Nel rispetto di tutte le società che gravitano su Roma, ci poniamo con la consapevolezza che tranne la Stella Azzurra e l’Eurobasket che si sono guadagnate sul campo la stima di tutti, nessuno ha le potenzialità di sostegno e spinta che ha una società che si associa al mondo Lazio - ha risposto Gilardi -. Vogliamo ricreare l’identità biancoceleste, ciò vorrà dire che giocare con la Lazio tornerà a significare di aver giocato per una società importante della città. E sono convinto che il nome Lazio può diventare un veicolo d’immagine prestigioso e positivo in maniera trasversale».

L’attività della Lazio Basketball ATG inizierà senza l’affiliazione alla Polisportiva Lazio, cosa di cui al momento può fregiarsi la S.S. Lazio Basket che milita nel campionato di Promozione. Ma Gilardi è stato chiaro anche a tal proposito: «Vogliamo lavorare con grande umiltà ma con la decisa convinzione in ciò che facciamo. E riguardo ad una futura affiliazione, ambiamo a questa opportunità ma vogliamo essere valutati per il lavoro che svolgeremo da qui a tre anni». Come si può ben capire, la storia della Pallacanestro Lazio 1932 è rivendicata da più società. Per questo è anche lecito domandarsi se in futuro si vorrà riabilitare lo storico codice FIP del club radiato nel 2005. «Posso affermare che non rientra tra le nostre intenzioni - ha risposto deciso Gilardi -, perché vogliamo riproporre la storia della Lazio ma attraverso un percorso del tutto nuovo. Il progetto prevede massima serietà e soprattutto dignità. E non sarà di certo un codice che ci identificherà per quello che siamo, e che vogliamo essere».



* per la rivista BASKET MAGAZINE

Basket Minors. Ale Gentile torna alle origini, nella sua Maddaloni partitella tra amici

Basket. L'Olympia Maddaloni ha ospitato Alessandro Gentile per una partita tra amici

Lo sport è vita, aggregazione, inclusione, amicizia. Quante volte avete pronunciato o solo sentito dire queste affermazioni. Magari ai più suona addirittura come uno slogan vuoto, come quella pubblicità vista e rivista in televisione. Nulla di più sbagliato. Davvero. Capita che una sera del mese di giugno, nonostante le difficoltà che ormai tutti stiamo vivendo in questo periodo di Covid, un gruppo di amici ancora riesca a riunirsi in palestra per il solo gusto di giocare a pallacanestro. Il campionato di Promozione al quale sono iscritti non è stato disputato, eppure da febbraio i ragazzi dell'Olympia Basket Maddaloni non smettono di allenarsi. Per il gusto di farlo appunto, di sentire il pallone rimbalzare, per ascoltare il 'ciuff' ad ogni canestro, e non importano la fatica, il sudore e i sacrifici da fare per stare lì, in palestra.

Tra gli amici di questi ragazzi, compagno d'infanzia e soprattutto di squadra quando ancora si giocava a livello giovanile, c'è anche Alessandro Gentile. E allora è un attimo. Tra amici di lunga data ci si sente e ci si messaggia ancora. Alessandro ora è a casa perché ha deciso spontaneamente di finire anzitempo la stagione agonistica dopo aver contratto il Covid in quel di Madrid, dove stava giocando con l'Estudiantes. E allora un messaggio per chiedere come stai, presto si tramuta in un invio a fare allenamento. L'ok di Alessandro avvia un tam tam tra gli amici che vede presto unirsi anche Domenico Marzaioli, in forza da due anni alla Scandone Avellino.

Tutto organizzato dunque, appuntamento come da routine al PalaFeudo, la palestra della scuola elementare Brancaccio dove ha avuto inizio l'escalation dell'allora Artus Maddaloni. Neanche a dirlo che tra i venti ragazzi in campo tutti vantano un'esperienza in quello che all'inizio degli anni 2000 era uno dei più floridi vivai della regione Campania e del Sud Italia. Venti ragazzi compresi tra i 35 e i 21 anni - tra i quali anche Francesco Della Peruta e Ivano Ragnino che hanno indossato nelle ultime stagioni la casacca della Pall. San Michele Maddaloni tra serie B e C Gold - e che insieme contano la partecipazione a ben 5 Finali nazionali, ovviamente di diversa categoria ed annata, e svariati altri titoli a carattere regionale.

