mercoledì 22 marzo 2023

Gentile dopo i tormenti, a Udine per ripartire

Un incidente ha fermato Alessandro per diversi mesi, ma ora il ragazzo di Maddaloni è pronto a riprendersi un ruolo di primo piano

Gentile dopo i tormenti, a Udine per ripartire

«Sto sempre meglio. A 30 anni ho ancora sogni da realizzare. La Nba? Ho scelto io di non andarci. La Liga è clamorosa. Pozzecco ct scelta coraggiosa»


di Giovanni Bocciero*

 

RINASCERE come l’araba fenice, il mitologico uccello che molto bene può essere accostato ad Alessandro Gentile. Mito, perché quando si parla del nativo di Maddaloni c’è sempre un alone di grandezza che lo avvolge. Rinascere, perché dopo il brutto incidente di questa estate, che l’ha visto cadere da 4 metri e fratturarsi la vertebra cervicale, è ritornato a giocare, il che «è di sicuro molto bello. Chiaro che dopo tanto tempo sto riprendendo la condizione fisica». Ha scelto Udine per ripartire, in un campionato come l’A2 che per lui è completamente nuovo. Gli è stato però subito affidato il compito di guidare la squadra fuori dalla tempesta dopo l’esonero di coach Boniciolli e alcuni cambi al roster. «Sto a Udine solo da poco tempo, quindi piano piano sto sempre meglio e sto cercando di dare una mano. Abbiamo avuto dei cambiamenti da quando sono arrivato, per questo sto cercando di mettere l’esperienza che ho maturato negli anni al servizio della squadra. Cerco di facilitare il gioco per gli altri, e siccome il club vuole raggiungere obiettivi importanti darò il mio contributo per raggiungerli, in un campionato molto competitivo, con tante squadre costruite per arrivare fino alla fine. Noi dobbiamo pensare una partita alla volta, cercare di arrivare ai playoff nelle migliori condizioni fisiche possibili, consapevoli del fatto che se troviamo una continuità ed una consistenza nell’arco dell’intera gara - ha analizzato il figlio d’arte - possiamo mettere in difficoltà chiunque».

Alessandro Gentile, 30 anni, all'Apu Udine che si affida al giocatore
casertano per un salto di qualità in una stagione finora sotto le attese
(foto ufficio stampa)

Ale Gent come Basile, Fucka, Fontecchio, nella sua carriera ha giocato due anni con l’Estudiantes di Madrid in Liga Acb, un campionato ritenuto a furor di popolo il massimo in assoluto alle nostre latitudini. «È clamoroso, il migliore in Europa. C’è un’organizzazione ed un seguito sia come spettatori alle partite che per i diritti televisivi importante. La trasmissione delle gare in tv è molto superiore rispetto a quello che abbiamo in Italia, per non parlare della qualità della pallacanestro e della cultura sportiva che purtroppo noi non abbiamo. Tutto questo fa sì che la Liga abbia un appeal superiore a qualunque altro campionato». Questo si traduce anche nei «risultati della nazionale spagnola che parlano chiaro. Ci sono tanti ragazzi spagnoli che hanno l’opportunità di giocare da protagonisti sin da subito, anche se magari non sono giocatori stellari come quelli della generacion dorada. Tutti possono avere la loro occasione, e una cosa che mi ha colpito è che lì si parla spagnolo. Anche gli atleti stranieri si devono adeguare a questa condizione - ha sottolineato l’ex capitano dell’Olimpia -, e non il contrario. Credo che questa sia una cosa sacrosanta, ma in Italia parecchie volte siamo noi ad andare fin troppo incontro alle loro esigenze».

Gentile in campo ha sempre dato tutto, spesso uscendo anche fuori dalle righe proprio come Pozzecco, la cui nomina a ct dell’Italbasket «è stata una scelta coraggiosa. Il Poz è una figura di spicco della nostra pallacanestro, ma credo che sarebbe stato il primo a riderci su nel pensarsi in questo ruolo. Però ha dimostrato di essere comunque un ottimo allenatore, ottenendo dei risultati che ne giustificano la nomina». Nell’estate del 2019 Ale poteva essere allenato proprio dal Poz se si fosse definito l’ingaggio con Sassari, cosa che potrebbe comunque ancora avvenire in nazionale. «Ti dico la verità, al momento l’Italia non è nei miei pensieri. Credo che ci siano tanti giocatori che sono più giovani o che hanno più desiderio di essere protagonisti con la maglia azzurra, ed è giusto che abbiano il loro spazio. Poi, non ho più avuto contatti con la nazionale dopo i Mondiali in Cina, e quindi adesso non è tra le mie priorità».

30 anni compiuti lo scorso novembre, un’età con la quale si dice inizi una nuova fase della vita. E Gentile, dopo l’incidente e la prima esperienza in A2, presto diventerà anche papà. Ma c’è un sogno nel cassetto ancora da avverare? «Ce ne sono tanti, anche perché a 30 anni c’è ancora tanta voglia di fare e di ottenere, non solo dal punto di vista sportivo ma anche nella vita personale che non si conclude con la pallacanestro. Il fatto di diventare padre è un traguardo molto bello, anche perché ho sempre desiderato diventarlo. Vediamo col passare del tempo di continuare a sognare - la sua prospettiva -, di raggiungere sempre nuovi obiettivi». E riguardando indietro, c’è un rimpianto? «Rimpianto è una parola forte. Guardando indietro posso dire di aver cercato di essere sempre me stesso, leale e onesto con le persone con cui ho lavorato. Questa cosa però troppo spesso non è stata apprezzata. Non so se possa essere un rimpianto, ma posso dire che se potessi tornare indietro ragionerei di più con la testa e meno d’istinto. Questa è l’unica cosa di cui un po’ mi pento». Per l’ascesa della sua carriera, la Nba forse rimarrà un cruccio, anche se «ho scelto io consciamente di non andare quando mi volevano perché dove stavo mi sentivo felice. Poi quando pensavo di essere pronto non si sono più create le occasioni per andarci e questo mi è dispiaciuto. Ma non lo vivo come un rimpianto».

Per Ale nostalgia d'azzurro, ma ora applaude Pozzecco
e i suoi ragazzi (foto ufficio stampa)

Tanti in lui rivedono in campo papà Nando, per la sfrontatezza e la caparbietà. E proprio questi suoi atteggiamenti hanno creato due fazioni, i pro e i contro Ale Gent. Ma interiormente come hai vissuto questa cosa?
«Ricevere determinati insulti o appellativi non fa piacere a nessuno. Purtroppo troppe volte è passata un’immagine di me che non corrisponde esattamente alla realtà. Un po’ per colpa mia, un po’ per cose che non posso controllare. È una cosa che ho accettato da tempo, non mi fa piacere ma non posso farci nulla». Deciso e convinto sono altri due aggettivi che gli si possono affibbiare, evidenziati dall’aneddoto di gara 6 della finale scudetto contro Siena, quella del tiro di Jerrells passato alla storia. Con l’Olimpia spalle al muro, i genitori non volevano andare alla partita anche a causa del clima molto ostile. Invece lui li convinse a prendere posto dietro la panchina milanese. «Ho sempre cercato di essere me stesso, di essere positivo e di dare il massimo. Il fatto di aver iniziato a giocare molto presto, che mio padre è stato un grande giocatore, che tante persone hanno vissuto il mio successo precoce come ‘regalato’ può aver infastidito qualcuno. Questo però succede a tutti i livelli e in tutti gli sport, e quindi non mi sento l’unico. Potremmo fare centinaia di esempi di atleti criticati o presi di mira dai tifosi avversari. Fa parte del gioco e va bene così».

Sin da ragazzino ha viaggiato tanto, con il ritorno dalla Grecia dove non gli piaceva giocare a basket ai primi tiri con l’Artus Maddaloni dove era allenato proprio dal papà prima di spiccare il volo verso Bologna, Treviso e Milano. Per questo Ale considera ‘casa’ «dove sta la mia famiglia, a prescindere dal luogo fisico. Ovunque riusciamo ad essere, per me quella è casa. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia molto unita, sempre presente, e adesso di incontrare una persona con la quale sto creando una mia famiglia. Per cui per me casa è stare con queste persone, sentire la loro vicinanza». E proprio la famiglia è stata fondamentale nel momento di depressione, della quale è stato tra i pochi sportivi ad avere il coraggio di parlarne. «Nel mio caso credo che fosse presente in me da tempo, ma che è esplosa nel periodo della pandemia che ha rappresentato solo la punta dell’iceberg. Sono stato isolato, da solo, ho iniziato ad avere determinate paure, particolari pensieri: la mia carriera precoce, il fatto che su di me ci siano sempre state alte aspettative, non solo dal mondo circostanze ma che anche io stesso mi ponevo. Sono arrivato ad un certo punto nel quale tutto ciò mi ha assorbito. Mi sono messo a pensare a chi fossi, all’Alessandro come persona e non solo al Gentile giocatore. Mettere in ordine questi pensieri, queste sensazioni, non è stato facile ed è un lavoro che continuo a fare ancora tutt’oggi. Impari a convivere con queste sensazioni, ad accettarle, a gestirle. Non sempre è facile, ma ci sono persone che ti sanno aiutare. E credo che sia importante proprio circondarsi delle persone giuste - il messaggio dell’ex azzurro -, e ognuno deve fare il proprio percorso per capire come affrontare questi momenti. Credo che sia una dimostrazione di grande coraggio e forza ammettere a sé stessi di avere dei problemi. Nel mondo in cui viviamo è un argomento sempre più importante, perché è un mondo che ti porta a perdere contatto con la realtà, è sempre più virtuale, molto appariscente ma poco genuino. Il fatto di parlarne apertamente è stato un qualcosa anche per dare coraggio o positività a persone che soffrono di questi momenti e che fanno fatica a trovare qualcuno con cui parlarne».

