lunedì 29 agosto 2022

Eurobasket dietro l'angolo, le avversarie dell'Italia

Il girone C dell'Eurobasket 2022 è quello che riguarda l'Italbasket, perché si giocherà al Mediolanum Forum di Milano, impianto da oltre 12 mila posti che è stato bellissimo vedere strapieno in occasione delle ultime finali scudetto tra l’Olimpia e la Virtus. L’Italia se la dovrà vedere con Grecia, Estonia, Ucraina, Gran Bretagna e Croazia.

L’Ucraina dovrebbe avere i suoi migliori interpreti in Artem Pustovyi, Sviatoslav Mykhailiuk e Alex Len, ma non dovrebbero di certo far tremare l’Italia del ct Pozzecco, così come la giovane Estonia, che potrà contare sui veterani Sander Vene e Kristjan Kitsing intorno ai quali agiranno i vari Maik Kotsar, Henri Drell e Kristian Kullamae. La Gran Bretagna dell'ex Sassari Gabriel Olaseni dovrebbe essere la squadra cuscinetto di questo raggruppamento, e il fatto che il miglior giocatore Myles Hesson gioca in Giappone la dice piuttosto lunga.

Inutile dire che tutti gli appassionati aspettano la sfida che l’Italia avrà con la Grecia di Giannis Antetokounmpo. La stella Nba guiderà la squadra del ct Dimitrios Itoudis, che conterà su Nick Calathes, Tyler Dorsey, Georgios Papagiannis, Ioannis Papapetrou e Kostas Sloukas. La terza incomodo tra azzurri ed ellenici per il possibile primo posto in classifica sarà la Croazia, altra nazionale che ha pagato a caro prezzo le finestre Fiba venendo eliminata dalle qualificazioni alla World Cup 2023. Proprio per questo, forse, i croati del ct Damir Mulaomerovic cercheranno di rifarsi all’Europeo potendo contare sul trio composto da Bojan Bogdanovic, Ivica Zubac e Dario Saric, senza dimenticare Kruno Simon e Mario Hezonja. Ancora una ferita aperta la grande delusione che la Croazia ci ha regalato nel preolimpico di Torino del 2016. Dunque, nessuna distrazione e concentrazione per evitare qualsiasi passo falso.

Simone Fontecchio, foto credit Italbasket


venerdì 10 giugno 2022

Affari di famiglia. Da Luigi a Francesco Rapini, 80 anni di grande basket

La Rapini Dynasty: Il nonno, cinque scudetti con le V nere, prima figura significativa di 'Basket city', ha lanciato il minibasket e allenato a lungo a Rimini

Da Luigi a Francesco Rapini, 80 anni di grande basket

Il nipote ha già vinto tre scudetti di categoria con la Stella Azzurra. In mezzo Andrea, grande tiratore, giocatore, coach e presidente. In panchina con la Lazio, cinque promozioni in sette anni



di Giovanni Bocciero*



DAGLI SCUDETTI del dopoguerra di nonno Luigi, pivot della gloriosa Virtus Bologna, a quelli giovanili del nipote Francesco, guardia dell’altrettanto blasonata Stella Azzurra Roma. Nel mezzo c’è Andrea, figlio di Luigi e papà di Francesco, che le sue soddisfazioni se l’è comunque tolte lanciando il pallone nel cesto. Stiamo parlando della famiglia Rapini, terza ed ultima dinastia della pallacanestro italiana che può vantare la peculiarità di avere tre generazioni che hanno giocato e giocano ad alto livello, dopo quelle Pomilio/Fontecchio e Busca (leggi qui). A differenza di queste due, delle cui storie abbiamo trattato nei numeri precedenti della rivista, la famiglia Rapini ha davvero un amore sconfinato per la pallacanestro, avendola non solo giocata ma anche ‘insegnata’.

«Mio padre Luigi ha portato la pallacanestro a Bologna sia da giocatore che come istruttore - ha commentato il figlio Andrea -, perché è stato precursore nel far praticare il minibasket e a farne svolgere il primo trofeo. E poi è stato il fautore del gesto tecnico che tutti oggi conoscono come il gancio». Luigi Rapini, mancato purtroppo nel 2013 all’età di 89 anni, ha vinto cinque scudetti dal 1946 al 1949 e del 1954/55 con le ‘V nere’, collezionando anche 33 presenze (e 134 punti) in maglia azzurra quando la nazionale centellinava gli impegni. È stato il primo grande pivot italiano, ma soprattutto un autentico pioniere della pallacanestro contribuendo in maniera significativa alla leggenda di Bologna quale ‘Basket city’. «L’amore per il basket l’ha tramandato in famiglia e rimane in tutti noi. Era innamorato della pallacanestro. Quando ha smesso di giocare lavorava in banca, e nonostante ciò - ha continuato Andrea - andava cinque giorni alla settimana a Rimini per allenare. E parlo dei tempi in cui non esisteva il professionismo».

Come il papà Luigi, anche Andrea ha mosso i primi passi nella Virtus Bologna, «che poi mi ha prestato alla società satellite del Castiglione dove ho giocato prima in serie C e poi in serie B. Successivamente mi sono trasferito a Vigna di Valle per fare il militare nelle Forze Armate. Poi mi ha acquistato l’Italcable che era la terza formazione di Roma. Siccome però all’epoca c’era la regola che una stessa città non poteva avere tre squadre in massima serie, ci allenavamo nella capitale ma giocavamo a Perugia. Poi anche per questioni legate alla famiglia ed al lavoro ho deciso di scendere in serie B, categoria che aveva ancora il girone unico. Una volta smesso ho continuato comunque a giocare a livello dilettantistico con una squadra di Promozione vicino ad Anguillara, dove abitavo. Dopodiché l’allora presidente della Lazio, Federico Nizza, dopo che la squadra era retrocessa in Promozione mi coinvolse nel progetto di rilancio del club al quale sono stato molto contento di contribuire».

Infatti, come Luigi anche Andrea, una volta appese le scarpette al chiodo, ha deciso di intraprendere la carriera di allenatore prima e di dirigente poi per non lasciare il mondo del basket. «Il mio percorso nella pallacanestro ha seguito lo scandire dell’età, per quelle che possono essere le fasi di una persona che vive questo sport. Ho iniziato da giocatore, poi giocatore-allenatore, poi solo allenatore e infine presidente. Diciamo che le più grandi soddisfazioni me le sono tolte da allenatore della Lazio, raccogliendo con un po’ di fortuna e un po’ di strategia cinque promozioni in sette anni dalla Promozione alla serie B2. Una cavalcata che mi rimarrà per sempre. Da giocatore ho ottenuto altre soddisfazioni, ma sono legate a quelle che potevano essere le caratteristiche e le qualità o meno che si possedevano». Andrea era un realizzatore, capace di mettere a segno anche 51 punti in uno spareggio per la serie B. E all’epoca il tiro da tre punti non esisteva ancora.

«Sono nato quando mio padre aveva già smesso. Però pur non vedendolo giocare ho vissuto tanto la pallacanestro con lui perché da ragazzino mi portava al vecchio campo all’aperto della Virtus. Quando poi ero adolescente, andavo spesso a fare i ritiri con la squadra di Rimini. Quindi anche se ero piccolo l’ho vissuto soprattutto come allenatore. Chiaramente mi ha dato da un punto di vista tecnico un sacco di nozioni, e in particolare con la vecchia metodologia di una volta che voleva dire ripetere uno stesso esercizio migliaia di volte finché non lo facevi diventare tuo. Dal punto di vista tattico invece, mi ha aiutato quando ho fatto l’allenatore, perché ci siamo sempre molto confrontati e gli devo dare atto che su di me ha fatto proprio un gran bel lavoro. Lo considero ancora oggi il mio allenatore privilegiato».

LA PASSIONE per il basket non ha saltato una generazione in casa Rapini. «Ho quattro figli - ha proseguito Andrea -. Il primo è Alessandro, 37 anni, che ha giocato a basket ma per questioni di studio ha smesso. La seconda è Alessia, 34 anni, alla quale la pallacanestro non è mai interessata granché. Il terzo è Lorenzo, 21 anni, che gioca in Promozione ma a calcio. Ha cambiato sport ma non mi dispiace perché non ho mai influenzato le loro scelte. L’ultimo è Francesco, classe 2004, che sta ottenendo dei discreti risultati, ma non lo devo dire io che sono il papà».

Francesco e Andrea Rapini

Impegnato con la Stella Azzurra tra under 19 Eccellenza e serie C Gold, Francesco ha già vinto tre campionati giovanili nazionali. «Con Francesco mi confronto molto, soprattutto cerco di fargli capire che deve sempre seguire il lavoro che hanno programmato i suoi allenatori. Poi è evidente che quando c’è l’opportunità un consiglio glielo d’ho volentieri. Ma la realtà della Stella Azzurra prevede che sin da giovani i ragazzi si comportino come dei professionisti, con diversi allenamenti nell’arco della stessa giornata, tornei all’estero, tutta una serie di attività psicologiche che riguardano l’attenzione e la velocità di reazione a determinati stimoli. Per cui, gli sto al fianco ma senza influire sul lavoro che fa con il suo club. Ed è giusto così perché altrimenti si ritroverebbe ad avere dei linguaggi completamente differenti. D’estate poi andiamo spesso a fare due tiri al campetto e lo aiuto magari nel migliorare al tiro o in altri particolari. Da questo punto di vista - ha raccontato Andrea Rapini - se io ho avuto mio padre che è stato il mio allenatore privilegiato, io sono per mio figlio più un allenatore di supporto».

Ma c’è qualcosa che vi accomuna tecnicamente? «Vedo una grande somiglianza tra me e mio figlio da un punto di vista di visione della pallacanestro, nel senso di riuscire a capire cosa sta accadendo in campo. E poi nel tiro, anche se sono stato un grande tiratore ma la difesa non era il mio massimo. Mio padre invece era uno che ha fatto del basket anche un modo per fare esperienza. Mi spiego, lui guardava i movimenti dei giocatori americani, per quello che si poteva vedere all’epoca, e si metteva sul campo da solo a provare. Questo lo portava ad essere un grande competente in materia. Io però l’ho sempre ammirato nel ruolo di allenatore, perché al di là del suo stare in panchina con quell’aplomb inglese al contrario degli esagitati che ci sono oggi, riusciva sempre a fare l’intervento giusto al momento giusto. Vuoi una scelta di una sostituzione o il cambio di una difesa. Era uno che sentiva la pallacanestro».