Tra crossover, tiri dai nove metri, passaggi no-look, difese dure, sorrisi, pacche sulle spalle e sfottò mai così ben accetti, è andata in scena un'amichevole spettacolo con l'assenza purtroppo del pubblico, in rispetto di quelle che sono le disposizioni anti-Covid. Ma siam convinti che qualche giocata avrebbe strappato applausi a scena aperta. Insomma si è svolta una serata di divertimento, che si è avvicinata a quella normalità che da mesi ormai ci sembra solo un lontano ricordo, inseguendo quella innata passione per la pallacanestro. Ma soprattutto tra amici veri. L'Olympia Basket Maddaloni è nata proprio fondandosi su questi valori. E poco importa la categoria, l'importante è sentire sempre il rumore di quel pallone che rimbalza.



mercoledì 12 maggio 2021

Speciale. Trent'anni fa lo Scudetto di Caserta

La Stella del Sud - Il 21 maggio 1991 Marcelletti, Gentile ed Esposito portavano per la prima volta al Sud il titolo italiano battendo la Philips di Mike D'Antoni

JUVE CASERTA, LO SCUDETTO DEL RISCATTO

Il presidente dell'epoca Gianfranco Maggiò, il coach Franco Marcelletti e il capitano Nando Gentile, rievocano l'impresa della squadra che superò le tradizionali potenze del Nord a coronamento di cinque anni esaltanti. Una storia che inizia per la passione e il coraggio di Giovanni Maggiò e con un Palasport costruito in soli cento giorni

Tanjevic, Sarti, Giannoni gli altri artefici di un miracolo costruito valorizzando i talenti locali. La svolta si ebbe rinunciando ad Oscar e Glouchkov e dando fiducia a Marcelletti, un altro casertano. Orgoglio per il glorioso passato, amarezza per un presente modesto, ma Gentile è al lavoro per restituire alla città le emozioni di un tempo.



di Giovanni Bocciero*



Il roster dei Campioni d'Italia (Foto archivio Carlo Giannoni)
Sergio Donadoni (guardia, 1969, 200 cm), Tellis Frank (ala, 1965, 207 cm), Cristiano Fazzi (play, 1972, 181 cm), Francesco Longobardi (guardia, 1969, 200 cm), Massimiliano Rizzo (centro, 1969, 204 cm), Giacomantonio Tufano (centro, 1969, 208 cm), Vincenzo Esposito (guardia, 1969, 194 cm), Sandro Dell'Agnello (ala, 1961, 203 cm), Ferdinando Gentile (play, 1967, 190 cm), Charles Shackleford (centro, 1966, 207 cm), Allenatore Franco Marcelletti, Assistente Maurizio Bartocci, impiegati anche Damiano Faggiano, Giuseppe Falco, Claudio Acunzo, Luigi Vertaldi e Virgilio Vitiello


21 MAGGIO 1991. Non c’è casertano che non sappia cosa è successo quel giorno. Una data che si ricorda come il proprio compleanno. Quel giorno rappresenta un pezzo di storia per la città di Caserta che festeggiava la vittoria dello scudetto grazie all’impresa della Juve. Un obiettivo rincorso a lungo e raggiunto come il finale di un libro giallo. Tutti conosciamo tutto a riguardo. A distanza di trent’anni però, questo è un anniversario davvero importante, intriso di orgoglio ma anche di malinconia, con la speranza di poter tornare a rivivere emozioni di quel genere. Un avvenimento rappresentativo, oggi più che mai, come l’emblema della piccola provincia italiana che riesce a competere e addirittura a vincere contro le corazzate soprattutto del Nord Italia. Quel trionfo è stato reso possibile grazie alla visione di un uomo, il Cavaliere Giovanni Maggiò, che ha trascinato i propri collaboratori e investito nella costruzione del PalaMaggiò. Impianto imprescindibile per i risultati raggiunti dalla Juve Caserta e per questo un tutt’uno con il tricolore.
«Più passano gli anni e più ci si rende conto che - ha esordito Gianfranco Maggiò - è stato fatto qualcosa di straordinario. Naturalmente c’è orgoglio e soddisfazione per aver realizzato un vero e proprio sogno. E man mano che passano gli anni, appunto, si capisce meglio la portata di ciò che è stato realizzato. Non posso nascondere che oltre all’orgoglio per quanto è stato fatto c’è anche una certa amarezza nel vedere che il teatro dove è stato realizzato tutto ciò, ovvero il PalaMaggiò, è stato in qualche modo abbandonato. Dico questo perché le due cose sono collegate. Lo scudetto, ovvero il sogno raggiunto, non si sarebbe realizzato senza quell’impianto».