Papà Nando da dirigente sta rilanciando il basket a Caserta, con una squadra che sta provando a risalire la china in serie B. Magari in futuro Ale potrà indossare la casacca bianconera. «Perché no. Sicuramente stanno creando una bellissima cosa. Caserta aveva bisogno di entusiasmo, di ripartire da capo. Mi sono allenato per un periodo con loro, sono stato a vedere diverse partite, si è creato un bell’entusiasmo intorno a questa squadra. In futuro vedremo, anche perché mi sento ancora abbastanza nel pieno della carriera - ha concluso Gentile - e non sto pensando dove smetterò. Ma non è una cosa che escludo».


* per la rivista Basket Magazine

martedì 21 marzo 2023

Coppia d'assi: Skeens e McGusty, il bello di Piacenza

L'Assigeco può vantare il miglior rimbalzista e il top scorer del campionato: la miscela giusta per puntare ai playoff di A2

Skeens e McGusty, il bello di Piacenza

Due giocatori con caratteristiche opposte: un veterano e ottimo difensore il primo, all'esordio in Europa direttamente dal college il secondo dotato di raro talento offensivo


di Giovanni Bocciero*

 

MIGLIOR MARCATORE e talento cristallino l’uno, miglior rimbalzista e straordinario difensore l’altro. È l’identikit spicciolo della coppia di americani dell’Assigeco Piacenza, Kameron McGusty e Brady Skeens, che sta facendo letteralmente faville in serie A2. Entrambi nella top five per valutazione del campionato, sono stati fortemente voluti da dirigenza e staff biancorossoblù perché convinti che fossero i tasselli giusti per il sistema di gioco della squadra. E i risultati in campo gli stanno dando decisamente ragione. Non solo per le caratteristiche tecniche, l’uno offensivo l’altro difensivo appunto, Skeens e McGusty rappresentano quasi due poli opposti. Il primo ha già accumulato diverse esperienze in Europa, tra Finlandia, Israele e Turchia; il secondo è invece un rookie assoluto dopo aver concluso il suo percorso accademico con gli Hurricanes di Miami. Kameron è emotivamente più solitario; mentre Brady è molto disponibile e partecipa volentieri alle iniziative della società.

Kameron McGusty, 25 anni, miglior
bomber della A2, di recente lo ha
fermato un infortunio (foto ufficio
stampa)
In campo, però, parlano assolutamente la stessa lingua, e questo fa sorridere di gran gusto l’Assigeco. Il venticinquenne McGusty è un micidiale attaccante, non propriamente un tiratore da 3 ma sa segnare in qualsiasi modo, con folate sopra i 30 punti come in occasione dell’importante successo contro la Vanoli Cremona. Spesso e volentieri gli oltre 20 punti di media con i quali sta viaggiando in campionato li mette a referto già all’intervallo. Non ha paura di prendersi il proscenio, dopotutto voler cambiare ateneo perché c’è un Trae Young che ti ruba la scena non è da tutti. Per quanto sembri capace di poter sempre trovare una strada per il canestro però, in alcuni momenti perde la trebisonda e inizia a forzare tiri o si intestardisce in troppi palleggi. È anche normale nel suo caso, alla prima esperienza al di fuori del college. Ed è anche un aspetto accattivante, perché dovesse riuscire a limare questi difetti stiamo parlando di un giocatore superlativo che può ambire ai top club europei. Senza escludere una strizzatina d’occhio alla Nba, magari.

Il ventisettenne Skeens è un giocatore molto solido, e nonostante gli scarsi 2 metri d’altezza è di gran lunga uno dei migliori lunghi del campionato. La doppia-doppia è una costante, e anche lui come il connazionale è solito raggiungere il traguardo statistico già all’intervallo. Con l’infortunio di Galmarini, unico vero cambio del nativo del Kansas, è diventato da subito un perno della squadra. E proprio perché ha saputo immediatamente calarsi nel sistema di gioco, coach Stefano Salieri quasi non ne può fare a meno, togliendolo dal campo soltanto in occasioni davvero di necessità (è il più utilizzato dell’intero campionato). Grande combattente, giocatore intelligente che legge bene le situazioni di gioco - non a caso si ispira ad un interprete sopraffino del ruolo come Tim Duncan -, oltre ad essere verticale ha un tempismo innato. Ecco perché riesce ad arpionare oltre 12 rimbalzi a partita, addirittura arrivando a toccare quota 14 nell’impresa di Cantù contro un avversario del valore di Dario Hunt.

FUORI DAL CAMPO sono entrambi molto legati alla famiglia, ed amano mangiare bene e la cucina italiana. Brady ha ricevuto la visita della mamma ad inizio stagione, e a detta del direttore sportivo Alessandro Pagani «è uno degli americani più educati che abbiamo mai avuto. Il papà è un avvocato, e si vede che ha ricevuto una certa educazione». Lavoratore inesauribile, passa tanto tempo in sala pesi per curare la componente fisica. Sta cercando di imparare l’italiano, e spesso a fine allenamento o in qualche circostanza particolare prova a pronunciare qualche parola nella lingua di Dante. Gli piace mangiare fuori, e tante volte resta a pranzare al campus dell’Assigeco fermandosi a chiacchierare con i ragazzi del settore giovanile.

Kameron si diletta invece a cucinare da solo, stando attento a mangiare bene per tenersi in forma perché ha una cura maniacale per il fisico. Spesso chiede consigli su dove comprare determinati ingredienti e particolari spezie. Segue ogni sport americano, dall’Ncca alla Nfl, e nelle ultime settimane è venuto a trovarlo la mamma, che ha seguito la squadra anche in trasferta. «Sia Brady che Kameron erano le nostre prime scelte - ha sottolineato il ds Pagani -. Mentre per Skeens eravamo fiduciosi di poterlo ingaggiare, su McGusty le speranze erano più basse perché conoscevamo le capacità ed il potenziale del giocatore».

Brady Skeens, 27 anni, esplosione di
fisicità per il piacentino, dominatore
dell'area (foto ufficio stampa)
Il direttore sportivo biancorossoblù è entrato anche nel dettaglio delle trattative che hanno visto i due giocatori approdare a Piacenza. «Brady lo abbiamo firmato praticamente a giugno, perché ci piaceva ed era già un nome sul nostro taccuino da più di un anno. Abbiamo avuto la fortuna di poter organizzare la trattativa con l’agenzia italiana, il che ci ha permesso di concludere il tutto in maniera molto rapida e semplice. Entrambi sapevamo cosa volevamo: noi come club volevamo lui, e lui voleva giocare in un campionato competitivo come l’A2. È stato semplice sceglierlo perché, con l’uscita di Guariglia - ha analizzato Pagani -, volevamo un lungo che sapesse rollare sui pick and roll di Sabatini. Skeens è un giocatore che rispecchia in pieno tutte le prerogative che ci eravamo prefissati durante il mercato».

«Kameron è stato invece il nostro ultimo acquisto, ad agosto inoltrato, perché eravamo alla ricerca del profilo del giocatore giusto che fosse ovviamente forte. Abbiamo scandagliato tanti nomi, e tanti altri sono stati accostati al nostro club. Per noi è inconsueto prendere un giocatore in tardo agosto. Era sulle liste di squadre anche di prime leghe, e dunque per ovvie ragioni più quotate di noi, e per questo siamo rimasti contenti che abbia accettato tra tutte la nostra proposta. Il suo obiettivo è quello di fare bene in un campionato come il nostro, soprattutto nel suo primo anno in Europa, per far sì che in futuro gli si possano aprire porte di palcoscenici più importanti, ai quali sono sicuro che può ambire». Da questo punto di vista, sia Markis McDuffie che Gabe Devoe, suoi predecessori nel ruolo di guardia all’Assigeco, sono un bel biglietto da visita da poter presentare. «Conosceva entrambi, sapeva che hanno fatto molto bene da noi, e dunque oltre all’aspetto puramente tecnico e tattico - ha rivelato Pagani -, questo è stato un incentivo in più affinché decidesse di sposare la nostra causa».