Le maggiori differenze sono soprattutto fisiche, segno di una pallacanestro che è man mano cambiata, che si è evoluta. «Se io rispetto a mio padre sembravo un superman, i giocatori di oggi sono dei superman all’ennesima potenza. Fisicamente sono delle ‘bestie’, come si usa dire nel gergo del basket. Hanno dei fisici spaventosi che gli permettono di correre e saltare, arrivando a schiacciare con due passi e con entrambe le mani. Noi invece sotto questo aspetto facevamo poco lavoro e forse anche male. Ma questo lo dico oggi perché vedo come lavorano i ragazzi, ma ai miei tempi anche quel poco che facevamo mi sembrava tanto. Per fare un esempio, mio padre i pesi non sapeva neanche cosa fossero. Per me invece il lavoro fisico era fare degli squat con 70-80 chili. Oggi invece hanno dei programmi in cui fanno training fisico tutti i giorni più l’allenamento di un’ora e mezza. Diciamo che questo però ha influito su un minor tasso tecnico».

DAL CAMPO alla panchina alla scrivania, Andrea Rapini ha vissuto la pallacanestro a 360° avendo ricoperto addirittura il ruolo di presidente della Lazio. Una vita che oggi gli permette di fare un’accurata valutazione dei diversi punti di vista. «L’argomento non è di facile lettura e non è neppure semplice riassumerlo perché le tematiche sono completamente diverse. Quando sei giocatore devi pensare a quello che è il risultato immediato, dell’annata, forse più a livello personale che di squadra. Da dirigente invece, bisogna avere la grande capacità di vedere il momento e nel contempo cercare di capire cosa bisogna fare per il domani. Poi è necessario sapere con che mansioni e competenze si fa il dirigente o il presidente, perché è importante anche il discorso empatico, ovvero le capacità di influire nel formare il tanto decantato gruppo. Poi sono importanti i rapporti per poter avere i mezzi economici e finanziari per poter portare la società sempre avanti e sempre meglio nel suo percorso di crescita. La visione dell’allenatore forse è quella più complessa, perché deve ottenere dei risultati, avere uno sguardo al futuro per capire quale giocatore gli possa essere utile domani, e nel contempo deve riuscire a non scontentare nessuno. Questo fa sì che debba avere con i giocatori un rapporto logicamente tecnico-tattico, ma anche un legame come fosse un padre. Credo che questo rapporto tra giocatore e allenatore non finisce quando termina l’allenamento, ma nel momento in cui il giocatore non ha più bisogno di lui anche da un punto di vista psicologico. La grossa difficoltà dei tre ruoli è quello di non inficiare la posizione dell’altro. Che il presidente vada a dire all’allenatore cosa bisogna fare credo che sia la cosa peggiore che possa esserci».

Oggi Andrea non ricopre ruoli ufficiali nella pallacanestro, e per questo si limita a seguire il figlio nella sua ancor giovane carriera. Eppure, la sua esperienza cestistica associata alla sua attività lavorativa gli permettono comunque di trovare una scusante per poter fare scuola. «Mi è capitato di fare dei discorsi motivazionali ai ragazzi, perché c’è un parallelo con la mia attività lavorativa. Avendo fatto selezioni, reclutamento e formazione per conto di Banca Mediolanum, il discorso della motivazione per raggiungere un obiettivo è uguale per qualsiasi ambito, tanto lavorativo quanto sportivo. Quindi ho tenuto molto volentieri queste lezioni. Resta comunque un modo per rimanere nell’ambito della pallacanestro, e chissà, magari nella mia seconda vita può darsi anche che ricominci ad allenare. In questo momento però, mi diletto a capire le grosse differenze che ci sono - ha concluso Andrea Rapini - soprattutto dal punto di vista della preparazione fisica da quello che eravamo noi e quello che sono oggi gli atleti».


Italbasket, la lunga estate già caldissima

Italbasket, la lunga estate già caldissima



di Giovanni Bocciero*



DALLE DIFFICOLTÀ MOSTRATE negli ultimi impegni al commissario tecnico pro tempore, passando per i risvolti della guerra russo-ucraina, le parole d’amore di Danilo Gallinari, i giovani talenti del futuro e le indicazioni arrivate da coppe e campionato. Tutto questo si fonderà nell’estate azzurra dell’Italbasket, alle prese prima con le finestre di qualificazione al Mondiale 2023, e poi con l’Eurobasket 2022 di scena con il girone preliminare al Forum di Milano.

L’ESTATE AZZURRA. Ma andiamo con ordine e diamo innanzitutto uno sguardo al calendario della nazionale azzurra, che si radunerà per la prima volta il 20 giugno a Trieste. Lì dove tira sempre la bora gli uomini selezionati dal ct Meo Sacchetti ospiteranno per un’amichevole di prestigio la Slovenia il 25 giugno all’Allianz Dome. Un test match che servirà per rodare la squadra in vista dell’ultimo impegno, dopo l’esclusione finalmente decisa dalla Fiba di Russia e Bielorussia dalla prima fase di qualificazione alla World Cup 2023 influenzata dalla guerra in Ucraina. La Federazione italiana col sostegno del Coni, aveva già fatto sapere che non sarebbe scesa in campo il 1° luglio contro la nazionale russa. Per questo, dopo la preparazione a Trieste gli azzurri voleranno direttamente in Olanda per affrontare la partita decisiva per la qualificazione contro la nazionale orange guidata dal tecnico Maurizio Buscaglia in programma il 4 luglio ad Almere. La classifica attuale vede Italia e Islanda, entrambe a 4 punti, e l’Olanda fanalino di coda con i suoi 0 punti: battere gli orange significherebbe prendersi la testa del girone ed entrare nella seconda fase con 6 punti già all’attivo. A fine agosto, infatti, si giocheranno le prime due gare della seconda fase di qualificazione al Mondiale 2023. Ricordiamo che le squadre porteranno con sé i punti della prima fase e andranno ad incrociarsi con le formazioni qualificate del raggruppamento che comprende Spagna, Georgia, Ucraina e Macedonia del Nord.
Ancora impossibile conoscere le prime avversarie, si sanno però le date e le location, con il primo impegno in trasferta il 24 agosto, ed il secondo a Brescia il 27 agosto. Per queste due partite, dovremmo già vedere le idee chiare sulle scelte del ct per quel che riguarda i giocatori che comporranno la nazionale, che dal 28 agosto si trasferirà a Milano. Qui potrebbero giusto esserci gli ultimi tagli del roster, che inizierà a lavorare per l’esordio all’Eurobasket 2022. Dal 2 all’8 settembre l’Italia affronterà nell’ordine Estonia, Grecia, Ucraina, Croazia e Gran Bretagna alla ricerca del passaggio del turno per le fasi finali che saranno disputate a Berlino.


ALLENATORE PRO TEMPORE. L’estate azzurra vedrà forse per l’ultima volta sedere il ct Sacchetti sulla panchina dell’Italia. Il presidente federale Gianni Petrucci ha forse rilasciato una battuta poco piacevole nei suoi confronti, con quel siamo tutti pro tempore riferito alla permanenza con conseguente rinnovo dell’allenatore. Ciò non esclude che il connubio possa continuare, come successo proprio dodici mesi fa dopo il ritorno dell’Italia all’Olimpiade. Ma se in quel caso il risultato sportivo ha avuto un peso specifico fondamentale, questa volta potrebbe non essere importante in tal senso, ma conteranno più i rapporti e le vedute comuni. Un bandolo della matassa per nulla semplice da sciogliere insomma.

L’AUTOCANDIDATURA DEL GALLO. Se c’è qualcuno convinto di esserci, in particolar modo all’Eurobasket, questo è Gallinari. L’ala impegnata in Nba ha avuto parole al miele per la nazionale e sembra già molto carico per la competizione continentale che non solo ritornerà con la fase preliminare in Italia dopo 31 anni dalla sua ultima edizione, ma soprattutto sarà disputata nella sua Milano. Lui vuole esserci, bisognerà capire se ci sarà sin dalle gare di qualificazione al Mondiale 2023 di inizio luglio. Non solo lui, magari sperano di poter riallacciare i legami con l’azzurro anche Marco Belinelli e Gigi Datome, che l’anno scorso decisero di non indossare la maglia della nazionale. Una scelta che fece infuriare più il presidente Petrucci che l’allenatore Sacchetti, per la verità. Se oggi ci sono delle possibilità di rivederli a giocare con l’Italia, forse, però, lo sanno soltanto loro.

LE FUTURE PROMESSE. Alessandro Pajola e Nico Mannion sono già parte integrante della nazionale, ma rappresentano ancora delle future promesse perché possono e devono migliorare ulteriormente. Si tratta di maturare e diventare sempre più pilastri della squadra. Eppure se Pajola è stato nominato miglior difensore della serie A, un premio che non stupisce più di tanto. Mannion con la piccola mini rivoluzione a stagione in corso della Virtus Bologna, che ha ingaggiato tra gli altri l’ex azzurro Daniel Hackett, ha perso posto, minuti e fiducia. Si tratta di un giocatore forse da recuperare prima mentalmente che fisicamente, visto che quest’anno tra infortuni e covid non è stato neanche semplice per lui.

Ma lo stiamo dicendo da tempo ormai, soprattutto stiamo dedicando spazio sulla rivista a quelle che potrebbero essere le future promesse dell’Italia. Parliamo dei prospetti della cosiddetta ‘generazione z’, come Matteo Spagnolo e Gabriele Procida che appena terminato il campionato sono volati negli Stati Uniti dove hanno partecipato alla Draft combine di Chicago. O ancora Giordano Bortolani, che ha ricevuto un riconoscimento non indifferente quale miglior giovane della Basketball Champions League. Questi sono tutti in lizza per poter aspirare a conquistare la maglia azzurra per le qualificazioni al Mondiale 2023 prima, ma anche all’Eurobasket poi. Tra questi bisognerà invece scartare a priori il tanto atteso Paolo Banchero, che dedicherà l’intera estate a prepararsi per la stagione da rookie in Nba.