IL PALAZZO, COSTRUITO IN CENTO GIORNI pur di garantire la serie A alla squadra e alimentare quel sogno nel quale ha creduto da pioniere Giovanni Maggiò. Il presidente visionario che purtroppo, come altri protagonisti della scalata della Juve Caserta, non ha potuto festeggiare il successo perché strappato alla vita. «Lo scudetto è soprattutto di mio padre - ha smorzato Gianfranco Maggiò -, perché se non ci fosse stato lui, con il suo coraggio, con la sua capacità di trascinare i collaboratori, con l’intuizione di realizzare il PalaMaggiò non saremmo mai arrivati a quel punto. Detto ciò, una delle più grandi soddisfazioni che ricordo quando abbiamo vinto è quella della premiazione, che avvenne a Caserta nel mese di settembre perché prima non si premiava a fine gara. Ebbene, a questa premiazione parteciparono molti degli atleti che avevano giocato per la Juve Caserta addirittura in serie C. Segno che quando si raggiunge un risultato del genere il merito è di tutti quelli che hanno lavorato per tale obiettivo. C’è stato un pianeta, ovvero Giovanni Maggiò, intorno al quale hanno girato molti satelliti che hanno contribuito ad illuminare la scena. Alcuni si sono elevati al di sopra degli altri, come Tanjevic che è stato un pilastro fondamentale, così come Oscar che ha tracciato la strada ai giovani, così come i dirigenti Sarti e Giannoni che sono stati importanti nella costruzione dell’intera società».
L’unica amarezza può essere derivante dal fatto che quel trionfo ha rappresentato l’apice di un percorso lungo e faticoso, piuttosto che l’inizio di una serie di altri importanti successi. «Lo scudetto è stato raggiunto dopo vent’anni di lavoro, di sacrifici, ed era inevitabile che quel successo rappresentasse l’apice di tutto. In seguito qualche errore può essere stato commesso - ha continuato Gianfranco Maggiò -, ma resto dell’idea che l’entrata della pallacanestro nel professionismo con la legge del ‘91, coincisa proprio con la vittoria del nostro scudetto; e poi la sentenza Bosman del ‘94 abbiano tarpato le ali ad una società come la nostra che aveva fondato tutta la sua attività sul settore giovanile, e dunque sulla crescita dei ragazzi in casa. Queste nuove normative e regolamentazioni hanno vanificato la nostra programmazione facendo lievitare i costi. Noi avevamo anche l’onere del fabbricato sulla gestione della società e quindi praticamente quello che poteva essere un punto di arrivo, ma contemporaneamente un punto di partenza per il futuro, è andato in contro a delle difficoltà di natura imprevedibile che hanno fatalmente modificato in maniera quasi irreversibile tutto il programma che era stato fatto».