PRIM’ANCORA che atleti però, sono due splendidi ragazzi sia dentro che fuori dal campo, apprezzati come ovvio che sia dal loro allenatore, che prova a fargli le carte per il futuro. «Innanzitutto è un piacere allenarli perché sono due ragazzi che stanno cercando di crescere e migliorare. La loro applicazione e serietà - il commetto del coach biancorossoblù - negli allenamenti è eccezionale. E poi hanno una disponibilità che spesso si fa fatica a trovare nei giocatori stranieri. Sono dei bravi ragazzi, e questa è un’altra qualità importante. Kameron, che è al primo anno fuori dagli Stati Uniti, ha un gran talento e ambisce a palcoscenici come l’Eurolega. È il suo obiettivo, ma credo che debba crescere soprattutto per quanto riguarda l’impatto fisico. E il suo salto di qualità passa anche dal fatto che deve diventare un giocatore più di sistema. L’esperienza di questa sua prima stagione da noi gli potrà senz’altro essere d’aiuto, e di questo ne siamo orgogliosi. Per quanto riguarda Brady, invece, credo che ogni squadra ne vorrebbe uno. A me è bastato vedere una clip per capire che era il giocatore adatto al nostro modo di giocare. È un giocatore molto di sistema. Tra i due lui dovrebbe migliorare sull’aspetto individuale, diventando un punto di riferimento in pericolosità offensiva. Ma è prezioso in ogni piccolo dettaglio, perché sa passare il pallone ed è intelligente, si sacrifica, non si tira mai indietro, ed è destinato - ha concluso coach Salieri - a salire di categoria purché migliori al tiro».

«Brady, che ha maggiore esperienza europea, può di sicuro aiutare Kameron nelle situazioni che si trova ad affrontare - ha sottolineato ancora il ds Pagani - al suo primo anno da professionista, per di più lontano da casa». Ma per McGusty, sia dentro che fuori dal campo, «è stato semplice ambientarsi con un nuovo tipo di cultura, e non sono rimasto deluso dal cibo - ha detto il nativo di Houston - del quale tutti parlano bene anche negli Stati Uniti. Le persone sono fantastiche e questo riguarda ovviamente anche il club. Il campionato è davvero molto competitivo, con allenatori preparati e giocatori di talento, e noi lavoriamo ogni giorno per arrivare ai playoff». Se Kameron è concentrato soprattutto in campo, e guarda dritto avanti a sé al traguardo da raggiungere, Brady pur ben conscio dell’obiettivo da centrare riesce a godersi di più la vita, «che qui è molto rilassante. Per quanto riguarda il cibo è il più buono che abbia mai mangiato. Mi piacciono i compagni di squadra, e i dirigenti sono davvero molto disponibili. L’A2 è fin qui il campionato di più alto livello nel quale abbia mai giocato - ha detto il lungo -, con ottimi giocatori sia stranieri che italiani. Questo rende ogni partita molto complicata per chiunque». 

Il ds Pagani e il mercato: «Scegliere gli americani giusti»

Markis McDuffie, 25 anni, uno dei molti
ottimi americani scelti dall'Assigeco
negli ultimi anni (foto ufficio stampa)
Se si guarda all’Assigeco Piacenza, negli ultimi anni, ha sempre azzeccato gli americani. Non è un caso che la compagine biancorossoblù sia stata trampolino di lancio per giocatori come Markis McDuffie e Gabe Devoe. «Non abbiamo scout che ci segnalano particolari profili di giocatori - ha rivelato il ds Pagani -, ma durante la stagione ne valutiamo diversi, sia dei campionati italiani che di quelli esteri. Il lavoro nell’arco dell’anno ci porta poi a stilare una lista di nomi papabili in estate, considerando quella che è la fisionomia di squadra che vogliamo costruire, e così poi iniziamo le trattative. Non sempre riusciamo a prendere chi abbiamo in cima alla lista, ma abbiamo valide alternative. Il nostro lavoro si basa su una ricerca non solo tecnica ma anche fuori dal campo. Gli assistant coach, ad esempio, sentono gli allenatori stranieri per i quali i ragazzi hanno giocato. Coach Salieri prim’ancora che delle qualità cestistiche vuol conoscere l’aspetto comportamentale di un atleta. E se un giocatore, pur fortissimo, ha degli atteggiamenti molto al limite, farà fatica ad approdare in casa Assigeco. Prima di tutto l’aspetto umano: bravi ragazzi, ottime persone. La tecnica ha ovviamente la sua importanza - ha concluso il direttore sportivo -, ma profili di difficile gestione non fanno al caso nostro».


* per la rivista Basket Magazine

martedì 31 gennaio 2023

Speciale. Livorno e il basket: un amore senza fine

Alle radici della pallacanestro labronica con Pielle e Libertas che sono tornate e lottano per la promozione in A2 dopo anni di anonimato lontane dalle serie maggiori. Una storia antica che si rinnova e che stimola rivalità mai sopite

Quasi ottomila spettatori per un derby

dal clamoroso record in serie B

Il basket a Livorno nasce nel dopoguerra grazie alla presenza di una base americana trovando subito terreno fertile e grandi campioni


di Giovanni Bocciero*


LA PROVINCIA è da sempre una preziosa risorsa per tutto il movimento cestistico italiano. È quel terreno fertile dove si sono scritte, e si continuano a scrivere, pagine importanti della nostra pallacanestro. Storie e personaggi che si fanno portabandiera di decine di comunità, che rendono romantico quanto mai questo gioco. E Livorno è senza alcun dubbio uno di quei fantastici luoghi dove queste storie prendono vita. Dalla storica quanto amara finale scudetto persa dalla Libertas nel lontano 1989, all’ultimo derby contro la Pielle che ha visto quasi 8 mila spettatori prendere d’assalto il Modigliani Forum, proprio come succedeva con l’allora PalaAllende. C’è un filo rosso che unisce però quegli anni a quelli odierni, e non solo per un clima al palazzo dall’illustre passato.

Livorno, una passione mai morta: una panoramica dei sostenitori
sugli spalti nel derby di dicembre (Foto ufficio stampa Libertas Livorno)

Un’eredità tramandata da padre in figlio, da Andrea Forti guardia della Livorno arrivata ad un canestro dallo scudetto, a Francesco Forti play della rinascente Libertas. «Soprattutto in questi ultimi anni, da quando il basket livornese si è riaffacciato sul panorama nazionale, è stata ricordata in diverse occasioni la finale di papà - ha esordito Francesco Forti - che per motivi anagrafici ho vissuto solo per sentito dire. Situazione analoga a quegli anni è di sicuro la voglia dei tifosi di venire al palazzetto per vedere le partite, sia in casa che in trasferta. È un affetto il loro non così scontato, perché il gruppo di sostenitori di sicuro più solido deriva da quei tifosi che andavano a fare il tifo per mio padre, e quindi hanno una certa età. Ma la loro passione che non si è mai affievolita ha portato a coinvolgere molti giovani, e questo è stato un bene per la città tutta, smuovendo l’intero ambiente».

«La pallacanestro a Livorno è sempre stato il pane quotidiano nelle case dei livornesi - ha dichiarato Tommaso Fantoni, altro giocatore livornese doc che oggi gioca per la Libertas -. Soprattutto negli anni ’80, quando c’erano due squadre di alto livello in serie A, si percepiva più interesse per il basket che per il calcio. Questo ha fatto sì che in città si respiri questa grande tradizione cestistica anche perché, nonostante nell’arco della storia ci siano state fusioni o fallimenti come un po’ ovunque, qui si mastica pallacanestro da molto molto tempo». Fantoni è stato tra gli ultimi ad aver giocato in massima categoria con un club della città. «Ho disputato l’ultima stagione di serie A 2006/07 con il Basket Livorno, e ricordo ancora l’inaugurazione del Modigliani Forum, strapieno, che fu una emozione strepitosa. Quella era una squadra esente dalla rivalità tra Libertas e Pielle, e rappresentava la città in toto. Quindi veniva seguita un po’ da ambo le parti, da quei tifosi che continuavano ad amare la pallacanestro e che non si erano offesi del fatto che c’era stata la fusione, a differenza di molti che - ha ricordato il giocatore libertassino - non seguirono più le vicende del basket perché non volevano stare insieme ai cugini».