LA NAZIONALE CHE VERRÀ. In vista dell’Eurobasket la nazionale ritroverà sicuramente i grandi protagonisti dell’estate scorsa, come Niccolò Melli, Simone Fontecchio, Achille Polonara, Pippo Ricci. Ma successivamente si ripresenterà il problema delle convocazioni dei giocatori impegnati in Eurolega. E con la ‘promozione’ della Virtus Bologna che ha meritatamente vinto l’Eurocup la questione non potrà che acuirsi ancora di più. Non volendo comunque guardare il bicchiere mezzo vuoto, è importante come sottolineare che le indicazioni provenienti dal nostro campionato potranno diventare ancora più importanti. Ad esempio nella seconda finestra delle qualificazioni al Mondiale 2023 si è visto che Amedeo Della Valle si è conquistato con merito la convocazione. Con Brescia si è ritrovato, e non è un caso che sia stato votato quale Mvp della serie A. Sul futuro di quella che dovrà essere la squadra italiana lavorerà anche Gianmarco Pozzecco, che in estate sarà alla guida della nazionale under 23 sperimentale. Al via con il raduno di Roseto degli Abruzzi dal 26 giugno, la compagine parteciperà al torneo Global Jam di Toronto, dal 5 al 10 luglio, nel quale affronterà i pari età delle selezioni di Canada, Stati Uniti e Brasile. Un bel banco di prova dove mettere alla prova non solo i giocatori in campo, ma anche lo stesso allenatore. Perché se ci dovesse essere un dopo Sacchetti, anche Pozzecco sembrerebbe accreditato per prenderne il posto.


venerdì 20 maggio 2022

Serie A2. Giuri, bilancio di una vita da giocatore tranquillo

Curiosa e sincera confessione di un playmaker che,
giunto a 33 anni, insegue ancora traguardi importanti

Giuri, bilancio di una vita da giocatore tranquillo

A Udine ha vinto un nuovo trofeo dopo una carriera in giro per l'Italia
con due tappe particolari: nella sua Brindisi e a Caserta


di Giovanni Bocciero*


Con i suoi 33 anni ed un palmares che ha appena rimpinguato, Marco Giuri è ancora un giocatore che fa la differenza in A2 grazie alla sua leadership ed esperienza. Alla seconda stagione tra le fila di Udine, dopo aver perso la finale per la promozione contro Napoli l’estate scorsa, il veterano play si è calato in un nuovo ruolo. «Certamente l’età avanza, ma quando si fa parte di una squadra competitiva, lunga, forte, ognuno riesce ad esaltare le proprie caratteristiche. Quest’anno ho diminuito il minutaggio, cosa di cui sto beneficiando visto che l’anno scorso arrivavo a volte alla fine delle partite stanco e poco lucido. Grazie alle rotazioni ancora più lunghe - ha continuato Giuri - mi sto gestendo bene e a pieno, e stando in una squadra forte è un ruolo che ho accettato veramente di buon gusto». Emigrato sin da giovanissimo alla Virtus Siena, il girovagare in club che gli hanno permesso di fare la gavetta lo ha reso il giocatore che è oggi. «Ho giocato in B d’Eccellenza a 17-18 anni, poi ho iniziato a giocare in una LegaDue che presentava giocatori e squadre davvero molto forti che non avrebbero nulla da invidiare all’attuale serie A. Sono stati anni molto formativi soprattutto per il carattere. Quando giochi in squadre con tanti giocatori bravi e in alcuni casi affermati bisogna tirarlo fuori e farsi rispettare anche se si è giovani. Senza mancare di rispetto a nessuno ma con decisione, facendo capire che di te ci si può fidare. Questa è la cosa principale che mi sono portato dietro nella mia carriera, questa consapevolezza che con l’educazione ci si può far rispettare». Si parla ovviamente di campionati che «avevano un format diverso. Con il girone unico da 16 squadre, riconosciuto come campionato professionistico a tutti gli effetti, il livello era altissimo perché i giocatori che non trovavano collocazione in A1 scendevano di categoria e trovavano realtà forti dove mettersi in luce. Oggi ci sono più squadre, con società meno solide e meno conosciute cestisticamente - ha dichiarato il play -, e ciò fa scendere il livello medio».


Giuri ha indossato la maglia azzurra dell’under 20 insieme a Datome, Hackett, Aradori, giocatori che nonostante tutto per emergere hanno dovuto aspettare il loro momento, senza bruciare le tappe. «È un discorso molto complesso che prevede sostanzialmente due correnti di pensiero. C’è chi dice che i giovani non hanno opportunità, e c’è chi dice che non meritano un palcoscenico in età precoce. Io sono dell’idea che chi merita di giocare, e gioca bene, continua a giocare; chi non lo merita matura dopo. Se a 17 anni meriti di giocare è giusto che giochi anche a discapito di qualche compagno più grande d’età. Se però un allenatore reputa che un 16enne non sia maturo, è giusto che prenda le sue scelte. Io stesso a 18 anni non sono stato reputato adatto a terminare l’anno di A2 a Casale Monferrato e sono andato per metà stagione in B1 a Vigevano. A volte bisogna anche saper scendere di categoria per trovare la maturità giusta - ha osservato il play - affinché possa giocare ad un più alto livello. Adesso magari i giovani vedono la serie A come un punto fisso, un traguardo dal quale non si ritorna più indietro, e per me è sbagliato. Scendere di categoria non è una bocciatura, soprattutto a 18 anni, ma è un rimettersi in discussione cercando di far capire che maturando ancora un po’ si può aspirare ad alti livelli». Proprio tra le fila di Udine c’è un atleta che nelle ultime stagioni ha visto la sua parabola scendere rispetto a quello che era il suo futuro, come Federico Mussini, oggi in Friuli anche per rimettersi in gioco. «Federico è un ragazzo d’oro, che si fa ben volere da tutti. È disponibile e lavora tantissimo, soprattutto quest’anno che viene da un brutto infortunio al crociato e pian piano lavorando ogni giorno sin dall’estate ha recuperato alla grande. In prospettiva futura penso che possa tranquillamente ambire di ritornare a giocare in serie A, perché è un giocatore che uscendo dalla panchina può dare il suo contributo da playmaker di rottura, che cambia ritmo alla squadra. Sta facendo molto bene quest’anno con noi, entrando a gara in corso e portando una grossa mano sia in difesa che in attacco. Per il resto è la sua carriera che parla per sé, e credo che non bisogna aggiungere altro».

Da uomo del sud, brindisino doc, Giuri ha vinto tanto soprattutto al nord, con lo scudetto alla Reyer Venezia nel 2019 e le coppe Italia di A2 di Verona e dello scorso marzo con Udine. «È semplicemente una questione di opportunità e di realtà che mi si sono presentate lungo la mia carriera. Quando ci sono state squadre ben allestire e solide come Brindisi, ho avuto l’occasione di vincere al sud. Negli ultimi anni, ma fondamentalmente per quasi tutto il mio trascorso, ho giocato sempre al nord. Però è una questione di opportunità e non di provenienza geografica». Il riferimento del veterano play è ai successi del 2012, la doppietta campionato-coppa centrata proprio con la squadra della sua città. «Quello fu un anno particolare. Ad inizio stagione ero senza squadra e mi aggregai a Montegranaro per tenermi in forma. Finita la preparazione stavo per firmare con il club in A1, ma l’infortunio di Edgar Sosa che era il primo play della squadra fece saltare la cosa. Così ritornai a casa e mi stavo allenando da solo quando arrivò la chiamata di Brindisi di cui fui davvero felice. Da brindisino mi inserii subito nel gruppo nonostante arrivai a stagione in corso, ma pensare di vincere la coppa Italia a marzo e il campionato a giugno, pur consapevoli della forza del roster, è stata un’emozione unica. Vincere non è mai semplice in generale, farlo con la squadra della tua città è qualcosa di unico». Giuri ha giocato tanto al nord, eppure nel suo percorso ha militato in due club storici del sud dalle tifoserie calde come Brindisi e Caserta, dove ha esordito in serie A a 27 anni. «Il ricordo di Caserta è indelebile. Sono arrivato in una importante realtà già abbastanza grande e consapevole di dove mi trovassi. Magari se ci fossi arrivato da più giovane non avrei capito tante cose. Ho avuto da subito un ruolo importante nella squadra, e causa una serie di infortuni ho avuto modo di giocare davvero tanto negli anni di A1. Alla città sono particolarmente legato, e infatti ci sono ritornato anche in A2 perché non era più una questione di categoria. Quando si va più in là con gli anni vuoi stare anche bene in un posto - ha ricordato l’atleta -, e a Caserta sono stato benissimo per questo sono ritornato volentieri». Da uomo del sud anche il modo di giocare un po’ stona, perché Giuri non è focoso. Ma la domanda è presto risposta. «In campo sono tranquillo anche perché è il ruolo che mi dice di essere così. Essendo un play, essere focoso in campo per una squadra può essere sintomo di nervosismo. E se colui che deve gestire il pallone è nervoso penso sia un brutto segnale da dare alla squadra. Per quanto mi riguardo cerco di essere tranquillo e di giocare solo a pallacanestro».

Venendo alla stretta attualità, Udine e Cantù stanno dando vita ad un dualismo in questo campionato di A2. Due storiche piazze della nostra pallacanestro, i brianzoli hanno avuto ragione nei due match in regular season, ma i friulani si sono presi il primato del girone e soprattutto la coppa Italia disputata a Roseto. «Tra Udine e Cantù più che di dualismo parlerei di obiettivi in comune, ovviamente la promozione in serie A. Siamo due squadre che voglio salire di categoria e che ne hanno la possibilità. Vedremo se saremo brave entrambe o se ne sarà brava solo una a raggiungere lo scopo, ma tutte le partite in cui ci siamo affrontati sono state gare sentite perché sappiamo l’importanza degli impegni. Noi siamo stati bravi a vincere la partita fin qui più importante che è stata la finale di Coppa Italia, quindi siamo contenti di aver vinto solo quel confronto e di aver perso gli altri due in campionato». Importante l’apporto che stanno dando alla squadra friulana due giovani come Ethan Esposito e Michele Ebeling, entrambi classe ’99, che a suon di gomitate e sbracciate hanno l’ambizione di arrivare in serie A. «Sono convinto che loro possano far bene, e che possano avere una carriera anche a più alto livello. Sono ragazzi che ascoltano, e in questo preciso momento della pallacanestro avere giovani che ascoltano i compagni di squadra che sono più grandi e che hanno più esperienza, indipendentemente dal coach che è seguito da tutti i giocatori, non è una cosa affatto scontata. Ad inizio anno sono stati un po’ una scommessa del club. Hanno però avuto una maturazione graduale e sono cresciuti di pari passo con i progressi della squadra. Questo li ha portati ad essere due giocatori importanti perché ci danno atletismo, fisicità, e ci permettono di alternare i quintetti. Loro due mi hanno impressionato particolarmente - ha concluso Giuri - perché hanno avuto la capacità di giocare in una squadra forte e di ritagliarsi il proprio ruolo all’interno di un gruppo che è pronto a vincere il campionato».