Il gm Giancarlo Sarti, il presidente Gianfranco Maggiò,
il coach Franco Marcelletti (Foto archivio Carlo Giannoni)

ALLA PARI DEGLI ATLETI IN CAMPO, il PalaMaggiò è stato un pezzo del puzzle che ha permesso alla società bianconera di raggiungere le vette del basket italiano ed europeo. E non si può scindere dalla vittoria dello scudetto. «Ricordo perfettamente che quando incontrai i dirigenti del Real Madrid ad Atene per la finale di Coppa delle Coppe - ha rivelato ancora Gianfranco Maggiò - loro ci dissero che ammiravano la nostra società non solo per la squadra di livello ma soprattutto per il fatto che ci eravamo dotati di un nostro palazzo molto avveniristico e funzionale per l’epoca».
Ed è proprio per garantire un futuro all’impianto che Gianfranco Maggiò ha ricoperto nelle ultime stagioni il ruolo di presidente onorario della Juve Caserta. Mentre oggi, da osservatore esterno, guarda con fiducia al nuovo club cittadino della JC Academy impegnato in C Silver. «Ho ricoperto quel ruolo nella vecchia società con la speranza di riuscire in qualche modo a dare una mano alla risoluzione del problema legato al PalaMaggiò. Purtroppo non ci sono riuscito e ne sono dispiaciuto. In questo momento non ho nessuna paura che la pallacanestro possa perdersi a Caserta perché sono molto fiducioso della nuova società del presidente Farinaro, persona serie e dalla grande passione ed etica. Finalmente vedo la Juve Caserta in buone mani. Anche se si deve ripartire dalla serie C, ricostruendo l’attività giovanile, il presidente e i suoi collaboratori hanno le capacità, l’umiltà e l’ambizione per riuscirci. Bisogna avere pazienza perché non si può fare tutto dalla sera alla mattina».

LA VITTORIA DELLO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha avuto il merito di avere come protagonisti tanti casertani, dal coach Franco Marcelletti al play Nando Gentile, alla guardia Enzo Esposito, a Sergio Donadoni. Persone che non solo competevano per vincere, ma anche per portare in alto il nome della propria città.
«È stata una grande soddisfazione, ancor più grande per me che sono casertano - ha esordito Marcelletti -, perché abbiamo fatto qualcosa paragonato ad un miracolo, ma che di miracolo ha ben poco. Per arrivare a quello scudetto ci sono stati anni e anni di duro lavoro, nei quali abbiamo affrontato e battuto avversarie come Milano, Roma, Cantù, Pesaro. Tutte squadre che giocavano una pallacanestro di altissimo livello. E se ci siamo riusciti è grazie al progetto iniziato dal presidente Giovanni Maggiò che ha garantito la costruzione del palazzo senza il quale non si sarebbe potuto giocare in serie A».
Il percorso della Juve Caserta è stata una gran bella avventura, destinata però come tutti i cicli a finire. «Negli anni di Tanjevic, con la promozione in A, e poi successivamente con me siamo sempre stati tra le prime in classifica arrivando a giocarci tante finali. Non so se dopo la vittoria dello scudetto si sarebbe potuto fare di meglio - ha spiegato Marcelletti -, perché comunque essere costanti comporta tanti costi e la famiglia Maggiò ha fatto davvero tanto. Quasi ogni grande piazza del nostro basket ha affrontato momenti difficili ed è dovuta ripartire dal basso. Ricordo che Gianfranco Maggiò rifiutò offerte stellari da Roma per Gentile, tutto per realizzare il sogno scudetto. La scomparsa del cartellino nel ‘96, ha rappresentato di sicuro uno svantaggio per una società come Caserta che puntava molto sulla valorizzazione dei giovani ritenuti un patrimonio».
In città l’amore per la pallacanestro non potrà mai scomparire, neppure a distanza di anni. Ne è convinto Marcelletti che «parlo con tanti amici casertani e la passione per la pallacanestro non scompare. Oggi in città oltre alla nuova società ci sono tanti piccoli centri minibasket che mantengono vivo questo sentimento. Quindi la cultura cestistica non abbandonerà mai la città, anche perché se stiamo a parlare dello scudetto dopo trent’anni significa che il seme che abbiamo piantato è ancora vivo. Ma per ritornare ai fasti del passato c’è bisogna di giovani dirigenti e giovani allenatori che facciano crescere giovani giocatori».