Oggi il derby è più vivo che mai. Lo dimostrano non solo gli 8 mila spettatori che, per una gara di serie B è un vero e proprio record, ma soprattutto l’atmosfera che c’è intorno. Una sfida rianimata dalle grandi ambizioni di entrambe le formazioni livornesi, che si stanno giocando le prime posizioni in classifica. E questo ha portato intere famiglie e diverse generazioni a ritornare ad affollare le tribune. Nonni, padri, madri, figli e nipoti che alimentano la passione per la rispettiva fede, e per il basket in generale. Ma soprattutto per quella che può essere a tutti gli effetti definita la ‘festa di Livorno’, visto che l’evento ha attirato anche semplici appassionati che non parteggiano né per la Pielle né per la Libertas, ma che amano profondamente la loro città.

«Una squadra tira l’altra. È questa la pozione magica che è avvenuta in questi tre anni - ha analizzato Forti -, con l’approdo della Libertas in serie B che ha portato la Pielle ad investire nel corso di queste stagioni. E il fatto che oggi siano insieme è la soluzione migliore, perché questa rivalità sia nel panorama nazionale che cittadino spinge a migliorarsi sempre di più». «La passione non è tramontata, e per me che sono ritornato a giocare a Livorno quest’anno - ha aggiunto Fantoni - è stata una enorme e piacevole sorpresa. Non mi aspettavo un seguito di oltre 2 mila spettatori nelle partite di cartello, che per una serie B sono davvero tante. Questo è possibile grazie alle nuove leve che frequentano il palazzetto, e grazie anche ad una buona promozione nelle scuole, con la passione che si tramanda da genitore in figlio. Per questo sono rimasto a bocca aperta».

Pensieri che, espressi da due livornesi possono anche sembrare ovvi. Ma se a rimanere esterrefatto della passione che si respira in città per la pallacanestro è un giocatore esperto, che in carriera ha militato in diverse piazze calde, allora bisogna crederci senza indugiare. Il trevigiano Federico Loschi, ingaggio di spessore della Pielle, sa bene cosa significa vivere per la palla a spicchi, e infatti «ho firmato a Livorno proprio per la passione che c’è in città per la pallacanestro. Dopo due anni alla Real Sebastiani Rieti volevo tornare in A2 ma non c’era nulla di così allettante rispetto a quello che si prospettava come giocare il derby tra Pielle e Libertas, che già l’anno scorso ha richiamato circa 4 mila spettatori e quest’anno il doppio. Avendo giocato a Rieti, e nel mio passato anche a Scafati, a Brescia, a Trieste, amo queste realtà dove si sente molto il basket. Però di sicuro non mi aspettavo che Livorno fosse così empatica con i giocatori, e questo si vede nel fatto che ovunque vai e con chiunque t’incontri finisci per parlare di basket».

Non sono solo frasi fatte, è la quotidianità di una comunità che è legata in maniera inscindibile alla pallacanestro. Per questo «mi capita praticamente sempre di incontrare persone con cui parlo di basket, sia che tifano Pielle oppure Libertas - ha continuato Loschi -. Avendo due bambini e la mia compagna che mi segue ovunque, faccio una normale vita familiare. Dunque vado dal macellaio che è libertassino, e col quale prima del derby ci siamo scambiati delle battute. Oppure c’è il tabaccaio che è piellino e così non ti fa pagare. È assurdo che ovunque vai si respiri questa atmosfera. Mi è capitato addirittura di fermarmi in un alimentari a caso dove una signora mi ha riconosciuto e mi ha detto che gioco per la vera squadra di Livorno, riferendosi ovviamente alla Pielle. I livornesi vivono proprio per questo derby, per questo dualismo, ed è una roba incredibile che senti ovunque in città».

Il bel colpo d’occhio dell’ultimo derby tra Libertas e Pielle ha permesso di riaccendere le luci su una piazza che manca da troppo tempo nel basket che conta. Una piazza che può esprimere addirittura due squadre di gran livello, e che sono entrambe ambiziose. «Come Libertas abbiamo l’ambizione di riportare la squadra e la città dove le compete, e dunque il sogno è di ritornare in serie A il prima possibile - ha dichiarato Forti -. Importante è organizzare tutte quelle cose necessarie per riuscire ad essere un club di alto livello, dalla dirigenza al palazzetto». «Gli obiettivi sono di sicuro a scalare. Dato il campionato che affrontiamo vogliamo arrivare nelle prime quattro posizioni - ha aggiunto Fantoni -, che ci permetterebbe di arrivare ‘al bello’ con la disputa dei playoff. Questo sarebbe già un buon risultato nella programmazione della società che è rinata dalle proprie ceneri e si sta facendo le ossa. Se arrivasse la promozione ben venga, altrimenti resteremo in cadetteria con l’intento, grazie alla proprietà, di affrontare sempre al meglio un campionato che sarà ancora più assottigliato vista la riforma di quest’anno».

Il derby dell'8 dicembre al PalaModigliani è stato vinto dalla Pielle 61-59
La rivincita è in programma il 5 aprile (Foto ufficio stampa Libertas Livorno)
 

Se sulla sponda Libertas si punta alla promozione, senza alcun timore di essere smentiti, anche dal lato Pielle si nutrono forti aspettative su quello che potrebbe essere il salto di categoria. «Ad inizio anno, quando sono stato presentato, quasi non conoscevo nessuno dei nuovi compagni di squadra, eppure - ha dichiarato Loschi - si parlava di grandi ambizioni. Venendo da due anni dove con Rieti ho giocato nella squadra più forte del campionato, senza riuscire a vincerlo, puntare alla promozione mi sembrava difficile. Invece, allenandomi tutti i giorni con loro da sei mesi ormai, mi sono reso conto che dobbiamo e possiamo arrivare fino in fondo. Siamo una squadra giovane, che si allena bene, e adesso che ci siamo fatti un’idea più concreta del campionato affrontando anche formazioni forti ed importanti, posso dire che possiamo vincere». Causa infortunio, Loschi è stato costretto a guardare il derby da fuori, ma scalpita nel rientrare per prendersi tutto l’affetto della sua tifoseria. «A livello personale sono infortunato da abbastanza tempo, quindi con la ripresa del campionato rientro quasi come fossi un nuovo acquisto. Ma ho dato tutto quello che potevo prima di fermarmi e darò tutto quello che posso adesso che ritorno - ha concluso il giocatore piellino - essendo comunque uno dei due giocatori più esperti del roster».


Come eravamo: Fantozzi, Dell'Agnello e quegli anni ruggenti

LIVORNO manca da ben sedici anni in serie A. Era la stagione 2006/07 quando il Basket Livorno terminò il campionato in ultima posizione facendo scivolare un’intera piazza nel dimenticatoio della pallacanestro italiana, pur provando più volte a rinascere dalle sue stesse ceneri. Il basket livornese è comunque un punto di riferimento importante per il movimento cestistico nostrano, tant’è che fonda le proprie radici «nel dopoguerra, grazie all’influenza proveniente dalla base americana - ha ricordato Alessandro Fantozzi - situata nei pressi della città. Questo fece conoscere e poi sviluppare questo amore e questa passione per il basket divenuta col tempo inscindibile per il mondo sportivo livornese. Questo legame storico con la pallacanestro ha rappresentato, e rappresenta, la città di Livorno».

Nel 1947 nasceva la Libertas, con la quale Fantozzi ha disputato la finale scudetto del 1989; la Pielle vedeva la luce invece nel 1960 (come Portuale), arrivando a lanciare negli anni successivi Sandro Dell’Agnello, per il quale «la pallacanestro a Livorno ha una storia di lunga data, consolidata nel tempo, con gli appassionati sempre pronti a seguirne le vicende con grande passione e fermento. Ovvio che gli si deve presentare un qualcosa di accattivante. Quest’anno le due principali squadre livornesi hanno allestito due roster molto competitivi e i risultati, in campo e fuori, si stanno vedendo. Specialmente nel derby che è una rivalità storica e lontana negli anni».

Terza in comodo, con molti più successi a livello giovanile, la Don Bosco, che ha comunque contribuito a rendere importante Livorno nel panorama cestistico nazionale. Pielle e Libertas hanno raggiunto l’apice negli anni ’80, disputando degli storici quanto accesi e bellissimi derby in massima serie. Successivamente entrambe le società sono fallite, con una costola della dirigenza Libertas che assorbendo proprio la Don Bosco ha provato a far ripartire la vecchia realtà, divenuta poi una fusione delle varie compagini. Cosa che ha portato alla nascita del Basket Livorno, per certi versi la squadra che rappresentava tutta la città, e che è stata l’ultima formazione ad aver calcato i parquet di serie A, prima di fallire nel 2009. Nel 2000 intanto, la Pielle ha provato a rinascere dalle sue ceneri. Ha iniziato a disputare i campionati di livello più basso, venendo promossa prima in serie D nel 2007, poi in serie C2 nel 2014, e infine in serie B due stagioni fa dopo aver sfiorato in due occasioni precedenti la promozione, una proprio contro gli acerrimi rivali.