Affari di famiglia. Da Vincenzo ad Emiliano, Busca vuol dire basket

Tre generazioni di cestisti: a Palestrina il nonno è stato uno dei pionieri. Il nipote Sean è alto due metri e ha nel tiro la dote migliore, Nicole - sorella di Sean - nel 2019 ha conquistato il tiolo di campione d'Italia under 14 

Da Vincenzo ad Emiliano, Busca vuol dire basket

Emiliano, per dieci anni simbolo della Virtus Roma: «Ho quattro figli:
tre giocano a basket, il quarto no, ma solo perché ha soltanto cinque anni...»


di Giovanni Bocciero*


Passione per la pallacanestro tramandata da padre in figlio a nipote. È la particolarità della famiglia Busca, che ha il basket nel proprio dna lungo tre generazioni: del resto, provate a pronunciare il cognome in… inglese. Tutto nasce a Palestrina con nonno Vincenzo, classe ’44, tra i primi in città a lanciare il pallone nel cesto nel 1962. Alla prima amichevole organizzata contro il Ponte Parioni ha segnato 22 dei 26 punti di squadra. La famiglia ha poi imboccato la via Casilina legando il proprio nome alla capitale.
«Sono stato tra i fondatori a Palestrina - ha esordito Vincenzo -, quando erano tempi pioneristici. Lo storico dirigente Luigi Stellani, pendolare che lavorava a Roma vicino al PalaTiziano, nel ‘60 ha visto le Olimpiadi. Rimasto folgorato da questo sport, ne ha parlato al circolo dove giocavamo solo a calcio. Nel frattempo, in città avevano costruito il campo all’aperto Barberini dove abbiamo iniziato a praticarlo a 15-16 anni. Imparate le regole, lo giocavamo un po’ a modo nostro, poi sono venuti allenatori di Roma e ci siamo affinati. Francamente all’inizio nemmeno mi piaceva, però facendo qualche tiro in maniera molto artigianale vedevo che la palla finiva spesso nel canestro. Ho pensato che dopotutto non fosse così difficile - ha rivelato il capostipite della famiglia Busca -, e partiti dalla Prima divisione siamo stati promossi fino alla serie B, paragonabile all’attuale A2». Vincenzo nella stagione 1972/73 ha realizzato 31 punti nello storico spareggio per la B con Avellino. «Avevo effettivamente la dote del marcatore, ero un tiratore abbastanza preciso. Ma non solo segnavo, ero un grande agonista perché a quei tempi si lottava. Ho smesso a 35 anni ed ha iniziato mio figlio Emiliano. Avendo una concessionaria non avevo tempo da dedicare al basket al di fuori di famiglia e lavoro. Ho fatto da sponsor per un paio di stagioni, un modo per non abbandonare il club della mia città del quale - ha continuato Vincenzo - ancora oggi, quando posso, vado a vedere le partite».

Se il secondogenito di Vincenzo Busca, Alessandro, è arrivato a giocare qualche torneo di C con Palestrina, il figlio maggiore Emiliano ha superato il papà affermandosi in serie A. «Sin da piccolo veniva a vedere le mie partite. È nato in un borsone da basket e si è innamorato da solo di questo sport. È stato l’esempio visivo che l’ha portato a giocare, tant’è che ha indossato il mio stesso numero 5. Quando era più piccolo giocavamo come fa un padre col figlio, e non nego che in qualche partitella gli ho fatto un po’ da scuola con qualche trucchetto. Ma non ne aveva bisogno, perché possedeva un talento naturale e non doveva essere instradato». Emiliano Busca ha vinto un europeo Juniores con l’Italia, è stato nel giro della nazionale maggiore con ct Ettore Messina, è stato capitano di lungo corso della Virtus con cui ha ancora il record di assist, prima di ritirarsi a 31 anni. «Ha ancora quel record perché era uno che vedeva molto bene la partita - ha confessato Vincenzo -, grande penetratore, molto veloce, con un’ottima tecnica. È stato purtroppo sfortunato subendo ben otto operazioni che l’hanno martoriato per tanti anni». Da padre a nonno il passo è stato breve, perché il nipote Sean, oggi al Basket Roma, si sta facendo strada molto velocemente. «Vado a vedere eccome le sue partite. Anzi - ha commentato emozionato Busca senior -, faccio cose mai fatte quando seguivo mio figlio al PalaEur con Milano o Bologna con dieci mila spettatori. Agli incontri di mio nipote soffro più di prima». Tecnicamente il pensiero del nonno è lucido. «Io ero una guardia e la mia migliore dote era il tiro, però non ero un bravo palleggiatore e non sapevo fare tante altre cose. Avevo bisogno dei blocchi per uscire e tirare. Emiliano era invece un giocatore completo, un play che faceva giocare la squadra, il mio opposto dato che da buon tiratore ero un mangia palloni e litigavo con gli allenatori perché tiravo troppo. Mio nipote è diverso da tutti e due. È un tiratore mancino alto oltre 2 metri che gioca ala, per cui abbiamo tre ruoli diversi. L’unica cosa che mi accomuna a mio nipote è il tiro, ma Sean si sposa meglio con il basket attuale nel quale si tira tanto da tre ed è micidiale, mentre ai miei tempi non c’era l’arco. Deve migliorare in grinta e lavorare sul fisico - ha osservato il nonno - perché è ancora molto magro».
Emiliano Busca è stato un predestinato, partito dalla sua città alla conquista di Roma. «Mia mamma seguiva le partite di papà e mi ha raccontato che ho iniziato a respirare l’odore dei campi nella sua pancia. Ad un anno e mezzo, appena imparato a camminare - ha ricordato Emiliano - avevo già la palla con me. Insomma, sono nato e cresciuto sui campi da basket». Nato a Roma solo per una questione di ospedale, è cresciuto a Palestrina «dove ho mosso i primi passi. A 12 anni sono passato al Banco Roma ma prima ho fatto un anno in prestito alla Vis Nova. Prendevo l’autobus da Palestrina ed era un viaggio perché ci mettevo più di un’ora per arrivare. Al ritorno invece mi veniva a prendere papà quando staccava da lavoro. I problemi sono sopraggiunti quando a 16 anni ho iniziato ad allenarmi con la prima squadra della Virtus. Gli allenamenti si svolgevano molto presto e non facevo in tempo ad arrivare con l’autobus. Per aggirare il problema mi accompagnava mio padre, oppure qualche conoscente. I sacrifici fatti dalla mia famiglia sono stati tanti». Da figlio a padre, oggi è dall’altra parte della barricata. «Adesso sto facendo la stessa identica cosa, ed anche di più. A differenza di mio padre che all’epoca aveva solo me che giocavo fuori città, io ho tre figli su quattro che giocano a pallacanestro, ma solo perché l’ultimo ha 5 anni ed ha ancora tempo per fare quello che vorrà. Le difficoltà per accompagnarli ad allenamenti e partite sono inimmaginabili, ma lo si fa con tanta passione per loro».
La famiglia Busca. In alto da destra, nonno Vincenzo,
il figlio Emiliano, il nipote Sean e l'altro figlio Alessandro.
In basso da destra i nipoti Nicole, Leonardo e Christopher
  

Ancora oggi Emiliano è ben ricordato dalla piazza romana, e non solo per il record di assist in maglia Virtus. «Sono attestati di stima che mi lusingano. Sono stato il ragazzino cresciuto nelle giovanili, ma credo di essere apprezzato perché in campo ero generoso. Una cosa che tra l’altro mi ha accorciato la carriera, avendo giocato spesso sugli infortuni. Mi sono ritirato perdendo almeno 5-6 anni nei quali potevo trasmettere esperienza e leadership. Ho comunque iniziato molto presto la carriera da giocatore. A 16 anni ho esordito in serie A - ha rammentato Busca junior - e a 18 mi sono sottoposto alla prima operazione. Una volta smesso ho preso la tessera per allenare, ma non ho praticato perché dopo aver passato tanti anni nelle palestre, e con la nascita di Sean, sentivo che non faceva per me». Come già anticipato, Sean, classe 2003, è il primogenito ma non il solo della famiglia a seguire le orme di nonno Vincenzo e papà Emiliano. Nicole, classe 2006, ha vinto lo scudetto U14 femminile nel 2019 con il Basket Roma, ed è aggregata alla serie B, mentre allo stesso club milita anche Christopher. «Non ho forzato i miei figli a giocare, è venuto tutto naturale. Sugli spalti soffro molto più di quando ero giocatore, con l’adrenalina che ti scorreva in corpo. Stando fuori stai più sulle spine. Poi - ha continuato Emiliano - da ex atleta vedo le cose in maniera diversa, e vorresti che i tuoi figli facessero cose che però, onestamente, non sono ancora in grado di fare per l’età. Sono severo nel fargli notare errori e difetti anche se non dovrei, perché si devono divertire e stare bene in campo con gli altri ragazzi. Comunque finisce tutto lì, con qualche consiglio per il loro bene che spero sia sempre ben accetto, così come me li dava mio padre a suo tempo».
I consigli sono soprattutto per Sean, che «gioca con l’U19 Eccellenza e, contemporaneamente, disputa la C Silver. Un bel banco di prova per questi ragazzi tutti giovanissimi. È un’esperienza positiva contro squadre più mature e scafate. Cerco di dargli più consigli possibili per quello che può ascoltare, perché mi accorgo che spesso stargli addosso non è produttivo. Poi ci sono gli allenatori che sono bravi. Sto al mio posto, ma credo che se un ex giocatore di serie A dà un consiglio al proprio figlio debba essere apprezzato». Anche Emiliano prova i confronti. «Io ero il classico play anni ’90, mentre mio figlio ha iniziato a giocare da play ma poi si è ritrovato ad avere una crescita spaventosa intorno ai 15 anni arrivando oltre i 2 metri d’altezza. Adesso non può più giocare in regia ma si alterna tra la guardia e l’ala potendo essere schierato anche da ‘4’ atipico. Ho visto giocare poco mio padre, ma mio figlio ha un discreto tiro come lo aveva il nonno. È ancora giovane con una spiccata dote offensiva, ma deve crescere col fisico perché ancora fragile e leggero e può trovare avversari della stessa altezza che pesano molto di più. Ci sta lavorando insieme alla sua società, ma a volte dipende anche dalla propria struttura fisica perché puoi sì migliorare, ma non puoi neppure snaturare il tuo corpo forzandolo». Quando la famiglia si ritrova tutta insieme «sono soprattutto loro che parlano di partite e compagni di squadra. Però non sono tante le occasioni tra allenamenti e studio. Succede più d’estate, quando si possono fare due tiri ai campetti. Ma anche in quelle circostanze c’è bisogno di staccare perché altrimenti poi il troppo stroppia».