Nando Gentile, scugnizzo trascinatore della Juve Caserta tricolore
(Foto archivio Carlo Giannoni)

LO SCUDETTO DELLA JUVE CASERTA ha forse davvero poco di miracoloso, ma resta purtroppo un successo unico nel suo genere. «Dopo trent’anni si parla ancora di quello scudetto perché è stato un evento unico - ha commentato Gentile -, rimasto indelebile per tutti noi che l’abbiamo vissuto in prima persona e che è rimasto dentro a tante persone che ci hanno sostenuto».
Gentile era l’astro nascente, frutto di un lavoro encomiabile con il settore giovanile. «La vittoria del campionato del ‘91 è stato il risultato dei sacrifici e del lavoro di anni. Punti cardine di tutto ciò la costruzione del palazzetto e il lavoro di crescita su ragazzi casertani e campani - ha continuato l’ex playmaker - come eravamo tanti di noi. Nell’arco degli anni siamo passati anche attraverso delle sconfitte, e l’apice è stato sicuramente quel trionfo. Poi è successo quello che è successo».
Oggi Gentile è impegnato in prima persona nella JC Academy, con l’obiettivo di preservare il patrimonio cestistico cittadino. «Sono passati trent’anni ed è normale che siano cambiate tante cose, dalle singole situazioni alle persone stesse. Le società sono cambiate ma credo che la voglia della gente di fare ancora pallacanestro a Caserta non è diminuita. Vedo che c’è ancora tanta passione, ed è quello che stiamo cercando di fare noi con l’Academy, ricostruendo la vecchia impronta dello storico club. È difficile rifare tutto ciò che è stato fatto perché si trattava di un momento particolare. L’importante ora è che ci sia la voglia di fare, di costruire, di lavorare. Lo sport è dedizione - ha concluso Gentile -, e Caserta se lo merita perché è una città che ha sempre vissuto di basket».



PROTAGONISTI - Dell’Agnello: Per Caserta e per il Sud ha rappresentato il colpo del secolo 

Cresciuto in casa ma venuto da lontano, per questo casertano d’adozione, Sandro Dell’Agnello è stato tra i principali protagonisti del tricolore.
«Di quello scudetto se n’è parlato così tante volte che credo non si possa dire nulla che non si sappia già. L’emozione per quel successo - ha dichiarato Dell’Agnello - è stata grande anche e soprattutto perché eravamo una squadra identificata completamente nella città che, fino a quel momento, non aveva vinto niente di importante. Per Caserta, ma per il Sud intero, ha rappresentato il colpo del secolo».
Un successo reso possibile grazie a tutta una serie di fattori. «Lo scudetto è stato l’apice perché grazie a Giovanni Maggiò, alla società e a chi ha lavorato in quegli anni tra allenatori e giocatori, hanno costruito una squadra che partendo dall’A2 ha primeggiato in Italia. Il pizzico di fortuna è stato avere in roster due giocatori importanti nati a Caserta (chiaro riferimento a Gentile ed Esposito). La cosa fantastica sarebbe stato se quella vittoria avesse rappresentato il punto di partenza per altri successi. Purtroppo le vicende societarie e i risultati degli anni successivi hanno impedito tutto ciò».
La passione del tifo è ovviamente influenzata dai risultati. Lo sa bene Dell’Agnello che a Caserta è ritornato nelle vesti di allenatore. «Come qualunque città che perde uno sport di primo livello è possibile che possa esserci una dispersione della passione. Negli anni in cui sono ritornato a Caserta per allenare ho avvertito che la passione e l’attaccamento al basket erano comunque vivi. Paragonarli a quegli anni - ha concluso Dell’Agnello - è però impossibile».