«In tutte le città dove c’è una grande passione per uno sport, nel momento in cui ci sono due fazioni, il derby diventa un momento di grande coinvolgimento per tante persone - ha continuato Dell’Agnello - che magari normalmente se ne disinteressano. La rivalità tra Pielle e Libertas non si è mai sopita, e adesso che può essere rinverdita ad un ottimo livello, con due squadre che stanno primeggiando in serie B, la gente è ancor più partecipe e si fa sentire. Quello che mi fa piacere e che mi è stato raccontato, non potendo essere presente al derby, è che il Modigliani Forum, che è uno degli impianti più belli d’Italia, era pieno. E nonostante il grande afflusso di pubblico tutto si è svolto in un clima di grande correttezza. Questo mi rende felice due volte, sia per il folto pubblico che per la correttezza che hanno tenuto le due fazioni, tra di loro molto rivali».

Coach Sandro Dell'Agnello, livornese doc,
nell'immagine ai tempi di Caserta (Foto Iodice)

L’ultimo derby di Livorno disputato lo scorso 8 dicembre ha suscitato davvero tanto clamore, soprattutto a livello mediatico. Ha fatto così tanto da cassa di risonanza, riposizionando la città sulla mappa della nostra pallacanestro, che è stata strappata alla federazione la promessa di disputare il prossimo impegno della nazionale. Italia che affronterà l’Ucraina il prossimo 23 febbraio, in occasione dell’ultima finestra Fiba per le qualificazioni al Mondiale 2023. Obiettivo già raggiunto dagli azzurri del ct Pozzecco. E proprio il Modigliani Forum potrebbe fare da cornice a quell’incontro: manca l’ufficialità, ma ci sono tutte le premesse affinché ciò si realizzi.

Dopo il primo fallimento, la Libertas ha salvato il patrimonio del settore giovanile unendosi alla Liburnia, realtà nata nel 1979. A piccoli passi, nel 2017 è arrivata la promozione in serie B. Un traguardo macchiato però dalla successiva doppia retrocessione sino alla C Silver. Così nel 2019 è stata rifondata l’attuale Libertas, che ha acquistato il titolo del campionato cadetto dalla Stella Azzurra Roma, e nelle ultime due stagioni ha sfiorato il salto di categoria in A2. «Il derby è uno scontro che va al di là dello sport. È una stracittadina - ha aggiunto Fantozzi - che ha luogo in un comune comunque piccolo come quello di Livorno, con le passioni e la voglia di confrontarsi che ricade anche e soprattutto nei rapporti tra famiglie. Ai tempi d’oro, quando Libertas e Pielle militavano entrambe in serie A, non c’era una famiglia che non avesse qualche tifoso per l’una o l’altra squadra. Oltre ad esserci fidanzati che magari erano delle parti opposte e che per un giorno o una settimana non si parlavano. Questo fa parte anche della goliardia livornese e del nostro modo di essere molto passionali».

L’elenco dei protagonisti della nostra pallacanestro che ci ha regalato la città di Livorno è davvero molto lungo, tra giocatori e allenatori. Dell’Agnello ha iniziato la sua carriera di tecnico proprio con il Basket Livorno, guidato per tre stagioni fino al fallimento. Fantozzi si è ritirato da atleta a 44 anni giocando in serie C con la Libertas Liburnia, mentre nella passata stagione ha allenato la rinata Libertas. Segno inconfondibile che da livornesi doc sono rimasti legati alla loro identità.

«La pallacanestro livornese sta avendo un bell’impulso con le nuove realtà - ha osservato Fantozzi -, ed è evidente dal folto pubblico che ha partecipato all’ultimo derby. Le società attuali stanno facendo degli sforzi per cercare di rispolverare gli antichi fasti dei due club. È un percorso non semplice, dove si intrecciano tante componenti, ma la speranza da livornese è che si possa ritornare a vedere un derby in serie A. È una cosa estremamente complicata e difficile - ha concluso il libertassino -, ma la speranza è l’ultima a morire». «L’auspicio è che ci siano le basi affinché la città possa rivedere la pallacanestro in serie A. La toccata e fuga non servirebbe a nessuno - ha dichiarato il piellino Dell’Agnello -, per questo auguro ad entrambe le società di consolidarsi sempre di più e che possano presto riportare la massima categoria in città».


* per la rivista Basket Magazine

martedì 10 gennaio 2023

Dada Pascolo si racconta: «Adesso penso solo a Piacenza»

Dada Pascolo si racconta: «Adesso penso solo a Piacenza»


Dall'escalation con l'Aquila Trento che l'ha portato alla ribalta nazionale, al rammarico di non aver disputato la grande competizione con l'Italbasket. Davide 'Dada' Pascolo si è raccontato, e a 32 anni guarda con grande aspirazione al futuro. Per la nazionale «mai dire mai. Ogni giocatore italiano ci aspira - ha ricordato l'ala -, ed ho sempre detto che è una conseguenza». Ripartito dall'Assigeco Piacenza dopo gli infortuni che lo hanno penalizzato tra l'apice della carriera con l'Olimpia Milano e la nazionale appunto, non si pone limiti neppure per un ritorno in serie A, anche se «adesso penso solo a dare il massimo e a fare bene qui a Piacenza».

Italbasket. Aspettando Banchero, Melli è un gigante

Le torri. Le partite di novembre hanno confermato i limiti azzurri
in un ruolo fondamentale come quello del centro

Aspettando Banchero, Melli è un gigante

Tessitori e Biligha ammirevoli per impegno, ma all'Italia
serve di più per diventare davvero competitiva


di Giovanni Bocciero*


QUANDO PARLIAMO di Italbasket, proprio come succede con il calcio, diventiamo tutti un po’ commissari tecnici. E così troviamo tanti difetti o lacune, tanto tecniche quanto tattiche quanto fisiche. Se c’è un aspetto sul quale tutti siamo d’accordo, è che alla nazionale manca un centro di ruolo. Il Nicolò Melli visto all’Europeo ha in parte nascosto sotto al tappeto questo problema ormai perenne. E in vista dei Mondiali della prossima estate, ai quali ci siamo già qualificati, si spera possiamo schierare anche Paolo Banchero. Due giocatori che centro non sono, ma che in qualità di figli del basket odierno nel ruolo di centro hanno imparato a giocarci, e persino ad imporsi come ottimi interpreti.
Il Melli visto ad Eurobasket ha giganteggiato contro avversari del calibro di Nikola Jokic e Rudy Gobert, guidando la nazionale con leadership e spalle larghe. Gli è entrato sotto pelle, anticipando le loro mosse così da farli anche innervosire. Il giocatore dell’Olimpia li ha disinnescati in attacco, ed ha avuto sempre delle ottime letture oltre che al coraggio per spuntarla quando era lui a doverli attaccare. Banchero sta dimostrando di avere già una grande personalità pur essendosi appena affacciato in Nba. In ottica nazionale si pensa possa essere un lungo, ma in realtà gioca come un esterno. Tiene palla in mano, fronteggia il canestro, sul pick and roll spesso fa il portatore e non il bloccante, ma abbinando i 208 cm ai 113 kg fa comunque la differenza vicino canestro, combinando forza fisica, talento e agilità. Con cifre e impatto alla Luka Doncic, il futuro del giocatore degli Orlando Magic non può che essere roseo. Con l’Italia o meno. La domanda è però se con Banchero che sceglie l’azzurro, lui e Melli possano bastare per risolvere la grande lacuna dell’Italia quando si parla di centro.
«Melli non è un centro ma un ‘4’ - l’analisi sprezzante di coach Valerio Bianchini -, che è costretto a giocare in nazionale in quella posizione anche per l’assenza di veri e propri lunghi di ruolo. Per quanto riguarda Banchero, sappiamo che può giocare per l’Italia ma non se questo accadrà. È impegnato con la Nba, ma se dovesse esserci al Mondiale sarà senz’altro un grande aiuto in senso globale. Non lo vedo in un ruolo specifico come quello di centro, e quindi bisognerà inserirlo in squadra con sagacia ed anche un po’ di inventiva, che sono sicuro non mancheranno di certo a Pozzecco».