Anche Sean, miglior marcatore della C Silver con una media di 18 punti, ha iniziato a Palestrina «con coach Emanuele Cecconi (figlio di Flavio, compagno di squadra del nonno e primo allenatore del papà, ndr). All’inizio era solo un’attività fisica - ha confessato il primogenito di Emiliano -, ma adesso sto prendendo la cosa in maniera più seria. Gioco da guardia-ala e il tiro da 3 è l’aspetto sul quale baso maggiormente il mio gioco. Ormai anche le squadre avversarie cercano di negarmelo in qualsiasi modo. Vorrei giocare al college, che reputo un ambiente molto competitivo. Sto lavorando per preparami al meglio e per andarci non la prossima stagione ma quella successiva. Vorrei giocare in America con l’obiettivo di ritornare in Italia ai massimi livelli. Sono stato accettato dalla Temple University ma quest’anno frequenterò lezioni a Roma, poi contatterò la squadra per vedere se sono interessati al secondo anno». Un po’ scettico a riguardo papà Emiliano. «Credo che rimarrà in Italia perché deve finire il suo percorso. Non è ancora pronto per certi palcoscenici e un certo tipo di pallacanestro. Deve migliorare alcuni aspetti del gioco, la difesa e le letture, ma a 19 anni credo sia normale. Deve fare tesoro ogni giorno dei propri errori per non ripeterli».
Certamente ha chi lo segue da vicino con l’obiettivo di farlo progredire, come l’ex Virtus Giuliano Maresca, oggi suo coach, e chi lo sostiene dagli spalti. «Con la serie C abbiamo fatto un ottimo girone di ritorno ma essendo una squadra giovane non siamo arrivati ai playoff. Ora siamo concentrati per la fase interzona del campionato d’Eccellenza con il sogno, magari, di giocarci la finale nazionale. Giuliano mi ha seguito molto da vicino quest’anno aiutandomi a sviluppare il mio gioco il più possibile, e spingendomi a lavorare sulle cose che non sono le mie priorità per cercare di espandere il bagaglio tecnico così da diventare un giocatore più completo. I miei parenti vengono molto spesso a vedere le partite. Papà è sempre stato tranquillo, ma quest’anno, vedendo che ho fatto un salto di qualità più evidente, cerca di darmi tanti consigli. Anche nonno dà il suo supporto, ma durante le partite penso poco a quello che succede sugli spalti e resto concentrato su quello che avviene in campo. Mi è stato raccontato che nonno era un tiratore e papà, da grande play, un contropiedista che faceva segnare gli altri. Il mio stile di gioco è diverso anche se credo più simile a quello di nonno».

giovedì 28 aprile 2022

Il talento Wheatle, londinese che a Pistoia continua a splendere

L'ala inglese di 24 anni, da otto stagioni in Italia, si sente pronto per la serie A

Il talento Wheatle, londinese che a Pistoia continua a splendere

«Da piccolo pensavo solo al calcio come tutti i ragazzi inglesi, poi mi ha rapito il basket»


di Giovanni Bocciero*


Talento, capacità, prospettiva ed età, è questa la combinazione giusta per essere considerato un degno rappresentante della ‘generazione z’ nell’odierna pallacanestro. Fa quasi specie che a far parte di questo gruppetto vi sia anche Carl Wheatle. Ormai in Italia da quasi dieci anni, il suo stesso coach Nicola Brienza, all’inizio di questa stagione a Pistoia si è meravigliato che il britannico avesse solo 24 anni. Conosciuto agli amanti della palla a spicchi ormai da tempo, il classe ‘98 che ha compiuto gli anni lo scorso 24 marzo sta disputando una stagione sopra le righe in A2, viaggiando alle medie di 13.2 punti, 8.1 rimbalzi, 3.4 assist e 1.4 recuperi.

Wheatle è un osservato speciale, per la verità non nuovo ad attenzioni visto che sin da giovanissimo ha attratto scout e dirigenti. Nonostante «prima dei 14 anni giocavo solo a calcio - ha esordito Carl - come fanno tutti i ragazzi inglesi. Mi sono avvicinato al basket in maniera quasi improvvisa, a scuola, perché frequentavo un istituto che ci permetteva di partecipare a tornei di diversi sport. Sin da piccolo mi piaceva stare in movimento e ne ho provati quanti più ne potessi, come rugby e cricket. Ma in quel momento della mia vita pensavo solo al calcio. Attraverso la squadra scolastica però, mi ha visto un allenatore che mi ha chiesto se volessi fare basket in maniera seria. Ho deciso di provarci anche perché da piccolo lo avevo già giocato nei fine settimana, quando per non restare da solo in casa i miei genitori mi portavano a giocare alla squadra più vicina. Non lo avevo mai preso seriamente però. Da lì la cosa è stata velocissima perché già dopo un anno e mezzo andavo in giro con le nazionali giovanili, e dopo due anni mi sono trasferito in Italia».

Carl Wheatle in azione, foto Giorgio Tesi Group Pistoia

A notarlo mentre era impegnato con la nazionale britannica dell’under 16 è stato Federico Danna, che non se l’è voluto far scappare. «Mi ha espresso il suo interesse, ha parlato con il mio allenatore in Inghilterra e così nel 2013 mi sono trasferito a Biella». Un cambio di vita per nulla semplice per un adolescente. «All’inizio è stato molto difficile. Avevo 15 anni e il trasferimento da Londra a Biella è stato complicato per il cambio di stile di vita. Non parlavo italiano e avevo una vita sociale molto limitata. Facevo fatica ad uscire o solo a comunicare con i compagni di squadra. Poi ci sono stati dei problemi con i documenti per il tesseramento e per i primi mesi mi potevo solo allenare e non giocare. Faticavo a stare nel gruppo - ha ricordato Wheatle -. Ci sono stati momenti nei quali non volevo più rimanere, ma la famiglia mi ha spinto ad andare avanti. Era difficile stare lontano da casa, dagli amici, e mi sentivo davvero isolato da tutto. Pian piano le cose sono migliorate, ho iniziato a capire l’italiano, e dal secondo anno in poi non ho fatto più fatica perché ho iniziato a giocare con la prima squadra nella quale si parlava inglese, e inoltre ho avuto come compagno il georgiano Sandro Mamukelashvili che parlava la mia lingua. Tutto questo mi ha aiutato un sacco e le cose sono andate sempre meglio».

A Biella arriva con la fama del grande attaccante. Ma giorno dopo giorno cresce cestisticamente, impara l’essenza del gioco e soprattutto trova in coach Michele Carrea una guida da seguire. «Quando sono arrivato a Biella avevo ancora tanto da lavorare. A livello giovanile potevo dominare di più col fisico, ma credo di essere sempre stato un giocatore versatile, capacità che credo sia il mio punto di forza. Anche nelle giovanili mi è sempre piaciuto portare palla, difendere, essere partecipe nel gioco in qualsiasi maniera. Il mio rapporto con Carrea è speciale - ha continuato il ragazzo -. È stato il primo a darmi la possibilità di giocare da professionista, mi ha sempre spinto e motivato a fare di più, e il fatto che mi abbia voluto con lui a Pistoia mi ha dimostrato ancor di più quanto ci tiene affinché abbia un buon futuro da giocatore. Mi ha dato fiducia, e imparando molto da lui sono diventato l’atleta che sono oggi».

L’evoluzione del suo gioco lo porta a trasformarsi in un’ala completa, che gli americani definiscono tweener. Ma ti senti più un esterno o un interno? «Per come è il basket moderno credo che la definizione di tweener mi calzi proprio a pennello. Non mi definisco proprio un interno perché non gioco spalle a canestro, o faccio a sportellate sotto canestro. Per come gioca la nostra squadra, ovvero un quattro fuori e uno dentro, io occupo il ruolo di ‘4’ in attacco ma difendo su tutte le posizioni. Non mi sento né un esterno né un interno in maniera marcata, ma preferisco adeguarmi all’andamento della partita o addirittura al singolo possesso cercando di mettere in pratica quello che so fare».

Ed è indubbio che le sue capacità sono un fattore imprescindibile per Pistoia, in piena lotta per la promozione nonostante due corazzate come Udine e Cantù nel girone Verde di A2. «Coach Brienza mi ha subito spiegato il ruolo che avrei avuto in squadra. Anche lui mi dà tanta fiducia e tanti consigli. Ma apprezzo soprattutto il fatto che in campo mi dà tante responsabilità. Mi piace essere un leader della squadra, e mi sto trovando molto bene. I risultati che stiamo ottenendo quest’anno sono buoni, ma possiamo fare ancora di più. Sappiamo che siamo ancora un passo indietro a Udine e Cantù visto che contro di loro abbiamo perso tutti e quattro i match. Il nostro obiettivo - ha dichiarato Carl -, in questo momento, è usare le ultime gare della regular season e quelle della fase ad orologio per prepararci al meglio per i playoff. Possiamo fare bene ma siamo consapevoli che non sarà per nulla facile arrivare alla promozione».