Sandro Dell'Agnello nella finale con Milano
(Foto archivio Carlo Giannoni)

PROTAGONISTI - Donadoni: Eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro

Se c’è un giocatore che ha davvero vissuto, e contribuito, alla crescita della Juve Caserta questo è Sergio Donadoni. All’inizio degli anni ‘70 era già nel giro della prima squadra dopo essersi messo in mostra tra le fila delle compagini giovanili.
«La vittoria dello scudetto è stata una grande soddisfazione. Ho sempre preso le cose come una sfida personale perché voglioso di dimostrare quanto valevo. Sapevo - ha detto Donadoni - di non poter essere un giocatore di punta, ma facevo molto bene il mio lavoro da sesto uomo. Di ricordi ce ne sono tanti ed indelebili, ma eravamo un gruppo unito che veniva da anni di duro lavoro e che sapeva quello che voleva fare».
Donadoni ha vissuto diverse fasi della propria carriera con la casacca bianconera, ed è piuttosto convinto nel dire che «la vera svolta arrivò, come cambio di mentalità, con Tanjevic e Sarti. Si alzò la qualità del lavoro, e bisognava sottostare a certe regole di sportività ed educazione. Il continuo miglioramento è stato eclatante».
Il suo legame con Giovanni Maggiò era forte, perché «per me è stato un secondo padre, e nelle scaramucce che abbiamo avuto mi ha impartito lezioni di vita». Ed è proprio il modo di lavorare del Cavaliere che ha permesso l’incredibile escalation della società. «Maggiò voleva che i giovani crescessero ma non a danno dei risultati della squadra. E far crescere bene i ragazzi rappresentava un patrimonio per la società. Non nascondo che all’epoca giocatori come Premier, Villalta, Brunamonti - ha rivelato Donadoni -, avrebbero fatto carte false per giocare a Caserta».



* Per la rivista BASKET MAGAZINE

mercoledì 17 marzo 2021

Serie B. Amoroso: "Non ho rimpianti ma ora mi conosco meglio"

 A 40 anni Valerio è tornato a Roseto dove mosse nel 1998 i primi passi di una carriera lunga ma meno ricca dei risultati che avrebbe meritato

Amoroso: "Non ho rimpianti

ma ora mi conosco meglio"

Carattere di fuoco, senza peli sulla lingua, spesso scomodo, ammette: "Sono fatto così, e certe volte avrei dovuto reagire in maniera diversa". Ma questa è anche la sua forza, che l'ha portato a farsi apprezzare più nei piccoli centri che nelle metropoli: "Perché lì c'è più passione e più disponibilità a conoscerti come realmente sei, dandoti fiducia"


di Giovanni Bocciero*


DA ROSETO A ROSETO. Nel mezzo una carriera lunga 23 stagioni. A 40 anni Valerio Amoroso è ancora in prima linea, a dare battaglia come se fosse il primo giorno. E con la Pallacanestro Roseto, impegnata in serie B, non si pone limiti. «Siamo partiti abbastanza bene ma si può fare sempre meglio - ha esordito l’atleta -, anche perché in squadra ci sono ragazzi in gamba che si impegnano dalla mattina alla sera. Mi aspetto un’ottima annata perché comunque abbiamo tanto talento e c’è la possibilità di poter fare davvero bene. Roseto poi è una piazza che in questo momento ha bisogno di rialzare la testa. Viene da due anni di Stella Azzurra nei quali ci si è un po’ disaffezionati al basket perché i tifosi non sentivano propria la squadra. La mancanza di pubblico è pesante perché qui si può arrivare anche a 4 mila spettatori. Non c’è questa forza in più che ci spinge, però a differenza di quando ho avuto la mia prima esperienza sono passati tanti anni e sono cambiate tante cose, ad iniziare da come si gioca. Prima si respirava un’aria diversa - ha continuato Valerio - perché c’era il tifo organizzato e se camminavi per strada la gente ti fermava. Oggi c’è un distacco ancora più marcato anche a causa del Covid che ha stravolto un po’ tutto».