Nicolò Melli, 31 anni, il pilastro dell'area. Leader e diga
della difesa azzurra: lo rivedremo ai Mondiali (Foto Italbasket)

LA DOMANDA che forse tutti dobbiamo porci, altresì, è se con l’evoluzione del gioco ha ancora senso parlare di centro, nel senso puro del termine e della posizione. «Se guardiamo in giro, l’unico lungo vero ce l’ha la Francia con Gobert - la fotografia di Dino Meneghin -. Gli altri sono tutti dei lunghi che si alternano a giocare sia sotto che fuori. Di sicuro però, Melli è insostituibile per la nazionale perché è capace di marcare su ogni giocatore grazie alla velocità di piedi, all’intelligenza tattica e al fisico. Banchero l’ho visto giocare davvero poco, ma mi sembra anche lui più un esterno. Però quando i giocatori sono intelligenti ed hanno la giusta tecnica si sanno adattare ad ogni situazione. Ben vengano, poi, dei giocatori che siano lunghi ed atletici, e che non siano statici. Magari possono soffrire in difesa, ma possono compensare questo limite in attacco dove sono molto più pericolosi per gli avversari perché li possono battere con il tiro o in velocità nell’1vs1».
«La pallacanestro di oggi si è involuta a causa dell’esasperazione del tiro da tre - ha tuonato coach Bianchini -, che ha svuotato di significato molti aspetti fondamentali del gioco come anche quello rappresentato dal ruolo del centro che ne aumentavano la bellezza. Oggi poche squadre giocano con il classico pivot, con schemi per andare in post basso o con incroci sul post alto. Non vedo in giro grande utilizzo del centro; sparito il gioco in post alto; vedo tanti giocatori prendere palla in post basso e poi rinculare, ma raramente vedo un movimento come si deve vicino al canestro».
Andare in post basso è diventata un’arma tattica per le squadre non tanto per concludere vicino canestro, ma per far collassare la difesa costringendola a chiudersi per poi batterla con un successivo scarico sugli esterni.
«Di lunghi nel vero senso della parola ce ne sono ormai pochi - ha aggiunto Meneghin -, in particolare in Italia dove sono una rarità. Oggi sono un po’ tutti votati all’essere bravi anche per vie esterne, quindi credo che non sia così indispensabile. Ma certo, quando poi devi affrontare un lungagnone iniziano i problemi. In quella situazione, però, subentra anche il gioco di squadra, con gli aiuti difensivi e i tagliafuori da parte di tutti».

IN EFFETTI il rimbalzo non è più una prerogativa dei soli lunghi. Emblematica l’ultima gara di qualificazione al Mondiale degli azzurri contro la Spagna, nella quale si è perso anche e soprattutto per aver concesso agli esterni avversari troppe carambole offensive. «Questo è una diretta conseguenza del tiro da tre - ha continuato Bianchini -, perché i rimbalzi diventano molto lunghi e spesso sono fuori portata per i lunghi e finiscono nelle mani degli esterni. Questa è la ragione».
«Spesso l’andare a rimbalzo è una mentalità - ha sottolineato Meneghin -, che non riguarda solo i lunghi ma anche gli esterni. La Spagna ci ha fatto neri soprattutto con i piccoli rapidi e veloci che andavano a rimbalzo. Gli esterni devono capire che su un rimbalzo lungo, o su una palla sporca, possono avere la meglio solo se prima fanno tagliafuori per non essere battuti in velocità e destrezza».
Il presidente federale Gianni Petrucci, il ct Gianmarco Pozzecco ed il direttore Salvatore Trainotti, si sono recati negli Stati Uniti per parlare di persona con Paolo Banchero, dopo le intermediazioni di Riccardo Fois. La delegazione azzurra ha proposto al nativo di Seattle i piani futuri della nazionale, con lui quale ‘centro di gravità’ del progetto. Con Banchero che ancora non ha deciso se giocare o meno per l’Italia, e con Melli che ha avuto un turno di riposo nell’ultima finestra Fiba, dovendo fare di necessità virtù contro Spagna e Georgia sono tornati utili sia Paul Biligha che Amedeo Tessitori. Che pur con tutti i loro limiti, non si può dire che quando vestano la casacca della nazionale non si mettano in mostra per voglia, caparbietà ed abnegazione. E allora ecco che in vista proprio dei Mondiali, si può riaprire un discorso di meritocrazia per quanto riguarda le convocazioni.

Paul Biligha, 32 anni, durante l'ultima finestra mondiale
ha sostituito al meglio i nostri big (Foto Italbasket)

«Questo discorso vale fino ad un certo punto - ha commentato Bianchini -, perché l’allenatore deve fare delle scelte che siano più funzionali alla squadra. Quindi non può stare a guardare chi ha fatto cosa nelle partite precedenti. Deve convocare i giocatori che siano funzionali alla squadra nella sua ottica di gioco. È un compito difficile che il tecnico deve svolgere senza pregiudizi».
«Non vorrei essere al posto di Pozzecco, ma ad un certo punto l’allenatore deve fare delle scelte - il commento di Meneghin -, e siccome lui ama i suoi giocatori come fossero dei figli mi rendo conto che si possa trovare in grande imbarazzo. In primis dal punto di vista affettivo e solo dopo da quello tecnico. È chiaro però che a giocare un Europeo o un Mondiale, competizioni di altissimo livello, bisogna andarci con la squadra più forte e competitiva che si può. Per cui a malincuore qualcuno deve rimanere fuori, e questa è la grande difficoltà per un coach nell’escludere qualcuno che ti ha dato una mano ad arrivare al traguardo. Però prima vediamo se Banchero viene, capiamo quali sono le sue intenzioni. Personalmente ho qualche dubbio perché è una matricola, e quindi al termine della sua prima stagione in Nba deve ancora far vedere alla sua squadra di lavorare individualmente in estate, mantenendo certi equilibri di un meccanismo che è proprio dell’Nba. Speriamo però che possa giocare con l’Italia e non con gli Stati Uniti - la chiosa dell’ex centro e già presidente federale -, perché se non tra uno può sempre venire tra due anni. La vedo complicata, ma il talento e la qualità non si rifiutano mai». Con Melli e Banchero a fungere da ‘5’ forse non risolveremo del tutto l’atavico problema del centro in nazionale, ma di sicuro con loro due insieme alzeremmo il livello del talento e del potenziale. Quindi è giusto spingere affinché il lungo dei Magic scelga l’Italia, ma «non si tratta di un corteggiamento, ma di presentargli programmi e prospettive: il suo inserimento all’interno della squadra, il ruolo che avrà in base alle sue capacità. Bisognerà farlo sentire importante - le parole di Meneghin -, usare il linguaggio giusto, perché perdere un talento del genere sarebbe comunque un gran peccato».

Pozzecco: «Melli? Il più forte al mondo»
«Per me Nicolò è il più forte giocatore al mondo». Se a dire queste parole è il ct Gianmarco Pozzecco, è inevitabile pensare che non ci si potesse aspettare nulla di diverso. Però è pur vero che il Nik Melli visto all’ultimo Eurobasket, è un giocatore che fa la differenza. E davvero tanto. «L’ho detto più volte e lo ribadisco - ha continuato il tecnico -, il suo quoziente d’intelligenza nel basket è clamoroso, e non solo per quello che fa in difesa ma anche per le sue sempre corrette letture del gioco offensivo. All’Europeo è stato sullo stesso livello delle varie stelle come Giannis, Jokic e Doncic. Lo penso e ci credo, perché in 40 anni che sono in questo meraviglioso sport non ho mai visto un giocatore come lui. Sa sempre cosa fare in ogni situazione di gioco, e con il suo esempio - ha concluso Pozzecco - è decisivo per tutti i compagni della nazionale».
Nell’ultima finestra, nella quale l’Italbasket ha staccato il biglietto per il Mondiale 2023, di comune accordo tra il ct ed il giocatore ha avuto un turno di riposo. Ma quello che a tutti gli effetti, Gigi Datome permettendo, è il capitano della nazionale, di sicuro scalpita per tornare ad indossare la maglia azzurra. 

Caruso, Diouf e Okeke i lunghi di prospettiva
«In campionato ci sono diversi emergenti interessanti. Ne cito uno su tutti, per capacità fisiche e tecniche: Guglielmo Caruso». Così coach Ettore Messina, e di fatto l’avvio di stagione del centro classe ‘99 di Varese è stato importante. Non a caso il ct Pozzecco lo ha convocato seppur senza utilizzarlo nell’ultima finestra Fiba. Lui rappresenta forse il meglio dei giovani lunghi di ruolo in ottica Italbasket. 
Dietro di lui Momo Diouf, centro classe ’01 di Reggio Emilia, che ha partecipato all’ultimo raduno; Maximilian Ladurner, altro lungo del ’01 di Trento; ma soprattutto Leonardo Okeke, classe ’03 e senz’altro miglior prospetto in divenire. Infatti adesso è ancora troppo acerbo sotto ogni punto di vista: dal carattere alla tecnica alle letture tattiche.
L’Olimpia Milano ha bruciato tutti nell’acquistarlo questa estate, per poi mandarlo in prestito in Spagna a farsi le ossa. Guardando a giocatori come Marco Spissu o Pippo Ricci, l’A2 può essere molto formativa. E allora non escludiamo per il ruolo Tommaso Guariglia, classe ’97 messosi in mostra all’Assigeco Piacenza proprio come i due giocatori nominati, e che in questo campionato si sta facendo valere con la casacca di un’ambiziosa Torino.