Wheatle dopo essere cresciuto a Biella sta ora mettendo radici in Toscana, dove è al suo terzo campionato consecutivo seppur tra mille ostacoli. Questo però denota come sia un tipo che si affeziona. «Gli anni che ho trascorso qui a Pistoia non sono stati i più semplici. Diciamo molto strani tra pandemia, autoretrocessione e partite giocate in palazzetti chiusi. Di sicuro, però, i rapporti con le persone valgono tanto per me. Gli anni a Biella sono tutt’oggi speciali perché lì sono arrivato che ero adolescente e sono cresciuto come uomo. Sono arrivato anche ad essere capitano della squadra maturando ogni anno. Qui a Pistoia invece, da quando sono arrivato purtroppo le stagioni sono state complicate. Ma mi ero ripromesso di voler fare un anno normale con il pubblico, con i tifosi. Poi sin dall’inizio mi sono trovato bene con la società, la città, e credo che ogni giocatore sia sempre alla ricerca di una situazione comoda. Quando ti trovi bene in una piazza in cui la squadra è buona, la società ti tratta bene e i tifosi sono super, a meno che non ricevi offerte incredibili da club importanti - ha confessato il britannico - è difficile pensare di cambiare. Ho avuto la fortuna di giocare per due club come Biella e Pistoia che sono davvero il top».

Da rappresentante della ‘generazione z’, Wheatle è anche ambizioso. E come tale, «credo che la serie A sia nel mio futuro. Gioco con l’obiettivo di arrivarci ogni anno, e per questa stagione cercherò di raggiungerla con Pistoia. Voglio dimostrare di essere un giocatore importante anche in quella categoria». In campo l’atleta britannico è un giocatore semplice, infatti «mi piacciono le piccole cose, quelle che ti fanno stare dentro il gruppo. Dare un cinque al compagno dopo un canestro segnato, una buona difesa, quando si gioca in casa con il pubblico che ti spinge ed esplode dopo una stoppata o un tiro da tre punti. Sono cose che rendono lo sport davvero bello e che mi gasano. Cose che non riesco a sopportare, invece, non ce ne sono. Fa tutto parte del gioco, come una decisione dell’arbitro che non condividi, ma nessuno è perfetto e come sbagliamo noi giocatori possono sbagliare anche gli arbitri. In trasferta i tifosi avversari ti possono fischiare, ma è giusto perché vogliono che vinca la propria squadra. Durante una partita ci possono essere degli alti e dei bassi, ma è tutto normale».

Fuori dal campo invece, il giovane Carl apprezza la cucina, ascolta la musica e tifa per il Manchester United. Quest’ultima cosa stona, e di molto, per un londinese di nascita. «Non c’è una persona che non mi dica questa cosa. Può sembrare strano, ma sin da giovane mio padre ha tifato per lo United, e io da quando son nato ho sempre tifato per loro. Quindi magari la domanda va fatta al mio papà. Oltre al calcio mi piace ascoltare la musica perché mi rende felice. E poi la cucina, mi piace di più mangiare che cucinare perché sono un po’ pigro. Ma queste sono le mie passioni oltre al basket».

Ma in futuro, dopo la pallacanestro, cosa vorrai fare? «Spero di avere ancora tanti anni di carriera davanti a me. Ma per il dopo voglio restare nel mondo dello sport. Non so se come allenatore, o come dirigente, ma mi piacerebbe restare in questo ambiente. Ho sempre amato fare sport, e non voglio limitarmi solo alla pallacanestro - ha dichiarato il ragazzo - ma anche al calcio o al tennis, discipline che ho sempre giocato durante l’estate. Cosa farò di preciso non lo so ancora, e un’alternativa adesso non ce l’ho, ma magari la scoprirò andando avanti per la mia strada». Grande attenzione in questi anni è anche data alla dual career, che per un atleta professionista vuol dire preparare il terreno per quando smetterà di indossare la canotta. «Al momento non studio ma ho intenzione di riprendere. Sto considerando soprattutto qualche facoltà di lingua. Mi piacerebbe imparare lo spagnolo, e mi sto guardano intorno per capire come fare. Ma dall’anno prossimo - ha concluso Carl Wheatle - vorrei iniziare a fare una vita piena da studente-atleta».


* per la rivista Basket Magazine

lunedì 21 marzo 2022

World Cup. Italbasket, quanta fatica

Italbasket, quanta fatica

La qualificazione alla World Cup è ancora a rischio: per la sicurezza dovrà battere a luglio l'Olanda


di Giovanni Bocciero*


La Nazionale italiana del ct Meo Sacchetti ha chiuso la seconda finestra per le qualificazioni alla Fiba World Cup 2023 con una vittoria ed una sconfitta, che sommate allo stesso record della prima fanno due vittorie e altrettante sconfitte. Un percorso che allo stato attuale non soddisfa il tecnico, che è stato chiaro nel dire che ci manca un successo. Se in trasferta contro la Russia era preventivabile ritornare con zero punti, la stessa cosa non doveva succedere nella partita disputata in Islanda. E invece purtroppo la “brutta figura”, così come è stata etichettata un po’ da tutti, dall’allenatore al presidente federale Gianni Petrucci, è avvenuta. Per fortuna non c’è stato alcun contraccolpo, visto che la contesa del PalaDozza ha visto gli azzurri rimettere quanto meno la situazione in pari.

QUESTIONE DI ATTEGGIAMENTO. Nessun alibi dopo la debacle islandese, ma il presidente Fip alla vigilia delle due importanti partite era ritornato su uno degli argomenti più scottanti quando si tratta delle finestre Fiba. Ovvero, la mancanza dei migliori giocatori a disposizione della Nazionale italiana. Con parole forti, il numero uno della nostra pallacanestro ha tuonato contro l’Eurolega. Uno sfogo che difficilmente troverà una soluzione, ma che forse ha avuto effetti addirittura controproducenti se guardiamo all’atteggiamento con il quale l’Italia è scesa in campo ad Hafnarfjordur. Sacchetti è stato chiaro anche in questo, quando ha detto che “abbiamo giocato 25 minuti non all’altezza”. È stato quello il peccato capitale della missione islandese. Una questione di atteggiamento che ha visto da un lato una squadra surclassata per voglia, intensità, forse addirittura intimorita dall’ambiente piccolo ma molto caloroso dell’impianto di Hafnarfjordur. Dall’altro lato invece, ed è stata una diretta conseguenza, si è permesso di galvanizzare una squadra sicuramente coriacea, ma non così talentuosa, che ha avuto nel centro Tryggvi Hlinason un vero e proprio fenomeno.

In Islanda si è rivisto anche quell’attacco dalle polveri bagnate che ha fatto accendere la spia rossa nella prima finestra contro Russia e Olanda. Soltanto via via che la partita scorreva gli azzurri hanno aggiustato un po’ le proprie percentuali. La Nazionale ha provato ad essere più incisiva, ma c’è riuscita solo a tratti e soprattutto quasi in maniera individuale. Il finale di gara dei regolamentari di Stefano Tonut sono stati fantastici ma non sufficienti per capovolgere una partita che effettivamente è stata segnata dall’inizio. Peccato, perché alla fin fine bastava davvero un ultimo sforzo, magari un poco più di attenzione, o anche quel pizzico di fortuna per portare a casa una vittoria importante quanto preziosa per il cammino verso il Mondiale di Indonesia, Giappone e Filippine.

La palla a due della sfida al PalaDozza di Bologna
NECESSITA’ DI VINCERE. La gara di ritorno disputata al PalaDozza di Bologna metteva gli azzurri spalle al muro. Nel post gara Amedeo Della Valle ha fatto riferimento proprio alla necessità di vincere. Inutile girarci intorno, l’Islanda andava battuta e fortunatamente lo è stata. Non senza sudare le proverbiali sette camicie. Soprattutto in avvio, dove praticamente si è visto quasi lo stesso canovaccio della gara disputata ad Hafnarfjordur. Gli azzurri si sono dimostrati ancora poco reattivi in difesa, e soprattutto deve essere diventato frustrante non riuscire ad arginare Hlinason che aveva ripreso praticamente da dove aveva lasciato. Nella pallacanestro una buona difesa porta ad avere un buon attacco, ma non è un segreto che per le squadre del ct Sacchetti avviene esattamente il contrario. Ovvero, se nella metà campo offensiva si segna con continuità e magari con azioni corali, ne guadagna la voglia di difendere così da mettere quei piccoli granellini negli ingranaggi dell’attacco avversario. Ed è proprio quello che è avvenuto, e così anche l’incredibile Islanda che sembrava un rebus di difficile soluzione è stata imbavagliata. Ma soprattutto, a prendersi la scena è stato Della Valle. La guardia della Germani Brescia quando mette piede sulle tavole del palazzetto di piazza Azzarita sembra assumere le sembianze di un supereroe. L’ultima volta in maglia azzurra aveva realizzato 28 punti, distruggendo le resistenze della Polonia che aveva ambiziosi di qualificarsi al Mondiale in Cina del 2019. Questa volta è riuscito ad aggirare la fisicità degli islandesi, ha anticipato i movimenti caricando di falli la difesa ma soprattutto ha lucrato con i tiri liberi. È stata quella la spinta che ha permesso di avere ragione degli avversari. Sacchetti alla precisa domanda sulle problematiche che ha creato la fisicità dell’Islanda ha risposto che “per caratteristiche sono più piccoli e rapidi di noi, e dunque anche più reattivi. Questo ha fatto sì che soprattutto all’inizio abbiamo subito diverse penetrazioni al ferro. Ma noi puntavamo a cercare di togliergli spazio per evitare che giocassero i pick and roll in cui sono bravi a servire i lunghi”.

Mentre Della Valle faceva ferro e fuoco, sia a cronometro fermo che dall’arco dei 6,25, Michele Vitali, Nico Mannion e Alessandro Pajola si sono uniti nel colpire dalla lunga distanza sgretolando pian piano le certezze con le quali gli avversari erano venuti ad affrontare questo return match. E mentre, appunto, l’attacco collezionava punti e vedeva lievitare il proprio computo totale, ne guadagnava la difesa. Lo stesso Pajola si è tuffato un paio di volte per salvare o recuperare il pallone, così come sono stati diversi i recuperi avvenuti sui passaggi da un lato all’altro nei quali l’ex fortitudino Jon Axel Gudmundsson e compagni si sono dovuti rifugiare per uscire da attacchi con poche idee.