Valerio Amoroso, 40 anni, Roseto ha puntato su un amato
cavallo di ritorno per il rilancio (foto Tommarelli)
Amoroso è arrivato a Roseto la prima volta nel 1998, e vi è rimasto sino al 2002 facendo l’esordio in A1. La squadra era stata appena promossa in A2 e si stava rilanciando dopo i fasti degli anni ’50. Nel 2000 centra la storica promozione in massima serie, dove vi rimane per sei campionati consecutivi. Nell’estate del 2006, causa problemi economici, la società viene estromessa dalla A. Riparte nel 2008 dalla LegaDue grazie al trasferimento del titolo di Fabriano, ma a fine stagione retrocede e fallisce di nuovo. Con il nome Roseto Sharks riparte dalla C2, e grazie a promozioni e ripescaggi il club ci impiega quattro anni per ritornare in A2. Nelle ultime due stagioni ha collaborato con la Stella Azzurra Roma per formare dei roster con giovani talenti. Ma l’estate scorsa è terminato questo connubio, e così si è dato vita ad un consorzio che ha rilevato il titolo sportivo di Lecco. E quest’anno si festeggia un secolo di pallacanestro, che è arrivata in città nel 1921.

L’ala napoletana, che a Roseto era arrivato come astro nascente, oggi è tra i pilastri della squadra di coach Tony Trullo. Ma non chiamatelo chioccia, perché «questo ruolo spetta al capitano Antonio Ruggiero. È lui che ci fa da mentore, da leader in campo e fuori. È lui la figura di riferimento a cui guardiamo». Lui preferisce impegnarsi a dare il suo contributo. «A me piace lottare, mettermi in gioco, lavorare e farlo per bene. È ciò che faccio da una vita. Quando i momenti sono difficili e c’è da combattere, di sicuro io do il meglio di me perché mi piace stare in quelle situazioni. Sono a mio agio». Ma proprio questa sua grinta lo ha portato spesso ad essere odiato dal pubblico avversario. «In realtà a volte non piaccio neppure a quello di casa - ha puntualizzato Valerio -. A Caserta, mentre giocavo per la Juve, facevano cori contro mia madre. Ma io gioco per me, per quello che faccio e che sono. Magari per questo è più facile odiarmi».

DA SAN SEBASTIANO AL VESUVIO alla serie A, cosa serve per riuscire in una parabola come la tua? «Credo che quello che ho vissuto io non lo vivano i ragazzi di oggi, dove tutto è più semplice, più leggero. Alla loro età avevo meno possibilità, ma buttavo l’anima ogni giorno. Si poteva sbagliare davvero poco perché c’era più competizione e c’erano persone meno competenti. Con il tempo ho capito e apprezzato cosa significasse lavorare - ha continuato Amoroso -, e che il talento non basta per arrivare a certi livelli. Adesso invece di competenza ce n’è tanta e basta informarsi per cercare il posto giusto dove giocare. Al contrario, è diminuita la passione e c’è difficoltà a trovare ragazzi che vogliano davvero sacrificarsi». Forse è questo il marchio di fabbrica che permette al suo amico Poeta di essere ancora decisivo in A. «Peppe è un grande giocatore e se lo merita. Sta fisicamente molto bene, ma si impegna tanto e lo si vede da come gioca. Se però dei vecchietti come noi riescono ancora a fare la differenza in determinate categorie vorrà pur dire qualcosa. Il basket è certamente cambiato, ma se in meglio o in peggio non ne ho idea».

Per il lungo nato a Cercola in provincia di Napoli
una carriera di successi (foto Tommarelli)
Nel corso della carriera gli sono state affibbiate diverse etichette, che ne hanno condizionato il percorso, ma «non ho alcun rimpianto. Solo mi dispiace per come sono fatto. Probabilmente avrei dovuto reagire in modi diversi in determinate situazioni. Ora mi rendo conto che molti miei malumori dipendono da come sono fatto. Adesso che sono maturo è più facile gestire i colpi di testa, capire quando e perché sbrocco. Importante è chiarirsi sin dall’inizio, e purtroppo non l’ho capito prima. Questo è forse il mio più grande rammarico. Ma bisogna fare determinate esperienze anche per imparare a conoscersi meglio». In carriera ha vestito canotte prestigiose come quelle della Virtus Bologna e della Vuelle Pesaro, eppure il meglio di sé l’ha fatto vedere in provincia, a Montegranaro, a Teramo. «Forse nei posti più piccoli ho trovato persone che mi hanno voluto conoscere per quello che sono, che mi hanno ascoltato e capito. Nelle grandi metropoli, dove girano più soldi, in fin dei conti è più difficile trovare gente del genere. Anzi, ci sono persone che pensano principalmente al proprio profitto. Nelle piccole città c’è invece più passione, e con gente che mette avanti a tutto la passione e non il proprio tornaconto personale - ha evidenziato Amoroso - i rapporti cambiano. E quando si incontrano persone in gamba, che sanno capire gli altri, si guadagna fiducia. Questo è quello che ad esempio non ho trovato in Nazionale, dove infatti sono stato malissimo». Il lungo conta 40 presenze in Azzurro, ma a livello senior non è andato oltre le Qualificazioni di Euro 2009. E oggi «quello che sto vedendo, a dire la verità, non mi piace tanto. Non voglio essere negativo, ma da ciò che ricordo il Ct Sacchetti ha sempre preferito gli stranieri. Affidargli la panchina dell’Italia è stata una scelta che non mi ha fatto impazzire. Però forse sono la persona sbagliata per parlarne».