Guglielmo Caruso, 23 anni, uno dei volti nuovi che si sta mettendo
in luce nelle fila di Varese in questo inizio di stagione (Foto Italbasket)

Scariolo: «Banchero potrebbe cambiare il volto dell'Italia»
«Abbiate fede di dove può arrivare quest’Italia con l’aggiunta di Paolo Banchero». Sono le parole pronunciate da Sergio Scariolo, ct della Spagna che ha battuto gli azzurri in quel di Pesaro nell’ultima finestra Fiba per le qualificazioni al Mondiale 2023. C’è voluto addirittura un supplementare, con l’Italbasket che ha provato a gettare il cuore oltre l’ostacolo per conquistare una vittoria di prestigio, sfuggita per un niente.
«Capisco la delusione anche per il risultato dell’Europeo, ma guarderei il bicchiere mezzo pieno - ha continuato don Sergio -. Ora l’Italia di Pozzecco ha giocatori maturi, alcuni di alto livello e altri in crescita. Ma soprattutto ha la prospettiva di inserire un atleta come Banchero, uno che da solo può cambiare il volto ad una squadra. Lui è un vero fenomeno che sposterà molti equilibri perché porterà alla nazionale l’esperienza che accumulerà giocando in Nba».
E infatti il giocatore nativo di Seattle ha fatto vedere già ottime cose in maglia Orlando Magic. «Possiede qualità straordinarie - ha concluso il coach della Virtus Bologna -, ed è il giocatore che può portare l’Italia in zona medaglie nelle competizioni dei prossimi anni».


martedì 3 gennaio 2023

Il video racconto: Scafati sotterra Napoli 96-61

Scafati sotterra Napoli 96-61



Giovanni Bocciero*


SCAFATI-NAPOLI 96-61

PARZIALI: 21-15; 40-29; 73-47.

SCAFATI: Stone 10, Thompson 4, Okoye 21, Caiazza 1, Mian, Pinkins 24, De Laurentiis n.e., Rossato 7, Imbrò 4, Butjankovs 4, Tchintcharauli, Logan 21. All. Caja, Ass. Ciarpella.

NAPOLI: Zerini 3, Howard 14, Johnson 3, Michineau 9, Dellosto 3, Davis 6, Uglietti 6, Williams 8, Stewart 9, Zanotti, Sinagra n.e., Grassi n.e.. All. Buscaglia, Ass. Pancotto.

ARBITRI: Carmelo Lo Guzzo di Pisa, Lorenzo Baldini di Firenze e Daniele Valleriani di Ferentino (FR).

Nella bolgia del PalaMangano, strapieno, è andato in scena il derby campano di serie A tra Scafati e Napoli. Un derby che mancava dal 3 maggio 2017, quando Avellino sfidò e battè Caserta per 79-75. Compagni di squadra con la casacca degli irpini Logan e Zerini, oggi rivali. Per una gara tra le due compagini in questione, in massima serie, bisogna addirittura ritornare al 13 aprile 2008, quando Napoli battè al PalaBarbuto Scafati per 69-59. Al termine di quella stagione però, gli azzurri furono estromessi dal campionato e gli scafatesi da fanalino di coda retrocessero.

Primo tempo

Pronti via, sono i padroni di casa che prendono subito in mano le redini del gioco. Anche senza tirare particolarmente bene, gli uomini di coach Caja mettono punti a referto con un Pinkins ispirato, che ad inizio secondo quarto già è in doppia cifra, mentre appena dopo l'intervallo scollina quota 20 punti personali. Napoli fatica a trovare la via del canestro, anche e soprattutto perché sbatte più volte contro il muro difensivo eretto dagli avversari. A rimpinguare il bottino ospite è colui che non ti aspetti, quel Michineau che riesce un paio di volte a penetrare nel cuore dell'area scafatese, segnando o guadagnandosi i liberi. La verve offensiva del solito Howard permettono a Napoli di rimanere quantomeno incollata col punteggio, ma l'esterno è stato troppo altalenante per prendersi in spalle la squadra nei momenti di grande difficoltà. E se Williams fosse stato più preciso ai liberi si poteva anche limare qualcosa in più allo svantaggio arrivato al massimo sul 38-25 proprio sul finire del primo tempo. Una distanza scavata da quel genio di Stone che mettendosi in proprio ha mandato a bersaglio una tripla con la quale ha raggiunto la doppia cifra personale e gasato l'intero impianto.

Secondo tempo

Sugli spalti è stata una contesa anche tra tifoserie, mentre in campo Scafati è entrata ancor più decisa dopo l'intervallo. Logan, dopo aver sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, infila la prima tripla di serata dando il là al parziale casalingo (+30 sul 66-36 al 26'), segnando 16 punti in poco più di 6' di gioco. Stone, nella ripresa non ha più segnato, ma in compenso è arrivato a 11 assist rendendosi artefice della migliore azione difensiva: recuperata palla, ha condotto la transizione e regalato un cioccolatino ad Okoye che ha schiacciato a due mani. Pubblico in visibilio e gara che ha preso una direzione piuttosto decisa. Con lo stesso Okoye che ha infilato due triple, e Pinkins che ha tirato giù 11 rimbalzi. Il resto del match è stato praticamente garbage time, con Napoli che ha provato a limare il passivo. Ma con un Johnson peggiore in assoluto ed impalpabile per tutta la contesa, non è riuscito neppure quello. Mentre invece Logan con uno step-back dall'arco ha fissato il parziale sul 93-53. Nel finale c'è stata gloria anche per il giovane Caiazza, a segno dalla linea della carità a completare la serata magica per Scafati.

Post partita

Dopo la pesante sconfitta, Napoli si è chiusa in silenzio stampa e l'esperienza di coach Buscaglia - che non ha certo ricevuto le risposte giuste dalla squadra - sembra essere arrivata al capolinea. Ma i problemi della compagine azzurra non sembrano essere solo mentali, ma è evidente che ci sono delle lacune nel roster in termini di talento e leadership. Coach Caja ha invece elogiato i suoi giocatori e la società, per essere intervenuta in maniera celere in sede di mercato. Ma il tecnico non vuole fare voli pindarici, «guardo chi abbiamo dietro e non chi c'è davanti. Siamo una neopromossa e dobbiamo pensare a salvarci. Sono arrivato che eravamo ultimi, quindi la Final Eight di Coppa Italia non è un nostro obiettivo. Prima capiamo che dobbiamo trovare il nostro equilibrio, il nostro sistema di gioco, e prima riusciremo a migliorare ancora di più».


lunedì 19 dicembre 2022

Il Regno Unito per il basket: un bacino dal potenziale incredibile

Il Regno Unito per il basket:
un bacino dal potenziale incredibile


di Giovanni Bocciero*


Spesso basket e Regno Unito nella stessa frase quasi stonano. Almeno per quanto riguarda la Bbl, ovvero la British Basketball League. La pallacanestro oltremanica non è mai riuscita ad attecchire veramente. Nonostante la Nba ci provi da anni con il match della stagione regolare che viene disputato regolarmente in un impianto all’avanguardia come la o2 Arena di Londra. Due settimane fa c’ha provato persino la Ncaa, che ha portato quattro università, tra cui due nobili come Michigan e Kentucky, a giocare due match di campionato. Ambiente caldo, atmosfera bella, ma i 20mila posti dell’arena non sono andati proprio esauriti.

Eppure, nel viaggio appena fatto a Londra abbiamo potuto vedere come in realtà il basket attecchisca molto tra i giovanissimi, con playground ben tenuti e molto diffusi. In meno di un miglio, circa 1,5 km,  ne abbiamo trovati addirittura tre, due pubblici ed uno incastonato, o forse meglio dire nascosto, in una scuola elementare. La fascia d’età fino all’adolescenza è senz’altro quella più avvezza alla pratica del basket, poi qualcosa s’inceppa. C’è un intoppo che polverizza un enorme bacino d’utenza, ed è così che giocatori inglesi come Carl Wheatle, oggi a Pistoia, o Quinn Ellis, in prestito a Casale da Trento, preferiscono lasciare giovanissimi il loro paese per provare a crescere e maturare altrove.


Nelle ultime stagioni la lega britannica ha aumentato il proprio livello, di poco paragonabile ad una nostra A2, anche perché per una questione fiscale sono riusciti ad aumentare il tetto degli ingaggi permettendosi così giocatori di buona caratura. Con il crescente aumento dei giocatori americani, di conseguenza si è alzata la competitività, con palazzetti belli, pieni, e con una discreta copertura televisiva. Senza il rischio retrocessione, il modo di operare si avvicina molto a quella che è la realtà statunitense, con una programmazione che vede disputare partite durante la settimana ed anche più di una in fila all’altra per poi avere diversi periodi di pausa.