“Rispetto alla partita in Islanda abbiamo aggiustato qualcosa - ha continuato in conferenza stampa il ct azzurro Sacchetti -. In difesa sono stati più presenti sia i lunghi ma anche i piccoli, che hanno cercato di lasciare molto meno tempo agli avversari per trovare i passaggi sotto. Abbiamo avuto sprazzi importanti in attacco con Mannion, con Della Valle che ha attraversato un periodo di fuoco, con Vitali che ha trovato una buona serie al tiro. Non potevamo fare di meglio, ma sicuramente non potevamo fare peggio rispetto alla gara giocata solo alcuni giorni fa”.

La conferenza stampa del ct Sacchetti e Della Valle
RITORNI PREZIOSI. L’Italbasket in questa finestra ha avuto tanto sia da Della Valle che da Biligha. In particolare, il primo è stato decisivo nella vittoria di Bologna, mentre il secondo è stato prezioso finché ha potuto nella sconfitta di Hafnarfjordur. La guardia della Germani Brescia nella gara disputata in Islanda ha fatto fatica a trovare il giusto ritmo in attacco, esattamente il contrario nella seconda partita della finestra. Si è caricato la Nazionale in spalle, ha provveduto a rimpinguare il punteggio azzurro quando magari si poteva far fatica in attacco. Ha portato quell’esperienza e quella leadership che erano forse mancate contro Russia e Olanda. A questo punto ci si rende conto che non si può fare a meno di lui, cosa che ha dichiarato senza mezzi termini lo stesso allenatore: “Quando ho preso la Nazionale nel percorso per la qualificazione ai Mondiali del 2019, Della Valle ci ha dato una grossa mano. Per me lui è importante, è una realtà di questa squadra ed ha giocato bene proprio come sta facendo quest’anno in campionato. In Islanda ha bucato una partita, ma ci può stare. In alcune circostanze ha esagerato ma ha anche contribuito al gioco di squadra con alcuni passaggi di gran fattura. La completezza - ha concluso Sacchetti - del suo gioco non si discute”.

Non è stato da meno l’apporto di Paul Biligha, che ha dimostrato di essere una valida alternativa ad Amedeo Tessitori come centro dell’Italia. Le qualità del giocatore dell’Armani Milano sono ben conosciute, e sono proprio quelle che purtroppo mancano al pacchetto lunghi della Nazionale. In Islanda Biligha ha fatto vedere di poter diventare un vero e proprio fattore difensivo, un’àncora alla quale aggrapparsi quando la situazione si complica e non poco. Nonostante possa essere considerato a tutti gli effetti un pivot-bonsai, per grinta e volontà non è secondo a nessuno. Dispiace quasi vederlo ammuffire sulla panchina delle ‘scarpette rosse’, ma un’altra sua qualità da evidenziare è proprio quella che gli basta essere chiamato per portare il suo contributo. E a questo punto bisogna capire se anche lui, nell’ottica del ct, diventa un tassello importante di questa Nazionale, soprattutto in vista della prossima finestra per le qualificazioni alla Fiba World Cup del 2023.

ASPETTANDO ALLA FINESTRA. Archiviata questa seconda finestra delle qualificazioni con un record di due vittorie e due sconfitte, non ci resta che pensare alla prossima finestra. O magari sarebbe meglio dire di aspettare alla finestra, visto che al momento è quasi impossibile pensare ai prossimi impegni sportivi. Non solo per la tempistica, visto che si giocherà il prossimo mese di luglio, ma soprattutto per quelli che sono gli avvenimenti di attualità che stanno destabilizzando il mondo. La guerra tra Russia ed Ucraina ha in qualche modo influenzato anche le gare di qualificazione, nelle quali i protagonisti sportivi si sono resi artefici di gesti per scongiurare queste estreme soluzioni con gli slogan ‘stop war now’. Lo stesso ct Sacchetti ha indossato, nella gara del PalaDozza, una spilla dai colori giallo e blu proprio per essere vicino al popolo ucraino. Oltretutto la cosa non può che toccarci in prima persona avendo proprio la Russia nel nostro girone, e magari la stessa Ucraina in quello successivo. La Nazionale sovietica sarà proprio la prossima avversaria, con la partita fissata per il primo di luglio nel nostro paese (orario e luogo ancora da definire). Poi, gli azzurri affronteranno l’Olanda in trasferta e solo a quel punto, a conti fatti, si potrà valutare la situazione. Sono tre le squadre che si qualificheranno alla seconda fase, andando a formare un ulteriore raggruppamento a sei con le prime tre classificate del girone G, quello composto da Spagna, Georgia, Ucraina e Macedonia del Nord.


* per la rivista Basket Magazine

giovedì 17 febbraio 2022

Italbasket, le scelte di Sacchetti tra ritorni ed esclusioni

Italbasket, le scelte di Sacchetti tra ritorni ed esclusioni

di Giovanni Bocciero


Nel numero 78 della rivista di Basket Magazine, che potete trovare in edicola, abbiamo presentato il doppio confronto che a fine mese l’Italbasket del ct Meo Sacchetti dovrà sostenere contro l’Islanda (articolo che trovate in fondo). E proprio dalle parole del tecnico azzurro abbiamo cercato di stilare quella che poteva essere la lista dei convocati per questa seconda e fondamentale finestra delle qualificazioni alla Fiba World Cup 2023. L’allenatore non si era sbilanciato all’epoca dell’intervista, ma aveva sottolineato quanto guardasse al campionato della serie A per tenere in osservazione qualsiasi azzurrabile che potesse fare al caso della Nazionale.

I RITORNI. Dei 16 azzurri convocati per il doppio confronto con l’Islanda, spicca sicuramente e con merito Amedeo Della Valle. La guardia di Brescia, secondo marcatore (19.4 punti di media) e migliore per valutazione (21.5) della serie A, torna ad indossare l’azzurro dopo la parentesi della bolla per le qualificazioni all’Europeo 2022 di Perm’. Soprattutto tornerà al PalaDozza, dove fu a dir poco micidiale con 28 punti contro la Polonia per le qualificazioni al Mondiale 2019. La convocazione dell’ex Milano certifica la necessità di talento offensivo per l’Italbasket, che nella prima finestra delle qualificazioni contro Russia e Olanda ha destato qualche perplessità soprattutto dall’arco.

Insieme a Della Valle si rivede in azzurro anche Paul Biligha, la cui ultima apparizione risale appunto alla World Cup cinese. Tre anni nei quali il centro ha avuto un limitato minutaggio all’Olimpia Milano non riuscendo ad esprimersi al meglio. La sua convocazione risponde ad un altro quesito che ci si è posti all’indomani dei primi due match verso il Mondiale 2023. Innanzitutto la cronica mancanza di fisicità ed atletismo sotto le plance, al quale ci auguriamo che possa metterci una pezza al più presto Paolo Banchero. Senza voler mettere inutili pressioni sul giovane talento di Duke, bisogna guardare al presente. E Biligha è un’alternativa più che valida ad Amedeo Tessitori, àncora della Nazionale nella prima finestra.

Non solo il tiro dalla distanza e la presenza sotto canestro, perché l’ultima versione dell’Italbasket ha denotato un terza difetto: la cabina di regia. Con Mannion indisponibile, Pajola apparso in affanno, è stato adattato a fare il regista Diego Flaccadori. Cosa sulla quale sta lavorando anche a Trento agli ordini di Lele Molin, assistente di Sacchetti in Nazionale. E allora complice anche l’infortunio che costringerà Leonardo Candi a stare ancora per un po’ lontano dai campi di gioco, ha strappato la convocazione Matteo Imbrò, che ha assaporato l’azzurro con sole tre presenze in altrettante amichevoli nel 2012 e nel 2016.

LE CONFERME. Coach Sacchetti non poteva naturalmente rinunciare a quella che è l’ossatura della sua Italia, composta dal blocco ‘olimpico’ Michele Vitali, Stefano Tonut, Amedeo Tessitori, Alessandro Pajola e Nico Mannion, così come ai suoi pupilli Nicola Akele, Davide Alviti e Leonardo Totè, con quest’ultimo che però è ancora in cerca della sua prima presenza con la Nazionale maggiore. Nonostante i suoi 25 anni, l’ala della Fortitudo Bologna rientra in quel ‘young core’ che il ct sta provando a far crescere, a far evolvere, e dei quali fanno parte Matteo Spagnolo e Gabriele Procida.

Due giovani talenti nostrani, che hanno ancora troppi alti e bassi ma dal potenziale sconfinato, addirittura in odore di draft Nba. Stemperando facili entusiasmi, per entrambi questa ennesima convocazione deve rappresentare un ulteriore step del loro percorso. Completano il quadro dei sedici nominativi i due brindisini Raphael Gaspardo, altro lungo atipico che tanto piacciono al tecnico, e Mattia Udom, ala che è stato l’ultimo dei 26 esordienti dell’Italbasket sotto la guida di Sacchetti nel match dello scorso novembre contro l’Olanda.

GLI ESCLUSI. Nell’articolo che trovate sulla rivista di BM in edicola, avevamo avanzato la possibilità di vedere tre giocatori in questa seconda finestra delle qualificazioni Fiba. Diciamo ognuno paragonabile ad un diverso livello di difficoltà che si potesse concretizzare. Ebbene, ne abbiamo azzeccato solo uno, ovvero Amedeo Della Valle, quello forse più semplice. Per certi versi ritenevamo semplice anche la convocazione di Andrea Pecchia, a maggior ragione dopo il suo exploit del gennaio scorso da 28 punti e 48 di valutazione nella vittoria di Cremona contro Sassari.