Talento e punti nelle mani: anche a 40 anni un pericolo
costante per le difese (foto Tommarelli)
Nel rapporto con gli allenatori non è sempre stato fortunato, anche perché è un ragazzo che cerca un dialogo che spesso va oltre alla semplice impartizione degli schemi di gioco. «Io ragiono sulle cose, rifletto. Ho bisogno che il coach mi spieghi e mi motivi per arrivare a credere in ciò che sto facendo, ma se non riesce a comunicarmi queste sensazioni, faccio fatica. Prima impazzivo e basta, oggi invece comunico prima di impazzire. Questo è un problema che riguarda tutti, ecco perché vado sempre alla ricerca della giusta comunicazione». Insomma ha bisogno di essere reso partecipe per dare il massimo, e questo è sinonimo di un giocatore che pur se ha vinto due titoli italiani di 1-vs-1 (battendo Marco Belinelli nel 2004), tiene al gioco di squadra. «Ci sono giocatori e giocatori. C’è chi riesce a pensare solo a se stesso e si concentra per fare bene personalmente, e c’è chi invece è alla ricerca di soddisfazioni sia personali che di squadra. Io preferisco giocare in una squadra che sia composta da giocatori altruisti, ma capisco che ci sono modi e modi di vedere la pallacanestro. Se sei individualista non riesci a vedere altro che il tuo gioco e il modo di come fare canestro. Questa non è una colpa, ma un limite. Me ne sono accorto parlandone con alcuni coach - ha sottolineato Valerio -, che diversi giocatori americani non è che non volessero, ma proprio non ci arrivavano a capire il gioco di squadra. Era come parlare arabo con loro. E dunque prendi il giocatore così com’è e lo sfrutti per il bene della squadra. Lui è contento, tutti sono contenti».

MA COSA FARA' AMOROSO una volta terminata la carriera da giocatore? «Mi piacerebbe rimanere nella pallacanestro, ma bisogna vedere un po’ di cose. In primis ciò che la vita ti offre. A me piace leggere il gioco, stare a contatto con i giocatori, gestirli, capirli. Non escludo di fare il dirigente o l’allenatore, ruoli entrambi fattibili. Bisogna però vedere cosa c’è in giro. Sto studiando per diventare allenatore, ma è tutto un work in progress. L’importante è trovare qualcuno voglioso di investire e costruire». Lui, napoletano purosangue, ha un grande cruccio che si porterà per sempre dietro. «Noi giocatori difficilmente siamo profeti in patria. Casa mia ormai è Civitanova Marche e a Napoli ci torno per trovare i genitori. Da noi c’è sempre stata la mentalità che l’atleta straniero è più forte di quello sotto casa. Quindi non ho mai avuto l’opportunità di mettermi in mostra a casa mia, cosa che mi sarebbe piaciuta tanto. Ho avuto l’occasione a Scafati, da giovane - ricorda Valerio -, ma sono andato via. A Caserta, da napoletano, l’esperienza è andata malissimo. Insomma, nel proprio luogo di nascita non si è mai visti bene quanto invece lo si è lontano, dove non ti conoscono e ti apprezzano per quello che sei».


* per la rivista BASKET MAGAZINE