La maggior parte dei club del campionato britannico sono comunque molto legate alle realtà universitarie, per questo utilizzano le loro strutture. Le società che nel corso degli anni sono riuscite a costruirsi le proprie arene, come Newcastle o Leicester, hanno iniziato anche a fare una buona attività di academy, come ci ha raccontato Domenico Pezzella, gm di Chieti e procuratore che ha portato diversi atleti a giocare in Gran Bretagna. Seppur ci sia un discreto seguito, gli stessi London Lions che disputano l’Eurocup, non sempre giocano alla 02 Arena, la quale sarebbe effettivamente difficile da riempire con i suoi 20mila posti se non per un match davvero di cartello. Alla fine il calcio la fa sempre da padrone, e purtroppo la Bbl sembra destinata a rimanere un campionato un po’ mediocre, seppur la Nba e da poco anche la Fiba spingano per attrarre soprattutto il mercato legato alla città di Londra.


Phil, appassionato inglese di basket, ci ha raccontato che per loro la pallacanestro è la Nba e non l’Eurolega, che segue poco e della quale conosce pochissimi giocatori. Questo allontana ancor di più il Regno Unito dall’Europa, non solo per questioni politiche. Abbiamo però detto che diverse squadre professioniste utilizzano strutture delle università, eppure non riescono ad incanalare gran parte del bacino di ragazzini che sin da piccoli giocano a basket. Un problema è la scarsa bravura degli allenatori, ci ha raccontato invece Mark, i quali hanno dei grossi limiti sia tecnici che tattici. E’ per questo che alcuni ragazzi provano ad andare a giocare all’estero, in particolar mano nelle high school e poi nei college statunitensi. Perché lì possono misurarsi con avversari e allenatori preparati.

Un vero peccato, perché non tutti possono permettersi di lasciare il proprio paese, non solo per una questione economica ma anche affettiva. E fa ancor più riflettere che mentre l’ippica riceve all’incirca 18 milioni di euro annui dallo stato come sostegno per le proprie attività, il basket non percepisce nulla, nessun tipo di sostentamento statale. Sembra quasi che la pallacanestro sia trattato come uno sport per privilegiati, ci ha continuato a dire Phil, anche se in realtà è quello maggiormente praticato per strada e tra i ragazzini. Non è un caso se gli ultimi Europei sono stati trasmessi da 23 paesi partecipanti, sia su tv in chiaro che private, e solo in Gran Bretagna no. Alla fine, sembra essere solo questione prettamente culturale, quando in realtà il paese potrebbe essere un bacino non indifferente per il basket mondiale.


* per la testata Basket Magazine

La Ncaa a Londra, atmosfera, colori e storie

La Ncaa a Londra, atmosfera, colori e storie


di Giovanni Bocciero*

Non è stata la sua innata bellezza, rappresentata da monumenti come il Big Ben o il Tower Bridge, oppure le luci natalizie che in questo periodo rendono ancora più magica Piccadilly Circus. Londra è stata meta di centinaia di tifosi ed appassionati della Ncaa, noi compresi, per l’evento del London Showcase organizzato dalla Basketball Hall of Fame di Springfield all’impianto della 02 Arena. Un ritorno in Europa e in particolare nel Regno Unito per il college basket a distanza di qualche anno, dopo le esibizioni di Belfast, e soprattutto dopo essersi messi quasi completamente alle spalle la pandemia. In campo domenica scorsa quattro università, antipasto con la sfida tra Maine e Marist e piatto forte rappresentato dall’incontro tra due grandi nobili come Michigan e Kentucky.

Non c’erano di certo manifesti e cartelloni pubblicitari a ricordare l’evento di pallacanestro londinese, così come ad esempio avviene a Roma per il Sei Nazioni di rugby per intenderci. E non è successo di imbatterci nelle squadre o in tifosi in giro per la città. Ma man mano che si avvicinava l’ora del big match tra Wildcats e Wolverines, bastava andare in metropolitana in direzione di North Greenwich per iniziare a scorgere qualche felpa di entrambe le fedi sotto al cappotto, o qualche accessorio come sciarpa e cappello che si mimetizzavano tra i vagoni spesso affollati.

Più ci si avvicinava all’arena e più l’area si faceva frizzante, come è logico che avvenga per ogni evento di cartello. Tanti i tifosi americani che si sono imbarcati nella trasferta transoceanica per non perdersi questo appuntamento, come due coppie in particolare. Liam, sfegatato tifoso Cats, e Maeve, con t-shirt sulla quale campeggiava la scritta Michigan e riempita da un pancione in dolce attesa. Oppure Karl e Maggie, entrambi provenienti dal Kentucky ma lui sostenitore della Big Blue Nation e lei parteggiate per gli acerrimi rivali dei Cardinals di Louisville. L’amore e qualche birra, alla fine, mette tutti d’accordo.

Una tifosa dei Wildcats a bordo campo si fa scattare una foto
mentre Hunter Dickinson completa il riscaldamento

I 20 mila posti della O2 Arena, ad onor del vero, non erano esauriti ma il calore non è mancato. Tant'è che il centro di Kentucky Oscar Tshiebwe nel post partita ha detto di essersi sentito come a casa. Nonostante l'importanza però, questo evento non era targato Nba, come ci ha ricordato Phil, un appassionato inglese che si è accomodato in tribuna con la sua bella casacca dei Sacramento Kings. Sul retro il nome di DeMarcus Cousins, giocatore che ci ha detto di amare alla follia e per questo, di riflesso, diventato un tifoso di Kentucky anche se non segue le vicende sportive della squadra in maniera continua. Tifa Duke l’amico Mark, anche lui di riflesso perché ama i Boston Celtics ed in particolare Jayson Tatum che proprio dall’università di Durham è uscito. Ma anche se in campo non c’erano i Blue Devils, a questo incontro non si poteva mancare.

Oh, e qui apriamo una piccola parentesi. Il buon Mark, insieme a Phil, non sono voluti mancare alla partita anche perché nell'impianto non mancano gli svaghi al termine dell'incontro. Più così come altri diversi locali di più o meno famose catene, bar, sale giochi, negozi di lusso e chi più ne ha più ne metta. E solo due giorni prima l’arena aveva ospitato un concerto. E dopo circa un’ora dalla sirena del match, il tempo di andare in conferenza stampa, gli addetti avevano già smontato metà parquet per preparare l’arena all’evento successivo. Siamo anni luce indietro.

Per onor di cronaca, perché non dobbiamo dimenticare che siamo stati lì particolarmente per veder giocare le squadre, nella prima gara Marist l’ha spuntata 62-61 su Maine che ha avuto due tiri consecutivi per vincerla. Kentucky ha invece battuto Michigan 73-69 dopo un match equilibrato con una folata per tempo. I ragazzi di coach Juwan Howard hanno provato la rimonta finale con un Hunter Dickinson (23 punti e 9 rimbalzi) che nel secondo tempo ha dominato sotto canestro. Ma i cinque giocatori in doppia cifra e soprattutto il computo dei rimbalzi da 46 a 33 ha premiato meritatamente i Wildcats di coach John Calipari.

E pace per Michael e Daniel, i fratelli di Ann Arbor arrivati a Londra per sostenere i Wolverines con tutto il loro affetto. Persino indossando due costumi da mucca con sopra le magliette della squadra a celebrare l’uno lo stesso Howard (no. 25) e l’altro l’indimenticato Trey Burke (no. 3) che nel 2013 trascinò Michigan fino alla finale per il titolo persa contro Louisville. Rispetto ad una classica gara di college mancavano le bande musicali e le cheerleader, ma il punteggio non ha mai condizionato l’atmosfera della partita con i tifosi sparsi un po’ a macchia di leopardo sulle tribune e pronti ad intonare i noti cori ‘Go Blue’ e ‘Big Blue Nation’.

L’atmosfera, gli spalti, le attività collaterali. E persino il viaggio di ritorno in metropolitana ha regalato un quadretto interessante. Seduti l’una di fronte all’altra due coppie di tifosi sui 60 anni circa. Quella di sinistra tifosa di Kentucky. Quella di destra parteggiante di Michigan. A rompere il ghiaccio la donna del Kentucky: “Una partita con meno di cinque punti di scarto è sempre una bella partita”, riferendosi agli ‘avversari’. “Absolutely”, la risposta secca dell’uomo del Michigan. E poi hanno continuato a chiacchierare della partita, della città, dell’odio comune per Michigan State che proprio in occasione dello scorso Champions Classic ha battuto i Wildcats, per finire a parlare delle proprie vite personali, come l’uomo del Kentucky che ha raccontato di aver lavorato per un periodo proprio ad Ann Arbor.

Scendendo dalla metropolitana, e chiudendosi le porte del vagone alle spalle, è terminata questa avventura a contatto, seppur per poche ore, con quell’ambiente del quale siamo follemente appassionati. “È stata un’esperienza incredibile e di crescita”, come detto all’unisono dai due allenatori, pronti a ritornare negli States per gettarsi a capofitto nel momento clou della stagione.


* per la testata BasketballNcaa.com