Giocatore sempre un po’ borderline quando si è trattato delle convocazioni con la Nazionale maggiore, credevamo che questa volta ce l’avrebbe fatta a guadagnarsi una maglia. Ma non è stato così, anche perché il ct è stato chiaro nel dirci che sceglie in base alle necessità della squadra ma anche in base a ciò che gli piace. Deve dunque ancora sgomitare il buon Pecchia. Da un Andrea all’altro, il terzo nome che avevamo fatto è quello di Cinciarini. Seppur ormai fuori dal giro dell’Italbasket, chi meglio di lui poteva sopperire alla mancanza di leadership in regia in questo momento. E forse ci ha dato ulteriore ragione la sua ultima prestazione, ovvero la prima tripla-doppia realizzata da un giocatore italiano. Nella vittoria di domenica di Reggio Emilia contro Treviso, il play ha messo insieme 12 punti, 10 assist e 11 rimbalzi.


Conti in rosso, Sacchetti può richiamare Della Valle

di Giovanni Bocciero*

 Articolo terminato il 24 gennaio

Sul cammino della Nazionale italiana verso il mondiale del 2023 si presenta il doppio confronto con l’Islanda. Per la seconda finestra delle qualificazioni alla World Cup che si disputerà il prossimo anno in Giappone, Filippine ed Indonesia, gli azzurri del ct Meo Sacchetti avranno il compito di addomesticare la formazione della ‘terra del ghiaccio’. Contro Jon Axel Gudmundsson (che ha lasciato da un mese circa la Fortitudo Bologna), Kristinn Palsson (che è maturato nel vivaio della Stella Azzurra) e compagni, l’Italia giocherà il 24 e il 27 febbraio prossimi. Prima palla a due ad Hafnarfjordur, e sarà la prima volta per gli azzurri che in Islanda non c’hanno mai messo piede. Per la verità, contro la nazionale dell’isola del profondo nord europeo sarà solo il secondo match che giocherà l’Italia, la prima ed unica volta - con annessa vittoria - all’Eurobasket del 2015. Quel successo di Berlino che arrivò a fatica (71-64), con un Alessandro Gentile che vestì i panni di miglior marcatore con un bottino da 21 punti.

Entrambe le compagini si presentano a questa finestra con una vittoria ed una sconfitta, anche se sono proprio gli islandesi a poter guardare il bicchiere mezzo pieno in virtù dell’exploit in Olanda (79-77). A maggior ragione, vincere il doppio impegno contro di loro diventa già importante per gli azzurri, all’inseguimento della Russia che dopo due gare è in testa al girone H a punteggio pieno. «Bisognerà fare attenzione alle loro guardie - avverte Sacchetti -, ma sarà ancor più importante la nostra gara. Mi aspetto più costanza nell’arco della partita, cosa che ci è mancata nell’impegno con l’Olanda. Inutile dire che dobbiamo vincere entrambe le partite con l’obiettivo di posizionarci quanto meglio in classifica». Ad ogni finestra Fiba, ritorna anche la questione riguardante i giocatori impegnati in Nba o in Eurolega che non possono essere convocati. «Purtroppo è così, ma è una cosa che accomuna tutte le nazionali. Chi non vorrebbe schierare i migliori giocatori. Noi guardiamo a chi abbiamo». Ma se c’è una caratteristica da apprezzare in questa Italbasket, evidenziata nell’ultima estate tra Preolimpico ed Olimpiade, è proprio la capacità di trarre il meglio e il massimo da chi ha a disposizione. «Abbiamo dimostrato che la nostra principale forza è nel gruppo - continua il ct -, nel quale ognuno assume un ruolo ben definito. Quindi proseguiamo su questa strada».

CABINA DI REGIA. Una strada piuttosto chiara quella tracciata dal tecnico azzurro da oltre due anni ormai. Ovvero, cambio generazionale e largo ai giovani. Eppure il percorso delle qualificazioni alla World Cup è iniziato con qualche perplessità. L’assenza di giocatori di impatto come Simone Fontecchio, Achille Polonara o l’infortunato Nico Mannion, giusto per citarne qualcuno e non i soliti noti, hanno avuto il loro peso e magari dato adito a qualche alibi. Nelle prime due gare di qualificazione si è puntato il dito soprattutto verso l’inesperienza - per età e non solo - che la Nazionale ha fatto trasparire a tratti sia nella sconfitta con la Russia (92-78), che poteva essere anche più pesante, che nella vittoria con l’Olanda (75-73), arrivata in un finale tirato che poteva essere gestito meglio. L’assenza in particolare di Mannion, che sappiamo essere anche un discreto tiratore, e la doppia opaca prestazione di Alessandro Pajola, hanno evidenziato la mancanza di un leader in cabina di regia, dove è stato provato/adattato Diego Flaccadori. E allora chissà che non possa ritornare utile Andrea Cinciarini, che a Reggio Emilia sta vivendo una seconda giovinezza. Giocatore intelligente ed esperto, miglior assistman della serie A, potrebbe proprio fare al caso dell’Italia. «Non scartiamo nessuna ipotesi - commenta ancora Sacchetti - e non precludiamo la convocazione a nessuno. Guardiamo sempre con attenzione cosa ci dice il campionato, e chi sta meglio. Nelle scelte che si fanno contano però diversi aspetti, e non solo quello tecnico. Mi riferisco a quello caratteriale, a come un atleta vive il gruppo. E poi è logico, un giocatore deve anche essere funzionale al modo in cui voglio che la squadra giochi. Mi deve piacere».

Per quanto riguarda invece la linea verde varata dal ct, che ha fatto esordire ben 26 giocatori in Nazionale maggiore, tanti dei quali davvero giovanissimi, la visione è altrettanto chiara. «Monitoriamo tanti ragazzi e siamo pronti a dargli lo spazio che si meritano. Ma una cosa è giocare nel proprio club, un’altra è scendere in campo con in dosso la maglia dell’Italia». Parole sacrosante che non devono però intimorire. Ad esempio nell’ultima finestra si è messo in mostra Nicola Akele, in particolare nell’incontro con l’Olanda, quando si è fatto trovare pronto a prendersi le sue responsabilità. Ragazzo che lavora in silenzio, ha saputo aspettare il suo momento e adesso lo immaginiamo sempre più protagonista. E chissà che non possa essere affiancato da un’altra giovane ala per il doppio confronto con l’Islanda come Andrea Pecchia. Il giocatore di Cremona si è conquistato i titoli dei giornali ad inizio 2022 con la prestazione da 28 punti e 48 di valutazione con la quale ha spinto la sua squadra a battere Sassari. A questo punto anche per lui non è impossibile strappare la convocazione.

PUNTI DALL’ARCO. Dopo la trasferta in Islanda, le due squadre si affronteranno tre giorni dopo al PalaDozza di Bologna. Inutile dire che si spera l’Italia scenda in campo con una vittoria già in tasca, e con l’obiettivo di centrare il bis. L’ultima gara che ha visto gli azzurri calpestare il parquet dello storico impianto di ‘Basket city’ è stata disputata contro la Polonia il 14 settembre del 2018. In quella occasione le due squadre si contendevano la qualificazione al mondiale da disputarsi un anno dopo in Cina. Il pubblico bolognese riempì l’impianto, sostenne la squadra con il suo tifo caloroso, cosa che non dubitiamo mancherà neppure stavolta. Ma soprattutto ci si entusiasmò nel veder brillare Amedeo Della Valle, capace quasi da solo di abbattere la resistenza polacca con una prestazione da ben 28 punti, frutto di una prova balistica dall’arco da 8/11. Altro aspetto nel quale Stefano Tonut e compagni sono stati poco efficienti in Russia e contro l’Olanda. In quella circostanza il cecchino di Brescia era stato il trascinatore dell’Italbasket (vittoria 101-82), e chissà che non possa guadagnare questa volta la convocazione per ritornare ad indossare la canotta azzurra. Lui che dopo qualche stagione sfortunata sta tornando a far vedere tutto il suo talento, tanto da essere il miglior realizzatore della serie A.

In quella stessa partita Michele Vitali non mise piede in campo. Eppure oggi è, se non il capitano, un affermato co-capitano di questa Nazionale. Un giocatore imprescindibile, capace di ricoprire più ruoli, dal protagonista al comprimario, sempre a disposizione dell’allenatore e dei compagni. «Michele è un giocatore che non ha avuto una strada semplice. Ha lavoro sodo - dice Sacchetti -, con grande impegno ed abnegazione, ed è riuscito a costruirsi la sua carriera. Ha avuto delle difficoltà ma è stato coraggioso a mettersi in discussione giocando all’estero. E oggi è il giocatore che tutti ammiriamo».

LE SCELTE DEL CT. Dunque, chi bisogna aspettarsi tra i convocati della Nazionale al raduno di Bologna del prossimo 21 febbraio? Sottolineando per l’ennesima volta che è importante centrare due successi contro l’Islanda, bisogna anche dire che non guasterebbe facendolo con un gioco convincente. Non a caso nell’ultimo aggiornamento del ranking Fiba dello scorso dicembre, l’Italia è l’unica squadra della top 20 ad aver perso una posizione a vantaggio della Lituania che è salita all’ottavo posto. Non è ciò che più c’interessa, ma è sempre un segnale. Certamente il ct Meo Sacchetti non può non partire da una base solida, ovvero dal già citato Vitali, così come il compagno di squadra veneziano Tonut, così come il blocco della Virtus Bologna composto da Pajola, Mannion ed Amedeo Tessitori. Quest’ultimo unico centro italiano di ruolo a disposizione e àncora alla quale nell’ultima finestra ci siamo aggrappati. Abbiamo citato Cinciarini e Della Valle che sembrano ormai fuori dal giro della Nazionale eppure potrebbero risultare utili in questa circostanza. Anche Akele così come Davide Alviti, con il placet di Milano, sono dei papabili convocati, a maggior ragione perché pupilli del tecnico. Magari questa volta sarà della spedizione anche Pecchia, invece di essere una riserva a casa. E poi bisognerà capire se Sacchetti vorrà provare qualche giocatore diverso rispetto allo scorso novembre. Ci vengono in mente Tommaso Baldasso, che sta però trovando poco spazio tra le fila dell’Olimpia, o ancora Davide Moretti, che sta provando a rilanciarsi in quel di Pesaro. Queste sono però scelte soggettive, che rientrano in una sfera tecnico-tattica alla quale sono il ct può rispondere secondo cognizione di causa. L’importante è che chiunque sarà convocato scenda in campo per onorare la maglia. E su questo aspetto non nutriamo dubbi.


* per la rivista Basket Magazine